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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

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Derivati: c’è una grande bolla

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 gennaio 2019

Di Mario LETTIERI e Paolo RAIMONDI.  Qualche settimana fa l’Esma, l’autorità europea per la vigilanza sui mercati finanziari, ha pubblicato il suo primo rapporto annuale relativo alla situazione dei derivati. Lo ha fatto in modo preciso e persino sorprendente. A fine 2017, solo il mercato europeo dei derivati ha registrato un valore nozionale di ben 660 mila miliardi di euro, di cui oltre 542 mila sono derivati over the counter (otc), quelli cioè contrattati fuori dei mercati regolamentati. Dal rapporto si deduce subito che i derivati regolamentati, quelli perciò meno rischiosi, ancora rappresentano solo una minima parte del mercato. Il risultato ci sembra davvero sbalorditivo e molto preoccupante.
Fino ad oggi ci si è basati sui dati forniti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, la banca delle banche centrali mondiali con sede a Ginevra, che a fine 2017 ha quantificato il totale dei derivati a livello mondiale intorno a 622 mila miliardi di dollari, di cui gli otc erano pari a 532 mila miliardi.
La Bri, inoltre, ha sempre indicato che la «componente europea» del mercato dei derivati fosse circa un quarto del totale mondiale. Se tale stima fosse confermata, allora la bolla degli otc potrebbe essere di dimensioni enormemente maggiori rispetto a quella finora conosciuta. Ci sono parecchie ragioni per prendere dannatamente sul serio la cosa. Nel nostro paese, purtroppo, non ci pare che i media abbiano molto considerato i dati riportati.
Occorre sapere anzitutto che si tratta di un rapporto ufficiale voluto dall’Unione europea. Si ricordi che l’Esma è stata creata nel 2011 dalla Ue al fine di studiare il comportamento dei mercati dei derivati per evitare situazioni d’instabilità e rischi di nuove grandi crisi finanziarie. Si rileva che l’operazione di raccolta dei dati rientra nel cosiddetto sistema Emir, European Market and Infrastructure Regulation, che dal 2014 impone che tutti i contratti derivati siano riportati ai trade repositors, organismi riconosciuti dall’Esma.
A fine 2017, i contratti stipulati erano pari a 74 milioni, dove almeno una delle controparti era domiciliata in uno dei paesi europei.
L’aspetto importante, distintivo e positivo è che in Europa vi è l’obbligo di riportare tutte le operazioni in derivati all’Esma. I dati forniti dalla Bri, invece, si basano solo su dei sondaggi fatti attraverso le banche centrali di alcuni paesi con alcune grandi banche intenzionali. In pratica, riportano ciò che vogliono. Perciò appaiono cifre totalmente differenti per l’evidente diverso approccio. Nel documento in questione si rivela, tra l’altro, che nel 2017 i derivati europei sono aumentati del 9%!
Il rapporto europeo si basa, quindi, su dati più veritieri e molto dettagliati. Ad esempio, il 69% di tutti i derivati è legato all’andamento dei tassi di interesse. Quelli sulle monete rappresentano il 12% e la stragrande maggioranza di tutti i contratti è di breve durata, inferiore a un anno. Ovviamente gli attori principali di questo mercato sono le società d’investimento e le banche. Contano oltre il 95% di tutte le attività.
Dato non secondario riportato dallo studio citato è che il 33% dei derivati europei sono fatti in dollari, il 28% in euro e l’11% in sterline britanniche. Ciò non è irrilevante perché evidenzia il rischio che il mercato europeo potrebbe anche essere influenzato dall’andamento di altre monete, fuori dal controllo della Bce.
Si sottolinea inoltre il fatto che la stragrande maggioranza dei contraenti europei sia domiciliata in Gran Bretagna. Di conseguenza la City è il mercato principale dei derivati europei, seguita molto da lontano da Francoforte e Parigi. Da ciò la grande preoccupazione dell’elite britannica per le imprevedibili conseguenze della Brexit per i mercati finanziari di Londra. Si ricordi, infatti, che la City conta per circa il 12% del pil inglese.
Dal rapporto dell’Esma, infine, emerge un quadro allarmante del sistema bancario europeo. Lo stravolgimento dei principi del sistema di mercato sociale, che nei passati decenni è stato il pilastro della crescita economica e industriale dell’Europa, ha indotto le maggiori banche europee, a cominciare dalla Deutsche Bank tedesca, ad avventurarsi nei mari tempestosi della deregulation finanziaria e della speculazione.
Infatti, secondo vari studi, tra cui quello della Mediobanca, delle 12 banche internazionali maggiormente coinvolte nei derivati, ben 9 sono europee. Un primato certamente non positivo.
Ci auguriamo che l’Esma, che oltre al controllo ha il compito di suggerire leggi e regole per i mercati finanziari, sappia incidere nel riportare il sistema bancario europeo sulla sua strada storica di «fornitore di credito per lo sviluppo.

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Derivati otc europei a livelli stratosferici

