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Posts Tagged ‘destino’

Presentazione del libro Giacomo Debenedetti. Cinema: il destino di raccontare

Posted by fidest press agency su martedì, 8 gennaio 2019

Roma mercoledì 9 gennaio ore 20 Cinema Trevi, vicolo del Puttarello, 25 Presentazione del libro Giacomo Debenedetti. Cinema: il destino di raccontare Orio Caldiron dialoga con Piero Spila. Se si escludono le bellissime pagine su Charlie Chaplin, il suo attore-feticcio, nel Romanzo del Novecento, il grande affresco di Giacomo Debenedetti sulle forme narrative del secolo breve, manca un capitolo, quello sul cinema, un’esperienza ormai alle spalle. Il libro Giacomo De Benedetti. Cinema: il destino di raccontare ricompone il capitolo mancante, attingendo dalle riviste letterarie e cinematografiche e dai quotidiani, un gran numero di interventi che delineano il ritratto inedito di uno dei pochissimi scrittori di cinema in cui il rapporto fra teoria e pratica è forte e incisivo, la concretezza dei riferimenti assolutamente estranea al compiaciuto estetismo dei letterati imprestati al cinema. Il suo territorio d’elezione è il cinema americano, dove la sceneggiatura è in grado di “mettere tutto in movimento”. Se grazie alle prodigiose risorse della macchina produttiva tutto funziona, o quasi, il merito va anche agli attori e alle attrici. Sono loro che evocano le intermittenze del cuore. Soprattutto Katharine Hepburn che «ci fa toccare alcuni segni del Destino con la maiuscola. È andata lei personalmente, è andata lei per noi, così fragile e femminile e lieve, a parlare con la Sfinge. È una di quelle che si sono voltate indietro, e tuttavia ritornano a noi. Oh. Euridice!».
Giacomo Debenedetti è nato a Biella il 25 giugno 1901, e morto a Roma il 20 gennaio 1967. È stato uno dei maggiori critici letterari del Novecento, e ha insegnato all’Università di Messina e alla Sapienza di Roma. Già nella Torino della sua formazione intellettuale il cinema ha un posto di rilievo con il lavoro per Pittaluga e poi per la Cines, a cui farà seguito il notevole contributo alla nascita del doppiaggio. Nell’autunno 1936 si trasferisce a Roma su invito di Rudolf Arnheim e collabora alla rivista Cinema, dove tiene con grande autorevolezza la rubrica di critica. Costretto all’anonimato dalle leggi razziali, intensifica l’esperienza di sceneggiatore, scrivendo soprattutto con Sergio Amidei una ventina di film. Dal ’46 al ’56 è redattore dei testi parlati del cinegiornale “La Settimana Incom”, migliaia di pagine che raccontano le difficoltà e le speranze degli italiani del dopoguerra. Nel 1958 contribuisce alla nascita della casa editrice Il Saggiatore, della quale diventa direttore letterario. Studioso e traduttore di Proust e Joyce, si rivela narratore con 16 ottobre 1943, struggente memoria della deportazione degli ebrei romani. Il suo ultimo, grande saggio è Conversazione provvisoria del personaggiouomo, letto alla fine di agosto 1965 alla Mostra di Venezia. Sono apparsi postumi Il romanzo del Novecento (1971), Poesia italiana del Novecento (1974), Verga e il naturalismo (1976), Pascoli: la rivoluzione inconsapevole (1979), Proust (2005).
Durante la giornata presso il Cinema Trevi sono previste le seguenti proiezioni:
Ore 17.00 Partire di Amleto Palermi (1938, 78’)
Ore 18.30 Stasera alle 11 di Oreste Biancoli (1937, 70’)
Ore 20.30 Il cappello da prete di Ferdinando Maria Poggioli (1943, 84’)

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Il fatale destino di un vaso di coccio

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 agosto 2018

Sembra strano, ma è anche un idolo che va in frantumi quando si pensò, per molto tempo, agli effetti benefici che la rivoluzione francese portò all’evoluzione del pensiero contemporaneo e per la difesa dei diritti dell’uomo. Su di essa contiamo i cocci e non la bellezza di un vaso di pregevole fattezza di cui avremmo voluto conservarne l’integrità. Esso avrebbe potuto fare bella mostra di sé nell’angolo più importante della nostra magione o risplendere, in tutta la sua magnificenza, in un ampio e arioso salone di un gran museo. Non è stato così. Non del tutto, sicuramente.
Fu, uno degli inganni più clamorosi della storia recente. Si cancellò, con un solo tratto di penna, l’ardire del pensiero per cedere il passo alle spade e alle ghigliottine. Certamente lo stimolo culturale sarebbe stato più lento, delle rivolte di piazza, nel portare un cambiamento in Europa e nel Mondo, ma, con il senno di poi, ci rendiamo altresì conto che tali mutamenti, pur lenti, avrebbero potuto incidere in profondità, e in misura duratura, rispetto ai fuochi fatui di una rivoluzione. Non dimentichiamo, in proposito, che essa suscitò grandi entusiasmi, nella borghesia europea, ma determinò un immane bagno di sangue quando si tradusse nell’avventura napoleonica. Essa, evidentemente, non fu solo originata dalle sorti di una battaglia, ma dalla stessa stanchezza della borghesia che lo aveva sostenuto, inseguendo un sogno.
Pensiamo agli entusiasmi di Foscolo, prima maniera, e la sua successiva amarezza nel costatare che quel “corso” non simboleggiava tanto la liberazione dalle catene dell’oppressore, ma semplicemente un’altra forma di dittatura e d’egemonia che nulla aveva a che fare con la libertà e la democrazia. (Riccardo Alfonso)

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Il nostro destino non è la vita ma la morte

