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Afghanistan: 20 anni di fallimenti per il tentativo della famosa “Democrazia Esportata con le guerre”

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 agosto 2021

Cosi la comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai) esprime senza giri di parole che è stato decretato ufficialmente il fallimento del famoso tentativo di esportare la democrazia tramite le guerre. Ha fallito in Afghanistan, in Iraq e nello Yemen.E’ stata una fuga precipitosa mettendo a rischio numerose vite di civili, donne e occidentali. In questi 20 anni sono stati commessi tanti sbagli da parte degli americani e dei paesi occidentali ,bisogna ammettere i propri errori e i calcoli politici. Inoltre il pensiero che la democrazia esportata con le guerre può risolvere tutte le questioni locali e sia un modo per combattere il terrorismo è sbagliato ed ha causato più danni e vittime .L”annuncio da parte del presidente americano Biden, del ritiro dall’Afghanistan, ha contribuito ad una accelerazione dell’entrata dei talebani a Kabul. Chiediamo di sostenere il popolo afghano compreso le donne e i bambini e basta con la scusa della democrazia esportata con le guerre bisogna dialogare di più con le popolazioni locali e con il vero mondo musulmano, che rispetta i diritti umani e delle donne e crede nella pace, per costruire società e governi eletti democraticamente dalla popolazione. Cosi Dichiara Foad Aodi presidente Co-mai e dell’associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) che ricorda anche la primavera araba ha fallito per gli stessi motivi e per ingerenze di diplomazie straniere senza dare la parola ai popoli in modo democratico e libero.

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La Corte Suprema Usa e il diritto al voto: fra restrizione e democrazia

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 luglio 2021

By Domenico Maceri. “Se crediamo a una giusta ed aperta democrazia e il principio di ogni individuo col diritto al voto, oggi è uno dei giorni più bui della Corte Suprema”. Con queste parole, Chuck Schumer, senatore democratico di New York e presidente del Senato, ha caratterizzato due recenti decisioni della Corte Suprema sul diritto al voto. Una delle due decisioni ha continuato ad erodere il Civil Rights Act del 1965 che garantisce il diritto al voto a tutti e un’altra che spalleggia una nuova legge in Arizona che avrà l’effetto di “sopprimere” le opportunità di voto ai gruppi minoritari.L’erosione del Civil Rights Act era già avvenuta in una decisione della Corte nel 2013 secondo cui Stati con una storia di discriminazione non devono più seguire certe regole per garantire il voto a tutti. Il più recente colpo assestato dalla maggioranza dei giudici vede legittime alcune restrizioni al voto introdotte dai repubblicani in Arizona poiché non limitano la disponibilità al voto dei gruppi minoritari. Scrivendo per la maggioranza, (6-3) Samuel Alito, uno dei giudici più conservatori, ha detto che l’integrità delle elezioni giustifica le nuove leggi dell’Arizona.Il concetto di integrità delle elezioni si collega ovviamente alla “big lie” (grande menzogna) di Donald Trump che la frode elettorale gli ha rubato la rielezione. Ciò non è vero e difatti la Corte Suprema, con tre giudici nominati da Trump, non aveva accettato i ricorsi dell’ex presidente di intervenire sull’elezione del 2020. Più di 60 ricorsi alla magistratura fatti dall’allora presidente sono stati respinti. L’ex presidente è rimasto completamente deluso perché vede tutti i rapporti come questioni di transazioni: lui aveva nominato 3 dei 6 repubblicani per creare una maggioranza schiacciante e quindi lo dovevano ripagare. Non ha funzionato così. La Corte Suprema non ha nemmeno riflesso completamente i desideri dei repubblicani poiché ha virato a “sinistra” in alcuni casi visibilissimi come l’Obamacare, mantenendo viva per la terza volta la riforma sanitaria del 44esimo presidente.Nel caso dei diritti civili e specialmente nel voto le recenti decisioni della Corte Suprema sono però pericolose perché basate sulla falsariga dell’integrità elettorale. Alito e gli altri giudici sanno benissimo che tutti gli studi sulla frode elettorale in America ci indicano che non esiste. Ciò che invece sappiamo è che la strategia del Partito Repubblicano è sempre quella di limitare il numero di elettori, specialmente quello dei gruppi minoritari che in grande misura favoriscono i democratici. Quest’idea di limitare l’esercizio del voto come vantaggio per i repubblicani è stato ammesso non poche volte. Proprio nella difesa della legge avvocati dell’Arizona davanti ai nove giudici della Corte Suprema hanno ammesso che senza le restrizioni i repubblicani si troverebbero “svantaggiati in comparazione ai democratici”. La maggioranza dei giudici però è andata oltre questo ragionamento di Alito che vede delle differenze di opportunità nell’esercizio del voto senza però giudicarle come disuguaglianza alle opportunità del voto. Quindi l’Arizona può rifiutare di includere nei conteggi schede elettorali votate in un distretto sbagliato. La raccolta di voti in periodi delle elezioni anticipate da portare ai seggi non sarà permessa. L’elettore stesso dovrà consegnare in persona la sua scheda. Se i seggi sono a 50 miglia dalla residenza di elettori che non hanno macchina, anche quello può essere accettato dalla maggioranza della Corte Suprema.Le due recenti decisioni sono una doccia fredda anche al Ministero di Giustizia americana che aveva esposto denuncia contro leggi simili a quelle dell’Arizona approvate dalla Georgia che restringono il voto. È possibile che Merrick Garland, procuratore generale, prevalga nella sua denuncia al livello locale e persino statale ma le prospettive di arrivare alla Corte Suprema ci fanno pensare che non avrebbe successo. Difatti la decisione della Corte Suprema sui diritti al voto in Arizona si traduce in un buon auspicio per i repubblicani in altri 17 Stati che hanno approvato leggi simili con misure restrittive al voto. In effetti, altri Stati dominati dai repubblicani potrebbero intraprendere simili strategie sapendo che la Corte Suprema li spalleggerebbe.I democratici hanno alcune carte da giocare ma fino al momento si trovano sulla difensiva. La prima di queste strade è sperare che la Commissione sulla riforma della Corte Suprema indetta dal presidente Joe Biden nel mese di aprile scorso completi il suo compito e faccia raccomandazioni per bilanciare l’organo giudiziario supremo. Attualmente, come si sa, la Corte pende a destra poiché sei dei nove giudici sono stati nominati da presidenti repubblicani. Si tratta di un’ardua e potenzialmente lunga strada che richiederebbe una ristrutturazione della Corte Suprema. L’altra carta da giocare è quella di insistere sulla riforma elettorale inclusa in HR1, For the People Act, approvata dalla Camera, ma fino ad adesso congelata al Senato. Il problema, come si sa, è che nella Camera Alta esiste la regola del filibuster che richiede una super maggioranza di 60 dei 100 voti per aprire i dibattiti che conducono al voto. I repubblicani continuano ad ostruire approfittando di questa regola.Eliminare il filibuster continua ad essere molto difficile poiché i cinquanta senatori democratici non sono compatti. Due di loro, Kyrsten Sinema (Arizona) e Joe Manchin (West Virginia), sono contrari. Il continuo comportamento ostruzionista dei repubblicani e adesso la virata a destra delle recenti decisioni della Corte Suprema potrebbero spingerli a riconsiderare. Sinema, infatti, ha reagito con grande delusione alle decisioni della Corte Suprema dicendo che “danneggeranno la capacità dei cittadini dell’Arizona di esprimersi alle urne”.La questione del voto è fondamentale nella democrazia ed è stata una battaglia su chi ne ha diritto dalla creazione degli Stati Uniti. Inizialmente solo i cittadini bianchi padroni di proprietà potevano votare. Con il quindicesimo emendamento del 1870 il voto fu esteso agli afro-americani e poi più tardi nel 1920 anche alle donne. Le restrizioni all’esercizio del voto però continuarono ma furono migliorate con il Civil Rights Act del 1965. La lotta non è però finita. La Corte Suprema, riflettendo i desideri del Partito Repubblicano, con le sue recenti decisioni ha fatto passi indietro. La speranza è che i democratici riescano a mettersi d’accordo per proteggere il futuro della democrazia e del loro potere politico. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Sempre e da tutti sostenibili i costi della democrazia?

