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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Posts Tagged ‘democrazia’

Democrazia e giudizio critico dei cittadini

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 giugno 2020

Il signor Walter Lippmann (1889-1974), il giornalista americano che ha inventato l’espressione “Guerra fredda” e il termine “stereotipo”, nel 1922 scrisse il libro “Public Opinion”, edito in Italia da Donzelli nel 1999. Qui e nel suo lavoro in generale, ha riflettuto molto su una cosa tuttora attuale: l’incapacità di giudizio critico dei cittadini. Aveva notato come l’opinione pubblica si formi quasi sempre su immagini e simboli di fatti e persone di cui non è possibile avere esperienza diretta. I media (appunto mediatori tra fatto e percezione) sono quindi responsabili di quello che pensiamo, di più: di quello che crediamo essere la verità. Può essere un caso che uno degli ultimi quotidiani nati in Italia, molto di parte a buon diritto, si chiama proprio La Verità? Beati loro e dannati noi.
L’opinione pubblica ha a che fare con la democrazia, diceva Lippmann. La comunicazione collettiva dei mass media ha a che fare con la propaganda politica e l’immissione materiale e simbolica di “tutta” la popolazione nella società e nelle istituzioni. Come si forma l’opinione pubblica e come questa si evolve nel tempo sono cose fondamentali per il mantenimento della democrazia. Per esempio, il Venezuelano Maduro è un leader democratico perché è stato eletto da una maggioranza popolare? Quelli che lo hanno votato erano tutti in malafede? Il dibattito impazza.
Lippmann credeva che tra i fatti e l’individuo si interponga una specie di pseudo-ambiente, un ambiente non reale, dove la verità è fatta delle immagini che vengono offerte dal sistema della comunicazione. Ma se l’opinione pubblica si forma solo su simboli e immagini mediate, letteralmente prodotte o inventate dal sistema delle comunicazioni, dobbiamo diffidare di quanto pensa la gente? O, peggio, perdere fiducia nell’istituto stesso della democrazia? La tentazione viene. Qualcuno scherzando scherzando propone l’abolizione del suffragio universale. Ma la tentazione può passare in fretta.
Sebbene Lippmann avesse le sue ottime ragioni teoriche e pratiche, è bene restare ottimisti e non perdere la volontà di credere nelle istituzioni democratiche. Ma perché? Perché la storia dimostra che gli eccessi di comunicazione si trasformano prima o poi in tracotanza (la Hybris umana che gli dei greci prima o poi punivano) che porta alla rovina. Da un eccesso di comunicazione sono stati travolti molti regimi non democratici e molti presunti democratici che hanno cercato di approfittare delle regole democratiche. I baffetti di Hitler da minacciosi che erano, appaiono oggi ridicoli, come i baffoni di Stalin o la mascella quadrata di Mussolini. Provate a non ridere rivedendo il Duce sull’aia impegnato a torso nudo nella battaglia del grano. Provate a non ridere rivedendo tal Rapagnetta (in arte Gabriele D’Annunzio) secco come un chiodo e brutto assai mentre arringa gli arditi di Fiume, anche lui dotato di baffetti ridicoli e buffo cappelletto.
Insomma, al pessimismo di Lippmann si può contrapporre la saggezza popolare: il polpo deve cuocere nel suo brodo. Certo, a volte c’è da aspettare un po’ troppo. Ma oggi il tempo corre più veloce che in passato e le cose mutano in fretta. Per esempio: l’impressione che il nostro Super-panza padano sia diventato ridicolo e si stia strozzando mangiando ciliegie è più che fondata.
(Gian Luigi Corinto, consulente Aduc)

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La democrazia in Italia alle prese con la nostra contemporaneità

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 maggio 2020

Se per democrazia intendiamo una forma di governo costituita tramite rappresentanti liberamente eletti, in forma diretta o rappresentativa con il filtro parlamentare, dobbiamo chiederci se l’attuale cambiamento della società, divenuta complessa e frammentata dalla crisi dei tradizionali partiti di massa, possa ancora giustificare questo modello di governance.
La nostra storia politica è iniziata con la Costituzione del 1948 che dopo il ventennio fascista ha aperto la strada ad una “democrazia compromissoria” per poi passare, nel 1993, all’evoluzione bipolare basata su coalizioni alternative che annunciano al corpo elettorale il rispettivo candidato alla Presidenza del Consiglio.
Ciò impone la logica delle coalizioni per raggiungere la maggioranza parlamentare per la formazione di un Governo. Questa formula ha in un certo qual modo funzionato sino alle politiche del 2018. Da allora ad oggi tutto è stato rimesso in discussione, diciamo in maniera più marcata ma anche dirompente, con la rottura delle alleanze pre-elettorali tra i movimenti politici e la formazione di coalizioni “variabili” rimescolando la posizione di alleati e oppositori tra loro.
Tutto questo cosa vuole significare? Che abbiamo perso la capacità di proporre una forma di governo statale in grado di assicurare stabilità, efficienza decisionale, chiaro funzionamento della responsabilità politica dei governanti? Sembra proprio di sì. Ma come siamo arrivati a scompaginare il tutto? Probabilmente questo deficit dipende dalla mancata caratterizzazione del sistema politico e della cultura politica. Ora la detenzione del potere si traduce nel formare e disfare governi basandosi su un “parlamentarismo maggioritario” non più attraverso lo scontro fra due coalizioni alternative ma al loro interno scompaginandosi tra loro. E l’elettore a questo punto come può fare le sue scelte se persino i programmi elettorali sono inattendibili? Sembra proprio che ci stiamo avviando verso la fine della democrazia e non solo in Italia. (Riccardo Alfonso)

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“Il mondo chiede più democrazia non meno”

