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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Posts Tagged ‘detenuti’

Carceri: Fp Cgil, ridurre sovraffollamento detenuti e assumere personale

Posted by fidest press agency su sabato, 30 gennaio 2021

“La riduzione del sovraffollamento delle nostre carceri di 7.405 detenuti registrata nel 2020 non è sufficiente a garantire la piena attuazione del mandato che la Costituzione attribuisce al sistema penitenziario. Inoltre le risorse stanziate con la legge di Stabilità non consentono di colmare le gravi carenze di organico che si registrano tra i lavoratori del settore”. Questo il commento della Fp Cgil alla relazione sullo stato dell’amministrazione della Giustizia depositata alle Camere dal ministro Bonafede.“Sono ancora troppi i 53.364 detenuti presenti nelle nostre carceri – prosegue la Fp Cgil -, come molto preoccupanti sono le circa 4.300 carenze di unità che si registrano nella Polizia Penitenziaria e le mille unità che servono per colmare l’organico del personale delle Funzioni Centrali e della Dirigenza Penitenziaria”.Il carcere, aggiunge, “deve divenire l’extrema ratio solo per soggetti socialmente pericolosi, ma per fare questo bisogna potenziare il sistema dell’esecuzione penale esterna, investendo risorse e assumendo anche qui un numero adeguato di addetti, in grado di sostenere il carico di lavoro che continua ad aumentare negli anni. Come non è ulteriormente rinviabile la valorizzazione di tutte le professioni che operano nel sistema dell’esecuzione penale, attraverso il giusto riconoscimento del ruolo e della funzione di ciascuno e nel rispetto dell’autonomia delle singole discipline con pari dignità. Per fare questo bisogna reperire le risorse per un nuovo sistema di classificazione per le Funzioni Centrali, per la piena contrattualizzazione del rapporto di lavoro della dirigenza penitenziaria e per rinnovare i contratti di tutti i lavoratori”, conclude la Fp Cgil.

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“Chiesto incremento dei fondi a Bilancio destinati al reinserimento dei detenuti”

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 dicembre 2020

Roma. “Favorire, con sempre maggiore vigore e impegno, il pieno recupero e il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti in ossequio alle prescrizioni contenute nell’art.27 della Costituzione italiana, secondo cui le pene ‘devono tendere alla rieducazione del condannato’. Una volontà che l’attuale Amministrazione Raggi ha palesato anche nell’anno in corso, come dimostra lo stanziamento di 100.000 euro per l’attivazione di 25 tirocini finalizzati all’inclusione socio-lavorativa di persone sottoposte a tutela giudiziaria o comunque alla fine del percorso detentivo. Obiettivo delle esperienze lavorative quali strumenti di ‘risocializzazione responsabile’, come dichiarato dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale di Roma Capitale nella propria relazione annuale 2018/2019, è quello di attivare progetti utili per la città che possano, al contempo, offrire un’occasione di riscatto sociale ai detenuti che contribuisca ad aumentare la loro autostima e non li induca ad assumere comportamenti di reato recidivi. Proprio in tale ottica, coerentemente con quanto stabilito nella Legge 354/1975 e nella Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati adottata con decreto del Ministero della Giustizia del 5 dicembre 2012, si pone la mozione approvata all’unanimità in Aula Giulio Cesare, di cui sono la prima firmataria. Con tale atto, infatti, l’Assemblea Capitolina impegna la Sindaca e la Giunta capitolina a prevedere, per il prossimo Bilancio Previsionale di Roma Capitale 2021/2023, un incremento delle risorse destinate alla realizzazione dei percorsi di tirocinio finalizzati all’inclusione socio-lavorativa delle persone sottoposte a tutela giudiziaria o comunque alla fine del percorso detentivo. Un tema importante al quale la Commissione per le Pari Opportunità ha dedicato diverse sedute. La presente mozione raccoglie l’esortazione, propria dell’assessore competente Carlo Cafarotti e della garante dei detenuti dott.ssa Gabriella Stramaccioni, di promuovere ogni possibile azione affinchè il progetto, che ha già dato risultati così positivi, possa continuare. Ringrazio pertanto i membri della Commissione, di maggioranza e di opposizione, per la pronta e sinergica risposta con cui hanno voluto dar seguito a quelle richieste, a dimostrazione di come la convergenza su temi così importanti sia piena e unanime a prescindere dalle appartenenze politiche “. Lo dichiara, in una nota stampa, la presidente della Commissione per le Pari Opportunità di Roma Capitale Gemma Guerrini.

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Covid-19 – Colloqui in carcere fra detenuti e familiari

Posted by fidest press agency su domenica, 15 novembre 2020

Nella recrudescenza del fenomeno pandemico che sta interessano il Globo, il Governo ha emanato con l’ultimo DPCM, una serie di regole e limitazioni, differenziandole sulla base dello stato del contagio nelle regioni italiane. Il DPCM in questione nulla dice – al contrario di come accaduto in passato – in relazione alla possibilità che vengano effettuati i colloqui in carcere fra i detenuti ed i propri familiari. Nelle FAQ il Governo chiarisce che nelle zone rosse sono vietati gli spostamenti per fare visita alle persone detenute in carcere, non essendo giustificati da ragioni di necessità o da motivi di salute. Ma altrettanto vero è che la disposizione riguarda gli spostamenti e non l’effettuazione del colloquio in sé, così che se il singolo si presenta all’ingresso del carcere, pare non vi sia titolo alcuno per il personale penitenziario di vietare l’ingresso e limitare l’effettuazione del colloquio. “Il Si.N.A.P.Pe. chiede all’Amministrazione chiarimenti in merito alle modalità di svolgimento dei colloqui, se da effettuare in modalità fisica o a distanza” dichiara il Dott. Roberto Santini, Segretario Generale del SiNAPPe “Tale confusione rischia di generare una parcellizzazione operativa pericolosa, con conseguenze che potrebbero essere non dissimili dalle devastazioni di marzo. Per questi motivi” ha concluso Santini “si chiariscano con assoluta urgenza se debbano autorizzare i colloqui nelle varie zone di Italia e si disciplinino in maniera dettagliata i conseguenti aspetti operativi”.