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 luglio 2018

Come ne “La livella” di Totò il benestante al pari dell’accattone hanno un comune fato. Non li salva la ricchezza o la povertà, la salute o la malattia.
Il momento giunge inevitabile per tutti. Noi, vivendo, ci prepariamo alla morte. Questa e non quella è il nostro futuro. E’ il punto di partenza e non la fine di un percorso.
Questa consapevolezza è mancata. Ci ha portati, quindi, ad affrontare la vita in un modo diverso e ad ambire beni che sono estranei alla nostra natura, alla nostra morale interiore.
Credevo di non aver capito la ragione che spinse uomini ricchi, intelligenti, fortunati, amati, ad abbandonare tutto per vivere in povertà, per allontanarsi dal mondo. A diventare dei migranti.
Credevo. Ora so. La molla che li spinse a questi gesti estremi mi è finalmente chiara. Essi e non noi siamo nel giusto.
L’ho scoperto camminando lungo i sentieri impervi di montagna che s’inerpicano lungo la dorsale delle montagne.
L’ho scoperto leggendo negli occhi dell’avido la bramosia offertagli dal denaro.
L’ho scoperto riconoscendo nella vita i suoi valori autentici nell’amore e nella fede.
L’ho scoperto, infine tra i campi coltivati, tra gli alberi gravidi di frutti, tra i fiori e le piantine appena sorgenti dal terreno. E’ una luce che non illumina, ma abbaglia. E’ fatta per occhi che riescono a guardare in profondità, che non temono i contrasti.
E’ una piccola storia che ci appartiene, ma è tanto piccola che è dato solo di intravederla indistinta e incolore. Così è il cammino tracciato da chi è nato in una terra improvvida, da una donna povera, da una famiglia rassegnata alla sofferenza e alla rinuncia.
Quel figlio così disperato e infelice un certo momento della sua vita si risveglia e si domanda e ci chiede perché? E noi cosa possiamo rispondergli?
Non possiamo dirgli che siamo tutti sul Golgota piagati nel costato e condannati a una sola certezza: quella di morire senza un sorriso, senza una carezza.
Non possiamo dirglielo finché uno solo dei suoi simili si sottrae alla sofferenza e gode i piaceri della vita.
Non possiamo dirglielo se prendono un bastone per appoggiarsi nel momento della fatica estrema mentre chi è nato come lui, ma in una terra diversa, con un colore della pelle diversa, lo beffeggia e si prende gioco del suo tormento.
Non possiamo dirglielo nel momento in cui allunga la mano per un obolo o per un tozzo di pane mentre c’è chi prospera nel superfluo.
Non possiamo dirglielo perché il mondo è diviso tra chi è e chi ha e l’avidità di questi ultimi non ha limiti.
Questo è oggi l’emigrante che muore avendo nelle pupille stampate la speranza di una vita migliore.
Questo è l’emigrante che sogna il suo eldorado per sottrarsi alle miserie che lo stanno consumando come se fosse un cero giunto oramai al suo moccolo.
Questa è tutta quella parte dell’umanità, e i suoi numeri sono grandi, che vede il mondo tingersi di rosso per il sangue innocente che esce dalle sue piaghe, dal suo cuore in subbuglio e dalla sua mente che lo disperde nella disperazione e nella rinuncia.
Così il mondo vuole farsi riconoscere e non ha senso di certo consolare gli angosciati con la moneta falsa di quella fede che vuole convincerlo che più soffre in terra più grande sarà il premio oltre la vita. (Riccardo Alfonso)

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“Destino, la Follia di Achille”

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 giugno 2018

Cagliari Venerdì 15 giugno alle ore 21, nell’Auditorium comunale di Cagliari in piazza Dettori 8, andrà in scena “Destino, la Follia di Achille” opera rock del complesso musicale dei VADE dedicata all’eroe omerico Achille. L’opera, reinterpretando alcuni frammenti meno conosciuti della poesia omerica, racconta gli avvenimenti della vita di Achille successivi a quelli narrati nell’Iliade.Il dilemma della scelta tra una vita lunga e anonima e una gloriosa ma breve è stato sciolto con l’uccisione di Ettore e ora Achille si accinge a pagarne il prezzo L’eroe, avvezzo a vincere ogni battaglia, si trova ora ad affrontare una lotta con il destino dalla quale sa già uscirà soccombente. Achille, tuttavia, non si arrenderà e, al contrario, proverà in ogni modo a opporsi a una sorte segnata. Ne deriverà una discesa via via più rapida nei vortici della follia caratterizzata da feroci duelli, atti di inusitata brutalità, momenti di illusione alternati ad altri di scoramento.L’esibizione dell’opera sarà introdotta dai versi degli autori del sodalizio letterario “Scriviamo con Carmen” in un percorso ideale che pone in collegamento poesia e musica.
I VADE sono un complesso musicale nato dall’incontro tra rock e classicità. Eseguono in teatro opere musicali ispirate alla mitologia greca che si basano su codici espressivi contemporanei. I VADE si esibiscono indossando delle maschere quale omaggio al teatro dell’antica Grecia. Lo stile musicale si caratterizza per un approccio aspro, nel quale la durezza dei canoni musicali rock rimarca la drammaticità dei fatti narrati. Una Produzione La Casa di Prometeo, Ente Concerti Città di Iglesias, onA.I.R. Intersteno Italia, con il supporto dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Cagliari.

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Scuola: Diplomati magistrale, in vista delle elezioni primaverili la politica si scontra sul loro destino e sui numeri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 dicembre 2017

