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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘detenuti’

L’Università di Parma è entrata in carcere, con un Open Day dedicato ai detenuti

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 maggio 2019

Parma. Dopo i saluti istituzionali da parte di Sara Rainieri, Pro Rettrice alla Didattica, Brunella Marchione e Sara Cametti della U.O. Comunicazione Istituzionale hanno illustrato agli oltre 50 detenuti presenti l’organizzazione dell’Università di Parma e l’ampia offerta formativa. A seguire, docenti di diverse aree hanno presentato i propri ambiti di insegnamento con brevi Seminari in pillola.Questo l’elenco delle presentazioni tenute dai docenti, coordinate dalla prof.ssa Vincenza Pellegrino, delegata del Rettore ai rapporti Università-carcere:
Alessandro Pagliara, docente di Storia: “I libri che io lessi per amore”: cosa si studia a Lettere?
Maria Candida Ghidini, docente di Letteratura: La letteratura come cura. Il caso del Dottor Živago di Boris Pasternak
Francesco Nonnis Marzano, docente di Zoologia: Le situazioni complesse della vita. La biologia animale tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale
Gualtiero Rota, docente di Filologia: L’enigma Gesù
Roberto Pinzani, docente di Logica: Le origini del linguaggio
Paola Palanza, docente di Biologia: Quanto Contano le Madri? Effetti genetici e comportamentali della cura materna
Nadia Monacelli, docente di Psicologia: Nessuno si salva da solo. Le relazioni sociali come fonte di sicurezza
Dimitris Argiropoulos, docente di Pedagogia: La gentilezza come competenza. L’azione sociale ed educativa per e con le persone con disabilità”
Stefano Magagnoli, docente di Storia: Confini e attraversamenti nell’economia globalizzata: avvicinarsi alla Global History
Vincenza Pellegrino, docente di Sociologia: Immaginare il futuro. Utopie e distopie di oggi
L’incontro, cui ha partecipato il Direttore reggente degli Istituti penitenziari di Parma, dott.ssa Lucia Monastero, è stato organizzato anche grazie al coordinamento della dott.ssa Annalisa Andreetti, Responsabile amministrativa dell’Ateneo per le attività negli Istituti Penitenziari.
L’intento di fondo dell’Open Day non è stato solo quello di fornire informazioni tecniche su quali lauree e quali corsi si possano seguire, ma soprattutto di sensibilizzare le persone detenute sull’importanza dello studio, per un possibile lavoro futuro e più in generale per migliorare il proprio percorso personale, dotandosi di strumenti culturali e coltivando i propri interessi.
Dopo la stipula dell’accordo con gli Istituti penitenziari di Parma presentato il 4 dicembre 2018, l’Università di Parma sta lavorando alla costituzione di un vero e proprio Polo Universitario Penitenziario, che prevede lo sviluppo di diverse modalità di supporto agli studenti detenuti: dal tutoraggio in carcere ai colloqui con docenti, dai seminari con studenti iscritti alle facilitazioni per il pagamento delle tasse.

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UNHCR chiede di portare al sicuro i rifugiati detenuti a Tripoli

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 maggio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha lanciato un appello affinché i rifugiati e i migranti bloccati nei Centri di detenzione delle zone di Tripoli interessate dal conflitto siano immediatamente evacuati verso aree più sicure, dopo che un attacco aereo ha colpito un edificio a meno di 100 metri dal Centro di detenzione di Tajoura, in cui sono detenuti oltre 500 rifugiati e migranti.Le persone detenute attualmente a Tajoura sono più di 500, due delle quali sono ferite e richiedono assistenza medica. Con l’intensificarsi delle ostilità durante la notte di martedì, rifugiati e migranti sono rimasti intrappolati all’interno senza poter fuggire e mettersi in salvo.Date le violenze ininterrotte in corso a Tripoli e i rischi evidenti per le vite dei civili, è ora più che mai necessario che i responsabili dei Centri interessati autorizzino il rilascio immediato dei detenuti affinché possano essere portati in salvo.“A questo punto, i rischi sono semplicemente inaccettabili”, ha dichiarato Vincent Cochetel, Inviato Speciale dell’UNHCR per il Mediterraneo Centrale. “Le persone detenute nei Centri di Tripoli sono minacciati da pericoli sempre maggiori, pertanto è di vitale importanza che siano evacuate immediatamente e messe in salvo”.
Dallo scoppio del conflitto avvenuto lo scorso 4 aprile a Tripoli, l’UNHCR ha ricollocato oltre 1.200 persone da località ad alto rischio verso aree più sicure. Tuttavia, restano circa 3.460 ‪rifugiati e migranti in Centri di detenzione che si trovano in prossimità di zone interessate dal conflitto.Non sono state effettuate nuove evacuazioni dalla Libia da quando, il 29 aprile, 146 persone sono state portate in Italia. L’UNHCR sollecita la comunità internazionale a mettere nuovamente a disposizione di rifugiati e migranti programmi quali corridoi umanitari e ricollocamento.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime, inoltre, preoccupazione per l’utilizzo dei Centri di detenzione quali depositi di armi e attrezzature militari. Un simile utilizzo delle infrastrutture civili costituisce una violazione del diritto umanitario internazionale e deve essere assolutamente evitato.

