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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

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Le 4 bufale dei democratici sul CETA

Posted by fidest press agency su sabato, 11 febbraio 2017

strasburgo-parlamento-europeoIl prossimo 15 febbraio il Parlamento Europeo, riunito a Strasburgo, sarà chiamato a ratificare il CETA, l’accordo di libero scambio tra Canada e Unione Europea. Il “fratello piccolo” del TTIP ha destato l’opposizione della società civile, perché vettore degli stessi rischi più volte documentati e mai confutati.La Campagna Stop TTIP Italia, in vista di questa scadenza, ha intensificato la pressione sugli eurodeputati italiani favorevoli al CETA. In seguito al bombardamento di e-mail, telefonate e contatti via social network, è emersa una spaccatura all’interno del gruppo socialdemocratico, cui aderiscono i parlamentari del Pd. A fronte di alcune defezioni, però, una gran parte dei S&D sposano acriticamente le tesi dei promotori dell’accordo, dietro i quali si celano interessi commerciali enormi, spesso molto distanti dalle priorità dei cittadini e dei consumatori.«I messaggi di risposta ricevuti in questi giorni sembrano un copia e incolla di slogan propagandistici – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – Un tentativo maldestro di rassicurare migliaia di cittadini preoccupati, spesso ben più informati degli stessi loro rappresentanti».In particolare le posizioni pro CETA dei socialdemocratici si basano su numerose gravi omissioni e su alcuni assunti tutti da dimostrare, vere e proprie “bufale” che Stop TTIP Italia è in grado di smontare, una per una.
1) Con il CETA, gli europei risparmieranno 500 milioni di euro in tariffe doganali Non è vero. Saranno soltanto le aziende che esportano in Canada ad avere questo vantaggio, che in verità è piuttosto risibile se rapportato al valore degli scambi, che già oggi ammonta a più di 50 miliardi di euro. Le ricadute di questo abbattimento delle tariffe, non andranno a vantaggio del pubblico. Stando alle stime comprese nel documento della Commissione sull’applicazione provvisoria del trattato, il CETA inciderà sul versante delle entrate per l’UE, una volta completata l’attuazione dell’accordo, poiché i dazi non riscossi raggiungeranno un importo pari a 311 milioni di euro. Con il CETA, inoltre, studi indipendenti parlano di un aumento di PIL per l’Europa, in dieci anni, tra lo 0.003% e lo 0.08% e per il Canada tra lo 0.03% e lo 0.76%. Praticamente nullo.
2) Migliora la convalida dei titoli universitari e professionali. Che cosa significa questo? Il CETA stabilisce il reciproco riconoscimento dei titoli professionali tra UE e Canada. Ma mentre in Italia è necessario superare un esame di Stato per esercitare diverse professioni, in Canada è sufficiente un’abilitazione. Equiparare i due sistemi avrebbe l’effetto di mettere in concorrenza i lavoratori italiani ed europei, più formati, con quelli canadesi.
3) Per le imprese europee aumenteranno le quote di accesso agli appalti pubblici in Canada. Non si tratta di un vantaggio per tutti, ma di un affare per pochi. Infatti, l’apertura delle gare pubbliche alle imprese estere, siano europee in Canada o canadesi in Europa, può avvenire soltanto cancellando le regole sul cosiddetto “contenuto locale”. Le amministrazioni pubbliche non potranno più decidere di avvantaggiare piccole e medie imprese del territorio e favorire la manodopera locale. Ancora una volta, si tratta di un aumento della concorrenza con benefici solo per i grandi attori commerciali.
4) L’accordo non modificherà le regole europee su sicurezza alimentare o protezione dell’ambiente. Assolutamente falso. Occorre premettere che alcune regole sulla protezione dell’ambiente sono già state modificate grazie alla pesante attività di lobby del governo canadese e delle grandi imprese promotrici del CETA. Ne è un esempio la Direttiva sulla qualità dei carburanti, svuotata dalla Commissione Europea con l’obiettivo di preparare il terreno all’importazione di petrolio da sabbie bituminose. Questo combustibile fossile, tra i più inquinanti al mondo, senza le pressioni legate al CETA sarebbe ancora vietato in Europa.
Per quanto riguarda la sicurezza alimentare, i rischi connessi all’accordo sono altissimi. Si prospetta un abbandono di fatto del principio di precauzione. Triplicheranno infatti le quote di importazione di grano, che in Canada è pesantemente trattato con il glifosato e a causa dell’umidità e delle basse temperature sviluppa micotossine nocive per l’uomo. Aumenteranno le quote per latte e carne da un Paese le cui gli animali vengono trattati con ormoni della crescita vietati in Europa. Nominalmente anche il Canada rispetta il principio di precauzione, ma insieme agli Stati Uniti si appellò contro il bando presso l’Organismo di risoluzione delle dispute della WTO (DSB), e vinse proprio perché la WTO dichiarò che un concetto come la precauzione, anche se riconosciuto nella legislazione ambientale internazionale, non era rilevante ai fini commerciali. L’Europa, per mantenere il bando, fu condannata a riconoscere a Usa e Canada delle compensazioni. Le risposte degli eurodeputati socialdemocratici, inoltre, dimenticano completamente di citare la pericolosa apertura dei servizi pubblici fondamentali come, acqua, sanità e istruzione agli investitori canadesi. Il CETA sarebbe il primo accordo commerciale contenente una “lista negativa dei servizi”, cioè un sistema di apertura al mercato basato sulla formula “elencalo o perdilo”. Fino ad oggi era obbligatorio segnalare i comparti che si intendeva privatizzare, non quelli da conservare in mano al pubblico.Nemmeno una parola anche sull’ICS, la corte sovranazionale che dovrebbe dirimere le cause intentate dagli investitori agli Stati. Già bocciata dall’Associazione dei magistrati europei e dalla principale associazione di giudici tedeschi, non rispetta nemmeno le richieste avanzate dallo stesso Parlamento Europeo, in una risoluzione votata anche dai socialdemocratici.Inoltre, molte corporation statunitensi tra le quali Walmart, Chevron, Coca Cola e ConAgra, possiedono controllate in Canada, e il CETA potrebbe permettere loro di operare nei mercati europei in condizioni di favore, utilizzando l’ICS anche senza un accordo tra USA e UE come il TTIP.L’impatto democratico del CETA sarà aggravato ulteriormente dalla “cooperazione normativa”. L’UE dovrà consultare il Canada (e viceversa) prima di introdurre nuove leggi o regolamenti, e dovrà attendere i “consigli” di tutti gli stakeholder. In barba alle urgenze dell’interesse pubblico.

