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Posts Tagged ‘deforestazione’

La deforestazione nell’Amazzonia brasiliana

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 novembre 2019

Ha raggiunto tra agosto 2018 e luglio 2019 il tasso più alto registrato dal 2008. Ben 9.762 chilometri quadri, secondo i dati del Programma di monitoraggio satellitare della foresta amazzonica brasiliana (Prodes) dell’Istituto brasiliano di ricerche spaziali (INPE). Un indice sviluppato da questo Istituto mostra che nei primi tre mesi del monitoraggio (agosto-ottobre 2019) è aumentata del 100 per cento l’area interessata da allarmi di deforestazione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.“La politica del presidente Bolsonaro sta annientando la capacità del Brasile di combattere la deforestazione, favorendo chi commette crimini ambientali e incoraggiando le violenze verso Popoli Indigeni e comunità forestali tradizionali” dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. “Agire per porre fine alla deforestazione – dell’Amazzonia e di tutte le foreste del Pianeta – deve essere un obiettivo globale della Comunità Internazionale. Il governo brasiliano deve proteggere la foresta e i suoi abitanti, mentre governi nazionali e Ue devono impegnarsi concretamente e proporre una legislazione in grado di garantire che il cibo che mangiamo e i prodotti che utilizziamo non vengano prodotti a scapito dei diritti umani e delle foreste del Pianeta».L’Unione Europea, durante l’ultimo G7, ha dichiarato di voler difendere l’Amazzonia stanziando fondi contro gli incendi ma, al tempo stesso, ha elaborato, a fine luglio, un Piano d’azione contro la deforestazione che non affronta i costi ambientali e umani delle politiche commerciali e agricole dell’Ue, continuando a permettere a una manciata di multinazionali di accedere a nuovi mercati a scapito della necessità di valutare il costo ecologico, climatico e umano degli accordi commerciali in cui l’Ue è coinvolta. “L’Accordo di libero scambio Ue-Mercosur, che coinvolge il Brasile e altri tre stati del Sud America (Argentina, Paraguay e Uruguay), almeno così com’è, aumenterà le importazioni di materie prime agricole in Europa (a cominciare da carne e soia), con conseguenze devastanti per il clima, le foreste e i diritti umani, sacrificati ancora una volta sull’altare del profitto” conclude Borghi.Greenpeace chiede che l’Accordo UE-Mercosur sia sospeso finché le foreste non saranno adeguatamente protette e che comprenda misure efficaci per rispettare l’Accordo di Parigi sul clima, la Convenzione sulla diversità biologica e gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu. La distruzione delle foreste è una delle principali cause del cambiamento climatico e della massiccia estinzione delle specie a cui stiamo assistendo. Proteggere le foreste e promuovere pratiche agricole sostenibili ed ecologiche, è fondamentale per affrontare la crisi climatica che stiamo attraversando.

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Amazzonia: deforestazione potrebbe arrivare al 40%

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 marzo 2019

San Miniato. C’è il serio rischio che la deforestazione dell’Amazzonia, polmone verde del mondo, raggiunga il 40% dell’area totale. Una tragedia globale che porterebbe con sé danni irreparabili per l’intera umanità. L’allarme è stato lanciato dagli scienziati nella giornata conclusiva del 15° Forum internazionale dell’informazione ambientale organizzato da Greenaccord Onlus e dalla Regione Toscana a San Miniato.
L’Amazzonia è una regione in cui vivono 33 milioni di persone ed è davvero il polmone dell’umanità, ha ricordato Mauricio Lopez, segretario esecutivo Repam (Red Eclesial por l’Amazonia). “I media devono aiutare ad amazzonizzare il mondo. Basta pensare che il 20% dell’acqua consumata sul Pianeta viene dal territorio amazzonico, questo significa che tutto il mondo ha il dovere di interessarsi a questa regione”. Non solo le risorse idriche ma anche la quantità di ossigeno, il patrimonio genetico e la capacità di catturare il carbonio “rende questa foresta fondamentale per la vita di tutti. Occorre bloccare il modello di espansione del sistema agricolo, dell’allevamento e dell’estrazione perchè se il livello di deforestazione arriva al 40% il futuro del pianeta sarà a rischio”, ha spiegato l’esponente del Repam.Per mitigare gli effetti climatici occorre quindi predisporre risposte immediate, ha spiegato Fritz Hinterberger, direttore scientifico e presidente dell’Istituto europeo dello Sviluppo Sostenibile (Seri). In particolare, “dobbiamo ridurre l’80% di CO2 in quanto i dati economici dicono che la crescita economica sta rallentando mentre le emissioni aumentano”. La deforestazione provocherà l’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli con il risultato di accrescere la povertà nel mondo e per questo “bisogna rivedere i modelli di consumo, promuovere nuovi stili di vita e un’economia circolare dematerializzata”. (fonte: Greenaccord)

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Senza uno stop alla deforestazione un miliardo di migranti climatici entro il 2050

