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Individuata una nuova forma di demenza tra gli anziani

Posted by fidest press agency su martedì, 7 maggio 2019

E’ stata finora diagnosticata erroneamente come Malattia di Alzheimer, causata dall’accumulo di una proteina diversa dalla beta amiloide. La rivoluzionaria scoperta è emersa dallo studio pubblicato sulla rivista Brain e coordinato dall’Università del Kentucky. I ricercatori americani hanno dimostrato che nella popolazione over 80 anni esiste una particolare forma di demenza caratterizzata da prevalenti disturbi della memoria e dall’accumulo intra-neuronale di una proteina che si chiama TDP-43, che ha molte e complesse funzioni nella espressione genica e nella sintesi proteica.Fino ad oggi la TDP-43 veniva riconosciuta come quella proteina che si deposita all’interno delle cellule neuronali in alcune malattie degenerative, come la sclerosi laterale amiotrofica e la demenza fronto-temporale, che si caratterizza per un esordio più giovanile e la presenza di disturbi del comportamento. La nuova forma di demenza, denominata dai ricercatori Late (Limbic-predominant Age-related TDP-43 Encephalopathy), colpisce il lobo limbico, la parte mediale del lobo temporale e la corteccia frontale.“Si tratta di uno studio di grande rilevanza – ha affermato il Prof. Gianluigi Mancardi, Presidente della Società Italiana di Neurologia (SIN) – che avrà sicure ricadute su tutte le problematiche, diagnostiche, cliniche e terapeutiche delle demenze degenerative. Circa il 20% dei pazienti sopra gli 80 anni affetti da demenza sarebbero colpiti da questo tipo specifico di demenza. Si tratta ora di lavorare per sviluppare criteri diagnostici clinici e di laboratorio che ne permettano la diagnosi in vivo, come ad esempio la Risonanza Magnetica, la PET con marcatori specifici, ed eventualmente anche il dosaggio della proteina nel sangue e nel liquor, che tuttavia attualmente non è ancora a disposizione. La demenza risulta quindi composta da differenti malattie e non solo dalla malattia di Alzheimer, e una precisa diagnosi è un pre-requisito per potere sviluppare terapie mirate”. I ricercatori hanno analizzato i dati di ampie casistiche di autopsie di soggetti anziani, molti dei quali affetti da quadri di declino cognitivo ritenuti tipici della malattia di Alzheimer (con prevalente compromissione della memoria) dimostrando chiaramente l’accumulo della proteina TDP-43, e non della proteina beta amiloide, che è tipica del quadro patologico della malattia di Alzheimer. “Questo studio – ha commentato il Prof. Carlo Ferrrarese, Presidente dell’Associazione Autonoma Aderente alla SIN per le Demenze (SINdem) – apre un nuovo scenario per la ricerca e per interpretare anche gli insuccessi di alcuni studi sulle terapie anti-amiloide. In molti casi, soprattutto nei soggetti anziani, tale proteina è spesso associata all’accumulo della proteina amiloide, per cui rimuovere la sola amiloide può non risultare efficace. Purtroppo, non sono ancora disponibili test da utilizzare nei pazienti per dimostrare l’accumulo di TDP-43 nel cervello nelle prime fasi di malattia, come invece avviene per la proteina beta-amiloide, ma la ricerca in tale campo è molto attiva e potrà portare a nuove possibilità terapeutiche”.

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Demenza: un’emergenza socio-sanitaria con enormi implicazioni economiche

Posted by fidest press agency su domenica, 3 febbraio 2019

Il termine demenza descrive una serie di sintomi cognitivi, comportamentali e psicologici che possono includere perdita di memoria, difficoltà di ragionamento e di comunicazione e cambiamenti della personalità, compromettendo le capacità di svolgere le normali attività quotidiane con conseguente perdita di autonomia. In Italia, secondo i dati del Ministero della Salute, i pazienti affetti da demenza sono oltre un milione (di cui circa 600.000 con malattia di Alzheimer) ed in continuo aumento per l’invecchiamento della popolazione. Circa 3 milioni di persone sono coinvolte direttamente o indirettamente nell’assistenza dei pazienti affetti da demenza, i cui costi socio-sanitari sono stimati tra i 10 e 12 miliardi di euro all’anno.«La demenza rappresenta una rilevante emergenza socio-sanitaria con enormi implicazioni economiche – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – e il suo impatto nei prossimi anni sarà condizionato, oltre che dall’invecchiamento della popolazione, anche da un’assistenza ad oggi non ottimale: infatti, se da un lato circa il 50% delle persone affette da demenza non riceve un supporto adeguato dopo la diagnosi, dall’altro 1 paziente su 3 non viene diagnosticato, impedendo alle famiglie ad accedere ai fondi per le disabilità».Nel nostro Paese esistono numerosi riferimenti normativi e iniziative finalizzate a migliorare l’assistenza dei pazienti con demenza: dal Piano nazionale demenze (PND) al tavolo di monitoraggio della sua implementazione; dall’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiore di Sanità alle “Linee di indirizzo nazionali sui Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA) per le demenze” e alle “Linee di indirizzo nazionali sull’uso dei Sistemi informativi per caratterizzare il fenomeno delle demenze”.«A fronte dei vari documenti di programmazione e organizzazione sanitaria – continua il Presidente – non sono oggi disponibili per i professionisti sanitari, pazienti, familiari e caregiver linee guida nazionali aggiornate, mentre quelle regionali risultano obsolete secondo i criteri definiti dal nuovo Sistema Nazionale Linee Guida (SNLG). In altri termini, manca una base scientifica condivisa per informare la costruzione dei PDTA a livello regionale e locale». Per questo la Fondazione GIMBE ha realizzato la sintesi in lingua italiana delle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE), aggiornate a giugno 2018, che saranno inserite nella sezione “Buone Pratiche” del SNLG.
Le linee guida NICE forniscono raccomandazioni relative a vari aspetti della gestione della demenza: dal coinvolgimento attivo dei pazienti alla valutazione iniziale in ambiti non specialistici e all’invio ai Centri per i Disturbi Cognitivi e Demenze; dal coordinamento dell’assistenza agli interventi sanitari per promuovere le funzioni cognitive, l’indipendenza e il benessere dei pazienti; dalla terapia farmacologica delle demenze da Alzheimer e non-Alzheimer ai farmaci che possono causare un deterioramento cognitivo; dal trattamento dei sintomi non cognitivi (ansia, depressione, disturbi del sonno) alla valutazione e trattamento di altre condizioni croniche (dolore, deficit sensoriali); dal supporto ai caregiver alla pianificazione anticipata dell’assistenza.«Fondamentale per l’implementazione delle raccomandazioni – puntualizza il Presidente – è l’identificazione di un unico professionista sanitario o sociale responsabile del coordinamento assistenziale dei pazienti affetti da demenza, i cui ruoli e responsabilità sono declinati in maniera molto precisa dalle linee guida».Numerose anche le raccomandazioni pratiche su accuratezza diagnostica dei vari test cognitivi, criteri di diagnosi differenziale tra demenza e delirium, interventi cognitivi e di formazione per i caregiver, oltre alla definizione delle priorità rilevanti per la ricerca, al fine di ampliare le conoscenze scientifiche per la gestione di questa condizione.«In attesa della elaborazione delle linee guida nazionali sulla demenza, già incluse nell’elenco delle priorità da parte del Comitato Strategico del SNLG – conclude Cartabellotta – auspichiamo che la versione italiana di questo autorevole documento del NICE rappresenti una base scientifica di riferimento, sia per la costruzione dei PDTA regionali e locali, sia per l’aggiornamento di professionisti sanitari e operatori sociali sia per la corretta informazione di pazienti, familiari e caregiver».Le Linee guida per la diagnosi, la terapia e il supporto dei pazienti affetti da demenza sono disponibili a: http://www.evidence.it/demenze.