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 maggio 2020

Sono le parole del Presidente del Parlamento europeo David Sassoli pronunciate giorni fa e che riprendo con una riflessione perché sono convinto che abbiamo eretto un simulacro intorno a talune parole svuotandole, in pratica, del loro reale significato. In questo caso, sia chiaro, non da chi le ha pronunciate ma da chi dovrebbe farne un uso quotidiano nel suo agire politico ed istituzionale. Ciò mi fa dire che esistono due linguaggi distinti, e a volte incomunicabili, se pensiamo a cosa è l’Europa e cosa vorremmo che fosse. Non dimentichiamo che l’idea di un’Europa unita aveva per i padri costituenti un primo importante obiettivo: provvedersi di un salvacondotto per evitare in futuro lo scatenarsi di altre guerre mondiali che avessero il proprio innesco in Europa. Ma non abbiamo fatto i conti con i singoli stati e i loro retrogusti. La Germania, ad esempio, che ha provocato due guerre mondiali perdendole, ora sembra rifarsi con il suo potere finanziario ed industriale e volendo avere la pretesa di considerarsi democratica nella logica del primus inter pares ma in pratica sfalsandone il significato per restare “primus” senza “pares”. Oggi questo scollamento comportamentale lo avvertiamo ancora di più in quanto stiamo vivendo una stagione di cambiamenti radicali della società che è divenuta complessa e frammentata con la conseguente crisi dei tradizionali partiti di massa e della loro capacità di rappresentare settori ben definiti della stessa società. A questo punto dovremmo dire che la parola “democrazia” resta ma a quale prezzo? L’abbiamo svilita ed umiliata facendoci perdere la visione di una forma di governo in grado di assicurare stabilità, efficienza decisionale, chiaro funzionamento della responsabilità politica dei governanti e dello stesso ruolo di stimolo e di pragmatismo delle opposizioni. A questo punto, mi chiedo, dobbiamo continuare a parlare di democrazia senza ridicolizzarla? (Riccardo Alfonso)

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Il tempo della svolta

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 aprile 2020

By Pasquale Di Lena. “il capitalismo è entrato in un’epoca di distruttività radicale. Ci trascina in un vortice che dissolve le strutture della società, decompone lo Stato, cannibalizza gli strumenti della rappresentanza politica e della democrazia, desertifica il senso della vita. Al tempo stesso va divorando, sino al limite del collasso, le risorse naturali sul cui sfruttamento ha fondato i propri trionfi economici”.Apre così il libro di Piero Bevilacqua, “Il grande saccheggio- l’età del capitalismo distruttivo. “Subito dopo si legge “La crisi economica e finanziaria recente, anziché costituire occasione di una riflessione profonda, in grado di ripensare gli squilibri insostenibili della gigantesca macchina economica del capitale, diventa il terreno di lancio di un modo di produzione sempre più privo di ragioni sociali e ambientali…è tutto un gridìo…vecchie e logore espressioni di un linguaggio che da almeno cinquant’anni è sempre lo stesso…come se quanto accaduto non fosse che un incidente momentaneo, una brusca interruzione del percorso già tracciato per i secoli a venire”. Due passaggi di un libro uscito nel 2011 firmato da un professore illustre – amato dai suoi allievi e dai suoi lettori, stimato dai suoi colleghi – che ha pubblicato altri importanti libri e che, come tanti altri studiosi e ricercatori, è, per il suo pensiero netto contro il sistema, sconosciuto al grande pubblico dei talk show, animati da personaggi, nella gran parte, noiosi, ripetitivi di banalità, spesso non simpatici.In un mio recente articolo, scritto subito dopo la notizia del Coronavirus, pubblicato sul mio blog con il titolo “La speranza”, la mia prima riflessione è stata quella di individuare nella più grande crisi economica del capitalismo, il fallimento del sistema, il neoliberismo. Ciò che è peggio il non voler prendere atto del fallimento tant’è che ha continuato a percorrere la stessa strada, quella distruzione delle risorse e dei valori.Una scelta che il Covid-19 ha messo in discussione con la sua presenza. Un virus un po’ più grande degli altri finora conosciuti, arrivato all’improvviso e con una violenza devastante, partito, non a caso da un Paese, la Cina, che ha fatto proprie le regole del neoliberismo e le ha messe nelle mani di un solo capitalista, lo Stato, .Dalla Cina e dall’Asia e, in modo altrettanto violento, il salto in Italia, e, poi, con tanti distinguo e tante riluttanze, in Europa, nelle Americhe, in Australia, e altri angoli del mondo, fino a colpire tutt’e cinque i continenti. Un virus che, in questo modo, ha fatto propria la globalizzazione, mettendo in quarantena soprattutto la retorica dei potenti, dei ricchi, sempre più ricchi e sempre più avidi di denaro; della finanza, cioè delle banche e delle multinazionali.Un virus che, purtroppo, continua a seminare morte ed a colpire le persone più deboli, come gli anziani, e chi è in prima linea a difendere la nostra salute o le regole che servono a contenere la sua violenza, cioè quelli che sono in prima linea a combatterlo, dentro gli ospedali, le autoambulanze, sulle strade, sui posti di lavoro.Un virus che invita tutti a riflettere, partendo dalle azioni predatorie e distruttive del potere, perché torni a farsi sentire la voce di chi non ha jet su cui volare, barche su cui passare il tempo o bunker da abitare, ma solamente un cuore, una bocca e un’anima da sfamare e accarezzare.Un virus che ricorda a tutti la sacralità della terra, dei suoi ambienti e dei suoi paesaggi; la fertilità del suolo; la bontà delle foglie e dei frutti delle piante; la generosità degli animali; la necessità di sentirsi parte della natura e non padroni della stessa.C’è da dire che il tempo del virus che viviamo ci racconta soprattutto paure, disagi, senza però toglierci, per fortuna, il gusto di pensare e immaginare il domani.Si sente, tra mille silenzi, una voglia di svolta radicale come una necessità. Una svolta possibile solo se questo sentire diventa consapevolezza, cioè bisogno di cambiare le nostre abitudini e il nostro modo di pensare e di fare. Una svolta che serve alle nuove generazioni, quali eredi, e, come tali, vittime di un neoliberismo predatorio e distruttivo, che ha trasformato la sobrietà in spreco; il rispetto in abuso; la solidarietà in odio; la reciprocità in egoismo, le comunità in tanti individui isolati e gli individui in numeri.Ecco che diventa una priorità ribaltare le regole imposte dal neoliberismo , anche per non ritrovarsi a dover combattere, in tempi non lontani, altri virus ancor più cattivi del Covid-19.