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 gennaio 2019

Qualche settimana fa l’ESMA, l’autorità europea per la vigilanza sui mercati finanziari, ha pubblicato il suo primo rapporto annuale relativo alla situazione dei derivati. Lo ha fatto in modo preciso e persino sorprendente. A fine 2017, solo il mercato europeo dei derivati ha registrato un valore nozionale di ben 660.000 miliardi di euro, di cui oltre 542.000 sono derivati over the counter (otc), quelli contrattati fuori dei mercati regolamentati.
Dal rapporto si deduce subito che i derivati regolamentati, quelli perciò meno rischiosi, ancora rappresentano solo una minima parte del mercato.Il risultato ci sembra davvero sbalorditivo e molto preoccupante. Fino ad oggi ci si è basati sui dati forniti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, la banca delle banche centrali mondiali con sede a Ginevra, che a fine 2017 ha quantificato il totale dei derivati a livello mondiale intorno a 622.000 miliardi di dollari, di cui gli otc erano pari a 532 .000 miliardi. La BRI, inoltre, ha sempre indicato che la “componente europea” del mercato dei derivati fosse circa un quarto del totale mondiale. Se tale stima fosse confermata, allora la bolla degli otc potrebbe essere di dimensioni enormemente maggiori rispetto a quella finora conosciuta. Ci sono parecchie ragioni per prendere dannatamente sul serio la cosa. Nel nostro paese, purtroppo, non ci pare che i media abbiano molto considerato i dati riportati. Occorre sapere anzitutto che si tratta di un rapporto ufficiale voluto dall’Unione europea.
Si ricordi che l’ESMA è stata creata nel 2011 dall’Ue al fine di studiare il comportamento dei mercati dei derivati per evitare situazioni d’instabilità e rischi di nuove grandi crisi finanziarie. Si rileva che l’operazione di raccolta dei dati rientra nel cosiddetto sistema EMIR, European Market and Infrastructure Regulation, che dal 2014 impone che tutti i contratti derivati siano riportati ai trade repositors, organismi riconosciuti dall’ESMA.
A fine 2017, i contratti stipulati erano pari a 74 milioni, dove almeno una delle controparti era domiciliata in uno dei paesi europei. L’aspetto importante, distintivo e positivo è che in Europa vi è l’obbligo di riportare tutte le operazioni in derivati all’ESMA. I dati forniti dalla BRI, invece, si basano solo su dei sondaggi fatti attraverso le banche centrali di alcuni paesi con alcune grandi banche intenzionali. In pratica, riportano ciò che vogliono. Perciò appaiono cifre totalmente differenti per l’evidente diverso approccio. Nel documento in questione si rivela, tra l’altro, che nel 2017 i derivati europei sono aumentati del 9%!Il rapporto europeo si basa, quindi, su dati più veritieri e molto dettagliati. Ad esempio, il 69% di tutti i derivati è legato all’andamento dei tassi di interesse. Quelli sulle monete rappresentano il 12% e la stragrande maggioranza di tutti i contratti è di breve durata, inferiore a un anno. Ovviamente gli attori principali di questo mercato sono le società d’investimento e le banche. Contano oltre il 95% di tutte le attività.Dato non secondario riportato dallo studio citato è che il 33% dei derivati europei sono fatti in dollari, il 28% in euro e l’11% in sterline britanniche. Ciò non è irrilevante perché evidenzia il rischio che il mercato europeo potrebbe anche essere influenzato dall’andamento di altre monete, fuori dal controllo della Bce. Si sottolinea inoltre il fatto che la stragrande maggioranza dei contraenti europei sia domiciliata in Gran Bretagna. Di conseguenza la City è il mercato principale dei derivati europei, seguita molto da lontano da Francoforte e Parigi. Da ciò la grande preoccupazione dell’elite britannica per le imprevedibili conseguenze della Brexit per i mercati finanziari di Londra. Si ricordi, infatti, che la City conta per circa il 12% del Pil inglese.Dal rapporto dell’ESMA, infine, emerge un quadro allarmante del sistema bancario europeo. Lo stravolgimento dei principi del sistema di mercato sociale, che nei passati decenni è stato il pilastro della crescita economica e industriale dell’Europa, ha indotto le maggiori banche europee, a cominciare dalla Deutsche Bank tedesca, ad avventurarsi nei mari tempestosi della deregulation finanziaria e della speculazione. Infatti, secondo vari studi, tra cui quello della Mediobanca, delle 12 banche internazionali maggiormente coinvolte nei derivati, ben 9 sono europee. Un primato certamente non positivo. Ci auguriamo che l’ESMA, che oltre al controllo ha il compito di suggerire leggi e regole per i mercati finanziari, sappia incidere nel riportare il sistema bancario europeo sulla sua strada storica di “fornitore di credito per lo sviluppo”. (By Mario Lettieri già settosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Speculazione derivati: la pacchia continua

Posted by fidest press agency su martedì, 24 luglio 2018

Per porre rimedio al mercato dei derivati otc non regolamentati, che sono stati la vera causa del collasso del 2007, nel luglio 2010 fu votata l’importante legge Dodd-Frank . Essa limitava la quantità di dette operazioni speculative e imponeva norme di trasparenza, di garanzia e di coperture alle banche too big to fail coinvolte.Tre anni dopo, nel luglio 2013, ad adiuvandum, la Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’agenzia governativa americana preposta alla disciplina dei mercati dei derivati, preparò un documento di 80 pagine per specificare che le banche americane non avrebbero potuto bypassare la suddetta legge, valida per il territorio americano, e continuare a fare contratti otc fuori dei confini nazionali. In esso vi erano ben 662 dettagliatissime note che chiarivano tutti i possibili aspetti riguardanti l’uso di tali derivati. Ma come sempre, “fatta la legge trovato l’inganno”. Anche in questo caso, l’International Swaps and Derivatives Association (ISDA), l’agenzia privata degli operatori di otc, già un mese dopo individuò nella fatidica nota 563 la scappatoia. Infatti, mandò un’informativa alle banche per spiegare loro che avrebbero potuto legalmente evitare i limiti e i controlli della Dodd-Frank, semplicemente togliendo le garanzie e le coperture della “casa madre americana” alle loro filiali estere, in caso di sottoscrizioni di contratti otc. In pratica la semplice noticina “senza garanzia” permetteva alle filiali estere di non essere più soggette alla legge degli Stati Uniti.Del resto, un anno prima, la Goldman Sachs, sempre all’avanguardia nella finanza speculativa, aveva già cominciato a chiedere ai propri clienti, interessati a stipulare contratti in derivati, l’autorizzazione di operare attraverso le sue filiali estere. Così, purtroppo, le grandi banche americane hanno spostato all’estero quasi tutte le operazioni otc, anche se la maggior parte dei contratti, di fatto, veniva e viene “confezionata” nei quartier generali delle banche sul territorio americano, con esperti finanziari americani, e poi “assegnati” alle filiali estere “senza la garanzia Usa”. La giostra della speculazione ripartiva alla grande. La lezione della grande crisi finanziaria del 2007-8 aveva e ha solo insegnato che la finanza speculativa si toglie dai guai con i soldi dello stato e dei cittadini. Non è un caso che il presidente Donald Trump abbia subito chiarito che la legge Dodd-Frank, fatta durante l’amministrazione Obama, verrà smantellata. I dati, del resto, sono chiari: alla fine del 2017 il totale nozionale dei derivati otc era di oltre 530 trilioni di dollari! Gli stessi livelli della vigilia della Grande Crisi. In merito, il Wall Street Journal rivela che la parte della bolla composta da derivati-swaps sui tassi di interesse è cresciuta enormemente. Ogni giorno ne sono scambiati per un valore di ben 1,28 trilioni di dollari. Anche il professor Michael Greenberger, già direttore della divisione “Trading and Market” della CFTC, ha recentemente pubblicato il report “ Too big to fail U.S. banks’ regulatory alchemiy”, spiegando l’alchimia delle grandi banche per sabotare le regole e continuare con le speculazioni. Per gli speculatori la “pacchia non è finita”.Secondo Greenberger, inoltre, starebbero riaffiorando molti rischi legati alle varie bolle. Si ricordi che nel 2007 non furono solo i mutui subprime a mandare in tilt il sistema.Anche la rivista Fortune riporta che negli Usa i crediti dei consumatori (senza quelli legati alle ipoteche) registrano un aumento del 45% rispetto al 2008. Sono circa 4 trilioni di dollari.
E, allo stesso tempo, il debito sulle carte di credito ha raggiunto il trilione di dollari, il picco più alto dei passati 7 anni. Anche il cosiddetto debito corporate, delle imprese non finanziarie, è aumentato in modo straordinario dal 2011, tanto che alla fine del 2017 era pari al 96% del pil nazionale.Non ultimo, secondo il Wall Street Journal anche il debito degli studenti, fatto per finanziare gli studi e che dovrà essere ripagato durante la vita lavorativa, in 10 anni è aumentato del 170% raggiungendo il livello di 1, 4 trilioni di dollari. Lo stesso dicasi per i debiti relativi all’acquisto di auto.Pertanto negli Usa non pochi paventano il rischio di una nuova crisi sistemica. Altro che dazi. Il presidente Trump dovrebbe affrontare queste emergenze, magari insieme all’Europa, che ha tutto da perdere da una nuova crisi finanziaria. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Dopo le uova e ovoderivati al fipronil anche carne di gallina sotto la lente d’ingrandimento delle autorità sanitarie belghe

