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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Posts Tagged ‘deficit’

Governo. Manovra economica per aumentare deficit e imposte

Posted by fidest press agency su sabato, 29 dicembre 2018

Sono due gli elementi fondamentali di questa manovra economica, approvata dal Senato e in discussione alla Camera dei deputati: il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni (spese correnti) e a fronte aumenteranno le imposte. Tempi bui ci attendono.Vediamo. Il governo legastellato è arrivato a ridosso degli ultimi giorni dell’anno per approvare il bilancio 2019. Colpa della Commissione europea, dichiara il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Non è così’, ovviamente, perché se l’accordo fosse stato fatto qualche mese fa sul 2% di deficit, come poi è avvenuto, il bilancio sarebbe già legge dello Stato; invece, i due vicepremier, Salvini e Di Maio, si sono attestati sul “me ne frego” e “non arretreremo di un millimetro”, per confermare il 2,4%, perché altrimenti non si sarebbero mantenute le promesse, dicevano. Ora dicono che le promesse saranno mantenute anche con il 2% di deficit.
Purtroppo, ci stiamo abituando alle bufale (a Roma si chiamano “fregnacce”) dei due vice premier legastellati. Il governo, per evitare di aumentare Iva e accise nel 2019, ha accresciuto il deficit pubblico, cioè nostro, di 12,5 miliardi ed ha rinviato l’aumento di IVA e accise al 2020, per un valore di 23 miliardi, e al 2021 per 28 miliardi. Un carico d’imposte per 51 miliardi! I consumatori ringrazieranno.Il presidente Conte dichiara, inoltre, che la manovra economica è espansiva. L’ottimismo della volontà è apprezzabile, ma c’è la ragione che valuta i numeri, non i “numeretti” dimaiani, e questi dicono che, con gli aumenti di imposte, l’ottimismo si trasforma in bufala.L’importante è che il popolo ci creda. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 luglio 2018

E’ stato ppena pubblicato su Nutrients un documento di consenso per il corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D, messo a punto da un gruppo di esperti AME, Associazione Medici Endocrinologi.“La pubblicazione si pone come riferimento per la comunità scientifica che si confronta su questa condizione piuttosto frequente persino nel nostro Paese considerato il Paese del Sole”, introduce Vincenzo Toscano, Presidente AME. “Negli ultimi anni la Vitamina D è stata al centro dell’attenzione e come endocrinologi sentivamo l’esigenza di trovare risposta a domande quali: la vitamina D è realmente una panacea? Protegge dal diabete e dal cancro? I medici devono focalizzare in maniera importante la loro attenzione sui livelli circolanti in tutta la popolazione? I preparati di Vitamina D sono tutti uguali? Il medico può scegliere qualsiasi preparato di Vitamina D e somministrarlo in maniera equivalente?L’Associazione Medici Endocrinologi attraverso i suoi esperti ha fatto chiarezza su questi argomenti pubblicando linee guida ad hoc evidenziando quanto è riportato in letteratura nell’ottica metodologica della Medicina basata sulle evidenze che ha sempre caratterizzato l’attività dell’AME”.
La Vitamina D svolge funzioni importanti per la salute delle ossa aiutando l’organismo ad assorbire il calcio, uno dei principali costituenti del nostro scheletro e prevenendo l’insorgenza di malattie ossee, come l’osteoporosi o il rachitismo. L’eventuale carenza di Vitamina D viene valutata attraverso un dosaggio nel sangue, che viene così interpretato, con qualche variazione secondo i diversi laboratori e soprattutto secondo i dettami delle differenti società mediche: carenza <10 ng/mL; insufficienza: 10 – 30 ng/mL; sufficienza: 30 – 100 ng/mL; tossicità: >100 ng/mL.“I valori di Vitamina D”, spiega Roberto Cesareo, endocrinologo, Ospedale S.M. Goretti, Latina e primo firmatario del lavoro, “attualmente adottati, prevedono quindi che i soggetti con un valore inferiore a 30 ng/dl possano essere dichiarati affetti da insufficienza di Vitamina D. A nostro avviso, tale limite andrebbe rivalutato in quanto troppo alto, soprattutto in assenza di forti evidenze scientifiche. L’adozione di tali livelli costituisce uno dei motivi per cui si finisce per dichiarare “carenti di Vitamina D” tanti soggetti che poi probabilmente non lo sono. Nella consensus abbiamo ritenuto più opportuno definire ridotti i valori di Vitamina D quando essi sono chiaramente al di sotto di 20 ng/dl. Sembra apparentemente una banalità tale differenza, ma una buona parte dei soggetti dichiarati “carenti di Vitamina D” cadono proprio in questa forbice che va tra i 20 ed i 30 ng/dl comportando così, come poi effettivamente si sta verificando, una incongrua prescrizione di tale molecola. Al contrario soggetti osteoporotici o pazienti che assumono già farmaci per la cura dell’osteoporosi o altre categorie di soggetti significativamente più a rischio di carenza di vitamina D è corretto, a nostro giudizio, che abbiano valori di Vitamina D superiore al limite di 30 ng/dl e quindi vanno trattati”.
“Abbiamo poi cercato di chiarire”, prosegue l’esperto, “che, al momento, nonostante ci sia una serie incontrovertibile di dati che associano la carenza di Vitamina D ad altre malattie che non sono solo l’osteomalacia e l’osteoporosi (vedi diabete mellito, alcune sindromi neurologiche, alcuni tipi di tumori), non è dato sapere quali siano i dosaggi corretti di Vitamina D che possano essere utili per ridurre l’incidenza di queste patologie correlate. Riteniamo che sia giusto riportare questo dato in quanto far passare il messaggio che la Vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici”.
È bene sapere che la luce solare anche nel nostro paese “definito il paese del sole” per lunghi periodi dell’anno (autunno-inverno) non contiene una radiazione UVB sufficiente a far produrre Vitamina D nella cute; paradossalmente ciò si può verificare anche in estate, in quanto l’opportuna applicazione di creme con filtri solari riduce la penetrazione dei raggi solari nella cute e, conseguentemente, la biosintesi di Vitamina D. In letteratura è riportata una variabilità stagionale nei valori plasmatici di Vitamina D. Essi infatti tendono ad essere massimi in autunno e raggiungono un nadir nella primavera inoltrata. Non esiste una “raccomandazione” circa il periodo migliore nel quale eseguire il dosaggio della Vitamina D plasmatica. Certamente un valore basso, rilevato in autunno, è segno che le scorte di Vitamina D non sono state colmate nell’estate appena trascorsa ed è logico attendersi che in primavera questo paziente abbia una severa ipovitaminosi D”.
“Inoltre”, continua Cesareo, “è necessario sapere che le molecole di Vitamina D non sono tutte uguali. La forma inattiva, quella di più comune utilizzo, è il colecalciferolo. Tale molecola prescritta solitamente sotto forma di gocce o flaconcini da assumere o giornalmente o in assunzione mono-settimanale o a più lunga scadenza (mensile o anche bimensile) viene successivamente attivata in sede prima epatica e poi renale e, come tale, espleta i suoi effetti finalizzati in particolare ad un corretto assorbimento di calcio a livello intestinale e ad un controllo del metabolismo fosfo-calcico in sede ossea. Ma esistono altre molecole che sono già parzialmente o del tutto attive. Tra esse merita attenzione il calcefidiolo che non necessità di essere attivato al livello del fegato e per le sue caratteristiche molecolari è, come si dice in gergo, meno “liposolubile” cioè permane meno nel tessuto adiposo rispetto alla precedente molecola menzionata, il colecalciferolo. Entrambe queste molecole non danno, se prescritte appropriatamente e a dosi corrette, problemi, in particolare alterazione dei livelli del calcio nel sangue e/o nelle urine. Il calcifediolo per la sua cinetica di azione e per la sua conformazione può trovare motivo di maggior utilizzo, per quanto detto, nei pazienti che hanno patologie epatiche di un certo rilievo e anche nei soggetti obesi e carenti di Vitamina D o in coloro che sono affetti da problemi di malassorbimento in sede intestinale. Anche essa viene prescritta in gocce o in capsule molli in prescrizioni giornaliere, settimanali o mensili. Il colecalciferolo, di contro, trova la sua indicazione principe nei soggetti affetti da osteoporosi e/o che assumono contestualmente farmaci per la cura di tale patologia”. “Infine”, conclude l’esperto, “i metaboliti del tutto attivi e che non necessitano quindi dell’attivazione epatica o renale trovano un campo di utilizzo molto più limitato, in particolare nei soggetti affetti da insufficienza renale o che sono carenti dell’ormone paratiroideo, quadro clinico che solitamente si riscontra nel soggetto operato di tiroide e di paratiroidi. Il loro ridotto utilizzo nel paziente con semplice carenza di Vitamina D è dettato dal fatto che, rispetto alle due molecole descritte in precedenza, queste espongono il paziente ad un maggior rischio di ipercalcemia e di aumentati livelli di calcio nelle urine”.