consiglio di statoTutti cercano, si impegnano e promettono una soluzione per i maestri condannati a vita a fare i precari. Cresce l’incertezza sul numero effettivo dei coinvolti: sarebbero 5mila per il Pd, 50mila per la Lega, 1.474.000 per l’avvocatura dello Stato. Intanto, cresce il malcontento per l’esito della plenaria emesso la scorsa settimana: subito dopo le festività di fine anno, l’8 gennaio, diverse scuole dell’infanzia e della primaria potrebbero non riprendere le lezioni per l’astensione dei docenti abilitati esclusi dalla recente sentenza del Consiglio di Stato che ha rinnegato se stesso ed escluso migliaia di precari dall’accesso al ruolo. Viene da chiedersi dove fossero tutti questi benpensanti alla vigilia della Plenaria, quando la politica e non solo davano addosso a questa categoria di precari.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): La soluzione c’è e c’è sempre stata, ma prima nessuno voleva trovarla. Con lo sciopero di inizio anno, vogliamo dimostrare che, senza i precari, le scuole resteranno chiuse: perché i diplomati magistrale e tutti i docenti abilitati che non hanno accesso a nessuna graduatoria per il ruolo non tornino ad essere dei fantasmi, numeri da giocare o da tirar fuori all’occorrenza, ma insegnanti a cui ridare dignità e riconoscere rispetto per la professionalità e l’amore per il proprio lavoro che hanno dimostrato e dimostrano ogni giorno e non da ieri, ma da anni. Nel frattempo, il giovane sindacato ha aperto le procedure di preadesione al ricorso gratuito dei docenti diplomati magistrale alla CEDU e quelle per inviare una petizione alla Commissione del Parlamento Europeo. Il sindacato, inoltre, sta predisponendo un reclamo collettivo al Consiglio d’Europa.

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La “Civiltà Cattolica” e Renzi come destino

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 maggio 2016

la-costituzione-della-repubblica-italianaSi direbbe che i nomi che cominciano per “Occhett” non evochino un futuro rigoglioso per la democrazia italiana. Il primo, che era Achille Occhetto, rase al suolo la sinistra italiana, distruggendo durevolmente il sistema politico del Paese, fino agli esiti che oggi conosciamo. Il secondo che è il padre Francesco Occhetta, in un inciso di un lungo e problematico articolo della Civiltà Cattolica, lancia una scialuppa di salvataggio a un Matteo Renzi che rischia di naufragare con la sua nuova Costituzione, ipotizzando un “auspicabile successo del referendum”, che significherebbe in realtà il ribaltone costituzionale della democrazia.
Secondo i giornali, con l’articolo di padre Occhetta “la Chiesa” avrebbe emesso la sua sentenza sul conflitto costituzionale in corso. Occorre subito aggiungere, però, che nello stesso tempo il saggio gesuita spiega al presidente del Consiglio che deve lasciare agli italiani di decidere nel merito della proposta riforma, e non secondo “le personalizzazioni e le strumentalizzazioni politiche del testo”, e gli dice anche che non si tratta (non dovrebbe trattarsi) di “un voto favorevole o contrario al governo”; il padre gesuita insiste anche sulla necessaria coerenza tra i principi e i diritti fondamentali della prima parte della Costituzione e l’”ingegneria costituzionale della seconda”, che è “una parte tutt’altro che neutra”, e già prenota “successive modifiche migliorative”, della nuova Carta, prefigurando una sorta di passaggio dalla Costituzione rigida dei padri costituenti alla Costituzione semper reformanda dei politici volubili di oggi.
Non si può dire che l’articolo della Civiltà Cattolica trasudi entusiasmo per l’impresa dei neo costituenti, di cui non manca di rilevare lo scarso successo di pubblico e di critica, soprattutto nella vasta platea di costituzionalisti, ex giudici costituzionali e presidenti della Consulta. Tuttavia anch’esso soggiace a quel principio di fatalità per il quale è di moda dire che la nuova Costituzione è brutta e cattiva ma bisogna votarla: che è la posizione dissociata espressa da Cacciari, da Scalfari (“Renzi vuole comandare da solo? E così sia”), dal nuovo direttore di Repubblica, da Bersani, da Visco e da quanti, a pensare un’Italia senza Renzi, sono presi da una sorta di “horror vacui”. Come se Renzi fosse stato tessuto dalle Parche nel nostro destino, cosa che peraltro potrebbe ammettere chiunque, tranne che un gesuita. Lo stesso Renzi ha scambiato la nuova Costituzione per il fato, e ha confessato alla direzione del PD di non sapere come il nuovo ordinamento funzionerà, però lo vuole.
Tuttavia, nonostante questo contesto di giudizi sospesi e incompiuti, l’inciso di padre Occhetta sull’auspicabile successo del referendum ha fatto gridare di entusiasmo i paladini di Renzi, come la Repubblica che ha intitolato a tutta pagina: “la Chiesa per il sì alla riforma Boschi” mandando all’aria tutta la laicità e la critica all’ingerenza ecclesiastica con cui da due settimane vituperava l’iniziativa dei “Cattolici del NO”, e come i promotori di un contrario appello veicolato dalla Comunità di San Paolo “per una scelta laica nel referendum costituzionale”, che rilanciavano il documento gesuita e lo ostentavano a quelli del NO.In tutto questo uno sprazzo di verità veniva proprio dalla Repubblica che in un articolo di Alberto Melloni faceva esplodere il vero punto di contrasto tra la visione di padre Occhetta per cui “anche il nuovo testo dovrà essere in grado di accompagnare lo sviluppo del Paese a ritrovarsi intorno ai principi della Costituzione secondo la tradizione del cattolicesimo democratico che l’ha originata” e quella dei novatori “nel momento in cui Matteo Renzi intesta il referendum ad un governo che ha fatto dei corpi intermedi – che sono un caposaldo – qualcosa da abbattere”; ciò che per reazione – secondo Melloni – può far scattare quell’”istinto materno” che il mondo cattolico nel suo complesso nutre nei riguardi di una Costituzione che sente come sua. È chiaro pertanto che lo scritto della rivista dei gesuiti non chiude la partita, neanche nel mondo cattolico. Può darsi che anche con un papa così innovativo come Francesco continui ancora, come si dice, il vecchio rito della correzione delle bozze della Civiltà Cattolica da parte della Segreteria di Stato; ma se così fosse, non funzionerebbe troppo bene il circuito di comunicazione papa-segreteria di Stato-rivista, perché il papa in persona è andato all’ONU a rivendicare “il dominio incontrastato del diritto” e i capisaldi delle Costituzioni democratiche messi in scacco dalle riforme renziane: “La limitazione del potere – ha detto il papa – è un’idea implicita nel concetto di diritto. Dare a ciascuno il suo, secondo la definizione classica di giustizia, significa che nessun individuo o gruppo umano si può considerare onnipotente, autorizzato a calpestare la dignità e i diritti delle altre persone singole o dei gruppi sociali. La distribuzione di fatto del potere (politico, economico, militare, tecnologico, ecc.) tra una pluralità di soggetti e la creazione di un sistema giuridico di regolamentazione delle rivendicazioni e degli interessi, realizza la limitazione del potere”. E nell’incontro con i movimenti popolari a Roma aveva detto ancora di più, non si trattava solo delle strutture della democrazia (quelle della seconda parte della Costituzione), ma bisognava urgentemente “rivitalizzare” le democrazie attraverso il protagonismo delle grandi maggioranze, che “trascende i procedimenti logici della democrazia formale”. Dunque certamente la Costituzione non deve rimanere immutata e immobile: ma il cambiamento non deve nostalgicamente rifugiarsi in una democrazia dimezzata, ma deve rischiare il protagonismo di tutti i soggetti del sistema per realizzare una democrazia più abbondante, sostanziale, perfino oltre i limiti della democrazia formale, dove la stessa giustizia di ciò che è dovuto è oltrepassata dalla misericordia di ciò che di fatto è reso possibile (l’art. 3!). (Raniero La Valle)