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Demenza: classificazione spesso non accurata. Servono test cognitivi affidabili

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 dicembre 2018

Secondo le conclusioni di uno studio pubblicato su Neurology: Clinical Practice, l’uso delle valutazioni cognitive brevi spesso non classifica in modo accurato i pazienti con demenza. «La diagnosi della malattia di Alzheimer e della demenza è complessa e proprio per questo gli strumenti di valutazione del deterioramento cognitivo sono imperfetti» afferma la prima autrice Janice Ranson della Scuola di medicina all’Università di Exeter, Regno Unito, che assieme ai colleghi ha esaminato i fattori predittivi di una errata classificazione della demenza da parte di tre valutazioni cognitive brevi: il Mini-Mental State Examination (MMSE), il Memory Impairment Screen e l’Animal Naming (AN). Analizzando 824 anziani nei quali era già stata posta diagnosi di demenza, i ricercatori hanno scoperto che il 35,7% dei partecipanti era stato classificato erroneamente da almeno una scala di valutazione, mentre l’1,7% dei partecipanti lo era stato con tutti e tre gli strumenti. «I fattori predittivi di errata classificazione differiscono per ciascuna scala valutativa» precisano gli autori, spiegando che nel caso dell’MMSE il numero di anni di studio del paziente è in grado di predire elevati falsi negativi e bassi falsi positivi. Viceversa, con l’uso della scala AN la residenza in casa di cura implica una bassa percentuale di falsi negativi a fronte di falsi positivi più frequenti. «Altri fattori predittivi di un elevato numero di falsi positivi sono l’età e l’etnia non caucasica» riprende la ricercatrice. «Identificare in modo tempestivo le persone con demenza è di estrema importanza, specie a fronte del continuo sviluppo di nuovi trattamenti» commentano gli autori. E Ranson conclude: «Da questi risultati emerge la necessità di test cognitivi affidabili e di una migliore conoscenza di come interpretarli tenendo conto dell’età, dell’istruzione e di altri fattori. Questo è particolarmente vero per le valutazioni cognitive brevi che vengono spesso usate a scopo diagnostico in assenza di specialisti neurologi o geriatri». (fonte: Doctor33)

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Declino cognitivo cambia con il tipo di demenza

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

alzheimer-cervelloLe caratteristiche demografiche differiscono significativamente fra i pazienti con demenza vascolare, quelli con morbo di Alzheimer e malattie cerebrovascolari e quelli con solo morbo di Alzheimer; anche il tasso di declino cognitivo varia significativamente fra questi gruppi di pazienti. Si tratta di gruppi che identificano le principali cause di demenza, sulla progressione delle quali tuttavia poco è noto. E molto importante a fini prognostici e gestionali che il medico sappia distinguerle con attenzione e tenga conto del carico delle lesioni vascolari nei pazienti con morbo di Alzheimer. Ciò è anche di importanza cruciale nella sperimentazione di nuovi farmaci che potrebbero avere un’efficiacia diversa in ciascun tipo di demenza, dato che le lesioni vascolari potrebbero falsare i risultati. Benchè la mortalità non sia significativamente influenzata dal tipo di demenza, l’età del paziente al momento della valutazione clinica è correlata alla sua sopravvivenza, a prescindere dalla diagnosi e dai punteggi cognitivi di base. A prescindere dalla diagnosi, inoltre, minore è l’intervallo fra la comparsa dei sintomi e la prima visita specializzata, maggiore è la sopravvivenza del paziente: ciò suggerisce il ruolo benefico di un’assistenza precoce.

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L’arte-terapia in aiuto dei malati di demenza