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Tre detenuti morti, oltre mille contagiati e nessuna norma di prevenzione

Posted by fidest press agency su martedì, 10 novembre 2020

Siamo ad oltre mille contagi nelle carceri italiane tra detenuti e personale penitenziario, con un trend di crescita spaventoso. Morti tre detenuti. Allo stato attuale nessuna misura di prevenzione per evitare il propagarsi del virus. A dichiaralo è il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria S.PP. Aldo Di Giacomo: “sono tre i detenuti morti nella seconda ondata nelle carceri italiane; uno a Livorno, uno ad Alessandria ed uno a Milano. Ad oggi sono 1050 i casi accertati di positività al COVID-19 tra detenuti e personale penitenziario, ma preoccupano gli oltre 1300 poliziotti in malattia ed in isolamento fiduciario o in attesa di tampone. Fin qui l’analisi dei dati è incontrovertibile, in 15 giorni sarà una catastrofe. Allora come mai non si passa da un regime di celle aperte a quello chiuso per evitare contatti ravvicinati? Come mai non si sospendono i colloqui con i famigliari, chiudono le scuole e tutte quelle attività non indispensabili, consentendo solo contatti Skype per una quindicina di giorni per evitare il diffondersi del virus? Sarebbero queste sicuramente norme di buon senso. Pensare di gestire tutti i detenuti contagiati nelle carceri è evidente a tutti, forse anche a Petralia e Tartaglia, che non è possibile. Ed ecco di nuovo come nella prima fase il garante dei detenuti che chiede a voce alta di rimettere in libertà quanti più detenuti possibili per evitare che si ammalino e per garantire il diritto alla salute. Il Ministro della Giustizia dal canto suo ha già provveduto a far sapere il suo pensiero con una norma che rimette in libertà tutti i residui pena non superiori a 18 mesi, con esclusione di alcune categorie, con il controllo del braccialetto elettronico. Braccialetti che, come nella prima fase in cui sono stati liberati circa ottomila detenuti, non sono sufficienti. Tutte queste indecisioni rendono chiaro il quadro politico prima che amministrativo. La mancanza di prevedimenti è una chiara volontà politica di alleggerire le carceri di migliaia di detenuti. Non può essere data lettura diversa, ma in questo caso il Ministro deve fare in fretta, come sollecitato anche dai radicali, altrimenti corre il rischio di avere altre sommosse. Noi dell’S.PP. siamo di un’altra idea: bisognava fare tutte le cose che abbiamo più volte dette, sopra riportate, perché crediamo nella certezza della pena e perché pensiamo che non sia questo il rispetto che meritano i famigliari delle vittime, abusati due volte. Lo stato deve stare senza sé e senza ma dalla parte dei cittadini e non dei delinquenti e che nessuno si stupisca quando a breve saremo costretti a fare uscire ancora i detenuti di alta sicurezza perché non sarà una necessità ma una scelta”.www.sindacatospp.it

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Il telefono amico dei detenuti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 ottobre 2020

Invece di liberalizzare le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi, il legislatore italiano ha creato un nuovo reato, ma chi è quel prigioniero che non rischierà quattro anni di carcere per sentire la voce dei propri figli? Con la nuova legge, una telefonata che fuori costa pochi centesimi in carcere potrebbe costare quatto anni di carcere: in questo modo i nostri legislatori pensano di evitare che i telefoni entrino in carcere. Non sanno quanto si sbagliano, rischiano solo di riempire le carceri, perché quando sei murato in una cella, solo e disperato, una telefonata con la donna che ami o con una persona cara, ti salva la vita. Si parla spesso di responsabilizzazione dei detenuti, ma è difficile che un detenuto si senta responsabile quando ti impediscono di relazionarti con le persone che ami. È difficile pentirsi del male fatto quando una volta in carcere, in nome del popolo italiano, ti limitano di parlare al telefono con i tuoi genitori anziani, ti proibiscono di dare, o ricevere, un bacio o una carezza in intimità con la propria compagna o con i propri figli. In questo modo, con il passare degli anni, in carcere smarrisci la forza e la voglia di amare. E la cosa più tremenda è che non ti accorgi neppure di perderla e col tempo “l’Assassino dei Sogni” (come chiamo io il carcere) ti mangia tutto l’amore che avevi prima di entrare in galera. Alla lunga il carcere divora l’amore di chi sta fuori e uccide l’amore di chi sta dentro. E l’amore in carcere quando finisce non fa rumore, ti spezza solo il cuore.Credo che nessuna pena, nessuna legge, dovrebbe impedire di comunicare, di amare, di dare un bacio, una carezza alle persone che ami, neppure in nome della sicurezza sociale. Eppure nelle nostre Patrie Galere accade anche questo. Sembra che l’Assassino dei Sogni odi l’amore e usi le sbarre, i blindati e i cancelli per non farlo entrare, neppure per telefono. Credo che in fondo i detenuti italiani non chiedano molto, neppure la luna, chiedono solo, come accade in molti Paesi del mondo, di continuare a rimanere umani per potere amare ed essere amati, anche per telefono. Alcuni professionisti dell’antimafia si giustificheranno sostenendo che gli altri Paesi possono liberalizzare le telefonate perché non hanno detenuti mafiosi, ma questa è una bugia, perché le telefonate si possono registrare e ascoltare.Molti Paesi del nord Europa trattano meglio i loro prigionieri perché si dicono che “Il detenuto di oggi sarà il mio vicino di casa domani” invece in Italia, nella maggioranza dei casi, la detenzione è molto più illegale e stupida del crimine che uno ha commesso. E spesso non serve a nulla. In molti casi serve solo a far incattivire e a far diventare più delinquente chi la subisce.In carcere in Italia, il tuo reato sembra ti faccia perdere anche tutta la tua umanità. In fondo i prigionieri chiedono solo una vita più umana e un po’ d’amore. È già difficile essere dei buoni padri (e nonni) fuori, immaginatevi dentro, con solo poche ore all’anno di colloqui, che, oltretutto, se sei sbattuto in carceri lontani da casa non riesci neanche a fare. E allora ti tocca fare il padre (e il nonno) per telefono anche se rischi quattro anni di carcere, ma spesso i prigionieri si tengono in vita solo per amore. By Carmelo Musumeci