Posted by fidest press agency su martedì, 12 marzo 2019

San Miniato. “Se i governi non prenderanno urgenti misure per contenere i cambiamenti climatici, entro il 2050 si troveranno a dover far fronte a un miliardo di migranti climatici”. L’impressionante dato, contenuto in un’analisi del Club di Roma, è stato al centro degli interventi della seconda mattinata di lavori del 15esimo Forum Internazionale Greenaccord dell’informazione per la Salvaguardia della natura, in corso a San Miniato. A causare quello che potrebbe essere il più grande esodo della storia dell’uomo è l’incessante riscaldamento globale e gli eventi climatici estremi che sta causando. “Questi eventi – ha ricordato la giornalista finnico-canadese della rete Greenaccord Kaarin Rugiero – dagli anni 80 ad oggi sono triplicati. Ma inondazioni, tempeste, tifoni o, al contrario, siccità e ondate di calore estreme non sono solo problemi climatici. Hanno infatti un impatto sociale enorme sugli esseri umani. E ciò li trasformerà in un’emergenza mondiale che produrrà conflitti, carestie, malattie”.“Per questo occorre affrontare la realtà dei cambiamenti climatici come un rischio esistenziale immediato” ha spiegato Jinfeng Zhou, segretario generale China Biodiversity Conservation and Green Development Foundation. “Ma al momento l’andamento delle emissioni sta registrando un un decremento insufficiente a sostenere le azioni di mitigazioni climatiche. Bisogna intervenire ad esempio per bloccare i combustibili fossili. In Cina abbiamo già introdotto dei limiti ai veicoli che li utilizzano, spingendo verso l’uso di combustibili alternativi come le rinnovabili, l’eolico e il solare”.Nel corso della mattinata è stata presentata una fotografia dello stato di salute delle aree verdi nel Mediterraneo. “Un’area critica per quanto riguarda il controllo, il monitoraggio e l’adattamento ai cambiamenti climatici” ha spiegato Giuseppe Scarascia Mugnozza, professore ordinario di selvicoltura ed ecofisiologia forestale dell’università della Tuscia. “Attorno al Mare Nostrum si concentra il 30% del turismo mondiale, che è un’importante causa della pericolosa tendenza al sovrasfruttamento della terra”. In questo senso, le foreste “rappresentano l’infrastruttura ecologica verde più importante della regione del Mediterraneo, con 25mila specie presenti e un’importante quantità di acqua e suolo conservati. Inoltre – ha ricordato il docente – possono assorbire fino al 30% della Co2” per questo vanno preservate e protette con attenzione, puntando “sulla bioeconomia che ci consenta di applicare una gestione sostenibile del capitale naturale del nostro pianeta”. Ma, secondo uno studio della Fao, solo il 15% delle foreste è collocato nel sud del bacino mediterraneo e il dato è in diminuzione a fronte di una loro crescita nelle regioni settentrionali.Altra area nella quale le foreste sono sottoposte a un pericoloso e rapido depauperamento è il Sud-Est asiatico. A ricordarlo è stata Woro Supartinah, responsabile comunicazione del Network for Riau Forest Rescue, che ha presentato i dati relativi ai polmoni verdi presenti in Indonesia. “Le foreste di torba, che coprono oltre 20 milioni di ettari di suolo in Indonesia, sono tra le più vaste al mondo e svolgono una funzionalità ecologica fondamentale in quanto sono preziosissime riserve di carbonio. L’Indonesia conserva il 57% di gigatonnellate del carbonio sotto queste foreste” ha detto l’ambientalista.
Una situazione forse peggiore la stanno vivendo alcuni territori africani a partire dal Kenya dove la deforestazione va di pari passo con “drammatiche condizioni di povertà che colpiscono soprattutto le donne” ha raccontato Teresa Muthoni Maina Gitonga, dell’International Tree Foundation. “Il Kenya – ha sottolineato l’ambientalista – è il Paese con la minor presenza boschiva dell’Africa, il 7,2% di copertura, con oltre l’80% di aree desertificate. Per questi motivi, l’International Tree Foundation sta portando avanti un ambizioso progetto per la piantumazione di 20 milioni di alberi nelle foreste kenyiote”.
Spesso però proteggere il patrimonio boschivo è un lavoro difficile e complesso anche per colpa di legislazioni che nulla fanno per incentivarne la tutela. Accade ad esempio in Russia dove “le leggi rendono difficile il nostro lavoro e le Ong ambientali non sono affatto ben viste” ha denunciato Andrey Laletin, presidente del Friends of the Siberian Forests. “In Siberia si trova un altro dei polmoni verdi del Pianeta – ha spiegato ai giornalisti presenti – e le foreste occupano 515 milioni di ettari, il 40% di tutto il territorio. Vi abitano almeno 20 popolazioni indigene. Tutte queste foreste si trovano sul permafrost e sempre più spesso di registrano incidenti boschivi che hanno favorito lo scioglimento del metano, un gas serra 30 volte più pericoloso rispetto alla Co2”.Invertire la tendenza è un compito gravoso ma necessario. Ad ogni latitudine. E cruciale è l’apporto anche del settore industriale. Le aziende più lungimiranti lo stanno facendo, per cercare tra l’altro di cancellare gli errori fatti in passato. “Sostenibilità e profitti devono e possono essere coniugati” ha osservato Valeria Bracciale, del dipartimento Innovation & Sustainability di Enel. “Il nostro amministratore delegato sta infatti operando per integrare sempre di più il nostro business con la tutela del territorio e del suo patrimonio naturale. Per riuscirci è fondamentale lavorare con le comunità locali per salvaguardare la biodiversità”.

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Dalla deforestazione alla devastazione del mare: sversamento di olio di palma a Hong Kong