Posted by fidest press agency su martedì, 15 agosto 2017

gallineCome per lo scandalo delle uova e ovoderivati contaminate al fipronil, l’insetticida il cui uso è vietato sugli animali ad uso alimentare, lo “Sportello dei Diritti” è in grado di segnalare in anteprima che l’agenzia federale per la sicurezza della catena alimentare (FASFC) del Belgio sta effettuando test di rilevazione del fipronil non solo nelle uova, ma anche nella carne delle galline. Tale notizia è già stata segnalata in data odierna dalla stampa fiamminga. È noto, infatti, che dopo aver completato il suo ciclo vitale, le galline vengono macellate e possono ad esempio essere vendute come pollo da bollire. Questa carne surrogata del pollo è venduta anche in Africa, principalmente in Congo. Negli allevamenti di galline sequestrate nel caso del fipronil, “chiediamo innanzitutto di analizzare le galline prima di essere macellate”, ha detto un portavoce della FASFC. “Preleviamo un campione ufficiale ed esaminiamo se i polli possono essere commercializzati. Un pollo contaminato dal fipronil non può andare al macello ai fini del consumo”.Attualmente dev’essere specificato che il problema del fipronil non riguarda la carne dei polli, sottolinea, comunque, la FASFC. Insomma, lo scandalo si allarga e dopo le raccomandazioni della Commissione UE che ha rilanciato l’allerta in numerosi paesi europei, tra cui l’Italia, e la successiva replica del Ministero della Salute che ha invitato ad evitare allarmismi, Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, rileva che si è aperto un altro fronte, quale quello della carne delle galline che dovrà essere comunque immediatamente chiarito dalle autorità sanitarie europee e italiane per rendere edotta la popolazione circa l’insussistenza di alcun rischio per la salute umana.

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Derivati senza controlli

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 aprile 2017

Basilea. basileaLa Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ha recentemente pubblicato due studi sui mercati dei derivati otc in cui evidenzia che il loro valore nozionale è salito in sei mesi, dal dicembre 2015 al giugno 2016, da 493 a 544 trilioni di dollari. E’ un’impennata significativa che interrompe la tendenza decrescente iniziata nel 2013, quando la montagna dei derivati aveva raggiunto la vetta di 710 trilioni!
Il dato più preoccupante è quello relativo al cosiddetto “gross market value” degli otc che nel periodo indicato è letteralmente esploso, passando da 14,5 a 20,7 trilioni di dollari. Questo valore sta ad indicare il costo per rimpiazzare al prezzo di mercato tutti i contratti aperti. Tale aumento riflette la grande tensione in certi settori, soprattutto quello dei cambi monetari dove i derivati relativi alla sterlina e allo yen sono più che raddoppiati a seguito delle significative oscillazioni delle due valute. Nei citati sei mesi lo yen si è apprezzato del 15% rispetto al dollaro, mentre la sterlina ha perso il 10%. Sono segnali di grande instabilità.
La crescita dei mercati dei derivati va di nuovo di pari passo con la loro opacità. E’ l’effetto visibile e misurabile del progressivo svuotamento delle regole per contenere i fenomeni speculativi, in vigore durante l’Amministrazione Obama..
In merito, anche Aitan Goelman, ex presidente della Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’agenzia americana che dovrebbe regolare le operazioni in derivati finanziari, ha dichiarato che vi sarebbe una “massiccia quantità di comportamenti irregolari” nel mercato dei futures, delle options e degli swaps, i vari nomi con cui si distinguono i derivati, troppo spesso speculativi.
Negli Usa ogni giorno vengono registrati circa 325 milioni di operazioni in derivati finanziari, di cui non poche sono truffaldine. Infatti, le manipolazioni spesso comportano l’uso di insider trading, di finanziamenti senza copertura, di capitali non propri, di piramidi finanziarie e di ordini fatti senza l’intenzione di portarli a termine. Secondo Goelman la CFTC è a conoscenza di molte frodi ma non riesce a combatterle efficacemente per mancanza di mezzi e di fondi. Ha un budget annuale di 250 milioni di dollari di cui soltanto il 20% per la lotta alle frodi. Di conseguenza almeno due terzi dei casi sospetti non vengono neanche indagati.
Una storia “molto italiana”. Nel nostro Paese le lungaggini della giustizia generano innumerevoli prescrizioni che creano impunità e sfiducia diffusa.
Anche in Europa le operazioni in derivati da parte delle banche sono state troppo consentite. La Bce è stata molto tollerante verso le banche, soprattutto verso la Deutsche Bank che negli anni è incredibilmente diventata leader mondiale nei mercati otc.
Per ben due volte, nel 2014 e nel 2016, la Bce avrebbe omesso di valutare il rischio dei derivati cosiddetti “Livello 3”. Questi titoli non hanno un prezzo affidabile in quanto vengono trattati fuori dai mercati regolamentati. Per esempio, a fine 2015 alla banca tedesca sarebbe stato permesso di iscrivere a bilancio tali titoli per un valore di ben 31 miliardi di euro.
La Bce non sarebbe stata in grado di dare una credibile valutazione dei titoli in questione per mancanza delle necessarie competenze e degli indispensabili sofisticati software. Cosa che, guarda caso, avrebbero soltanto gli stessi inventori dei derivati otc: le grandi banche come la Goldman Sachs. Non si può pretendere da loro una corretta valutazione. Sarebbe come affidare ai lupi la protezione del gregge!
In Europa il permissivismo verso i derivati riflette, purtroppo, anche la decisione delle banche di non far fluire la liquidità verso l’economia reale e l’imprenditoria produttiva. I dati parlano chiaro. Secondo uno studio dell’agenzia Bloomberg, le banche europee hanno depositato circa 1,16 trilioni di dollari presso la Bce, anche senza ricevere alcun interesse. Spesso sono soldi ricevuti dalla stessa Bce che acquista titoli di stato dei Paesi europei ed altri titoli in possesso delle stesse banche.
Nonostante la Bce abbia immesso nel sistema finanziario europeo 1,8 trilioni di dollari, i finanziamenti da parte delle banche verso l’economia, nel periodo del Qe sono aumentati di appena 175 miliardi, restando comunque ben al di sotto del livello del 2012.
Sembra di raccontare una storia vecchia e ripetuta. Essendoci ancora il rischio di nuove crisi sistemiche, meglio non tacere, per non trovarsi ancora una volta impreparati.” (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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La Repubblica Italiana ha perso 31 miliardi di dollari in derivati?