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Detenuti: Lavoro e inclusione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 ottobre 2020

Roma Campidoglio. È partito il nuovo percorso di reinserimento socio-professionale che impegna soggetti in espiazione di pena ed ex detenuti in tirocini presso associazioni e cooperative convenzionate. Alcuni saranno impiegati in attività di manutenzione del verde, piccoli lavori edili, pulizie, artigianato e pelletteria. Altri, produrranno marmellate, conserve e succhi di frutta presso il laboratorio alimentare “Papa Francesco” gestito da Isola Solidale all’interno del Centro Agroalimentare di Roma. Parte dei beni alimentari sarà devoluta in beneficenza. “I percorsi di riabilitazione professionale sono una risposta alle difficoltà di inclusione incontrate da chi sconta una pena detentiva. Restituire una prospettiva esistenziale attraverso il lavoro, aiuta a reinserire in società persone motivate a crescere e migliorare, sottraendole a criminalità ed emarginazione. Miglioramento e possibilità di riscatto per i singoli, quindi, ma anche attività benefiche e utili all’intera città”, dichiara la Sindaca Virginia Raggi. Si parte con i primi 17 destinatari del progetto – curato dal Dipartimento Turismo, Formazione e Lavoro attraverso i Centri di Orientamento al Lavoro – cui se ne aggiungeranno altri individuati dalla Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma Capitale. A questo scopo, sono stati infatti destinati 100.000 euro, utili al finanziamento di tirocini trimestrali che prevedono 30 ore di lavoro settimanale, cui far corrispondere una retribuzione di 600 euro mensili. Il tutto, nell’ambito dei protocolli d’intesa fra Roma Capitale e il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, diretti alla riabilitazione e inclusione sociale dei detenuti.

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Tutor didattico in favore di studenti detenuti

Posted by fidest press agency su martedì, 6 ottobre 2020

L’Università di Parma propone ai propri studenti di corsi di laurea magistrale e ai dottorandi di ricerca l’attività di tutor didattico in favore di studenti detenuti negli Istituti Penitenziari di Parma e iscritti all’Ateneo. L’attività è finalizzata al miglioramento della didattica degli studenti detenuti attraverso una comunicazione costante e la facilitazione delle interazioni con i docenti titolari dei corsi.Il tutorato didattico prevede fino a un massimo di 80 ore di attività per ogni tutor e un compenso orario di 20 euro. Fermo restando l’interesse per tutte le discipline insegnate nell’Ateneo, va sottolineato che gli ambiti disciplinari maggiormente scelti dagli studenti detenuti sono quelli dei settori umanistico, socio-politologico ed economico.Possono presentare domanda per partecipare alla selezione: – gli studenti iscritti all’Ateneo di Parma nell’a.a. 2020/2021 al primo anno di un corso di laurea magistrale la cui ultima laurea conseguita abbia votazione pari o superiore a 100/110 – gli studenti iscritti all’Ateneo di Parma nell’a.a. 2020/2021 dal secondo anno e fino al secondo anno fuori corso di un corso di laurea magistrale e gli studenti iscritti agli ultimi due anni di corso di laurea magistrale a ciclo unico con non più di due anni di ripetenza o di fuori corso, che abbiano maturato una media di almeno 30 crediti formativi universitari per anno di iscrizione – i dottorandi di ricerca iscritti nell’a.a. 2020/2021 provenienti da tutte le aree di studio la cui ultima laurea conseguita abbia votazione pari o superiore a 100/110. Possono presentare domanda di ammissione tutti gli studenti in possesso dei requisiti che regolarizzino l’iscrizione entro il 31 dicembre 2020 e anche gli studenti preiscritti o iscritti sotto condizione: la regolarizzazione dell’iscrizione dovrà essere fatta entro il 31 marzo 2021, come indicato nel Manifesto degli Studi.La domanda, scaricabile dalla pagina della U.O. Contributi, Diritto allo Studio e Benessere Studentesco del sito di Ateneo http://www.unipr.it, dovrà essere compilata integralmente fino al 25 ottobre 2020.

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Appello per il rispetto dei diritti umani dei detenuti

Posted by fidest press agency su sabato, 30 maggio 2020

“Durante questa crisi globale, i detenuti appartengono a una delle categorie più vulnerabili rispetto a un possibile contagio – dichiara l’eurodeputato Marco Zullo del Movimento 5 Stelle – per questo motivo nei giorni scorsi mi sono fatto promotore di una lettera aperta firmata da 17 Premi Sakharov (il premio Sakharov è il premio assegnato ogni anno dal Parlamento Europeo a uno o più difensori dei diritti umani che si siano particolarmente distinti per le proprie battaglie) e da numerosi altri eurodeputati. Nella lettera, denunciamo queste gravi violazioni e chiediamo l’immediato rilascio dei prigionieri politici detenuti”.Prosegue Zullo “le carceri sono luoghi in cui spesso il sovraffollamento, la mancanza di ricambio d’aria e la promiscuità rendono particolarmente difficile la rigida applicazione delle prescrizioni sanitarie, quando non anche il mantenimento delle più basilari norme igieniche. Se ciò è tristemente vero per l’Italia – come denuncia il XVI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione presentato ieri e come abbiamo denunciato più volte anche noi in passato – è ancor più vero per quei Paesi in via di sviluppo in cui le condizioni carcerarie si caratterizzano anche per l’assenza di acqua corrente, di cibo salubre e per condizioni di detenzione spesso inumane e degradanti, quando non anche per il compimento di veri e propri atti di tortura”.“Ho accolto con soddisfazione le notizie relative alle misure deflattive prese da alcuni Paesi – continua l’eurodeputato – in linea con le raccomandazioni delle Nazioni Unite. È tuttavia deprecabile che in molti casi da queste misure siano stati scientemente esclusi gli oppositori politici e i difensori dei diritti umani, a volte con l’intento positivo di esporli a un maggior rischio di contagio. Ciò avviene in spregio alle disposizioni su “COVID-19 e detenuti” congiuntamente emanate dall’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e dall’OMS e in violazione della Convenzione ONU contro la tortura e altri trattamenti inumani e degradanti. Oggi più che mai è importante tenere alta l’attenzione dei media e della società su queste gravi violazioni dei diritti umani. Durante una pandemia che colpisce indiscriminatamente uomini e donne di ogni nazionalità ed estrazione sociale, non possiamo rischiare di dimenticarci dei soggetti vulnerabili”, così in una nota l’europarlamentare Marco Zullo.