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

Hong KongHong Kong. Giorni fa è avvenuta una collisione tra due navi a sud di Hong Kong nelle acque prospicienti il delta del Fiume Pearl. Secondo informazioni ottenute da Tradewinds News, la the chimichiera giapponese Global Apollon, della GMS, e la nave cargo Kota Ganteng, della Pacific International Lines (PIL), siano entrate in collisione, ma si hanno a disposizione ben pochi dettagli. Restano altresì sconosciuti i dettagli relativi ai danni, ma la nave cargo Kota Ganteng ha ripreso la navigazione verso Singapore. La Global Apollon si trova all’ancora nelle acque vicine all’Isola di Guishan, facenti parte della Cina, site appena a sud-ovest delle Isole di Soko, appartenenti a Hong Kong.La Global Apollon trasportava 9.000 tonnellate di olio di palma grezzo e una significativa quantità (il cui ammontare non è noto) di tale sostanza si è sversata nelle acque circostanti. Le autorità di Guangzhou hanno mobilitato 9 imbarcazioni al fine di fornire assistenza e di contenere lo sversamento, in base ai rapporti che abbiamo esaminato, eppure il governo di Hong Kong asserisce di non essere stati informati della fuoriuscita di olio fino a sabato 5 agosto 2017. Quando il governo di Hong Kong ha scoperto l’accaduto, grandi quantità di questo olio di palma avevano ormai iniziato a giungere a riva sulle spiagge meridionali di Hong Kong.Sea Shepherd ha avuto notizia dello sversamento domenica, dopo che cittadini attenti a tali questioni hanno iniziato a chiedere che cosa fosse quella sostanza collosa di colore bianco e se rappresentasse un pericolo. Il governo di Hong Kong aveva affisso alcuni avvisi a stampa di dimensioni molto piccole (A4) presso le spiagge specificamente deputate dal governo stesso alla balneazione, ma, alla data odierna, non ha emesso avvertimenti pubblici di maggiore rilevanza. Infatti, il nuovo Sottosegretario per l’Ambiente, Tse Chin-wan, ha affermato che tutto è sotto controllo e che lo sversamento non da adito a preoccupazioni per la salute pubblica.
Privati cittadini sensibili alla questione sono in disaccordo con tale affermazione, dopo aver visto con i propri occhi la situazione delle loro spiagge, dunque si sono mobilitati per ripulire quello che il governo dovrebbe star ripulendo. Nel 2012 si è riversata in mare un’enorme quantità di minuscole palline di plastica che hanno ricoperto le spiagge di Hong Kong, quando una nave, durante un tifone, ha perso sei container. I privati cittadini di Hong Kongs sono altamente consapevoli delle limitazioni che qualunque governo presenta quando si trova di fronte a un episodio di tali dimensioni, e sono molto desiderosi di dare aiuto in qualità di volontari.
Gary Stokes, Direttore per l’Asia di Sea Shepherd Global, ha scritto una lettera aperta al Direttore del Dipartimento Marittimo e ad altri dipartimenti governativi, al fine di offrire assistenza di tipo simile a quella offerta nel 2012. A tutt’oggi l’unica risposta ricevuta da Sea Shepherd è stata: “Grazie, vi ricontatteremo”.Durante uno dei pattugliamenti condotti con l’imbarcazione Amberjack, Sea Shepherd ha documentato situazioni in cui dei pesci si cibavano dell’olio di palma, quasi in “condizioni di frenesia”. Ancora non si conoscono gli effetti che l’olio di palma ha sul pesce, ma si sono verificati aumenti nella quantità di pesci morti trasportati dal mare sulle spiagge.Sebbene l’olio di palma, in sé e per sé, non rappresenti un pericolo per gli esseri umani, il problema è dato dai batteri che esso attira e che crescono su di esso. L’olio di palma passa allo stato liquido a 35˚C, dunque in acqua esso rimane allo stato solido. Quando raggiunge le spiagge o delle coste rocciose, si scioglie. Ne abbiamo rilevate infiltrazioni a 10,16 cm nella spiaggia, profondità a cui si raffredda e torna allo stato solido. Ciò non lascia ben sperare, perché occorrono poi 30 giorni perché l’olio si scomponga. Gran parte di esso ritorna in mare, creando una macchia d’olio che riduce i livelli di ossigeno nell’acqua in maniera affine agli episodi noti come “maree rosse”.Sversamenti analoghi nel Regno Unito hanno spinto il governo di tale Paese ad emettere un avviso alla cittadinanza affinché facesse in modo che i bambini piccoli e i cani stessero lontani dalle spiagge. “A Hong Kong abbiamo visto bambini che giocavano nell’olio di palma. I genitori hanno detto di aver sentito dire dal governo che ‘non è affatto un pericolo'”, racconta Gary Stokes.”La triste realtà è la nostra dipendenza dall’olio di palma, che sta facendo scomparire le foreste pluviali in Indonesia e in Malesia per soddisfare la domanda in materia della nostra dipendenza da snack prodotti industrialmente”. Il doppio impatto negativo sull’ambiente è rappresentato dal fatto che l’olio di palma, con tutta probabilità, ha distrutto l’habitat delle specie delle foreste pluviali e ora inquina gli habitat marini, minacciando la vita negli oceani di Hong Kong”.Le operazioni di pulizia continuano, portate avanti da volontari provenienti da tutta Hong Kong che si recano sulle spiagge dell’Isola di Lamma, il punto dove la situazione è peggiore. “In momenti come questi, gli eroi della vita di ogni giorno appaiono emergendo dalla folla e si danno da fare laddove è necessario. Uno speciale riconoscimento deve essere tributato a Robert Lockyer, Keilem Ng e Julia Leung, tra i molti che lavorano ogni giorno sulle spiagge coordinando i volontari”, afferma Stokes. (Traduzione a cura di Sea Shepherd Italia).

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Dichiarazione di Amsterdam per fermare la deforestazione

Posted by fidest press agency su sabato, 20 maggio 2017

olio di palmaIn vista dell’incontro del G7 dei Ministri dell’Ambiente, in programma a Bologna dal 10 al 12 giugno, Campagne Liberali scrive al Ministro Gian Luca Galletti, invitandolo a firmare la Dichiarazione di Amsterdam per fermare la deforestazione favorendo la produzione dell’olio di palma sostenibile, e a estendere l’invito ai colleghi che ancora non l’hanno fatto. La Dichiarazione – che è già stata sottoscritta dai governi di Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Regno Unito –invita le imprese produttrici di olio di palma a fermare la deforestazione, favorendo invece coltivazioni pienamente sostenibili.
“Il Parlamento europeo – si legge nel testo della lettera – ha recentemente approvato una risoluzione in cui si invita la Commissione e tutti gli Stati membri che non hanno ancora agito in tal senso a dimostrare la propria volontà nel conseguire un impegno nazionale a livello dell’Unione Europea per ottenere il 100% di olio di palma sostenibile certificato entro il 2020 firmando e attuando la Dichiarazione di Amsterdam sui progressi verso l’eliminazione della deforestazione dalle catene di approvvigionamento delle materie prime agricole con i paesi europei, e ad adoperarsi verso un impegno settoriale a sostegno di una catena di approvvigionamento dell’olio di palma pienamente sostenibile sempre entro lo stesso anno”.“La produzione di olio di palma sostenibile favorisce la salvaguardia delle foreste e consente ai produttori locali di creare un’economia sempre più prospera, e quindi più sensibile alle questioni ambientali”, prosegue ancora la nota di Campagne Liberali, che così conclude: “Si può fare ancora molto e la firma della Dichiarazione di Amsterdam è un ulteriore e importantissimo passo in questa direzione”. (foto: olio di palma)