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I detenuti che muoiono

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 dicembre 2018

Quella che stiamo per raccontarvi è la storia di Peppe, detenuto ergastolano da circa trent’anni. La sua storia non è unica ma piuttosto rappresentativa di tanti come lui, sparsi per le molteplici sezioni di “Alta Sicurezza” nelle patrie galere della nostra bella Italia.
Peppe è un sessantenne che ha trascorso metà della sua vita in carcere. Finito dentro per reati di criminalità organizzata per i quali i giudici, ritenutolo colpevole, lo hanno condannato al carcere a vita senza possibilità di benefici.
L’ho incontrato per la prima volta circa 15 anni fa nel carcere di Voghera. Ero stato trasferito qui perché giorni prima avevo ottenuto la revoca del 41bis, il cosiddetto “carcere duro”. Peppe era giunto a Voghera circa un paio di anni prima di me e si era ambientato ed adattato discretamente, come ebbi a notare fin da subito.
Cordialissimo, fu il primo detenuto ad accogliermi in sezione facendomi sentire a mio agio ed attenuando, non di poco, tutti i disagi dovuti al cambiamento sia del carcere che delle persone nuove che bisogna imparare a conoscere ma, soprattutto, rendendomi meno duro l’impatto drastico conseguente al passaggio da una situazione di totale isolamento ad una di maggiore apertura che, se non vissuta con moderata adesione si rischia il disorientamento.
La prima impressione che ebbi di Peppe fu quella di un uomo energico, atletico e per nulla abbattuto dai circa 15 anni di carcere fino ad allora scontati. Notai successivamente che frequentava regolarmente la palestra e quasi tutti i giorni faceva la corsetta ai passeggi del carcere. Si manteneva in forma per intenderci.
Ricordo il suo viso rubicondo, incorniciato da una barba nera spruzzata qua e la da qualche tonalità di grigio che cominciava ad incedere. Insomma, per farla breve, Peppe era allora un uomo che, come è solito dirsi, sprizzava salute da tutti i pori. Trascorso poco più di un anno dal mio arrivo a Voghera, fui trasferito in un altro carcere e questo determinò l’ovvia conseguenza di perdere di vista Giuseppe.
Passarono molti anni da allora e, per una strana coincidenza del destino, mi ritrovai di nuovo qua, nella stessa sezione da cui ero partito anni prima. E chi ritrovo? Peppe! Molte cose erano cambiate da allora però. Per prima cosa stentai parecchio a riconoscere nella figura che ora avevo davanti quella di Peppe: non era possibile, dissi fra me e me, che quella era la stessa persona conosciuta anni prima. Innanzi a me avevo, ormai, l’immagine di Peppe sbiadita. È stato come ritornare su un luogo dopo tempo e rivedere un vecchio manifesto affisso alla parete di cui a mala a pena si riesce a distinguere i contorni dell’immagine ritratta.
Il viso, ora pallido, portava i segni di un certo patimento che non sarebbero sfuggiti neanche ad un occhio poco esperto. La barba, ora bianchissima e non più curata come un tempo, conservava soltanto qualche residua ed impercettibile macchiolina di pepe. I pochi capelli rimasti, bianchi e radi, come radi erano ormai i denti, incorniciavano il corpo esile che un tempo fu energico e vitale.
Ma ciò che mi scosse profondamente fu notare il leggero e continuo tremolio delle sue braccia e il balbettio che accompagnava i suoi discorsi. Dapprima non ebbi il coraggio di chiedergli il perché sia per pudore che per discrezione. Lascia che fosse lui a parlarmene quando ne avrebbe avuto voglia di farlo. Lo fece quasi subito: gli avevano diagnosticato il morbo di Parkinson. Era ancora nella fase iniziale (così gli avevano detto i medici) e la buona cura che gli avevano prescritto avrebbe rallentato la degenerazione della patologia che, come sappiamo, è questa una delle sue caratteristiche. Oggi lo stadio della sua malattia è molto degenerato tanto che ha serie difficoltà nella deambulazione, nell’uso della parola e delle mani. Ormai al limite dell’autosufficienza al punto che gli è stato assegnato un “piantone”, ovvero un altro detenuto che con regolare mansione lavorativa, lo affianca per le quotidiane esigenze inerenti l’igiene e l’alimentazione.
Peppe, oltre alle cure mediche e del corpo, avrebbe bisogno di un’altra cura, altrettanto importante e fondamentale: la cura dell’anima e dello spirito che solo le persone a lui care sarebbero in grado di assicurargli. Ma, a causa delle disastrose condizioni economiche, non vede la moglie e i figli da diversi anni. L’unica fonte di reddito che fino a qualche anno fa assicurava una sopravvivenza accettabile alla sua famiglia era il lavoro della figlia, ora disoccupata. Riescono a malapena a vivere grazie alla pensione dell’anziana madre, provvidenziale ammortizzatore sociale, in questa società dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Peppe ha già scontato una congrua pena, non sarebbe il caso di valutare un graduale rilascio per consentirgli di curarsi meglio e circondato dall’affetto dei suoi familiari? Il diritto alla salute è garantito (dovrebbe) dalla nostra costituzione. Ma siamo certi che in questo caso, come in tanti altri, sia rispettato? O bisogna ancora perseverare nella cinica ed ipocrita linea, adottata da diverso tempo ormai, secondo la quale i detenuti malati, spesso terminali, vengono rilasciati pochi mesi, se non giorni, prima del decesso.
L’amara riflessione che ci suscita questa dolente storia è che, purtroppo, Peppe non si chiama Dell’Utri e non ha al suo fianco uno stuolo di valenti e combattivi avvocati pronti a battersi, giustamente, per il proprio assistito. Speriamo solo che Peppe non vada ad allungare la lunga lista dei decessi in carcere o quelli che avvengono a pochi giorni dal rilascio, sarebbe una ulteriore sconfitta dello stato di diritto ma, ancor di più del senso di Humanitas che, purtroppo, pare passare sempre più in secondo piano rispetto al continuo sventolio della bandiera dell’esigenza della sicurezza. A chi potrebbe nuocere un uomo affetto da morbo di Parkinson in stato avanzato? (Carmelo Musumeci)

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Italia: 7 detenuti su 10 hanno almeno una patologia cronica