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Coronavirus: 131 poliziotti penitenziari e 21 detenuti positivi, agire subito

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 aprile 2020

“A registrare questi numeri è la Fp Cgil Nazionale sulla base “di stime ufficiali fornite dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ma che sarebbero approssimative per difetto: ci risultano infatti essere circa 200 i poliziotti penitenziari positivi, tra i quali già due decessi, e molti di più in isolamento fiduciario, insieme ad un numero imprecisato di detenuti”.Dopo aver registrato la prima vittima da Coronavirus tra i detenuti, all’ospedale Sant’Orsola di Bologna e proveniente dalla casa circondariale Dozza, la Fp Cgil torna a chiedere interventi urgenti per contenere e prevenire il contagio da Covid-19 nelle carceri. I dati sulla diffusione del virus negli istituti penitenziari, spiega il sindacato, “devono indurre la politica e i vertici del Dap ad assumere iniziative urgenti, nell’interesse della salute pubblica, degli operatori, della popolazione detenuta e anche come forma di tutela dell’ordine pubblico dopo gli accadimenti delle scorse settimane. Nei giorni scorsi come Fp Cgil abbiamo inviato un atto di diffida ai vertici del Dap, ma anche del Dgmc e del Ministero della Giustizia, sui dispositivi di protezione individuale per il personale impegnato nelle carceri. A maggior ragione ora, con l’aumento dei contagi da Covid-19 tra il personale di Polizia penitenziaria, soprattutto in quelle regioni d’Italia maggiormente colpite dal fenomeno, è indispensabile un impegno maggiore sul tema della salute e della sicurezza”.Le misure da assumere, ricorda la Fp Cgil, devono riguardare: “L’approvvigionamento di dispositivi di sicurezza idonei; linee guida per stabilire un’adeguata organizzazione del lavoro, sottoposto non solo ad una cronica carenza di organico ma adesso ancora più sotto stress per l’elevato numero di contagio tra gli agenti; l’applicazione delle disposizioni previste nel Protocollo sicurezza firmato da sindacati e Ministero della Salute per i servizi sanitari”. Ma se da un lato bisogna lavorare per aumentare le misure di salute e di sicurezza, “dall’altra – osserva la Fp Cgil – c’è bisogno di mettere in campo interventi che possano far deflettere la pressione nelle carceri, a partire dall’estensione del ricorso ai domiciliari, ad un provvedimento sotteso all’assolvimento anticipato della pena fino ad un massimo di un anno per alcuni reati minori e al potenziamento urgente e straordinario di Polizia penitenziaria al pari di come si sta procedendo in altre amministrazioni pubbliche in ragione dell’emergenza Covid-19”.Per la Funzione Pubblica Cgil, “la situazione delle carceri può peggiorare sensibilmente: il sovraffollamento, lo stato in cui versa l’edilizia carceraria, la condizione dei lavoratori insieme a quella dei detenuti. Un’insieme di elementi che espone a rischi non solo di contagio dal virus ma anche di tensioni, come ne abbiamo registrate nei giorni passati, e di salute psicofisica per chi vive la realtà del carcere, compresi gli educatori, gli assistenti sociali, il personale del Ministero della Giustizia. Abbiamo bisogno di segnali e ne abbiamo bisogno adesso”, conclude.

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Detenuti isolati come lebbrosi

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2020

Dopo avere letto le parole del Presidente della Repubblica, “Dignità a rischio nelle carceri” e dopo avere visto alla televisione la trasmissione delle Iene “Coronavirus: contagiati e botte nel carcere di Voghera?”, ho iniziato a ricordare. Non bisogna aver paura a ricordare . Ricordare è doloroso ma ti può aiutare a capire:Le guardie arrivarono a decine. Mi presero di peso e mi trascinarono nelle celle di punizione. Mi scaraventarono nella cella liscia.Volarono pugni e calci e ingiurie. Mi denudarono. Mi perquisirono. Le guardie ribollivano di rabbia. Iniziarono a insultarmi: “Figlio di puttana. Prendi questo e quest’altro”. Poi si stancarono e se ne andarono. Mi sdraiai per terra, nella cella liscia non c’era neppure la branda. Mi coprii con una vecchia coperta buttata in un angolo, l’unica cosa che c’era in quella cella. Rimasi una mezzoretta con gli occhi fissi al soffitto. Sentivo dolore dappertutto. Mi faceva male la testa e avevo delle fitte ai fianchi, la parte del corpo che aveva preso più calci. Gli occhi mi si chiudevano dalla stanchezza, dalla rabbia e dal dolore. Non riuscivo a mettere ordine nei miei pensieri. Alla fine mi addormentai. Mi svegliarono i raggi del sole del mattino, che filtravano dalle sbarre della finestra. Avevo tutti i muscoli che mi facevano male, dappertutto. Mi sentivo frustrato. Avevo anche una spalla intorpidita e un braccio irrigidito. Richiusi gli occhi di nuovo, come per difendermi da quello che vedevo. Di giorno la cella liscia era ancora più brutta. Se conoscevo bene il carcere, e lo conoscevo bene, forse durante la giornata mi avrebbero impacchettato e trasferito in un carcere di punizione. Dopo le proteste, i detenuti non li tengono mai nello stesso carcere. Rimasi un po’ a fissare le pareti della cella, poi decisi di provare ad alzarmi. Raddrizzai le spalle e la schiena e mi alzai da terra. Barcollai. Fui sul punto di cadere. Mi sostenni appoggiando una mano sul muro. Proprio sul punto della parete dove mi ero appoggiato, vidi che c’era scritta una frase. Feci fatica a leggerla. Sembrava scritta con il sangue: “ La mia anima cerca il cielo, il sole, il mare, mentre muoio per vivere”.