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Governo e le sue politiche in deficit

Posted by fidest press agency su domenica, 3 settembre 2017

ministero-finanze“L’ineffabile Padoan aveva promesso già negli anni scorsi la riduzione del debito pubblico che invece continua a crescere in modo incontrollato. L`errore è fare politiche in deficit e aver usato la flessibilità europea per investire 20 miliardi non in modo strutturale ma per gli 80 euro di Renzi e per altre forme assistenziali in chiave elettorale”. Così Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia, intervistato da ‘Tempi’. Il jobs act è un flop act “perché non genera lavoro in modo strutturale ma è legato a misure di defiscalizzazione a tempo per le imprese”. Il governo, ha continuato Brunetta, dovrebbe “ringraziare Mario Draghi. Solo grazie al Quantitative Easing della Bce i paesi europei sono cresciuti e l’Italia è rimasta fanalino di coda solo davanti al Belgio. L’iniezione di liquidità come veicolo di penetrazione ha permesso una svalutazione dell’euro che si era rafforzato troppo e una spinta all’export più tutta una serie di altri benefici. Il problema arriverà nei prossimi mesi quando questo strumento subirà una pausa e non ci sarà un sensibile deprezzamento dell’euro. E chi avrà fatto bene i compiti a casa non subirà contraccolpi. Noi – ha concluso – i compiti non li abbiamo fatti”.

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Renzi: Più deficit per la ripresa

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 luglio 2017

draghiQuando la politica (chiamiamola così) si fa con gli annunci estemporanei e slogan, il rischio di combinare guai è altissimo. Ne è un esempio l’ultima uscita di Matteo Renzi in tema di deficit pubblico, anche se prospettata per il suo ritorno (?) a palazzo Chigi anziché per il presente. Dice il segretario del Pd, in un libro dal nome improprio (“Avanti”) ora uscito, che occorre tornare al patto di Maastricht, e quindi prospetta un quinquennio di deficit corrente a ridosso della soglia del 3% per poter consolidare il rilancio dell’economia italiana. E pazienza se questo significa il tradimento degli impegni europei assunti con il Fiscal compact, e la conseguente apertura di una procedura d’infrazione. Diciamo subito che la proposta – pur in assenza di un’analisi che avrebbe dovuto precederla e sostanziarla, e pur essendone chiare le finalità strumentali, politiche ed elettorali – è perfettamente legittima. Ma con altrettanta nettezza, diciamo che non solo è doppiamente sbagliata, ma anche assai pericolosa. Partiamo proprio dal rischio che essa contiene, figlio di una clamorosa contraddizione. Renzi, da Presidente del Consiglio, ha sbandierato ai quattro venti una ripresa che non c’era, e che per quel poco che si è manifestata, è stata interamente frutto della politica monetaria della Bce di Draghi e della congiuntura internazionale, tant’è che è stata, ed è, tutta basata sull’export. Da quando ha lasciato palazzo Chigi, ha smesso con quello stucchevole ritornello – solo per non fare un (presunto) favore a Gentiloni – e ora, proprio quando la ripresa comincia ad essere un pochino più robusta, ci viene a dire che occorre ben altro, lui che ha bollato come “benaltristi”, oltre che come “gufi”, tutti coloro – noi tra questi – che si permettevano di obiettare che la politica economica del suo governo, basata su bonus che si sperava si traducessero in consumi, non dava frutti e non era quella giusta. Ma questa contraddizione sarebbe nient’altro che fastidiosa se non fosse che è potenzialmente assai infida. Perché sottende l’idea che la “crisi italiana” dipenda da fattori esogeni, come appunto gli orientamenti europei, e non già dalle politiche (e dalle non scelte) nazionali, e che non sia preesistente e prescindente rispetto alla grandi crisi mondiale del 2008 e alla recessione che ne è seguita. Sarebbe dunque ora che la politica e l’intera classe dirigente, si impegnassero in un lavoro di analisi puntuale delle origini distintive del nostro declino – prima di tutto ammettendone una volta per tutte l’esistenza – per poi declinare un piano rifondativo del Paese su cui basare alleanze e contrapposizioni politiche, finalmente scevre da motivazioni strumentali, ideologiche o peggio personalistiche, come è stato dal 1994 in poi. Finora solo il piano Calenda per una nuova rifondazione del nostro capitalismo sulla base delle sfide della grandi rivoluzioni tecnologiche in atto, ha seguito questa logica. Ma quello è un tassello di un puzzle ben più complesso, di cui non se ne vede traccia.Detto questo, all’Italia serve o no fare maggior deficit? Certo che sì, i lettori più affezionati sanno che sono anni che lo sosteniamo. La nostra non è una crisi congiunturale, ma strutturale, e come tale non può essere affrontata senza una dose massiccia di investimenti pubblici. Tanto più nell’ottica sia della rifondazione capitalistica di cui abbiamo detto, sia per soddisfare l’imprescindibile modernizzazione infrastrutturale (materiale e immateriale) di un paese troppo vetusto per immaginare di riuscire a tenere il ritmo di crescita dei paesi competitor, europei e non. Dunque, viva la proposta di Renzi e pazienza per le sue contraddizioni? Manco per idea. Intanto perché non bastano certo quei 30 miliardi in cinque anni che Renzi immagina di avere a disposizione grazie alla sua “trasgressione”. Mettersi dalla parte del torto – perché noi italiani il Fiscal compact mica lo abbiamo contestato: è stato approvato e tradotto in vincolo costituzionale senza che Renzi e il su partito abbiano speso una parola di diniego – per una cifra del tutto insufficiente è come farsi dare l’ergastolo per aver rapinato una vecchietta sull’autobus. Un errore sesquipedale. Tanto vale continuare ad elemosinare la cosiddetta “flessibilità”, cioè un po’ di sconto sui tempi di rientro verso il deficit zero, come abbiamo fatto in questi anni. È poco dignitoso, lo abbiamo sempre denunciato, ma meno peggio che rompere con Bruxelles per poco di più.Il secondo motivo per cui la “via Renzi alla crescita” non va bene è proprio legato all’inopportunità di una rottura in Europa in questa fase storica. Prima di tutto perché saremo l’ultimo paese importante ad avere elezioni politiche e l’unico in cui il rischio che i movimenti populistici e sovranisti prendano il sopravvento è alto, forse maggiore del suo contrario. Dunque, ora più che mai abbiamo bisogno dell’Europa e di alleanze con i più forti. Stare fuori dal ricostituendo asse franco-tedesco o, peggio, rischiare il cartellino rosso muovendoci sulla base della presunzione che tanto “siamo troppo grandi per essere messi fuori”, sarebbe esiziale. Certo che le rigidità europee sono un vincolo, spesso stupido, ma per combatterle occorre avere idee alternative forti e credibilità politica, istituzionale ed economica. Qualità che non si possiedono se si è il paese della spesa pubblica assistenziale e delle intemerate alla Renzi contro l’Europa per puri fini elettorali (senza nemmeno il lucro). Altrove chi avesse portato il proprio paese ad uno scontro epico su riforme costituzionali presentate come rivoluzionarie e lo avesse perso, non avrebbe più voce. Da noi si costituisce – ancora una volta – come lo spartiacque della politica, l’alfa e l’omega delle sorti nazionali. E non esita ad usare il paese come scudo per predisporre una campagna elettorale che, stante le premesse, sarà all’insegna dello scontro con Bruxelles, indicata come nemico da battere. Ma c’è, infine, anche un terzo motivo per cui la proposta Renzi è da respingere: non dice come sarà utilizzato quel tesoretto che vorrebbe costituire dribblando gli obblighi europei. Perché un conto è se quelle risorse vengono utilizzate per insistere sullo schema già fallito “+soldi=+consumi=+pil” o genericamente per un abbattimento delle tasse – che per essere efficace richiede somme ben più grandi – a parità di tutte le altre condizioni, o se invece sono messe al servizio di un progetto di rinascita con forti investimenti (anche) pubblici.Ma un grande piano di stampo liberal-keynesiano – di cui qui abbiamo delineato da tempo i contorni – richiede deficit almeno al 5-6%, e quindi va ben oltre la provocazione bullesca del segretario del Pd. E per reggere una simile forzatura, non solo nei rapporti con la Ue ma anche in termini di tenuta del nostro sistema economico, specie sui mercati finanziari (leggi spread), essa non può non essere accompagnata da un rigorosissimo piano di rientro del debito che vada ben oltre il miglioramento virtuoso del rapporto debito-pil per via dell’incremento del prodotto. Occorre, cioè, un piano di abbattimento una tantum dello stock di debito, attraverso una valorizzazione finanziaria del patrimonio pubblico, mobiliare e immobiliare, sia dello Stato che degli enti locali. Insomma, qualcosa di ben più sofisticato delle provocazioni fatte per guadagnare la scena mediatica e alimentare la paranoia (mai sopita) di elezioni autunnali anticipate. (by Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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“Renzi è ormai isolato, tanto in Italia quanto in Europa”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 luglio 2017

