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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Posts Tagged ‘detenuto’

Cultura mafiosa anche in una certa antimafia

Posted by fidest press agency su domenica, 20 Mag 2018

Alcuni professionisti (a mio parere poco professionisti) dell’antimafia si sono lamentati che dei giudici abbiano stabilito che i Garanti regionali dei detenuti possano colloquiare con i prigionieri sottoposti al regime di tortura democratica del 41 bis senza le consuete cautele, come il vetro divisorio fino a soffitto e la registrazione audiovisiva. Qualcuno di questi professionisti ha persino dichiarato: “Così si indebolisce il 41 bis: rischio messaggi all’esterno (…) perché il garante regionale seppur involontariamente può essere tramite di messaggi del detenuto.” (Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2018). Seguendo questo tipo di ragionamento, per non correre nessun rischio e in nome del sospetto, il detenuto sottoposto al 41 bis non dovrebbe mai essere messo nelle condizioni di venire a contatto con nessuna persona delle istituzioni. Neppure con il direttore, le guardie, gli infermieri, i medici e i giudici, se non tramite un vetro divisorio e con colloqui audiovideo registrati, perché anche loro seppur involontariamente potrebbero essere tramite di messaggi del detenuto.Ho letto anche che si è gridato allo scandalo perché un magistrato di sorveglianza ha concesso un permesso di qualche ora, con scorta, ad un ergastolano in regime di 41 bis per vedere la mamma malata ultranovantenne, per il rischio che il figlio possa ordinare e mandare messaggi ai suoi gregari. Credo che a questo punto, per evitare qualsiasi timore, tutti dovrebbero essere sorvegliati a vista, perché anche i politici e i funzionari dello Stato potrebbero usare il loro potere per rubare e corrompere e anche le persone normali, incensurate, con la fedina penale pulita, potrebbero uccidere all’improvviso moglie e figli (come purtroppo accade).
Sigmund Freud affermava che L’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza. Per questo io penso che sia meglio vivere in uno Stato di diritto e democratico, anche a rischio che mi vengano a rubare in casa, piuttosto che vivere in uno Stato più sicuro ma poliziesco. Sì, è vero, prevenire è meglio che curare, ma non bisogna però esagerare perché la prevenzione su tutto e tutti può diventare una malattia contagiosa che porta più danni che benefici. Non si può, per esempio, proibire per legge i motorini ai ragazzi perché qualcuno di loro potrebbe guidare in modo spericolato e potrebbe causare incidenti a sé e agli altri, mentre qualcuno lo usa correttamente e va a scuola e a lavorare. Penso che ci sarà sempre il rischio che qualche detenuto dal carcere dia ordini o mandi messaggi, o chi continuerà a delinquere quando uscirà, ma sono fortemente convinto che la maggioranza dei prigionieri con un trattamento più umano potrebbe essere stimolato a cambiare e a migliorarsi. Credo che ci sia solo un modo per sconfiggere certi fenomeni criminali e secolari ed è quello di stimolare i prigionieri mafiosi a liberarsi il cuore e la mente dalla “cultura” che li ha portati in carcere. Alcuni professionisti dell’antimafia non hanno ancora capito che la mafia non è tutta in quei 723 detenuti al regime di tortura del 41 bis, che dopo tanti anni di carcere non contano più nulla. Il pericolo piuttosto è fuori, perché si può essere culturalmente mafiosi e non infrangere nessuna legge e avere la fedina penale pulita, o usare la giustizia in modo strumentale, come terreno di caccia per accrescere consenso politico e mediatico. http://www.carmelomusumeci.com (Carmelo Musumeci)

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Nuovo suicidio di un detenuto in un carcere italiano

Posted by fidest press agency su domenica, 10 dicembre 2017

carcereNella notte, un detenuto italiano di 60 anni, imputato per ricettazione e ristretto nella VI sezione si è impiccato nella propria cella, che condivideva con altri quattro detenuti che non si sono accorti di nulla. Il pur tempestivo intervento dell unico poliziotto penitenziario di servizio nulla ha potuto e l uomo è purtroppo deceduto. Ne da notizia Maurizio Somma, segretario nazionale per il Lazio del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE.Amareggiato il segretario generale del SAPPE, Donato Capece: Questo nuovo drammatico suicidio di un altro detenuto evidenzia come i problemi sociali e umani permangono, eccome!, nei penitenziari, lasciando isolato il personale di Polizia Penitenziaria (che purtroppo non ha potuto impedire il grave evento) a gestire queste situazioni di emergenza. Il suicidio è spesso la causa più comune di morte nelle carceri. Gli istituti penitenziari hanno l obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, e l Italia è certamente all avanguardia per quanto concerne la normativa finalizzata a prevenire questi gravi eventi critici. Ma il suicidio di un detenuto rappresenta un forte agente stressogeno per il personale di polizia e per gli altri detenuti.
Per queste ragioni un programma di prevenzione del suicidio e l organizzazione di un servizio d intervento efficace sono misure utili non solo per i detenuti ma anche per l intero istituto dove questi vengono implementati. E proprio in questo contesto che viene affrontato il problema della prevenzione del suicidio nel nostro Paese. Ma ciò non impedisce, purtroppo, che vi siano ristretti che scelgano liberamente di togliersi la vita durante la detenzione. Negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 19mila tentati suicidi ed impedito che quasi 145mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze, conclude il leader nazionale del primo Sindacato del Corpo. Il dato oggettivo è che la situazione nelle carceri resta allarmante. Altro che emergenza superata!