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L’Università di Parma è entrata in carcere, con un Open Day dedicato ai detenuti

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 maggio 2019

Parma. Dopo i saluti istituzionali da parte di Sara Rainieri, Pro Rettrice alla Didattica, Brunella Marchione e Sara Cametti della U.O. Comunicazione Istituzionale hanno illustrato agli oltre 50 detenuti presenti l’organizzazione dell’Università di Parma e l’ampia offerta formativa. A seguire, docenti di diverse aree hanno presentato i propri ambiti di insegnamento con brevi Seminari in pillola.Questo l’elenco delle presentazioni tenute dai docenti, coordinate dalla prof.ssa Vincenza Pellegrino, delegata del Rettore ai rapporti Università-carcere:
Alessandro Pagliara, docente di Storia: “I libri che io lessi per amore”: cosa si studia a Lettere?
Maria Candida Ghidini, docente di Letteratura: La letteratura come cura. Il caso del Dottor Živago di Boris Pasternak
Francesco Nonnis Marzano, docente di Zoologia: Le situazioni complesse della vita. La biologia animale tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale
Gualtiero Rota, docente di Filologia: L’enigma Gesù
Roberto Pinzani, docente di Logica: Le origini del linguaggio
Paola Palanza, docente di Biologia: Quanto Contano le Madri? Effetti genetici e comportamentali della cura materna
Nadia Monacelli, docente di Psicologia: Nessuno si salva da solo. Le relazioni sociali come fonte di sicurezza
Dimitris Argiropoulos, docente di Pedagogia: La gentilezza come competenza. L’azione sociale ed educativa per e con le persone con disabilità”
Stefano Magagnoli, docente di Storia: Confini e attraversamenti nell’economia globalizzata: avvicinarsi alla Global History
Vincenza Pellegrino, docente di Sociologia: Immaginare il futuro. Utopie e distopie di oggi
L’incontro, cui ha partecipato il Direttore reggente degli Istituti penitenziari di Parma, dott.ssa Lucia Monastero, è stato organizzato anche grazie al coordinamento della dott.ssa Annalisa Andreetti, Responsabile amministrativa dell’Ateneo per le attività negli Istituti Penitenziari.
L’intento di fondo dell’Open Day non è stato solo quello di fornire informazioni tecniche su quali lauree e quali corsi si possano seguire, ma soprattutto di sensibilizzare le persone detenute sull’importanza dello studio, per un possibile lavoro futuro e più in generale per migliorare il proprio percorso personale, dotandosi di strumenti culturali e coltivando i propri interessi.
Dopo la stipula dell’accordo con gli Istituti penitenziari di Parma presentato il 4 dicembre 2018, l’Università di Parma sta lavorando alla costituzione di un vero e proprio Polo Universitario Penitenziario, che prevede lo sviluppo di diverse modalità di supporto agli studenti detenuti: dal tutoraggio in carcere ai colloqui con docenti, dai seminari con studenti iscritti alle facilitazioni per il pagamento delle tasse.

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UNHCR chiede di portare al sicuro i rifugiati detenuti a Tripoli

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 maggio 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha lanciato un appello affinché i rifugiati e i migranti bloccati nei Centri di detenzione delle zone di Tripoli interessate dal conflitto siano immediatamente evacuati verso aree più sicure, dopo che un attacco aereo ha colpito un edificio a meno di 100 metri dal Centro di detenzione di Tajoura, in cui sono detenuti oltre 500 rifugiati e migranti.Le persone detenute attualmente a Tajoura sono più di 500, due delle quali sono ferite e richiedono assistenza medica. Con l’intensificarsi delle ostilità durante la notte di martedì, rifugiati e migranti sono rimasti intrappolati all’interno senza poter fuggire e mettersi in salvo.Date le violenze ininterrotte in corso a Tripoli e i rischi evidenti per le vite dei civili, è ora più che mai necessario che i responsabili dei Centri interessati autorizzino il rilascio immediato dei detenuti affinché possano essere portati in salvo.“A questo punto, i rischi sono semplicemente inaccettabili”, ha dichiarato Vincent Cochetel, Inviato Speciale dell’UNHCR per il Mediterraneo Centrale. “Le persone detenute nei Centri di Tripoli sono minacciati da pericoli sempre maggiori, pertanto è di vitale importanza che siano evacuate immediatamente e messe in salvo”.
Dallo scoppio del conflitto avvenuto lo scorso 4 aprile a Tripoli, l’UNHCR ha ricollocato oltre 1.200 persone da località ad alto rischio verso aree più sicure. Tuttavia, restano circa 3.460 ‪rifugiati e migranti in Centri di detenzione che si trovano in prossimità di zone interessate dal conflitto.Non sono state effettuate nuove evacuazioni dalla Libia da quando, il 29 aprile, 146 persone sono state portate in Italia. L’UNHCR sollecita la comunità internazionale a mettere nuovamente a disposizione di rifugiati e migranti programmi quali corridoi umanitari e ricollocamento.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime, inoltre, preoccupazione per l’utilizzo dei Centri di detenzione quali depositi di armi e attrezzature militari. Un simile utilizzo delle infrastrutture civili costituisce una violazione del diritto umanitario internazionale e deve essere assolutamente evitato.