Posted by fidest press agency su sabato, 24 aprile 2021

By Fausto Carratù. Ci avete mai pensato? la democrazia si è affermata nelle nazioni più avanzate e più ricche del pianeta, mentre in quelle più povere e meno avanzate, fa fatica ad affermarsi o a mantenersi. Inevitabile la domanda: è la democrazia a portare ricchezza oppure è la ricchezza a sostenere la democrazia? Considerato l’ampio sfruttamento di immense risorse a cui i paesi divenuti nei secoli scorsi ricchi e democratici, hanno sottoposto l’intero pianeta (si pensi solo alle tante miniere di preziosi, di ossidi metallici, di diamanti, petrolio, uranio, ecc, per non parlare del fenomeno della schiavitù e dello sfruttamento umano che in tante regioni del pianeta ancora permane), verrebbe da concludere che le democrazie esistono solo se c’è ricchezza sufficiente a sostenerla. Dobbiamo concludere che dove non c’è ricchezza, la democrazia costerebbe troppo, non si reggerebbe? Tradotto in termini più concreti, una nazione povera può permettersi la democrazia, con i costi dei suoi riti, le campagne elettorali, i numerosi appuntamenti elettorali, i parlamenti, i pletorici apparati amministrativi, informativi, sanitari, giudiziari, con l’esplosione dei diritti a cui stiamo assistendo, includenti persino il problematico diritto al divertimento, alla morte assistita, al cambio di sesso?Una simile analisi potrebbe portare ad uno sconvolgente riesame della storia passata, quando la mancanza di democrazia forse non era dovuta, sempre o solo, a mancanza di volontà o di evoluzione delle idee politiche, ma alla semplice impossibilità economica? È un bel tema che “Popolo Sovrano” propone volentieri alla trattazione di qualche coraggiosa ricerca accademica, e, nel caso in cui qualche cosa esistesse, vi preghiamo di segnalarla. (fonte: Associazione Popolo Sovrano)

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Seminari L’Emergenza in Democrazia. La Democrazia in emergenza

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 aprile 2021

Martedì 20 aprile, alle 9, si terrà il quinto appuntamento del ciclo di seminari L’Emergenza in Democrazia. La Democrazia in emergenza, organizzato dalla Cattedra di Diritto costituzionale dell’Università di Parma.Francesco Devanna, assegnista di ricerca in Filosofia del diritto all’Università di Modena e Reggio Emilia, parlerà del volume “Il diritto al viaggio. Abbecedario delle migrazioni” (Giappichelli ed., 2018) di cui è curatore insieme a Luca Barbari.Si discuterà, insieme al curatore (e coautore) del volume, di processi migratori e di politiche di accoglienza e integrazione, partendo da alcune parole chiave – quali ONG, solidarietà, confini eccetera – su cui è costruito l’intero volume e che orientano il dibattito in tema di migrazioni. Nel corso del ciclo di webinar, la presentazione di libri su temi di stretta attualità costituzionale, di recente pubblicazione, diventa l’occasione per discutere sulle trasformazioni delle democrazie contemporanee e riflettere su alcune questioni aperte: l’emergenza sanitaria, le nuove dinamiche economiche, i fenomeni migratori, il progresso tecnologico, le nuove forme di comunicazione, il populismo.Si tratta di temi che, singolarmente e ancor più complessivamente, incidono sulle categorie ‘classiche’ del diritto costituzionale; inducono a riflettere sul significato più profondo di convivenza democratica e influiscono sull’idea stessa di Istituzioni: che cosa sono, come agiscono e come vengono percepite.

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Istruzione quale leva per lo sviluppo e la democrazia

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 aprile 2021

Venerdì 16 aprile 2021 – ore 18.00 In diretta streaming sul canale YouTube UCID Padova. Prosegue il ciclo di incontri proposti dalla sezione UCID di Padova in programma per l’Anno Sociale 2021, su Istruzione quale leva per lo sviluppo e la democrazia. Un tema importante e delicato che in questo anno di pandemia si trova al centro di gravi problematiche, cariche di conseguenze per le generazioni di futuri lavoratori. Un tema su cui i Soci UCID desiderano riflettere anche grazie alla presenza di illustri Ospiti, partendo dal presupposto che istruzione e lavoro sono due facce della stessa medaglia.«L’obiettivo è quello di indagare su come stanno evolvendo le esigenze dell’impresa in termini di competenze e profili professionali – anticipa Massimo D’Onofrio, Presidente UCID Padova –, se e come si adeguano i programmi formativi, il ruolo del sindacato, alla luce dei nuovi paradigmi imposti dalla quarta rivoluzione industriale e dalle condizioni post pandemiche. Ancorché oggi non siamo in condizione di disegnare una buona parte dei nuovi lavori di cui ci sarà bisogno in un prossimo domani, avendo coscienza della ineludibilità dei cambiamenti in corso, dovremmo fare qualcosa per predisporre una risposta coordinata, a dispetto di una burocrazia che fa buona guardia a difesa di equilibri ormai superati.»I tre relatori invitati – Roberta CALLEGARO, Direttore Scuola Professionale Pd e Progetti Speciali Enaip Veneto; Federico DE STEFANI, Presidente e A.D. Sit spa; Christian FERRARI, Segretario Generale CGIL Veneto – nel prossimo incontro che si terrà venerdì 16 aprile dalle ore 18 in diretta streaming sul canale Youtube UCID Padova, porteranno il loro contributo sull’evoluzione dei percorsi formativi, sulle necessità dell’impresa in termini di competenze e profili professionali, sul ruolo del sindacato alla luce dei nuovi paradigmi imposti dalla quarta rivoluzione industriale e dalle condizioni post pandemiche per identificare sinergie e tratti di collaborazione trasversali.