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Eurodeputati italiani al Quirinale: l’Italia in prima linea per un futuro con più Europa

Posted by fidest press agency su martedì, 13 ottobre 2015

QuirinaleUna nutritissima delegazione di eurodeputati italiani ha incontrato al Quirinale, il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella. Con l’incontro odierno, l’Italia dimostra ancora una volta – in un momento difficile per l’Unione Europea – la sua grande tradizione europeista, riaffermata dal Capo dello Stato e dagli europarlamentari democraticamente eletti dal popolo italiano.
Attraverso un confronto e un dialogo inter-istituzionale, la Presidenza della Repubblica Italiana e la delegazione del Parlamento europeo, hanno tracciato i passaggi futuri di un paese, il nostro, fortemente protagonista in un’Europa che non può fare a meno dell’Italia e degli italiani.”Il Parlamento Europeo non è una proiezione esterna rispetto al nostro Paese”, ha dichiarato il Presidente Mattarella. “L’Italia è membro fondatore dell’Unione e la sua cultura e la sua storia ne contrassegnano fortemente l’identità. L’Europa rappresenta il nostro destino, e ancor più, una grande opportunità democratica. Se oggi non c’è abbastanza Europa nella vita dell’Unione, come ha detto Jean Claude Juncker, tocca a noi comprenderne le ragioni e colmare lo scarto. Con questo spirito sarò con voi a Strasburgo nella sessione plenaria di novembre 2015″.Il primo Vice Presidente del Parlamento europeo, on. Antonio Tajani, rivolgendosi al Capo dello Stato ha affermato:”L’Italia è un grande paese, pilastro e fondatore dell’Unione Europea. Noi siamo europei perché siamo italiani. Il progetto europeo ha dimostrato l’esigenza di un’Europa protagonista sulla scena mondiale”. l’On. David Sassoli, Vice Presidente del Parlamento Europeo, ha affermato: “C’è bisogno di intensificare i rapporti fra Parlamento Europeo e Parlamento italiano per fare squadra in un’Europa che ha bisogno di un’Italia in prima linea. Più il sistema Italia sarà efficiente, più potrà incidere sulla legislazione europea”.

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Liberalizzazioni, ancora incerto il destino del ddl integrativo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 maggio 2012

Cominciano già a farsi incerti i destini del ddl approvato la settimana scorsa dal Governo per dettare disposizioni integrative sulle liberalizzazioni dell’articolo 11. Ancora non risulta che il testo sia approdato alle Camere e tra gli osservatori si fa fatica a trovare una spiegazione: i correttivi del disegno di legge su direzione della farmacia (applicazione rinviata di tre anni, con esclusione dei rurali sussidiati) e sul concorso straordinario (rimosso il limite dei 40 anni per la partecipazione associata) dovrebbero entrare in vigore in tempi rapidissimi, per anticipare i bandi di gara che le Regioni dovrebbero emanare entro fine giugno e stoppare la scadenza imposta da qualche Asl ai t itolari ultra65enni per la nomina del direttore.
Invece l’impressione è che il Governo si sia impigrito, quasi si fosse dimenticato delle considerazioni che avevano spinto il ministro Balduzzi a tornare sulle liberalizzazioni con questo ddl. Per ripassarle basta scorrere la relazione che i tecnici del suo dicastero hanno allegato al testo: sulle farmacie soprannumerarie, per esempio, è scritto a chiare lettere che senza le precisazioni dettate dal disegno di legge (che definisce tali le sedi istituite in base al solo criterio topografico) tutti i titolari dei comuni con un numero di farmacie superiore a quello spettante in base al parametro demografico «potrebbero ritenersi legittimati a iscriversi al concorso»; sulla partecipazione associata, i tecnici della Salute scrivono che il limite dei 40 anni rischierebbe di essere censurato «sotto il profilo costituzionale e del rispetto della normativa comunitaria»; sulla Pianta organica (abolizione delle sedi e libero spostamento delle farmacie sull’intero territorio comunale, previa autorizzazione del sindaco) «l’intervento regolatorio intende evitare e superare qualsiasi possibile contenzioso» per realizzare un sistema di assegnazione delle farmacie «lineare e coerente» anche attraverso «l’abrogazione dell’istituto del decentramento».
È in sostanza la conferma di quello che gli esperti dicevano da settimane: l’articolo 11, così com’è stato riscritto dalla commissione Industria del Senato, toglierà forse lavoro alle farmacie ma certo ne darà tanto agli avvocati. Resta da capire perché, alla luce di queste infauste previsioni, il Governo abbia voluto imboccare la strada del ddl anziché quella della decretazione d’urgenza. Ma forse questo si capirà meglio nei giorni a venire, quando risulterà più chiaro il livello di priorità che spetta al provvedimento.(fonte farmacista33)

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Manlio Elio Massara, “Itaca”

