Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 19

Posts Tagged ‘democratici’

Il conservatore Manchin: ponte di Biden al Senato coi repubblicani?

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 febbraio 2021

By Domenico Maceri. “Joe è una persona di cui ci si può fidare. E se fa una promessa la mantiene”. Così Susan Collins, senatrice repubblicana del Maine mentre descriveva Joe Manchin, senatore democratico del West Virginia. I due senatori hanno molto in comune perché spesso non votano seguendo la linea dei loro rispettivi partiti. Con la parità di seggi nella Camera Alta (50 a 50) ogni voto, e specialmente quello di Manchin, diventa indispensabile per il nuovo presidente Joe Biden. Come si sa, i democratici hanno una lieve maggioranza perché nei voti di parità la vicepresidente democratica Kamala Harris può aggiungere il proprio voto e quindi fare pendere la bilancia verso il suo partito.Nel recentissimo voto preliminare sulla proposta dello stimolo dell’attuale presidente Joe Biden si era infatti caduti in un caso di parità e la vicepresidente ha espresso il voto decisivo. Il disegno di legge non sarà pronto per un po’ di tempo anche se il consenso di Manchin non è assolutamente assicurato una volta arrivati alla votazione finale. In un incontro con il presidente, il senatore del West Virginia aveva indicato la preferenza per un disegno di legge regolarmente bipartisan con consenso di almeno dieci repubblicani. Biden ha però spiegato che l’urgenza della crisi non lascia altra scelta eccetto la manovra di “reconciliation”, un meccanismo sul bilancio che può essere approvato con una semplice maggioranza. Manchin ha capito e per il momento gli ha offerto il supporto.Ciononostante il senatore del West Virginia ha però già espresso un certo scetticismo su alcuni punti della proposta specialmente l’inclusione dell’aumento sul salario minimo federale da 7,25 a 15 dollari l’ora. Undici dollari sarebbe preferibile per Manchin, ma 15, la cifra sponsorizzata da Bernie Sanders, senatore liberal del Vermont, potrebbe fare saltare tutto. Alla fine, però, qualche compromesso sarà raggiunto che aumenterà il salario minimo a 15 dollari anche se qualche flessibilità regionale verrà permessa agli Stati.Manchin, il cui cognome echeggia Mancini, quello dei nonni italiani, è una sorta di anomalia in politica. Fa parte del Partito Democratico ed è stato rieletto in uno degli Stati più conservatori del Paese. Nelle elezioni del 2016 e 2020, per esempio, Trump ha stravinto nel West Virginia con un margine di 40 punti. Nel 2018, Manchin è riuscito a riconquistarsi la rielezione al Senato con un margine di solo tre punti, sconfiggendo il suo avversario repubblicano Patrick Morrissey. Il suo record moderato al Senato lo ha aiutato, avendo votato per quattro anni a favore di leggi proposte da Trump nel 50% dei casi. Ha votato anche per confermare Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, giudici conservatori alla Corte Suprema, nominati dall’ex presidente. Manchin ha persino offerto il suo endorsement alla collega Collins nel 2020, “tradendo” la candidata democratica Sara Gideon. Il resto del suo record al Senato lo vede spesso schierato con i repubblicani. Non supporta l’eliminazione del filibuster, ossia la regola al Senato di ottenere 60 consensi per procedere ai voti e poi approvare nuove leggi. Per le sue posizioni conservatrici è stato sfidato alle primarie democratiche da Paula Jean Swearengin, sconfiggendola però, con il 70% dei consensi.Nonostante tutto Manchin rimane legato al Partito Democratico confermandosi un voto essenziale per l’agenda di Biden. Senza di lui anche leggi programmate con la reconciliation non potrebbero essere approvate. Questa sua posizione in bilico fra repubblicani e democratici gli conferisce allo stesso tempo un certo potere. Biden lo sa e quindi lo corteggia. In un incontro alla Casa Bianca, Biden ha sottolineato che l’emergenza attuale non gli permette di intraprendere la strada bipartisan auspicata da Manchin, ottenendo il riluttante consenso del senatore del West Virginia. Biden ha anche spiegato che ricorda molto bene i comportamenti ostruzionisti dei repubblicani nell’amministrazione di Barack Obama e non vorrebbe una ripetizione. Allo stesso tempo il 46esimo presidente riconosce che nonostante l’attuale maggioranza alla Camera e Senato il suo partito potrebbe perderla in una o entrambe all’elezione di midterm del 2022. Quindi il tempo stringe. Ha due anni per mettere in atto la sua agenda e non può permettersi il lusso di perdere nemmeno un voto al Senato.Per le tendenze di Manchin poco consoni all’ideologia dell’ala sinistra del Partito Democratico, Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare ultra liberal, 14esimo distretto di New York, sta raccogliendo fondi per sponsorizzare uno sfidante a Manchin alle primarie democratiche nel 2024. Manchin non ha paura conoscendo molto bene la politica del West Virginia. Potrebbe anche giocare la carta di lasciare il Partito Democratico e schierarsi con i repubblicani come ha fatto Jim Justice, attuale governatore dello Stato. Justice ha cambiato partito pochi mesi dopo la sua elezione nel 2016. Nel 2020 ha “abbracciato” la politica di Trump, stravincendo l’elezione e conquistandosi facilmente un secondo mandato.Il West Virginia, uno degli Stati più poveri, ha bisogno di investimenti del governo specialmente alla luce del piano di riparare le infrastrutture già annunciato da Biden. Il governatore Justice riconosce la necessità del suo Stato e lo ha già ricordato a Manchin. Rimanendo nel campo dei democratici, Manchin potrà avere un impatto in queste legislazioni che non solo aiuteranno il suo Stato ma anche il Paese. L’alleanza con Biden continua a dare a Manchin uno strumento a beneficio dei suoi concittadini, essendo, almeno per il momento, nel Partito Democratico che ha le redini del governo. Biden ha bisogno del voto di Manchin ma anche della sua ideologia conservatrice che potrebbe formare un ponte con i repubblicani moderati come Collins e aggiungere supporto ai programmi dell’attuale presidente. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Gli equilibri instabili dei sistemi democratici