Posted by fidest press agency su domenica, 14 maggio 2017

arte terapiaSe ne parla al corso organizzato al Centro Alzheimer dell’Inrca, con l’obiettivo di formare educatori specializzati nelle attività ludico-terapeutiche con la creta rivolte a persone affette da disturbi del comportamento e della memoria. “L’arteterapia è un nuovo approccio alle demenze – spiega Giuseppe Pelliccioni, direttore dell’Unità di Neurologia Inrca – ed è particolarmente efficace se iniziata in una fase precoce della malattia. Nell’attività creativa la persona riceve un’infinità di sollecitazioni, che hanno un’azione diretta sulle aree encefaliche collegate agli istinti e ai sensi, con ricadute positive sulla sfera cognitiva e relazionale”. Un linguaggio di emozioni. All’Inrca i laboratori di lavorazione della creta sono attivi da quasi dieci anni. “Le mani sono il prolungamento della mente e la sua peculiarità – spiega Elena Grandi, operatrice del Centro e docente al corso – è quella di essere capace di assumere la forma e il significato di chi la lavora, un mezzo per comunicare sé stessi”. La creta infatti funge da facilitatore. Permette di stimolare diverse aree tra cui la sfera cognitiva, che comprende memoria e attenzione, quella sensoriale e percettiva, come la vista e il tatto, oltre all’area motoria, attraverso la coordinazione e il controllo degli strumenti (mattarello, forbici), per finire alla sfera della personalità e della socializzazione, grazie all’attività di gruppo. La creatività che si esprime durante i laboratori supporta anche il processo del ricordo. ​​“Le attività manuali inducono ad organizzare lo spazio ordinando il materiale all’interno del laboratorio e consentono di lasciare la propria impronta personale attraverso il manufatto e, successivamente, di memorizzare quanto creato in precedenza”. I lavori che scaturiscono, come vasi, sculture floreali ottenute con piccoli stampi, o la semplice impronta della mano, vengono utilizzati per decorare le copertine degli album autobiografici dei pazienti. Tengono così conto della loro storia personale e delle singole capacità. “L’argilla inoltre è il materiale per eccellenza adatto a stimolare i muscoli di mani e braccia in tutte le loro funzioni, come incidere, afferrare e trasportare, migliorandone la funzionalità” spiega l’educatrice.Le esperienze dei laboratori sono state raccolte da Elena Grandi nei libri ‘Costruire la storia di vita con la persona con demenza’ e ‘Se faccio, ricordo’ (Edizioni scientifiche Erickson). Il primo descrive come ricostruire la biografia dei pazienti attraverso la creazione di un ‘album dei ricordi’, avvalendosi di decorazioni in creta, fotografie e scatole di carta. Il secondo descrive le varie attività che si prestano ad essere realizzate sia nei centri diurni o nelle case di riposo, sia a domicilio, con il supporto del familiare. “Oltre alla creta – chiarisce l’autrice – l’arteterapia utilizza vari mediatori, quali disegno, pittura, fotografia. Può essere utile per molti tipi di pazienti ma proprio per le malattie neurodegenerative si sono riscontrati i benefici più inaspettati”. (foto: arte terapia)

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Salute mentale: in Italia un milione di anziani con demenze

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 aprile 2016

cervelloll progressivo invecchiamento della popolazione ha comportato un sensibile aumento dei disturbi cognitivo-comportamentali di natura neurodegenerativa, destinati ad acquisire in futuro sempre più rilevanza. Tra le sindromi psichiatriche più comuni vi sono le demenze, che colpiscono un milione di italiani (600.000 con morbo di Alzheimer), hanno una prevalenza del 5-8% negli over 65 e, in circa il 15-25% dei casi, possono associarsi a depressione. Nella presa in carico del malato di demenza, dal riconoscimento dei primi sintomi al trattamento a lungo termine, il Medico di famiglia è una figura cruciale: presentargli i contenuti e le finalità del Piano Nazionale Demenze, educarlo a un corretto approccio diagnostico-terapeutico e renderlo consapevole del suo ruolo centrale nella rete integrata dei servizi sono gli obiettivi che si pone il progetto formativo promosso dall’Associazione Italiana Psicogeriatria, con il supporto incondizionato di Angelini, azienda da anni impegnata a tutela della salute mentale nell’anziano.
L’iniziativa, dal titolo “Piano Nazionale Demenze, nuovi scenari di cura”, è stata annunciata in occasione del XVI Congresso Nazionale AIP in corso a Firenze e prevede 13 eventi ECM locali, che si svolgeranno da maggio a ottobre nelle principali regioni italiane, per raggiungere oltre 600 Medici di Medicina Generale.Le demenze sono sindromi cerebrali degenerative che colpiscono la memoria, il pensiero, il comportamento e la capacità di svolgere le attività quotidiane. Il loro carattere progressivo rende necessaria una diagnosi tempestiva, che consenta di attivare interventi farmacologici e psico-sociali volti a rallentare l’evoluzione della malattia e contenerne i disturbi specifici. Non fanno parte del normale processo di invecchiamento ma sono malattie da affrontare con determinazione, combattendo lo stigma e il fatalismo ancora presenti nelle famiglie, nella società e talvolta tra gli stessi operatori sanitari. Partendo da queste considerazioni, il 30 ottobre 2014 la Conferenza Unificata ha approvato l’accordo tra Governo, Regioni e Province autonome sul “Piano Nazionale Demenze” che, puntando a una gestione integrata e multidisciplinare del problema, intende fornire indicazioni strategiche per migliorare e uniformare la qualità dell’assistenza erogata in Italia: dalle terapie specialistiche al sostegno e all’accompagnamento del malato e dei caregiver, durante tutto il percorso di cura.
Ed è in un simile contesto che si colloca l’operato del Medico di famiglia, fondamentale per l’applicazione degli obiettivi del Piano, in collaborazione con lo specialista.“La complessità della sfida alle demenze e la loro crescita esponenziale, legata al costante aumento dell’aspettativa di vita, rendono necessario strutturare sul territorio interventi assistenziali appropriati e precoci, che richiedono un’adeguata preparazione da parte del personale sanitario”, spiega il professor Marco Trabucchi,Presidente dell’Associazione Italiana Psicogeriatria. “Il Piano Nazionale Demenze costituisce il primo tentativo di dare al nostro Paese una guida unitaria per affrontare una priorità mondiale di salute pubblica: è un punto di partenza di grande significato, perché coinvolge gli operatori a tutti i livelli, comunicando ai cittadini un impegno diffuso da parte della comunità. Per questo motivo, l’Associazione Italiana Psicogeriatria intende dar vita a un’intensa attività formativa, volta a far conoscere il Piano ai Medici di Medicina Generale, aumentare la loro consapevolezza sul problema demenze e coinvolgerli nella rete assistenziale integrata, dove rappresentano una figura centrale: sono infatti il primo riferimento sul territorio per il paziente e i caregiver. Il loro ruolo è fondamentale per riconoscere precocemente i sintomi, portare la famiglia alla coscienza del bisogno di un intervento, intercettare i casi da avviare ai Centri specialistici e supportare l’assistito e i suoi familiari lungo tutta la storia naturale della malattia, in un percorso condiviso con lo specialista”.Nel caso di disturbi psichiatrici così invalidanti come le demenze dell’anziano, una corretta informazione dei professionisti e della popolazione generale è il primo strumento per migliorare la presa in carico del paziente ma anche l’accettazione della patologia da parte dei congiunti e di tutta la comunità, che deve sempre rispettare il diritto del malato ad essere considerato “persona”. L’impegno di AIP sul fronte della formazione, al quale Angelini ha aderito con un contributo educazionale, punta anche a questo obiettivo.
“L’Italia è uno dei Paesi con la più alta percentuale di over 65”, dichiara il dottor Fabio De Luca, Chief Commercial Officer Italia di Angelini. “Se ne contano oltre 13 milioni, secondo i dati ISTAT 2015, pari al 21,7% della popolazione totale; le problematiche di salute mentale legate a una società che invecchia sono, pertanto, un’emergenza sanitaria e sociale dei nostri tempi. Da anni Angelini è impegnata nell’area della neuropsichiatria e dei disturbi depressivi, promuovendo campagne di sensibilizzazione sul pubblico e gli operatori del settore, con un’attenzione particolare ai soggetti fragili come gli anziani. Per questo motivo, non potevamo far mancare il nostro sostegno al progetto formativo di AIP, nell’intento comune di migliorare la cultura e l’approccio del medico di famiglia alle demenze ma, al tempo stesso, supportare il paziente e i suoi caregiver, che hanno diritto a ricevere l’assistenza più appropriata, in ogni fase della malattia”.