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COVID-19: Il PE sostiene la democrazia in Ungheria

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 marzo 2020

La commissione per le libertà civili sottolinea che ogni misura straordinaria adottata dal governo ungherese come risposta alla pandemia deve rispettare i valori fondanti dell’UE.A seguito dei recenti sviluppi in Ungheria, dove il governo sta cercando di espandere la sua autorità esecutiva per poter deliberare per decreti, mentre il Paese rimane in “stato di pericolo”, Juan Fernando López Aguilar (S&D, ES), in qualità di Presidente della commissione parlamentare per le libertà civili, ha rilasciato la seguente dichiarazione:”A nome della commissione per le libertà civili, vorrei esprimere la nostra preoccupazione per l’intenzione di votare all’Assemblea nazionale ungherese l’estensione dello “stato di pericolo” e le relative modifiche al codice penale. Siamo consapevoli che gli Stati membri hanno la responsabilità di adottare misure di protezione in questi tempi difficili, ma queste misure dovrebbero sempre garantire la protezione dei diritti fondamentali, dello Stato di diritto e dei principi democratici. In questo contesto, invitiamo la Commissione a valutare le proposte di legge riguardo i valori sanciti dall’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea e a ricordare agli Stati membri la loro responsabilità nel rispettare e proteggere questi valori comuni”.

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Democrazia paritaria in Italia e in Europa

Posted by fidest press agency su sabato, 11 gennaio 2020

Roma Mercoledì 15 Gennaio 2020 (h 14,30 – 17,30) Parlamento Europeo – Sala delle Bandiere – Via IV Novembre,149 Come sta funzionando la doppia preferenza di genere? Quali iniziative si impongono per introdurla nelle Regioni che non la hanno ancora prevista e, dove adottata, quali azioni occorrono per gestirla al meglio? Sono sufficienti le norme vigenti nelle leggi elettorali? Quali sono gli ulteriori obiettivi non rinviabili? Per i Consigli di Amministrazione e per i Collegi Sindacali è sufficiente prorogare la legge Golfo- Mosca? Quali strategie attivare per garantire la parità tra i generi per le nomine monocratiche? Sono alcuni dei quesiti tecnici intorno ai quali si svolge l’incontro organizzato da Noi Rete Donne mercoledì 15 gennaio allo scopo sollecitare una riflessione attraverso il contributo di esperte che, arrivando da varie regioni, mettono a disposizione specifiche competenze e differenti punti di vista. Sullo sfondo ci sono alcuni “nodi politici sui quali occorre confrontarsi senza remore – spiega Daniela Carlà, fondatrice e animatrice della rete insieme a Marisa Rodano – interrogandoci se con la loro presenza nelle istituzioni e nei luoghi decisionali le donne sono riuscite sempre ad essere veicolo di cambiamento, di buona pratiche, di trasparenza, a garantire la legalità. O se, invece, logiche di conservazione del potere hanno condizionato la scelta favorendo spesso la cooptazione di donne propense a mantenere lo status quo. Lo stesso Papa Francesco di recente ha sostenuto la necessità di associare le donne nei processi decisionali per i valori di cui sono portatrici, ma ci chiediamo se è sempre vero e come far sì che la loro presenza modifichi in positivo i meccanismi di selezione della classe dirigente. Noi Rete Donne, che ha coordinato per molti anni l’Accordo per la Democrazia Paritaria riunendo oltre 60 associazioni e sostenendo il lavoro trasversale delle parlamentari per gli importanti traguardi già raggiunti, ritiene ora necessario fare il punto, valutare le misure adottate, costruire un laboratorio per definire strategie più articolate”. Sulla stessa lunghezza d’onda Marilisa D’Amico, che osserva: “Negli ultimi anni sono stati numerosi gli interventi normativi nelle leggi elettorali sia statali che regionali che hanno introdotto meccanismi per promuovere l’equilibrio di genere nelle istituzioni rappresentative. In particolare, la doppia preferenza di genere, prevista da alcune leggi regionali, é stata positivamente valutata anche in una importante decisione della Corte costituzionale (sent. n. 4 del 2010). Occorre però ragionare sull’efficacia di tali strumenti, che in molti casi sono stati aggirati nell’applicazione concreta, non garantendo i risultati sperati. Infine occorre anche riflettere sulla ‘qualità’ delle rappresentanti: non sempre a un maggior numero di donne é corrisposto un effettivo cambiamento dei contenuti della politica, tale da incidere in modo generale sulla vita di tutte”.
Daniela Carlà e Marisa Rodano coordinano gli interventi, a partire dall’introduzione di Marilisa D’Amico (Ordinaria di Diritto Costituzionale e Prorettrice Università statale Milano) cui seguiranno i contributi di Agnese Canevari (Noi Rete Donne), Patrizia del Giudice (Presidente Commissione P.O. Puglia), Francesca Fantato (Associazione Noi Donne2005 Sardegna), Laura Onofri (Commissione P.O. Piemonte), Lorena Saracino (Giornalista e Presidente CoReCom Puglia), Flora Sculco (Consigliera Regionale Calabria), Magda Terrevoli (Presidente CUG Regione Puglia), Alessandra Volpe (Avvocata Consigliera Ordine Avvocati di Genova). È prevista la partecipazione di Massimo Rubechi (Università Urbino) in qualità di Coordinatore del settore legislativo del Gabinetto Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia. Nel corso del convegno sarà presentata la ricerca di Maria Lippiello “Le donne e la politica. Il caso degli Statuti regionali e locali e la doppia preferenza di genere”.

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“L’Unione Europea ha un deficit di democrazia”

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 gennaio 2020

“Testimonia la sua drammatica crisi di ruolo, con buona pace degli europeisti acritici del Pd. Lo conferma la sua incapacità di orientare la politica estera, di avere un ruolo nel conflitto israeliano-palestinese e oggi nello scenario iraniano e iracheno, rivelando così la sua natura unicamente economica e finanziaria. Non è la Bce, unico soggetto forte dell’Ue, a potersi occupare di geopolitica, a stabilire la presenza europea nell’area del Golfo e in Africa nella prospettiva dei prossimi secoli.
Se il ruolo della sola Italia nell’inferno mediorientale non può che essere limitato, risulta scandalosa la nostra assenza sulla questione libica, diventata ormai una porta girevole dalla quale entrano ed escono francesi, americani, russi e turchi, perché in politica valgono le leggi della fisica: se c’è uno spazio vuoto qualcuno o qualcosa finisce per occuparlo. La Libia è un’area di interesse strategico per la nazione e l’Italia quando ha avuto l’autorevolezza ha esercitato il ruolo di ‘Stato stabilizzatore’ di quel braccio di Mediterraneo, utile all’intera comunità internazionale. Quando c’è una crisi così stringente il ministro degli Esteri non dovrebbe stare a Bruxelles, ma a Tripoli, testimoniando con la presenza fisica l’interesse prevalente dell’Italia. L’aiuto richiesto all’Europa è paradossalmente un’ammissione di debolezza frutto della nostra rinuncia a essere protagonisti con incisivi accordi commerciali, economici, culturali e militari”. E’ quanto ha dichiarato il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia intervenendo a Coffee Break.