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Proteggere dalla deforestazione illegale le terre della riserva indigena dell’Alto Turiaçu

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2015

Ka'apor indigenous leaders receive training from Greenpeace activists in the use of trap cameras and satellite trackers. In late August 2015, Ka'apor leaders from the Alto Turiacu Indigenous Land, in the North of Maranhão state, started to integrate the use of technology in their autonomous activities of monitoring and protecting their traditional territory, in partnership with Greenpeace. Among the suggested tools adopted by the Ka'apor people are: more accurate maps; trap cameras aimed to document the invasion of logging trucks; and satellite trackers to monitor the routes of logging trucks in and out of the Alto Turiacu Indigenous land. Photo: Lunae Parracho / Greenpeace Na foto, indígenas Ka'apor recebem treinamento de ativistas do Greenpeace para utilização de câmeras ocultas e rastreadores via satélite. No final de agosto de 2015, lideranças Ka'apor da Terra Indígena Alto Turiaçu, no norte do Maranhão, começaram a integrar o uso de tecnologia às atividades autônomas de monitoramento e proteção do seu território tradicional, em parceria com o Greenpeace. Entre as ferramentas sugeridas e adotadas na ação pelas lideranças Ka’apor estão mapas mais precisos, armadilhas fotográficas ativadas por sensores de movimento e temperatura que podem flagrar a invasão dos caminhões madeireiros, e rastreadores via satélite, que permitem monitorar suas rotas dentro e fora da Terra Indígena. Foto: Lunae Parracho / Greenpeace

Ka’apor indigenous leaders receive training from Greenpeace activists in the use of trap cameras and satellite trackers. In late August 2015, Ka’apor leaders from the Alto Turiacu Indigenous Land, in the North of Maranhão state, started to integrate the use of technology in their autonomous activities of monitoring and protecting their traditional territory, in partnership with Greenpeace. Among the suggested tools adopted by the Ka’apor people are: more accurate maps; trap cameras aimed to document the invasion of logging trucks; and satellite trackers to monitor the routes of logging trucks in and out of the Alto Turiacu Indigenous land. Photo: Lunae Parracho / Greenpeace
Na foto, indígenas Ka’apor recebem treinamento de ativistas do Greenpeace para utilização de câmeras ocultas e rastreadores via satélite. No final de agosto de 2015, lideranças Ka’apor da Terra Indígena Alto Turiaçu, no norte do Maranhão, começaram a integrar o uso de tecnologia às atividades autônomas de monitoramento e proteção do seu território tradicional, em parceria com o Greenpeace. Entre as ferramentas sugeridas e adotadas na ação pelas lideranças Ka’apor estão mapas mais precisos, armadilhas fotográficas ativadas por sensores de movimento e temperatura que podem flagrar a invasão dos caminhões madeireiros, e rastreadores via satélite, que permitem monitorar suas rotas dentro e fora da Terra Indígena. Foto: Lunae Parracho / Greenpeace

Gli attivisti di Greenpeace Brasile hanno risposto alla richiesta di aiuto del popolo

Monitoring post created by the Ka'apor for their independent monitorig system. Between 2013 and 2015, the Ka'apor created 8 monitoring posts in Alto Turiacu indigenous land to control illegal loggers invasion. The Alto Turiacu indigenous land, from the Ka’apor people, spreads around 530 thousand hectares and is one of the last areas of Amazon forest in Maranhão state. In the last 25 years, that land has been continuously trespassed by illegal loggers – a threat not only to the forest itself, but to the Indians, victims of life threats, attempts and murders. Tired of waiting for the Brazilian government to take action even after several reports, the Ka’apor people developed an independent project to monitor and cast out trespassers Posto de vigilância criado pelos Ka’apor para seu sistema de monitoramento independente. Entre 2013 e 2015, os Ka’apor criaram 8 postos de vigilância na Alto Turiaçu para proteger seu território contra a invasão de madeireiros. Distribuída em cerca de 530 mil hectares, a Terra Indígena Alto Turiaçu, do povo Ka’apor, representa uma das últimas extensões de floresta amazônica no Maranhão. Nos últimos 25 anos, esse território tem sido continuamente invadido por madeireiros ilegais, que representam não apenas uma ameaça à floresta, mas também aos índios, vítimas frequentes de ameaças, assassinatos e atentados contra as suas lideranças. Cansados de esperar por uma atitude das autoridades brasileiras depois de inúmeras denúncias, os Ka’apor desenvolveram um projeto independente de monitoramento para expulsar os invasores de suas terras. Atendendo a um pedido de ajuda desse povo o Greenpeace auxiliou o povo Ka’apor a agregar a esse sistema de autovigilância o uso de tecnologias, como rastreadores e trap cams, que poderiam ser implementadas pelos próprios indígenas e fornecer evidências mais contundentes e pressionar ainda mais o governo brasileiro. Agosto de 2015. Foto: Fábio Nascimento / Greenpeace