europa-261011-cE il segretario dem continua nella sua imbarazzante strategia degli annunci, con un libro in uscita nei prossimi giorni che farà concorrenza a ‘Le comiche Essanay’. Oggi l’ex premier ha ricevuto una serie di porte in faccia in merito alla sua scopiazzata proposta di tenere il deficit dell’Italia al 2,9% per cinque anni.‘Juncker ha un rapporto molto buono con il premier Gentiloni e i commissari incaricati hanno un rapporto molto buono con il ministro Padoan. La Commissione Ue non commenta i commenti di persone fuori da questa cerchia’, ha detto il portavoce del presidente della Commissione Ue.‘Stare al 2,9% sarebbe fuori dalle regole di bilancio, non è una decisione che un Paese può prendere da solo, in questa unione monetaria ci si sta insieme’, ha sottolineato il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, aggiungendo: ‘sono sempre aperto a rendere le regole più efficienti, efficaci, ma non possiamo unilateralmente dire che le regole non sono per me quest’anno e per i prossimi cinque’.Infine è arrivata la presa di posizione del commissario Ue agli Affari economici, Pierre Mosovici: ‘ci serve un’Italia al centro della zona euro, che rispetta le regole che sono intelligenti e che sono applicate in maniera intelligente e flessibile nel suo caso. L’Italia è veramente il Paese che non può lamentarsi delle osservazioni della Commissione, essendo il solo Paese che ha beneficiato di tutta la flessibilità del Patto: investimenti, riforme, terremoti’. Renzi schiaffeggiato, irriso, respinto con perdite dai vertici Ue. Ci sarebbe da ridere se non fosse il segretario del partito maggior azionista del governo italiano. Così, invece, il Fiorentino mette alla berlina il Paese intero. Dal libro dei sogni al libro degli incubi. La smetta di farsi e di farci del male”.Lo scrive su Facebook Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia.

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Autismo e Sindrome da Deficit di Attenzione ed Iperattività: quali interventi per un futuro migliore

Posted by fidest press agency su martedì, 23 Mag 2017

porto antico genovaGenova mercoledì 24 e giovedì 25 maggio ore 9 Palazzo Ducale, piazza Matteotti 9. I bambini con Disturbi dello Spettro dell’Autismo e con Sindrome da Deficit di Attenzione ed Iperattività siano sempre più numerosi, e quanto la gestione di questi disturbi sia complessa e multidisciplinare, necessitando sia un piano diagnostico terapeutico precoce, sia di un network operativo solido e ben preparato, costituito da figure professionali che accompagnino il paziente, dal riconoscimento della problematica all’inserimento nella società in età adulta. È per rispondere a queste sfide che mercoledì 24 e giovedì 25 maggio Edvige Veneselli, Direttore dalla UO di Neuropsichiatria dell’Istituto G. Gaslini di Genova, organizza due incontri, promossi dalla Fondazione Internazionale Menarini e pensati per Pediatri, Neuropsichiatri Infantili, Psichiatri, Psicologi, TNPEE (Terapia della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva), Infermieri, Logopedisti, Educatori, ma anche insegnanti e famiglie, finalizzati ad analizzare lo stato dell’arte ma anche gli aspetti più pratici legati a queste due importanti problematiche.
La prima giornata, mercoledì 24 maggio, sarà dedicata all’Autismo, ad approfondire le prospettive dalla ricerca clinica, le problematiche cliniche e il percorso dalla diagnosi precoce alla presa in carico e, durante il pomeriggio, verranno trattate le innovazioni tecnologiche e dei sistemi educativi e la delicata situazione della transizione all’età adulta.
Giovedì 25 maggio inizierà con un update sulla realtà italiana e sugli interventi farmacologici. Verranno trattate la comorbidità con il Disturbo dello Spettro dell’Autismo e le novità sugli interventi terapeutici e sulle terapie complementari.
Nel pomeriggio saranno affrontati altri argomenti come L’ADHD nei bambini superdotati, Il Disturbo Ipercinetico-Disattentivo nella Disabilità Intellettiva, la transizione all’età adulta, il trattamento farmacologico e non.

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Conti pubblici: procedura di infrazione sul deficit

Posted by fidest press agency su martedì, 17 gennaio 2017

Commissione-europea“Grande preoccupazione per la notizia, non smentita, secondo la quale la Commissione europea avrebbe chiesto al governo italiano di aggiustare in tempi brevi i conti pubblici. Da Bruxelles ci avrebbero detto che servono circa 3,4 miliardi di euro, una manovra bis che vale lo 0,2 per cento del Prodotto interno lordo, per evitare una procedura di infrazione sul deficit”.Lo scrive su Facebook Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati.“Questa cattiva notizia, che purtroppo avevamo denunciato inascoltati nello scorso autunno, arriva in un momento particolarmente difficile per la nostra economia. Basti pensare alla crisi del sistema bancario, con il decreto di Natale per salvare gli istituti a rischio fallimento, e a quanto ci dice oggi il Fondo monetario internazionale: il Fmi lima le stime di crescita per l’Italia per il 2017 e il 2018, il Pil crescera’ quest’anno dello 0,7%, 0,2 punti percentuali in meno rispetto alle stime di ottobre; Nel 2018 la crescita sara’ dello 0,8%, 0,3 punti percentuali in meno rispetto alle precedenti stime.Proprio per questo, al di là delle trattative in sede europea, il ministro dell’Economia e delle finanze, Pier Carlo Padoan, ha il dovere morale e politico di fare chiarezza, al più presto in Parlamento. È vero che l’Italia rischia la procedura di infrazione? Cosa farà il governo? Come coprirà questi buchi nei conti pubblici? Aumentando le tasse?Chiarezza e trasparenza sono la premessa del buon governo. Padoan venga in Aula a dire come stanno realmente le cose.Chi nel Partito democratico, in queste ore, mette in scena una difesa d’ufficio, o la butta in caciara insultando e demonizzando l’opposizione parlamentare si assume doppia responsabilità: di coprire gli errori di Renzi e di togliere credibilità al nuovo governo Gentiloni”, conclude.

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Ricostruzione post terremoto: Parlamento europeo chiede di svincolare la spesa dal calcolo del deficit

Posted by fidest press agency su sabato, 3 dicembre 2016

terremotoEscludere gli investimenti per la ricostruzione post terremoto in Italia dal calcolo del deficit nazionale previsto dal Patto di Stabilità “alla luce del carattere gravissimo ed eccezionale della situazione” e utilizzare tutti i Fondi UE a disposizione per aiutare le zone colpite dai sismi: queste alcune delle richieste approvate dal Parlamento europeo giovedì.Nella risoluzione sulla situazione post terremoto in Italia, approvata per alzata di mano, il Parlamento chiede alla Commissione di adottare misure urgenti per facilitare una rapida ricostruzione dei Paesi distrutti durante i terremoti che hanno colpito l’Italia il 24 agosto, il 26 e il 30 ottobre scorsi.
Il Parlamento ha anche approvato un’altra risoluzione, redatta dall’italiano Salvatore Cicu (PPE), sulla riforma del Fondo di solidarietà UE con 589 voti a favore, 13 contrari e 42 astensioni.Durante il suo intervento al dibattito di mercoledì sera, il relatore ha dichiarato che “in casi come questi, le Istituzioni europee devono essere sensibili, devono capire che la loro credibilità, la loro autorevolezza, dipendono anche dalla capacità di essere presenti in questi momenti e di trasferire un messaggio, appunto, di capacità di gestione”. Ha poi chiesto alla Commissione di migliorare l’utilizzo del Fondo di solidarietà UE, riducendo i tempi di mobilitazione e aumentando la soglia dei pagamenti anticipati.Il Parlamento chiede pertanto di escludere le spese relative agli interventi di ricostruzione, compresi quelli che prevedono la partecipazione dei fondi strutturali e di investimento europei (ESI) – dal calcolo del deficit nazionale, “alla luce del carattere gravissimo ed eccezionale della situazione”. I deputati, inoltre, esprimono profonda solidarietà a tutte le persone colpite a vario titolo dagli eventi sismici: vittime, familiari, sfollati e tutte le autorità coinvolte nelle operazioni di soccorso.
I deputati, in considerazione dell’elevata sismicità di alcune aree geografiche come quella mediterranea e del sud-est dell’Europa, invitano tutti gli Stati membri ad accelerare la ricerca in questo campo, attraverso le azioni previste dal Programma Orizzonte 2020 e ad applicare tutti gli strumenti utili alla prevenzione di vittime e danni, così da ridurre al minimo la portata potenzialmente devastante di tali eventi naturali.Il Parlamento sollecita tutte le autorità, nazionali, regionali e locali, a prestare la massima attenzione al rispetto delle norme antisismiche in fase di rilascio dei permessi di costruzione.Nel documento, si sottolinea, inoltre, l’importanza di utilizzare tutti gli strumenti disponibili e di garantire che le risorse siano utilizzate nel modo più efficace possibile, in collaborazione con le autorità nazionali e regionali. Per questo, si ricorda anche la possibilità di utilizzare il Fondo europeo per lo sviluppo rurale (FEASR) per sostenere le aree rurali e le attività agricole colpite dal sisma.La Commissione europea ha annunciato mercoledì sera una prima erogazione di aiuti del valore di 30 milioni di euro dal Fondo di solidarietà. La mobilitazione del finanziamento totale richiede un voto del Parlamento per essere effettiva.