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“L’emergenza in Democrazia. La Democrazia in emergenza

Posted by fidest press agency su martedì, 13 aprile 2021

Parma. Questioni e problematiche aperte del XXI secolo”, organizzato dalla cattedra di Diritto costituzionale dell’Università di Parma: giovedì 15 aprile, dalle 15 alle 17, Mario Caligiuri, docente dell’Università della Calabria, interverrà sul tema Il potere che sta conquistando il mondo. Le multinazionali dei Paesi senza democrazia. Ne discuteranno Michele Tempesta e Massimiliano Baroni dell’Università di Parma. Nel corso del ciclo di webinar “L’emergenza in Democrazia. La Democrazia in emergenza” la presentazione di libri su temi di stretta attualità costituzionale, di recente pubblicazione, sarà l’occasione per discutere sulle trasformazioni delle democrazie contemporanee e riflettere su alcune questioni aperte: l’emergenza sanitaria, le nuove dinamiche economiche, i fenomeni migratori, il progresso tecnologico, le nuove forme di comunicazione, il populismo. Si tratta di temi che, singolarmente e ancor più complessivamente, incidono sulle categorie ‘classiche’ del diritto costituzionale; inducono a riflettere sul significato più profondo di convivenza democratica e influiscono sull’idea stessa di Istituzioni: che cosa sono, come agiscono e come vengono percepite. Gli incontri sono aperti a tutti e sono accessibili on line su piattaforma Teams: l’indirizzo è disponibile sul sito web di Ateneo nella locandina allegata alla notizia.

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L’emergenza in Democrazia: Questioni e problematiche aperte del XXI secolo

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 marzo 2021

Parma Il terzo appuntamento si svolgerà martedì 23 marzo dalle 9 alle 11 su Teams: Ida Angela Nicotra, docente di Diritto costituzionale all’Università di Catania, presenterà il suo ultimo volume “Pandemia costituzionale”(discussant Edoardo Raffiotta, docente di Diritto costituzionale all’Università di Bologna).Durante l’incontro si discuterà dei profili di Diritto costituzionale in merito alla gestione dell’emergenza sanitaria, verrà fatto un bilancio ad un anno dal primo lockdown e si ragionerà sulle prospettive future.Nel corso del ciclo di webinar, la presentazione di libri su temi di stretta attualità costituzionale, di recente pubblicazione, diventa infatti l’occasione per discutere sulle trasformazioni delle democrazie contemporanee e riflettere su alcune questioni aperte: l’emergenza sanitaria, le nuove dinamiche economiche, i fenomeni migratori, il progresso tecnologico, le nuove forme di comunicazione, il populismo.Si tratta di temi che, singolarmente e ancor più complessivamente, incidono sulle categorie ‘classiche’ del diritto costituzionale; inducono a riflettere sul significato più profondo di convivenza democratica e influiscono sull’idea stessa di Istituzioni: che cosa sono, come agiscono e come vengono percepite.

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Lo strapotere dei social media: pericolo per la democrazia?