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 marzo 2012

Secondo un articolo pubblicato da Bloomberg Businessweek a firma di Nicholas Bunbar e Elisa Martinuzzi, sarebbero confermate le voci in base alle quali ad inizio anno l’Italia avrebbe chiuso un contratto derivato sui tassi d’interesse con Morgan Stanley pagando l’astronomica cifra di 3,4 miliardi di dollari.
Una cifra pari alla metà dell’incremento della tassazione di quest’anno! Secondo quanto risulta a Bloomberg l’Italia avrebbe subito perdite su derivati, complessivamente, per 31 miliardi di dollari. Come dire che senza le perdite su questi derivati si sarebbe potuto evitare il decreto “SalvaItalia”. Queste informazioni ci confermano che è sempre più urgente che il Governo faccia chiarezza sul portafoglio in derivati così come abbiamo chiesto attraverso l’interrogazione parlamentare dello scorso 23 febbraio depositata dai grazie ai senatori Donatella Poretti e Marco Perduca. (fonte Aduc)

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Lo Stato italiano, il maggiore utilizzatore di strumenti derivati al mondo? Interrogazione al Senato

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 febbraio 2012

Le più autorevoli fonti internazionali d’informazione finanziaria (Financial Times, Reuters, Bloomberg Businessweek) riportano che ad inizio anno il Governo italiano avrebbe negoziato con Morgan Stanley (una delle più importanti banche d’affari americane) la chiusura di un contratto di strumenti finanziari derivati per una cifra enorme, pari a 2.567 milioni di euro.L’International Financing Review, il settimanale della agenzia stampa Reuters, in un articolo (1) dall’eloquente titolo “Show us your swaps, Mario” (“Mario, facci vedere i tuoi Swap”) scrive: “il Tesoro Italiano ha un colossale portafoglio di derivati. Un ammontare di 30 miliardi di euro secondo le principali stime, i banchieri concordano sul fatto che l’Italia sia il più grande utilizzatore sovrano di strumenti finanziari derivati… ma c’è un problema relativo al fatto che l’Italia rifiuta di fare chiarezza su quanti soldi esattamente detiene sotto forma di contratti derivati e se è in pericolo di dover effettuare dei pagamenti nel prossimo futuro in conseguenza di queste negoziazioni”.La trasparenza su un tema tanto delicato come l’utilizzo da parte della Tesoro della Repubblica Italia degli strumenti finanziaria che sono stati al centro della crisi finanziaria del 2008 (con gli strascichi attuali) è un aspetto centrale nessun Governo Italiano dovrebbe sottrarsi e tanto meno il Governo attuale che sta facendo della trasparenza una bandiera.A questo scopo abbiamo chiesto ai senatori Donatella Poretti e Marco Perduca di presentare un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Economia e delle Finanza, nonché al Presidente del Consiglio dei Ministri, sen. Prof. Mario Manti, per sapere:il dettaglio del portafoglio di strumenti finanziari derivati detenuto dal Tesoro della Repubblica Italiana con l’indicazione della tipologia e caratteristiche dei contratti, controparti, nozionali e valore attuale del mark-to-market dei singoli contratti e del complesso del portafoglio
quali siano le finalità di queste operazioni finanziarie in derivatise risponde a verità che ad inizio anno il presente Governo abbia chiuso delle posizioni in derivate con Morgan Stanley ed in caso di risposta positiva quali siano state le caratteristiche di detta operazione se il Ministro ritiene che in futuro il Tesoro della Repubblica Italiana intenda aprire altre posizioni in strumenti finanziari derivati quali iniziative il Ministro intenda attuare al fine di rendere completamente trasparenti ai cittadini ed ai mercati finanziari le operazioni in strumenti finanziari derivati effettuate in passato e quelle che eventualmente dovessero effettuarsi in futuro Qui il testo completo dell’interrogazione: http://parlamento.aduc.it/iniziativa/strumenti+ finanziari+derivati+stato+italiano_20029.php

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Gli 007 in allarme per i derivati