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Legge di Bilancio: Busin(LN), manovra elettorale che truffa gli italiani

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 ottobre 2016

“La legge di bilancio 2017 presentata dal Governo Renzi (alla stampa prima che al parlamento) è palesemente una truffa. Le coperture sono in massima parte a deficit (12 miliardi su 27), soldi che dovremo restituire in futuro perché è debito che si aggiunge al debito esistente, già ora è insostenibile. Le altre sono coperture estemporanee, una tantum, molto ottimistiche perché riguardano la sempiterna lotta all’evasione fiscale, che non si sa per quale magia dovrebbe portare migliori frutti l’anno prossimo. Per il cosiddetto “condono”, cioè la voluntary, siamo alla terza o quarta “spremitura” dopo i 4 miliardi incassati quest’anno e credo uscirà molto meno succo, cioè entrate per il fisco, di quanto ipotizzato”. Così il vicepresidente del Gruppo Lega Nord Filippo Busin. “Il resto sono “mance” elettorali di poco conto e di grande effetto, basta vedere gli importi di “misure per la famiglia” o le “pensioni” o il “pubblico impiego” per rendersene conto. Interventi che fanno scena, che possono illudere il popolo, di cui Renzi e il suo governo hanno evidentemente poca considerazione, al solo scopo di guadagnare qualche SI al referendum. Illusioni, fumo negli occhi, perché i conti li dovremo comunque pagare in seguito con gli interessi. Questa volta – conclude Busin – andrà male a Renzi: si può ingannare una persona per molto tempo, tante persone per poco tempo, ma mai un popolo intero per molto tempo. E questo vale anche per il presidente del consiglio”.

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Manovra: E’ da prima repubblica, deficit, debito e marchette

Posted by fidest press agency su martedì, 18 ottobre 2016

caritas“Questa è una legge di bilancio da prima Repubblica: tutta entrate aleatorie, cioè che non saranno incassate; tutta spesa per mance di tipo elettorale; e aumenta deficit e debito”. Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio. “Renzi se ne infischia dell’Europa, degli italiani, dei cinque milioni di poveri che vanno alla Caritas a mangiare, e pensa solo alla sua sedia, a vincere il referendum. Vedremo poi i contenuti specifici di questa legge di stabilità, quando li presenterà. Vedremo come la cancellazione di Equitalia sia solo un imbroglio: vengono mantenute le attuali regole, trasferendo tutto all’Agenzia delle entrate, con le relative conseguenze. Vedremo l’imbroglio dell’Ape, vale a dire del pensionamento anticipato; vedremo l’imbroglio delle quattordicesime per i pensionati; vedremo l’imbroglio della sanità; e tutti gli altri imbrogli contenuti in questa legge di bilancio da prima Repubblica, in deficit e per fare marchette di tipo elettorale”.

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Fisco: sbagliato tagliare le tasse in deficit

Posted by fidest press agency su domenica, 22 Mag 2016

TasseDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia. “In passato, abbiamo spiegato a Matteo Renzi perché è enormemente sbagliato tagliare le tasse in deficit, ma, alla luce delle intenzioni di utilizzo della flessibilità sui conti appena concessa dalla Commissione europea, pare che il premier abbia deciso, ancora una volta, di non darci ascolto.
Abbiamo provato in tutti i modi a dimostrare che tagliare le tasse in deficit, con conseguente creazione di debito, non ha alcun effetto positivo sull’economia, perché gli operatori, vale a dire famiglie e imprese, non spendono e non investono, consapevoli del fatto che per ripagare il debito che si crea oggi attraverso il deficit verranno aumentate le tasse domani.Non lo diciamo noi, è la cosiddetta “equivalenza ricardiana” (Renzi si faccia spiegare dal professor Padoan chi era David Ricardo).Ci sarebbe una variante che consente di superare l’equivalenza ricardiana, ma che Renzi non coglie. I sacri testi insegnano che per uno Stato l’unica giustificazione economica e morale per fare deficit, e di conseguenza debito, sono gli investimenti. Il deficit, cioè, non è il male assoluto. A condizione, però, che porti a qualcosa di cui potranno beneficiare le generazioni future, chiamate a pagare il debito che da quel deficit scaturisce.È bene, quindi, per uno Stato indebitarsi, ma solo se, attraverso gli investimenti, quell’indebitamento porta a dei miglioramenti per chi dopo dovrà pagare il conto. Per esempio: più asset; più infrastrutture; più tecnologia; più reti; più capitale umano; più sicurezza; più produttività; più competitività. Al contrario, è immorale, oltre che sbagliato, indebitare le generazioni future per consumare di più nel presente. Primo, perché l’equivalenza ricardiana dimostra che i maggiori consumi non si realizzano. Secondo, perché quell’indebitamento non produce alcun beneficio per chi viene dopo e dovrà sostenerne l’onere (senza alcun ritorno).Matteo Renzi sta facendo esattamente questo: taglia le tasse in deficit (indebitando le generazioni future), sperando di stimolare i consumi e far ripartire la domanda interna. Ma soprattutto, sperando di comprare il consenso degli elettori, come ha fatto con il bonus degli 80 euro o con i 500 euro regalati ai neo maggiorenni. Il conto da pagare arriverà ai nostri figli”.

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Cemento e rifiuti, le offese al litorale laziale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 agosto 2015