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Il detenuto ristretto in una cella inferiore ai tre metri quadri dev’essere risarcito dal Ministero di Giustizia

Posted by fidest press agency su sabato, 9 dicembre 2017

carcereIl detenuto ha diritto all’indennizzo da parte del Ministero della Giustizia se lo spazio minimo vitale in cella è inferiore ai tre metri quadri. E per determinarlo in cella detentiva collettiva occorre far riferimento alla superficie della camera detentiva fruibile dal singolo detenuto ed idonea al movimento e, pertanto, occorre detrarre dalla complessiva superficie della cella non solo lo spazio destinato ai servizi igienici e quello occupato dagli arredi fissi ma anche lo spazio occupato dal letto a castello, costituendo quest’ultimo una struttura tendenzialmente fissa e comunque non facilmente amovibile. A stabilire questi principi, la significativa ordinanza 29323/17 della Cassazione civile pubblicata il 7 dicembre. Nella fattispecie, i giudici della dalla terza sezione civile hanno accolto il ricorso di un detenuto avverso il decreto del tribunale di Torino, che aveva agito per chiedere la condanna del ministero della Giustizia ad oltre 23 mila euro per essere stato ristretto in un più istituti di detenzione piemontesi in celle comuni dalle minuscole dimensioni. Con il primo motivo il ricorrente aveva lamentato che il Tribunale di Torino non avesse scomputato dalla superficie complessiva della cella l’ingombro del letto e ha sostenuto che ciò avrebbe determinato una notevole riduzione del computo dei giorni trascorsi negli istituti di pena di Torino e Asti in condizioni inumane e degradanti. La Suprema Corte ha ritenuto valida tale doglianza e ha ricordato che lo stesso collegio, in sede penale, ha più volte affermato che, «ai fini della determinazione dello spazio individuale minimo inframurario, pari o superiore a tre metri quadrati, da assicurare a ogni detenuto affinché lo Stato non incorra nella violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti, in base all’articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, così come interpretato dalla conforme giurisprudenza della Corte Edu in data 8 gennaio 2013 nel caso Torreggiani», il giudice deve detrarre dalla superficie lorda della cella l’area occupata dagli arredi. Ora, in tale prospettiva, si considera un ingombro anche il letto a castello, struttura «dal peso ordinariamente consistente, non amovibile, né fruibile per l’estrinsecazione della libertà di movimento nel corso della permanenza nella camera detentiva e, quindi, idonea a restringere, per la sua quota di incidenza, lo spazio vitale minimo all’interno della cella». Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, si tratta di una decisione che rende giustizia in materia di condizioni di detenzioni, che in Italia continuano ad essere purtroppo permanentemente inumane e degradanti in molteplici istituti carcerari sul territorio nazionale, così non garantendo il rispetto della funzione della pena che non è solo quella della sanzione, ma nel suo requisito costituzionalmente essenziale e primario è quella della rieducazione e riabilitazione del condannato. Per tali ragioni, continueremo ancora più convintamente ad agire per la tutela di tutti i detenuti che lamentano situazioni analoghe.

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Detenuto affetto da Tbc trasferito in aereo senza comunicazioni in merito