Posted by fidest press agency su martedì, 26 gennaio 2021

By Domenico Maceri. Jack Dorsey, fondatore di Twitter, dopo avere deciso di sospendere l’account di Donald Trump ha dichiarato che non è occasione per “celebrare né provare orgoglio” per l’estrema ma necessaria azione. Il dilemma di Dorsey si capisce e ha ovviamente scatenato ammiratori ma anche detrattori per ovvie ragioni.Dopo gli assalti al Campidoglio del 6 gennaio Dorsey e i suoi colleghi degli altri social media si sono resi conto che le loro aziende venivano usate per incitare la violenza e hanno preso misure necessarie. All’inizio Twitter aveva sospeso temporaneamente l’account di Trump. Facebook, citando la possibile violenza, però ha agito poco dopo bloccando l’account di Trump in modo permanente. Twitter ha quasi tempestivamente seguito la stessa strada come hanno fatto altre piattaforme usate dall’allora presidente degli Stati Uniti.Il primo emendamento della costituzione americana garantisce la libertà di parola e di stampa. Le piattaforme digitali hanno abbracciato questi principi e li hanno messi in evidenza offrendo a tutti i loro utenti questo servizio che gli permette la condivisione di idee mediante l’Internet. I limiti al primo emendamento però esistono e spesso si scontrano con serie conseguenze causate dalle parole. Le piattaforme digitali hanno dunque bloccato account di individui e gruppi ma con una forte riluttanza, sempre sostenendo il concetto fondamentale della libera comunicazione.I social media, a differenza di quelli tradizionali che scelgono e filtrano le informazioni usando criteri professionali di giornalismo, offrono la libertà a tutti di comunicare, scrivere, incontrarsi senza intermediari e confrontarsi nella rete. Un’idea geniale che avrebbe dovuto promuovere la tolleranza e il confronto civile. Ciò è avvenuto ma solo in parte. Inevitabilmente i social media sono stati usati e continuano ad esserlo anche per fomentare discordia e in casi estremi incitare alla violenza. Lo hanno fatto gruppi terroristici come ISIL, i cui account sono stati chiusi fra il 2014 e il 2016 per gli incitamenti alla violenza del gruppo terroristico. Twitter ha anche chiuso più di 70.000 account che promovevano l’agenda complottista del gruppo di estrema destra QAnon. La chiusura di questi account ha avuto un effetto salutare nelle ultime settimane: la disinformazione sulla presunta frode elettorale promossa su Twitter è diminuita del 73 percento, secondo un’analisi dell’azienda Zignal Labs di San Francisco.Il linguaggio incendiario e gli incitamenti alla violenza su Twitter e il suo potere sono stati usati da Trump. L’ex presidente aveva più di 80 milioni di follower. Inevitabilmente i suoi tweet venivano riciclati, arricchendo, nel bene e nel male, la loro visibilità, incoraggiando i lettori all’azione, a volte con serie conseguenze. Le parole del 45esimo presidente ispirarono evidentemente un individuo nel 2019 ad uccidere 20 persone a El Paso, Texas, principalmente per ragioni razziali. L’ex inquilino della Casa Bianca usò anche un linguaggio battagliero per attaccare i suoi avversari politici. Non pochi di questi individui hanno subito minacce da alcuni sostenitori di Trump. Inoltre, nel 2020, commentando la vicenda di alcuni incidenti violenti causati dall’uccisione di George Floyd a Minneapolis, Trump scrisse in uno dei suoi tweet che “quando i saccheggi iniziano, cominciamo a sparare” per dimostrare la sua linea dura. Twitter aveva etichettato il tweet come inaccettabile ma fece poc’altro. Dopo il 3 novembre Trump iniziò una campagna di falsità asserendo che aveva vinto l’elezione e che la vittoria gli era stata rubata a causa della frode, senza però riuscire a provarla. I tweet che hanno fatto traboccare il vaso per Dorsey sono stati quelli del 6 gennaio in cui Trump ha incoraggiato i suoi sostenitori a dirigersi verso il Campidoglio per tentare di bloccare la proclamazione di Joe Biden a presidente. Questo incitamento ha causato la morte di cinque persone ed ha messo in pericolo la vita di centinaia di legislatori incluso Mike Pence, il vicepresidente.Twitter era stato molto tollerante con Trump in parte perché, come altri social media, sosteneva che le parole del presidente sono importanti poiché ci fanno vedere come pensa e ci dimostra chi lui è veramente. In effetti, molto di quello che dice il presidente fa notizia, ma quando le parole incitano alla violenza per cercare di mantenersi al potere, come ha cercato di fare Trump, bisogna agire. Le pressioni degli impiegati di Twitter hanno eventualmente convinto Dorsey a prendere la decisione di staccare la spina. L’azione è stata criticata per la violazione alla libertà di espressione. Persino la cancelliera tedesca Angela Merkel ha dimostrato le sue riserve per l’azione di Twitter, additando all’immenso potere nelle mani di alcuni individui che possono controllare la libera comunicazione.La crescita della popolarità dei social media negli ultimi dieci anni è stata fenomenale ed ha generato notevoli profitti ai fondatori di queste aziende. In un certo senso queste piattaforme hanno rimpiazzato i media tradizionali accaparrandosi un’ingente percentuale degli annunci pubblicitari che rappresentano, almeno in America, l’unico modo di mantenersi a galla economicamente. I giornali locali stanno infatti scomparendo a causa dei social media che distribuiscono notizie gratuitamente anche senza i dovuti fact-checking. In effetti, nulla è gratis. I social media guadagnano con le informazioni dei loro utenti che poi vendono e con gli annunci che riflettono il folto numero di utenti. Più utenti, più profitti. Ecco come si spiega almeno in parte la riluttanza di Twitter, Facebook ed altri social di ridurre il numero di utenti, anche quando le loro regole vengono violate.Il loro potere però è divenuto troppo grande e le voci di necessari controlli hanno cominciato ad alzarsi in modo fortissimo. Ovviamente, i repubblicani che credono alla libertà delle corporation di fare quello che vogliono, sono poco interessati ai controlli governativi. Con l’elezione di Biden e il controllo del Partito Democratico alla Camera e al Senato esistono buone probabilità che il governo metta dei paletti ai social. Joe Biden, il nuovo inquilino della Casa Bianca, aveva già suonato il campanello di allarme nel mese di giugno dell’anno scorso che gli account di Trump meritavano essere chiusi a causa delle sue “dichiarazioni strampalate”. Biden ha già indicato che i social media senza controlli rappresentano un problema alla democrazia. Che tipo di paletti avrà in mente il 46esimo presidente? Al momento è difficile prevederlo perché Biden è occupatissimo con la tragica situazione della pandemia, unificare il Paese e riportare l’America a partecipare attivamente negli affari internazionali. Gli immensi poteri nelle mani di pochi individui sono però chiaramente pericolosi. Elizabeth Warren, senatrice democratica del Massachusetts, avrebbe la risposta: imporre delle leggi di anti-trust ai colossi dei digitali per ridurre il loro potere economico e politico che rasenta il monopolio. Questa strada di Warren condurrebbe alla cessione di alcuni asset di questi colossi digitali, impedendo loro nuove acquisizioni e allo stesso tempo proteggendo la privacy degli utenti. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College

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Sassoli: Con Biden per la democrazia del Bene Comune

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 gennaio 2021

Dichiarazione del Presidente del Parlamento europeo a seguito dell’insediamento del Presidente Biden. “Congratulazioni al Presidente Biden e alla Vice Presidente Harris per il loro insediamento. La nuova amministrazione rappresenta l’inizio di una nuova era per le relazioni transatlantiche. Il mondo ha bisogno di un forte rapporto fra Europa e Stati Uniti”. “Insieme affrontiamo meglio le sfide che il nostro tempo ci presenta: lottare contro la crisi climatica e la perdita della biodiversità, affrontare da un punto di vista radicalmente democratico la trasformazione digitale e combattere le inaccettabili disuguaglianze in aumento”. “Nonostante i recenti avvenimenti di Washington e alla luce delle crescenti sfide in materia di democrazia in tutto il mondo, ho fiducia nel modello democratico statunitense e nelle sue istituzioni. Quei fatti ci mettono davanti una evidenza: le democrazie sono sistemi fragili, per non spegnerle vanno difese proteggendo il bene comune, con la partecipazione, la trasparenza ed il coinvolgimento dei cittadini”. “Non dimentichiamolo mai davanti a un mondo in profondo cambiamento e sempre più incerto. Abbiamo una crisi pandemica e solo se l’affrontiamo insieme saremo efficaci. Perciò, accolgo con favore l’impegno degli Stati Uniti a tornare nell’Organizzazione mondiale della sanità e mi congratulo per il loro impegno di rientrare negli accordi di Parigi, solo insieme riusciremo a costruire un mondo più verde e più giusto”.
“L’UE e gli USA sono partner naturali con valori e storia condivisi e un impegno di lunga data per lo stato di diritto, i diritti umani e il multilateralismo. Non vediamo l’ora di incontrare il Presidente e lo invitiamo a venire al Parlamento europeo per tenere un discorso in sessione plenaria”.

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“Il coronavirus non può sospendere la democrazia”

Posted by fidest press agency su sabato, 16 gennaio 2021

Non è successo negli Stati Uniti, non accadrà in Portogallo, Francia, Germania non è accaduto neppure in Italia dove si sono celebrate le elezioni regionali pochi mesi fa e dove a giugno si voterà nelle principali città italiane: Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli… L’unica ragione per la quale non vogliono andare al voto è che il centrodestra è talmente cresciuto da non avere neppure bisogno di quel premio di maggioranza che Pd e M5S abrogarono prima del 2018 per avvelenare i pozzi e impedire ci fosse un governo in sintonia con il popolo. Gli italiani vogliono essere governati dal centrodestra che a oggi avrebbe una maggioranza bulgara sia alla Camera sia al Senato. In una fase storica drammatica l’Italia ha bisogno di un governo solido e autorevole, di una maggioranza coesa, di programmi comuni per gestire la crisi economica derivata dalla pandemia.
Il presidente del Consiglio Conte rassegni le dimissioni al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e si avvii il percorso per restituire alla nostra comunità la libertà e la sovranità di un governo espressione della volontà popolare e non figlio di giochini di palazzo”. È quanto ha dichiarato il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli durante la diretta Facebook sugli aggiornamenti della crisi.