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Consulenza genetica per le demenze ereditarie

Posted by fidest press agency su domenica, 22 marzo 2015

ospedale bresciaBrescia. Nella maggior parte dei casi le demenze si manifestano nelle persone anziane in modo sporadico; quando più persone all’interno della stessa famiglia presentano tali disturbi, si parla di demenza su base familiare o ereditaria. All’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia è possibile ottenere una consulenza genetica per indagare la propria vulnerabilità alle demenze ereditarie. «E’ così ed è un’opportunità importante – spiega Luisa Benussi, ricercatrice senior del Laboratorio Marcatori Molecolari -. In un’epoca nella quale il controllo di tali malattie si realizza ancora prevalentemente attraverso la diagnosi e la prevenzione, le analisi genetiche rappresentano uno strumento di largo interesse e di supporto all’attività clinica e, per molti pazienti e per i loro familiari, un elemento di riferimento nelle scelte di vita e nell’acquisizione di informazioni di potenziale interesse prognostico/terapeutico. Le ricerche condotte negli scorsi anni nell’ambito delle malattie neurodegenerative, ed in particolare per la malattia di Alzheimer e la demenza frontotemporale, hanno permesso il riconoscimento di geni che, quando presenti in forma mutata, risultano essere responsabili di decadimento cognitivo trasmesso con ereditarietà di tipo autosomico dominante: test molecolari sono oggi disponibili per tali forme e sono stati inseriti nei più recenti criteri diagnostici. La diagnosi di demenza familiare si basa su un’accurata valutazione clinica e un’approfondita anamnesi familiare: entrambe hanno un ruolo primario nel percorso diagnostico e possono essere completate con l’esecuzione di test genetici».
Nella maggior parte dei casi le demenze si manifestano nelle persone anziane in modo sporadico; quando più persone all’interno della stessa famiglia presentano tali disturbi, si parla di demenza su base familiare o ereditaria. Nella demenza di Alzheimer il 5% dei casi si trasmette su base ereditaria, mentre nella demenza frontotemporale, tale evento si manifesta nel 30-40% dei casi. Queste rare forme familiari, caratterizzate in genere da più precoce età di insorgenza e da una più rapida evoluzione della malattia rispetto alle forme sporadiche, sono dovute ad alterazioni nell’assetto genetico. Le ricerche condotte nell’ambito delle demenze hanno permesso il riconoscimento di tre geni che, quando presenti in forma mutata, sono responsabili di AD familiare: il gene per la proteina precursore dell’amiloide (APP) e i geni che codificano per presenilina 1 (PSEN1) e presenilina 2 (PSEN2). Mutazioni nei geni che codificano per tau (MAPT), progranulina (GRN) e C9ORF72 sono invece responsabili per la maggior parte delle forme familiari di demenza frontotemporale.
Gli studi effettuati negli scorsi anni presso l’IRCCS di Brescia hanno contribuito ad identificare alcune tra le cause genetiche delle demenze familiari. «Un’indagine sistematica sulle cause genetiche delle forme familiari di demenza frontotemporale – precisa la dr.ssa Roberta Ghidoni, vicedirettore scientifico dell’IRCCS Fatebenefratelli e responsabile del Laboratorio Marcatori Molecolari – ha dimostrato che alterazioni genetiche nel gene che codifica progranulina sono la principale causa di malattia nel territorio bresciano (presenti in circa un terzo dei pazienti con familiarità); proprio nel nostro territorio è stata identificata una delle mutazioni più comuni al mondo in tale gene».Uno studio condotto dai ricercatori dell’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia – in collaborazione con la Mayo Clinic di Jacksonville, Florida e l’Istituto Max-Planck di Monaco di Baviera – ha portato ad ipotizzare che questa specifica mutazione possa essersi generata o a cavallo dell’anno 1000 (al tempo di Canossa, quando l’imperatore Enrico IV si umiliò davanti a papa Gregorio VII perché venisse ritirata la scomunica) oppure al tempo di Moretto da Brescia.
Per i casi familiari di demenza, è quindi possibile analizzare l’eventuale presenza di alterazioni dell’assetto genetico; l’elevata frequenza di mutazioni in GRN nel territorio bresciano rende tale gene il primo gene candidato per la ricerca di alterazioni genetiche nell’analisi condotta presso l’IRCCS Fatebenefratelli. Tali test genetici possono essere effettuati sul paziente affetto, consentendo una migliore definizione della diagnosi della malattia (test diagnostico) o possono essere effettuati su persone che, pur non presentando i sintomi della malattia, sono a rischio genetico poiché un loro famigliare di primo grado è portatore di un’alterazione genetica (test pre-sintomatico). La presenza di mutazioni in uno dei geni associati alle forme familiari di demenza indica che la persona potrà sviluppare con un’elevata probabilità la malattia, anche se con quadri clinici variabili».
Il dibattito pubblico non ha ad oggi ancora completamente risolto le implicazioni etiche che sorgono dalla prospettiva di effettuare un test genetico di tipo diagnostico e pre-sintomatico: diversi rischi devono essere presi in esame, ivi compresi il possibile impatto psicologico, le conseguenze in ambito lavorativo ed assicurativo, gli aspetti legali e la comprensione dei risultati del test. I test genetici, per le loro peculiarità e le implicazioni che riguardano l’identità biologica della persona e della famiglia, richiedono particolari procedure sia nell’offerta di un test genetico che nella comunicazione del risultato. Tali procedure sono generalmente comprese nella consulenza genetica che deve essere parte integrante dei test genetici. «Risale al 1975 la definizione di consulenza genetica (Ad hoc Commitee on Genetic Counsiling,1975) come “processo di comunicazione che concerne i problemi umani legati all’occorrenza, o al rischio di ricorrenza, di una patologia genetica in una famiglia”. Presso l’IRCCS di Brescia è in corso da alcuni anni un’attività di studio e ricerca preliminare all’attivazione di un servizio di consulenza genetica per pazienti affetti da demenze a carattere ereditario ed i loro familiari – commenta la ricercatrice dell’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia -. Un primo studio, condotto grazie ad un finanziamento del Ministero della Salute (progetto Ministeriale RF1/02 Conv.194 Progetto “Consulenza genetica per le demenze ereditarie: Progetto pilota per la strutturazione di un servizio di Counselling genetico” coordinato dal Dr Giuliano Binetti dell’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia), ha rilevato che l’intenzione a sottoporsi ad un test genetico in soggetti italiani, familiari di pazienti affetti da demenza, è molto più elevata rispetto alla popolazione americana e olandese: il fatto che gli intervistati italiani esprimano un’intenzione ugualmente elevata (più del 70%) in ogni scenario proposto, indipendentemente dall’accuratezza del test o dalla disponibilità di una cura, ci ha fatto presupporre che i partecipanti avessero una scarsa capacità critica nel giudicare le possibili implicazioni dei diversi scenari. Inoltre i familiari italiani hanno dimostrato una scarsa conoscenza della malattia ed una bassa percezione del rischio di malattia».
In risposta a tale bisogno è stato costituito a Brescia un gruppo multidisciplinare di studio e lavoro composto da genetisti medici, medico neurologo, biologo specializzato, psichiatra, psicologo ed è stato strutturato un protocollo di consulenza genetica. L’equipe di consulenza genetica dell’IRCCS di Brescia incontra periodicamente le famiglie valutate come a rischio di una demenza di tipo familiare che facciano esplicita richiesta di consulenza genetica. Ad oggi hanno beneficiato del percorso di consulenza genetica più di 140 famiglie, per un totale di più di 200 pazienti. La presa in carico delle famiglie con queste specifiche forme di demenza permette la promozione di efficaci pratiche di intervento clinico con una migliore qualità assistenziale.