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 novembre 2016

maccari-cie-kr5“E’ sconcertante l’assordante silenzio che si registra in merito alla vergognosa vicenda venuta alla luce nella casa di reclusione di Is Arenas, in Sardegna, dove ad un detenuto appena arrivato da un’altra Casa circondariale italiana sono stati riscontrati focolai attivi di tubercolosi senza che nessuno sapesse del pericolo durante il trasferimento. A due giorni da una denuncia clamorosa che avrebbe dovuto scuotere vertici di Uffici e Dipartimenti nemmeno il ronzio di una mosca che vola… La salute di chi lavora onestamente servendo lo Stato non vale davvero poi molto in Italia, e questa ennesima conferma tradisce una volta di più il menefreghismo assoluto per tutti gli operatori del Comparto”.
Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia,interviene così a seguito della grave situazione verificatasi in Sardegna dove, stando a quanto segnalato anche da tutti i media, a un detenuto di origini romene proveniente da un carcere del Nord Italia, e trasferito sull’isola in aereo, è stata riscontrata la Tbc. Il detenuto, a quanto emerso, è giunto a Is Arenas senza che dalla struttura penitenziaria di provenienza fosse stata comunicata l’infezione tubercolare, tanto che è stato trasportato su un volo di linea senza particolari precauzioni, in modo che i passeggeri dell’aereo, la scorta che lo ha trasferito, nonché gli altri detenuti con cui è venuto in seguito in contatto sono rimasti esposti a possibile contagio. Il caso sanitario, è stato spiegato dai media, è stato poi scoperto dal medico della casa di reclusione di Is Arenas al momento dell’arrivo del recluso, e poi confermato presso l’ospedale di San Gavino dove il detenuto è stato accompagnato per approfonditi accertamenti.
“Ma tutto questo disastro – si infuria Maccari – deve essere inavvertitamente sfuggito agli Organi competenti. Competenti a far tutto fuorché ad occuparsi delle donne e degli uomini che da loro dovrebbero essere rappresentati e tutelati. E’ fin troppo evidente che qualcuno da qualche parte ha commesso un errore di assoluta gravità, e che per questo le conseguenze rischiano di pagarle, tanto per cambiare, i soliti ‘cretini’ in divisa. Situazioni del genere sono molto meno rare di quel che si possa immaginare, ma il personale della Sicurezza non può continuare così, nell’indifferenza e nell’arroganza più assoluta di chi continua sistematicamente a trattarci come fantocci tranquillamente sacrificabili”.

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“Lo spazio ritrovato. Il reinserimento del detenuto nell’ambiente sociale”

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 ottobre 2016

carcereRoma Venerdì prossimo, 14 ottobre 2016, alle ore 9,30, presso l’Isola Solidale, in via Ardeatina, 930, si terrà il convegno “Lo spazio ritrovato. Il reinserimento del detenuto nell’ambiente sociale” con un focus particolare su Roma. L’iniziativa, promossa dall’Isola Solidale, ha come obiettivo quello di evidenziare come i detenuti e gli ex detenuti possano costituire una risorsa per la nostra Società invece che rivestire un ruolo passivo e dipendente. Per questo sono stai coinvolti tutti gli agenti sociali e istituzionali nazionali e territoriali per promuovere – soprattutto su Roma – le necessarie sinergie tra la magistratura, i servizi socio-sanitari, il volontariato, la politica e la comunità religiosa per favorire l’integrazione dei detenuti o ex detenuti.
Intervengono, tra gli altri, COSIMO FERRI, sottosegretario alla Giustizia, LAURA BALDASSARRE, assessore alle Persona, Scuola e Comunità Solidale di Roma Capitale, Mons. AUGUSTO PAOLO LOJUDICE, vescovo ausiliare di Roma, ALESSANDRO PINNA, presidente dell’Isola Solidale, CINZIA CLANDRINO, provveditore Amministrazione Penitenziara delle Regioni Lazio-Abruzzo e Molise, FRANCESCO FALLERONI, segretario generale della Fondazione Ozanam, PATRIZIO GONNELLA, presidente associazione Antigone, ROSSELLA SANTORO, direttore della Casa circondariale di Civitavecchia e ORAZIO LA ROCCA, giornalista de La Repubblica.

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Rispetto dignità per il cittadino detenuto