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 febbraio 2021

di Giuseppe Bianchi. Viviamo, dopo l’esperienza fascista, da quasi 80 anni in un regime democratico. Non è stato e non è il migliore dei mondi possibili ma guardando all’indietro è stata la fase più espansiva del nostro benessere economico e sociale, con le libertà garantite dallo Stato di diritto.Nello stesso tempo abbiamo acquisito una concezione più realistica della democrazia. Non è il governo del popolo, dal popolo e per il popolo, secondo la lirica definizione di Abramo Lincoln.
Sappiamo che in tutte le società, anche quelle democraticamente organizzate, la divisione del lavoro produce una gerarchia di posizioni professionali e di condizioni sociali che vanno coordinate nell’interesse comune attraverso una linea di comando politica. Il problema è quello di legittimare tale linea di comando, cruccio che ha tormentato per secoli la filosofia politica.
Nel sistema democratico la legittimazione è affidata a un insieme di regole e procedure che prevedono le elezioni, il pluralismo dei partiti, l’alternarsi delle maggioranze che consentono al popolo di cambiare i governi senza ricorrere alla violenza di piazza. Il popolo decide in quando rappresentato da una oligarchia da che ha eletta.Ma la democrazia si concretizza anche nell’azione dello Stato e dei Governi che gestiscono un insieme di politiche per soddisfare i bisogni della collettività. Bisogni che evolvono nel tempo sotto la sferza dei cambiamenti che intervengono nelle società e che richiedono adattamenti che impegnano anche il sistema politico.C’è quindi uno sdoppiamento della democrazia che ne evidenzia la fragilità: garantire nel contempo rappresentanza e governabilità. Un equilibrio difficile da mantenere quando si presenta una situazione d’emergenza, come quella in atto, che cumula pandemia sanitaria e crisi economica e sociale. Un sovraccarico per il Governo in carica che da un lato deve sostenere imprese e lavoratori in difficoltà e dall’altro riallineare un sistema produttivo, disomogeneo nelle sue performance settoriali lungo nuove direttrici di “sviluppo sostenibile”, che prevedono irrepetibili risorse da impiegare. Uno straordinario impegno progettuale di rinnovamento per un Governo che, privo di una maggioranza coesa, trova difficoltà oggettive nell’istituzionalizzare una capacità di decisione all’altezza delle nuove sfide.È nella fisiologia democratica rimettere in moto le procedure e le regole affidate al confronto politico, al dibattito parlamentare, alle consultazioni, per verificare l’esistenza di una maggioranza politica in grado di meglio ricomporre i fattori destabilizzanti in atto in un nuovo progetto di ricostruzione del Paese.È ingeneroso rappresentare questi momenti istituzionali come stanche liturgie o teatrino della politica, benché questa fase possa includere intrighi di palazzo per la conquista del potere in assenza di un codice accettato di buona creanza. Rimane in ogni caso la garanzia costituita dal fatto che le nuove élite emergenti si propongono al consenso del popolo rappresentato e non si impongono come avviene nei sistemi illiberali.Certo, la fisiologia democratica presuppone che a un governo politico subentri un governo altrettanto politico, espresso dal Parlamento. Quando ciò non avviene ed è il Presidente della Repubblica a proporre, come estrema ratio, un suo candidato eccellente per un Governo di Salute Pubblica, il messaggio che arriva è quello di un grave disfunzionamento delle istituzioni democratiche. La soluzione carismatica dell’uomo “migliore” al potere può certamente accelerare i tempi della fuoriuscita dalla crisi in quanto sostenuta da inedita maggioranza parlamentare. Ma si tratta pur sempre di una tregua che deve riportare alla normalità del gioco democratico imperniato sulla dialettica dei partiti e sull’alternanza dei Governi. Una sfida per il nostro sistema democratico ormai sfibrato – in crisi di rappresentanza perché i cittadini, in gran parte, hanno smesso di essere politicamente attivi – e debole nella sua capacità governante per la dispersione dei centri decisionali. Il Governo Draghi può segnare una rottura con il passato se l’adesione a un programma di rilancio del Paese diventa l’occasione per un riposizionamento non strumentale dei partiti che devono saper offrire una ristrutturazione dell’offerta politica in grado di riattivare la partecipazione dei cittadini. Va infine ricordato che la governabilità democratica non si esaurisce nell’equilibrio interno dei poteri dello Stato che definiscono la sua autorità regolatoria. In una economia di mercato c’è l’operare autonomo della finanza, delle imprese, del lavoro, che danno vita ad ordinamenti di rappresentanza collettiva, sottratti alla sfera statale, le cui regole influenzano la competitività produttiva e le potenzialità di crescita del sistema Paese.
Questo per dire che la fuoriuscita dalla crisi non è solo legata alla bontà dei progetti con cui impiegare le risorse europee e alla capacità di spesa dell’apparato pubblico. Non meno importante è l’attivazione degli investimenti privati e una nuova propensione condivisa all’innovazione produttivistica quale opportunità per meglio retribuire quanti concorrono a produrla.Tanto più se si considera che le nuove direttrici di uno sviluppo sostenibile accelereranno la riallocazione del lavoro e del capitale riproponendo la necessità di un dialogo fra Governo e parti sociali in grado di sostenere tali processi e renderli socialmente accettabili.Una missione difficile in un Paese di separati in casa. Ma la democrazia è un sistema in cui il potere è diffuso. Se non si ricreano istituzioni di coordinamento in grado di ricomporre gli interessi di parte con gli interessi generali della collettività, le libertà individuali e collettive di cui abbiamo goduto cessano di essere il vantaggio competitivo rispetto ai più efficienti sistemi autoritari. (https://www.facebook.com/QuaderniISRIL/