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Bersani non può capire

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 marzo 2013

Gli otto punti “salvifici” fissati da Bersani vorrebbero essere adoperati, nelle intenzioni dell’autore, come una sorta di grimaldello con il quale penetrare nella roccaforte dei grillini. La verità ci dimostra, invece, che rappresenta un gesto disperato di chi non sa che pesci prendere. D’altra parte lo ha spiegato molto bene D’Alema facendo capire, nel suo intervento, che se non ci fosse stato Berlusconi il Pd si sarebbe alleato con il Pdl, ovvero per la conservazione di là di quelli che rappresentano i conflitti d’interesse e i guai giudiziari e le leggi ad personam del cavaliere. A questo punto due sono gli aspetti che potrebbero indurre i parlamentari del Movimento cinque stelle a respingere al mittente una proposta che se è nei contenuti allettante potrebbe trasformarsi in una polpetta avvelenata per chi si accingesse ad inserirla nel suo menu. Il primo è la credibilità. Il Pd dovrebbe indicare tempi e modi d’attuazione del programma proposto, ma su questo terreno “scivoloso” vi sono le corsie “burocratiche” delle varie commissioni parlamentari e i loro tempi che un’accorta regia potrebbero trasformare in biblici. Il secondo è la stessa collocazione del Pd nei confronti del suo elettorato. Qui non parliamo di destra o di sinistra ma semplicemente del ruolo che la società civile sta assumendo tra chi ha e chi è e il chi è dei democratici sembra votato ad essere edulcorato con il chi ha, ovvero con i grossi interessi finanziari, economici et similia dei poteri forti italiani, continentali e mondiali. Questa è la differenza e non credo sia da poco. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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“Lobbying e processi democratici. Divergenze e congiunture”