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 ottobre 2018

Ogni anno all’interno dei 190 istituti penitenziari italiani transitano tra i 100mila e i 105mila detenuti. Secondo gli ultimi dati, circa il 70% dei detenuti possiede almeno una malattia cronica, ma di questi poco meno della metà ne è consapevole. Le carceri si confermano, quindi, un concentratore di patologie: malattie infettive, psichiatriche, metaboliche, cardiovascolari e respiratorie.
“Tra le malattie infettive, il virus dell’epatite C è quello più rappresentato, soprattutto a causa del fenomeno della tossicodipendenza – spiega il Prof. Sergio Babudieri, Presidente del Congresso nonché Direttore Scientifico SIMSPe-ONLUS – E’ risaputo che un terzo dei detenuti (34%) è detenuta per spaccio di stupefacenti, il che li rende più soggetti a malattie infettive. Dal 30% al 38% dei carcerati ha gli anticorpi del virus dell’epatite C, ma di questi solo il 70% hanno il virus attivo. Dai 25 ai 30mila detenuti, quindi uno su tre, avrebbero bisogno di essere trattati con i nuovi farmaci altamente attivi contro il virus C dell’epatite”.
Numeri migliori, ma non ancora positivi, per quanto riguarda l’HIV. Una patologia in diminuzione, ma che non riguarda più principalmente ed esclusivamente le categorie più a rischio. Oggi si parla del 3/3,5% di sieropositivi nelle carceri, ma è difficile effettuare nuove diagnosi. Gli affetti da Epatite B, invece, sono circa il 5-6% del totale. Inoltre oltre la metà dei detenuti stranieri è positivo ai test per la tubercolosi.
“Quando parliamo di migranti – spiega il Prof. Babudieri – dobbiamo ricordarci che si tratta di persone che, per più o meno ovvie ragioni, tendono a non curarsi e a non poter approfondire la propria questione sanitaria. In aumento per loro è soprattutto la tubercolosi, con la possibilità di aumentare la circolazione di ceppi multiresistenti ai farmaci. Un ulteriore problema è intrinseco alla malattia, per sua natura subdola e non facilmente diagnosticabile, perché il peggioramento è lento e graduale. Purtroppo ci vorrebbe una maggiore attenzione proprio a partire dai centri migranti, spesso con controlli sanitari non adeguati”.

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I detenuti nelle carceri nel mondo

Posted by fidest press agency su sabato, 22 settembre 2018

La metà della popolazione carceraria mondiale di circa nove milioni è detenuta negli Stati Uniti, in Cina o in Russia. I tassi di carcerazione negli Stati Uniti sono i più alti del mondo, a 724 persone su 100.000. In Russia il tasso è 581. Molti dei tassi più bassi sono nei paesi in via di sviluppo, ma il sovraffollamento può essere un problema serio. Le prigioni del Kenya hanno un livello di occupazione del 343,7%. Ma è dall’altra parte dell’Adriatico che si registrano i tassi più alti d’Europa, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”,. In tal senso, l’Albania è al primo posto nella regione per il maggior numero di prigionieri per 100.000 persone. Secondo gli ultimi dati della Prison Studies Organization, in Albania il numero dei detenuti per 100.000 persone è stato di 193 durante il 2018, il più alto tra gli altri paesi della regione.Il secondo posto di questa graduatoria spetta al Montenegro con 174 prigionieri per 100.000 persone, la Serbia con 174 prigionieri, la Macedonia con 134 e poi il Kosovo con 106 e Bosnia con 73.

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Lettera aperta dai detenuti dal carcere di Saluzzo

Posted by fidest press agency su martedì, 21 agosto 2018

Siamo un gruppo di detenuti del carcere Rodolfo Morandi di Saluzzo, che ha deciso di prendersi l’impegno di inviare ogni anno ai giornali, a ridosso dell’8 settembre, una lettera aperta alla cittadinanza. Così com’è difficile mantenere la propria parola fuori dal carcere, doppiamente difficile lo è per noi, poiché nel corso di un anno molte sono le cose che possono accadere: qualcuno di noi potrebbe essere stato trasferito in un altro carcere o agli arresti domiciliari; qualcuno potrebbe nel frattempo essere morto di cancro; altri, finito di scontare la propria pena, potrebbero già essere tornati in libertà. Ma faremo di tutto per essere fedeli a questo impegno; e sarà sufficiente che almeno due testate giornalistiche pubblichino la nostra lettera per poter dimostrare di aver mantenuto la promessa. Possiamo contare su Cascina Macondo, l’associazione di Promozione Sociale che da anni ci tiene impegnati con interessanti progetti e laboratori, e sarà sufficiente che un’altra sola testata, una rivista, un telegiornale, una fanzine, un blog, una pagina facebook, una sola, dia spazio a queste nostre parole.
Ringraziamo sinceramente coloro che avranno voluto accoglierci.
Ci teniamo a precisare che non parliamo a nome di tutti i detenuti del carcere di Saluzzo, e nemmeno a nome di tutti i detenuti delle carceri italiane. Così come è vero che fuori dalle mura, tra voi uomini liberi, ci sono mille teste e mille opinioni, altrettanto vero lo è per noi. Quindi parliamo a nostro nome, anche se supponiamo che molti potrebbero condividere i contenuti di questa lettera e le nostre intenzioni.
Potevamo scegliere, come periodo simbolico, i giorni a ridosso del Primo Maggio, festa dei lavoratori, in quanto ci piace pensare che, pur se ristretti, vorremo vestire il ruolo di “lavoratori per la riconciliazione”. Abbiamo invece scelto l’8 settembre, ricorrenza della nascita della Beata Vergine Maria, ma soprattutto giorno dell’armistizio e inizio della Resistenza. Simbolicamente ci è sembrato più appropriato, in quanto siamo detenuti che pacificamente vogliono conquistarsi nuovi strumenti: la parola, la filosofia, il diritto, la cultura, il dovere, l’istruzione. Ma fin qui è solo premessa. Perché scrivere una lettera aperta alla cittadinanza?
Semplicemente per esprimere a tutti voi che vivete al di là delle mura, donne e uomini liberi, un pensiero che abbiamo fatto nostro in questi anni di detenzione, di silenzio, di riflessioni. Un pensiero che vuole essere un consiglio soprattutto rivolto ai giovani, il seguente: “non fatevi mai giustizia da soli”. Ecco, ci tenevamo a dirlo che occorre resistere con ogni mezzo alla tentazione di farsi giustizia da soli. È l’errore che molti di noi hanno commesso.
Ci teniamo ad affermare questo principio di cui ora siamo davvero consapevoli.
Malgrado a volte lo Stato e le Istituzioni siano assenti, spesso latitanti, a volte ottuse e impietose, a volte arroganti e prepotenti quanto lo siamo stati noi in passato, malgrado questo, profondamente sentiamo di poter affermare: “non fatevi mai giustizia da soli, perché potreste scoprire un giorno che quella non era giustizia”. Noi abbiamo sbagliato e stiamo scontando la nostra pena.
A coloro che ancora non hanno sbagliato, a coloro che sono giunti al confine con l’errore, a coloro che pensano che non sbaglieranno mai, auguriamo di prendere in considerazione l’idea che noi, e la nostra esperienza, possiamo essere una risorsa e non un rifiuto. E che anche noi siamo uno spicchio di quella stessa cittadinanza di cui tutti facciamo parte. E che un mondo migliore non solo lo desiderano coloro che vivono liberi, ma anche coloro che vivono rinchiusi tra le mura di un carcere.