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I detenuti che muoiono

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 dicembre 2018

Quella che stiamo per raccontarvi è la storia di Peppe, detenuto ergastolano da circa trent’anni. La sua storia non è unica ma piuttosto rappresentativa di tanti come lui, sparsi per le molteplici sezioni di “Alta Sicurezza” nelle patrie galere della nostra bella Italia.
Peppe è un sessantenne che ha trascorso metà della sua vita in carcere. Finito dentro per reati di criminalità organizzata per i quali i giudici, ritenutolo colpevole, lo hanno condannato al carcere a vita senza possibilità di benefici.
L’ho incontrato per la prima volta circa 15 anni fa nel carcere di Voghera. Ero stato trasferito qui perché giorni prima avevo ottenuto la revoca del 41bis, il cosiddetto “carcere duro”. Peppe era giunto a Voghera circa un paio di anni prima di me e si era ambientato ed adattato discretamente, come ebbi a notare fin da subito.
Cordialissimo, fu il primo detenuto ad accogliermi in sezione facendomi sentire a mio agio ed attenuando, non di poco, tutti i disagi dovuti al cambiamento sia del carcere che delle persone nuove che bisogna imparare a conoscere ma, soprattutto, rendendomi meno duro l’impatto drastico conseguente al passaggio da una situazione di totale isolamento ad una di maggiore apertura che, se non vissuta con moderata adesione si rischia il disorientamento.
La prima impressione che ebbi di Peppe fu quella di un uomo energico, atletico e per nulla abbattuto dai circa 15 anni di carcere fino ad allora scontati. Notai successivamente che frequentava regolarmente la palestra e quasi tutti i giorni faceva la corsetta ai passeggi del carcere. Si manteneva in forma per intenderci.
Ricordo il suo viso rubicondo, incorniciato da una barba nera spruzzata qua e la da qualche tonalità di grigio che cominciava ad incedere. Insomma, per farla breve, Peppe era allora un uomo che, come è solito dirsi, sprizzava salute da tutti i pori. Trascorso poco più di un anno dal mio arrivo a Voghera, fui trasferito in un altro carcere e questo determinò l’ovvia conseguenza di perdere di vista Giuseppe.
Passarono molti anni da allora e, per una strana coincidenza del destino, mi ritrovai di nuovo qua, nella stessa sezione da cui ero partito anni prima. E chi ritrovo? Peppe! Molte cose erano cambiate da allora però. Per prima cosa stentai parecchio a riconoscere nella figura che ora avevo davanti quella di Peppe: non era possibile, dissi fra me e me, che quella era la stessa persona conosciuta anni prima. Innanzi a me avevo, ormai, l’immagine di Peppe sbiadita. È stato come ritornare su un luogo dopo tempo e rivedere un vecchio manifesto affisso alla parete di cui a mala a pena si riesce a distinguere i contorni dell’immagine ritratta.
Il viso, ora pallido, portava i segni di un certo patimento che non sarebbero sfuggiti neanche ad un occhio poco esperto. La barba, ora bianchissima e non più curata come un tempo, conservava soltanto qualche residua ed impercettibile macchiolina di pepe. I pochi capelli rimasti, bianchi e radi, come radi erano ormai i denti, incorniciavano il corpo esile che un tempo fu energico e vitale.
Ma ciò che mi scosse profondamente fu notare il leggero e continuo tremolio delle sue braccia e il balbettio che accompagnava i suoi discorsi. Dapprima non ebbi il coraggio di chiedergli il perché sia per pudore che per discrezione. Lascia che fosse lui a parlarmene quando ne avrebbe avuto voglia di farlo. Lo fece quasi subito: gli avevano diagnosticato il morbo di Parkinson. Era ancora nella fase iniziale (così gli avevano detto i medici) e la buona cura che gli avevano prescritto avrebbe rallentato la degenerazione della patologia che, come sappiamo, è questa una delle sue caratteristiche. Oggi lo stadio della sua malattia è molto degenerato tanto che ha serie difficoltà nella deambulazione, nell’uso della parola e delle mani. Ormai al limite dell’autosufficienza al punto che gli è stato assegnato un “piantone”, ovvero un altro detenuto che con regolare mansione lavorativa, lo affianca per le quotidiane esigenze inerenti l’igiene e l’alimentazione.
Peppe, oltre alle cure mediche e del corpo, avrebbe bisogno di un’altra cura, altrettanto importante e fondamentale: la cura dell’anima e dello spirito che solo le persone a lui care sarebbero in grado di assicurargli. Ma, a causa delle disastrose condizioni economiche, non vede la moglie e i figli da diversi anni. L’unica fonte di reddito che fino a qualche anno fa assicurava una sopravvivenza accettabile alla sua famiglia era il lavoro della figlia, ora disoccupata. Riescono a malapena a vivere grazie alla pensione dell’anziana madre, provvidenziale ammortizzatore sociale, in questa società dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Peppe ha già scontato una congrua pena, non sarebbe il caso di valutare un graduale rilascio per consentirgli di curarsi meglio e circondato dall’affetto dei suoi familiari? Il diritto alla salute è garantito (dovrebbe) dalla nostra costituzione. Ma siamo certi che in questo caso, come in tanti altri, sia rispettato? O bisogna ancora perseverare nella cinica ed ipocrita linea, adottata da diverso tempo ormai, secondo la quale i detenuti malati, spesso terminali, vengono rilasciati pochi mesi, se non giorni, prima del decesso.
L’amara riflessione che ci suscita questa dolente storia è che, purtroppo, Peppe non si chiama Dell’Utri e non ha al suo fianco uno stuolo di valenti e combattivi avvocati pronti a battersi, giustamente, per il proprio assistito. Speriamo solo che Peppe non vada ad allungare la lunga lista dei decessi in carcere o quelli che avvengono a pochi giorni dal rilascio, sarebbe una ulteriore sconfitta dello stato di diritto ma, ancor di più del senso di Humanitas che, purtroppo, pare passare sempre più in secondo piano rispetto al continuo sventolio della bandiera dell’esigenza della sicurezza. A chi potrebbe nuocere un uomo affetto da morbo di Parkinson in stato avanzato? (Carmelo Musumeci)