Posted by fidest press agency su martedì, 17 maggio 2011

Salvo Caruso ha sessant’anni e vive a Palermo, dove è a capo di una piccola azienda. Un’esistenza mediocre, fatta di monotonia, grigiore e incapacità di aderire alla vita, lo caratterizza da quando Sabina, la donna che aveva amato e con cui aveva vissuto per quindici anni, lo abbandona inaspettatamente. Da allora Salvo si trascina addosso un senso di vuoto incolmabile, scivola in una non-vita costantemente rivolta ai ricordi di un passato felice e spensierato. Decide allora di fare un viaggio a Itaca, archetipo del ritorno alle origini e della ricerca dell’identità personale. L’isola gli riserva la freschezza di un nuovo amore, grazie al quale il protagonista assapora i contorni di un orizzonte di equilibrio e pace a lungo ricercato. Tuttavia Salvo, antieroe inesorabilmente votato alla sconfitta, precipita in un vortice di circostanze spiacevoli, che lo spingerà ancora una volta lungo le strade del viaggio alla ricerca di sé: approda così alla propria Itaca interiore, osando finalmente imporre la volontà di autoaffermazione attraverso una scelta decisiva. Con una scrittura diretta, Massara scandaglia in maniera impietosa la vita di un uomo che, stanco d’essere perfettamente infelice, cambia inesorabilmente le sorti del proprio destino. Ed. La Zisa, pp. 128, euro 10
Manlio Elio Massara nasce a Palermo nel 1945. Nel 1967, terminati gli studi tecnici, entra alla Olivetti nel settore commerciale. Nel 1972, insieme alla moglie Franca, intraprende l’attività d’imprenditore, sempre in collaborazione con Olivetti. Attività che mantiene sino ai giorni nostri. Con La Zisa nel 2010 ha pubblicato “La notte sognavamo Brigitte Bardot”.
Le Edizioni La Zisa aderiscono ad “Addiopizzo” e a “Libera” di don Ciotti e tutti i volumi pubblicati sono certificati “pizzo free”.

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L’umanesimo del lavoro

Posted by fidest press agency su domenica, 17 ottobre 2010

Non credo proprio che una manifestazione come quella di ieri possa risultare producente per la classe operaia. E’ emerso il vetusto scontro tra capitale e lavoro, quindi, detta in soldoni, tra il più forte e il più debole; si conosce già l’esito, sancito ormai da secoli. Fin quando la classe operaia non prenderà coscienza di essere esclusiva proprietaria di se stessa e di possedere il proprio patrimonio nella potenzialità del lavoro, non potrà esserci sviluppo concreto nè potrà esserci progettazione futura.  Il capitale-denaro e il capitale-lavoro hanno un destino comune, serve solamente  equilibrare adeguatamente il rapporto, con conseguente reciprocità di dignità. L’uomo-capitalista e l’uomo-lavoratore hanno questo comune denominatore che li assimila, ma vengono tenuti separati da interessi corporativi che nulla hanno a che vedere con le reali esigenze delle parti. La finanza creativa inventata da questo governo, unitamente alla programmazione liberista, fatta per dividere e mai per unire, ha fornito tutti i mezzi possibili alla finanza improduttiva mortificando il lavoro con la precarietà. Ha generato una ignobile “asta pubblica” del lavoro, ma al ribasso, per sfruttare ulteriormente lo stato di necessità, che impone e obbliga di accettare le condizioni più vessatorie, pur di poter lavorare. La collaborazione tra le classi non deve restare nel limbo delle intenzioni o delle ipotesi astratte, ma deve diventare la meta da perseguire: l’umanesimo del lavoro. La Democrazia   trova  nella società civile e democratica la fonte della sua convinzione che il lavoro costituisce una fondamentale dimensione dell’esistenza umana sulla terra. Nel nostro tempo diventa sempre più rilevante il ruolo del lavoro umano, come fattore produttivo delle ricchezze immateriali e materiali; diventa, inoltre, evidente come il lavoro di un uomo si intrecci naturalmente con quello di altri uomini. Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo, quanto più l’uomo è capace di conoscere le potenzialità produttive della terra e di leggere in profondità i bisogni dell’altro uomo, per il quale il lavoro è fatto. Nel progetto della Democrazia ogni uomo è chiamato al suo sviluppo, e, coerentemente lo sviluppo umano di ciascun uomo costituisce e deve costituire il progresso, che resta così vincolato allo sviluppo.
Dotato d’intelligenza e di libertà, l’uomo è responsabile della sua crescita, così come del suo sviluppo. Aiutato, e talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane, quali che siano le influenze che si esercitano su di lui, l’artefice della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più, affermarsi sul suo essere, senza lasciarsi condizionare dalle parvenze dell’apparire. L’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde al disegno dell’uomo, alla sua storia, al suo destino.
L’uomo deve soggiogare i mezzi di produzione e non restarne soggiogato, la deve dominare il progresso, perché non arrivi a contrastare lo sviluppo.   Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro. Come persona egli lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua umanità, al compimento della vocazione ad essere persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità. L’uomo deve lavorare per riguardo agli altri uomini, specialmente per riguardo alla propria famiglia, ma anche alla società, alla quale appartiene, alla nazione, della quale è figlio, all’intera società umana, di cui è membro, essendo erede del lavoro di generazioni e insieme co-artefice del futuro di coloro che verranno dopo di lui nel succedersi della storia. Tutto ciò costituisce l’obbligo morale del lavoro, inteso nella sua ampia accezione. Quando occorrerà considerare i diritti morali di ogni uomo per riguardo al lavoro, corrispondenti a questo obbligo, si dovrà avere sempre davanti agli occhi l’intero vasto raggio di riferimenti, nei quali si manifesta il lavoro di ogni soggetto lavorante. (Rosario Amico Roxas)

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Incontro Saitta – Garimberti