rifiuti lazioScarichi abusivi o non controllati direttamente su spiaggia e un deficit depurativo, sono i principali fattori che continuano a mettere a dura prova il mare del Lazio, dei ventiquattro punti monitorati lungo le coste laziali da Goletta Verde, 15 presentano una carica batterica superiore ai limiti consentiti dalla legge. Per frenare le problematiche legate alla depurazione, Legambiente chiede che Regione e amministrazioni comunali, di costa e entroterra, siano attive nella risoluzione dei deficit depurativi ancora presenti, per non compromettere una delle principali risorse di questo territorio, e iniziare a rilanciare l’economia turistica e del mare in chiave sostenibile. È questa la richiesta avanzata da Goletta Verde, la storica campagna di Legambiente dedicata al monitoraggio ed all’informazione sullo stato di salute delle coste e delle acque italiane, realizzata anche grazie al contributo del COOU, Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati, che oggi chiude la sua tappa nel Lazio. L’istantanea regionale sulle acque costiere dell’equipe tecnica dell’imbarcazione ambientalista è stata presentata questa mattina, in conferenza stampa a Roma da Andrea Minutolo, coordinatore dell’ufficio scientifico di Legambiente e da Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio.”Sulla sfida della depurazione si gioca il futuro del nostro Paese e di questa regione – dichiara Andrea Minutolo, coordinatore dell’ufficio scientifico di Legambiente -. L’obiettivo del monitoraggio di Goletta Verde è, bene specificarlo, è quello di individuare i punti critici di una regione e le pressioni inquinanti che ancora gravano sulla costa, analizzando il carico batterico che arriva in mare prevalentemente dalle foci di fiumi, canali o scarichi non depurati. È quindi un monitoraggio puntuale che non vuole sostituirsi ai controlli ufficiali, né Legambiente assegna patenti di balneabilità, ma restituisce comunque un’istantanea utile per individuare i problemi e rifiuti lazio1ragionare sulle soluzioni. Anche nel Lazio abbiamo quindi messo sotto osservazione prevalentemente foci di fiumi e torrenti, ma che si trovano in tratti di costa o su spiagge molto frequentate e che quindi possono diventare elementi di criticità per gli stessi bagnanti. Punti che, in molti casi, sono stati segnalati al nostro servizio Sos Goletta dagli stessi cittadini che chiedevano maggiori controlli su tratti di spiaggia e scarichi sospetti”.Purtroppo ancora oggi la situazione dei nostri mari risente inevitabilmente del forte deficit depurativo che vive l’Italia, dove secondo le ultime stime dell’Istat e del Governo tre italiani su dieci non sono ancora allacciati a fognature o a depuratori e il 40% dei nostri fiumi risultano gravemente inquinati. Eppure sono passati dieci anni dal termine ultimo che l’Unione Europea ci aveva imposto per mettere a norma i sistemi fognari e depurativi, ma piuttosto di agire non abbiamo fatto altro che collezionare multe. A pagare l’immobilismo cronico delle istituzioni, quando siamo prossimi ormai alla terza sentenza di condanna prevista per gennaio 2016, saranno al solito i cittadini. In questa regione secondo il rapporto della “Struttura di missione” del Governo la multa sarà di 7 milioni di euro. Soldi che, così come per il resto d’Italia, sarebbe stato sicuramente più utile investire in depuratori e fognature.
I prelievi e le analisi di Goletta Verde sono stati eseguiti dal laboratorio mobile di Legambiente tra il 22 e il 23 luglio scorso. I parametri indagati sono microbiologici (enterococchi intestinali, Escherichia coli) e abbiamo considerato come “inquinati” i risultati che superano i valori limite previsti dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto attuativo del 30 marzo 2010) e “fortemente inquinati” quelli che superano di più del doppio tali valori.
Dei quattordici prelievi effettuati in provincia di Roma, addirittura dieci hanno riportato un giudizio di “fortemente inquinato”. Nella capitale cariche batteriche ben oltre i limiti sono state riscontrate alla foce del fiume Tevere e alla foce del canale presso il cancello numero 1 a Ostia (sempre a Ostia è invece risultato nei limiti il prelievo effettuato al canale dei Pescatori). Gli altri prelievi con esito negativo sono stati effettuati sul lungomare Pyrgi (altezza via Oleandri) a Santa Severa di Santa Marinella; ala foce del fiume Arrone, sul lungomare di Ponente di Fregene; alla foce del canale Crocetta (Filadelfia), alla foce del canale Orfeo e alla foce del Rio Torto tutti a Torvajanica, nel comune di Pomezia; alla foce del fosso Grande ad Ardea; alla foce del fosso Cavallo Morto (lungomare delle Sterlizzie) in località Lido dei Gigli di Anzio e alla foce del porto canale Loricina di Nettuno. Entro i limiti, invece, gli altri campionamenti: alla foce del fosso Zambra a Marina di Cerveteri; alla spiaggia presso la foce del canale e del fiume Statua a Ladispoli.

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No chiusura Corti d’appello in Sicilia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 aprile 2015

sicilia-regione-default-120718100156_bigL’Assemblea regionale siciliana ha detto no alla paventata soppressione di Corti d’Appello in Sicilia da parte del governo nazionale, votando alla unanimità oggi pomeriggio la mozione della Commissione regionale Antimafia. “Suscita nell’Isola seria preoccupazione e allarme la previsione del governo Renzi e dimostra la totale incomprensione delle specificità e caratteristiche del territorio siciliano – ha dichiarato il presidente dell’Antimafia Nello Musumeci, illustrando la mozione. “Il progetto di revisione del ministro della Giustizia, peraltro, non fa cenno della specificità dei bacini di utenza che, in una Regione come la Sicilia, soffre di un grave deficit infrastrutturale cronico, come tristemente dimostra la cronaca di questi giorni. Qualcuno – ha aggiunto Musumeci -dovrebbe spiegare al ministro che la chiusura di due o solo una Corte d’Appello nella nostra Isola (le più a rischio sono quelle di Caltanissetta e Messina) non sarebbe una mera sottrazione aritmetica ma l’abbattimento di un presidio del servizio di giustizia, anche per l’impatto della criminalità organizzata per la conseguente soppressione degli uffici Dia e della Dda.”

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Italia, spesa sanità più bassa in Ue ma regioni in deficit

Posted by fidest press agency su martedì, 12 febbraio 2013

In Italia, nonostante per la sanità si spenda il 26,1% in meno rispetto a paesi come Francia e Germania, tutte le regioni si avviano a chiudere il 2012 in deficit a causa della sanità. A ciò si somma il dato, reso noto dal Censis, secondo cui nello scorso anno 9 milioni di italiani hanno rinunciato totalmente o parzialmente alle cure per motivi economici. A dirlo è Walter Ricciardi, direttore l’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, in occasione della presentazione del Country Report Italia 2 013, documento di studio ed analisi dello stato di salute degli italiani, condotto in collaborazione con l’Associazione di iniziativa Parlamentare e legislativa per la Salute. Ciò che è emerso, tra le altre cose, è che a fronte di un’aumentata richiesta di salute di una popolazione che invecchia, oltre il 20% degli italiani ha più di 65 anni, la spesa sanitaria, pure tra le più basse d’Europa, cresce a un ritmo più elevato del Pil. «Negli ultimi 10 anni» ha sottolineato infatti Antonio Tomassini, presidente della commissione Sanità del Senato «la spesa sanitaria pubblica è cresciuta complessivamente di 61,8 miliardi di euro, passando dai 51,7 miliardi agli attuali 113,5 miliardi, e se consideriamo la componente privata si arriva a 144 miliardi di euro, aumentando più velocemente della crescita economica, peraltro estremamente contenuta nel nostro Paese, e le Regioni vanno in rosso proprio a causa della sanità». Il documento, pensato per essere uno strumento di lavoro per addetti e decisori politici, ha messo in evidenza una popolazione con esigenze cui il Servizio sanitario non dà risposte adeguate: il 90% degli eventi cardio e cerebrovascolari ha cause ambientali note eliminabili e modificabili, un terzo dei pazienti con infarto giunge troppo tardi in ospedale e quindi non viene trattato con terapia riperfusiva, le risorse diagnostiche e terapeutiche per la cardiopatia ischemica sono utilizzare meno efficacemente per le donne rispetto agli uomini, sono fermi al 23% i fumatori con più di 14 anni, al Nord ci si ammala di più di tumore ma si guarisce di più. Tutto ciò a fronte di un progressivo e marcato aumento delle aspettative di vita: il 10,3% degli italiani ha tra i 65 e i 74 anni e un altro 10% ne ha più di 75, in particolare donne. La situazione, si osserva nel rapporto, e andrebbe risolta con maggior coordinamento d elle politiche nazionali e locali, attività di prevenzione e di educazione alla salute nonchè un adeguamento dei servizi alla domanda di assistenza. (S.Z.fonte farmacista33)

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Manovra: La cosa giusta?