Posted by fidest press agency su sabato, 22 gennaio 2011

“Nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti o pene inumani o degradanti”, parole, una dietro l’altra, messe in fila per meglio fare chiarezza di una dimensione sottaciuta, mai del tutto svelata, parole che hanno il carico dell’obbligo assoluto e inderogabile. Sul carcere, sulle persone detenute, sulla colpa, il martello della bugia non conosce stanchezze, si alimenta sulla conflittualità quotidiana, che fa della comunicazione un’arma contundente, perché quasi certamente verrebbe alla luce una ordinaria follia di sopravvivenza. C’è un tentativo di ridurre ogni cosa a una sorta macabro gioco infantile, vittimismo, pietismo, solidarietà stiracchiata qua e là, non fanno del bene all’Istituzione carceraria, tanto meno alla popolazione detenuta, bensì, rischiano di annientare le ultime resistenze umanitarie, di cancellare maturità e speranze, di stroncare quel che rimane del senso di Giustizia, quel principio autorevole che consegna e difende il rispetto della dignità di ciascuno, anche in un penitenziario, persino all’interno di una cella incredibilmente sovraffollata. Quando parliamo di galera, di isolamento, di ingiustizia, non siamo autorizzati a guardare da un’altra parte, perché in quel perimetro di terra di nessuno a nome carcere, può rischiare di finirci chiunque, innocente e colpevole, uomo e donna, padre e figlio, e quando questo accade, e s’aggiunge una morte inspiegabile, il suicidio della carne, della mente,  del cuore, non c’è attenuante prevalente alle aggravanti, nè assoluzione che tenga nel nascondersi dietro la pratica consolidata della critica degli altri, di quelli che non siamo noi,  ma neppure gli altri. Il buon senso non sta nell’insistere a voce alta, nell’urlare concentrico, nel fare più baccano possibile per riuscire a separare la realtà che sta intorno dalla rappresentazione di comodo. Giorgio La Pira parlava di democrazia fraterna, di dimensione spirituale, di comunicazione politica pubblica, ciò è chiaramente un concetto alto, di non facile assunzione, se non si è ben preparati e disposti. Qualcun altro di non meno carisma e amore per la giustizia, andava ripetendo che in carcere si va perché puniti, e non per essere puniti, non per essere scavati all’osso a volte fino a morirne, sino a diventare “cose” al punto da non potere più accostare alcun progetto di ri-umanizzazione perché quell’umanità è stata relegata al sottoscala della compassione. Il carcere e la folla ristretta, non è una esagerazione definirli irraccontabili, e quando affiora questo nodo violento che sa travestirsi da opera di bene, c’è il dirottamento alla direzione opposta, quella che porta a ripetere gli stessi errori. Quando la società dei simulacri fa dapprima apparire e poi scomparire le verità, allora occorre ri-partire dal rispetto e la vicinanza con chi  non ha ancora alcuna consolazione, per giungere anche a chi in una prigione sconta la propria pena con l’intenzione di una giusta fatica e impegno per ritornare a essere nient’altro che un uomo. (Vincenzo Andraous)

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Omar Khadr detenuto a Guantanamo

Posted by fidest press agency su domenica, 30 Mag 2010

“L’UNICEF esprime preoccupazione per l’imminente processo nei confronti di Omar Khadr, detenuto a Guantanamo. Omar Khadr era stato arrestato in Afghanistan nel 2002 con l’accusa di avere commesso crimini terroristici quando aveva 15 anni. Omar è l’ultimo bambino soldato ancora in carcere a Guantanamo. Il reclutamento e l’impiego di minori nelle ostilità è un crimine di guerra, e gli adulti che se ne rendono responsabili devono essere puniti. I bambini così coinvolti ne sono vittime, e agiscono sotto coercizione. Come l’UNICEF ha ripetutamente affermato in altre dichiarazioni sull’argomento, i minori combattenti hanno bisogno di assistenza per essere recuperati e reintegrati nelle comunità di appartenenza, e non di processi o condanne.  Il procedimento contro Omar Khadr rischia di creare un grave precedente internazionale a svantaggio di altri minori vittime di reclutamento nei conflitti armati. Nel momento in cui le Nazioni Unite celebrano il decimo anniversario dell’approvazione del Protocollo opzionale sul coinvolgimento dei minori nei conflitti armati, chiediamo ai Governi di tutti gli Stati che hanno ratificato questo trattato – inclusi gli Stati Uniti – di far rispettare lo spirito del Protocollo e di tutte le sue norme.  Inoltre, chiunque sia perseguito per reati che si ritiene siano stati commessi quando era minorenne dovrebbe essere trattato secondo i principi basilari della giustizia minorile internazionale, che prevede una protezione speciale per tali soggetti. Omar Khadr non dovrebbe essere processato da un tribunale che non è attrezzato né ha ricevuto un mandato per fornire questo genere di tutela e per rispettare questi principi

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Ennesimo detenuto suicida

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 aprile 2010

“Ieri sera nella Casa Circondariale campana di Santa Maria Capua Vetere si è tolto la vita un detenuto italiano di 40 anni, sieropositivo, posizione giuridica di “giudicabile”. L’uomo si è suicidato inalando il gas delle bombolette  che tutti i reclusi legittimamente detengono per cucinarsi e riscaldarsi cibi e bevande, come prevede il regolamento penitenziario. E’ l’ennesimo fatto drammatico che testimonia ancora una volta l’urgente  necessità di intervenire immediatamente sull’organizzazione e la gestione delle carceri, dove il numero esorbitante dei detenuti e la carenza di personale non consentono più alla Polizia penitenziaria di garantire i controlli necessari.” E’ quanto dichiara Donato CAPECE, Segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE – il primo e più rappresentativo della Categoria -, a commento della morte per suicidio di un detenuto ieri a Santa Maria Capua Vetere. ”Il modo in cui e’ morto il detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere, analogo a quello posto in essere pochi giorni fa nel penitenziario di Reggio Emilia da un altro detenuto suicida, ricorda quello di un altro ristretto morto nel carcere di Pavia qualche anno fa; episodio per cui l’ Amministrazione penitenziaria fu condannata a risarcire i familiari con 150.000 euro.. A Santa Maria Capua Vetere sono ristretti più di 940 detenuti a fronte di 547 posti letto e i due terzi dei presenti sono imputati, cioè in attesa di sentenza definitiva. I detenuti stranieri sono circa il 25% dei presenti mentre le carenze di Personale di Polizia Penitenziaria sono stimate in circa 20/25 unità. Bisogna che sulle criticità penitenziarie si intervenga quanto prima e con estrema urgenza, per evitare l’implosione del sistema. E questo sarà quanto chiederà il SAPPE domani a Roma in un incontro già programmato con il Ministro della Giustizia Angelino Alfano.”