Posted in Recensioni/Reviews | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Pd, Serracchiani: “Al Partito serve un progetto ideale”

Posted by fidest press agency su sabato, 14 novembre 2020

“C’è una lezione di carattere generale che possiamo far nostra dalla campagna di Biden e dalla sua vittoria. Le modalità dell’azione politica non possono essere, ancora e sempre, un problema primario rispetto alla necessità impellente di avere obiettivi ideali capaci di cambiare la vita delle persone, di farli capire, di trasmetterli e di aggregare attorno ad essi consenso ed entusiasmo. Biden ha dato corpo a una proposta politica e sociale concreta e attuale, e al tempo stesso proiettata nel futuro. Penso che dovremmo riuscire anche noi a dire agli italiani non solo cosa il Pd può fare per loro, ma anche cosa gli italiani possono avere l’ambizione di diventare “ così la Presidente della Commissione Lavoro della Camera Debora Serracchiani in una intervista sulle pagine del quotidiano il Riformista di stamani in edicola.“Dobbiamo dare motivazioni più forti alle nostre scelte e avere parole più chiare per spiegarle – spiega Serracchiani – . Sinceramente, non possiamo continuare a dibattere se dai semi dell’Ulivo doveva nascere qualcosa di diverso. E nemmeno esaurirci sulla “forma partito”, sulle primarie, sulle tessere o sull’organizzazione. Il Pd, se vuole, sa che cos’è e qual è la sua visione del mondo. Al Pd è toccato il compito di essere custode pressoché solitario di un patrimonio di valori e conquiste sotto attacco. La dignità delle Istituzioni repubblicane, la democrazia rappresentativa, l’Europa, l’Occidente come riferimento di diritti. Su pilastri come questi non abbiamo mai mollato. Certo, perché sono inscritte nel Dna delle grandi tradizioni, ma anche perché oggi quei valori sono essi direttamente parte del Pd, senza mediazioni. E siccome un partito costruisce il senso della sua esistenza lungo il cammino, con le scelte che fa, e non solo perché può esibire un atto di nascita impeccabile, credo che non dobbiamo più stare troppo a spiegare perché esistiamo”.

Posted in Politica/Politics, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Il doppio compito dei democratici: arginare Trump e legiferare