Monitoring post created by the Ka’apor for their independent monitorig system. Between 2013 and 2015, the Ka’apor created 8 monitoring posts in Alto Turiacu indigenous land to control illegal loggers invasion. The Alto Turiacu indigenous land, from the Ka’apor people, spreads around 530 thousand hectares and is one of the last areas of Amazon forest in Maranhão state. In the last 25 years, that land has been continuously trespassed by illegal loggers – a threat not only to the forest itself, but to the Indians, victims of life threats, attempts and murders. Tired of waiting for the Brazilian government to take action even after several reports, the Ka’apor people developed an independent project to monitor and cast out trespassers
Posto de vigilância criado pelos Ka’apor para seu sistema de monitoramento independente. Entre 2013 e 2015, os Ka’apor criaram 8 postos de vigilância na Alto Turiaçu para proteger seu território contra a invasão de madeireiros. Distribuída em cerca de 530 mil hectares, a Terra Indígena Alto Turiaçu, do povo Ka’apor, representa uma das últimas extensões de floresta amazônica no Maranhão. Nos últimos 25 anos, esse território tem sido continuamente invadido por madeireiros ilegais, que representam não apenas uma ameaça à floresta, mas também aos índios, vítimas frequentes de ameaças, assassinatos e atentados contra as suas lideranças. Cansados de esperar por uma atitude das autoridades brasileiras depois de inúmeras denúncias, os Ka’apor desenvolveram um projeto independente de monitoramento para expulsar os invasores de suas terras. Atendendo a um pedido de ajuda desse povo o Greenpeace auxiliou o povo Ka’apor a agregar a esse sistema de autovigilância o uso de tecnologias, como rastreadores e trap cams, que poderiam ser implementadas pelos próprios indígenas e fornecer evidências mais contundentes e pressionar ainda mais o governo brasileiro. Agosto de 2015. Foto: Fábio Nascimento / Greenpeace

indigeno dei Ka’apor e stanno lavorando al loro fianco per monitorare e proteggere dalla deforestazione illegale le terre della riserva indigena dell’Alto Turiaçu nello stato di Maranhão.La scorsa settimana gli attivisti di Greenpeace hanno affiancato i Ka’apor in un accurato lavoro di mappatura della foresta, installando telecamere dotate di sensori termici e di movimento per documentare la sistematica e illegittima invasione della riserva perpetrata dalla mafia del legno. I Ka’apor potranno inoltre disporre di GPS per monitorare il passaggio dei camion usati dai taglialegna per attraversare le aree forestali dell’Alto Turiaçu.«Abbiamo deciso di intervenire perché la foresta è la nostra casa. La foresta ci assicura la vita stessa. Senza la foresta, noi non saremmo i Ka’apor: il nostro nome significa infatti “Abitanti della foresta”. Per questo dobbiamo difenderla a ogni costo», afferma uno dei leader della comunità Ka’apor, che ha chiesto di restare anonimo per motivi di sicurezza.Il Territorio Indigeno dell’Alto Turiaçu è uno degli ultimi tratti di foresta amazzonica nello stato del Maranhão, ma è sempre più vulnerabile a causa delle invasioni dei taglialegna e dei cacciatori. Secondo i dati ufficiali del DEGRAD (il sistema di mappatura dell’Istituto Nazionale di Ricerca Spaziale che misura il degrado delle foreste in Amazzonia), tra il 2007 e il 2013 ben 5.733 ettari di foresta dell’Alto Turiaçu hanno subito un serio degrado per colpa della deforestazione illegale. Alla fine del 2014, l’8 per cento della foresta all’interno del terre indigene (circa 41 mila ettari) risultava disboscato.La mafia del legno si fa strada nei territori indigeni alla ricerca di specie di legno pregiate come l’Ipé, che una volta lavorato ed esportato può essere venduto a un prezzo che arriva a 1.300 euro per metro cubo. Dal 2008 i Ka’apor chiedono pubblicamente al governo brasiliano di

Ka'apor Indians setting up trap cameras in areas used by illegal loggers to invade the indigenous territory. In late August 2015, Ka'apor leaders from the Alto Turiacu Indigenous Land, in the North of Maranhão state, started to integrate the use of technology in their autonomous activities of monitoring and protecting their traditional territory, in partnership with Greenpeace. Among the suggested tools adopted by the Ka'apor people are: more accurate maps; trap cameras aimed to document the invasion of logging trucks; and satellite trackers to monitor the routes of logging trucks in and out of the Alto Turiacu Indigenous land. Photo: Lunae Parracho / Greenpeace Indígenas Ka'apor instalam cameras ocultas em areas exploradas por madeireiros ilegais. No final de agosto de 2015, lideranças Ka'apor da Terra Indígena Alto Turiaçu, no norte do Maranhão, começaram a integrar o uso de tecnologia às atividades autônomas de monitoramento e proteção do seu território tradicional, em parceria com o Greenpeace. Entre as ferramentas sugeridas e adotadas na ação pelas lideranças Ka’apor estão mapas mais precisos, armadilhas fotográficas ativadas por sensores de movimento e temperatura que podem flagrar a invasão dos caminhões madeireiros, e rastreadores via satélite, que permitem monitorar suas rotas dentro e fora da Terra Indígena. Foto: Lunae Parracho / Greenpeace

Ka’apor Indians setting up trap cameras in areas used by illegal loggers to invade the indigenous territory. In late August 2015, Ka’apor leaders from the Alto Turiacu Indigenous Land, in the North of Maranhão state, started to integrate the use of technology in their autonomous activities of monitoring and protecting their traditional territory, in partnership with Greenpeace. Among the suggested tools adopted by the Ka’apor people are: more accurate maps; trap cameras aimed to document the invasion of logging trucks; and satellite trackers to monitor the routes of logging trucks in and out of the Alto Turiacu Indigenous land. Photo: Lunae Parracho / Greenpeace
Indígenas Ka’apor instalam cameras ocultas em areas exploradas por madeireiros ilegais. No final de agosto de 2015, lideranças Ka’apor da Terra Indígena Alto Turiaçu, no norte do Maranhão, começaram a integrar o uso de tecnologia às atividades autônomas de monitoramento e proteção do seu território tradicional, em parceria com o Greenpeace. Entre as ferramentas sugeridas e adotadas na ação pelas lideranças Ka’apor estão mapas mais precisos, armadilhas fotográficas ativadas por sensores de movimento e temperatura que podem flagrar a invasão dos caminhões madeireiros, e rastreadores via satélite, que permitem monitorar suas rotas dentro e fora da Terra Indígena. Foto: Lunae Parracho / Greenpeace