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Il populismo ammazza la democrazia e i suoi cittadini

Posted by fidest press agency su domenica, 10 gennaio 2021

Il populismo è l’anticamera dei fascismi e una delle piu’ gravi minacce alla democrazia, con il suo disprezzo per il pluralismo, l’antiscientismo, il giustizialismo, la propaganda basata su falsità, il linguaggio rabbioso e apocalittico. Da Le Pen a Orban, da Grillo a Trump, il nazional-populismo ha la ricorrente abilità di ipnotizzare e galvanizzare decine di milioni di elettori, individuando nemici da linciare in piazza e vendendo idee reazionarie per rivoluzionarie. I molti elettori vulnerabili alla retorica populista non sono tutti uguali, ovviamente, anche se diversi studi ne hanno evidenziato alcune caratteristiche: un tasso di istruzione mediamente piu’ basso della media degli elettori, e una certa avversione nostalgica al cosmopolitismo (diversità etnica, economica, culturale, turismo, ecc.). Alcuni di questi elettori, ci si augura una minoranza, si radicalizzano e sono pronti anche ad agire fino alle estreme conseguenze. Li abbiamo visti a Washington in queste ore.E’ a questi elettori e concittadini che bisogna parlare e chiedere di riflettere, di ripensare al modo con cui si pongono davanti alla scheda elettorale e alla comunità democratica di cui fanno parte. Vi rendete conto che anche la piu’ antica e solida democrazia sulla Terra è stata messa in ginocchio dal populismo? Vi rendete conto che, in quella democrazia, decine di migliaia di esseri umani sono morti a causa della propaganda antiscientifica contro mascherine e distanziamento del populista in chief? Riuscite a capire che se non fosse stato per la coraggiosa azione di scienziati, medici, politici e cittadini responsabili, sommersi da insulti e minacce populiste, sarebbe andata ancora peggio? Il populismo e l’ignoranza ammazzano: ammazzano la democrazia, e ammazzano le persone.La democrazia è faticosa, faticosissima, e spesso poco efficiente. Ricomporre fratture apparentemente insanabili e trovare cose in comune richiede sforzi immani. Dovrà essere fatto, visto che l’alternativa è la guerra civile.Nel frattempo pero’ la democrazia va difesa con la massima forza. Nell’immediato, schiacciando con tutta la potenza di fuoco dello Stato di diritto gli organizzatori di atti violenti e sovversivi, compresi i loro mandanti. Nel lungo termine, lavorando sul sistema educativo per formare cittadini meno ignoranti e quindi meno suscettibili alla perpetua televendita populista. Infine, ripensando al ruolo dei social media nel dibattito politico, prendendo atto che sono diventati il cavallo di troia non solo dei populisti e dell’antidemocrazia, ma anche di potenze straniere (Russia in primis) che quel populismo lo sostengono e lo finanziano per i loro tornaconti. Ma la magistratura, la legge, la Costituzione da sole non possono farcela. Senza un diffuso senso di responsabilità individuale per le sorti della comunità democratica, senza quei guardrail non scritti della democrazia liberale che i populisti ignorano e spesso disprezzano, siamo tutti a rischio. Per questo, un grazie profondo a tutti coloro che non si sono lasciati trascinare dall’inganno populista, che lo hanno riconosciuto e rifiutato sin dall’inizio. Siete voi i veri guardrail della democrazia. Pietro Moretti, vicepresidente Aduc

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Il rapporto da ricostruire fra democrazia politica e rappresentanze sociali

Posted by fidest press agency su domenica, 8 novembre 2020

Di Giuseppe Bianchi. Il tema dei rapporti fra democrazia politica e rappresentanza sociale che ci è stato proposto da Andrea Ciampani, prima con una sua pubblicazione (Giulio Pastore, Studium Ed.) e poi con un intervento nella Nota Isril n. 36 – 2020, assume nuova centralità per una coincidenza con la pandemia in atto, non certo auspicata dall’autore.Un accidente imprevisto, il coronavirus, che sottrae tale tema alle costruzioni giuridico-formali dell’accademia per divenire carne viva, sofferenza dei cittadini che chiedono alle istituzioni politiche e alle rappresentanze sociali una capacità di governo per uscire dalla crisi in atto. Crisi prima di tutto sanitaria.I cittadini hanno accettato, loro malgrado, le restrizioni alla libertà nel corso della prima fase della pandemia. Ora però si domandano se la politica ha fatto quanto in suo potere per prevenire la seconda ondata. Il tortuoso percorso delle decisioni del Governo, il palleggio di responsabilità tra Stato e Regioni, l’incomunicabilità tra maggioranza e opposizione hanno dato l’immagine di un sistema politico accartocciato su sé stesso, confuso nelle sue risposte alle inquietudini dei cittadini.Si dirà che le cose non vanno meglio negli altri paesi europei. Ma questa è la riprova di una generale stanchezza delle istituzioni democratiche messe alla prova dalle emergenze che si susseguono con sempre maggiore frequenza. D’altro canto non si può non osservare come la democrazia rappresentativa si sia allontanata da tempo dalla sua costituzione formale: il Governo che prevale sul Parlamento in nome di una incerta governabilità, i partiti – lo strumento della partecipazione democratica dei cittadini e della selezione della classe dirigente – in crisi da tempo, l’ammodernamento dell’apparato statale in permanente rinvio, mentre aumentano nell’assetto istituzionale i poteri di interdizione e la sovrapposizione di competenze che rallentano i processi decisionali.Ma la crisi sanitaria trascina con sé una non meno grave crisi economica e sociale. La sfida in atto è quella di salvare il salvabile con politiche di sostegno dei redditi alle imprese e ai lavoratori in difficoltà per le misure restrittive necessarie a contenere la diffusione del virus, ma nello stesso tempo è quella di sostenere uno sviluppo alimentato dal “green” e dal digitale per ridare slancio alla ripresa del reddito e dell’occupazione. Un’occasione irripetibile per il nostro Paese, si ribadisce, perché ingenti sono le risorse interne e quelle europee utilizzabili in progetti innovativi.C’è il ruolo dello Stato che deve attivare gli investimenti pubblici, ma c’è anche quello delle istituzioni di mercato che devono sostenere gli investimenti privati perché la combinazione degli uni con gli altri dia la potenza necessaria al motore della ripresa. E qui entrano in gioco finanza, imprese, lavoro e le rispettive rappresentanze, le cui decisioni sono regolate da reciproche convenienze realizzate sia nel confronto con il Governo che con le intese fra le parti sociali. Manca poco tempo alla presentazione da parte del Governo del piano Next Generation. Piano segretato dal Governo per non dare la stura alle rivendicazioni corporative degli interessi di parte.Si ripropone lo scenario di un Governo fragile e di parti sociali che non sanno più cogliere gli interessi comuni in un processo di crescita condivisa. Non occorre stupirsi, se si considera che l’attuale assetto istituzionale di governo e il sistema di relazioni delle parti sociali è stato ricostruito nella fase espansiva dell’industrializzazione del Paese. Una fase nella quale il reddito cresceva di anno in anno ed esistevano le condizioni politiche e di mercato che favorivano gli scambi sociali fra attori pubblici e privati. Ora il mondo è cambiato: non solo a causa della pandemia, ma anche per le prospettive, benché incompiute, della nuova economia digitale e di una competitività giocata su scala globale.Eraclito, tanti secoli fa, diceva che alcune cose si mantengono uguali solo cambiando.Mantenere uguale è il nostro stato di diritto, le nostre libertà sfidate da nuove forme di democrazia autoritaria. Perché ciò avvenga, occorre adattare le regole del gioco democratico ai cambiamenti strutturali che si prospettano. Il rapporto fra democrazia politica e rappresentanze sociali va riscritto. In che termini non so, ma almeno che sia inserito nell’agenda dei problemi da affrontare. (fonte: http://www.isril.it)