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 gennaio 2020

By Domenico Maceri. “Beh, prima di tutto, obbedirei a qualunque atto di comparizione”. Queste le parole di Joe Biden, ex vicepresidente durante i due mandati presidenziali di Barack Obama e di questi giorni candidato alla nomination del Partito Democratico. Pochi giorni prima, però, Biden aveva dichiarato al Des Moines Register, giornale dello Stato dell’Iowa che aprirà le primarie il prossimo mese, che non avrebbe accettato un atto di comparizione nel probabile processo di Donald Trump al Senato.
Il suggerimento di Biden di non rispettare la richiesta di presentarsi e offrire testimonianze lo avvicinerebbe ai comportamenti di Donald Trump che ha fatto “un’arte” di impedire ai suoi collaboratori a rispettare gli atti di comparizione emessi dalla Camera sulle indagine dell’Ucrainagate. Per Trump si tratta di una strategia che gli ha portato buoni risultati. Il procuratore speciale sul Russiagate Robert Mueller ha accettato risposte scritte da Trump invece di intraprendere un lungo percorso giudiziario per costringere l’inquilino della Casa Bianca a testimoniare in persona.Il 45esimo presidente ha abusato i rifiuti di collaborare alle inchieste di Mueller e quelli delle varie commissioni alla Camera. Anche qui i presidenti di varie commissioni hanno scelto di non sfidare Trump e i suoi collaboratori seguendo la strada giudiziaria per costringerli a testimoniare. Si sapeva che il 45esimo presidente avrebbe risposto con azioni legali che prenderebbero troppo tempo e quindi i ritardi gli avrebbero fornito una scappatoia. Nel caso dell’Ucrainagate, però, la Camera ha agito fissando uno dei capi d’accusa dell’impeachment sull’abuso di potere basato in buona parte sugli sforzi del presidente di bloccare le indagini.Biden dunque con la sua dichiarazione iniziale di rifiutare un atto di comparizione avrebbe fatto il gioco di Trump, aggiungendo fuoco alla demolizione delle istituzioni. La sua retromarcia ha ricondotto se stesso e il suo partito sulla strada giusta di rispettare le strutture costituzionali anche quando uno non è d’accordo con alcune procedure. Un imputato non può decidere di rifiutare la sua collaborazione perché lui o lei la giudica ingiusta.A Trump interessano poco le istituzioni e infatti aveva promesso in campagna elettorale di asciugare il pantano di Washington. Con la sua condotta però il 45esimo presidente non ha fatto che ingrandire il pantano esistente, preoccupandosi solo della sua sopravvivenza politica. Il Partito Repubblicano lo ha coadiuvato in maniera quasi completa chiudendo non uno ma ambedue gli occhi sui comportamenti poco ortodossi e potenzialmente illegali dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Trump, come si ricorda, continua ad essere proprietario della sua azienda creando ovvi conflitti di interesse, beneficiando della pubblicità ogni volta che lui va a giocare nei suoi campi da golf o passare tempo nei suoi resort, violando la “emoluments clause” della Costituzione americana. Inoltre, nel caso del Russiagate, il 45esimo presidente ha fatto di tutto per ostruire la giustizia come ci dimostrano la dozzina di esempi inclusi nel rapporto finale di Mueller. Anche la recentissima uccisione del generale Kasem Soleimani, che presidenti americani democratici e repubblicani avevano rifiutato di realizzare, riflette un atto potenzialmente illegale dell’attuale presidente americano. Fino ad adesso, le spiegazioni dell’amministrazione di Trump sono state poco convincenti.Nel caso dell’impeachment, Mitch McConnell, senatore del Kentucky e presidente del Senato, ha dichiarato subito dopo del voto alla Camera che lui stava preparando il processo nella Camera Alta con “la completa coordinazione dei legali alla Casa Bianca”. McConnell ha giocato a carte scoperte come se un giudice cooperasse con l’imputato, suggerendo che il verdetto sarebbe quello di innocenza.
Non dovrebbe sorprendere dunque la riluttanza di Nancy Pelosi, speaker della Camera, di inviare gli articoli di impeachment al Senato, sapendo che McConnell ha già deciso che Trump è innocente. La cautela della Pelosi avrebbe dovuto mettere pressione su McConnell di stabilire regole per un processo appropriato con l’uso di testimoni richiesti da ambedue le parti. Sembra che McConnell abbia determinato invece di fare un processo molto sbrigativo per bollare Trump di innocenza e cercare di lavare la macchia di impeachment stampata dalla Camera sulle spalle del presidente.Considerando le azioni dell’attuale inquilino della Casa Bianca che spesso rasentano l’illegalità o a volte la riflettono completamente, i democratici hanno un duro e doppio compito. Da una parte, devono arginare i comportamenti di Trump, ma allo stesso tempo devono completare la loro agenda legislativa. Sotto la guida della Pelosi, infatti, la Camera ha approvato un centinaio di disegni di legge che sono stati però bloccati una volta arrivati al Senato. Nonostante la sua risicata maggioranza alla Camera Alta, McConnell è riuscito a mantenere compatti i senatori repubblicani, facendo il bello e brutto tempo, specialmente con l’approvazione di giudici conservatori che avranno un impatto decisamente negativo nei prossimi decenni.
I democratici sperano nelle prossime elezioni non solo per tentare la riconquista della Casa Bianca ma anche la maggioranza al Senato. In questa prospettiva il loro compito consiste di fare di tutto affinché il numero di elettori aumenti. Più cittadini votano, più alte le possibilità di azione governativa che benefici il Paese e in secondo luogo anche il resto del mondo, considerando il peso della politica estera americana. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Le 4 bufale dei democratici sul CETA