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Depressione e demenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 gennaio 2015

alzheimer-cervelloDa tempo clinici ed epidemiologi hanno notato una correlazione molto stretta tra depressione, demenze e memoria. Un vero rompicapo per i ricercatori che di recente hanno identificato la depressione come fattore di rischio per alcune malattie cronico-degenerative dell’età anziana.
Proprio la demenza è uno dei problemi emergenti in salute pubblica. I pazienti erano 25 milioni nel 2005 con un trend di crescita di 5 milioni l’anno nel mondo. Il declino cognitivo è correlato all’età: interessa il 5% degli over 65 e raggiunge il 50% degli ultra 90enni. E il costo della malattia di Alzheimer (la più comune forma di demenza) è stimata in 100 miliardi di dollari l’anno solo negli Usa. La novità è che non si tratta di un destino ineluttabile: tra il 40 e il 50% degli ultranovantenni conserva intatte le proprie facoltà e non mostra segni di declino cognitivo. Una recente review su 23 studi ha messo in relazione le due patologie, depressione e demenza: su oltre 50mila uomini e donne anziani, quelli che hanno riferito una diagnosi di depressione avevano una possibilità doppia di sviluppare demenza e il 65% in più di avere l’Alzheimer. Una ricerca apparsa su Neurology inoltre ha analizzato 1764 persone che non presentavano problemi di memoria, sono stati seguiti per 8 anni: scoprendo che i soggetti che sviluppavano un declino cognitivo anche lieve mostravano anche sintomi di depressione già prima che la demenza fosse diagnosticata, e che tra i segni più evidenti c’era proprio la diminuzione del livello di memoria.
“L’ipotesi è che trattare la depressione possa diminuire l’incidenza di demenza e che gli antidepressivi non siano una terapia per l’Alzheimer, ma rappresentino una forma di ‘protezione’. Il trattamento per la depressione infatti ha un effetto sia sul recupero del ‘funzionamento’ individuale e sociale dell’individuo che di stimolo sulla plasticità cerebrale e la creazione di nuovi connessioni grazie a un’azione neurotrofica che stimola la produzione di fattori di crescita” spiega Marco Andrea Riva, del Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università di Milano. “I nuovi farmaci antidepressivi multi-modali hanno un meccanismo di azione diverso rispetto a quelli tradizionali come gli SSRi. Non solo aumentano i livelli sinaptici di serotonina, ma modulano significativamente anche altri neurotrasmettitori, tra cui il glutammato, con un’attività importante su due aree cerebrali: l’ippocampo e la corteccia
prefrontale. Il risultato è sia una modulazione del tono dell’umore che il miglioramento dei sintomi cognitivi (memoria, attenzione, focalizzazione), che rappresentano un aspetto importante nei disturbi psichici. Infatti, le terapie precedenti determinavano spesso una remissione parziale della sintomatologia, che rendeva il paziente più a rischio di recidive. Abbiamo necessità di ristabilire il paziente nel suo ‘funzionamento’ affettivo ma anche in quello intellettuale, risultato che possiamo ottenere se agiamo in maniera integrata su più bersagli cellulari” conclude il farmacologo.
Il paziente anziano che sviluppa la demenza e l’Alzheimer è donna, ha un basso livello di scolarità, uno status sociale modesto, uno stile di vita non sano e ha spesso sofferto di malattie vascolari o metaboliche. E’ ciò che risulta da un lungo studio prospettico condotto dalla Professoressa Laura Fratiglioni, Director of the Aging Research Center presso il Karolinska Institutet di Stoccolma: “Il Kungsholmen Project ha preso in carico la popolazione anziana di un quartiere di Stoccolma: 1810 soggetti con più di 75 anni arruolati nel 1987 e controllati ogni 3 anni. Il dato più sorprendente è che la scarsa educazione è inversamente proporzionale al rischio di sviluppare una qualche forma di demenza. L´effetto protettivo di una educazione avanzata può perfino controbilanciare il rischio genetico” spiega la professoressa. “Il gruppo di soggetti con un percorso scolastico di 2-massimo 7 anni era a maggior rischio di presentare deficit cognitivi già a 65 anni. Questo dato ci suggerisce l’importanza delle prime due decadi di vita nello sviluppo di un cervello ricco di neuroni e dotato di plasticità, ossia la capacità di creare connessioni tra le varie cellule nervose. Un vantaggio che sembra avere effetti a lungo termine”. Comunque, esiste la possibilità di compensare questo inizio non vantaggioso nella vita, attraverso attività mentalmente complesse nella vita adulta e un coinvolgimento in attività fisiche, mentali e sociali una volta raggiunta l´età anziana.
Questi tra i principali temi emersi durante la conferenza ‘Memory in the Diseased Brain’, promossa dall’Accademia Pontificia delle Scienze e dedicata ad approfondire il legame tra meccanismi alla base dei processi cognitivi e memoria e le patologie del sistema nervoso centrale. L’evento, cui hanno partecipato alcuni tra i maggiori esperti mondiali, è stato realizzato grazie al contributo incondizionato di Lundbeck Italia, azienda farmaceutica completamente dedicata alla ricerca e sviluppo di terapie per il trattamento di patologie del sistema nervoso centrale.