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 dicembre 2011

Prendo in mano l’Italia di oggi, Stato membro dell’Eurozona che usa una moneta straniera che si chiama Euro, che le viene fornita interamente da prestatori privati, senza alcun appoggio della Banca d’Italia. E in effetti questa Italia, così messa, deve, per sopravvivere, pareggiare i bilanci come minimo. Ma non solo. Deve arrivare al surplus di bilancio, cioè lo Stato dovrà tassarci molto di più di quello che ci dà come ricchezza finanziaria. Questo significa che dovremo tutti diventare più poveri, e soffrirne le orrende conseguenze sociali. Non si scappa. Monti e Draghi in questo hanno ragione, la loro ricetta non fa una grinza, è, tecnicamente parlando, un obbligo ineludibile. Anzi, è troppo tenera. E, di nuovo, non sto ironizzando. Esiste una regola aurea in economia che stabilisce questo, e ve lo spiego in sequenza:
– un Paese con moneta NON sovrana come siamo noi, per poter onorare gli interessi sui suoi titoli di Stato emessi (i BOT, BTP…) deve pagare un tasso d’interesse sui quei titoli non di molto superiore al tasso della sua crescita economica. Esempio: se quel Paese cresce al 2%, non può pagare tassi al 5, al 6, al 7,5 % ecc. Se no prima o poi fallisce. Noi stiamo crescendo quasi zero, e paghiamo tassi d’interesse dal 6 al 7%. Semplificando, è come se uno guadagnasse 1 soldo ma dovesse pagare un affitto di 6 soldi. Come fa?
– L’Italia dell’Euro non sovrano deve dunque trovare la differenza (soldi) in qualche modo, se no fallisce. E dove li può trovare? Monti, che non è un impreparato, lo sa bene: deve incassare tasse al netto, tagliare la spesa pubblica, e/o generare un forte aumento dell’export. Vediamoli:
– le tasse al netto sono prelievi da parte dello Stato sui nostri conti correnti, prelievi che devono essere superiori a ciò che lo Stato versa nei nostri conti correnti. I tagli alla spesa pubblica sono la logica conseguenza di quanto appena detto, poiché la spesa pubblica è proprio ciò che lo Stato che versa nei nostri conti correnti. L’aumento dell’export è la terza mossa, che però non elimina le altre due ovviamente. Vediamola:
– per esportare di più di quanto importiamo, quindi per incassare Euro al netto, l’Italia deve produrre cose a prezzi competitivi. Per essere competitiva ha tre strade: una non esiste più, perché necessitava di moneta sovrana (cosa che non abbiamo); la seconda è calare il costo del lavoro in fabbrica, così che i nostri prodotti costino un po’ meno di quelli dei rivali stranieri. La terza è di, ovviamente, far sì che gli italiani desiderino meno prodotti esteri (Iphone, Audi, Chanel, Sony, benzina…), perché se noi ne vogliamo invece tanti l’Italia non riuscirà mai a esportare più di quanto importa e quindi a incassare i soldi al netto che servono per il debito. E come si fa a convincere noi italiani a voler meno cose estere? Siamo troppo viziati, l’unica è impoverirci, punto. Monti lo sa, è un esperto, e questo fa.
Non voglio dipingere, qui, Mario Monti come un bravo e intelligente servo dello Stato. Si tratta semplicemente di un golpista. Ma tu, Susanna Camusso, devi capire che dato l’Euro, ripeto, CHE DATO L’EURO, dato il fatto che l’Italia oggi non può più onorare qualsiasi deficit semplicemente “facendosi staccare un assegno dalla propria Banca Centrale” (Wynne Godley, 1997) denominato nella sua moneta sovrana che era la Lira, dato questo orrendo arrangiamento monetario chiamato da tutti voi “la modernità” quando il tuo centrosinistra ce lo portò a Roma, non ci sono altre soluzioni cara Susanna. Monti fa l’unica cosa tecnicamente possibile, e anzi, dovrà imporre ancor più sacrifici, lacrime e sangue.
La tua, Camusso, è retorica. La cosa più vuota che il tuo vuoto scatolone affarista e mafioso chiamato CGIL abbia mai pronunciato nella sua storia. Prendi per i fondelli milioni di lavoratori facendo la scenetta dell’indignata che inorridisce di fronte all’iniqua manovra, e il tuo scatolone nazionale non dice una sola parola sull’unica reale causa di questa catastrofe d’impoverimento, che risponde al nome di Euro. Ma ditemi voi, con sindacati così chi ha bisogno dei capitalisti? Fanno tutto da soli. Il fatto è che le cose però si complicheranno anche per Monti, e lui lo sa benissimo già oggi. E per due motivi: detto e premesso tutto quanto spiegato sopra, e in particolare la necessità di portare gli interessi sui titoli di Stato italiani in parità (o quasi parità) con il tasso di crescita economica, il problema che si affaccerà per Mario sarà questo:
1) l’impoverimento generale di tutta l’Italia (risparmi, investimenti, produzione) dovuto all’austerità, porterà ad una prima entrata di liquidità in cassa, ma poi necessariamente a un calo della crescita economica, per forza. E allora Mario si troverà con quel maledetto coefficiente tassi d’interesse/crescita che si sballa di nuovo per via del calo del numerino relativo appunto alla crescita.
2) Lo stesso impoverimento generale causerà crollo dei redditi familiari e d’azienda, che significano però anche calo del gettito fiscale (tasse). Meno tasse significa meno soldi nelle casse di Roma per pagare il deficit. Risultato: Mario Monti si troverà con un cane che si morde la coda, e mentre da una parte darà un colpo per raddrizzare il cerchio, dall’altra il cerchio picchierà sul muro storcendosi di nuovo. E che farà a quel punto Mario? Ve lo metto per iscritto: farà quello che hanno sempre fatto tutti i robotizzati umanoidi della scuola economica Neoclassica e Neoliberista, cioè prescriverà ancor più dosi del veleno che ci starà ammazzando. Come fa Obama in USA, come fa il FMI in Estonia e in Irlanda, in Grecia, in Africa ecc. Fino a che saremo finiti. E pure lui, ma prima di quello si sarà fatto un passaggio da Nomura o alla JP Morgan per incassare una pensione multimilionaria con 3 o 4 anni di contributi (non 300 come chiede a te), tanto quanto sarà stato necessario per annientare l’Italia. (Paolo Barnard)

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La disoccupazione in Usa

Posted by fidest press agency su domenica, 4 settembre 2011

President Barack Obama and Warren Buffett in t...

Image via Wikipedia

Il dibattito fra il presidente Obama e i leader repubblicani per l’innalzamento del tetto al debito pubblico è terminato con una vittoria per gli avversari dell’inquilino alla Casa Bianca. Nonostante l’innalzamento al tetto del debito avvenuto all’ultimo momento Obama ha perso perché invece di concentrarsi sulla creazione di posti di lavoro tutto il discorso è stato indirizzato alla riduzione del deficit. Come se la disoccupazione non fosse così importante. Gli ultimi dati del mese di agosto rivelano però che l’enfasi sul deficit era sbagliata. Per la prima volta in undici mesi l’economia non ha creato nuovi posti di lavoro. Quattordici milioni di americani sono disoccupati.
Obama vuole adesso fare un discorso al Congresso per spiegare il suo piano per stimolare l’economia. Non si sa esattamente che cosa dirà ma le sue idee sono già trapelate in un modo o nell’altro. Si tratta di piani timidi che continuano a insistere sul cammino bipartisan invece di forti investimenti pubblici che la situazione attuale richiede. Obama vuole offrire sgravi fiscali ad aziende che assumono nuovi impiegati. Il costo sarebbe di 30 miliardi di dollari e creerebbe 900.000 nuovi posti di lavoro secondo alcuni. Il presidente ridurrebbe inoltre l’aliquota sul reddito dei lavoratori del 2 percento ed estenderebbe i benefici ai disoccupati che scadono alla fine di dicembre di quest’anno.
Il presidente intende anche creare una “banca” per l’infrastruttura che userebbe 30 miliardi per riparare ponti, strade, tunnel e porti che sono in pessime condizioni. Troppo pochi soldi che avranno un effetto positivo ma insufficiente. In realtà si tratta di misure molto timide che riflettono l’ideologia repubblicana eccetto per le spese sull’infrastruttura. Il limitato successo del presidente di cooperare con i repubblicani che controllano la Camera dei rappresentanti lascia poco da sperare considerando soprattutto l’intransigenza del Tea Party.
Obama si è rivelato un presidente abbastanza titubante, incapace di dirigersi direttamente al popolo americano con un solido piano simile alla New Deal di Roosevelt con investimenti pubblici che non solo creerebbero posti di lavoro ma eventualmente ridurrebbero il deficit come era successo durante la presidenza di Bill Clinton. Come si ricorda, quando Clinton uscì dalla Casa Bianca nel 2001 consegnò un surplus a George Bush che il nuovo inquilino ed i repubblicani sprecarono quasi immediatamente. Obama ha cercato di stimolare l’economia con gli ottocento miliardi di dollari spesi l’anno scorso considerati insufficienti dagli analisti ma visti dalla destra come conferma del presidente di essere spendaccione e di affibbiargli la responsabilità del deficit. La conquista della Camera dei repubblicani nel 2010 è stata interpretata dalla destra come un messaggio che gli elettori vogliono controllare il deficit e sono stanchi delle spese sfrenate di Washington. I sondaggi però rivelano un’altra cosa. La maggioranza degli americani crede, per esempio, che il deficit dovrebbe essere ridotto mediante tagli ma anche con aumenti delle tasse ai benestanti. Gli ultraricchi in America (ed anche in Europa) sono d’accordo che loro potrebbero contribuire di più come ha indicato anche Warren Buffett, il terzo uomo più ricco al mondo. I repubblicani però sono stati molto efficaci a proteggere i ricchi non toccandogli le tasche lasciando all’iniziativa privata il compito di creare i posti di lavoro. La realtà si è vista e continua a diventare più palese: in mancanza dell’iniziativa privata spetta al governo di creare posti di lavoro mediante investimenti a lavori pubblici. Questi investimenti sono indispensabili per il Paese considerando la brutta situazione dell’infrastruttura. Allo stesso tempo queste spese pubbliche creano posti di lavoro e stimolano l’economia anche per le aziende private. Rimodernare gli edifici scolastici, per esempio, urge non solo come investimento alla pubblica istruzione ma anche come immediata occupazione in un ambito in cui gli Stati e gli enti locali, a corto di soldi, non possono investire. Si calcola che per ogni dollaro speso dal governo si crea attività economica che equivale a un dollaro e quarantaquattro centesimi. Obama ha scelto di concentrarsi su ciò che ha possibilità di essere approvato dai repubblicani. Forse sarebbe ora che lui spiegasse al Paese un piano ambizioso per stimolare l’economia anche se i repubblicani non lo accetterebbero. Offrirebbe al Paese una visione costruttiva che gli elettori potrebbero accettare spronando i repubblicani ad implementarla. In caso contrario alle prossime elezioni gli americani potrebbero eleggere parlamentari e senatori che implementerebbero questa visione di investimenti oppure scegliere di mettere un repubblicano alla Casa Bianca. L’elezione presidenziale dell’anno prossimo potrebbe facilmente essere determinata dalla disoccupazione. Se Obama non riesce a creare sufficienti posti di lavoro anche lui potrebbe trovarsi disoccupato dato che un repubblicano entrerebbe alla Casa Bianca. (Domenico Maceri )