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“Il potere che sta conquistando il mondo. Le multinazionali dei paesi senza democrazia”

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 settembre 2020

di Giorgio Galli e Mario Caligiuri Quanto conta il potere economico nello scacchiere della politica internazionale? Quali sono i rapporti che legano (e vincolano) le multinazionali agli stati nazionali? È vero i colossi dell’industria, ma ancor più della tecnologia e dell’informatica, sono strumenti nelle mani dei governi non democratici? Facendo seguito al fortunato volume “Come si comanda il mondo” del 2017 in cui si è dimostrata la prevalenza dei leader della finanza su quelli della politica, Giorgio Galli, il decano dei politologi italiani, e Mario Caligiuri, uno dei più autorevoli studiosi europei di intelligence, analizzano nel loro nuovo libro “Il potere che sta conquistando il mondo. Le multinazionali dei Paesi senza democrazia” il ruolo delle corporation cinesi e russe, brasiliane e indiane, arabe e turche.Vengono così approfonditi i rapporti con i fondi sovrani e la criminalità, i paradisi fiscali e la politica energetica, che replicano gli identici modelli occidentali. Nel frattempo, però, la Cina è diventata un gigante dell’intelligenza artificiale, egemonizzando l’Africa, il continente del futuro. In una situazione complessa più che il mercato probabilmente sarà di nuovo lo Stato a essere protagonista nel XXI secolo, poiché queste multinazionali sono in gran parte subordinate ai governi nazionali. Il declinante Occidente riuscirà a individuare strategie per non soccombere nell’eterna lotta per il potere? É l’interrogativo fondamentale al quale ha cercato di rispondere il libro di Galli e Caligiuri attraverso un’analisi documentata e rigorosa. Le conclusioni degli autori sono insieme un ammonimento e una profezia: “L’intento di questo libro è fare assumere consapevolezza che una sfida decisiva per le democrazie del XXI secolo è la competizione crescente con le multinazionali. Gli esiti di questo confronto dipenderanno principalmente dall’efficienza dei sistemi di governo, costretti ad affrontare una realtà che non si potrà più eludere con la disinformazione”.

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Democrazia e governance: gli scenari del domani prossimo venturo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 agosto 2020

Si ha l’impressione che a molti stia sfuggendo la carica negativa determinata dall’internazionalismo liberal-democratico, lasciato a briglie sciolte, e la possibilità che vi sia una minoranza in grado d’incidere sul potere dei decisori alterandone le loro azioni in termini politici ed economici globali. Gli effetti distorsivi sono evidenti e si possono riconoscere sia nei movimenti di protesta che si sono sviluppati su base nazionale, quali quelli femministi, ambientalisti e pacifisti, sia nella diffusione di nuove identità sovraniste da una parte e, dall’altra, di nuove nozioni di cittadinanza globale. Se a questo punto ci soffermiamo sugli effetti che tali linee di tendenza producono dal basso verso l’alto, in chiave movimentistica, e la capacità mediatica di determinarli, gli effetti che determinano possono diventare devastanti. Lo diventano, senza dubbio, sulla stessa democrazia e governance rendendola incapace di fronteggiare le minacce alla coesione sociale e i conseguenti rischi ecologici e politici della globalizzazione. Il tutto rileva un avvitamento in senso regressivo e involutivo dei regimi politici esistenti, sia in chiave democratica sia autoritaria, e che possono mettere in seria difficoltà la stessa rappresentatività della democrazia, a livello mondiale, come noi la conosciamo e ci interfacciamo.
Ciò ha, senza dubbio, una valida spiegazione che si può riassumere in un solo modo: non siamo preparati affrontare in maniera adeguata i due momenti cruciali della nostra identità esistenziale. Lo sono la crescita demografica fuori controllo e lo sviluppo tecnologico sempre più avanzato che rende evidente il surplus umano rispetto alle intelligenze innovative. In altri termini non possiamo convivere, nel giro di pochi anni, con una popolazione mondiale di nove miliardi di abitanti con un ecosistema già ora in profonda crisi esistenziale e uno sviluppo tecnologico innovativo la cui è eccellenza è quella di servirsi di pochi per gestirne il corso. L’umanità in crescita diventa a questo punto una “eccedenza” intollerabile e foriera di forti conflitti degenerativi. Come uscirne in modo meno indolore? È questo il punto. (Riccardo Alfonso)

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La giustizia è un tema centrale per la democrazia