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Accordi bilaterali per trasferire nei paesi di origine i detenuti stranieri

Posted by fidest press agency su sabato, 21 luglio 2018

“Siamo contenti che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha accolto la storica proposta di Fratelli di Italia annunciando, nel corso del Question Time, la volontà di procedere ad accordi bilaterali per trasferire nei paesi di origine i detenuti stranieri condannati presenti in Italia anche senza il consenso del detenuto stesso”: lo afferma Edmondo Cirielli, Questore della Camera dei Deputati e responsabile Giustizia di Fratelli di Italia.“Attendiamo fiduciosi il provvedimento in Aula per dare, qualora ce ne fosse bisogno, il nostro contributo a un intervento che chiediamo da tempo” conclude Cirielli.

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I dati diffusi dal Garante dei detenuti confermano il fallimento dei governi precedenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 giugno 2018

“Destano sconcerto i dati diffusi dal Garante dei detenuti Marco Palma nel corso della relazione svoltasi a Roma. Ascoltando la relazione, abbiamo constatato la scarsità dei rimpatri che, al netto di quelli fatti per la sicurezza nazionale, dimostra che fino al 2017 nulla è stato fatto, confermando le nostre denunce sul sostanziale azzeramento del fondo per i rimpatri. Ma quello che ci sconcerta di più è il paradosso creatosi con il Regolamento di Dublino e con la fallimentare gestione dei flussi da parte di Renzi e Gentiloni. L’Italia, terra di approdo per centinaia di migliaia di migranti, è stata costretta a ricevere da Paesi Ue oltre 6000 persone che, una volta arrivate nel nostro Paese, si erano trasferite altrove. Le domande di ripresa in carico ancora inevase ammontano invece a 30mila. Praticamente riprendiamo indietro più immigrati di quelli che dovrebbero essere collocati negli altri Paesi europei in forza delle quote assegnate da Bruxelles. Nel 2017, anno record di rimpatri, sono stati organizzati solo 78 charter per un totale di circa 16mila immigrati irregolari su 600mila entrati negli ultimi 5 anni, di cui 119mila nell’ultimo. Un risultato deludente che conferma la totale mancanza di volontà politica di arginare questo fenomeno”. È quanto dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati Fabio Rampelli.

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“Basta vitto e alloggio gratis per i detenuti stranieri”

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 giugno 2018

Al ministro dell’Interno Matteo Salvini chiediamo di stipulare nel più breve tempo possibile accordi con i Paesi stranieri per spedire i detenuti immigrati nelle prigioni dei paesi di provenienza. Partendo dai detenuti classificati come islamici a rischio radicalizzazione”: lo afferma in una nota Edmondo Cirielli, Questore della Camera dei Deputati e presidente della direzione nazionale di Fratelli di Italia, commentando l’ennesimo episodio di aggressione avvenuto nel carcere di Reggio Emilia dove un detenuto marocchino, classificato tra gli islamici a rischio radicalizzazione, ha tentato di strangolare il comandante della polizia penitenziaria.
“Nell’esprimere solidarietà al comandante della polizia penitenziaria di Reggio Emilia e a tutti gli agenti che continuano, nonostante le difficoltà, a svolgere il proprio dovere garantendo il rispetto della legge in carcere, auspico dal nuovo ministro della Giustizia Alfonso Bonafede un cambio di linea rispetto al Pd nella politica carceraria. Partendo dalla cancellazione della vigilanza dinamica, il cosiddetto regime delle celle aperte, fortemente voluta dall’ex ministro Andrea Orlando: un provvedimento che mette seriamente a rischio la sicurezza degli agenti” conclude Cirielli.

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Diritti detenuti: confronto opinioni

Posted by fidest press agency su domenica, 20 maggio 2018

San Maurizio Canavese 28 maggio, alle 18 nella sala Conferenze del Presidio ospedaliero Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese si metteranno a confronto le opinioni di D. Minervini, direttore della casa circondariale Lo Russo e Cutugno, il vicedirettore sanitario A. Pellegrino, il direttore sanitario della Rems di San Maurizio Canavese, Jaretti Sodano ed Emilia Rossi, garante nazionale dei diritti dei detenuti. Modera Fabiola Grimaldi. Il 29 maggio i partecipanti potranno visitare il carcere Lo Russo e Cutugno (iscrizione obbligatoria). L’appuntamento è promosso dall’associazione San Maurizio Domani.

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Carcere di Vigevano: pena di noia per 400 detenuti

Posted by fidest press agency su martedì, 27 marzo 2018

Una delegazione di iscritti al Partito Radicale accompagnata dal vicesindaco di Arluno ha visitato il carcere di Vigevano.”Nonostante la buona volontà del personale il carcere di Vigevano vede l’applicazione di una pena non prevista dalla costituzione, la “pena di noia”” dichiara Gianni Rubagotti, segretario della Associazione per l’Iniziativa Radicale “Myriam Cazzavillan” “Le poche opportunità lavorative interne ed esterne e di formazione comportano che per molti detenuti la pena è cosa diversa dalla rieducazione prevista dai padri costituenti per evitare che le persone tornassero a delinquere appena usciti ma è un passivo aspettare che il tempo passi. Questo anche per la poca collaborazione di un territorio che vive ancora la crisi economica.”
Igor Bonazzoli, vicesindaco di Arluno (Mi) “ci sono elementi di criticità e elementi più positivi. Mi interessa come vengono gestiti i detenuti anche perché una amministrazione locale quando i detenuti sono usciti a si trova sopperire alle mancanze come quella del lavoro. I comuni possono essere più attivi: manca forse una strategia di collante fra l’amministrazione giudiziaria e le amministrazioni locali.”
“A livello di personale abbiamo visto una vicinanza rispetto ai detenuti e una collaborazione che forse chi sta fuori non si aspetta di vedere.” ha dichiarato Filippo Cattaneo, membro di giunta della Associazione per l’Iniziativa Radicale “Myriam Cazzavillan” “Abbiamo visto celle di 2 persone e una situazione di non affollamento. I corsi di formazione professionale sono 2.”
“E’ un carcere che prova anche a comunicare con l’esterno però la struttura ha i suoi anni, gli spazi e le risorse sono quelli che sono e quindi ci sono poche attività. LA buona volontà c’è manca tutto il resto” ha concluso Francesco Monelli membro di giunta della Associazione per l’Iniziativa Radicale “Myriam Cazzavillan”.