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I repubblicani ricattano Obama?

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 luglio 2011

“Andate a dire ai vostri elettori repubblicani se vogliono compromettere la sicurezza dei ragazzi per mantenere gli sgravi fiscali ai proprietari dei jet corporativi”. Parla il presidente Barack Obama mentre spiega l’importanza dell’aumento di alcune tasse per ridurre il deficit e convincere i repubblicani ad abbandonare la loro “religione” che qualsiasi aumento di tasse rappresenta il male. La riduzione degli sgravi fiscali ai proprietari di aerei non risolverebbe i problemi di bilancio degli Stati Uniti e intendeva solo scuotere i repubblicani dalla loro promessa solenne di non aumentare nessuna tassa. La maggior parte dei membri del Gop ha firmato questa promessa organizzata da Grover Norquist, fondatore di Americans for Tax Reform nel 1985. In essenza, Norquist è riuscito a spingere il Partito Repubblicano ad una posizione di estrema destra quando si tratta di questioni fiscali. Coloro i quali non aderiscono alla promessa vengono minacciati con la candidatura di membri di ultraconservatori, Tea Party, per sconfiggere i repubblicani moderati.
Ha funzionato molto bene ed in un certo senso la filosofia antitasse è stata combinata con il concetto che qualunque cosa che il governo faccia equivale a sprechi. Il bilancio va sempre tagliato. L’imminente innalzamento del tetto alle spese del governo federale è adesso usato dai repubblicani per ricattare Obama. Per accettare l’innalzamento i repubblicani vogliono solo ingenti tagli alle spese e solo tagli. Niente tasse in nessun modo. Obama ha offerto di ridurre il deficit mediante una combinazione di tagli e alcune tasse. Secondo il suo piano due terzi consisterebbero di tagli e l’altro terzo sarebbe di riduzione ad alcune agevolazioni fiscali che beneficiano i ricchi.
I repubblicani che stavano negoziando con l’amministrazione di Obama hanno abbandonato le trattative per il fatto delle tasse richieste dal presidente. La minaccia è di condurre allo “shutdown”, la chiusura dei servizi governativi non essenziali. Gli analisti più moderati dicono che senza l’innalzamento del debito pubblico il governo andrebbe in default e dovrebbe tagliare le spese del cinquanta percento. Non ci sarebbero fondi nemmeno per pagare gli agenti della FBI.
No, dicono gli estremisti del Tea Party, non ci sarà nessuna catastrofe se non si innalza il limite al tetto del bilancio. Si tratta semplicemente di stabilire le dovute priorità. Il problema più serio è la fiducia del governo americano di pagare i suoi debiti che sarebbe messa in discussione. La S&P ha già annunciato la probabilità di tagliare il rating del governo direttamente a “D” che equivale al default. Difficile misurare l’effetto che il default avrebbe su Wall Street e sul mondo finanziario mondiale. Nonostante la compattezza repubblicana contraria alle tasse qualche defezione minore si è già vista. Recentemente 47 legislatori repubblicani hanno votato a favore dell’eliminazione di sgravi fiscali alla produzione dell’etanolo. Alcune voci dei leader repubblicani al Senato hanno suggerito che l’aumento di alcune fonti di reddito alle casse del tesoro si potrebbero trovare. Questi includono i senatori John McCain, dello Stato dell’Arizona, e John Cornyn del Texas. Non hanno dato esempi specifici ma la retorica del Partito Repubblicano continua a professare l’aumento di tasse, qualunque tasse, potrebbe distruggere la fragile ripresa economica. Da parte sua Obama continua ad insistere e se non ottiene almeno l’aumento di alcune tasse il ricatto repubblicano chiarirà che nonostante la loro minoranza il Gop controlla il governo totalmente. Gli assistenti di Obama stanno dunque rileggendo la costituzione per vedere se il potere del presidente include un’interpretazione che gli permetterebbe di aumentare il tetto delle spese da solo.
In caso contrario, la mancanza di un accordo potrebbe condurre a una crisi di fiducia che non solo farebbe affondare Wall Street ma anche le borse mondiali. A chi addosserebbero la colpa gli elettori? Durante l’ultimo shutdown federale avvenuto nel 1996 gli americani additarono Newt Gingrich, l’allora presidente della camera dei rappresentanti, ed i repubblicani come colpevoli. Il presidente Bill Clinton ne uscì vincitore. Si ripeterà la storia con Obama? (Domenico Maceri)

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Riducendo il deficit in Usa: la lotta fra i due piani

Posted by fidest press agency su martedì, 19 aprile 2011

“Dare 200.000 dollari di benefici fiscali ai ricchi pagati con 6.000 da trenta anziani non è giusto”. Ecco cosa ha dichiarato il presidente Barack Obama nel suo recentissimo discorso alla George Washington University mentre spiegava il suo piano per affrontare la questione del deficit.
Si trattava di una frecciata indirizzata a Paul Ryan, presente in sala, presidente repubblicano della Commissione al Bilancio alla Camera, il quale pochi giorni fa aveva annunciato il piano del suo partito per risolvere il deficit. Obama si era “assentato” dalle questioni del deficit eccetto nelle ultime ore dei negoziati per evitare lo “shutdown”, la chiusura del governo per mancanza di avere approvato il bilancio annuale. L’annuncio del piano di Ryan apporterebbe tagli stratosferici di 6200 miliardi di dollari, tagli di 770 miliardi al Medicaid, e la privatizzazione del Medicare a cominciare dal 2022. I tagli di Obama non sarebbero molto diversi, 4.400 miliardi, ma includerebbero aumenti alle tasse dei benestanti ed anche tagli alla difesa. Si tratta di un piano più ragionevole che manterrebbe il Medicaid e Medicare anche se vi sarebbero tagli ma non così severi.
Il piano di Obama è stato ricevuto dai repubblicani con poco entusiasmo come era da aspettarsi. La sola menzione di tasse ha creato l’opposizione perché anatema al Dna del Partito Repubblicano. Non importa se gli aumenti alle tasse dei ricchi non causerebbero impatto alcuno al loro standard di vita. Qualsiasi aumento alle tasse consiste di un “peccato mortale” perché secondo il Gop uccide la creazione dei posti di lavoro. I problemi al bilancio si risolvono mediante tagli ed esclusivamente tagli. I tagli alle tasse, secondo la mitologia repubblicana, creano posti di lavoro. Gli aumenti sono “job killers”, assassini di posti di lavoro. L’idea è che più soldi i ricchi posseggono più investimenti faranno e creeranno lavori. L’esperienza recente non fornisce però la prova. La riduzione delle tasse approvate dall’amministrazione di George Bush del 2005 non ha creato posti di lavoro. Gli aumenti alle tasse invece dell’amministrazione di Bill Clinton nel 1993 crearono attività economiche con nuovi posti di lavoro. Obama intende mantenere la sua promessa della campagna elettorale del 2008 quando disse che gli individui con salari annuali di 250.000 dollari vedrebbero aumentate le loro tasse. Non ha mantenuto la promessa fino ad ora ed ha infatti continuato l’estensione delle tasse approvate da George Bush nel suo compromesso coi repubblicani l’anno scorso. Obama non ha insistito però che gli aumenti alle tasse dei benestanti creeranno posti di lavoro. Il presidente si è limitato a dire che la visione esposta dal piano di Ryan è “pessimista” e non rappresenta il meglio dell’America. Obama però ha offerto una “carota” quando ha spiegato che se il suo piano non dovesse risolvere la questione del deficit per il 2014 ci sarebbe un scatto di tagli automatico a tutti i programmi. Il piano di Obama dovrebbe essere bipartisan incaricando il vicepresidente Joe Biden a condurre le negoziazioni come ha fatto per evitare lo shutdown. Non sarà facile perché al momento sia i democratici che i repubblicani non si trovano in condizioni di fare compromessi. I democratici non possono accettare di privatizzare il Medicare perché eventualmente segnerebbe la sua fine. I repubblicani si sono creati un’oasi antitasse dalla quale non potranno uscire. In effetti, ognuno dei due partiti avrà il potere di imporre il veto ai programmi dell’altro considerando il fatto che i repubblicani controllano la Camera e i democratici sono in possesso del Senato e della Casa Bianca. Per i repubblicani sarebbe ingoiare veleno con l’aumento delle tasse. Ciononostante il presidente deve dimostrare che pagare le tasse è un dovere, qualcosa che gli americani potranno accettare se l’alternativa è la distruzioni di programmi “sacri” come il Social Security e il Medicare. Il fatto che Obama sia “sceso in campo” vuol dire che si può sperare. Il presidente possiede doti oratorie uniche e potrebbe farne uso per convincere il popolo, persino i ricchi, a fare sacrifici per il bene comune. Lo ha accennato nel suo discorso alla George Washington University quando ha dichiarato che non “c’è nulla di coraggioso chiedendo sacrifici ai più bisognosi che non hanno rappresentanza al Campidoglio”. Ha ragione. Togliere il pane dalla bocca dei poveri per arricchire i benestanti non è solamente antiamericano ma anche anticristiano. (Domenico Maceri)