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 maggio 2012

 

Salerno

Salerno (Photo credit: Wikipedia)

Salerno 29 maggio presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Salerno la lezione su “Lobbying e processi democratici. Divergenze e congiunture” Ne discutono Gianfranco Macrì e l’autore di “Lobbying & lobbismi. Le regole del gioco in una democrazia reale” Gianluca Sgueo. Come si possono conciliare una democrazia partecipativa, in cui tutti i cittadini hanno la possibilità di influenzare le decisioni pubbliche, con un sistema di lobby, in cui sono le multinazionali a influenzare le scelte della politica? Esiste un lobbying trasparente? Chi sono i lobbisti in Italia? Saranno questi alcuni dei temi del dibattito organizzato a Salerno per martedì 29 Maggio alle ore 9 presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Salerno, Aula SP/4. Il dibattito sarà l’occasione per la presentazione di “Lobbying & lobbismi. Le regole del gioco in una democrazia reale”, il nuovo libro del Coordinatore dei rapporti con il cittadino, sito web e flussi informativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri Gianluca Sgueo, edito da Egea. L’autore discuterà della possibilità che democrazia partecipativa e lobbying interagiscano per creare un sistema pubblico più efficiente e trasparente. Nel corso della lezione verranno discusse alcune recenti iniziative del governo, tra cui la consultazione pubblica sulla spending review.
Le cronache degli ultimi anni in Italia, il caso Bisignani, ultimo in ordine di tempo, e l’opposizione alle proposte di liberalizzazioni avanzate dal governo Monti, hanno rafforzato le connotazione negative associate alle lobby, viste come raggruppamenti di affaristi, difensori di caste e faccendieri. Nel suo volume Lobbying & lobbismi. Le regole del gioco in una democrazia reale (Egea 2011, 263 pagg., 24 euro) Gianluca Sgueo mostra invece come fare lobbying può essere un’attività trasparente e regolamentata con un ruolo fondamentale per il buon funzionamento della democrazia e dell’economia, disegnando le linee guide per favorire in Italia una crescita culturale nei confronti del lobbying e instaurare un sistema efficace e funzionale.
Come sostiene infatti nella sua prefazione Giuseppe Mazzei, direttore dei Rapporti istituzionali del Gruppo Allianz, in Italia permane “la congiura dell’ignoranza…dove la parola lobby è usata quasi sempre a sproposito come sinonimo di attività illecite o traffici immorali.” Mentre invece “il lobbismo corretto e ben regolamentato è un elemento cruciale per migliorare la competitività del sistema imprenditoriale e in genere del sistema democratico”.
Nel volume infatti Sgueo illustra in maniera vivace e dettagliata la funzione dei lobbisti in una democrazia contemporanea, funzione che fa parte del meccanismo che favorisce una democrazia partecipativa in cui viene incentivato il coinvolgimento dei cittadini nell’assunzione delle decisioni. Il fenomeno viene così fotografato, con esempi tratti sovente dal mondo anglosassone, illustrando i benefici ma anche i problemi senza timore di sottolineare aspetti e esempi negativi. Benefici che in termini di ritorno economico sono stati valutati dalla University of Kansas in uno studio che ha preso in considerazione un’attività di lobbying di 300 milioni di dollari che ha avuto un ritorno di 220 volte il capitale investito. (2012) pp. 264 Egea € 20,40 (formato cartaceo); € 13,99 (formato e-pub)

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Wisconsin: i sindacati e la lotta per la classe media