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Diritto di studio ai detenuti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 novembre 2017

carcereUniversità di Parma e Istituti penitenziari di Parma insieme per garantire il diritto allo studio dei detenuti. È lo spirito di fondo della convenzione presentata questa mattina nella sede dell’Ateneo dal Rettore Paolo Andrei, dal Direttore degli Istituti penitenziari di Parma Carlo Berdini, da Vincenza Pellegrino, Delegata del Rettore ai rapporti fra Università e carcere, e da Annalisa Andreetti, Referente studenti detenuti per l’Unità organizzativa Contributi, Diritto allo Studio e Benessere Studentesco dell’Ateneo. Una convenzione nata nell’ottica di una collaborazione virtuosa e di una piena integrazione fra realtà del territorio, nella consapevolezza dell’importanza della realizzazione di un sistema integrato di opportunità formative destinate a persone detenute negli Istituti Penitenziari di Parma o in esecuzione penale esterna.Oggetto primo dell’accordo, di durata triennale, è proprio la tutela del diritto allo studio e del supporto allo studio degli studenti detenuti. Per questo l’intesa contempla per il futuro attività relative all’illustrazione dei programmi e dei materiali di studio, all’accompagnamento allo studio, all’espletamento delle prove di valutazione in condizioni e modalità consone ai diversi casi, così come alla promozione della formazione universitaria, all’orientamento della popolazione detenuta circa la possibilità di svolgere studi universitari in conformità alla normativa vigente (lauree triennali, lauree magistrali, formazione post-lauream) o in forme differenti (percorsi tematici ad hoc con riconoscimento della presenza, laboratori, etc.) certificabili congiuntamente dalle due realtà firmatarie.L’Università si mette a disposizione per funzioni di docenza, consulenza e supervisione delle attività di studio e di orientamento condotte negli Istituti Penitenziari, e si impegna a fornire nei prossimi anni supporti culturali e didattici per lo studio dei detenuti (con particolare riferimento alle disponibilità delle biblioteche universitarie e del materiale didattico), a implementare l’accesso dall’esterno alle lezioni e ai materiali di studio con l’utilizzo di piattaforme informatiche, registrazioni, ad esplorare attivamente la possibilità di canali streaming, a fornire supporto allo studio dei detenuti con forme specifiche di tutoraggio, attraverso la selezione di figure in grado di svolgere in modo adeguato l’approfondimento dei programmi.Da parte loro gli Istituti Penitenziari cercheranno nei prossimi anni di fornire supporto organizzativo sulla base delle proprie funzioni: dall’allestimento di spazi per lo svolgimento di lezioni\seminari\laboratori universitari all’entrata dei tutor e dei docenti finalizzata allo studio e al sostenimento delle prove di valutazione, dalla concessione ai detenuti dello studio negli spazi appositi delle biblioteche per un numero di ore adeguato e più ampio di quelle previste, sino al passeggio all’utilizzo delle piattaforme e-learning nelle forme consentite dalle istanze di sicurezza Tra le attività previste, concordate all’inizio di ogni anno accademico:
· lezioni ordinarie per i singoli corsi di studio a cui siano iscritti studenti detenuti;
· lezioni laboratoriali offerte da docenti dell’Università;
· occasioni seminariali di riflessione, dibattito, incontro che coinvolgano altri soggetti cittadini finalizzati a sensibilizzare la città
· giornate dell’orientamento, cioè presentazione dei corsi universitari all’interno del carcere.
In prospettiva, la convenzione potrebbe costituire un primo passaggio propedeutico all’eventuale istituzione di un Polo Universitario Penitenziario che sia in grado di rappresentare compiutamente, a livello territoriale, la realtà di studio universitario in carcere, analogamente ad altre esperienze simili già presenti sul territorio nazionale.

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Diritti dei detenuti: Arriva il rapporto del Comitato Prevenzione tortura del Consiglio d’Europa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 settembre 2017