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L’uomo forte vagheggiato dagli italiani

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 dicembre 2019

Dopo la caduta rovinosa del fascismo e la fine della Seconda guerra mondiale la politica italiana ha imboccato quella che possiamo definire la “democrazia compromissoria” e che ha caratterizzato gran parte della storia politica italiana fondata sulla costituzione del 1948. È stato un percorso che si è interrotto negli anni Novanta con il passaggio alla “democrazia maggioritaria”. La svolta è stata segnata dalla riforma elettorale del 1993 che ha aperto la strada all’evoluzione bipolare del sistema politico rappresentativo con la designazione di un candidato alla Presidenza del Consiglio. Da quella fase storica, relativamente recente, ci siamo resi conto che è mancata a tutt’oggi, sia pure necessaria per via dell’integrazione europea, una forma di governo statale in grado di assicurare stabilità, efficienza decisionale e chiaro funzionamento della responsabilità politica dei governanti. E’ che ci siamo imbattuti, lungo questo percorso, da un Governo e da un Parlamento fortemente condizionato da “poteri diversi da quello statale” che ne limitano la sua azione riformatrice. E considerato che la capacità del popolo elettore è stata imbrigliata da un apparato politico e culturale fortemente deficitario in chiave decisionale, il disagio sta diventando critico sino al punto che si auspica una guida più incisiva e capace di limitare le interferenze esterne per porre mano ad una riforma del sistema paese per favorire le esigenze fondamentali della società. In questa fase cruciale il fattore tempo è fondamentale. Avverto, infatti, l’urgenza di un cambiamento ma si paventa, rilevata, purtroppo, solo da pochi che si possa finire dalla padella nella brace perché l’uomo solo al comando può essere una buona cosa ma è molto raro ai tempi nostri dove prevalgono i pifferai alias imbonitori di turno. (Riccardo Alfonso)

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Nissoli (FI): Comites/Il Governo rinvia la democrazia per mancanza di budget!!! Ma abbiate un minimo di rispetto!

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

Roma “Ieri, il Sottosegretario agli Esteri, on. Manlio Di Stefano, ha risposto alla mia interrogazione in cui chiedevo certezza sulla data delle elezioni dei Comites che normalmente dovrebbe essere, a scadenza naturale, il 17 aprile 2020.Il Sottosegretario nella sua risposta non ha dato alcuna certezza, anzi ha evidenziato che le elezioni sono “strettamente condizionate dalla disponibilità di adeguate risorse finanziarie, rispetto alle quali potrà essere decisiva la manovra di bilancio in corso di esame da parte delle Camere”.
Una risposta inaccettabile per un Paese democratico! Infatti, non dovrebbe essere il Governo stesso ad assicurare il minimo budget per il funzionamento della democrazia? Immaginate se ad un Comune italiano si dice che il rinnovo del Consiglio comunale è subordinato alla legge di bilancio!? Insomma, se vogliono emarginare gli italiani all’estero dai loro diritti politici lo dicano chiaramente! Votare no, ma le tasse si! Beh questo sinceramente mi lascia senza parole, spero che il Governo, invece, trovi presto le parole adatte per indicare un cambiamento di rotta, un ravvedimento che lo porti a rispettare i connazionali che vivono all’estero e che, spesso, hanno dato lustro a quell’Italia che hanno dovuto lasciare per mancanza di lavoro!” Lo ha dichiarato l’on. Fucsia Nissoli Fitzgerald (FI), eletta nella Circoscrizione Estera – Ripartizione Nord e Centro America.

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La democrazia esiste ancora?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 dicembre 2019

La rabbia nei confronti dei poteri economici, le disuguaglianze crescenti e l’inquietudine per i rapidi cambiamenti tecnologici e climatici in atto hanno generato un clima di disaffezione nei confronti della democrazia. Secondo un sondaggio di Pew Research, condotto in 27 Paesi nel mondo, il 51% dei cittadini non è più soddisfatto del funzionamento delle istituzioni democratiche. Nelle democrazie di tutto il mondo, si legge su Project Syndicate, gli elettori hanno sempre più la sensazione che la maggior parte delle decisioni che incidono sulle loro vite in realtà vengano prese altrove. Nonostante i dati dicano che la democrazia sia in netto vantaggio rispetto ai regimi autoritari (Ourworldindata), “la democrazia oggi sta combattendo per la sua stessa sopravvivenza”, avverte Foreign Policy. Negli ultimi mesi, le proteste di piazza hanno coinvolto sia i Paesi ricchi sia quelli poveri, sia le democrazie forti sia i regimi più repressivi. Al centro di questa rabbia c’è la diffusa percezione che i governi agiscano nell’interesse delle élite piuttosto che delle persone. Il che solleva una questione: la democrazia è ancora la migliore forma di governo? (Ekathimerini). Tra innovazione e regressione – Già nel 2007 lo storico Eric Hobsbawm si interrogava sulla capacità della democrazia di fronteggiare dinamiche complesse e travolgenti come la globalizzazione e il terrorismo (Globalisation, democracy and terrorism). Oggi la finanziarizzazione, le trasformazioni del mondo produttivo e la comparsa di nuove potenze di chiaro stampo non democratico mettono ancora più in crisi l’impianto liberale nato nell’Ottocento e legato al primo e al secondo decollo industriale scrive Altreconomia. L’aspetto paradossale – osserva Nadia Urbinati nella sua Introduzione al nuovo Annale di Fondazione Feltrinelli intitolato Thinking Democracy Now: Between Innovation and Regression – è che l’ideologia democratica non è affatto messa in discussione: la democrazia oggi gode di un’indiscussa egemonia, al punto che anche chi la mette a repentaglio e ne mina le fondamenta lo fa in suo nome, promettendo di accrescerla e coniando espressioni ossimoriche come “democrazia illiberale”.