Ka'apor Indians set on fire illegal logs found near the indigenous territory. In late August 2015, Ka'apor leaders from the Alto Turiacu Indigenous Land, in the North of Maranhão state, started to integrate the use of technology in their autonomous activities of monitoring and protecting their traditional territory, in partnership with Greenpeace. Among the suggested tools adopted by the Ka'apor people are: more accurate maps; trap cameras aimed to document the invasion of logging trucks; and satellite trackers to monitor the routes of logging trucks in and out of the Alto Turiacu Indigenous land. Photo: Lunae Parracho / Greenpeace Indígenas Ka'apor queimam madeira ilegal encontrada perto do territorio indigena. No final de agosto de 2015, lideranças Ka'apor da Terra Indígena Alto Turiaçu, no norte do Maranhão, começaram a integrar o uso de tecnologia às atividades autônomas de monitoramento e proteção do seu território tradicional, em parceria com o Greenpeace. Entre as ferramentas sugeridas e adotadas na ação pelas lideranças Ka’apor estão mapas mais precisos, armadilhas fotográficas ativadas por sensores de movimento e temperatura que podem flagrar a invasão dos caminhões madeireiros, e rastreadores via satélite, que permitem monitorar suas rotas dentro e fora da Terra Indígena. Foto: Lunae Parracho / Greenpeace

Ka’apor Indians set on fire illegal logs found near the indigenous territory. In late August 2015, Ka’apor leaders from the Alto Turiacu Indigenous Land, in the North of Maranhão state, started to integrate the use of technology in their autonomous activities of monitoring and protecting their traditional territory, in partnership with Greenpeace. Among the suggested tools adopted by the Ka’apor people are: more accurate maps; trap cameras aimed to document the invasion of logging trucks; and satellite trackers to monitor the routes of logging trucks in and out of the Alto Turiacu Indigenous land. Photo: Lunae Parracho / Greenpeace
Indígenas Ka’apor queimam madeira ilegal encontrada perto do territorio indigena. No final de agosto de 2015, lideranças Ka’apor da Terra Indígena Alto Turiaçu, no norte do Maranhão, começaram a integrar o uso de tecnologia às atividades autônomas de monitoramento e proteção do seu território tradicional, em parceria com o Greenpeace. Entre as ferramentas sugeridas e adotadas na ação pelas lideranças Ka’apor estão mapas mais precisos, armadilhas fotográficas ativadas por sensores de movimento e temperatura que podem flagrar a invasão dos caminhões madeireiros, e rastreadores via satélite, que permitem monitorar suas rotas dentro e fora da Terra Indígena. Foto: Lunae Parracho / Greenpeace

prendere provvedimenti contro queste attività illegali che sono spesso causa di violenze e perfino di omicidi.Secondo i dati del Consiglio Missionario Indigeno (CIMI), negli ultimi quattro anni sono stati uccisi quattro Ka’apor, mentre quindici leader hanno subito attacchi violenti. L’ultimo omicidio è avvenuto lo scorso 26 aprile, quando è stato assassinato Eusébio Ka’apor, uno dei leader più attivi nella lotta contro la deforestazione. Un caso su cui le autorità competenti non hanno ancora svolto indagini adeguate, malgrado le evidenze di collegamenti tra gli assassini e il taglio illegale del legno.«Le tecnologie GPS aiuteranno i Ka’apor a sorvegliare in modo autonomo la foresta e a proteggere le loro terre. Ma saranno utili anche per fornire ulteriori prove a sostegno della necessità di un intervento concreto da parte delle autorità per porre fine alle violenze provocate dal taglio selvaggio e illegale perpetrato in questa regione», commenta Martina Borghi, Campagna Foreste di Greenpeace Italia. «Finora il popolo Ka’apor ha potuto contare solo sulle proprie risorse per difendere il territorio e la sua stessa sopravvivenza. Noi abbiamo offerto supporto tecnologico, ma purtroppo ancora non basta. È necessario che il governo brasiliano protegga il popolo Ka’apor, garantendogli i diritti fondamentali».
Greenpeace chiede agli operatori del mercato internazionale del legno di esigere dai loro fornitori brasiliani ulteriori garanzie, oltre ai documenti ufficiali, per assicurarsi che il legname proveniente dall’Amazzonia non derivi dal contrabbando nelle terre indigene. Il governo brasiliano deve inoltre rivedere tutti i piani di gestione forestale approvati dal 2006 in Amazzonia come primo passo per porre fine alla deforestazione illegale, assicurando al tempo stesso piena ed effettiva protezione di tutti i territori indigeni. (foto: foresta)

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Deforestazione ad Ostia

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 marzo 2011

Ostia Lido, Roma, Italia

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Ostia (Roma)  “A Ostia Lido lo scorso anno sono stati tagliati alberi perché malati, ma dove sono le nuove piantumazioni?”. A chiederselo è Paola Torbidoni, responsabile per il XIII Municipio di Roma dell’Italia dei Diritti. Il riferimento è a via Costanzo Casana, via Carlo Marenco di Moriondo e vie limitrofe, una porzione di territorio di circa tre chilometri che, lo scorso anno, ha subito un processo di deforestazione ad opera del Comune di Roma. Critica la responsabile del movimento presieduto da Antonello De Pierro: “Se le piante sono realmente malate debbono essere rimosse totalmente,  lasciare dei monconi di albero da ottanta centimetri non ha senso anche perché – incalza  la Torbidoni – tolgono spazio al marciapiede”.  L’assessore all’ambiente capitolino, Fabio Di Lillo, aveva assicurato che ad ogni abbattimento sarebbero corrisposte nuove piantumazioni, e allora l’esponente del movimento extraparlamentare  si domanda che fine abbia fatto questa promessa. La Torbidoni cita l’azione di Roberto Tavani, assessore del XVII Municipio che, al fine di avallare ogni intervento di deforestazione, ha chiesto al Campidoglio di fornire schede tecniche e motivazioni. L’intento è quello di evitare abbattimenti atti a deturpare il quartiere e distruggere il verde, costringendo il Municipio ad utilizzare fondi per rimediare ai danni del Comune.“Dal momento che abbiamo ricevuto lo stesso misfatto, auspico che venga riservato al quartiere Ostia Lido il medesimo servizio”, afferma la Torbidoni che si chiede quanto tempo bisognerà aspettare per ottenere  il ripristino degli alberi abbattuti inutilmente.