Arriva anche dall’Europa la prevista strigliata sulla situazione carceraria italiana. Un vero e proprio dramma che incide sulla tutela della dignità umana di chi si trova detenuto e sul quale gli strumenti e le misure sinora adottati si sono rivelate del tutto inefficaci. A dare risalto e a fotografare il fenomeno del sovraffollamento eccessivo delle carceri – che sfugge a gran parte di un’opinione pubblica sempre più pronta a fustigare e a crocifiggere senza avere cognizione della reale situazione di progressiva cancellazione dei più elementari diritti umani – ci ha pensato il rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa” stilato dopo i sopralluoghi dell’aprile del 2016. Nel documento destinato all’Italia, si spiega che “il problema non è stato risolto perché molti istituti di pena operano ancora al di sopra del proprie capacità”. Nel testo, che costituisce un vero e proprio monito all’Italia e al Ministro della Giustizia in prima persona, Strasburgo ha ricordato che anche l’Italia ha l’obbligo di rispettare gli standard che il comitato ha fissato per lo spazio che ogni detenuto deve avere a sua disposizione in cella: 6 metri per due di spazio vitale, esclusi i sanitari, in cella singola, e 4 metri per due in una cella condivisa con altri detenuti. Dimensioni minime che purtroppo, e questo molti non conoscono, non sono quasi mai rispettate nella gran parte delle strutture detentive sparse sul territorio nazionale, nella quale continuano a sussistere situazioni di palese sovraffollamento con poche possibilità di riabilitazione per assenza o scarsezza di attività riabilitative o formative. Insomma, il carcere continua ad essere, e per davvero, la prima scuola della criminalità in aperta antitesi con la funzione della pena che è quella costituzionale di riabilitare e di consentire il reingresso nella società del condannato. Ciò che viene evidenziato dal rapporto, è che la perversa spirale attivata dal sistema penitenziario italiano, anziché portare ad una riduzione del numero dei detenuti sta, al contrario, facendo assistere ad un aumento costante dei ristretti. A tal proposito, dopo la condanna del 2013 della Corte di Strasburgo, il Comitato segnala che nel primi 6 mesi del 2016 la popolazione carceraria è aumentata da 52.164 a 54.072 detenuti, e che la crescita non è rallentata. Anzi. La preoccupazione cresce perché, è lo stesso governo italiano, a riferire che al 26 marzo 2017 sono state 56.181 le persone in carcere. Il rapporto, inoltre, fa il punto sulla situazione del trattamento dei detenuti. Continuano, purtroppo a denunciarsi, numerosi casi di maltrattamenti. Il Comitato ha espresso preoccupazione “per le accuse di maltrattamenti fisici inflitti a persone private della libertà dalle forze dell’ordine o detenute in carcere”. Nel testo viene espressamente rilevato che “le persone in custodia non sempre godono delle garanzie previste dalla legge”. E sempre nell’ottica di persuadere le autorità italiane a cambiare registro, Strasburgo ha invitato le amministrazioni dello Stato ad “una comunicazione formale alle forze dell’ordine, ricordando loro che i diritti delle persone in loro custodia devono essere rispettati e che il maltrattamento di tali persone sarà perseguito e sanzionato di conseguenza”. Il rapporto cita come casi di maltrattamenti rilevati “pugni, calci e colpi con manganelli al momento del fermo (e dopo che la persona era stata messa sotto controllo) e, in alcune occasioni, durante la custodia”. E si tratta di un fenomeno da arginare perchè “se l’emergere di informazioni che indicano maltrattamenti non è seguita da risposta pronta ed efficace, coloro che sono propensi a maltrattare crederanno di poterlo fare senza essere puniti”. Insomma per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, un vero atto d’accusa nei confronti delle autorità italiane e del Ministero della Giustizia che negli ultimi anni nulla ha fatto per adottare idonee misure per modificare questa vergogna, a partire da una riduzione dell’abuso legislativo della custodia cautelare in carcere e della più agevole concessione di misure alternative adeguate ai vari tipi di reati e ai rei.

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Diritti dei detenuti. In Belgio ogni detenuto potrà utilizzare un telefono in ogni cella

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 luglio 2017

carcereUn’idea rivoluzionaria per i diritti detenuti e che non può che essere accolta con sorpresa, ma anche con grande favore dallo “Sportello dei Diritti”, che da anni fra le sue tante attività, si batte anche per il miglioramento delle condizioni di vita di coloro che sono ristretti in carcere. Secondo il quotidiano belga Het Nieuwsblad, i detenuti potranno utilizzare un proprio telefono per telefonare dalla propria cella. L’obiettivo? È duplice: ridurre il carico di lavoro delle guardie carcerarie e aumentare la sicurezza in prigione. Il quotidiano rivela che nei prossimi giorni una rete telefonica verrà installata nel primo carcere del Belgio. Nel mese di novembre, la rete sarà ampliata in tutte le prigioni dello stato nordeuropeo. Per Kathleen Van de Vijver, portavoce per l’amministrazione penitenziaria belga, la “Chiamata dalla cella aumenterà la sicurezza in prigione,”. Concretamente, ogni detenuto potrà beneficiare di un proprio telefono cellulare nella propria cella. Il che significa che gli addetti di polizia penitenziaria non accompagneranno più i ristretti per consentire loro di effettuare le chiamate telefoniche personali consentite dall’ordinamento con la conseguenza che potranno dedicare più tempo alle altre attività ed in particolare alla sorveglianza. In questo modo “Il detenuto sarà in grado di chiamare la persona di sua scelta quando vorrà,” ha commentato Kathleen Van de Vijver ed ha ricordato che attualmente “Molti detenuti che non riescono a raggiungere telefonicamente i propri figli quando tornano a casa da scuola sono frustrati. Con questo dispositivo, non accadrà più.”. Tuttavia la possibilità di utilizzare il telefono non sarà illimitata: i detenuti non potranno ricevere chiamate. E vi sarà una black list con numeri vietati (servizi di polizia, il Palazzo reale o politici) che verranno bloccati. Ovviamente si tratta di un’idea rivoluzionaria e non inconcepibile per un ordinamento penitenziario che guarda senz’altro alla primaria funzione rieducativa e non solo a quella punitiva della pena, come dovrebbe essere in un’ottica antitetica a quella italiana, dove la limitazione con le comunicazioni esterne, così come la tutela dell’affettività dei detenuti è ferma a concezioni arcaiche e conosce solo pochissime positive ed isolate esperienze, tanto che il carcere si rivela ancora per la sua dimensione afflittiva e peggiorativa delle condizioni di vita dei ristretti, le cui storie ci raccontano che nella realtà rimane ancora una delle principali accademie della delinquenza del Belpaese. D’altro canto, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, è assurdo che altrove non si sia pensato prima che la possibilità di utilizzare il telefono per chiamate più frequenti, almeno con i propri familiari, e non solo per la classica e unica chiamata di 10 minuti concessa a settimana, può solo servire a migliorare le condizioni di vita di chi sconta la pena, con la conseguenza che si riducono le afflizioni che conducono al naturale e probabile imbarbarimento che già si vive nella quotidianità dei penitenziari. Non è da sottovalutare, infine, che le comunicazioni telefoniche costituiscono uno dei mezzi di interlocuzione più semplici da monitorare da parte dell’autorità giudiziaria nel momento in cui si ritenga possano essere utilizzate per la perpetrazione di attività criminale, e pertanto non possono arrecare alcun potenziale pericolo ove si prendano le necessarie precauzioni tecniche e le dovute limitazioni.