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Dialoghi Riflessioni sulla democrazia / Diálogos Reflexiones sobre la democracia

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 dicembre 2019

DSCN2194Roma Martedì, 10 dicembre ore 18:30 Martes 10 de diciembre a las 18:30 h. Sala Dalí Piazza Navona, 91. Donatella Di Cesare e Daniel Innerarity hanno analizzato nei loro saggi l’incertezza contemporanea e i grandi problemi filosofico-politici dei nostri tempi: il ruolo politico della filosofia, l’immigrazione e l’attuale crisi dell’Unione Europea. L’evento fa parte del programma «La Cultura è Capitale», organizzato dall’Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Spagna e dalla Fondazione con il Sud, per celebrare Matera Capitale Europea della Cultura 2019. Ingresso gratuito.
Donatella Di Cesare y Daniel Innerarity han analizado en sus ensayos la incertidumbre contemporánea y los grandes problemas filosóficos y políticos de la actualidad: el papel político de la filosofía, la inmigración y la actual crisis de la Unión Europea. El evento forma parte del programa «La Cultura è Capitale», organizado por la Oficina Cultural de la Embajada de España y la Fondazione con il Sud para celebrar Matera Capitale Europea della Cultura. Entrada libre.

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Democrazia e governance: gli scenari del domani prossimo venturo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 novembre 2019

Si ha l’impressione che a molti stia sfuggendo la carica negativa determinata dall’internazionalismo liberal-democratico, lasciato a briglie sciolte, e la possibilità che vi sia una minoranza in grado d’incidere sul potere dei decisori alterandone le loro azioni in termini politici ed economici globali. Gli effetti distorsivi sono evidenti e si possono riconoscere sia nei movimenti di protesta, che si sono sviluppati su base nazionale, quali quelli femministi, ambientalisti e pacifisti, sia nella diffusione di nuove identità sovraniste da una parte e, dall’altra, di nuove nozioni di cittadinanza globale. Se a questo punto ci soffermiamo sugli effetti che tali linee di tendenza producono dal basso verso l’alto, in chiave movimentistica, e la capacità mediatica di determinarli, gli effetti che determinano possono diventare devastanti. Lo diventano, senza dubbio, sulla stessa democrazia e governance rendendola incapace di fronteggiare le minacce alla coesione sociale e i conseguenti rischi ecologici e politici della globalizzazione. Il tutto rileva un avvitamento in senso regressivo e involutivo dei regimi politici esistenti, sia in chiave democratica sia autoritaria, e che possono mettere in seria difficoltà la stessa rappresentatività della democrazia, a livello mondiale, come noi la conosciamo e ci interfacciamo.
Ciò ha, senza dubbio, una valida spiegazione che si può riassumere in un solo modo: non siamo preparati affrontare in maniera adeguata i due momenti cruciali della nostra identità esistenziale. Lo sono la crescita demografica fuori controllo e lo sviluppo tecnologico sempre più avanzato che rende evidente il surplus umano rispetto alle intelligenze innovative. In altri termini non possiamo convivere, nel giro di pochi anni, con una popolazione mondiale di nove miliardi di abitanti con un ecosistema già ora in profonda crisi esistenziale e uno sviluppo tecnologico innovativo la cui è eccellenza è quella di servirsi di pochi per gestirne il corso. L’umanità in crescita diventa a questo punto una “eccedenza” intollerabile e foriera di forti conflitti degenerativi. Come uscirne in modo meno indolore? È questo il punto. (Riccardo Alfonso)

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“Le sfide alle democrazie nell’era della globalizzazione”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 ottobre 2019

Parma Giovedì 3 ottobre, alle ore 16 nell’Aula Magna dell’Università di Parma (Palazzo Centrale – via Università 12), si terrà l’incontro “Le sfide alle democrazie nell’era della globalizzazione” con Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale e Professore Ordinario di Diritto Amministrativo. L’incontro è organizzato dall’Università di Parma e patrocinato dal Comune e dal Circolo Culturale “Il Borgo”.Discuteranno con Sabino Cassese il prof. Antonio D’Aloia, Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Parma, e il prof. Fulvio Cortese, Ordinario di Diritto Amministrativo all’Università di Trento. L’incontro sarà aperto dai saluti del prof. avv. Giuseppe Giulio Luciani, Presidente de “Il Borgo”, dell’avv. Simona Cocconcelli, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Parma, e del prof. avv. Giorgio Pagliari, Ordinario di Diritto Amministrativo all’Università di Parma.
Organizzazione scientifica e moderazione dell’incontro da parte della prof.ssa Monica Cocconi, Associata di Diritto Amministrativo all’Università di Parma e Delegata del Rettore all’Anticorruzione e trasparenza.Durante l’incontro verrà presentato il libro di Sabino Cassese “La svolta – Dialoghi sulla politica che cambia” (ed. Il Mulino, Bologna).

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Quando la democrazia blocca la violenza