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 marzo 2011

“È una vergogna”. “Hanno chiuso le porte del governo”. Ecco come ha reagito Scott Fitzgerald, leader repubblicano del Senato statale del Wisconsin mentre commentava il fatto che tutti i legislatori democratici  si sono assentati dalle Camere. Per protestare il disegno di legge che avrebbe colpito i membri dei sindacati statali, la minoranza democratica nel governo, si è data alla “latitanza”  nel vicino Stato dell’Illinois. Così facendo i democratici hanno bloccato temporaneamente il decreto che ha causato forti dimostrazione a Madison, la capitale dello Stato. Non avendo una maggioranza assoluta, i repubblicani hanno almeno bisogno di un legislatore democratico per raggiungere il quorum necessario e procedere ai voti. Alla base della protesta dei legislatori democratici e i più di settantamila dimostranti che hanno invaso Madison sta  ciò che anche il presidente Barack Obama ha dichiarato “un assalto ai sindacati”. L’atmosfera creatasi nella capitale dello Stato riecheggia le rivolte in corso nel Medio Oriente ma senza violenza. Il governatore del Wisconsin Scott Walker non la vede così. Nella sua campagna politica aveva affermato che non si “può spendere più di quel che si ha”. La sua soluzione per affrontare il deficit è di costringere  gli impiegati statali a contribuire  il 50 percento per le loro pensioni e il 12,6 percento per la loro assicurazione medica. Inoltre il disegno di legge varato eliminerebbe le contrattazioni collettive degli impiegati pubblici, diritto presente in quasi tutti gli Stati dell’Unione. Diritto che il 61% degli americani rivendica come conferma un recentissimo sondaggio Gallup. Un diritto che persino i governatori (repubblicani) della Florida, Michigan e Pennsylvania riconoscono. Walker però è estremista. Per colpire ancora i sindacati ed erodere il loro potere, il governatore richiederebbe che i membri del sindacato votino annualmente per riconfermare la loro partecipazione. Si tratta infatti di un attacco ai sindacati che riflette l’ideologia di Walker. Il neoletto governatore ha nel suo curriculum una lunga storia di animosità verso i sindacati. Da grande ammiratore di Ronald Reagan, Walker crede che meno governo ci sia meglio è per l’individuo. Il governatore del Wisconsin è legato a un’ideologia di estrema destra come riflettono i contributi ricevuti dalla Koch Industries, un’azienda identificata con cause politiche ultraconservatrici. Il suo problema però è che il Wisconsin è uno Stato tradizionalmente dominato dai lavoratori e sindacati. L’idea dell’unione dei lavoratori è ovviamente di offrire loro uno standard di vita decente.  Ma negli ultimi decenni i lavori nelle fabbriche sono spariti e quindi i sindacati sono rimasti in linee generali negli impieghi statali.  L’iniziativa privata ha dunque esportato i lavori in altri Paesi riducendo in tal modo la classe media americana. Nel frattempo i lavori nel governo che prima erano considerati meno attrattivi sono diventati più desiderati anche perché offrono un minimo di benefici. Dunque la “scusa” per il disegno di legge nasce dal bisogno economico ma va oltre. Anche per quanto riguarda il deficit la scusa è emersa dal fatto che il governatore e la maggioranza repubblicana hanno recentemente ridotto le tasse alle aziende. Questa riduzione ha creato il deficit. Un deficit dunque manifatturato alla cui radice sta la lotta fra il Partito Repubblicano e i lavoratori. Dato che non ci sono soldi bisogna tagliare e colpire. Si tratta semplicemente di castigare i sindacati. Nemmeno parlare di chiedere ai benestanti di contribuire di più per mantenere i servizi. Ciò è contrario alla “religione” del Partito Repubblicano che mantiene una presa di posizione talebana quando si tratta di tasse. Per riuscire a ottenere il supporto dei cittadini del Wisconsin Walker ha esentato i poliziotti ed i pompieri dal suo disegno di legge.  Dividere e conquistare, sembra essere il piano di Walker. Attaccare questi due gruppi sarebbe stato politicamente pericoloso. Ciononostante, Jim Palmer, direttore esecutivo della Wisconsin Police Association, ha fatto un discorso emozionante nel quale ha detto che oltre a fare il loro dovere di lavorare, i poliziotti parteciperanno alle dimostrazioni con i loro cartelli “Poliziotti per i lavoratori”.Fermare il governo negando la presenza in Aula è già avvenuto nel Texas nel 2003 quando i legislatori democratici si sono messi alla “latitanza” in uno Stato vicino, creando la paralisi nel governo.  I legislatori democratici dello Stato dell’Indiana hanno fatto recentemente la stessa cosa per bloccare disegni di legge ultraconservatori. In generale sono i repubblicani che chiudono le porte del governo. Lo fece Newt Gingrich, presidente della Camera, nel 1995, perché non voleva aumentare il tetto delle spese governative. Il tentativo dei legislatori democratici di fare la stessa cosa è un atto estremo per bloccare l’emorragia ai diritti dei lavoratori. Ci riusciranno? Si spera di sì perché se Walker la spunta parecchi altri Stati seguiranno il suo cammino che conduce sempre di più all’eliminazione della classe media spingendo gli Stati Uniti verso un Paese del terzo mondo.(Domenico Maceri)