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Sulmona: ancora un detenuto suicida

Posted by fidest press agency su domenica, 4 aprile 2010

“Quello del detenuto R.I. 54 anni, di Roma nel carcere di Sulmona è, a quanto ci risulta, il sedicesimo suicidio avvenuto dall’inizio dell’anno nelle carceri. Ed è avvenuto, come gli altri, nel contesto di un ‘combinato disposto’ (sovraffollamento penitenziario e gravi carenze negli organici della Polizia penitenziaria) che ricade pericolosamente sulle condizioni lavorative dei Baschi Azzurri del Corpo e che impedisce di svolgere servizio nel migliore dei modi. Come può un Agente, da solo, controllare 80/100 detenuti?”E’ quanto dichiara Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, la prima e più rappresentativa organizzazione di Categoria, alla notizia dell’ennesimo suicidio di un detenuto, questa volta nel carcere di Sulmona. “Con un sovraffollamento di oltre 67mila detenuti in carceri che ne possono contenere a mala pena 43mila, accadono purtroppo questi episodi. A Sulmona, ad esempio, dove i posti regolamentari nelle celle sono circa 300, abbiamo quasi 500 detenuti presenti. E se la situazione non si aggrava ulteriormente è grazie alle donne e agli uomini del Corpo che, in media, sventano ogni mese 10 tentativi di suicidio (molte centinaia ogni anno) di detenuti nei penitenziari italiani. Il Corpo di Polizia Penitenziaria, i cui organici sono carenti di oltre 6mila unità,  ha mantenuto fino ad ora l’ordine e la sicurezza negli oltre duecento Istituti penitenziari a costo di enormi sacrifici personali, mettendo a rischio la propria incolumità fisica, senza perdere il senso del dovere e dello Stato nonostante vessati da continue umiliazioni ed aggressioni da parte di una popolazione detenuta esasperata dal sovraffollamento e da politiche repressive che non hanno avuto il coraggio e l’onestà politica ed intellettuale di riconoscere i dati statistici e gli studi Universitari indipendenti su come il ricorso alle misure alternative e politiche di serio reinserimento delle persone detenute attraverso il lavoro, siano l’unico strumento valido, efficace, sicuro ed economicamente vantaggioso, per attuare il tanto citato quanto non applicato articolo 27 della nostra Costituzione”.

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Vita! di Grazia Isoardi

Posted by fidest press agency su martedì, 16 marzo 2010

Torino  Rivoli 18 marzo 2010, ore 21 Via Rosta 23,  Maison Musique Vita! di Grazia Isoardi uno spettacolo con i detenuti del Carcere La Felicina di Saluzzo allo spettacolo segue il dibattito con Giorgio Leggieri, direttore del Carcere La Felicina di Saluzzo Don Piero Stavarengo, cappellano della Casa Circondariale delle Vallette, Torino  Fare teatro in carcere è prima di tutto portare vita. Prima del risultato estetico, prima dei consensi del pubblico e della stampa, prima dei benefici giudiziari ottenuti, il detenuto sperimenta nel lavoro teatrale la bella sensazione di sentirsi e ri-scoprirsi “ persona “ e non esclusivamente “ problema”. Vita!, il nuovo spettacolo che l’autrice e regista Grazia Isoardi presenta in anteprima alla Città dell’Uomo, è lo spazio in cui l’attore esprime pensieri sulla propria esistenza  e riflessioni sul senso del fare teatro  in un momento di benefica libertà, è uno spaccato del lavoro svolto all’interno del laboratorio teatrale nel carcere di Saluzzo che diventa occasione di incontro con il mondo esterno.  Se proviamo a immaginare che cosa significhino affetti e quotidianità in carcere, forse ci vengono in mente tutta una serie di rimandi letterari e/o cinematografici ed insieme, probabilmente,  anche molte semplificazioni e parecchi pregiudizi, spesso caricaturali.  Che sia invece una questione particolarmente dolorosa e complessa per chi la vive in prima persona, non è sempre completamente ovvio, soprattutto in un Paese come il nostro dove le case di reclusione sono da anni in situazione di continua emergenza. E’ poco frequente però che siano gli stessi detenuti a raccontare la variegata sfera delle proprie emozioni personali, è raro che diano voce ai propri sentimenti e ai propri desideri più individuali ed è ancora più raro che ci siano persone ad ascoltarli. In questo senso, il laboratorio teatrale che Grazia Isoardi tiene da anni con gruppi di reclusi della Felicina di Saluzzo offre l’occasione preziosa a loro   di esprimere e, successivamente, agli spettatori di ascoltare le ansie e le mancanze di queste vite non libere. Se negli anni passati, gli spettacoli che ne erano nati (diretti poi da Koji Miyazaki) avevano affrontato temi come la giustizia (“La soglia”), il sogno (“Il luogo dei cigni”) e la religione (“Amen”), questo ultimo Vita! vuole raccontare gli aneliti di un quotidiano ricco di complessità e di regole dette e nascoste, compreso nel continuo paragone fra il dentro e il fuori.