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 settembre 2019

Se andiamo al tempo in cui l’essere umano decise di vivere in comunità credo che si pose da subito il problema del come conciliare la coabitazione con gli interessi corporativi e di governance. Nei millenni trascorsi da allora ad oggi è apparso evidente che a scompaginare il sistema è stata la tendenza prevaricatrice di alcuni componenti la comunità nei riguardi dei propri simili. In altre parole il voler giocare “sporco” per trarne benefici personali sia di natura economica che per sete di potere. La reazione popolare non si fece attendere e il focolaio si accese generando conflitti d’ogni genere e per motivazioni più disparate: etniche, religiose, sociali e culturali. Se riportiamo questo seme della discordia alla realtà dei nostri giorni possiamo dire che numerosi sono gli insuccessi ottenuti ma anche la riuscita di stabili equilibri.
Al che dovremmo chiederci, doverosamente, i motivi del mal funzionamento e del perché le aspettative virtuose non hanno attecchito a livello mondiale. D’altra parte come si può pensare che messo in atto un modello di gestione democratica della cosa pubblica essa possa, ad un certo punto, non reggere le aspettative popolari divenendo persino una contraddizione nei termini con manifestazioni di piazza cruente. E’ che l’aspetto negativo, a mio avviso, dipende dall’uso che abbiamo fatto della stessa democrazia introducendovi elementi conflittuali di portata mondiale. Pensiamo al capitalismo che è degenerato nell’avidità, nell’egoismo, nei facili arricchimenti a scapito dei più deboli. Pensiamo a ciò che ci ha lasciato il socialismo reale e ancor prima il Marxismo-Leninismo. Pensiamo alla globalizzazione dei mercati che è degradata in una conflittualità sociale permanente. Pensiamo ai danni che abbiamo provocato all’ambiente con economie espansive poco rispettose dell’habitat e quanto altro.
Da più parti i ben pensanti invocano correttivi e comportamenti virtuosi per restituire alla democrazia la sua identità primigenia, generata dalla rivoluzione ateniese, e che i nostri padri, nella loro saggezza, ne hanno riconosciuto il valore e la portata del messaggio. Perché il precetto democratico non si coltiva citandolo ma praticandolo e in tal senso può diventare l’unica forza capace di contrastare la violenza e portare l’homo novus a soffocare le passioni in nome della ragione. (Riccardo Alfonso)

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“Democrazia e verità. Tra degenerazione e rigenerazione”

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 settembre 2019

Roma. dal 26 al 28 settembre. I lavori si apriranno giovedì pomeriggio, alle 15:30, nell’auditorium San Domenico in via Casilina 235 con la relazione del vice presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, che si soffermerà su “Le forme della democrazia nello Stato costituzionale”. “Chiesa e ‘autentica’ democrazia: da Leone XIII ai giorni nostri” sarà, invece, il tema discusso da Daniele Menozzi della Scuola Normale Superiore di Pisa.
Il pomeriggio di venerdì 27 settembre i lavori si sposteranno presso la Pontificia Università Gregoriana, in collaborazione con la Facoltà di Filosofia dell’ateneo. Alle 15:30 Carla Danani dell’Università di Macerata terrà una relazione su “Verità della democrazia?” mentre Julian Nida-Rümelin, professore di Filosofia e Teoria politica presso la Ludwig-Maximilian-Universität di Monaco di Baviera, analizzerà la questione della “Democrazia e verità nell’epoca della comunicazione digitale”. Le ultime due relazioni del convegno sono state affidate a Stefano Petrucciani dell’Università La Sapienza di Roma e a Vittorio Possenti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il primo parlerà de “Il fondamento dialogico della democrazia e il relativismo”, mentre l’intervento di Possenti verterà su “Popolo Stato Democrazia nel personalismo: quale sovranità?”. https://www.unigre.it/it/eventi-e-comunicazione/

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Storia del pensiero: Democrazia ossia “governo del popolo per il popolo”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

Ovvero il “male oscuro” che attraversa il mondo occidentale. La democrazia è considerata la forma più avanzata di organizzazione politica, atta a valorizzare le potenzialità morali, intellettuali, economiche degli individui e delle loro libere associazioni. Sin qui tutto bene e secondo manuale, se vogliamo. Ma in effetti non lo è. Le democrazie non sono esenti da patologie che possono minarne il buon funzionamento, con effetti deleteri sulla vita civile e su quella economica. I rappresentanti eletti dal popolo che debbono curare gli interessi generali, sia pure interpretandoli in forme diverse e talora contrapposte, non devono rivolgere la loro azione a rappresentare interessi in contrasto con quelli della collettività. La linea di confine tra interessi di gruppo e quelli generali può essere talora tenue. E’ quanto sembra accadere in Italia e lo sarà ancora più evidente con il federalismo dove i rappresentanti eletti in uno dei corpi legislativi locali sono designati esplicitamente a rappresentare gli interessi di una Regione. Come potranno, costoro, venir meno al loro mandato senza finire con il danneggiare gli interessi superiori del Paese? E’ possibile che tali organismi intermedi, portatori di legittimi interessi di importanti segmenti della popolazione e dell’economia, assumano di fatto una capacità di decisione e di indirizzo che condiziona il volere legittimamente espresso, per interesse di tutti, soltanto dal Parlamento. A questo punto è necessario fare chiarezza per non ritrovarsi impelagati in una diatriba che in nome della democrazia nega di fatto la sua esistenza. In pratica deve restare nella convinzione di tutti che il potere ultimo di ogni decisione che tocca la collettività nel suo complesso deve rimanere nell’istituzione, il Parlamento, che non deve semplicemente ratificare accordi assunti a livelli più bassi, ma comporli con l’interesse generale. Sia chiaro in proposito. Le decisioni possono inglobare gli interessi di alcune componenti della società, ma mai a danno del bene comune della Nazione. (Riccardo Alfonso)

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La scienza e la democrazia e i suoi due momenti storici

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

I primi ed incerti passi della scienza avvennero nell’antica Grecia. Furono ripresi in Italia nel Rinascimento. Non a caso gli studiosi della materia ci fanno notare che in entrambe le circostanze coincisero con il fiorire della libertà sia pure con tutti i limiti legati alla particolarità dei loro momenti storici. E’ anche vero che due secoli dopo l’exploit fu più marcato in concomitanza con l’avvento della democrazia europea e statunitense. Dobbiamo di conseguenza convenire che i due momenti ci facciano supporre una naturale assonanza tra scienza e democrazia? Assolutamente no. Fu proprio Platone a porsi il problema. Per lui la scienza si fonda sulla conoscenza mentre la democrazia sull’opinione. Ma chiariamoci bene il concetto. Cos’era per Platone la scienza? Lo era principalmente la filosofia, la religione e l’astronomia. Si tratta di una classificazione discutibile, fatta, salva l’astronomia, anche se il termine di paragone poteva avere una sua ragione, dati i tempi, ma ora è tutt’altra cosa. La scienza, infatti, si muove secondo una logica del tutto diversa e che nulla sa e nulla vuole sapere di opinioni, maggioranze, votazioni e compromessi che costituiscono l’essenza di una democrazia ivi compresa la filosofia e la religione.
Ma perché la scienza è rimasta così a lungo sotto traccia? Sicuramente perché la scienza moderna è di difficile comprensione per i non addetti ai lavori tant’è che in un mio libro, L’Ultima frontiera” ebbi a notare il grande stupore dell’umanità in seguito alla deflagrazione delle due bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki in Giappone, sul finire della seconda guerra mondiale.
Non si aveva idea dell’impegno profuso dai fisici italiani di via Panisperna, di quelli tedeschi e altrove su una ricerca tanto affascinante quanto dai risvolti devastatori se il suo uso fosse stato adottato per scopi militari. Lo stesso insegnamento scolastico a tutti i livelli e gradi d’istruzione si era fermato, negli anni della seconda guerra mondiale, a prima della teoria della relatività di Einstein agli inizi del XX secolo. E lo stesso dicasi per gli studiosi del settore. Oggi ci appropriamo delle novazioni scientifiche nella nostra quotidianità ma sono pochi coloro che ne conoscono gli studi che sono a monte e lo stesso sta accadendo con la democrazia. L’accettiamo come naturale conseguenza del nostro vivere in comunità ma non la conosciamo in effetti se non superficialmente. (Riccardo Alfonso)