Posted by fidest press agency su sabato, 11 febbraio 2017

strasburgo-parlamento-europeoIl prossimo 15 febbraio il Parlamento Europeo, riunito a Strasburgo, sarà chiamato a ratificare il CETA, l’accordo di libero scambio tra Canada e Unione Europea. Il “fratello piccolo” del TTIP ha destato l’opposizione della società civile, perché vettore degli stessi rischi più volte documentati e mai confutati.La Campagna Stop TTIP Italia, in vista di questa scadenza, ha intensificato la pressione sugli eurodeputati italiani favorevoli al CETA. In seguito al bombardamento di e-mail, telefonate e contatti via social network, è emersa una spaccatura all’interno del gruppo socialdemocratico, cui aderiscono i parlamentari del Pd. A fronte di alcune defezioni, però, una gran parte dei S&D sposano acriticamente le tesi dei promotori dell’accordo, dietro i quali si celano interessi commerciali enormi, spesso molto distanti dalle priorità dei cittadini e dei consumatori.«I messaggi di risposta ricevuti in questi giorni sembrano un copia e incolla di slogan propagandistici – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – Un tentativo maldestro di rassicurare migliaia di cittadini preoccupati, spesso ben più informati degli stessi loro rappresentanti».In particolare le posizioni pro CETA dei socialdemocratici si basano su numerose gravi omissioni e su alcuni assunti tutti da dimostrare, vere e proprie “bufale” che Stop TTIP Italia è in grado di smontare, una per una.
1) Con il CETA, gli europei risparmieranno 500 milioni di euro in tariffe doganali Non è vero. Saranno soltanto le aziende che esportano in Canada ad avere questo vantaggio, che in verità è piuttosto risibile se rapportato al valore degli scambi, che già oggi ammonta a più di 50 miliardi di euro. Le ricadute di questo abbattimento delle tariffe, non andranno a vantaggio del pubblico. Stando alle stime comprese nel documento della Commissione sull’applicazione provvisoria del trattato, il CETA inciderà sul versante delle entrate per l’UE, una volta completata l’attuazione dell’accordo, poiché i dazi non riscossi raggiungeranno un importo pari a 311 milioni di euro. Con il CETA, inoltre, studi indipendenti parlano di un aumento di PIL per l’Europa, in dieci anni, tra lo 0.003% e lo 0.08% e per il Canada tra lo 0.03% e lo 0.76%. Praticamente nullo.
2) Migliora la convalida dei titoli universitari e professionali. Che cosa significa questo? Il CETA stabilisce il reciproco riconoscimento dei titoli professionali tra UE e Canada. Ma mentre in Italia è necessario superare un esame di Stato per esercitare diverse professioni, in Canada è sufficiente un’abilitazione. Equiparare i due sistemi avrebbe l’effetto di mettere in concorrenza i lavoratori italiani ed europei, più formati, con quelli canadesi.
3) Per le imprese europee aumenteranno le quote di accesso agli appalti pubblici in Canada. Non si tratta di un vantaggio per tutti, ma di un affare per pochi. Infatti, l’apertura delle gare pubbliche alle imprese estere, siano europee in Canada o canadesi in Europa, può avvenire soltanto cancellando le regole sul cosiddetto “contenuto locale”. Le amministrazioni pubbliche non potranno più decidere di avvantaggiare piccole e medie imprese del territorio e favorire la manodopera locale. Ancora una volta, si tratta di un aumento della concorrenza con benefici solo per i grandi attori commerciali.
4) L’accordo non modificherà le regole europee su sicurezza alimentare o protezione dell’ambiente. Assolutamente falso. Occorre premettere che alcune regole sulla protezione dell’ambiente sono già state modificate grazie alla pesante attività di lobby del governo canadese e delle grandi imprese promotrici del CETA. Ne è un esempio la Direttiva sulla qualità dei carburanti, svuotata dalla Commissione Europea con l’obiettivo di preparare il terreno all’importazione di petrolio da sabbie bituminose. Questo combustibile fossile, tra i più inquinanti al mondo, senza le pressioni legate al CETA sarebbe ancora vietato in Europa.
Per quanto riguarda la sicurezza alimentare, i rischi connessi all’accordo sono altissimi. Si prospetta un abbandono di fatto del principio di precauzione. Triplicheranno infatti le quote di importazione di grano, che in Canada è pesantemente trattato con il glifosato e a causa dell’umidità e delle basse temperature sviluppa micotossine nocive per l’uomo. Aumenteranno le quote per latte e carne da un Paese le cui gli animali vengono trattati con ormoni della crescita vietati in Europa. Nominalmente anche il Canada rispetta il principio di precauzione, ma insieme agli Stati Uniti si appellò contro il bando presso l’Organismo di risoluzione delle dispute della WTO (DSB), e vinse proprio perché la WTO dichiarò che un concetto come la precauzione, anche se riconosciuto nella legislazione ambientale internazionale, non era rilevante ai fini commerciali. L’Europa, per mantenere il bando, fu condannata a riconoscere a Usa e Canada delle compensazioni. Le risposte degli eurodeputati socialdemocratici, inoltre, dimenticano completamente di citare la pericolosa apertura dei servizi pubblici fondamentali come, acqua, sanità e istruzione agli investitori canadesi. Il CETA sarebbe il primo accordo commerciale contenente una “lista negativa dei servizi”, cioè un sistema di apertura al mercato basato sulla formula “elencalo o perdilo”. Fino ad oggi era obbligatorio segnalare i comparti che si intendeva privatizzare, non quelli da conservare in mano al pubblico.Nemmeno una parola anche sull’ICS, la corte sovranazionale che dovrebbe dirimere le cause intentate dagli investitori agli Stati. Già bocciata dall’Associazione dei magistrati europei e dalla principale associazione di giudici tedeschi, non rispetta nemmeno le richieste avanzate dallo stesso Parlamento Europeo, in una risoluzione votata anche dai socialdemocratici.Inoltre, molte corporation statunitensi tra le quali Walmart, Chevron, Coca Cola e ConAgra, possiedono controllate in Canada, e il CETA potrebbe permettere loro di operare nei mercati europei in condizioni di favore, utilizzando l’ICS anche senza un accordo tra USA e UE come il TTIP.L’impatto democratico del CETA sarà aggravato ulteriormente dalla “cooperazione normativa”. L’UE dovrà consultare il Canada (e viceversa) prima di introdurre nuove leggi o regolamenti, e dovrà attendere i “consigli” di tutti gli stakeholder. In barba alle urgenze dell’interesse pubblico.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Bersani non può capire

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 marzo 2013

Gli otto punti “salvifici” fissati da Bersani vorrebbero essere adoperati, nelle intenzioni dell’autore, come una sorta di grimaldello con il quale penetrare nella roccaforte dei grillini. La verità ci dimostra, invece, che rappresenta un gesto disperato di chi non sa che pesci prendere. D’altra parte lo ha spiegato molto bene D’Alema facendo capire, nel suo intervento, che se non ci fosse stato Berlusconi il Pd si sarebbe alleato con il Pdl, ovvero per la conservazione di là di quelli che rappresentano i conflitti d’interesse e i guai giudiziari e le leggi ad personam del cavaliere. A questo punto due sono gli aspetti che potrebbero indurre i parlamentari del Movimento cinque stelle a respingere al mittente una proposta che se è nei contenuti allettante potrebbe trasformarsi in una polpetta avvelenata per chi si accingesse ad inserirla nel suo menu. Il primo è la credibilità. Il Pd dovrebbe indicare tempi e modi d’attuazione del programma proposto, ma su questo terreno “scivoloso” vi sono le corsie “burocratiche” delle varie commissioni parlamentari e i loro tempi che un’accorta regia potrebbero trasformare in biblici. Il secondo è la stessa collocazione del Pd nei confronti del suo elettorato. Qui non parliamo di destra o di sinistra ma semplicemente del ruolo che la società civile sta assumendo tra chi ha e chi è e il chi è dei democratici sembra votato ad essere edulcorato con il chi ha, ovvero con i grossi interessi finanziari, economici et similia dei poteri forti italiani, continentali e mondiali. Questa è la differenza e non credo sia da poco. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