Posted by fidest press agency su domenica, 23 agosto 2020

di Nunzio Raimondi. Non ne posso davvero più di ascoltare lunghe litanie sulla Magistratura! Sono oltre trent’anni che difendo i magistrati dai mille sospetti che i cittadini avanzano su di loro. Ed io a ripetere: “smettetela di dire queste cose! La magistratura nella sua stragrande maggioranza è sana”. E giù loro a dirmene di tutti i colori: interessi personali e familiari, pressioni politiche, malcostume diffuso, corruzioni, concussioni… Sembra non esserci più un palmo di netto!
Ma ora il fenomeno ha raggiunto davvero il limite di guardia. Credetemi, non so più che dire a tutti quelli che chiedono il controllo della magistratura su ogni sorta di nefandezza ed in moltissimi settori della società. Il mondo delle idee forti, dei valori per i quali al mattino ti svegli e vai a fare il tuo dovere, si scontra con una realtà immutabile e sembra di combattere contro un muro di gomma!L’ordine giudiziario deve essere profondamente riformato dalle sue radici. È di pochi giorni fa la notizia che finalmente, dopo un “combattimento” durato quasi trent’anni, un candidato al concorso in magistratura dell’anno 1992, bocciato agli scritti con tre compiti perfetti, è riuscito ad ottenere, dopo non so più quante sentenze a lui favorevoli, le copie di tutti i compiti dei candidati al suo concorso.
Per scoprire cosa? Che ogni sottocommissione aveva impiegato tre minuti (tre minuti!) per leggere, correggere e discutere collegialmente ogni compito di ciascun candidato, che i compiti dei promossi presentavano evidenti segni di riconoscimento e grossolani errori di diritto. Mentre altri compiti perfetti erano stati scartati a prescindere. Non se n’è fatto nulla, naturalmente. Ma rimane un problema che, unito a quel che si apprende (e che tutti hanno sempre saputo) circa le nomine del CSM, offre un quadro realistico di una Magistratura con la quale l’Avvocatura italiana si confronta quotidianamente. Fatte le debite distinzioni, fra inchieste su magistrati corrotti, quelli fatti oggetto di pressioni politiche ed il carrierismo dell’antimafia, c’è poco da stare allegri. Insomma il Parlamento, espropriato di tutto, dovrebbe riprendersi il primato che gli spetta, che è poi il primato della sovranità popolare (non populista) utilizzando gli strumenti che la Carta soltanto al Parlamento appresta per produrre un’autentica metanoia.
Si dirà: non ci sono i numeri per una battaglia delle opposizioni (che tradizionalmente non riescono a gestire le Commissioni d’inchiesta se non con tempi biblici, incompatibili con i tempi di una Legislatura oramai avanzata) e poi la politica, come dimostrano le ultime inchieste, è fortemente compromessa con questo sistema. Per questo motivo l’”operazione pulizia” dovrebbe essere bipartisan e non perché occorre reagire ad una magistratura che ha da tempo asfaltato pure la politica (ora perfino “Attila” riconosce che la sentenza che condannò B. fu pilotata…), ma perché senza una messa a nudo del sistema infetto (ora pure alcuni irriducibili, caduti da cavallo sulla via di Damasco,sembrano essersi convertiti alla separazione delle carriere…) non si può ricostruire la credibilità dell’Ordine, oramai penosamente deturpata.
Dicevano i latini: ubi pus, ibi evacua. Ecco questa materia purulenta va evacuata: chi ha goduto di queste posizioni, mettendo a rischio la democrazia, deve essere messo alla porta. Solo così la ferita pian piano si rimarginerà. Perché soltanto il bisturi di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta può restituire alla democrazia un Ordine giudiziario veramente rinnovato ed al Paese una fiducia nella giustizia, altrimenti definitivamente perduta. (abstract) (fonte: On. Mario Tassone)

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Democrazia? ma mi faccia il piacere…

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 agosto 2020

Da alcuni anni, oramai, avvertiamo degli scricchiolii nei sistemi politici istituzionali delle cosiddette “democrazie avanzate” e ora ci stiamo rendendo conto che è stata impressa, al riguardo, una forte accelerazione. Da che cosa l’avvertiamo? Ci scriveva Fausto Carratù partendo dalla crisi sistemica della fidelizzazione al voto: “Nel paese democratico per eccellenza, vota il 50-60% degli statunitensi. In Europa primeggia la Germania col 70%, seguita da Gran Bretagna (65%) e Russia (60%). Poi troviamo la Francia, col non un esaltante 55% e, l’ormai deprimente Italia, dove, dagli anni Settanta, quando si moltiplicarono i partitini, l’affluenza è scesa dal 93% al 72% del 2013. Nelle amministrative del 2017 lo spettacolo scivola nell’allarmante: eccetto Padova e Rieti, con un 50-55% appena decente. Nel resto d’Italia tutti sono ben al di sotto del 50% (46% complessivo), con Taranto e Como sotto il 35% e Trapani addirittura sotto il 27%!!!”
“Se al voto – soggiunge – ormai va la metà del demos o ancora meno, che fine fa la tanto decantata democrazia? dal demos al demi-demos? e poi? mini-demos? nanodemos? picodemos? oligocrazia e uomini soli al comando?”
A questo punto conveniamo con Fausto Carratù che “l’aspetto più preoccupante della diserzione civica è costituito dal fatto che i voti di chi diserta le urne sarebbero probabilmente i voti più significativi e utili, perché meno interessati, mentre i voti che fuoriescono dalle urne sono quelli delle immense clientele politiche, degli amici non solo dei 945 parlamentari che verranno eletti, ma della sterminata massa di candidati che trovate scritti nelle pletoriche liste elettorali. In questo senso è significativo che in Italia, nonostante che la Costituzione definisca la partecipazione al voto come un dovere; poi non esistano leggi che diano concretezza ad un simile obbligo”.
Il dubbio a questo punto si fa atroce. Se la conclusione di Carratù è che non vanno a votare soprattutto quelli che potrebbero garantire meglio dei votanti la tenuta della democrazia vuol dire che esiste una volontà politica a demonizzare l’intero sistema a partire dal discredito continuo delle istituzioni, attraverso i loro rappresentanti, tanto da creare il convincimento che tutto è marcio e non ci sia più nulla da fare e bastano pochi esempi di malaffare per mettere una perversa ipoteca su tutto e su tutti. (Riccardo Alfonso)

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Democrazia e fascismo. Confondere l’ideologia col museo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 agosto 2020

