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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 327

Posts Tagged ‘depressi’

In Italia 4 milioni di depressi

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 dicembre 2016

pirellone-milanoMilano. E’ una patologia che colpisce sempre più persone nel mondo, soprattutto le donne, perfino i bambini. E’ la depressione, una vera e propria “crisi globale”, come è stata definita da Claudio Mencacci, presidente SIP (Società italiana di Psichiatria) nell’intervento che ha svolto al XXXVII Congresso nazionale di SIFO, la Società Italiana di farmacia ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle aziende sanitarie, che si è concluso ieri al Mi.Co di Milano. “Si tratta- spiega il professor Mencacci- di una patologia che ha assunto una dimensione epidemica: 350 milioni nel mondo, oltre 30 milioni nell’Europa a 28 Stati, e oltre 4 milioni nel nostro Paese”. E si tratta, comunque, di stime prudenti. La Lombardia, purtroppo, non si esime da questo fenomeno: “Va riconosciuto alla Regione Lombardia di essere stata una delle prime Regioni ad aver fatto, oltre 20 anni fa, un’indagine sui suoi cittadini in cura”. Le stime parlano di una cifra “tra le 550 e 600 mila persone come prevalenza annuale. Questa condizione trova anche un suo riscontro nella dimensione della città metropolitana di Milano” dove si registrano “225 mila, 250 mila persone affette”, mentre “per la città di Milano vengono calcolate tra le 77 mila e 84 mila persone”. Certo, sottolinea Mencacci, “le aree urbane possono avere motivi supplementari” per cui si sviluppa questa patologia, “legati non solo agli stimoli luminosi, sonori e alla maggiore facilità di stili di vita meno salubri”. Per esempio, quel lo dei disturbi del sonno è un tema “sul quale come Società scientifica di psichiatria siamo molto attenti”.
Intanto le statistiche generali dicono che un paziente su tre si cura. Questo, spiega Mencacci, “perché pesano ancora i sentimenti di vergogna, di stigma, di isolamento della persona stessa che soffre di depressione, e del contesto non solo dell’individuo, che tende a costruirsi un isolamento sociale, ma anche delle persone, familiari, amici che a loro volta risentono di questo atteggiamento di isolamento. La nostra azione come società scientifica è di avvicinare le persone alle cure, lanciando un messaggio: tutte le depressioni sono curabili, molte sono guaribili”. Dunque, solo un depresso su tre si cura. Ma se si curassero tutti il sistema non sarebbe più sostenibile? E’ assolutamente convinto del contrario Americo Cicchetti, direttore di Altems, l’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari. Proprio secondo uno studio fatto da Altems, “è chiaro che trattare più persone significa mettere in campo più risorse per il sistema sanitario, quindi più operatori, più medici, più farmaci da acquistare sul mercato. Ma la nostra analisi ha mostrato che l’impatto più grosso della depressione sotto il profilo economico non è tanto quello del costo sanitario, quanto sulla società e sui costi per la società. La persona depressa e che non si cura è portata a fare più assenze dal lavoro. In genere si tratta di persone giovani, la depressione non è la malattia dell’anziano”. Quindi si parla uomini e donne, teoricamente, nel pieno della loro produttività. Oltre all’assenza vera e propria dal lavoro, prosegue Cicchetti, “c’è un problema forte del cosiddetto ‘presenteismo’ , ovvero la perdita di produttività sul lavoro”. In poche parole, “vai al lavoro, ma la tua produttività è bassa”, perché i pensieri sono altrove. E questo “non è un problema solo per l’impresa, ma per il sistema in generale perché maggiore produttività vuol dire maggiore generazione di ricchezza nel complesso”. Quindi, conclude Cicchetti, “se da un lato curare un maggior numero di persone vuol dire spendere più soldi per i farmaci o per gli ospedali, dall’altro vuol dire creare nuove risorse perché aumenta la produttività sul lavoro. Oltre che il valore intrinseco che ha il tirare fuori una persona dalla depressione”. Nel percorso che deve attraversare il depresso un ruolo fondamentale è affidato a chi gli sta più vicino. “Le famiglie- dice Maria Grazia Cattaneo, presidente del XXXVII Congresso SIFO- non possono che essere attente osservatrici dei casi di depressione che si presentassero al loro interno e promotrici, in modo tempestivo, dell’intervento medico e specialistico per la migliore diagnosi e presa in carico della persona depressa”.

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Bambini emotivi e padri depressi

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 novembre 2011

 