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Demenza: una priorità di salute pubblica

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2012

(Centro Maderna) Un rapporto diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e Alzheimer’s Disease International (ADI), intitolato “Demenza: una priorità di salute pubblica”, invita governi, politici e le altre parti interessate a considerare le demenze una priorità mondiale di salute pubblica. Il testo fornisce una panoramica autorevole sull’impatto di questi disturbi in tutto il mondo, inclusi i Paesi a basso e medio reddito, oltre a dati sulle migliori pratiche e a studi di casi pratici provenienti da tutto il mondo.
Per preparare il rapporto, Oms e Adi hanno commissionato un report a 4 gruppi di esperti. Nella sua prefazione alla relazione, il direttore generale dell’Oms, Margaret Chan, ha definito il rapporto «un importante contributo alla nostra comprensione delle demenze e del loro impatto sugli individui, le famiglie e la società».
Il rapporto viene diffuso nel nostro Paese grazie alla Federazione Alzheimer Italia, che rappresenta nel nostro Paese l’Adi. La presidente Gabriella Salvini Porro ricorda che per l’Italia si stima che ci siano un milione di persone con demenza «di cui 600mila malate di Alzheimer. Il nostro Paese non possiede ancora un Piano nazionale per le demenze, urgenza espressa e richiesta non solo oggi dall’Oms ma dichiarata già 4 anni fa dal Parlamento Europeo con l’adozione della Dichiarazione Scritta 80/2008, in cui si riconosceva la malattia di Alzheimer come priorità pubblica e si auspicava lo sviluppo di un Piano d’azione comune. Paesi vicini al nostro come la Francia e la Gran Bretagna hanno varato nel tempo Piani nazionali per migliorare la vita dei malati e di chi li assiste, per aumentare la conoscenza della malattia, per garantire l’accesso a migliori servizi di assistenza e sostegno sul territorio. In Italia non è stato fatt o ancora nulla di tutto ciò, ma urge programmare iniziative concrete».

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La dieta mediterranea salva dalla demenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 marzo 2012

PET scan of a human brain with Alzheimer's disease

PET scan of a human brain with Alzheimer's disease (Photo credit: Wikipedia)

Lo studio Predimed (Prevencion con dieta mediterranea), appena pubblicato sul Journal of Alzheimer’s disease, è stato condotto da ricercatori spagnoli dell’università di Barcellona su circa 450 uomini e donne fra i 55 e gli 80 anni, tutti ad alto rischio cardiovascolare. I medici hanno valutato il profilo del genotipo di apolipoproteina E, una proteina che trasporta il colesterolo e che spesso si associa a un maggior rischio di Alzheimer; quindi hanno indagato il tipo di alimenti consumati, il livello di polifenoli nelle urine e i risultati ottenuti in test neuropsicologici di valutazione della memoria e delle capacità cognitive. «Alcuni cibi sono risultati associati a una migliore funzionalità cognitiva» spiega Giuseppe Paolisso, presidente della Società italiana di gerontologia e geriatria (Sigg) «Un paio di cucchiai di olio di oliva al giorno migliorano la memoria verbale e quella a lungo termine; due/tre tazzine di caffè al giorno si associano a un incremento della capacità di immagazzinare ricordi nel lungo periodo; un pugno di noci, nocciole o altra frutta secca migliorano la memoria di lavoro, mentre il consumo di una modica quantità di vino rosso al giorno è correlato a punteggi migliori ottenuti nel Mini-mental state examination, test molto attendibile nel determinare il grado di un eventuale deficit cognitivo e la progressione in condizioni di demenza. Merito degli effetti antiossidanti dei polifenoli contenuti in olio, caffè, vino e frutta secca». Secondo la Sigg, la prevenzione con la dieta potrebbe diminuire i costi associati all’Alzheimer, che oggi in Italia ammontano a 50mila euro all’anno per paziente, per un totale di oltre 30 miliardi di euro annui fra costi sociali e sanitari. J Alzheimer’s Dis. 2012 Feb 20. [Epub ahead of print]

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Le malattie che rubano la mente