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 settembre 2010

“Le istituzioni locali devono fare sistema ed aprire un tavolo tecnico con la Rai sul futuro della sede torinese. Milano lo ha fatto e sta ottenendo risultati, non possiamo restare a guardare con il rischio di perdere un patrimonio di professionalità prezioso”: al termine dell’incontro a Palazzo cisterna con il presidente della Rai Paolo Garimberti, il presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta lancia un appello al sindaco Chiamparino e al presidente della Regione Piemonte Roberto Cota.
“A Garimberti – dice Saitta – ho espresso le profonde preoccupazioni per il destino del centro di produzione, del centro ricerche e della redazione giornalistica della Rai torinese; le migliaia di firme raccolte dai lavoratori Rai testimoniano che anche l’opinione pubblica piemontese avverte questo problema”. Il presidente della Rai Garimberti ha confermato che non esistono al momento decisioni definitive di tagli, ma si è raccomandato affinchè le istituzioni piemontesi facciano sistema per affrontare nel dettaglio il futuro. “Se a Milano entro il 2015 struttureranno una sede Rai di livello nazionale – aggiunge Saitta  –  non dobbiamo perdere altro tempo; abbiamo le carte in regola  e le professionalità necessarie per pretendere garanzie anche per Torino”. “Sono certo – conclude Saitta, che ha incontrato Garimberti con gli assessori Ida Vana e Carlo Chiama – che Chiamparino e Cota saranno disponibili ad affrontare questo tema”. (galimberti-saitta)

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Il destino di tre maestri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 agosto 2010

Cristo, Maometto e Buddha. Sono stati il simbolo della sofferenza umana. Hanno provato sulla loro pelle la pena ed anche il martirio. Hanno marciato in contro tendenza perché era ed è questo il senso del procedere dell’umanità e non certo quello ricercato e venale dei mercanti e dei ricchi. Ognuno di essi ha predicato al popolo che gli era più vicino, ha raccolto il seme della speranza ed ha donato ad esso la vigoria per crescere, per prosperare, per espandersi. Oggi queste tre professioni di fede hanno l’opportunità d’incontrarsi e di misurarsi in un modo nuovo ed innovativo. Lo debbono perché più che mai li unisce il desiderio di pace dell’umanità, il bisogno di una giustizia che renda gli esseri umani più fratelli nella sostanza, nel gestire le risorse del mondo, nel dividere nella fraternità e nel rispetto dei diritti altrui. A questo punto se usciamo, per un momento, dal formalismo e dai rituali delle rispettive chiese ed andiamo alla vera natura del messaggio, ci accorgiamo che i profeti, ovunque alberghino, per quanto siano grandi le distanze, parlano la stessa lingua e si rivolgono  alla stessa umanità; a quella dei paria, dei sofferenti, delle vittime delle ingiustizie altrui. E ai vessatori predicano la stessa condanna, esprimono le stesse reprimende, li invitano a ravvedersi per raggiungere il Paradiso dei Cristiani e dei Musulmani o il Nirvana dei buddisti. Basterebbe togliere da essi l’idea dell’infedele immaginandolo in colui che vive la sua esperienza in un’altra professione di fede. E’ infedele solo colui che nega una qualsivoglia religione, l’esistenza di un padre comune, si fa servo della violenza e del sopruso.

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Spettacolo: trilogia crisi economica

Posted by fidest press agency su domenica, 30 maggio 2010

Roma (Trastevere) 7 giugno ore 21.00  al Centro Culturale Libreria Bibli,  via dei fienaroli, 28  anteprima dello spettacolo teatrale Krisis – la trilogia capitolo 1 Il mondo e la stanza   “Krisis – la trilogia”  capitolo 1  Il mondo e la stanza di Giuseppe Salerno. Le tre storie raccontano i vissuti umani della crisi. L’uomo del XXI secolo può fare appello alla speranza, può cedere alla disperazione oppure usare tutta la propria disumanità rendendosi vittima della propria malvagità. Le tre storie sono attraversate da un unico filo narrativo, come se i protagonisti fossero legati da un medesimo destino. Sono le scelte individuali che essi compiono a cambiare il proprio futuro. In scena, i tre paradigmi esistenziali della crisi. Il Mondo e la stanza è il primo capitolo della trilogia: Brigida Rosi è una talentuosa manager di un’azienda privata che viene licenziata a causa della crisi economica in atto. Per reazione si chiude nelle proprie certezze in una stanza. Il suo rapporto col mondo è mediato esclusivamente dai mezzi di comunicazione. La sua giornata è apparentemente vuota. Tuttavia, il suo flusso di coscienza è interrotto da alcune sollecitazioni esterne. In particolare ella racconta del suo incontro decisivo con Carlotta, moglie del suo ex amante. Scritto da Giuseppe Salerno con Susanna Cantelmo chitarra Angelo Magnifico flauto Andrea Salvi musiche originali Antonio Vinci regia Lorenzo de Feo

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Teatro: diario di un pazzo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 marzo 2010

Roma Teatro Ghione dal 9 al 21 marzo Via delle Fornaci 37, per la regia di Livio Galassi Diario di un pazzo (che amava Shakespeare)  di Anna Mazzamauro da Nikolaj Gogol Adattamento musicale, Direzione musicale e Fisarmonica: Riccardo Taddei Violino: Claudio Merico Coreografa: Ermanna Mandelli Costimi: Grazziella Pera Si ispira al “Diario di un pazzo” di Nikolaj Gogol, il nuovo intenso lavoro scritto ed interpretato da Anna Mazzamauro, dal titolo “Diario di in pazzo (che amava Shakespeare)”, in scena al   ll racconto è un viaggio nella doppiezza, nella schizofrenia di un uomo niente affatto particolare; l’iter di un attore frustrato  – dal non essere mai riuscito a realizzare le proprie ambizioni – a tal punto da smarrire identità e ragione. L’infinita amarezza e crudeltà del destino del protagonista, che amava Shakespeare,  è annegata nell’ironia e nella comicità che fanno di questo personaggio l’archetipo dei “non eroi”.
Il testo di Anna Mazzamauro nasce proprio nel 2009 – anno del bicentenario della nascita di Gogol’ –  per celebrare il grande scrittore e drammaturgo russo e soprattutto il suo legame con Roma e l’Italia. Il 25 marzo del 1837 infatti Gogol’ arriva a Roma e il grande scrittore russo s’innamora della città eterna e come lui stesso dichiara trova “la patria della sua anima”, il luogo dove “la sua anima viveva prima ancora che [venisse] alla luce”. A Roma – dove respirando l’aria che “faceva venire voglia di trasformarsi in un gigantesco naso, con narici grosse come secchi” per “farci entrare almeno 700 angeli” – Gogol’ è veramente felice come scrittore e come uomo. Ama Roma e il popolo italiano, dotato di grandissimo senso estetico, ammira la natura dell’Italia e la sua arte. Per Gogol’ il teatro era un’arte sublime, di grande rilievo sociale., un’arte della quale Anna Mazzamauro è oggi Maestra e che mette a completa disposizione del pubblico che da sempre la ama in questo suo testo  “Diario di un pazzo (che amava Shakespeare)”, ospirato proprio al “Diario di un pazzo” di Nikolaj Gogol. In contemporanea con lo spettacolo, dal 9 marzo sarà in libreria il libro dal titolo “Adattiamoci” di Anna Mazzamauro, edito da Graus Editore. (mazzamauro)