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Detenuto malato di mente si impicca a Poggioreale

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 marzo 2010

Angelo Russo, 31 anni, affetto da una grave forma di schizofrenia, era stato arrestato il 24 febbraio scorso febbraio con l’accusa di aver violentato una ragazza di 19 anni, mentre entrambi erano ricoverati in un Istituto di Igiene Mentale a Pozzuoli. Ieri sera si è impiccato nel carcere di Poggioreale. Salgono a 14 i detenuti suicidi dall’inizio del 2009, mentre il carcere si riconferma ancora una volta come “ricettacolo” di ogni forma di disagio sociale: una recente ricerca, realizzata dalla SIMSPE (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria) ha rivelato che il 10% della popolazione detenuta è affetta da malattie mentali. Si tratta di oltre 6.000 persone: 1.533 internate nei 6 OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) e le altre recluse nelle sezioni per detenuti comuni.
Russo era in carcere da meno di due settimane (formalmente indagato e non ancora rinviato a giudizio) sulla base di una presunzione di “pericolosità sociale”, che è particolarmente difficile da definire quando una persona è affetta da patologie psichiche, poiché va innanzitutto valutata la sua “capacità di intendere e volere”. Una volta escluso il “vizio totale di mente” – che impedirebbe la celebrazione del processo e la detenzione in regime ordinario, sostituita da una “misura di sicurezza” come l’internamento in Ospedale Psichiatrico Giudiziario – il detenuto malato mentale va comunque sottoposto a cure e attenzioni particolari, anche per evitare il rischio di suicidi e autolesionismi. Oggi il carcere, caratterizzato da sovraffollamento, carenze di personale e di risorse economiche, non è in grado di tutelare la vita e la salute dei detenuti, tantomeno di “recuperarli” alla vita sociale: il caso di Poggioreale è emblematico: ha 1.385 posti e vi sono ristretti più di 2.800 detenuti, negli ultimi 3 anni vi sono morti più di 30 detenuti, di cui 9 suicidi.

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Detenuto suicida a Padova

Posted by fidest press agency su domenica, 7 marzo 2010

Giuseppe Sorrentino, 35 anni, si è ucciso ieri mattina alle 10.30 nella Sezione “Protetti” della Casa di Reclusione di Padova. L’uomo, che era in cella da solo, si è impiccato alle sbarre della finestra del bagno mentre gli altri detenuti erano fuori dalla Sezione per “l’ora d’aria”. Sono stati proprio i compagni, dal cortile, ad accorgersi di ciò che stava accadendo e a dare l’allarme, ma quando gli agenti sono entrati in cella per soccorrerlo Sorrentino era già morto. Di origini campane, era in carcere già da diversi anni e la detenzione lo aveva duramente provato: infatti manifestava da tempo segni di profondo disagio ed era reduce da un lungo sciopero della fame che lo aveva debilitato. Ricoverato più volte in Ospedale e in Centro Clinico Penitenziario, ogni volta al ritorno in carcere riprendeva la sua protesta, lamentando in particolar modo una scarsa attenzione alle sue problematiche da parte degli operatori penitenziari. ll suicidio di Sorrentino è il secondo in meno di due settimane nella Casa di Reclusione di Padova, dove il 23 febbraio scorso, nella stessa Sezione, si tolse la vita Walid Alloui, che aveva soli 28 anni. Dall’inizio dell’anno salgono così a 13 i detenuti suicidi (vedi tabella) e a 31 il totale dei morti “di carcere” (che comprendono i decessi per malattia e per cause “da accertare).