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La crisi della democrazia

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 agosto 2019

Ciò cui stiamo assistendo non è una crisi di sistema, non è nemmeno una crisi politica, meno ancora è una crisi economica, anche se lo diventerà a spese delle classi più deboli.
E’ stata inventata una nuova e originale impostazione del pensiero democratico che riconosce al popolo elettore il diritto di scegliere i propri rappresentanti attraverso libere elezioni, e affidare agli eletti l’onere di affrontare le decisioni. Non sempre le decisioni assunte soddisfano tutte le categorie della popolazione, anzi, spesso, il sistema di democrazia parlamentare, si ritrova a dover assumere decisioni impopolari anche se nmecessarie.La democrazia inventata vuole scavalcare il rischio di impopolarità, attraverso una serie di sondaggi che identificano bisogni di parte; è nata così la “democrazia dei sondaggi”, lontanissima dalla concezione classica del concetto di democrazia, che può essere socialista, liberale, o umanistica, ma sempre sostenuta dalle indicazioni popolari. Il metodo è banale nella sua semplicità, basta rivolgere dei quesiti riguardanti le priorità al mondo degli elettori e selezionare numericamente la qualità delle scelte e farne la componente portante delle proposte di legge e delle scelte.Tale democrazia dei sondaggi fu inventata negli anni ‘90 del secolo scorso da Berlusconi, che otteneva nei sondaggi risultati plebiscitari, attraverso la descrizione delle decisioni del governo, farcite di promesse, che, al dunque, risultavano promesse da marinaio. Il giochino berlusconiano è durato quasi venti anni, fino a quando il popolo elettore si è stufato di sentire le reiterate promesse mai mantenute ed ha negato il consenso.
Berlusconi adesso viaggia intorno al 5%, nonchè alla rincorsa del quorum per non chiudere definitivamente bottega.Nella democrazia dei sondaggi è caduto anche Matteo Renzi, esaltato da un successo insperato alle elezioni europee, quando il riconoscimento di fiducia superò il 40%; fu fuoco di paglia. Esaltato da quel risultato, confuse il consenso elettorale come un viatico per esercitare “pieni poteri”, che il popolo elettore non voleva.
Medesimo risultato ha conseguito Matteo Salvini, che ha raddoppiato i consensi ricevuti, raggiungendo il 34%, al carissimo prezzo di perdere la testa e ritenersi l’unto del signore, rafforzato dal voto popolare che lo avrebbe autorizzato ad esercitare i “pieni poteri”, forte del consenso elettorale, trascurando di rappresentare un sistema di democrazia parlamentare, come recita la nostra Costituzione, secondo la quale il potere appartiene al popolo attraverso i suoi rappresentanti e l’unica sede dove viene esercitato il potere è l’Assemblea degli eletti.Adesso fanno giocare alla nazione il ruolo di
“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!”
(DAL 6^ CANTO DEL PURGATORIO Dante Ajighieri) (Rosario Amico Roxas)

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Democrazia: un involucro svuotato di sostanza e nella sostanza

Posted by fidest press agency su martedì, 13 agosto 2019

E’ un tema che sta mettendo in discussione già da alcuni anni, a questa parte, la stessa vita politica dei paesi occidentali. Era stato già evidenziato nell’ambito delle “Lezioni Norberto Bobbio” da Giovanni Sartori mettendo a confronto la democrazia in termini ideali, di idee e di opinioni con la situazione reale. Sartori, al riguardo, espresse il timore che la democrazia stia correndo il rischio di diventare “un guscio, un involucro, svuotato di sostanza e nella sostanza”.
Ma vi è anche un qualcosa di più da argomentare assistendo di continuo ad una sorta di asservimento della democrazia agli interessi partigiani, delle varie consorterie e dei poteri cosiddetti “forti”. Si avverte, per altro, sostenuta la distorsione di quelle regole primarie e fondamentali che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive vincolanti e con quali procedure. Una democrazia che non sembra avere validi strumenti di difesa nei confronti di chi strumentalmente, da grande pifferaio, limita il dibattito politico dalla piazza alla televisione e alla carta stampata ad un effetto epidermico e non riflessivo del suo ragionare. La stessa globalizzazione dei mercati e della libera circolazione delle merci, nata per un fine onorevole, non è più in grado di assicurare quel controllo e quella regolazione dei processi economici che possono garantire libertà ed eguaglianza. In altri termini la democrazia sta negando se stessa. Non punta più al bene comune, alla guida morale, al rispetto del limite degli interessi economici che non può essere affidato alla semplice negoziazione dei poteri sociali, cioè alla governance di forze economiche nazionali e internazionali.
Sono orami in molti a chiedersi dove è finita la democrazia come definizione delle condizioni di libertà, pluralismo e promozione dell’agire creativo in una molteplicità di campi?
Il prezzo più alto lo sta pagando quella cospicua fetta di umanità che dovrebbe fondare i suoi principi conduttori nella salvaguardi di due diritti inalienabili: alla vita e al vivere. Che senso ha, infatti, far rispettare il diritto alla vita se poi non si permette a questa stessa vita di vivere? (Riccardo Alfonso direttore Centri studi politici e sociali della Fidest)

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La democrazia si può perdere