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 gennaio 2011

La capillarità geografica della diffusione della finanza derivata nei bilanci degli Enti locali rappresenta un aspetto sconosciuto della crisi finanziaria. La pericolosità dei derivati nei bilanci degli Enti locali è alta. Lo dimostra anche la recente presa di posizione dei nostri servizi segreti.
L’ultimo numero di «Gnosis», rivista italiana di intelligence dell’Agenzia informazioni sicurezza interna (Aisi) diretta da Giorgio Piccirillo, infatti, riporta una competente e dettagliata analisi dal titolo: «Sicurezza nazionale e supporto agli enti locali: intelligence economico-finanziaria contro il «virus» dei derivati». Attingendo dai dati forniti nei mesi passati dalla Banca d’Italia, dalla Corte dei Conti e dalla Commissione Finanze del Senato, l’Aisi spiega come «l’ammontare dei contratti in essere è all’origine di un intreccio economico-finanziario nel quale l’Ente locale viene «guidato» nella sua scelta da consulenti (advisor) non sempre indipendenti nelle loro valutazioni e in palese conflitto di interesse, i quali danno vita a transazioni in cui spesso gli interessi finanziari delle pubbliche amministrazioni e quelli delle banche di investimento proponenti i contratti, divergono».
L’ultimo rapporto della Banca d’Italia dimostra come il valore di mercato (mark to market) dei contratti derivati stipulati da privati e da enti pubblici italiani sia negativo e sia aumentato dai 47,9 miliardi di euro del periodo ottobre-dicembre 2009 ai 57,5 miliardi del primo trimestre 2010. Sarebbero coinvolti oltre 42.000 operatori, tra imprese, enti locali, famiglie e società finanziarie.  Secondo via Nazionale, nel primo trimestre 2010, le perdite per le amministrazioni pubbliche dalla stipula di contratti derivati sono aumentate di 2,5 miliardi di euro, pari al 10% in più rispetto al 2009, e si sono maggiormente concentrate passando da 470 a 404 amministrazioni pubbliche sottoscrittrici. Soltanto per gli Enti locali l’ammontare dei derivati sarebbe di circa 36 miliardi di euro. Oltre all’aspetto finanziario ve n’è un altro tutto politico «per la presenza di costi occulti che acuiscono le forti pressioni già in atto sulla sostenibilità dei debiti pubblici nazionali», e di conseguenza, l’Aisi stigmatizza, «per i riflessi negativi sul Bilancio pubblico, locale e nazionale, lo spreco e le inefficienze causate da un abuso di tali contratti possono rappresentare un obiettivo di sicurezza economica nazionale». Ne è un esempio il caso del Comune di Milano, che ha sottoscritto a suo tempo derivati per 1,7 miliardi di euro con 4 grandi banche estere, che è approdato davanti al Tribunale del capoluogo lombardo con il rinvio a giudizio per truffa aggravata delle stesse banche. Esso dimostra come amministratori troppo «disinvolti» hanno spesso operato in maniera assolutamente incauta e non orientata al benessere collettivo. Anche la Corte dei Conti ha più volte rilevato la sproporzione tra il rischio assunto dall’Ente locale rispetto a quello assunto dall’operatore finanziario, avanzando perplessità circa la «convenienza economica» di molte operazioni. Recentemente sono scattate numerose verifiche sui «buchi» causati dai derivati. Sono difficilmente quantificabili in quanto sono tutti contratti Otc e quindi sottratti a qualsiasi supervisione delle agenzie di controllo preposte. La Regione Lazio ha evidenziato 82,8 milioni di euro di «costi occulti», tra commissioni e simili, applicati dalle 11 banche coinvolte nel periodo 1998-2007. Ben 59 milioni riguardano 4 banche soltanto: l’Ubs, la Citigroup, la Merryl Linch e la Lehman Brothers. La procura di Firenze ha messo sotto sequestro preventivo valori per 22 milioni di euro di 6 banche nazionali e internazionali, con la Merryl Linch in testa, accusate di «illecito profitto» derivante da contratti derivati stipulati con il Comune di Firenze, con la Regione Toscana e con altri enti.
Anche molti privati, pmi e commercianti, hanno iniziato procedimenti legali presso i vari tribunali italiani per sottrarsi al cappio dei derivati. In alcun casi le sentenze stanno dando ragione alle vittime. Da ultimo, il documento pubblicato in Gnosis ammonisce che «la vulnerabilità della situazione attuale è elevata: improvvisi default da parte degli enti locali sottoscrittori, causati da insolvenze, potrebbero determinare effetti negativi e comportamenti di panico a catena, gravemente pregiudizievoli per la stabilità della finanza pubblica non solo locale, ma anche nazionale». L’Aisi auspica che «aldilà  di modifiche normative, che hanno effetti solo sui comportamenti futuri, è necessaria una gestione «corrente» e «territoriale»  del problema. In tal senso, una capacità di intelligence finanziaria da parte dei servizi di informazione nazionali, che affianchi le amministrazioni locali e gli organismi di vigilanza, potrebbe fornire un apporto rilevante nel tutelare il sistema di finanza locale». Questa valutazione è  pienamente condivisibile. Tuttavia riteniamo che il governo e il parlamento abbiano il dovere di intervenire più energicamente nei confronti di quelle banche che hanno approfittato dell’ignoranza o della complicità interessata di molti amministratori. Senza indulgere in inutili e controproducenti rimpalli di responsabilità.  (Mario Lettieri Sottosegretario all’economia nel governo Prodi,  Paolo Raimondi Economista)

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Quale futuro per i derivati finanziari?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 novembre 2010

Milano, giovedì 11 novembre 2010 alle ore 17.00, dibattito presso la sede della Borsa Italiana S.p.A. – Palazzo Mezzanotte, Piazza Affari 6 – Sala Blu 70, in occasione della presentazione del volume edito da Giuffrè Editore, “I contratti derivati” di Emilio Girino, partner dello studio Ghidini Girino & Associati di Milano e Docente del Dipartimento Finance del Centro Universitario di Organizzazione Aziendale – CUOA ad Altavilla Vicentina (Vi). Oltre all’autore, interverranno all’incontro, moderato da Stefano Righi – Corriere della Sera, Giorgio De Nova – Ordinario del Diritto Civile dell’Università degli Studi di Milano, Eugenio Fusco – Sostituto Procuratore presso la Procura della Repubblica di Milano, Marco Onado – Docente Universitario Bocconi, Giuseppe B. Portale – Ordinario di Diritto Commerciale dell’Università Cattolica di Milano, Giovanni Portioli – Responsabile dell’Ufficio Insider Trading Consob (Divisione Mercati) ed Emanuele Rimini – Ordinario di diritto commerciale dell’Università degli Studi di Milano.

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Derivati comune di Roma

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 settembre 2010

Dichiarazione di Riccardo Magi, segretario di Radicali Roma, e lidia Mazzola, presidente dell’Associazione Antigene L’apertura dell’inchiesta della procura di Roma sui derivati stipulati dal Comune di Roma tra il 2002 e il 2007 fa sperare che finalmente si faccia luce su un’aspetto della gestione finanziaria del comune di Roma che la relazione della Corte dei conti di qualche mese aveva segnalato in tutta la sua gravità. Per questo circa due mesi fa abbiamo presentato l’esposto alla procura di Roma, per chiedere che si indagasse e si accertasse se tali contratti configurassero il reato di truffa. Ma dov’è la politica? Anche in questa vicenda appare solo impegnata a sfuggire alle proprie pesantissime responsabilità di governo o di opposizione. Il sindaco Alemanno, per due anni commissario straordinario al debito della capitale non ha mai denunciato le caratteristiche dei derivati stipulati mentre era sindaco Veltroni, mentre l’amministrazione capitolina nei mesi scorsi ha negato l’accesso agli atti sulla documentazione relativa ai contratti. Da soli abbiamo lanciato appelli ai consiglieri comunali di tutti i partiti perchè facessero emergere la verità sui derivati stipulati dal comune di Roma e denunciassero le eventuali irregolarità nella negoziazione tra le passate amministrazioni e le banche. Come risposta c’è stato il silenzio assoluto. Cosa intende fare Alemanno? Qual è la posizione dell’attuale opposizione in consiglio comunale? Mentre la procura indaga il consiglio comunale ritrovi il senso del proprio ruolo e faccia luce su tutta la vicenda.