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Italia: 7 detenuti su 10 hanno almeno una patologia cronica

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 ottobre 2018

Ogni anno all’interno dei 190 istituti penitenziari italiani transitano tra i 100mila e i 105mila detenuti. Secondo gli ultimi dati, circa il 70% dei detenuti possiede almeno una malattia cronica, ma di questi poco meno della metà ne è consapevole. Le carceri si confermano, quindi, un concentratore di patologie: malattie infettive, psichiatriche, metaboliche, cardiovascolari e respiratorie.
“Tra le malattie infettive, il virus dell’epatite C è quello più rappresentato, soprattutto a causa del fenomeno della tossicodipendenza – spiega il Prof. Sergio Babudieri, Presidente del Congresso nonché Direttore Scientifico SIMSPe-ONLUS – E’ risaputo che un terzo dei detenuti (34%) è detenuta per spaccio di stupefacenti, il che li rende più soggetti a malattie infettive. Dal 30% al 38% dei carcerati ha gli anticorpi del virus dell’epatite C, ma di questi solo il 70% hanno il virus attivo. Dai 25 ai 30mila detenuti, quindi uno su tre, avrebbero bisogno di essere trattati con i nuovi farmaci altamente attivi contro il virus C dell’epatite”.
Numeri migliori, ma non ancora positivi, per quanto riguarda l’HIV. Una patologia in diminuzione, ma che non riguarda più principalmente ed esclusivamente le categorie più a rischio. Oggi si parla del 3/3,5% di sieropositivi nelle carceri, ma è difficile effettuare nuove diagnosi. Gli affetti da Epatite B, invece, sono circa il 5-6% del totale. Inoltre oltre la metà dei detenuti stranieri è positivo ai test per la tubercolosi.
“Quando parliamo di migranti – spiega il Prof. Babudieri – dobbiamo ricordarci che si tratta di persone che, per più o meno ovvie ragioni, tendono a non curarsi e a non poter approfondire la propria questione sanitaria. In aumento per loro è soprattutto la tubercolosi, con la possibilità di aumentare la circolazione di ceppi multiresistenti ai farmaci. Un ulteriore problema è intrinseco alla malattia, per sua natura subdola e non facilmente diagnosticabile, perché il peggioramento è lento e graduale. Purtroppo ci vorrebbe una maggiore attenzione proprio a partire dai centri migranti, spesso con controlli sanitari non adeguati”.

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I detenuti nelle carceri nel mondo

Posted by fidest press agency su sabato, 22 settembre 2018

La metà della popolazione carceraria mondiale di circa nove milioni è detenuta negli Stati Uniti, in Cina o in Russia. I tassi di carcerazione negli Stati Uniti sono i più alti del mondo, a 724 persone su 100.000. In Russia il tasso è 581. Molti dei tassi più bassi sono nei paesi in via di sviluppo, ma il sovraffollamento può essere un problema serio. Le prigioni del Kenya hanno un livello di occupazione del 343,7%. Ma è dall’altra parte dell’Adriatico che si registrano i tassi più alti d’Europa, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”,. In tal senso, l’Albania è al primo posto nella regione per il maggior numero di prigionieri per 100.000 persone. Secondo gli ultimi dati della Prison Studies Organization, in Albania il numero dei detenuti per 100.000 persone è stato di 193 durante il 2018, il più alto tra gli altri paesi della regione.Il secondo posto di questa graduatoria spetta al Montenegro con 174 prigionieri per 100.000 persone, la Serbia con 174 prigionieri, la Macedonia con 134 e poi il Kosovo con 106 e Bosnia con 73.

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Lettera aperta dai detenuti dal carcere di Saluzzo

Posted by fidest press agency su martedì, 21 agosto 2018

Siamo un gruppo di detenuti del carcere Rodolfo Morandi di Saluzzo, che ha deciso di prendersi l’impegno di inviare ogni anno ai giornali, a ridosso dell’8 settembre, una lettera aperta alla cittadinanza. Così com’è difficile mantenere la propria parola fuori dal carcere, doppiamente difficile lo è per noi, poiché nel corso di un anno molte sono le cose che possono accadere: qualcuno di noi potrebbe essere stato trasferito in un altro carcere o agli arresti domiciliari; qualcuno potrebbe nel frattempo essere morto di cancro; altri, finito di scontare la propria pena, potrebbero già essere tornati in libertà. Ma faremo di tutto per essere fedeli a questo impegno; e sarà sufficiente che almeno due testate giornalistiche pubblichino la nostra lettera per poter dimostrare di aver mantenuto la promessa. Possiamo contare su Cascina Macondo, l’associazione di Promozione Sociale che da anni ci tiene impegnati con interessanti progetti e laboratori, e sarà sufficiente che un’altra sola testata, una rivista, un telegiornale, una fanzine, un blog, una pagina facebook, una sola, dia spazio a queste nostre parole.
Ringraziamo sinceramente coloro che avranno voluto accoglierci.
Ci teniamo a precisare che non parliamo a nome di tutti i detenuti del carcere di Saluzzo, e nemmeno a nome di tutti i detenuti delle carceri italiane. Così come è vero che fuori dalle mura, tra voi uomini liberi, ci sono mille teste e mille opinioni, altrettanto vero lo è per noi. Quindi parliamo a nostro nome, anche se supponiamo che molti potrebbero condividere i contenuti di questa lettera e le nostre intenzioni.
Potevamo scegliere, come periodo simbolico, i giorni a ridosso del Primo Maggio, festa dei lavoratori, in quanto ci piace pensare che, pur se ristretti, vorremo vestire il ruolo di “lavoratori per la riconciliazione”. Abbiamo invece scelto l’8 settembre, ricorrenza della nascita della Beata Vergine Maria, ma soprattutto giorno dell’armistizio e inizio della Resistenza. Simbolicamente ci è sembrato più appropriato, in quanto siamo detenuti che pacificamente vogliono conquistarsi nuovi strumenti: la parola, la filosofia, il diritto, la cultura, il dovere, l’istruzione. Ma fin qui è solo premessa. Perché scrivere una lettera aperta alla cittadinanza?
Semplicemente per esprimere a tutti voi che vivete al di là delle mura, donne e uomini liberi, un pensiero che abbiamo fatto nostro in questi anni di detenzione, di silenzio, di riflessioni. Un pensiero che vuole essere un consiglio soprattutto rivolto ai giovani, il seguente: “non fatevi mai giustizia da soli”. Ecco, ci tenevamo a dirlo che occorre resistere con ogni mezzo alla tentazione di farsi giustizia da soli. È l’errore che molti di noi hanno commesso.
Ci teniamo ad affermare questo principio di cui ora siamo davvero consapevoli.
Malgrado a volte lo Stato e le Istituzioni siano assenti, spesso latitanti, a volte ottuse e impietose, a volte arroganti e prepotenti quanto lo siamo stati noi in passato, malgrado questo, profondamente sentiamo di poter affermare: “non fatevi mai giustizia da soli, perché potreste scoprire un giorno che quella non era giustizia”. Noi abbiamo sbagliato e stiamo scontando la nostra pena.
A coloro che ancora non hanno sbagliato, a coloro che sono giunti al confine con l’errore, a coloro che pensano che non sbaglieranno mai, auguriamo di prendere in considerazione l’idea che noi, e la nostra esperienza, possiamo essere una risorsa e non un rifiuto. E che anche noi siamo uno spicchio di quella stessa cittadinanza di cui tutti facciamo parte. E che un mondo migliore non solo lo desiderano coloro che vivono liberi, ma anche coloro che vivono rinchiusi tra le mura di un carcere.