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I sindacati in Usa: sempre meno potenti

Posted by fidest press agency su martedì, 15 febbraio 2011

La vittoria repubblicana nelle elezioni di midterm del novembre scorso e la conquista della Camera dei rappresentanti non è stata totale. I democratici non solo hanno mantenuto la maggioranza al Senato ma alcuni Stati come New York e la California hanno scelto leader democratici. Nel caso della California, lo stato-nazione nella costa del pacifico, le maggiori cariche del governo sono andate ai democratici. A cominciare da Jerry Brown, nuovo governatore, e continuando poi con il vicegovernatore, procuratore generale, eccetera. Inoltre i democratici continuano ad avere la maggioranza in ambedue le camere statali. Queste vittorie democratiche nel Golden State sono avvenute in parte mediante i contributi dei sindacati i quali hanno speso 30 milioni di dollari per eleggere candidati del centrosinistra. Oltre al fattore economico i sindacati hanno condotto una campagna a livello dei loro soci incoraggiandoli a votare per candidati democratici. Le vittorie dei democratici dovrebbero tradursi in programmi favorevoli per i lavoratori rappresentati dai sindacati ma in realtà dovranno lottare per non perdere terreno durante questa crisi economica. Il bilancio statale della California prevede un deficit di 25 miliardi di dollari che il
neoeletto governatore vuole colmare mediante tagli ma anche con l¹estensione di alcune tasse.  Né i tagli né le tasse sono ³medicine dolci². I tagli si aggiungono a quelli già effettuati da Arnold Schwarzenegger, ex governatore,
e l¹estensione delle tasse ha un lungo cammino da fare. Brown ha promesso durante la sua campagna elettorale che non aumenterebbe le tasse senza l¹approvazione dei cittadini. Il suo piano è di chiedere alla legislatura di dare la porta aperta al referendum che gli elettori dovrebbero poi approvare ultimamente. Nessuno dei due passi è assicurato.
Nonostante la loro maggioranza alle due camere i democratici hanno bisogno di alcuni voti repubblicani per raggiungere il due terzi necessario. Incerto è anche il susseguente esito alle urne anche se alcuni sondaggi suggeriscono che l¹estensione degli aumenti alle tasse otterrebbe una maggioranza di consensi. Tagli molto più seri sarebbero effettuati se le tasse non dovessero essere approvate. Ecco la minaccia del nuovo governatore. In effetti, nonostante le vittorie dei democratici nel Golden State, i repubblicani continuano a esercitare una forte influenza a frenare gli aumenti delle tasse che ridistribuirebbero in  lieve misura le risorse finanziarie dagli abbienti alle classi più basse. I sindacati e le loro pensioni sono i bersagli principali dei repubblicani che li considerano insostenibili. Troppo generose queste pensioni secondo i repubblicani. Newt Gingrich, ex presidente della Camera, ha persino suggerito che gli Stati dovrebbero dichiarare bancarotta per abrogare questi contratti con i sindacati. La retorica repubblicana ha convinto non pochi californiani ed anche americani che gli impiegati statali ricevono troppi benefici in comparazione a quelli che lavorano per le aziende private. Non pochi studi però hanno rilevato che se si considera la preparazione accademica degli impiegati del governo la differenza sfuma. La differenza è che mentre le aziende private spesso possono andare a bancarotta e quindi non pagare le pensioni ai loro lavoratori, gli Stati ed il governo non hanno preso quella strada. I sindacati sono in un certo senso colpevoli di non avere sottolineato nelle loro campagne che i benefici dei loro soci non solamente  non permettono di vivere in modo opulento ma che bisognerebbe aumentare anche quelli dei cittadini che non sono membri dei sindacati. L¹idea sarebbe di migliorare la vita economica di tutti i lavoratori. In un certo senso i sindacati lo fanno ma indirettamente ed in modo che molti non se ne accorgono. Il concetto della settimana lavorativa di quaranta ore, per esempio, esiste per le pressioni dei sindacati che è eventualmente stato accordato a tutti. Inoltre, se una azienda è costretta ad aumentare gli stipendi dei suoi impiegati membri del sindacato, ciò mette pressione anche a quelle aziende i cui lavoratori non sono rappresentati da sindacati a fare lo stesso. Ma il potere dei sindacati negli Stati Uniti continua a diminuire. Nel 2009 solo il 12,3 percento dei lavoratori americani faceva parte di un sindacato. Nel 2010 la cifra è scesa all¹11,9 percento. La riduzione del potere dei sindacati è dovuta in parte al fatto che i lavoratori non vedono la necessità dei sindacati. La retorica della destra è riuscita a dipingere i sindacati come parte del problema della crisi economica. Quando i membri dei sindacati sono attaccati tutti i lavoratori e le classi meno abbienti soffriranno le conseguenze. (Domenico Maceri San Luis Obispo, CA, USA)