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Il Calapranzi di Harold Pinter

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 marzo 2010

Roma 9 marzo al Teatro Lo Spazio, via Locri 42, debutta Il calapranzi di Harold Pinter con  Pierpaolo De Mejo e Maris Leonetti regia Pietro de Silva Scene Andrea Colusso Ufficio Stampa: Rocchina Ceglia. Lo spettacolo, che vede in scena Pierpaolo De Mejo e Maris Leonetti, diretti da Pietro de Silva, sarà in scena fino a domenica 21 marzo. In un sottoscala ingombro di oggetti, tra isterici cambi di umore, trascorrono il tempo Ben e Gus, due aspiranti criminali proiettati verso un destino che li trascina sempre più in basso, verso un epilogo straziante. È l’emblema della violenza non manifesta, della violenza che annichilisce l’individuo nascondendosi dietro un aspetto innocuo, ad essere raccontata nel testo scritto da Harold Pinter nel 1957. E a quella stessa opera che Pietro de Silva si ispira per mettere in scena uno spettacolo che fa emergere ed allo stesso tempo dileguare quegli angosciosi segnali che annunciano che da li a poco qualcosa di terrificante dovrà accadere. E lo fa con la saggezza descrittiva che permette di far convivere nella stessa opera il timbro grottesco e quello inquietante che caratterizza le opere dello scrittore londinese.
Il Calapranzi fa parte della prima stagione drammaturgica di Pinter. Un periodo in cui quasi tutte le opere sono metafora di un solo meccanismo, quello della violenza. Una violenza sotterranea, impalpabile che manifesta tutta la sua furia oppressiva con scatti isterici improvvisi. Un testo “programmatico” che funge da spartiacque tra una drammaturgia consueta e un climax desueto. Una vera rivoluzione di scrittura teatrale che ha fatto tanti proseliti, che ha svecchiato il teatro di genere trasformandolo in teatro di situazione, nel quale l’incombente condizione claustrofobica e surreale nobilita il linguaggio calamitando a dismisura l’attenzione dello spettatore..

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I seminari torinesi con Emanuele Severino

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 febbraio 2010

Torino 4 marzo 2010 ore 18 – Galleria d’Arte Moderna,  nell’ambito del VI ciclo di seminari della Scuola di Alta Formazione Filosofica di Torino, lezione magistrale di Emanuele Severino dedicata al problema della libertà. Severino dedicherà il suo ciclo di incontri seminariali presso la Scuola di Alta Formazione Filosofica ai temi dell’essere, dell’eterno e della verità senza dimenticare l’angoscia del divenire e l’orrore del nulla e della morte che nella sua teorizzazione stanno alla base del nichilismo, della volontà di potenza e del dominio della tecnica – ossia dei tratti caratteristici della società occidentale – nonché ai temi della salvezza e del destino.
La Scuola di Alta Formazione Filosofica – fondata e diretta da Ugo Perone, ordinario di Filosofia Morale e direttore del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Piemonte Orientale, organizzata dal Centro Studi Filosofico-religiosi “Luigi Pareyson” con il sostegno della Compagnia di San Paolo, la collaborazione della Società Filosofica Italiana, il patrocinio di Regione Piemonte, Provincia di Torino e Città di Torino – si pone come luogo d’incontro tra le grandi figure della filosofia mondiale invitate di volta in volta e un gruppo di giovani studiosi italiani e stranieri selezionati mediante bando e chiamati a mettersi in gioco, con il sostegno di alcuni tutor, all’interno dei seminari settimanali intensivi di 5 ore giornaliere a loro riservati. Nell’ottica di un confronto più allargato sul tempo presente e sull’interpretazione della modernità, a ogni ciclo di seminari a numero chiuso la Scuola di Alta Formazione Filosofica affianca una conferenza pubblica intesa quale momento di dialogo con la società e la cultura. L’intento di rappresentare l’ampiezza e la complessità degli studi filosofici contemporanei si manifesta anche nella scelta dei filosofi ospiti dei seminari semestrali e della conferenza collegata. Ai cinque precedenti cicli seminariali sono stati invitati il fenomenologo francese Jean-Luc Marion, il filosofo tedesco Dieter Henrich, gli americani Charles Larmore e John R. Searle e l’ungherese Ágnes Heller.