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Carceri Lazio: detenuto ignoto

Posted by fidest press agency su sabato, 20 febbraio 2010

Dichiarazione di Irene Testa, Segretara dell’Associazione radicale il Detenuto Ignoto, candidata per la lista Bonino-Pannella per le elezioni regionali del Lazio (Provincia di Roma) L’ipotesi di inciucio paventata dall’Assessore al bilancio uscente Luigi Nieri sulla nomina del prossimo garante regionale dei diritti dei detenuti sarebbe un’evenienza disastrosa e un pessimo lascito da parte dell’attuale giunta nei confronti di quella che sarà eletta a sostituirla tra poco più di un mese, in una regione come il Lazio, non certo immune dai problemi che più in generale affliggono oggi il sistema carcerario italiano, che si annovera tra quelle con il più alto numero di detenuti nella penisola. La giunta uscente dovrebbe più opportunamente esimersi adesso dal procedere a questa nuova nomina, lasciando il compito alla prossima, anche se a riguardo sarebbe interessante capire se, nel caso dovesse vincere Renata Polverini, questa crederà di ripristinare la figura del Garante regionale, oppure, come il sindaco capitolino di centro-destra Alemanno ha fatto per il garante del Comune, non intenderà avvalersi di questa importante funzione di controllo e assistenza. In questo, in ogni caso, pur essendo essenziale la professionalità, spero proprio che una nuova nomina possa andare oltre ogni cooptazione clientelare e di casta e riesca a spezzare quella catena dei “professionisti” del diritto umano che rischia di porre in subordine la doverosa attenzione verso i più deboli rispetto a logiche di profitto e di potere, a spese della collettività.

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Detenuto suicida a Sulmona

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 gennaio 2010

I parlamentari radicali nel gruppo del PD hanno presentato un’interrogazione, a prima firma Rita Bernardini, al Ministro della Giustizia Alfano sul suicidio del detenuto Antonio Tammaro nel supercarcere di Sulmona. L’uomo – 28enne, di origini napoletane –  era detenuto nella parte dell’istituto adibita a Casa Lavoro, quindi non stava scontando una pena per aver commesso reati, ma era sottoposto a misure di sicurezza perché socialmente pericoloso. Tammaro si è impiccato mercoledì sera,  nella cella che occupava da solo, il giorno dopo il suo rientro da un permesso premio. Non solo questo è il 4°suicidio nei primi otto giorni del nuovo anno (dopo un 2009 che, con 72 suicidi, ha stabilito il peggior record di tutti i tempi), ma è anche l’ottavo in cinque anni nel solo carcere di Sulmona, dove la Casa Lavoro – la più grande d’Italia, che attualmente ospita circa 160 internati a fronte di una capienza regolamentare di cento posti – non si distingue dal carcere se non per il nome. E proprio sulle condizioni della Casa Lavoro di Sulmona i parlamentari radicali avevano già presentato un’interrogazione, che giace ancora senza risposta. I radicali, infine, più in generale hanno chiesto al ministro se non ritenga opportuno assumere iniziative normative per sostituire il requisito della pericolosità sociale (di dubbio fondamento empirico), quale presupposto per l’applicazione di una misura di sicurezza detentiva, con altro quale ad esempio quello del «bisogno di trattamento».

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La morte di un detenuto

Posted by fidest press agency su martedì, 22 dicembre 2009

Dichiarazione di Rita Bernardini, deputato radicale eletto nelle liste del PD, membro della Commissione Giustizia della Camera In seguito alla pubblicazione apparsa sul quotidiano “La Città di Teramo e Provincia” dell’articolo intitolato “Il detenuto si massacra quando sta da solo, non davanti agli altri”, nel quale si dava conto della registrazione di un dialogo tra il Comandante di reparto e un agente di polizia penitenziaria nel corso della quale il primo invitava il collega a massacrare i detenuti non in sezione, davanti agli altri, ma sotto, ossia lontano da occhi indiscreti, presentai una interrogazione parlamentare chiedendo al Ministro della Giustizia, tra le altre cose, di promuovere un’indagine nell’istituto di pena teramano al fine di verificare le responsabilità in ordine al singolo pestaggio poi oggetto del colloquio registrato e, soprattutto, di accertare se le brutalità dei maltrattamenti e delle percosse fossero, più che il semplice frutto di un episodio isolato, una vera e propria prassi usata dalla Polizia Penitenziaria all’interno del carcere di Castrogno. Quella mia interrogazione è ancora in attesa di una risposta da parte del titolare del dicastero di Via Arenula, nel frattempo apprendo dalle agenzie di stampa che nello stesso carcere abruzzese è deceduto, qualche giorno fa, il detenuto nigeriano, U.E., di 23 anni, che era stato testimone negli accertamenti relativi al presunto pestaggio che ha poi portato alla sospensione del comandante di reparto. Nonostante i medici del nosocomio teramano abbiano subito dichiarato che la morte del detenuto è stata provocata da “cause naturali”, ritengo sia doveroso che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria apra immediatamente una indagine amministrativa interna al fine di fare completa chiarezza sulla vicenda fugando così ogni sospetto. Per questi motivi ho deciso di presentare una interrogazione al Ministro Alfano anche con riferimento alla morte del testimone del presunto pestaggio, augurandomi che tanto questo, quanto il primo atto di sindacato ispettivo, possa ricevere presto una risposta ampia, esaustiva e non di mera circostanza.  Indipendentemente da quelle che saranno le conclusioni alle quali giungerà l’inchiesta della magistratura, infatti, mi sembra urgente e necessario chiedere che le istituzioni politiche facciano subito piena luce su quanto sta avvenendo all’interno del carcere di Castrogno. Peraltro nella visita ispettiva che ho condotto nell’istituto di pena abruzzese ho potuto personalmente riscontrare una situazione di elevato sovraffollamento, alla quale si accompagna un numero di agenti di polizia penitenziaria e di educatori sottodimensionato rispetto alle esigenze della popolazione carceraria, nonché un problema di attività tratta mentale non adeguata e di carente assistenza sanitaria, psicologica e psichiatrica. Tutti problemi da me prontamente segnalati al Ministro della Giustizia in una apposita interrogazione parlamentare che evidentemente il segretario generale del Sinappe, Giampiero Cordoni, non deve neanche aver letto, visto che mi accusa di essermi semplicemente lamentata del freddo nelle celle. Prima di rilasciare dichiarazioni di questo tipo i rappresentanti del Sinappe farebbero meglio a documentarsi.