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Detenuti: reinserimento sociale e lavorativo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 giugno 2017

carcereTorino Lunedì 12 giugno, alle ore 11, presso il Salone d’Onore della Fondazione CRT, via XX Settembre 31 a Torino, verrà presentato lo studio di fattibilità “L’applicazione di strumenti pay by result per l’innovazione dei programmi di reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute”, in vista della sua sperimentazione, per la prima volta in Italia, presso l’Istituto Lorusso e Cutugno di Torino.
Dopo i saluti istituzionali del Presidente Fondazione CRT Giovanni Quaglia e della Presidente Fondazione Sviluppo e Crescita CRT Cristina Giovando, interverranno: il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, la Presidente di Human Foundation Giovanna Melandri e il Segretario della Fondazione CRT e di Fondazione Sviluppo e Crescita CRT Massimo Lapucci.Lo studio è stato realizzato da Human Foundation e Fondazione Sviluppo e Crescita CRT, con l’apporto del Politecnico di Milano, dell’Università di Perugia e di KPMG, con il supporto del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e la fattiva collaborazione della direzione dell’Istituto Lorusso e Cutugno di Torino.

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Ergastolo: la voce dei detenuti, delle famiglie e di chi vive il carcere

Posted by fidest press agency su domenica, 14 maggio 2017

detenutoLe notizie degli ultimi suicidi in carcere mi indignano. Eppure nessuno ne parla, nessuno affronta il problema delle molte “Guantanamo” che ci sono in Italia e di tutti questi morti che restano, per lo più, anonimi e, quindi, dimenticati. Non starebbe a me dire certe cose: io non ho la moralità e l’intelligenza dei nostri governanti, politici ed intellettuali. Io sono un avanzo di galera, un delinquente e per giunta pure ergastolano, anche se in regime di semilibertà.
Tutti sanno che in Italia il carcere, nella migliore delle ipotesi, è una fabbrica di stupidità umana mentre, nella peggiore, è una fabbrica di morti.
È come se chi va all’ospedale morisse invece di guarire. Il carcere, così com’è, produce negatività, si nutre di male per produrre altro male e nuovi detenuti.
Sì, è vero, il carcere, per qualsiasi classe politica e per qualsiasi governo, porta consensi e voti elettorali, ma sono consensi e voti che grondano sangue e morte.
Questa non è più giustizia, è solo vendetta culturale e sociale di uno Stato ingiusto che guadagna sulla sofferenza sia delle vittime sia degli autori dei reati. (foto: detenuto)

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Nelle carceri laziali vi sono oltre ottomila detenuti

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 aprile 2017

carcereRoma. Sono in costante aumento le presenze nelle celle della carceri del Lazio e tornano ad affollarsi le prigioni regionali. E’ la denuncia evidenziata nel corso del XVII Consiglio Regionale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, che si sta tenendo a Roma presso la Scuola della Polizia Penitenziaria “Giovanni Falcone”.
Maurizio Somma, segretario nazionale per il Lazio del SAPPE, snocciola le cifre: “Oggi abbiamo nelle 14 carceri della Regione 6.208 persone detenute, 5832 uomini e 376 donne. Più di 2.300 sono in attesa di un giudizio definitivo. Le prigioni più affollate sono le Case Circondariali romane di Rebibbia (1.417) e Regina Coeli (930). Il penitenziario laziale con il maggior numero di stranieri ristretti è Rieti (66% dei presenti), seguito da Viterbo (60%), Civitavecchia (59%) e Regina Coeli (54%). Oltre duemila, infine, i detenuti che scontano una pena sul territorio in regime di misura alternativa alla detenzione”. Il SAPPE ricorda che, nell’anno 2016, nelle 14 carceri regionali si sono verificati “747 atti di autolesionismo, 5 decessi naturali, 5 suicidi, 94 tentati suicidi sventati in tempo dalla Polizia Penitenziaria, 661 colluttazioni e 71 ferimenti. Da quando sono stati introdotti nelle carceri vigilanza dinamica e regime penitenziario aperto sono decuplicati eventi gli eventi critici in carcere”, aggiunge Somma. “Se è vero che il 95% dei detenuti sta fuori dalle celle tra le 8 e le 10 ore al giorno, è altrettanto vero che non tutti sono impegnati in attività lavorative e che anzi trascorrono il giorno a non far nulla. Ed è grave che sia aumentano il numero degli eventi critici nelle carceri da quando sono stati introdotti vigilanza dinamica e regime penitenziario aperto. Le stesse, gravi, recenti evasioni di Rebibbia e Frosinone sono sintomatiche di questo sfascio e di questo smantellamento delle politiche di sicurezza delle e nelle carceri”.
Su questo, Donato Capece, segretario generale del SAPPE, è netto nella denuncia: “Il sistema delle carceri non regge più, è farraginoso, e le evasioni ne sono la più evidente dimostrazione . Sono state tolte, ovunque, le sentinelle della Polizia Penitenziaria sulle mura di cinta delle carceri, e questo è gravissimo. I vertici dell’Amministrazione Penitenziaria hanno smantellato le politiche di sicurezza delle carceri preferendo una vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto, con detenuti fuori dalle celle per almeno 8 ore al giorno con controlli sporadici e occasionali. Mancano Agenti di Polizia Penitenziaria e queste sono le conseguenze. E coloro che hanno la responsabilità di guidare l’Amministrazione Penitenziaria si dovrebbe dimettere dopo tutti questi fallimenti. Rifuggiamo il sospetto che possa esserci un “disegno” che porta alla destabilizzazione della sicurezza, forse finalizzato ad abolire 41 bis ed ergastolo ostativo… Noi non facciamo la politica dell’esecuzione penale ne vogliamo intrometterci ma non possiamo accettare di fare da capro espiatorio in questa disfatta dello Stato all’interno delle carceri. La Polizia Penitenziaria fa fino in fondo il proprio dovere: le responsabilità dunque vanno cercate altrove!”.
Capece esprime “solidarietà e apprezzamento per la professionalità, il coraggio e lo spirito di servizio che quotidianamente mettono in luce i poliziotti penitenziari in servizio nel Lazio. E’ solamente grazie a loro, alle donne e agli uomini del Corpo, gli eroi silenziosi del quotidiano a cui va il ringraziamento del SAPPE per quello che fanno ogni giorno, se le carceri reggono alle costanti criticità penitenziarie”.
Dura la critica del SAPPE ai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria: “In tutto questo contesto, il Capo dell’Amministrazione penitenziaria Consolo si preoccupa di cambiare taluni vocaboli ad uso interno nelle carceri e non a mettere in campo adeguate strategie per fronteggiare questi gravi eventi. La preoccupazione del DAP è che non si debba più dire cella ma camera di pernottamento, la domandina lascia il posto al modulo di richiesta, lo spesino diventa addetto alla spesa dei detenuti, non ci sarà più il detenuto lavorante ma quello lavoratore e così via”, conclude. “Questo aiuta a capire quali evidentemente siano le priorità per il Capo dell’Amministrazione Penitenziaria. Non il fatto che contiamo ogni giorno gravi eventi critici nelle carceri italiane e laziali, episodi che vengono incomprensibilmente sottovalutati proprio dal DAP. Che ogni 9 giorni un detenuto si uccide in cella e che ogni 24 ore ci sono in media 23 atti di autolesionismo e 3 suicidi in cella sventati dalle donne e dagli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria. Non, insomma, soluzioni concrete alle aggressioni, risse, rivolte e incendi che sono all’ordine del giorno e frequentissime anche nelle celle delle carceri del Lazio, visto anche il costante aumento dei detenuti in carcere, o all’endemica carenza di 7.000 unità nei ruoli della Polizia Penitenziaria. No. La priorità, per il Capo DAP, è la ridenominazione delle parole in uso nelle carceri…”.