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Seicento sigarette di Federico Ciordinik

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 ottobre 2009

Dagli anni Venti sino all’epilogo della Seconda guerra mondiale, scorrono in parallelo le vicende di due famiglie diverse per nazionalità, ceto sociale, cultura e religione: una di ebrei bulgari e l’altra di bolognesi, rampanti del nuovo regime fascista. Le vicende di Jako, ragazzo ebreo fuggito in Palestina per sottrarsi ai nazisti e poi giunto in Italia insieme all’8a Armata inglese, s’incrociano a Bologna con quelle di Umberto Puppini, politico cattolico e fascista che si divide tra gli incarichi di governo a Roma e l’insegnamento all’università della sua città. Due vite opposte, due storie molto diverse tra loro che il destino manovra attraverso gli orrori di quei tempi, riuscendo con abilità da consumato sceneggiatore a metterle una di fronte all’altra, senza pregiudizi e ipocrisie. Gli anni cruciali del Novecento raccontati da due punti di vista contrastanti con uno stile impeccabile e rigoroso.Pagine 348 Euro 18,00 Codice 14033C EAN 978-88-425-4091-5

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Per non lasciare sola Teheran

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 giugno 2009

Milano 27 giugno, dalle 20.00 alle 23.00, in Piazza Duomo (non davanti al Consolato!), gli studenti universitari iraniani chiamano ad una iniziativa di solidarietà nei confronti del movimento popolare che chiede nuove elezioni. La protesta contro la repressione sempre più violenta e sanguinosa della società civile da parte del regime di Ahmadinejad verrà ancora effettuata, come più volte in questi giorni. In forma di commemorazione funebre (candeline accese e ritratti delle vittime, come la giovanissima Neda, uccisa in mezzo alla folla, davanti agli occhi del padre). Riproponiamo il nostro appello a mobilitarsi, ad essere dalla parte dei manifestanti di Tehran, che non mollano a rischio della galera e, purtroppo, anche della vita. Anche perchè, come scrive la stessa Unione degli studenti Universitari Iraniani in Italia, “il futuro del Medio Oriente dipende dal destino dell’Iran e il futuro della pace nel mondo dipende dalla pace in Medio Oriente”…

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Tragedia umanitaria in Thailandia

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 maggio 2009

In Thailandia è in corso una nuova tragedia umanitaria. L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) mette in guardia dalla possibile carestia che rischia di colpire circa 5.000 persone, appartenenti all’etnia dei Hmong fuggiti dal Laos e accolti nel campo profughi di Phetchabun. A causa di ripetuti e gravi problemi con l’esercito e con le autorità thailandesi, l’organizzazione umanitaria Medecins Sans Frontieres (Medici senza Frontiere) ha deciso di ritirarsi dal campo profughi. Diventa così incerto il destino dei 5.000 Hmong, che in tutto e per tutto dipendono dall’assistenza umanitaria. Per risolvere il dramma dei profughi Hmong, il governo thailandese ha cinicamente proposto il rimpatrio gratuito di tutti i profughi nel Laos, dove gli Hmong vengono però cacciati senza pietà dall’esercito laotiano. Nel Laos gli Hmong della giungla sono vittime di gravi crimini contro l’umanità che assomigliano sempre più a un vero e proprio genocidio. Poiché durante la guerra del Vietnam molti Hmong si allearono e combatterono per la CIA contro il comunismo, il regime laotiano continua a perseguitare l’intera popolazione Hmong per presunti contatti con ex-combattenti. Dal 2006 l’APM documenta le gravissimi violazioni dei diritti umani commessi contro gli Hmong sia dall’esercito laotiano sia da quello vietnamita. Negli scorsi decenni migliaia di Hmong sono fuggiti in Thailandia attraversando il fiume Mekong. Ma ormai anche la Thailandia non offre più alcuna garanzia di protezione. Così ad esempio, le autorità thailandesi impediscono ai collaboratori dell’Alto Commissariato per i Profughi delle Nazioni Unite (ACNUR) di indagare sulle motivazioni individuali che hanno spinto ogni profugo alla fuga, e considera indistintamente tutti i rifugiati come profughi economici. L’intento è di rimpatriare nel Laos più profughi possibile nonostante sia evidente che almeno un terzo dei rifugiati del campo profughi di Phetchabun siano sopravvissuti alle persecuzioni e alla caccia all’uomo dell’esercito laotiano nella giungla del Laos. Rebecca Sommer, rappresentante dell’APM a New York, si dice particolarmente preoccupata per i rifugiati Hmong per i quali un ritorno nel Laos corrisponderebbe a una certa condanna a morte. I profughi Hmong che finora sono stati rimpatriati forzatamente sono per lo più finiti nelle carceri laotiane, vittime di tortura e di abusi sessuali commessi anche su bambine, o sono semplicemente scomparsi. La disperazione tra i profughi Hmong del campo di Phetchabun è tale che molti hanno già dichiarato che preferiscono il suicidio al rimpatrio forzato.

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L’anima e il suo destino

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 aprile 2009

Lettera al direttore. Caro direttore, perché, se vogliamo credere nell’esistenza di Dio, non ci rassegniamo ad accettare le contraddizioni che ne conseguono, anziché arrampicarci sugli specchi per dare una spiegazione a tutto? Vito Mancuso nel recente libro “Disputa su Dio” (coautore, Corrado Augias), poiché non c’è spiegazione al male presente nel creato, escogita una falsa soluzione con una tesi già esposta nel libro “L’anima e il suo destino”: il mondo sarebbe “governato dall’impersonale Principio Ordinatore posto in esso dal Dio personale al momento della creazione” (L’anima e il suo destino, pag. 139). Lo scopo del Principio Ordinatore sarebbe “la nascita della vita spirituale e quindi la libertà che essa impone” (Disputa su Dio, pag. 145). Così Dio non avrebbe più nulla da spartire con le vicende di questo povero mondo, giacché questo è governato, sì, ma non da una provvidenza personale. Il mistero, però, della “indifferenza” di Dio, sia pure al momento della creazione, davanti all’immane sofferenza dell’umanità, resta tale e quale. Il Dio personale sarebbe sempre all’origine di tutto. Per quanto mi riguarda (evidentemente non sono fatta a immagine del Dio di Mancuso), io rinuncerei volentieri alla creazione, pur di non veder soffrire un solo bambino. Il male immenso, presente e dei secoli passati e futuri, è un prezzo troppo alto da pagare per “la nascita della vita spirituale”. Ma perché arrovellarci il cervello per spiegarci ciò che Dio non ha ritenuto opportuno rivelarci? Non ci sarà un po’ di presunzione, e mancanza di riguardo verso il Creatore? (Miriam Della Croce)

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