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Appello ad Obama: ferma la deforestazione

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 novembre 2009

Mentre Barack Obama si prepara al suo primo viaggio in Indonesia da presidente e gli Stati Uniti continuano a intralciare i progressi degli incontri sul clima prima del summit di Copenhagen, più di cinquanta attivisti di Greenpeace  hanno srotolato uno striscione di circa 600 metri quadrati in una foresta torbiera recentemente deforestata con il messaggio “Obama tu puoi fermare tutto questo!” Il Presidente degli Stati Uniti, infatti, secondo Greenpeace, ha la possibilità e il dovere morale di porre fine alla deforestazione – che causa ben un quinto delle emissioni di gas serra a livello globale – e di evitare al nostro pianeta e alla nostra specie la catastrofe climatica. Intanto un altro gruppo di attivisti ha bloccato sette enormi escavatori di proprietà della multinazionale della carta APRIL, la più grande produttrice di polpa di cellulosa e carta in Indonesia. L’obiettivo è proteggere una preziosa foresta torbiera che la APRIL ha intenzione di distruggere per far spazio a piantagioni di alberi per la produzione di carta da vendere ai propri clienti a livello internazionale. L’azione di oggi si è svolta nella penisola di Kampar, nell’isola indonesiana di Sumatra dove Greenpeace già da alcune settimane ha costruito il “Campo di resistenza per il clima”. “Presidente cosa sta aspettando? –  chiederebbe a Obama Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia che domani raggiungerà il campo di Kampar – Obama ha promesso che avrebbe preso misure decisive per evitare il caos climatico nel nostro pianeta ma, a poche settimane dal Summit sul clima di Copenhagen, sembra invece  che la sua amministrazione stia lavorando per provocare uno stallo delle trattative e non per ottenere un accordo che sia giusto, efficace e che includa la fine della distruzione delle foreste del pianeta“ conclude Campione. Greenpeace stima che, per porre fine alla deforestazione, i Paesi industrializzati debbano investire 30 miliardi di euro ogni anno nella protezione delle foreste. La cifra suona enorme, ma è meno di quanto gli Stati Uniti abbiano dato a singole banche durante la crisi economica dello scorso anno. La distruzione delle foreste e delle torbiere indonesiane rilascia in atmosfera enormi quantità di CO2. Per questo motivo l’Indonesia  occupa il terzo posto nella classifica dei paesi emettitori dopo la Cina e gli Stati Uniti. Al Campo di resistenza per il clima di Greenpeace da settimane si costruiscono dighe per bloccare il drenaggio e la distruzione di questi preziosissimi depositi di carbonio. Le torbiere di quest’area, infatti, trattengono circa due miliardi di tonnellate di carbonio che verrebbe emesso in atmosfera se questa foresta venisse distrutta.

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Uniti contro la deforestazione

Posted by fidest press agency su sabato, 10 ottobre 2009

Nel corso di una conferenza stampa organizzata da Greenpeace a San Paolo, le aziende più importanti al mondo nel settore della produzione della carne e della pelle hanno unito le loro forze per mettere al bando l’acquisto di capi di bestiame provenienti da aree recentemente deforestate. JBS-Friboi, Bertin, Minerva e Marfrig hanno finalmente risposto alla richiesta di Greenpeace per fermare la deforestazione in Amazzonia. Un passo da gigante verso la protezione del clima. L’importante decisione di queste aziende avviene a soli quattro mesi dal lancio del rapporto di Greenpeace “Amazzonia, che Macello” che denunciava la diretta connessione tra la distruzione dell’ultimo polmone del mondo e l’espansione delle attività di allevamento bovino in Amazzonia, legate anche a gravissimi fenomeni di nuove schiavitù.  A seguito del lancio del  rapporto, infatti, Greenpeace ha raccolto le pronte risposte di aziende italiane come il Gruppo Natuzzi (Divani&Divani), Gucci e Geox ed altre internazionali come Adidas, Timberland e Nike. Questi marchi si sono impegnati a cancellare contratti a tutti quei fornitori  non in grado di garantire che i loro prodotti non provenissero da fenomeni di deforestazione in Amazzonia. Nel corso dell’evento a San Paolo, JBS-Friboi, Bertin, Minerva e Marfrig hanno formalmente dichiarato l’adozione di standard ambientali e sociali che assicureranno che i propri prodotti non provengano da allevamenti o mattatoi responsabili di fenomeni come la deforestazione, l’occupazione di territori indigeni e forme di lavoro schiavile. Anche l’Associazione Brasiliana dei Supermercati (ABRAS) e il Governatore dello stato del Mato Grosso, Blairo Maggi, hanno presenziato all’evento sostenendo fortemente l’obbiettivo “Deforestazione Zero” di Greenpeace.