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Sanità veneta in deficit

Posted by fidest press agency su sabato, 2 ottobre 2010

Per la Sanità veneta è un declassamento che fa scalpore, quasi quanto quello di Moody’s nei confronti della Grecia. Sì perché la regione era spesso citata dagli esperti come un esempio di virtù e il suo nome non mancava mai quando c’era da fare un elenco delle amministrazioni più “diligenti” per governo dell’assistenza. Verbi al passato. Oggi infatti il Veneto si ritrova con un servizio sanitario improvvisamente insostenibile e inefficiente, per colpa del quale a fine anno i bilanci potrebbero chiudere con un deficit di un miliardo di euro (su un budget di otto). Sembra uno scherzo del destino, perché la “bomba” è esplosa proprio quando dal governo arrivava l’ultima bozza di decreto legislativo sui costi standard, bozza che prevede tre regioni a fare da “campioni” e le altre costrette a imitare (e inseguire). La Lega vorrebbe che il Veneto facesse parte del terzetto ma se la selezione scattasse oggi la regione rimarrebbe certamente fuori. Colpa dell’Asl di Venezia, che in una lettera recapitata nei giorni scorsi al governatore Zaia anticipava lo “scoperto” con cui dovrebbe chiudere l’anno – circa 200 milioni – e chiedeva all’amministrazione garanzie sulla copertura del buco. Intercettata dai giornali, la missiva ha svelato uno dei segreti del buon governo veneto: da circa dieci anni la Regione pagava a pié di lista i debiti delle aziende sanitarie; certo, ai direttori generali venivano impartite direttive per ridurre costi e spese, ma poi provvedeva il governo regionale a far sì che la Sanità chiudesse sempre in pari, o quasi. La giunta a guida leghista insediatasi a primavera ha già fatto sapere di voler cambiare registro e così i conti hanno cominciato a venire alla luce. E sul banco degli imputati non c’è solo Venezia: Verona avrebbe uno scoperto di circa 250 milioni e secondo la stampa locale altre Asl sarebbero messe anche peggio, da cui quel miliardo complessivo di deficit che per ora rappresenta solo una stima. (fonte farmacia33)

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L’effetto metadone sugli Usa sta finendo

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2010

Nei passati due anni l’economia americana gravemente drogata è stata trattata con il «metadone finanziario di stato», ma i suoi mali profondi non sono stati affrontati e curati. Adesso che gli effetti della droga stanno venendo meno, i vecchi problemi e le grandi dipendenze ritornano alla luce.
Alcuni sintomi sono già visibili. A giugno il deficit commerciale mensile americano ha raggiunto i 50 miliardi di dollari, di cui più della metà con la Cina. Tra i tanti dati questo è forse il più indicativo, in quanto dimostra che l’economia Usa non è per niente decollata e che gli stimoli fiscali e gli incentivi monetari hanno esaurito il loro temporaneo effetto.  Il settore immobiliare, che con i mutui subprime è stato tra i fattori della crisi finanziaria globale, è di nuovo in grande affanno. I due colossi del credito fondiario, Fannie Mae e Freddie Mac, salvati dal governo e sottoposti ad amministrazione controllata, hanno goduto di un sostegno pubblico illimitato, che ha già superato i 210 miliardi di dollari. In aggiunta ora i due enti contano non-performing loans (crediti in sofferenza) per 335 miliardi di dollari! In realtà sono molto di più. Ma il vero problema è che essi hanno in riserva meno di 30 centesimi per ogni dollaro riferito ai suddetti titoli tossici.  Nei giorni scorsi la Federal Reserve ha confermato la sua scelta di mantenere il tasso di interesse vicino allo zero per cento e di acquistare maggiori quantità di titoli di stato a più lungo termine. Mentre si dichiarava di voler ridurre di 200 miliardi di dollari i bond del Tesoro in suo possesso, in realtà si decideva di aumentarli di altri 200 miliardi. Ciò porterà ad un ulteriore aumento di liquidità nel sistema economico con la vana speranza di nuovi investimenti e di nuovi consumi. Finora è stata una pura illusione. La Fed nei passati 20 mesi ha così portato il suo bilancio a 2.000 miliardi di dollari. Anche le grandi banche e le corporation hanno acceso nuovi crediti a tasso di interesse zero e aumentato enormemente la loro liquidità, senza però riversarla sugli investimenti, sulla modernizzazione tecnologica, sulla produzione e sull’occupazione. Insieme ne mantengono oltre 2.000 miliardi di dollari. È la famosa «trappola della liquidità», che a due anni dalla crisi, rischia di rappresentare la minaccia più grave alla stabilità economica e monetaria negli Stati Uniti e nel resto del mondo.  Tutto questo sta a dimostrare che l’intervento pubblico dello stato ha mancato il suo obiettivo. Ha salvato le banche che fallivano per avere speculato, consegnando nel contempo nelle loro mani un’arma pericolosa, cioè una grande liquidità senza condizione alcuna.  Si è addirittura spacciato lo stimolo fiscale per una moderna forma di New Deal. Sono invece due politiche completamente differenti. Lo stimolo economico è figlio dell’idea di un’economia a breve termine, che è una delle cause della crisi. Si ritiene che gli aiuti economici, quali i bonus per l’acquisto di nuove auto o frigoriferi, possano rimettere in moto l’economia. Sono positivi soltanto gli interventi che vanno a sostegno dei redditi bassi e della disoccupazione. Ma non bastano a far ripartire un motore rotto.  Il New Deal, invece, era un vasto programma a lungo termine per una vera rivoluzione industriale, tecnologica e sociale. Interveniva su tutte le grandi infrastrutture per una globale modernizzazione dell’economia. Si basava in particolare su due istituzioni innovative: la National Recovery Administration per guidare gli investimenti nelle infrastrutture e nelle opere pubbliche e la Reconstruction Finance Corporation per immettere nuovi crediti mirati a investimenti ben selezionati. Purtroppo questi programmi sono mancati nei passati mesi. Sappiamo che il presidente Obama è  sempre stato tenuto sotto scacco dalle lobby della finanza, ma è  altresì vero che adesso non può sottostare più a lungo ai ricatti, pena il rischio di un totale fallimento.
È quindi troppo benevolo parlare di una «sindrome giapponese» per gli Stati Uniti, cioè di un prolungato periodo di deflazione con prezzi bassi e stagnazione economica. In Giappone ciò ha portato a un debito pubblico che ha raggiunto il 200% del Pil. Oggi gli Usa sono in un momentaneo periodo di deflazione. L’America ha però di fronte il rischio di nuovi scenari di crisi che parlano di recessione e anche di una possibile spirale di inflazione alimentata dalla «bolla della liquidità».  Tale prospettiva dovrebbe far riflettere anche i paesi della vecchia Europa!  (di Mario Lettieri Sottosegretario all’economia nel governo Prodi e Paolo Raimondi  Economista)

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