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 luglio 2011

(Centro Maderna) Si è tenuto ieri presso la sede della Lega Spi Cgil di Via Edilio Raggio a Genova la conferenza stampa di presentazione del volumetto “Le malattie che rubano la mente”. Si tratta di un “piccolo manuale” realizzato grazie agli sforzi dei volontari SPI e di un gruppo di esperti qualificati nel campo medico e sociale, volto ad offrire consigli utili a coloro che, tutti i giorni, si prendono cura di persone affette da demenza, soprattutto nelle prime fasi della malattia che sono caratterizzate da un forte disorientamento sia da parte del malato che dei suoi famigliari. Il manualetto, che è completamente scaricabile dal sito della CGIL Liguria, presenta un quadro generale della malattia nonché di quelli che sono i servizi a soste gno di chi ne è affetto e di chi se ne prende cura senza tralasciare le indennità e le agevolazioni previste dalla legge. L’opuscolo include infine la versione in italiano del “Test Your Memory”, un questionario autocompilativo che venne pubblicato per la prima volta nel 2009 sul British Medical Journal e che è ritenuto uno strumento efficace nel diagnosticare precocemente alcuni tratti tipici della demenza.
L’iniziativa nasce in una regione con un alto tasso di invecchiamento come la Liguria, dove la percentuale di individui over 65 rappresenta il 26,7 per cento del totale della popolazione (in Italia il 20,3% e nel Nord-Ovest il 21,5% – Fonte Savona Economica.it), e dove si stima che siano circa 30 mila gli affetti da questo tipo di patologie. Tuttavia, secondo Anna Giacobbe, Segretario Generale SPI-CGIL Liguria, “la diffusione delle demenze si presenta come un fenomeno sociale drammatico di cui non c’è ancora sufficiente consapevolezza nelle politica, nelle istituzioni e nelle organizzazioni sociali.”(GCL Liguria, 5 luglio 2011)

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L’Alzheimer in Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 19 settembre 2010

In Italia i pazienti affetti da demenza sono oltre 1 milione di cui circa 600mila sono affetti dalla malattia di Alzheimer. Per conoscere meglio cosa è questa malattia e come assistere i malati, gli interessati potranno partecipare ad una serie di incontri che si svolgeranno dal 20 al 24 settembre prossimo, dalle ore 9 alle ore 13, sul territorio. Alcuni esperti saranno a disposizione dei cittadini lunedì 20 settembre nei locali della Rsa “Le Vele” di Fucecchio, il 21 settembre nel centro diurno Alzheimer di Montelupo, il 22 settembre nella Casa di riposo “S. Maria della Misericordia” di Montespertoli, il 23 settembre nella Rsa “Villa Serena” di Montaione ed, infine, il 24 settembre nei locali del Centro Residenziale “Vincenzo Chiarugi” a Empoli. Nell’occasione verranno fornite informazioni sulla malattia di Alzheimer e sulle altre forme di demenza, nonché sui servizi socio-sanitari presenti sul territorio dell’Asl 11. Apposito materiale informativo sulla diagnosi e sulla terapia e sui percorsi assistenziali e riabilitativi verrà distribuito agli interessati e, qualora necessario, verranno dati appuntamenti per visite specialistiche. L’iniziativa informativa, che si svolgerà nell’ambito della XVI giornata mondiale per la malattia di Alzheimer, è organizzata dall’Asl 11 in collaborazione con l’AIMA di Empoli (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer), la Rsa “Villa Serena” di Montaione, la Casa di riposo “Santa Maria della Misericordia” di Montespertoli, la Rsa “Vincenzo Chiarugi” della Misericordia di Empoli, la Rsa “Le Vele” di Fucecchio e il centro diurno Alzheimer di Montelupo.

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Le mnemopatie da leucoaraiosi

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 agosto 2010

In base a quanto rilevato su pazienti affetti da demenza lieve, la leucoaraiosi è caratterizzata da un effetto soglia, come riscontrabile alla RM e dalla performance mnemonica indipendentemente da età, livello di educazione e gravità della demenza. La leucoaraiosi potrebbe interrompere la comunicazione intra ed interemisferica, e pertanto indurre danni cognitivi e demenza. Non era comunque finora chiaro se vi fosse una soglia volumetrica per la leucoaraiosi che debba essere superata prima che i segni della demenza o un assetto specifico di danni neuropsicologici divengano evidenti. I dati rilevati forniscono un punto fermo per la valutazione degli effetti della leucoaraiosi alla RM sulla presentazione clinica della demenza, nonché un algoritmo per la definizione operativa del momento in cui essa contribuisce significativamente all’espressione clinica della demenza stessa. (Stroke 2008; 39: 806-13)

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Inaugurazione Rsa “S. Francesca Romana”

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 maggio 2010

Roma 1° giugno 2010 ore 10, nella sede di via Casal del Marmo 401 Inaugurazione della rsa “s. Francesca Romana” al centro don Gnocchi “S. Maria della provvidenza”. Curare, assistere e riabilitare anziani non autosufficienti, affetti da demenza e con gravi comorbilità: è questo l’obiettivo dell’innovativa e moderna Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) “S. Francesca Romana”, realizzata a Roma dalla Fondazione Don Gnocchi al Centro “S. Maria della Provvidenza”. Nella stessa occasione saranno inaugurati anche i nuovi locali della struttura di riabilitazione intensiva “S. Agnese” e la struttura di riabilitazione integrata per Alzheimer e Parkinson “S. Maria Goretti”. Il programma dell’inaugurazione è il seguente: Salvatore Provenza (direttore Centri romani Fondazione Don Gnocchi) porge il saluto ai convenuti. Seguono gli interventi di  Fabio De Santis-Vinicio D’Annunzio su i Percorsi riabilitativi alla luce delle Linee Guida della Riabilitazionedi  Anna Rita Pellegrino-Marcello Turno sul Progetto Alzheimer-Parkinson di Luca Padua su Progetti di Ricerca di   Gianbattista Martinelli (direttore generale Fondazione Don Gnocchi)  Linee di sviluppo della Fondazione e gli interventi di Pietro Grasso (direttore generale ASL Roma E), Renata Polverini (Presidente Regione Lazio),  Gianni Alemanno (Sindaco di Roma),  Monsignor Angelo Bazzari (presidente Fondazione Don Gnocchi).