Posted in Confronti/Your and my opinions | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

“Lobbying e processi democratici. Divergenze e congiunture”

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 Maggio 2012

 

Salerno

Salerno (Photo credit: Wikipedia)

Salerno 29 maggio presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Salerno la lezione su “Lobbying e processi democratici. Divergenze e congiunture” Ne discutono Gianfranco Macrì e l’autore di “Lobbying & lobbismi. Le regole del gioco in una democrazia reale” Gianluca Sgueo. Come si possono conciliare una democrazia partecipativa, in cui tutti i cittadini hanno la possibilità di influenzare le decisioni pubbliche, con un sistema di lobby, in cui sono le multinazionali a influenzare le scelte della politica? Esiste un lobbying trasparente? Chi sono i lobbisti in Italia? Saranno questi alcuni dei temi del dibattito organizzato a Salerno per martedì 29 Maggio alle ore 9 presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Salerno, Aula SP/4. Il dibattito sarà l’occasione per la presentazione di “Lobbying & lobbismi. Le regole del gioco in una democrazia reale”, il nuovo libro del Coordinatore dei rapporti con il cittadino, sito web e flussi informativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri Gianluca Sgueo, edito da Egea. L’autore discuterà della possibilità che democrazia partecipativa e lobbying interagiscano per creare un sistema pubblico più efficiente e trasparente. Nel corso della lezione verranno discusse alcune recenti iniziative del governo, tra cui la consultazione pubblica sulla spending review.
Le cronache degli ultimi anni in Italia, il caso Bisignani, ultimo in ordine di tempo, e l’opposizione alle proposte di liberalizzazioni avanzate dal governo Monti, hanno rafforzato le connotazione negative associate alle lobby, viste come raggruppamenti di affaristi, difensori di caste e faccendieri. Nel suo volume Lobbying & lobbismi. Le regole del gioco in una democrazia reale (Egea 2011, 263 pagg., 24 euro) Gianluca Sgueo mostra invece come fare lobbying può essere un’attività trasparente e regolamentata con un ruolo fondamentale per il buon funzionamento della democrazia e dell’economia, disegnando le linee guide per favorire in Italia una crescita culturale nei confronti del lobbying e instaurare un sistema efficace e funzionale.
Come sostiene infatti nella sua prefazione Giuseppe Mazzei, direttore dei Rapporti istituzionali del Gruppo Allianz, in Italia permane “la congiura dell’ignoranza…dove la parola lobby è usata quasi sempre a sproposito come sinonimo di attività illecite o traffici immorali.” Mentre invece “il lobbismo corretto e ben regolamentato è un elemento cruciale per migliorare la competitività del sistema imprenditoriale e in genere del sistema democratico”.
Nel volume infatti Sgueo illustra in maniera vivace e dettagliata la funzione dei lobbisti in una democrazia contemporanea, funzione che fa parte del meccanismo che favorisce una democrazia partecipativa in cui viene incentivato il coinvolgimento dei cittadini nell’assunzione delle decisioni. Il fenomeno viene così fotografato, con esempi tratti sovente dal mondo anglosassone, illustrando i benefici ma anche i problemi senza timore di sottolineare aspetti e esempi negativi. Benefici che in termini di ritorno economico sono stati valutati dalla University of Kansas in uno studio che ha preso in considerazione un’attività di lobbying di 300 milioni di dollari che ha avuto un ritorno di 220 volte il capitale investito. (2012) pp. 264 Egea € 20,40 (formato cartaceo); € 13,99 (formato e-pub)

Posted in Cronaca/News, Università/University | Contrassegnato da tag: , , , | 1 Comment »