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Honduras, Giai (Maie): solidarietà a Zelaya

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 luglio 2009

“Esprimo solidarietà al presidente Manuel Zelaya, vittima di un colpo di stato. Il presidente è stato eletto in maniera democratica e mi auguro che si continui per questa strada”. Lo dice in una nota la Senatrice del movimento associativo italiani all’estero, Mirella Giai. “L’America latina è sempre stata martirizzata da colpi di stato come questo. Mi auguro  che il presidente Manuel Zelaya torni al suo posto e che lo stato di diritto possa essere ripristinato quanto prima, considero importante la solidarietà e l’appoggio di tutti i paesi democratici.  Questo golpe – conclude Giai – non è solo la negazione dello stato di diritto ma anche del rispetto delle regole democratiche”.

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Il Pd a fianco dei democratici iraniani

Posted by fidest press agency su martedì, 23 giugno 2009

Il PD aderisce al presidio indetto dalla Comunità iraniana di Torino. Siamo solidali con i democratici iraniani, con tutti i giovani, le donne e gli uomini che in questi giorni stanno coraggiosamente resistendo alla repressione da parte del regime.  Condanniamo con fermezza le violenze, gli arresti, la censura imposta all’informazione e chiediamo al nostro Governo e alla comunità internazionale di assumere posizioni chiare e coraggiose nei confronti del regime iraniano, affinché cessino immediatamente le violenze, vengano rilasciati tutti i prigionieri politici, si garantiscano i diritti fondamentali degli oppositori e la libera informazione, si proceda al riconteggio dei voti nella massima trasparenza.  Siamo a fianco dei democratici iraniani che lottano per la libertà e non possiamo accettare che i sogni di cambiamento di un intero popolo possano venire brutalmente soffocati.

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