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Rischio di demenza nelle coppie anziane

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 maggio 2010

(Centro Maderna)  La presenza di un coniuge che sviluppa una demenza aumenta nelle coppie anziane il rischio che anche l’altro coniuge incorra nella malattia, e questo rischio è notevolmente più elevato per gli uomini che per le donne. A rilevarlo è stata una ricerca condotta presso l’Università di Stato dello Utah e pubblicata su Journal of the American Geriatrics Society. Nel corso dello studio sono state monitorate per 12 anni 1221 coppie sposate di età superiore ai 65 anni, che all’inizio della ricerca non soffrivano di demenza. Nel corso del tempo sono stati diagnosticati 125 casi di demenza fra i mariti, 70 fra le mogli e 30 per entrambi i coniugi. Dall’analisi dei risultati, i ricercatori hanno constatato che l’incidenza della demenza era effettivamente associata anche all’avere il coniuge affetto dalla malattia. I partecipanti alla ricerca il cui coniuge aveva già sviluppato una demenza avevano anch’essi un rischio sei volte maggiore di incorrervi. Il rischio si è rivelato molto più elevato per gli uomini che per le donne. (Le Scienze, edizione italiana di Scientific American)

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I malati di Alzheimer alla guida

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 aprile 2010

Centro Maderna) Uno studio recente condotto dall’Accademia Americana di Neurologia,  ha portato all’aggiornamento delle linee guida (stese originariamente nel 2000) volte ad aiutare a determinare quando le persone affette da Alzheimer dovrebbero smettere di guidare. “Mentre alcune persone con demenza possono ancora guidare in sicurezza per un po’, alla fine, quasi tutti devono smettere”, dice l’autore delle suddette linee guida, il Dott. Donald J. Iverson.  Negli Stati Uniti, un primo strumento a disposizione dei medici di famiglia per identificare le persone affette da demenza che possono essere a rischio al volante è il CDR (Clinical Dementia Rating), una scala per la classificazione clinica globale della demenza, a cui deve essere allegata la “storia” degli incidenti e delle multe negli ultimi anni. A questo si deve aggiungere un continuo aggiornamento sullo stato del paziente fornito dai caregiver, che deve dimostrare che il carattere dell’assistito non è aggressivo nè impulsivo. Le linee guida sottolineano comunque come, in questo frangente, spesso l”istinto” di chi segue quotidianamente i malati sia  estremamente affidabile: i giudizi di caregiver che consideravano i propri assistiti ancora abili alla guida o insicuri sono stati poi confermati dalle successive prove su strada. (American Academy of Neurology, 12 aprile 2010)

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Gli stimoli intellettuali riducono la demenza

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 ottobre 2009

Mantenere allenate le capacità intellettive in età avanzata aiuterebbe a limitare l’incidenza di deficit cognitivi. Ricercatori francesi attraverso uno studio pubblicato su Neurology hanno dimostrato una riduzione del rischio di queste patologie in anziani impegnati in attività ricreative, quali composizione di puzzle, giochi di carte, ed eventi culturali, quali visione di film e spettacoli teatrali. Solo però se il tutto è compiuto con una certa frequenza. Infatti, messi a confronto due gruppi di individui ultrasessantenni che svolgevano queste attività, rispettivamente una o due volte alla settimana, gli autori, dopo quattro anni di osservazione, hanno registrato una riduzione del 50% dell’incidenza di demenza e del 40% di Alzheimer nelle persone più assiduamente impegnate. Non servirebbe a molto, invece, praticare attività fisiche, passive o sociali, quali camminare, guardare la televisione, ascoltare la radio, praticare giardinaggio o far visita agli amici. «Dopo le opportune correzioni per fattori di rischio cardiovascolare e condizioni generali di salute, abbiamo dimostrato chiaramente che il rischio di sviluppare patologie neurodegenerative diminuisce solo con attività che stimolano le funzioni cognitive» ha dichiarato Tasnime Akbaraly, dell’Inserm, Hôpital La Colombière di Montpellier (L.A.).

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Demenze: ruolo preventivo ACE-inibitori

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 luglio 2009

Gli ACE-inibitori in generale non prevengono la demenza negli anziani trattati per l’ipertensione, ma quelli centralmente attivi sembrano di fatto essere in grado di ridurre il declino cognitivo del 65 percento per ogni anno di esposizione, un effetto probabilmente dovuto alla loro capacità di attraversare la barriera emato-encefalica. Se ciò verrà confermato in uno studio clinico randomizzato, verrà aggiunta una nuova potenziale opzione terapeutica per la prevenzione del morbo di Alzheimer. La decisione di cambiare la terapia ai pazienti ipertesi per passare ad un ACE-inibitore centralmente attivo andrebbe comunque presa caso per caso, in quanto spesso le ragioni alla base della scelta di un agente antiipertensivo in luogo di un altro sono molteplici: in assenza di cointroindicazioni specifiche, però, il passaggio ad un ACE-inibitore centralmente attivo appare ragionevole, anche se il paziente sta già assumendo un ACE-inibitore generico. (Arch Intern Med. 2009; 169: 1195-202)

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Demenza: a rischio la mezza età

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 luglio 2009

I soggetti single presentano un rischio raddoppiato di sviluppare demenza e morbo di Alzheimer nelle fasi tardive della vita rispetto a quelli sposati o che coabitano, il che suggerisce una sostanziale associazione indipendente fra status coniugale e funzionalità cognitiva. Rimanere vedovi o divorziare nella mezza età aumenta il rischio ulteriormente, triplicando l’incidenza del declino cognitivo. Vivere una relazione con un partner potrebbe portare ad una stimolazione sociale e cognitiva che svolge un ruolo protettivo contro i danni cognitivi, il che sarebbe coerente con l’ipotesi della riserva cerebrale. L’effetto protettivo dello status coniugale potrebbe tuttavia essere influenzato negativamente da esperienze stressanti come perdere la persona amata. (BMJ. 2009; 339: b2462)

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Difetti cognitivi non sempre sfociano in demenza

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 aprile 2009

Il numero dei pazienti con lievi difetti cognitivi che progrediscono verso la demenza è al massimo la metà di quanto finora era stato previsto: un’ampia meta-analisi ha infatti dimostrato che il rischio cumulativo di progressione nell’arco di 10 anni varia fra il 30 ed il 50 percento, a fronte dell’opinione comune in base alla quale la progressione doveva essere del 10 percento all’anno, giungendo quindi al 100 percento nell’arco di 10 anni. Anziché essere un invariabile stato di transizione fra il normale invecchiamento e la demenza, i lievi difetti cognitivi sono una condizione in cui alcuni pazienti rimangono statici, ed altri giungono anche a migliorare. (Acta Psychiatr Scand. 2009; 119: 252-65)

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