Wisconsin: i sindacati e la lotta per la classe media

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 marzo 2011

“È una vergogna”. “Hanno chiuso le porte del governo”. Ecco come ha reagito Scott Fitzgerald, leader repubblicano del Senato statale del Wisconsin mentre commentava il fatto che tutti i legislatori democratici  si sono assentati dalle Camere. Per protestare il disegno di legge che avrebbe colpito i membri dei sindacati statali, la minoranza democratica nel governo, si è data alla “latitanza”  nel vicino Stato dell’Illinois. Così facendo i democratici hanno bloccato temporaneamente il decreto che ha causato forti dimostrazione a Madison, la capitale dello Stato. Non avendo una maggioranza assoluta, i repubblicani hanno almeno bisogno di un legislatore democratico per raggiungere il quorum necessario e procedere ai voti. Alla base della protesta dei legislatori democratici e i più di settantamila dimostranti che hanno invaso Madison sta  ciò che anche il presidente Barack Obama ha dichiarato “un assalto ai sindacati”. L’atmosfera creatasi nella capitale dello Stato riecheggia le rivolte in corso nel Medio Oriente ma senza violenza. Il governatore del Wisconsin Scott Walker non la vede così. Nella sua campagna politica aveva affermato che non si “può spendere più di quel che si ha”. La sua soluzione per affrontare il deficit è di costringere  gli impiegati statali a contribuire  il 50 percento per le loro pensioni e il 12,6 percento per la loro assicurazione medica. Inoltre il disegno di legge varato eliminerebbe le contrattazioni collettive degli impiegati pubblici, diritto presente in quasi tutti gli Stati dell’Unione. Diritto che il 61% degli americani rivendica come conferma un recentissimo sondaggio Gallup. Un diritto che persino i governatori (repubblicani) della Florida, Michigan e Pennsylvania riconoscono. Walker però è estremista. Per colpire ancora i sindacati ed erodere il loro potere, il governatore richiederebbe che i membri del sindacato votino annualmente per riconfermare la loro partecipazione. Si tratta infatti di un attacco ai sindacati che riflette l’ideologia di Walker. Il neoletto governatore ha nel suo curriculum una lunga storia di animosità verso i sindacati. Da grande ammiratore di Ronald Reagan, Walker crede che meno governo ci sia meglio è per l’individuo. Il governatore del Wisconsin è legato a un’ideologia di estrema destra come riflettono i contributi ricevuti dalla Koch Industries, un’azienda identificata con cause politiche ultraconservatrici. Il suo problema però è che il Wisconsin è uno Stato tradizionalmente dominato dai lavoratori e sindacati. L’idea dell’unione dei lavoratori è ovviamente di offrire loro uno standard di vita decente.  Ma negli ultimi decenni i lavori nelle fabbriche sono spariti e quindi i sindacati sono rimasti in linee generali negli impieghi statali.  L’iniziativa privata ha dunque esportato i lavori in altri Paesi riducendo in tal modo la classe media americana. Nel frattempo i lavori nel governo che prima erano considerati meno attrattivi sono diventati più desiderati anche perché offrono un minimo di benefici. Dunque la “scusa” per il disegno di legge nasce dal bisogno economico ma va oltre. Anche per quanto riguarda il deficit la scusa è emersa dal fatto che il governatore e la maggioranza repubblicana hanno recentemente ridotto le tasse alle aziende. Questa riduzione ha creato il deficit. Un deficit dunque manifatturato alla cui radice sta la lotta fra il Partito Repubblicano e i lavoratori. Dato che non ci sono soldi bisogna tagliare e colpire. Si tratta semplicemente di castigare i sindacati. Nemmeno parlare di chiedere ai benestanti di contribuire di più per mantenere i servizi. Ciò è contrario alla “religione” del Partito Repubblicano che mantiene una presa di posizione talebana quando si tratta di tasse. Per riuscire a ottenere il supporto dei cittadini del Wisconsin Walker ha esentato i poliziotti ed i pompieri dal suo disegno di legge.  Dividere e conquistare, sembra essere il piano di Walker. Attaccare questi due gruppi sarebbe stato politicamente pericoloso. Ciononostante, Jim Palmer, direttore esecutivo della Wisconsin Police Association, ha fatto un discorso emozionante nel quale ha detto che oltre a fare il loro dovere di lavorare, i poliziotti parteciperanno alle dimostrazioni con i loro cartelli “Poliziotti per i lavoratori”.Fermare il governo negando la presenza in Aula è già avvenuto nel Texas nel 2003 quando i legislatori democratici si sono messi alla “latitanza” in uno Stato vicino, creando la paralisi nel governo.  I legislatori democratici dello Stato dell’Indiana hanno fatto recentemente la stessa cosa per bloccare disegni di legge ultraconservatori. In generale sono i repubblicani che chiudono le porte del governo. Lo fece Newt Gingrich, presidente della Camera, nel 1995, perché non voleva aumentare il tetto delle spese governative. Il tentativo dei legislatori democratici di fare la stessa cosa è un atto estremo per bloccare l’emorragia ai diritti dei lavoratori. Ci riusciranno? Si spera di sì perché se Walker la spunta parecchi altri Stati seguiranno il suo cammino che conduce sempre di più all’eliminazione della classe media spingendo gli Stati Uniti verso un Paese del terzo mondo.(Domenico Maceri)

Posted in Estero/world news, Welfare/ Environment | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