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La riforma di Wall Street e il caso Londra

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 agosto 2010

La recente approvazione della legge di riforma finanziaria di Wall Street, conosciuta come Dodd-Frank Act, contiene molte novità e aspetti importanti. È un documento di oltre 2300 pagine, che come le nostre leggi finanziarie, farà sentire i suoi effetti concreti sul mondo della finanza e delle banche via via che entrerà in vigore. Non subito, in quanto per i cambiamenti più importanti prevede due pericolosi lunghi anni di assestamento e transizione.  La riforma però non affronta in modo deciso la madre di tutte le bolle speculative, quella dei derivati Over the counter (Otc). Nei capitoli ad essi dedicati si riconosce che allo scoppio delle crisi finanziaria, «una parte consistente dei soldi pubblici è stata usata per coprire i pagamenti alle controparti in quanto le banche non avevano abbastanza capitali». A questo proposito si ricordi che la sola grande compagnia di assicurazioni AIG ottenne dal governo 180 miliardi di dollari per coprire i buchi neri dei derivati.  Si sottolinea anche che i derivati hanno aumentato drasticamente la capacità di leverage, cioè la capacità di operare su grandi cifre con un piccolissimo capitale di partenza e quindi con grandi rischi. Essendo contrattati in modo bilaterale, non vengono valutati per il loro effetto sistemico e mancano di trasparenza sia per gli investitori che per le agenzie di controllo dei mercati.  Il testo della riforma, inoltre, svela la loro pericolosità indicando che gli Otc sono passati dai 98 trilioni di dollari di valore nozionale del 1998 ai 592 trilioni a fine 2008. In verità occorre aggiungere che il loro picco massimo alla vigilia della crisi era arrivato a quasi 700 trilioni per scendere a 550 nel mezzo dell’ondata dei fallimenti bancari. Poi la bolla è ritornata a gonfiarsi: a fine giugno 2010 la loro quantificazione era stimata intorno ai 650 trilioni di dollari.  Sotto la pressione delle potenti lobby bancarie, il testo di legge iniziale è stato annacquato. Esso prevede che le banche, che vogliono continuare a operare con questi derivati ad alto rischio, potranno farlo solo con delle affiliate preposte che non potranno godere degli aiuti pubblici. Ma come sempre sono le eccezioni che aggirano le leggi. Infatti le banche potranno continuare a operare sui mercati dei derivati relativi ai tassi di interesse, ai cambi esteri, all’oro e all’argento e a certi tipi di Cds, credit default swaps, diventati noti nella crisi del debito pubblico greco.  L’interesse del mondo bancario americano ad evitare qualsiasi regolamentazione sugli Otc è provato dai 23 miliardi di dollari di profitti fatti in derivati dalle maggiori banche commerciali nel 2009. Tra queste primeggia la Goldman Sachs, la stessa che, pagando alla SEC americana una multa di 550 milioni di dollari, ha convenientemente superato indagini e condanne per una serie di malversazioni finanziarie a danno degli investitori e del mercato. Questo non è un buon inizio per le potenziate agenzie di controllo, ne un segnale positivo per la riforma della finanza appena approvata.  Noi riteniamo che la bolla dei derivati Otc debba essere sgonfiata attraverso misure e interventi più stringenti. Essi, come riconosce anche il testo della legge Dodd-Frank, possono essere di interesse per certi singoli operatori privati ma sono certamente pericolosi per il sistema.  Per i debiti pubblici degli stati, che a causa della crisi sono aumentati di circa il 20% in poco più di due anni, le varie istituzioni internazionali, a cominciare dal FMI, chiedono un veloce rientro sotto i livelli precrisi. Inoltre esse, in primis Maastricht, mirano a medio termine ad abbassare il debito pubblico al 60% del Pil dei vari paesi. Va da sé che queste operazioni comportano rigore e sacrifici. Perciò è più importante e razionale imporre globalmente tetti sempre più bassi e limiti alle operazioni speculative in derivati Otc.  Se negli Stati Uniti resta ancora molto da fare, in Europa la discussione sulle nuove regole della finanza è più tormentata che mai. Se si parla di controlli centralizzati sui mercati e sugli attori finanziari e bancari, subito viene contrapposta la centralità delle istituzioni nazionali e della loro sovranità. La giusta decisione della Merkel di bandire tutte le operazioni speculative a breve è stata ed è oggetto di continue e defaticanti controversie all’interno dell’UE.  Le nuove regole in Europa dovrebbero essere condivise da tutti i paesi. Ma c’è lo scoglio inglese. L’Inghilterra da anni beneficia dei contributi Ue ma non partecipa all’euro e non è interessata a normative più stringenti sulla finanza e sulla speculazione. Infatti nella City viaggiano i due terzi della finanza globale e opera l’80% di tutti gli hedge fund. Le lobby della City sono forse più efficaci di quelle di Wall Street. Se l’Unione Europea resta sotto lo scacco di Londra, il suo futuro è a rischio. E si potranno verificare nuove crisi finanziarie.  (Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia nel governo Prodi e Paolo Raimondi Economista)

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La valanga di “derivati”

Posted by fidest press agency su martedì, 13 luglio 2010

Roma 13 luglio alle ore 11.30 presso la sede dell’Associazione Culturale “Forum Terzo Millennio “, Via Edgardo Ferrati 12   Antigene (Associazione Nazionale dei dipendenti ed utenti delle Regioni ed Autonomie Locali) e Associazione Radicali Roma tengono una conferenza stampa. Nel corso della conferenza le due Associazioni forniranno inedite ed importanti informazioni sui contratti derivati collegati ai mutui del Comune di Roma e sulle iniziative assunte per contrastare la parzialità dell’ informazione e la mancanza di trasparenza che contraddistinguono la gestione finanziaria del Campidoglio.   Infatti un rinnovato diniego all’accesso agli atti sui contratti derivati in essere  è stato opposto dal Comune di Roma all’Associazione Antigene, alla Federconsumatori, all’Adusbef Nazionali e alla Rete Romana del Mutuo Soccorso nonostante che:
1.  dal Piano di Rientro del Sindaco Alemanno, nella sua qualità di ex Commissario Straordinario, il debito consolidato, al 28 aprile 2008 tra quota capitale e interessi, si attesti su una stima di 14 miliardi e 153 milioni di euro in un Comune presentato fino a qualche anno fa in ottima salute;
2.   dalla recente Relazione della Corte dei Conti – Sezione Regionale di Controllo per il Lazio – emergano rischi di esposizione per il Comune sul “ pagamento di flussi  finanziari crescenti, senza alcun limite”; su “vere e proprie scommesse” allestite per mezzo di contratti derivati sui bilanci pubblici; su “sbilanciamenti “ a favore  delle banche a cui sembrano essere corrisposte “commissioni implicite”, per arrivare alla valutazione finale: “Non pare, pertanto, che la complessiva gestione delle operazioni di finanza derivata poste in essere dal Comune abbia rispettato gli obiettivi fissati dalla legge di riduzione del costo finale del debito e riduzione dell’esposizione ai rischi di mercato”;
3. dalla presentazione  alla città del “Bilancio preventivo 2010” le cause del disavanzo, stimato in 12,3 miliardi di euro,  vengano ricondotte dal Sindaco: a)al  mancato recupero delle entrate  b) a coperture fittizie di spese  c) ad investimenti programmati in maniera incompatibile con le disponibilità di bilancio d)all’equilibrio di gestione realizzato con avanzi di amministrazione fittizi e) a squilibri strutturali dei trasferimenti statali per Roma Capitale
Si tace del tutto quanto documentato dal Piano di Rientro ed analizzato dalla Corte dei Conti in relazione ai derivati stipulati dal Comune di Roma. Come mai si omette di informare la cittadinanza sulla fallimentare ricontrattualizzazione dei tassi di interesse, sui costi e rischi contratti per i prossimi quarant’anni? Perché non viene prevista alcuna rinegoziazione di contratti derivati così penalizzanti? Su questi temi e sulle iniziative in corso interverranno Lidia Mazzola, Presidente di Antigene, Riccardo Magi, segretario dei Radicali Roma e l’avv. Alessandro Gerardi. Sarà inoltre presentata l’“Analisi Sintetica dei derivati stipulati dal Comune di Roma” predisposta dai consulenti finanziari indipendenti Lucio Sgarabotto e Giovanni Montani della LS Advisor.