Alcuni consiglieri della città di Roma avevano paventato la costruzione di un museo del fascismo. E’ subito partita un’onda di disgusto e dissenso cosiddetto antifascista che, anche la Sindaca della Capitale (dello stesso partito dei proponenti) è intervenuta per far ritirare la richiesta. Tutto in nome dei valori dell’antifascismo. Il rischio paventato da più parti è che il museo porti ad una sorta di celebrazione di questo periodo storico che il nostro Paese ha vissuto nel secolo scorso.Per capire di cosa stiamo parlando.Prima di tutto riportiamo la definizione della Treccani per la parola museo:
“Raccolta di opere d’arte, o di oggetti aventi interesse storico-scientifico, etno-antropologico e culturale; anche, l’edificio destinato a ospitarli, a conservarli e a valorizzarli per la fruizione pubblica, spesso dotato di apposito corredo didattico…..” e nella definizione dei vari tipo di museo: “.. musei storici, contenenti documenti e cimelî d’interesse per la storia civile e politica;..”. Poi facciamo un salto a Berlino, dove è nato il nazismo, ispiratore, fratello e commilitone del fascismo italiano. E’ notorio che il nazismo fu decisamente più truce e tragico del fascismo, e la sua eliminazione comportò sostanzialmente l’eliminazione di un Paese, anche in senso fisico, e il passaggio da due Germanie, DDR e RFT, fino alla caduta del muro di Berlino per arrivare alla Germania odierna, motore determinante della nostra democrazia ed economia in Ue e non solo.A Berlino ci sono musei sul nazismo di tutti i tipi: da quelli che mostrano le atrocità, a quelli puramente storici. Tutti fatti con dovizia di particolari e informazioni che calano il visitatore dentro la realtà storica e politica. Alcuni dei più famosi: Museo Storico tedesco, Museo della storia di Berlino, lo Schwerbelastungskörper, il Museo delle Spie, i vari bunker in tutta la città compreso il giardino dove sorgeva quello di Hitler. Musei a cui si affiancano quello ebraico, delle varie vittime del nazismo come omosessuali e rom e sinti e tutti i musei dei vari campi di sterminio raggiungibili anche con la metropolitana dal centro della città. Insomma sono stati quello che sono stati e se lo raccontano e lo raccontano al resto del mondo.
Torniamo al nostro paventato museo romano sul fascismo.
Cosa c’è da non far sapere? Immaginiamo che tutti, pure i più virulenti antifascisti che si oppongono alla sua realizzazione, risponderanno: niente. Il problema sorge quando si deve capir come far conoscere questi fatti. Virtù culturale indica che dovrebbe essere il metodo museale con cui si parla della storia: che quando ha a che fare con narrazioni tragiche, non richiede necessariamente la condanna continua di queste tragedie, ma sono i fatti tragici in sé che dovrebbero stimolare il giudizio dell’osservatore. Ma questo metodo non piace alla Sindaca di Roma e a tutti quelli che, in diverse occasioni anche istituzionali, ci ricordano che siamo una repubblica antifascista, anche quando apostrofano i deliri anti-immigrati e sovranisti di alcuni esponenti di alcune destre. Metodo che induce a dire che del diavolo non se ne deve parlare, non bisogna farlo conoscere, anche se tutto il nostro Paese fino al 1943 andava a braccetto con questo diavolo. Un colpo di spugna e tutti
allegri e contenti? Vincenzo Donvito, presidente Aduc

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La rivoluzione in Italia nel culto della democrazia

Posted by fidest press agency su martedì, 11 agosto 2020

Quante volte in Italia e nel mondo abbiamo concepito l’idea che rivoluzione e democrazia sono in antitesi? Questo ha una sua ragione d’essere se non riusciamo a trovare uno sbocco ai cambiamenti che avvengono nella società civile mentre la politica dei partiti rema in senso contrario. Si avverte, quindi, un forte mutamento e si pensa solo a una rottura radicale come lo è stata la Rivoluzione francese, quella russa e ancora il nazismo, il fascismo e il franchismo. Eppure, una diversa strada esiste e ce la offre la stessa democrazia: il voto. È come quando si dice che la parola ferisce più di una coltellata in pieno petto. Se penso al pateracchio germinato in queste ore dai “politicanti” che stanno cercando di mettere in cantiere una nuova legge elettorale che alla fine non ci porterà da nessuna parte. Nel loro Dna vi è la paura che l’elettore si appropri di uno strumento formidabile che solo la democrazia è capace di germinare: la rivoluzione democratica espressa dalle urne. È uno strumento spesso inquinato da chi teme che la voglia di cambiamento stia maturando fortemente e che vi sia il rischio che si possa fare piazza pulita dei vecchi catorci della politica, dei loro intrallazzi, delle loro amicizie equivoche. Oggi forse più che in passato questa opportunità è a portata di mano purché l’elettore senta forte questa ventata rivoluzionaria che lo investe e non si lasci sedurre dalle solite sirene della disinformazione e dalle sottili seduzioni del pifferaio di turno.
Se è questa la volontà popolare non lasciamoci tentare nel disperdere il nostro voto e puntiamo solo su una sigla, forse poco nota, forse non del tutto convincente ma è capace di proporre gente nuova e soprattutto diversa dai vecchi schemi e logiche del passato. È la rivoluzione che ci resta se vogliamo un reale cambiamento senza forti traumi esistenziali o l’annichilimento della nostra dignità di cittadini. (Riccardo Alfonso)

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Democrazia allo sfascio: Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 luglio 2020

L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come accadeva quando l’onorevole Antonio di Pietro era in parlamento vi fossero, come asseriva, a fargli compagnia “150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro, per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare”. E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo: come è stata la legge elettorale denominata “porcellum” dal suo stesso ideatore e oggi si tende di contrabbandarla con altri più sofisticati e forse anche suggestivi nomi per continuare a favorire gli abusi e gli interessi personali. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario poiché toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Se diciamo, infatti, il 60% degli elettori, vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete”. (Riccardo Alfonso)

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Libertà, giustizia, democrazia sono solo parole?

Posted by fidest press agency su sabato, 18 luglio 2020

Quante volte mi sono imbattuto con queste parole e mi sono chiesto quanta saggezza e lungimiranza possa aver avuto chi assiso nel suo scranno le ha evocate e instillate in noi con la forza della sua autorevolezza? Mi sono anche chiesto se la nuda terra e il solco tracciato siano stati in grado di accogliere questi semi di saggezza antica e di farli germinare e trasformarli in fiorenti spighe di grano e in pari tempo annichilire la gramigna che avrebbe potuto insidiarne la crescita?  Mi concentro su ciò che offre lo spettacolo della distesa di un campo dove l’occhio si perde al cospetto di questo rigoglio di una natura che si manifesta in tutta la sua bellezza e fecondità. E poi mi sovvengono le parole di Plutarco sulla libertà. Per lui è “il maggiore dei beni per un uomo ma che per un uomo savio è un dono più pericoloso da fare a un popolo stolto.” E rifletto pensando alla “circolarità della forma” che dalla esteriorità riporta alla interiorità. Come il campo prima di accogliere il seme vada scelto con cura, concimato, atteso il tempo giusto così l’essere umano, destinatario di queste parole, deve riuscire a metterle a frutto nella pratica di vita. Ma noi, mi chiedo, siamo davvero pronti nel saper pilotare tali scelte verso la più alta gerarchia dei fini? E il dubbio, a questo punto, s’insinua in me. Perché vedo i tanti che si imbevono in queste parole ma ne fanno scempio nell’ombra. Perché predicano in malafede. Perché chi li ascolta non sa cosa farsene di parole di cui crede servano solo per ammannire gli stolti e non si accorge che lo stolto è proprio lui. Sono parole facili da esprimere ma ardue da praticare perché non sempre in noi è presente la consapevolezza e la lungimiranza del saggio. È qui che si misura la grandezza di un popolo. Impariamo a farne pratica di vita e a rispettarle per quello che vogliono insegnarci e soprattutto che non c’è posto per gli stolti. (Riccardo Alfonso)

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