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Detenuto Ignoto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 settembre 2009

Dichiarazione di Irene Testa, Segretario dell’Associazione Radicale I“Il problema della carenza di personale di polizia penitenziaria merita certamente attenzione da parte delle Istituzioni. Non a caso  solo i radicali, con Marco Pannella e Rita Bernardini erano presenti alla manifestazione organizzata dalla Uil penitenziari. E’ necessario che le Camere affrontino sì il problema alla radice, ma quello dell’intera comunità penitenziaria, che comprende certo la polizia ma anche la condizione inumana e degradante a cui sono sottoposte oggi le persone recluse. Per questo, ci auguriamo che il dibattito ottenuto dall’Italia dei Valori in Commissione Giustizia alla Camera, non si limiti ad un solo aspetto, ma che invece possano essere affrontati, nel complesso, i molteplici problemi che affliggono il sistema penitenziario e la giustizia Italiani”.

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Salute in carcere

Posted by fidest press agency su sabato, 6 giugno 2009

Intervento della sen. Donatella Poretti Radicali- Pd, segretaria Commissione Igiene e Sanità al XXXII Congresso nazionale di medicina penitenziaria organizzato da Amapi e Simpe. Sul tema: Il diritto alla salute e’ compatibile con la detenzione? Salute e carcere, due principi costituzionali da rispettare: diritto alla salute e funzione della pena. Se il grado di civilta’ di un Paese si misura dalle condizioni delle sue carceri, il nostro sistema penitenziario e’ l’ideale cartina al tornasole dell’Italia. Lo Stato che detta le leggi e’ quello che non le rispetta, neppure nel momento in cui impone una pena per chi ha violato le leggi. Puo’ apparire paradossale, ma se la pena ha anche una funzione rieducativa e riabilitativa, in queste condizioni la pena in Italia e’ solo punitiva. 63 mila detenuti per una capienza di 43 mila, carceri sovraffollate, carceri completate ma mai aperte, carceri aperte ma senza detenuti, carceri che non possono aprire perche’ non ci sono gli agenti penitenziari, carceri con la pianta organica apparentemente perfetta, ma nella pratica senza agenti a causa dell’uso distorto e dell’abuso dei distaccamenti. Agenti che figurano in un carcere ma che poi svolgono le loro mansioni in altri luoghi, perfino a fare la scorta a qualche ministro o ministero.
Un sistema giudiziario al collasso: 10 milioni di processi pendenti, 140 mila processi che vanno in prescrizione ogni anno (un’amnistia di classe), l’obbligatorieta’ dell’azione penale che si trasforma nel suo esatto opposto, nella discrezionalita’ senza controllo e senza responsabilita’ dei magistrati, neppure quella civile voluta dai cittadini italiani con il referendum radicale, scaturita dal caso  Enzo Tortora e annullata da una legge del Parlamento. (http://blog.donatellaporetti.it/?p=638). Ha senso allora parlare di diritto alla salute in carcere, quando si internano persone malate che hanno a che fare non con medici o infermieri, ma soprattutto con agenti penitenziari che non solo non hanno alcuna preparazione ma neppure assistenza psicologica? Un appello conclusivo ai medici: in carcere avvengono dei pestaggi, i medici lo sanno, non denunciarli e’ connivenza che in alcuni casi puo’ portare alla complicita’. Il passaggio dei manicomi criminali al Servizio Sanitario Nazionale riporta il medico alla sua funzione originale, rimette al centro la relazione medico paziente, poco, anzi nulla, importa se detenuto.

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