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Mercato dei derivati

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 giugno 2010

Parlamento europeo. Il mercato degli strumenti derivati deve essere sottoposto a regole più  rigorose al fine di ridurre il business speculativo e assicurare che il maggior numero possibile di derivati sia reso più trasparente, riducendone cosi il rischio. Questo è il messaggio principale della risoluzione approvata martedì dal PE, che propone anche soluzioni specifiche per i cosiddetti credit default swaps e per le aziende.  Il testo approvato invita la Commissione a esaminare nuove modalità per ridurre in modo significativo il volume globale di prodotti derivati e sostiene la proposta dell’Esecutivo di proporre requisiti patrimoniali più elevati per gli istituti finanziari in caso di contratti bilaterali di derivati non ammissibili alla compensazione centrale e dunque al sistema di riduzione del rischio (sistema di controparti centrali di compensazione o CCP). Al fine di contrastare le fluttuazioni sproporzionate dei prezzi e le bolle speculative, il PE invita la Commissione a elaborare misure che consentano alle autorità di regolamentazione di fissare dei limiti per le posizioni di mercato.  La nuova legislazione che sarà proposta dalla Commissione dovrà anche includere norme sul divieto di eseguire operazioni su materie prime e prodotti agricoli con finalità puramente speculative. In tal senso, bisogna imporre, secondo i deputati, limiti rigorosi per le transazioni in tali settori, con particolare riferimento ai generi alimentari di prima necessità nei paesi in via di sviluppo e alle quote di emissione dei gas a effetto serra.  Uno dei punti principali del testo approvato è la necessità che un maggior numero di prodotti finanziari derivati sia trattato a partire da un sistema centralizzato di diminuzione del rischio. Per raggiungere tale risultato, i deputati propongono di garantire la resilienza delle CCP nei confronti di una più ampia gamma di rischi, “incluso il fallimento di più partecipanti, le vendite improvvise di risorse finanziarie e la rapida riduzione della liquidità del mercato”. I deputati chiedono che il commercio fuori borsa di derivati, quando compiuto da imprese che agiscono come utenti finali, sia sottoposto a una regolamentazione meno stringente, che tenga conto dei rischi specifici ai quali le aziende sono esposte rispetto ai grandi operatori del mercato e agli istituti finanziari  Nel mese di settembre, la Commissione presenterà la sua proposta legislativa sui derivati. Il testo inizierà, dunque, il suo iter sia al Consiglio dei Ministri che al Parlamento, le due istituzioni che condividono il potere legislativo.

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Mercato dei derivati

Posted by fidest press agency su martedì, 15 giugno 2010

Strasburgo Parlamento europeo 14/6/2010 (attività legislativa dal 14/6 al 18/6) I deputati della commissione per gli affari economici e monetari del PE sostengono che il mercato degli strumenti derivati necessiti non solo di trasparenza, ma anche di regole più rigorose. Nel pieno della crisi del debito greco, il mercato di tali strumenti finanziari è attualmente in fase di riesame a livello UE.

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La truffa dei derivati della Goldman Sachs

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 aprile 2010

Quando la Security Exchange Commission, l’ente governativo di controllo dei mercati finanziari, ha contestato il reato di frode alla banca americana Goldman Sachs, non è stata una sorpresa. Al contrario. Si sapeva che presto o tardi qualche cosa di grosso sarebbe venuto a galla. I grandi finanzieri, più agguerriti che mai, da tempo erano tornati ai tavoli verdi dei giochi speculativi con i fondi dei salvataggi fatti dai governi e con i soldi presi a prestito a tasso zero.  La SEC ha denunciato la banca di New York di aver ingaggiato nel 2007 l’hedge fund di John Paulson, perché questo, insieme ad un altro ignaro selezionatore ACA, includesse nel paniere di un nuovo CDO (Collateralized Debt Obligation, una obbligazione speculativa), alcuni tra i titoli più a rischio del settore dei mutui subprime. Quel prodotto, chiamato Abacus 2007-AC1, fu in seguito dalla Goldman Sachs piazzato ai suoi clienti istituzionali, fondi pensioni, banche europee ed altri.  Nel contempo però lo stesso hedge fund J. Paulson & Co. apriva posizioni speculative al ribasso su sul CDO Abacus, scommettendo sul crollo del settore dei mutui casa. Mentre le famiglie perdevano la casa e le banche coinvolte nelle speculazioni dei crediti subprime andavano a gambe all’aria, Paulson incassava miliardi di dollari di profitti. La Goldman Sachs era consapevole delle truffa, anche perché, secondo la SEC, avrebbe ripetuto questo giochetto almeno altre 25 volte. Che la Goldman Sachs fosse una “strana bestia”, lo avevamo già indicato da tempo. Infatti, essa compare per la prima volta a fine 2008 nel listino dell’istituto governativo “Office of the Comptroller of the Currency”, che include le grandi banche americane operanti sui mercati non regolamentati dei derivati. A quella data essa vantava derivati OTC per 30.200 miliardi di dollari, e a fine marzo 2009, cioè soltanto in tre mesi, ne aveva già 10.000 miliardi in più! Oggi Goldman Sachs Group ha OTC per 49.000 miliardi di dollari a fronte di un valore reale dei suoi assets di 849 miliardi di dollari, cioè un cinquantottesimo Si ricordi che, nel mezzo della crisi finanziaria più grave e devastante della storia e mentre si gettava a capofitto nella speculazione in derivati, essa otteneva oltre 10 miliardi di dollari di aiuti TARP da parte del Tesoro. Intanto continuava a elargire bonus ai suoi manager per 4,8 miliardi. Il crollo delle azioni della Gs sul mercato di Wall Street rischia di destabilizzare tutte le borse. La lobby delle banche è all’opera con il solito ricatto del too big to fail. Occorre, invece, fare subito luce su queste vicende, compreso il suo ruolo nel fallimento del colosso assicurativo AIG, che fu salvato con 180 miliardi di soldi pubblici, se davvero si vuole uscire dalle paludi delle crisi finanziaria ed economica globale. La truffa della Gs è solo la punta dell’iceberg. I CDO sintetici e ad alto rischio sono stati manovrati anche dalla JP Morgan, dalla Citi Group e dalla Merrill Lynch negli Usa. Anche da altre banche in Europa, a cominciare dalla Deutsche Bank e dalla UBS svizzera. I governi di Londra e di Berlino sono scesi in campo chiedendo, giustamente, informazioni alla SEC per valutare eventuali operazioni truffaldine della Gs anche nei loro paesi e nell’intera area dell’euro. Del resto il suo coinvolgimento nelle operazioni della Grecia di falsificazione dei bilanci, ne è la prova.  Naturalmente la Goldman Sachs non è l’unico lupo famelico!  Almeno due grandi banche europee, la ABN Ambro olandese, adesso parte della Royal Bank of Scotland, e la tedesca IKB, entrambe “golose” di CDO ad alto rischio, avevano enormi quantità di Abacus, perdendo oltre 1 miliardo di dollari per tali obbligazioni.  Per la loro situazione di crisi complessiva, il governo tedesco e quello inglese hanno poi dovuto versare 83 miliardi di dollari di aiuti per salvarle dalla bancarotta.  Il presidente Obama nel suo ultimo discorso settimanale, riferendosi alla truffa della Gs, ha spinto a varare immediatamente la riforma finanziaria “per evitare gli eccessi compiuti con i derivati. Altrimenti si rischia di essere travolti da una nuova crisi”.  Non c’è più tempo da perdere. Servono le nuove regole e bisogna realizzare la Nuova Bretton Woods di cui tanto si è parlato.  (Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia nel governo Prodi e  Paolo Raimondi   Economista)