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Programmi di reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute

Posted by fidest press agency su domenica, 19 marzo 2017

carcereRoma. Alla presenza del Ministro della Giustizia Andrea Orlando, la Presidente di Human Foundation Giovanna Melandri e il Segretario di Fondazione Sviluppo e Crescita CRT Massimo Lapucci, è stato presentato, presso la Sala del Consiglio della Camera di Commercio di Roma, lo studio di fattibilità “L’applicazione di strumenti pay by result per l’innovazione dei programmi di reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute”. Lo studio è stato realizzato da Human Foundation e Fondazione Sviluppo e Crescita CRT, con l’apporto del Politecnico di Milano, dell’Università di Perugia e di KPMG, con il supporto del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e la fattiva collaborazione della direzione dell’Istituto Lorusso e Cutugno di Torino.
La ricerca presentata, intende per l’appunto illustrare questa nuova modalità di collaborazione pubblico-privato nel settore delle politiche per il reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute.Il gruppo di lavoro, coordinato da Human Foundation, ha articolato una riflessione sulla coerenza e sulla fattibilità di un’iniziativa Pay by Result (PbR), finalizzata alla sperimentazione di un programma innovativo che favorisca il reinserimento dei detenuti. Alla base di questi strumenti, vi è l’idea di promuovere la sperimentazione di progetti altamente innovativi, orientati a generare benefici misurabili a vantaggio di una determinata popolazione target, ai quali possa essere associato un preciso valore finanziario, approssimato in termini di risparmi futuri rispetto agli attuali livelli di spesa per l’erogazione dei servizi: se la persona detenuta, al termine del percorso trattamentale e detentivo, non farà ritorno nel circuito carcerario, la Pubblica Amministrazione vedrà benefici in termini di risparmi rispetto a costi diretti. Pensiamo, ad esempio, all’eventuale minor numero di pasti da erogare, così come alla riduzione delle spese legate a garantire le misure di sicurezza nell’istituto. Vi sono, poi, benefici indiretti: la comunità godrà di un abbassamento del tasso di criminalità, sino ad arrivare ad un maggiore gettito fiscale laddove il detenuto venga impiegato stabilmente.Solo nel caso in cui questi risultati siano effettivamente raggiunti e verificati da una terza parte indipendente, allora la PA ripagherà gli investitori privati che, di fatto, hanno anticipato il finanziamento per testare l’efficacia del progetto, riducendo per lo Stato il rischio d’investimento e l’inefficace dispendio dei contributi fiscali dei cittadini.

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Ergastolo: la voce dei detenuti, delle famiglie e di chi vive il carcere

Posted by fidest press agency su domenica, 19 marzo 2017

carmelo musumeciCiao Carmelo, stamattina leggendo “Famiglia Cristiana” seduta comodamente sul divano dei miei genitori, mi sono “imbattuta” in un articolo che ti riguarda, e mi è venuto spontaneo scriverti.
Non avevo mai sentito il racconto della tua storia e delle tue fatiche che sicuramente traspaiono con enorme forza dalle tue parole, ma vorrei semplicemente condividere con te alcuni piccoli pensieri – ti stupirai! – non sul tuo ergastolo e sulla tua Libertà, ma sulla tua Libertà legata anche al servizio che stai svolgendo con i bambini disabili. Mi ha colpita molto quando definisci la tua esperienza attraverso parole quali “I sorrisi di questi bambini fanno emergere in me il senso di colpa e mi fanno pensare a quanto nella mia vita sono stato cattivo”. Mi hanno colpita perché sono madre di una bambina disabile e, in qualche modo, riconosco che l’incontro con la disabilità di un bambino opera un grande miracolo che è quello di toccare nel profondo l’esistenza. Mi permetto, non con invadenza, di correggerti: un bambino disabile fa emergere in noi quanto siamo in cammino nella vita, non quanto siamo cattivi e, nel cammino di ciascuno, c’è la difficoltà e c’è la Resurrezione.
Ti regaleranno libertà quei bambini, loro che sanno che ciascuno di noi ne ha diritto perché anche loro ne hanno diritto. Io e mio marito abbiamo dato la vita alla nostra piccola Marta, crediamo fermamente che nessun uomo può disporre della vita di un altro e quando dovesse accadere per varie ragioni, questo non deve consentire la vendetta contro chi ha commesso un errore.
Stamattina sono poi andata a farmi una passeggiata e a bermi un caffè; sì, hai ragione, quanto siamo fortunati a poter respirare ossigeno e a poter guardare il cielo o sentire il vento gelido noi uomini e donne liberi. Te lo prometto, ogni volta che farò una passeggiata non dimenticherò di pensare a te o a chi, come te, questo non può farlo. Anche il Creato è un dono e nessuno dovrebbe disporne.
Ti saluto con un “buona Strada”, saluto scout con cui si da per scontato che ciascuno abbia il suo cammino di Libertà. Mi spiace che il tuo sia così faticoso, ma grazie perché la tua profondità ci fa crescere! (Chiara) (foto: carmelo)

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