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Accordi bilaterali per trasferire nei paesi di origine i detenuti stranieri

Posted by fidest press agency su sabato, 21 luglio 2018

“Siamo contenti che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha accolto la storica proposta di Fratelli di Italia annunciando, nel corso del Question Time, la volontà di procedere ad accordi bilaterali per trasferire nei paesi di origine i detenuti stranieri condannati presenti in Italia anche senza il consenso del detenuto stesso”: lo afferma Edmondo Cirielli, Questore della Camera dei Deputati e responsabile Giustizia di Fratelli di Italia.“Attendiamo fiduciosi il provvedimento in Aula per dare, qualora ce ne fosse bisogno, il nostro contributo a un intervento che chiediamo da tempo” conclude Cirielli.

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I dati diffusi dal Garante dei detenuti confermano il fallimento dei governi precedenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 giugno 2018

“Destano sconcerto i dati diffusi dal Garante dei detenuti Marco Palma nel corso della relazione svoltasi a Roma. Ascoltando la relazione, abbiamo constatato la scarsità dei rimpatri che, al netto di quelli fatti per la sicurezza nazionale, dimostra che fino al 2017 nulla è stato fatto, confermando le nostre denunce sul sostanziale azzeramento del fondo per i rimpatri. Ma quello che ci sconcerta di più è il paradosso creatosi con il Regolamento di Dublino e con la fallimentare gestione dei flussi da parte di Renzi e Gentiloni. L’Italia, terra di approdo per centinaia di migliaia di migranti, è stata costretta a ricevere da Paesi Ue oltre 6000 persone che, una volta arrivate nel nostro Paese, si erano trasferite altrove. Le domande di ripresa in carico ancora inevase ammontano invece a 30mila. Praticamente riprendiamo indietro più immigrati di quelli che dovrebbero essere collocati negli altri Paesi europei in forza delle quote assegnate da Bruxelles. Nel 2017, anno record di rimpatri, sono stati organizzati solo 78 charter per un totale di circa 16mila immigrati irregolari su 600mila entrati negli ultimi 5 anni, di cui 119mila nell’ultimo. Un risultato deludente che conferma la totale mancanza di volontà politica di arginare questo fenomeno”. È quanto dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati Fabio Rampelli.

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“Basta vitto e alloggio gratis per i detenuti stranieri”

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 giugno 2018

Al ministro dell’Interno Matteo Salvini chiediamo di stipulare nel più breve tempo possibile accordi con i Paesi stranieri per spedire i detenuti immigrati nelle prigioni dei paesi di provenienza. Partendo dai detenuti classificati come islamici a rischio radicalizzazione”: lo afferma in una nota Edmondo Cirielli, Questore della Camera dei Deputati e presidente della direzione nazionale di Fratelli di Italia, commentando l’ennesimo episodio di aggressione avvenuto nel carcere di Reggio Emilia dove un detenuto marocchino, classificato tra gli islamici a rischio radicalizzazione, ha tentato di strangolare il comandante della polizia penitenziaria.
“Nell’esprimere solidarietà al comandante della polizia penitenziaria di Reggio Emilia e a tutti gli agenti che continuano, nonostante le difficoltà, a svolgere il proprio dovere garantendo il rispetto della legge in carcere, auspico dal nuovo ministro della Giustizia Alfonso Bonafede un cambio di linea rispetto al Pd nella politica carceraria. Partendo dalla cancellazione della vigilanza dinamica, il cosiddetto regime delle celle aperte, fortemente voluta dall’ex ministro Andrea Orlando: un provvedimento che mette seriamente a rischio la sicurezza degli agenti” conclude Cirielli.

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Diritti detenuti: confronto opinioni

Posted by fidest press agency su domenica, 20 maggio 2018

San Maurizio Canavese 28 maggio, alle 18 nella sala Conferenze del Presidio ospedaliero Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese si metteranno a confronto le opinioni di D. Minervini, direttore della casa circondariale Lo Russo e Cutugno, il vicedirettore sanitario A. Pellegrino, il direttore sanitario della Rems di San Maurizio Canavese, Jaretti Sodano ed Emilia Rossi, garante nazionale dei diritti dei detenuti. Modera Fabiola Grimaldi. Il 29 maggio i partecipanti potranno visitare il carcere Lo Russo e Cutugno (iscrizione obbligatoria). L’appuntamento è promosso dall’associazione San Maurizio Domani.

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