Tristissimo orso bruno

Image by Hop-Frog via Flickr

L’effetto della depressione della madre su suoi figli è una area della psicologia ben documentata e nota.
Ma sino ad ora, non era stato realizzato nessuno studio formale sull’influenza che la depressione di un padre può avere sui suoi figli anche se secondo, Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, eravamo già tutti consapevoli che i comportamenti dei genitori di entrambi i sessi influenzano comunque la salute psicofisica dei proprio figli Uno studio americano pubblicato proprio ieri, ha però dimostrato statisticamente su un campione amplissimo e per un congruo periodo di tempo di monitoraggio, che i bambini che vivono con un padre che ha problemi di salute mentale e depressione hanno maggiore probabilità di problemi emotivi e comportamentali. Gli autori di questo studio hanno osservato un campione rappresentativo a livello nazionale di quasi 22.000 bambini in quattro anni. Il team, guidato dal dottor Michael Weitzman del Langone Medical Center della New York University, ha rilevato che l’11 % dei bambini con padri depressi aveva problemi emotivi e comportamentali. Per i bambini senza genitori depressi, la cifra riguardava solo il sei per cento, mentre la probabilità per un bambino di una madre depressa si alzava sino al 19 %. Ben uno su dieci americani adulti è affetto dalla depressione, che può essere trattata anche a livello familiare, ma cifre analoghe si hanno in tutti i paesi sviluppati. Si ritiene che la depressione colpisce le modalità con cui il genitore interagisce con il proprio figlio, a sua volta contribuendo ad influenzare il comportamento del bambino. Infatti, sale al 25 per cento, la possibilità di avere bambini con disturbi comportamentali se entrambi i genitori manifestano la depressione. Parlando dei risultati dello studio, il dottor Weitzman ha detto al programma “Good Morning America” che lo studio è assai importante perché è il primo del suo genere ed ha sostenuto l’importanza dei trattamenti psicologici sui genitori che potrebbero avere un effetto positivo sui loro figli. Lo studioso ha precisato che i padri depressi spesso non riescono a percepire l’impatto che hanno sulle proprie famiglie e sulle vite dei propri bambini e che per tali ragioni spetta agli operatori sanitari cercare di concepire servizi clinici che identificano i padri affetti dal “male di vivere”. Gli autori sperano che lo studio contribuirà ad un trattamento più efficace dei padri depressi e una migliore preparazione per gli operatori sanitari.

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In Italia troppi depressi

Posted by fidest press agency su martedì, 12 luglio 2011

ll 6% degli italiani «riferisce sintomi di umore depresso e/o perdita di interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività». È quanto emerge dalle interviste telefoniche effettuate da 138 Asl sul territorio nazionale nell’ambito del sistema Passi, coordinato dal Centro nazionale di epidemiologia e promozione della salute (Cnesps) dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che ha valutato adulti dai 18 ai 69 anni. Sono, riferisce il sito dell’Iss, «in maggioranza donne, ma anche uomini con un basso livello di istruzione, che vivono condizioni sociali e di salute vulnerabili. Tra queste, le persone con malattie croniche, come ictus, infarto, e altre patologie cardiovascolari, diabete, malattie respiratorie e del fegato, tumori. Si tratta inoltre di persone che non lavorano o che lavorano saltuariamente». Secondo i dati, circa il 60% delle persone con questi sintomi si rivolge a professionisti o a familiari per ricevere aiuto: il 34% a un medico, il 19% ai propri familiari e il 7% sia a un medico sia ai familiari. Gli uomini riferiscono più raramente di aver chiesto aiuto (53% contro il 62% delle donne). Le conseguenze sulla qualità della vita, conclude l’Iss, «sono scontate: meno di un terzo di chi riferisce sintomi di depressione (31%) descrive il proprio stato di salute come ”buono” o ”molto buono”, contro il 70% delle persone senza sintomi depressivi. Tra le persone che dichiarano sintomi di depressione, è significativamente più alta sia la media di giorni in cattiva salute fisica e mentale sia quella dei giorni con limitazioni di attività».(fonte farmacista33)

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I distretti industriali ed universitari

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 dicembre 2009

Disporre sul territorio di una struttura universitaria costituisce per le imprese che vi ruotano un valore aggiunto non indifferente. Questa valutazione comprovata dalla crescita di rapporti sempre più intensi tra il mondo del sapere e quello del lavoro ci ha indotti a considerare un altro aspetto che andrebbe considerato in una diversa realtà sociale ed ambientale. Da qui è partito il progetto per la costituzione di cooperative internazionali di sostegno sociale (Copiso) da tenere sotto l’alto patrocinio dell’Onu per lo sviluppo delle aree depresse ed in particolare, per i Paesi del sottosviluppo. Esse dovrebbero beneficiare di un’area apposita nell’ambito degli Stati più depressi del mondo per costruirvi una “cittadella del sapere” d’affiancare alle produzioni locali e alle attività del terziario e, quindi, agricola, commerciale, turistica e per la preparazione professionale degli autoctoni e per la formazione di una loro classe dirigente a tutti i livelli di operabilità. Un altro aspetto sarebbe quello di indirizzare lo sviluppo delle telecomunicazioni, delle infrastrutture, dei trasporti per persone e beni ecc. Una caratteristica di queste cooperative è rappresentata dal personale di provenienza occidentale che ne costituirebbe l’ossatura: essi dovrebbero avere un’età superiore ai 70 anni ed essere provenienti da ambienti universitari e dell’imprenditoria con altissima professionalità nel loro campo d’azione. L’età dovrebbe garantire la provvisorietà del loro ruolo una volta realizzato il progetto di formazione di una cultura del progresso e delle tecniche per i residenti. Vi sono, ovviamente, altri aspetti che sorvoliamo per ragioni di spazio ma che confidiamo di colmare nei nostri approfondimenti futuri su queste pagine.

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