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La banca mondiale e la deforestazione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 giugno 2009

La deforestazione impatta per il 20 per cento sul totale delle emissioni di CO2 rilasciate ogni anno. Tuttavia la World Bank continua a sostenere sia l’industria del legno che quella dei bio-carburanti. L’organismo ispettivo della Banca (l’Inspection Panel) nel 2007 ha duramente criticato l’istituzione per aver contribuito a deforestare una parte del territorio della Repubblica Democratica del Congo dove risiedono le comunità degli indigeni Pigmei, che, a causa delle attività di disboscamento, hanno sofferto una serie di violazioni dei diritti umani e la perdite di risorse naturali.L’International Finance Corporation (IFC), il ramo della Banca che presta alle compagnie private, finanzia la coltivazione di piantagioni di soia e olio di palma e gli allevamenti di bestiame in aree interessate dalle foreste tropicali. Negli ultimi sei anni il settore degli allevamenti su vasta scala ha beneficiato di finanziamenti per circa 730 milioni di dollari, nonostante la FAO valuti del 18% l’incidenza di questo comparto sulle emissioni globali che provocano il surriscaldamento del Pianeta.  La Banca Mondiale è l’istituzione che più ha beneficiato della mercificazione delle emissioni di carbonio attraverso l’espansione del meccanismo dei crediti di carbonio istituito con il Protocollo di Kyoto. A nove anni dal Prototype Carbon Fund, sono stati creati 11 carbon fund e il portfolio di crediti di carbonio amministrato dalla Banca ha raggiunto i 2 miliardi di dollari, su cui la Banca riceve una percentuale del 13%. Secondo i dati forniti dalla stessa World Bank, i progressi nella riduzione delle emissioni a cui il mercato dei crediti di carbonio avrebbe dovuto contribuire sono stati tuttavia limitati. Meno del 10% dei finanziamenti raccolti con il mercato dei crediti è stato investito in progetti per le fonti rinnovabili, mentre la maggior parte del portfolio di crediti di carbonio (tra il 75 e l’85%) è stato diretto al finanziamento di industrie nel settore chimico, del ferro, dell’acciaio e del carbone. La Banca Mondiale ha elaborato un nuovo fondo di investimento per le foreste e una Forest Carbon Partnership Facility che presenterà a Poznan nei prossimi giorni. La facility, di cui venne presentata una prima versione alla 13a Conferenza delle Parti di Bali nel 2007, punta a finanziare il REDD (l’iniziativa per la riduzione delle emissioni dalla deforestazione e dal degrado delle foreste) attraverso il mercato dei crediti di carbonio. E’ già forte l’opposizione dei popoli indigeni, dei governi del Sud e della società civile verso entrambe le iniziative della Banca, pensate dai burocrati di Washington senza la consultazione delle comunità locali che vivono nelle aree forestali più grandi del pianeta e che dipendono dalle foreste per la loro sussistenza. La dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni sancisce il loro diritto a partecipare alle decisioni che riguardano direttamente le terre in cui vivono. Le iniziative della Banca vanno contro l’idea di una più ampia partecipazione e inclusione delle organizzazioni dei popoli indigeni nel negoziato multilaterale, e rischiano di aumentare la conflittualità a livello locale rispetto la gestione delle foreste e il riconoscimento delle proprietà comunitarie dei popoli indigeni in atto a livello nazionale in molti paesi del Sud. La CRBM condivide le richieste della società civile internazionale, a partire dall’esclusione delle foreste dal mercato dei crediti di carbonio e dal riconoscimento dei diritti sulla terra dei popoli indigeni e delle comunità che dipendono dalle foreste come base di una politica forestale decisa in ambito UNFCCC. Inoltre monoculture e piantagioni devono essere esclusi dalla definizione di “foreste” e dai meccanismi decisi in ambito multilaterale contro la deforestazione, mentre vanno ridotte le attività delle grandi imprese private che contribuiscono alla degradazione delle foreste con un eccessivo consumo di risorse (come piantagioni per biocarburanti, e l’eccessivo consumo di prodotti come carne, carta e pasta di legno)

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Greenpeace: un voto importante per le foreste

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 aprile 2009

Brussels Con una votazione che rappresenta una pietra miliare, il Parlamento Europeo ha accolto le raccomandazioni della sua commissione ambiente per lo stretto controllo del legno e dei suoi derivati commercializzati sui mercati europei. Prima della fine dell’estate, i ministri dell’Agricoltura dovranno regolamentare il settore, e l’Unione Europea dovrebbe adottare la legislazione finale entro la fine dell’anno, per assicurare che il legno proveniente da fonti illegali non possa più raggiungere i consumatori europei.Al momento si stima che il 20 per cento del legno che arriva sui mercati europei sia di origine illegale. Attraverso questi acquisti, l’Europa si rende responsabile della scomparsa delle ultime foreste del Pianeta, accelerando la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici. Senza parlare del ruolo della deforestazione nell’esacerbare la povertà e le tensioni sociali nei paesi in via di sviluppo. Il Parlamento europeo ha apportato sostanziali miglioramenti alla bozza di legge, che obbligherà le aziende a garantire la legalità dei prodotti di legno e, contestualmente, stabilisce la creazione di un efficace sistema di sanzioni e multe per i trasgressori. Inoltre, ha raccomandato caldamente di adottare politiche di acquisto che fanno riferimento solo a fonti pienamente sostenibili. “Per questo motivo chiediamo ai ministri dell’Agricoltura e alla Presidenza ceca dell’Unione Europea di rispondere alle richieste dei cittadini europei e del loro Parlamento, regolando il commercio dei prodotti del legno e facendo in modo che la nuova legge venga adottata in tempi brevissimi”, specifica Campione. Ci si aspetta, inoltre, che domani il Parlamento europeo adotti una risoluzione che obblighi l’Ue ad assumere un ruolo determinante per la lotta alla deforestazione nell’ambito dei negoziati sul clima che si concluderanno, il prossimo dicembre, alla conferenza Onu di Copenaghen. La richiesta agli Stati Membri è la creazione di un fondo multilaterale, basato su nuovi schemi di finanziamento internazionale, per fermare la deforestazione entro il 2020. In pieno accordo con queste raccomandazioni, Greenpeace chiede all’Europa, e a tutti gli altri paesi industrializzati, di stanziare 30 miliardi di euro all’anno per proteggere le ultime foreste del Pianeta, fermare la deforestazione e i cambiamenti climatici.

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