Posted by fidest press agency su domenica, 2 giugno 2019

Prima ancora di chiedersi “che fare” bisogna cercare di capire che cosa è successo il 26 maggio e anche le ragioni di un così repentino cambiamento della geografia elettorale.
La democrazia non perdona, gli errori, gli sgarri li fa pagare ad usura. Essa ha un effetto moltiplicatore, e come moltiplica straordinariamente i fattori positivi immessi nel corpo sociale (le fortune del Welfare State ne sono state nel secolo scorso un esempio) così moltiplica il negativo della cattiva politica e del maldestro pensiero.
Questa è anche la ragione dei cambiamenti improvvisi del quadro politico, che lasciano di stucco i commentatori abituali, avvezzi all’eterna ripetizione dell’identico. I regimi sono molto più piatti e prevedibili delle società aperte, le gestioni autoritarie longeve, gli Imperi possono durare dei secoli; ma la democrazia no, le democrazie sono il regno della sorpresa, della novità, dell’inedito che irrompe inatteso e poi magari presto scompare. Perciò la democrazia ha bisogno di gente molto più sveglia, che capisca più in fretta, ha bisogno di cittadini, non di sudditi. La democrazia oggi c’è, domani può non esserci più; non è un dato di natura, è un’opera e una decisione nostra.
Nelle elezioni europee, l’effetto moltiplicatore più devastante la democrazia l’ha esercitato sul Movimento 5 stelle. Esso ha pagato l’aver fornito la manovalanza per l’erezione del trono di Salvini e l’aver offerto lo sgabello ai suoi piedi, e averlo fatto quasi senza calcolo, il che è ancora più grave che farlo per un calcolo sbagliato. Sventatezza politicamente imperdonabile; ma essa aveva una causa che la rendeva inevitabile: il disprezzo per la politica, il discredito della politica come arte, come cultura, come professione, con la conseguenza di un’incapacità dei giovani capi del Movimento di capire la politica, di riconoscerla, proprio nel momento in cui dovevano farla.
Non è politica stabilire di fare politica a termine per non contaminarsi; i “due mandati” il Movimento stesso li ha fatti, ed ora è lui che rischia il licenziamento. Non è politica colpevolizzare stipendi e pensioni dei politici, come se non ci fosse altro, e quello non fosse un lavoro, né è politica liquidare quell’evento maggiore dei partiti italiani che è stato il trapasso dal PD di Renzi a quello postrenziano con la falsa notizia che per prima cosa il nuovo PD volesse aumentare le indennità parlamentari. Non è politica chiudere occhi orecchi e cuore a tutto il resto, purché passi il reddito di cittadinanza. Non è politica non cambiare politica dopo la scudisciata del voto.
L’effetto moltiplicatore ha funzionato anche nel creare il successo di Salvini. L’intero sistema politico italiano non aveva capito il segnale delle elezioni del 4 marzo dell’anno scorso: massimo era lo scoramento e l’insofferenza per una situazione economica e sociale divenuta insostenibile: non solo i poveri restavano poveri, non solo i disoccupati languivano, ma i ricchi si impoverivano e gli occupati, pur lavorando, scendevano nella miseria. L’elettorato ha espresso la maggiore protesta allora possibile votando per i 5 stelle. contro i partiti tradizionali dei Minniti e dei Gentiloni; questi hanno reagito aspettando di vederne, compiaciuti, il fracasso; ed ora l’elettorato ha votato in modo ancora più radicale e disperato, ha votato per la Lega Nord, perfino nel Sud, che è tutto dire. Ma anche Salvini pagherà l’effetto moltiplicatore della democrazia; ha promesso il miracolo di cambiare l’Italia e l’Europa, invocando santi e Madonne e baciando rosari prima e dopo il voto, ma il miracolo non lo potrà fare, e avendo molto promesso poco gli sarà perdonato. Così ha mostrato solo quanto è ancora infantile la cultura religiosa in Italia, tra i devoti che si fanno la croce per propiziarsi voti, goal e prodigi e il cardinale Muller che ciò giudica “cristiano”.
Il partito democratico, raso al suolo da Renzi, ha riguadagnato la linea di galleggiamento; ma metà del suo successo è dovuto al candidato tenuto più nascosto, a quel Pietro Bartòlo, il medico di Lampedusa, che vuole andare a Strasburgo per raccontare all’Europa la vera storia dei 350.000 naufraghi che negli anni ha curato nell’isola, e di quelli di cui ha dovuto fare “l’ispezione cadaverica”; in molti casi si trattava di bambini; “anche questi sono bambini”, ha gridato durante la campagna elettorale, non lo sono solamente i “bimbi” con cui si gloria in TV di passare la domenica il ministro degli Interni. E se si proietta sul piano nazionale il risultato di Bartòlo, presente in due soli collegi (in Sicilia ha preso la metà di tutti i voti del PD), e si tiene conto di mezza Italia che non è andata a votare né per gli uni né per gli altri, si vede che il vero vincitore è lui, è l’Italia della compassione, non quella dello scarto.
E ora, se si può, si torni alla politica, cioè ai problemi veri su cui non si è votato, perché taciuti in una campagna elettorale dedita a tutt’altro; sono i veri nodi della situazione presente: il clima, gli eventi estremi della natura oltraggiata, il commercio selvaggio, il denaro sul trono, le armi messe sopra a tutto, l’epidemia della povertà, l’esclusione, il diritto di migrare, i profughi in fuga da guerre, da fame e dal degrado ambientale, le donne negate, il diritto perduto, le Costituzioni stracciate, il furto di futuro, l’uomo artificiale, “potenziato” e programmato dalla tecnica per togliergli di dosso l’immagine di Dio. Sono i temi che abbiamo affrontato nella recente assemblea di Chiesa di tutti Chiesa dei poveri, di cui ora pubblichiamo sul sito quando ha detto Francesco Carchedi sulle nuove schiavitù nel mondo e il contributo degli studenti della Sapienza di Roma che hanno invocato una globalizzazione dei diritti e delle persone e non solo del denaro e dei commerci. Pubblichiamo anche una relazione sul tema “La solidarietà è un reato?” che Raniero La Valle ha tenuto il 29 aprile a un convegno sul volontariato riferendosi anche alle recenti conclusioni dell’assemblea di Chiesa di tutti Chiesa dei poveri. (fonte: http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it)

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