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Lecce: attenti ai derivati sulle “commodities”

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 giugno 2009

Mario Lettieri, sottosegretario all’Economia nel governo Prodi Paolo Raimondi, economista ci iscrivono “Il documento finale dei ministri delle Finanze del G8 del 13 giugno a Lecce contiene un monito che esige una spiegazione immediata. Si afferma che “la volatilità eccessiva dei prezzi delle “commodities” (materie prime e altre merci fondamentali) pone dei rischi alla crescita” e che “la possibilità di migliorare il funzionamento e la trasparenza dei mercati globali delle commodities, ivi incluso il lavoro dello IOSCO (International Organization of Securities Commissions, la rete mondiale delle Consob) sui mercati dei derivati sulle commodities”sia reale. Infatti il ministro dell’economia Giulio Tremonti, che sarebbe l’ispiratore un po’ solitario di questo monito, ha ribadito che “una certa speculazione torna a rialzare la testa sulle commodities…la liquidità ha la tendenza meccanica ad andare sui derivati”. Queste dichiarazioni sono giuste. Ma non bastano a sopire le preoccupazioni di un ritorno della speculazione e di una pericolosa ripresa dell’inflazione. Si calcola finora che tra salvataggi, stimoli economici e immissioni di liquidità gli Stati Uniti abbiano messo sui mercati circa 13.000 miliardi di dollari, pari a poco meno del loro PIL nazionale. L’Europa dal canto suo avrebbe in modi simili immesso liquidità per  4.500 miliardi di dollari, 2 volte il PIL dell’Italia. Sono cifre enormi. Purtroppo vengono ancora ignorate le preoccupazioni di quanti, come noi, avevano sostenuto l’urgenza di interventi di salvataggio per evitare la bancarotta sistemica ma anche la necessità di approvare subito delle regole più stringenti per dare trasparenza e rigore al sistema finanziario Altrimenti molta di questa liquidità rischia di finire nei buchi neri delle banche e dei derivati OTC, quelli che non operano sui mercati regolamentati e che non appaiono sui bilanci delle banche.  I derivati sulle commodities che inizialmente erano sorti come utili strumenti di copertura del rischio contro l’alta volatilità dei prezzi, sono diventati negli anni passati dei veri e propri prodotti finanziari di investimento, fatti cioè da chi non ha niente a che fare e non vuole avere niente a che fare in concreto con le sottostanti commodities, come il grano, il petrolio, l’oro ecc. Oggi sono diventati dei prodotti speculativi che agiscono sull’andamento dei prezzi. Ad esempio i futures sul petrolio, che muovono centinaia di “barili virtuali” rispetto a  un barile reale di petrolio prodotto, determinavano, e determinano ancora oggi, l’impennata del prezzo della benzina al di fuori della legge della domanda e dell’offerta di mercato.  Questa rinnovata attenzione speculativa sulle materie prime e sulle merci è confermata anche dal rapporto annuale recentemente pubblicato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea che parla di un “ritorno dell’appetito del rischio” a partire dallo scorso febbraio.  Tale documento analizza i comportamenti economici e finanziari del 2008. Sottolinea che, a seguito delle bancarotte, del crollo delle borse e dei prezzi delle merci, della contrazione dell’economia reale e del commercio internazionale, a fine 2008 i derivati OTC hanno registrato una diminuzione del 13,4% del loro valore nozionale totale, che comunque è pari a 592.000 miliardi di dollari. Mentre i derivati sulle commodities si sono ridotti del 66,5% scendendo a un totale di 4.400 miliardi di dollari.   Da qualche mese invece è tornata la voglia di speculazione perché immettere nuova liquidità “a go go” è come dare una bottiglia a un alcolizzato!  Purtroppo i segnali provenienti dalla City di Londra e anche dalla Federal Reserve non sono molto incoraggianti. Essi chiedono di rallentare e di annacquare le riforme necessarie, compreso il global legal standard. Anche a Lecce si sono sentiti interventi contro una “eccessiva regolamentazione” della finanza. Insomma cresce il partito dei banchieri che vuole lasciare le cose come erano prima. Si sostiene che senza il crollo della Lehman Brothers i mercati si sarebbero assestati autonomamente. Il rilancio della speculazione in derivati sarebbe per loro la prova che tutto potrebbe tornare a funzionare “as usual”.  Speriamo che le recenti comuni dichiarazioni di Obama e Berlusconi relativamente ai 4 punti (global legal standard, paradisi fiscali, agenzie di rating, riciclaggio) portino realmente ad una effettiva e rapida nuova regolamentazione rispetto alle attuali inefficaci normative nazionali e blocchino questi tentativi di ritorno al passato.  Altrimenti sarebbe una iattura. E il mondo dell’economia e del lavoro non può permettersi ulteriori crisi. L’Italia ancor meno. Gli ultimi dati parlano di un crollo di oltre il 20% della produzione e del commercio e di una disoccupazione galoppante. Una rinnovata speculazione mondiale sulle commodities e un rilancio della bolla dei derivati finanziari provocherebbero un’impennata inflazionistica che manderebbe l’intero sistema economico in collasso. Di fronte a questi rischi l’Europa deve muoversi unitamente e cercare convergenze in particolare con i paesi del BRIC (Brasile, Russia India e Cina) che da tempo e giustamente richiedono una nuova architettura economica e finanziaria comune”.

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