I sindacati in Usa: sempre meno potenti

Posted by fidest press agency su martedì, 15 febbraio 2011

La vittoria repubblicana nelle elezioni di midterm del novembre scorso e la conquista della Camera dei rappresentanti non è stata totale. I democratici non solo hanno mantenuto la maggioranza al Senato ma alcuni Stati come New York e la California hanno scelto leader democratici. Nel caso della California, lo stato-nazione nella costa del pacifico, le maggiori cariche del governo sono andate ai democratici. A cominciare da Jerry Brown, nuovo governatore, e continuando poi con il vicegovernatore, procuratore generale, eccetera. Inoltre i democratici continuano ad avere la maggioranza in ambedue le camere statali. Queste vittorie democratiche nel Golden State sono avvenute in parte mediante i contributi dei sindacati i quali hanno speso 30 milioni di dollari per eleggere candidati del centrosinistra. Oltre al fattore economico i sindacati hanno condotto una campagna a livello dei loro soci incoraggiandoli a votare per candidati democratici. Le vittorie dei democratici dovrebbero tradursi in programmi favorevoli per i lavoratori rappresentati dai sindacati ma in realtà dovranno lottare per non perdere terreno durante questa crisi economica. Il bilancio statale della California prevede un deficit di 25 miliardi di dollari che il
neoeletto governatore vuole colmare mediante tagli ma anche con l¹estensione di alcune tasse.  Né i tagli né le tasse sono ³medicine dolci². I tagli si aggiungono a quelli già effettuati da Arnold Schwarzenegger, ex governatore,
e l¹estensione delle tasse ha un lungo cammino da fare. Brown ha promesso durante la sua campagna elettorale che non aumenterebbe le tasse senza l¹approvazione dei cittadini. Il suo piano è di chiedere alla legislatura di dare la porta aperta al referendum che gli elettori dovrebbero poi approvare ultimamente. Nessuno dei due passi è assicurato.
Nonostante la loro maggioranza alle due camere i democratici hanno bisogno di alcuni voti repubblicani per raggiungere il due terzi necessario. Incerto è anche il susseguente esito alle urne anche se alcuni sondaggi suggeriscono che l¹estensione degli aumenti alle tasse otterrebbe una maggioranza di consensi. Tagli molto più seri sarebbero effettuati se le tasse non dovessero essere approvate. Ecco la minaccia del nuovo governatore. In effetti, nonostante le vittorie dei democratici nel Golden State, i repubblicani continuano a esercitare una forte influenza a frenare gli aumenti delle tasse che ridistribuirebbero in  lieve misura le risorse finanziarie dagli abbienti alle classi più basse. I sindacati e le loro pensioni sono i bersagli principali dei repubblicani che li considerano insostenibili. Troppo generose queste pensioni secondo i repubblicani. Newt Gingrich, ex presidente della Camera, ha persino suggerito che gli Stati dovrebbero dichiarare bancarotta per abrogare questi contratti con i sindacati. La retorica repubblicana ha convinto non pochi californiani ed anche americani che gli impiegati statali ricevono troppi benefici in comparazione a quelli che lavorano per le aziende private. Non pochi studi però hanno rilevato che se si considera la preparazione accademica degli impiegati del governo la differenza sfuma. La differenza è che mentre le aziende private spesso possono andare a bancarotta e quindi non pagare le pensioni ai loro lavoratori, gli Stati ed il governo non hanno preso quella strada. I sindacati sono in un certo senso colpevoli di non avere sottolineato nelle loro campagne che i benefici dei loro soci non solamente  non permettono di vivere in modo opulento ma che bisognerebbe aumentare anche quelli dei cittadini che non sono membri dei sindacati. L¹idea sarebbe di migliorare la vita economica di tutti i lavoratori. In un certo senso i sindacati lo fanno ma indirettamente ed in modo che molti non se ne accorgono. Il concetto della settimana lavorativa di quaranta ore, per esempio, esiste per le pressioni dei sindacati che è eventualmente stato accordato a tutti. Inoltre, se una azienda è costretta ad aumentare gli stipendi dei suoi impiegati membri del sindacato, ciò mette pressione anche a quelle aziende i cui lavoratori non sono rappresentati da sindacati a fare lo stesso. Ma il potere dei sindacati negli Stati Uniti continua a diminuire. Nel 2009 solo il 12,3 percento dei lavoratori americani faceva parte di un sindacato. Nel 2010 la cifra è scesa all¹11,9 percento. La riduzione del potere dei sindacati è dovuta in parte al fatto che i lavoratori non vedono la necessità dei sindacati. La retorica della destra è riuscita a dipingere i sindacati come parte del problema della crisi economica. Quando i membri dei sindacati sono attaccati tutti i lavoratori e le classi meno abbienti soffriranno le conseguenze. (Domenico Maceri San Luis Obispo, CA, USA)

Posted in Estero/world news, Welfare/ Environment | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Honduras, Giai (Maie): solidarietà a Zelaya

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 luglio 2009

“Esprimo solidarietà al presidente Manuel Zelaya, vittima di un colpo di stato. Il presidente è stato eletto in maniera democratica e mi auguro che si continui per questa strada”. Lo dice in una nota la Senatrice del movimento associativo italiani all’estero, Mirella Giai. “L’America latina è sempre stata martirizzata da colpi di stato come questo. Mi auguro  che il presidente Manuel Zelaya torni al suo posto e che lo stato di diritto possa essere ripristinato quanto prima, considero importante la solidarietà e l’appoggio di tutti i paesi democratici.  Questo golpe – conclude Giai – non è solo la negazione dello stato di diritto ma anche del rispetto delle regole democratiche”.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Il Pd a fianco dei democratici iraniani

Posted by fidest press agency su martedì, 23 giugno 2009

Il PD aderisce al presidio indetto dalla Comunità iraniana di Torino. Siamo solidali con i democratici iraniani, con tutti i giovani, le donne e gli uomini che in questi giorni stanno coraggiosamente resistendo alla repressione da parte del regime.  Condanniamo con fermezza le violenze, gli arresti, la censura imposta all’informazione e chiediamo al nostro Governo e alla comunità internazionale di assumere posizioni chiare e coraggiose nei confronti del regime iraniano, affinché cessino immediatamente le violenze, vengano rilasciati tutti i prigionieri politici, si garantiscano i diritti fondamentali degli oppositori e la libera informazione, si proceda al riconteggio dei voti nella massima trasparenza.  Siamo a fianco dei democratici iraniani che lottano per la libertà e non possiamo accettare che i sogni di cambiamento di un intero popolo possano venire brutalmente soffocati.

Posted in Cronaca/News, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »