Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 28 n° 31

Posts Tagged ‘diabete’

Nuove linee guida AACE per la gestione del diabete

Posted by fidest su venerdì, 5 febbraio 2016

diabete_21-300x224Le prime settimane del 2016 hanno già visto la pubblicazione delle linee guida 2016 per la gestione clinica e assistenziale del diabete, messe a punto dall’AACE, l’associazione che riunisce gli Endocrinologi Clinici Americani, linee guida che erano già state aggiornate nel corso del 2015. Il nuovo aggiornamento, a pochi mesi dalla precedente edizione, è un segno di quanto rilevanti siano le novità che si stanno registrando nel trattamento e nella gestione clinica di questa patologia che in Italia colpisce oltre 3 milioni di persone.
Le linee guida americane verranno presentate e discusse, facendo riferimento agli aspetti più innovativi per la realtà italiana, in occasione del “1st AME Diabetes Update” che si apre domani a Napoli promosso dall’Associazione Medici Endocrinologi (AME).“La novità dell’edizione 2016 delle Linee Guida AACE, spiega Enrico Papini, responsabile scientifico AME e Direttore Struttura Complessa Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale, è l’indicazione circa l’impiego precoce, nelle prime fasi della malattia, delle terapie innovative. Queste ultime, infatti, consentono di raggiungere un soddisfacente controllo dei valori glicemici minimizzando il rischio di provocare pericolosi episodi di ipoglicemia. Il miglioramento e la maggiore stabilità del controllo metabolico, così assicurati, sono rilevanti per la prevenzione delle complicanze che, nel tempo, possono derivare dal diabete mal controllato, sotto forma di impegno cardiovascolare, renale, oculare e della circolazione degli arti inferiori. Si stima che il diabete sia associato ad un aumento molto sensibile del rischio di mortalità da varie cause, ed è quindi di fondamentale importanza un trattamento precoce della malattia e la prevenzione delle sue complicanze”.“Le nuove terapie, recentemente introdotte, chiarisce Giorgio Borretta, S.C. Endocrinologia e Malattie del Ricambio, Azienda Ospedaliera S. Croce e Carle, Cuneo, controllano i livelli glicemici e sono in grado di prevenire, come già detto, le crisi ipoglicemiche garantendo ai pazienti lo svolgimento delle più comuni attività, come guidare un’auto, con la certezza di poterlo fare in sicurezza. Ma, l’aspetto più innovativo è rappresentato dalla capacità di questi farmaci di far perdere peso interrompendo il circolo vizioso rappresentato da alcune molecole per il controllo glicemico che tendevano a far ingrassare. Per il diabete di tipo 2, infatti, uno dei fattori sfavorevoli a un adeguato compenso metabolico è proprio rappresentato dal sovrappeso: disporre di farmaci capaci di agire sulla perdita di peso corporeo è fondamentale”.“Recentemente si sono resi disponibili in Italia due di questi farmaci di nuova generazione: la liraglutide, un analogo dell’ormone GLP-1 che rende più armonica la secrezione degli ormoni pancreatici, che si è dimostrata efficace nel trattamento del sovrappeso e dell’obesità, interagendo con specifici recettori cerebrali che regolano l’appetito. Il dapagliflozin è invece la prima terapia che agisce sui reni permettendo l’eliminazione dello zucchero in eccesso, con riduzione importante della glicemia, perdita di peso e abbassamento della pressione arteriosa. L’arrivo in Italia di queste molecole rappresenta un significativo passo avanti compiuto dalla ricerca scientifica che arricchisce il panorama delle terapie innovative contro il diabete di tipo 2, una malattia considerata dall’OMS un’epidemia in tutto il mondo”, continua Edoardo Guastamacchia, docente presso l’Istituto di Endocrinologia dell’Università di Bari.
“L’impiego precoce di queste molecole rappresenta certamente un vantaggio per i pazienti, ma apre nuovi dibattiti circa la sostenibilità per il SSN a fronte di un costo maggiore di questi farmaci, commenta Silvio Settembrini, Medico Dirigente di Malattie Metaboliche e Diabetologia, ASL Napoli 1 Centro, Napoli e uno dei principali organizzatori del Diabetes Update. Queste considerazioni hanno indotto finora alcuni criteri limitativi nella prescrivibilità di queste molecole e nella loro associazione con altri principi terapeutici. È tuttavia auspicabile che nel corso dei prossimi mesi si possa giungere a concedere da parte degli organi regolatori una più ampia rimborsabilità di questi farmaci che presentano anche il vantaggio di una durata molto più protratta della loro efficacia nel tempo.
Le linee guida AACE non introducono novità assolute per quanto riguarda gli stili di vita della persona con diabete, ma sottolineano l’importanza di un dialogo con il paziente capace di influire sui comportamenti non corretti e, in particolare, sulla sedentarietà e il sovrappeso, sempre più diffusi nel mondo occidentale. La loro modifica, prosegue Settembrini, attraverso anche una sorta di “terapia comportamentale” prevede l’adozione di un regime dietetico specifico, maggiori conoscenze sull’indice glicemico dei diversi cibi e delle congrue associazioni tra gruppi alimentari diversi, e l’attività fisica regolare. È necessaria una sana alimentazione con preferenza per i grassi insaturi vegetali, la limitazione degli zuccheri a rapido assorbimento e, per chi si sottopone a terapia con insulina, il conteggio dei carboidrati. Non meno importanti, una attività fisica moderata, per almeno 150 minuti a settimana e il riposo notturno di almeno 7 ore”, conclude Settembrini.

Posted in Cronaca, Medicina | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Lista degli esami di laboratorio ad elevato rischio di inappropriatezza nelle persone con diabete

Posted by fidest su giovedì, 28 gennaio 2016

laboratorio igieneAcido urico: Non è indicato per aumentare la capacità di predire gli eventi cardiovascolari né per motivare un trattamento ipouricemizzante finalizzato a ridurre il rischio cardiovascolare.
Apolipoproteine A e B: Possono essere considerate nella stratificazione del rischio cardiovascolare del soggetto diabetico ma allo stato attuale non sono raccomandate
Autoanticorpi anti-GAD: Sono un importante ausilio diagnostico ove non sia chiara dal punto di vista clinico la diagnosi di diabete tipo 1 e nei casi inquadrati come diabete tipo 2 ad esordio precoce ( Calcio: Non è un esame di routine nella gestione della malattia diabetica. Il suo dosaggio si raccomanda solo una tantum nei pazienti diabetici con osteoporosi di nuova diagnosi e, annualmente, in corso di trattamento con vitamina D (soprattutto se si utilizza il calcitriolo). E’ raccomandato almeno in presenza di malattia renale cronica allo stadio 3b (GFR< 45 ml/min per 1.73 m2) .
C-peptide: Non può essere considerato un esame di routine nel diabete. La sua misurazione è indicata solo quando vi è forte incertezza sulla tipologia del diabete, soprattutto se questa informazione può influenzare la scelta terapeutica.
Creatinchinasi (CK): Non è raccomandato durante terapia con statine a meno che non ci sia un fondato sospetto di miopatia.
Enzimi epatici (ALT, AST, GGT): Se ne raccomanda il dosaggio al momento della diagnosi di diabete e poi a cadenza annuale o biennale (più spesso solo se i valori sono alterati o se è documentata una steatosi epatica).
Esame chimico delle urine: E’ esame di scarsissima utilità. La glicosuria non è raccomandata per lo screening del diabete né per il monitoraggio del compenso glicemico. La ricerca di una positività per nitriti ed esterasi leucocitaria è raccomandata solo nei pazienti diabetici con sintomi/segni clinici suggestivi di IVU. La ricerca della microlbuminuria deve basarsi sul test specifico.
Emocromocitometrico: Non è raccomandato in presenza di normale funzione renale o di lieve insufficienza. Va effettuato nei diabetici con insufficienza renale moderata/grave (eGFR 65 anni.
Urea (azotemia): Non è utile per la valutazione della funzionalità renale del paziente diabetico e nulla aggiunge rispetto alla stima del filtrato glomerulare con le formule basate sulla creatinina. Può essere utile solo in caso di insufficienza renale molto grave (eGFR Urinocoltura: E’ raccomandata solo in presenza di sintomi/segni suggestivi di infezione delle vie urinarie. Non vi è alcuna indicazione allo screening e al trattamento antibiotico della batteriuria asintomatica.
Vitamina D: Non è raccomandata nella gestione della malattia diabetica. La supplementazione cronica con vitamina D ha dimostrato scarsi e/o assenti benefici sul compenso glicemico, sulla mortalità e sullo sviluppo e progressione delle complicanze croniche del diabete.

Posted in Cronaca, Medicina | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

“È ora di interrompere la pratica di prescrivere esami di laboratorio inutili”

Posted by fidest su giovedì, 28 gennaio 2016

diabete_21-300x224La Società Italiana di Diabetologia, in assoluta sintonia con il Ministero della Salute, nell’ottica di ottenere attraverso l’appropriatezza delle prescrizioni un risparmio che consenta di garantire un maggiore accesso all’innovazione e quindi una migliore assistenza sanitaria, fornisce il suo contribuito nel mettere in evidenza sprechi nella richiesta di esami di laboratorio alle persone con diabete. “In un momento di ristrettezze economiche com’è quello attuale – afferma il professor Enzo Bonora, Presidente della SID – la ricerca dell’appropriatezza in sanità rappresenta un capitolo importante della spending review. In quest’ottica, la Società Italiana di Diabetologia, consapevole che evitare sprechi è fondamentale per liberare risorse in campo diagnostico e terapeutico, ha redatto un Position Statement sull’appropriatezza nella prescrizione alle persone con diabete di oltre 20 parametri di laboratorio che risultano essere stati prescritti troppo spesso nel 2014. Il Servizio Sanitario Nazionale potrebbe funzionare benissimo e forse anche meglio con il Fondo Sanitario allocato per il 2016 , se tutti applicassero in ogni circostanza le ‘4 C’ indispensabili per fare bene il medico: Conoscenza, Competenza, Compassione e Coscienza. L’appropriatezza, sia nelle procedure diagnostiche che nelle scelte terapeutiche, ne sarebbe una logica conseguenza”.
La spesa per il diabete. Attualmente, l’assistenza medica ai circa 4 milioni di italiani con diabete costa al Servizio Sanitario Nazionale circa 16 miliardi di euro, pari a quasi il 15% del Fondo Sanitario Nazionale. Questa spesa (circa 4 mila euro per paziente per anno se vengono considerati i costi reali e non le tariffe virtuali) è così distribuita: 1% per visite specialistiche diabetologiche, 1% per esami di laboratorio di routine come l’emoglobina glicata, 4% per farmaci anti-diabete orali e iniettivi, 4% per dispositivi (siringhe, aghi, lancette e strisce reattive). A fronte del 10% circa della spesa totale attribuibile alla gestione ordinaria della malattia, ben il 90% è da riferire a ricoveri ordinari e Day Hospital (il 68% circa), altri farmaci (14%), consulenza specialistiche extra-diabetologiche, esami strumentali, esami di laboratorio diversi da quelli utilizzati per il monitoraggio ordinario della malattia ma spesso prescritti aille persone con diabete, procedure terapeutiche ambulatoriali (8%).
Le raccomandazioni della SID. Il documento non riguarda i parametri di laboratorio standard utilizzati nel monitoraggio del diabete e neppure l’automonitoraggio glicemico domiciliare, ma un’altra ventina di parametri di laboratorio che vengono spesso prescritti alle persone con diabete senza forti evidenze di una loro reale utilità clinica se non in casi particolari. Si va dal dosaggio dell’acido urico a quello degli enzimi epatici (ALT, AST, GGT), dal dosaggio del calcio a quello della vitamina D, dall’emocromo all’esame fisico-chimico delle urine. Ognuno dei parametri esaminati dagli esperti della SID, ha una sua utilità all’interno di condizioni situazioni cliniche particolari, ma è di limitata o nulla utilità nella grande maggioranza delle circostanze in cui viene prescritto. La SID stima che, su base nazionale, il risparmio annuo derivante da un minor ricorso a questi esami inappropriati nelle persone con diabete (prescritti da specialisti di tutte le discipline e da medici di medicina generale), ammonta a oltre 50 milioni di euro (equivalente alla somma degli stipendi lordi di oltre 600 diabetologi o a tutta la spesa per farmaci anti-diabete consumati in una regione con 5 milioni di abitanti). Il position statement si propone di offrire raccomandazioni evidence-based ai diabetologi, agli altri specialisti e ai medici di medicina generale. Queste raccomandazioni si riferiscono alle sole persone con diabete. Di seguito sono riportate in breve le principali raccomandazioni. “La SID ritiene – sottolinea il presidente Enzo Bonora – che se tutte le società scientifiche facessero altrettanto per le aree cliniche di loro competenza si potrebbe avviare un percorso virtuoso in grado di determinare risparmi ben superiori ai 100 milioni di euro annui ipotizzati dal Ministero della Salute”.

Posted in Cronaca, Medicina | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Curare il diabete con le staminali: mito o realtà?

Posted by fidest su martedì, 19 gennaio 2016

diabete_21-300x224Basta la parola ‘cellule staminali’ per cominciare a sognare e a favoleggiare di cure futuribili. E Il diabete non sfugge a questa regola. Tra miti e realtà, la Società Italiana di Diabetologia (SID) fa il punto della situazione ad oggi, nel documento ‘Cellule staminali nella terapia del diabete’ che esamina tutti i filoni di ricerca in corso nel mondo. Da quelli a un passo dalla clinica, a quelli ancora proiettati nel futuro. Curare il diabete con le staminali è una possibilità di giorno in giorno più vicina. “Lo dimostra il fatto – ricorda il professor Lorenzo Piemonti, Diabetes Research Institute-IRCCS Ospedale San Raffaele e coordinatore del Gruppo di Studio ‘Medicina rigenerativa in ambito diabetologico’ della Società Italiana di Diabetologia (SID) – che nell’ottobre del 2014 è iniziata la prima sperimentazione nell’uomo per la terapia del diabete di tipo 1, utilizzando cellule produttrici di insulina, derivate da cellule staminali. E sono in fase di ‘traslazione’ nell’uomo almeno altri tre approcci simili”. E’ l’alba della traduzione in clinica e della finalizzazione a scopo terapeutico delle tante conoscenze accumulate negli ultimi decenni nel campo della biologia delle cellule staminali. “Come tutti i campi di frontiera – prosegue Piemonti – è più che corretto avere una grande fiducia per il futuro, ma è altrettanto necessario mantenere un sano realismo e un doveroso rigore scientifico. Va comunque sottolineato che la medicina rigenerativa con cellule staminali ha la potenzialità non solo di trattare, ma di guarire in modo definitivo il diabete.” Il trapianto di isole pancreatiche o di pancreas è in grado di correggere molto bene i valori di glicemia. Ma questo approccio è limitato dalla scarsa disponibilità di donatori e dalla necessità di utilizzare una terapia immunosoppressiva per evitare il rigetto. L’approccio con le cellule staminali potrebbe consentire di superare entrambi i problemi.
Le cellule staminali possono essere utilizzate per sostituire le cellule produttrici di insulina mancanti o malfunzionanti; di questo potrebbero beneficiare tutti i pazienti con diabete di tipo 1 e quelli con diabete secondario a gravi malattie pancreatiche in cui sia presente un deficit di secrezione dell’insulina. Ma le cellule staminali possono essere utilizzate anche per mantenere vive le cellule beta pancreatiche (quelle che producono insulina), proteggendole dall’attacco del sistema immunitario (alla base del diabete di tipo 1) o dal danno legato al ‘troppo lavoro’, nel diabete di tipo 2. Infine esiste la possibilità di utilizzare cellule staminali anche per trattare le complicanze del diabete e favorire la riparazione di organi come il cuore, il rene e l’occhio.
“Le cellule staminali – spiega Piemonti – sono cellule primitive non specializzate, dotate della capacità di trasformarsi in diversi altri tipi di cellule del corpo attraverso un processo denominato differenziamento cellulare”. Dalla vita embrionaria, fino alla morte il nostro corpo contiene cellule staminali di diverso tipo e con diversa ‘potenza’, cioè capacità di differenziarsi in più tessuti. Le cellule più ‘potenti’ (totipotenti e pluripotenti) sono generalmente presenti solo in fase embrionale e fetale. Cellule a potenza ‘intermedia’ (multipotenti) o ‘limitata’ (unipotenti) sono presenti invece per tutta la vita. Questa regola però non è assoluta. Alcune cellule staminali, anche dopo la nascita, mostrano capacità differenziativa elevata. Inoltre è stato dimostrato che è possibile fare acquisire le caratteristiche delle staminali pluripotenti, anche a cellule non staminali prelevate dall’adulto. Questa scoperta (processo di riprogrammazione) è valso il premio Nobel nel 2012 a ShinyaYamanaka dell’Università di Kyoto e a John Gurdon dell’Università di Cambridge.“Per semplificare – spiega Piemonti – si può immaginare che la cellula sia come un computer. Mano a mano che matura e si differenzia, utilizza alcuni programmi e ne spegne altri. In questo modo acquisisce la sua ‘specializzazione’. La riprogrammazione permette di tornare ad avere a disposizione tutti i programmi originali e quindi di poter indirizzare nuovamente la cellula verso la direzione desiderata. Ad esempio nel caso del diabete, nella direzione delle cellule producenti l’insulina. Questo processo, che durante la vita embrio-fetale avviene in modo spontaneo e richiede mesi, può essere riprodotto in laboratorio in appena 2-3 settimane. In questo modo è quindi possibile partendo da una cellula della cute, ritornare ad uno stadio staminale e poi ridifferenziare quella cellula in una producente insulina.”
La SID ha costituito nell’ultimo anno un gruppo di studio, dedicato alla medicina rigenerativa in campo diabetologico. “Il primo obiettivo – spiega Piemonti – è di dare soprattutto informazioni sulle opportunità e limiti attuali della medicina rigenerativa in campo diabetologico. Il secondo è quello di creare una sinergia tra i gruppi con maggiore interesse e competenza in questo settore, per rendere sempre più competitivo a livello internazionale il nostro Paese”.“Negli ultimi anni ci sono stati troppi episodi in cui persone malate o loro familiari sono stati illusi sulla possibilità concreta ed immediata di ricorrere alla terapia con cellule staminali o presunte tali per varie patologie – afferma il prof. Bonora, presidente della Società Italiana di Diabetologia. Per questo abbiamo deciso di costituire un gruppo di lavoro formato da esperti che operano con assoluto rigore scientifico. A questi esperti, che stanno lavorando personalmente in questo campo in maniera per ora del tutto sperimentale, abbiamo chiesto di redigere un documento ufficiale che rifletta la posizione della nostra società e che ponga in evidenza la realtà, alimentando la fiducia ma evitando le mistificazioni. Sappiamo che in un futuro non lontano la terapia con cellule staminali sarà utilizzata con successo nel diabete ma dobbiamo essere corretti nell’affermare che questa terapia oggi non è disponibile”.

Posted in Medicina | Contrassegnato da tag: , | Leave a Comment »

Diabete: liraglutide più efficace degli inibitori SGLT-2 nel controllo della glicemia

Posted by fidest su domenica, 6 dicembre 2015

vancouverVancouver. Liraglutide (Victoza®, Novo Nordisk) è più efficace degli inibitori SGLT-2 nel ridurre l’emoglobina glicata, HbA1c, e dimostra in prospettiva una migliore tendenza a raggiungere gli obiettivi di controllo glicemico. Sono stati presentati al Congresso mondiale dell’International Diabetes Federation (IDF), conclusosi ieri a Vancouver, Canada, i risultati di una network meta-analysis condotta su studi relativi a persone con diabete tipo 2 non adeguatamente controllate con metformina in monoterapia o in associazione a sulfaniluree, inibitori DPP-4 o glitazoni1.“La network meta-analysis è una metodologia di valutazione che ha trovato solo recentemente una collocazione riconosciuta nel campo della evidence based medicine. È uno strumento sviluppato per eseguire un confronto indiretto fra trattamenti per i quali non sono disponibili studi clinici di confronto ‘testa a testa’, ma solo studi nei quali tali trattamenti sono confrontati con altri trattamenti, che potremmo definire ‘terzi’. Da questi studi vengono tratte le informazioni utili a valutare i due trattamenti tra di loro”, spiega Giorgio Sesti, Professore di medicina interna dell’Università degli Studi “Magna Grecia” di Catanzaro.I risultati della metanalisi presentata a Vancouver hanno valutato liraglutide in confronto a canagliflozin, empagliflozin e dapagliflozin, utilizzando 17 studi clinici randomizzati controllati, già pubblicati alla data di inizio della valutazione. Dimostrano una maggiore riduzione di HbA1c da parte di liraglutide rispetto a tutti gli inibitori SGLT-2 esaminati (-1.01%/-1.18% per liraglutide 1.2 mg/1.8 mg; -0.64/-0.79% per canagliflozin 100 mg/300 mg; -0.32%/-0.38% per dapagliflozin 5 mg/10 mg; -0.59%/-0.62% per empagliflozin 10 mg/25 mg).1“Questi dati confermano quanto osservato in altri studi clinici randomizzati ‘testa a testa’ o network meta-analysis ovvero che il trattamento con analoghi del GLP-1, come liraglutide, ha un maggiore effetto sul controllo metabolico rispetto ad altri trattamenti ipoglicemizzanti. Un ulteriore vantaggio della terapia con analoghi del GLP-1 è l’effetto significativo sulla riduzione del peso e sulla pressione arteriosa che ne rafforza l’uso in soggetti affetti dalla cosiddetta sindrome metabolica” conclude Sesti.
Novo Nordisk è un’azienda farmaceutica con più di 90 anni di storia nell’innovazione e nella leadership per la terapia del diabete. Quest’eredità ci ha dato l’esperienza e le capacità che ci permettono di aiutare le persone a sconfiggere altre serie condizioni croniche: emofilia, disturbi della crescita e obesità. Con sede in Danimarca, Novo Nordisk ha circa 40.300 dipendenti in 75 Paesi e commercia i propri prodotti in oltre 180 Stati.

Posted in Cronaca, Medicina | Contrassegnato da tag: | Leave a Comment »

Presentazione del Diabetes Web Report 2015

Posted by fidest su domenica, 6 dicembre 2015

diabete_21-300x224Roma, mercoledì 16 dicembre 2015 – ore 10.00 Ministero dello Sviluppo Economico Sala del Parlamentino – Via Veneto 33. Hanno promosso l’incontro il Diabetes Web Observatory Group, in collaborazione con Dipartimento di Medicina dei Servizi dell’Università di Roma
Tor Vergata, l’Italian Barometer Diabetes Observatory IBDO Foundation, il Medi-Pragma e con il patrocinio di Ministero della Salute, Ministero dello Sviluppo Economico, Istituto Superiore di Sanità con il contributo non condizionato di Novo Nordisk e di Fiuggi. Il web in Italia è lo strumento più utilizzato in assoluto per informarsi. Media online e motori di ricerca sono la prima fonte consultata, anche in tema di salute e di cure disponibili. Lo scopo del Diabetes Web Observatory Group è quello di osservare, analizzare e studiare i comportamenti delle persone in rete in tema di salute, in particolare di coloro che hanno il diabete, dei medici e non solo, e comprendere il social web sentiment relativo alla malattia.

Posted in Cronaca, Medicina, Roma | Contrassegnato da tag: | Leave a Comment »

Diabete: in aumento nelle città

Posted by fidest su giovedì, 19 novembre 2015

Copenhagen-docks, Danimarca, Una ricerca internazionale guidata dall’University College di Londra (UCL) nell’ambito del programma “Cities Changing Diabetes” propone una nuova visione scientifica riguardo la crescita del diabete in città. I risultati suggeriscono infatti che fattori sociali e culturali giochino un ruolo molto più importante nella diffusione dell’epidemia di quanto si pensasse.Lo studio condotto per conto di Cities Changing Diabetes – un’innovativa partnership tra pubblico, privato e mondo accademico – ha cercato di capire meglio ciò che rende le persone vulnerabili al diabete di tipo 2 nelle città, al fine di cercare soluzioni per una delle sfide alla sanità pubblica più pressanti dei nostri giorni. Per esplorare questa complessa questione sono state effettuate, nel corso di un anno, più di 550 interviste a cittadini con diabete, o a rischio di svilupparlo, di cinque grandi città – Copenaghen, Houston, Città del Messico, Shanghai, Tianjin.I risultati sono stati presentati al Cities Changing Diabetes Summit 2015, a Copenaghen, alla presenza di oltre 250 esperti da tutto il mondo, convenuti nella capitale danese per discutere come affrontare il problema del diabete nelle città, un problema che riguarda oltre dei due terzi dei 400 milioni di persone con diabete nel mondo, le quali vivono nelle aree urbane.1,2Lo studio ha dimostrato che la vulnerabilità al diabete in città è legata ad un complesso insieme di fattori sociali e culturali1 – responsabile sia del maggior rischio iniziale per le persone sia delle minori possibilità di ricevere una diagnosi adeguata, un trattamento efficace e di mantenere un buono stato di salute. I fattori sociali individuati comprendono limiti di tipo economico, geografico, di risorse e di tempo, mentre quelli culturali includono la percezione del proprio peso e della propria salute e tradizioni radicate.1
Questi i principali punti emersi nelle diverse realtà1:
Houston: contraddetta la tradizionale regola svantaggio sociale uguale a maggiore vulnerabilità; persone con e senza problemi economici possono ugualmente essere vulnerabili al diabete.
Città del Messico: il genere può favorire la vulnerabilità; le donne trascurano la propria salute per evitare di essere viste come un peso.
Copenhagen: il diabete spesso non è tra le priorità di una persona, maggiormente preoccupata da altre problematiche quali disoccupazione, difficoltà finanziarie e solitudine.
Shanghai: la cultura di negazione del disagio può impedire che le persone con diabete cerchino aiuto presso amici, familiari e medici.
Tianjin: per le persone con diabete le cause della malattie sono da ascriversi a cattive scelte alimentari, superlavoro e scarsa salute mentale.“Le conoscenze che abbiamo acquisito con questa ricerca hanno modificato il nostro modo di pensare il diabete nella nostra città”, ha dichiarato Armando Ahued Ortega, Ministro della Sanità di Città del Messico. “Questa nuova luce sui fattori di rischio socio-culturali guiderà lo sviluppo di politiche di sanità pubblica sempre più efficienti e mirate per sostenere la salute e il benessere dei nostri cittadini”.
Spinta da questi importanti risultati, Novo Nordisk ha assunto l’impegno di sostenere la lotta contro il diabete nelle città con un investimento di 20 milioni di dollari entro il 2020. Lars Rebien Sørensen, CEO di Novo Nordisk, ha spiegato: “Ci impegniamo sul lungo periodo per fornire qualcosa in più oltre ai farmaci per la lotta contro il diabete. Una ricerca di questo tipo mostra con precisione quale sia l’obiettivo di Cities Changing Diabetes: cambiare radicalmente la storia della malattia, attraverso azioni mirate guidate da queste nuove scoperte.”Nel lungo periodo il progetto mira ad affrontare l’aumento di casi di diabete in città di tutto il mondo attraverso la condivisione di approfondimenti e conoscenze delle istituzioni partecipanti. Nel 2016, anche Vancouver e Johannesburg aderiranno al programma e contribuiranno al pool internazionale di dati. Nel 2017 potrebbe essere la volta di Roma, città candidata per Cities Changing Diabetes.

Posted in Uncategorized | Contrassegnato da tag: | Leave a Comment »

Fotografia del diabete in Italia

Posted by fidest su mercoledì, 11 novembre 2015

diabete_21-300x224L’assistenza alle persone con diabete è una delle voci più ‘pesanti’ nel budget della sanità: ottenere informazioni precise sui percorsi assistenziali e sulla spesa è dunque di importanza cruciale per migliorarne l’assistenza, con un occhio alla sostenibilità economica. Preziose da questo punto di vista le informazioni contenute nel ‘Rapporto ARNO Diabete 2015’, frutto della collaborazione tra la Società Italiana di Diabetologia (SID) e il CINECA. Analizzando i dati relativi a oltre 30 ASL sparse sul territorio nazionale, è stato individuato un campione di 550 mila persone con diabete, rappresentativo della popolazione italiana: dato corrispondente ad una prevalenza del diabete del 6,2% (pari a una stima di 3.780.000 italiani con diabete), più che raddoppiato rispetto a 30 anni fa. In soli 18 anni, i casi noti sono aumentati di oltre il 70%. A questi vanno aggiunti i casi di diabete non riconosciuto, che si stima siano 1 ogni 4 casi di diabete noto. Questo porta i casi complessivi a circa 5 milioni e la prevalenza del diabete in Italia a circa 8,1%. Oltre il 65% delle persone con diabete ha più di 65 anni e 1 su 4 più di 80 anni, mentre il 3% ha meno di 35 anni.Diabete patologia costosa: più farmaci, visite, esami e ricoveri. Il 96% delle persone con diabete assume almeno un farmaco per il diabete o per altre patologie e consuma un confezioni di farmaci circa doppio (71 contro 32) rispetto ai non diabetici. Il 93% delle persone con diabete ha ricevuto dal SSN almeno una prestazione specialistica (visita ambulatoriale o esami del sangue o strumentali), contro il 73% dei non diabetici. Una persona con diabete su 5 si ricovera almeno una volta l’anno (media di 1.7 volte) e la degenza media nei diabetici è superiore di quasi un giorno rispetto ai non diabetici.
La spesa sostenuta dal SSN per curare le persone con diabete ammonta a circa 15 miliardi di euro l’anno. La spesa sanitaria pro capite annua nelle persone con diabete è circa doppia rispetto a quella dei non diabetici (rispettivamente € 2900 contro € 1500). Metà di questa spesa è generata dai ricoveri, il 21% dalla specialistica, il 20% dai farmaci non per il diabete, solo il 7% dai farmaci anti-diabetici e il 4% dai dispositivi. (In realtà la spesa per i ricoveri è largamente sottostimata dalle tariffe standard (sistema dei DRG) perché utilizzando il costo reale di una giornata di degenza (€ 750) e considerando la degenza media di 12 giorni si arriva a stabilire che il costo reale nei diabetici è stato € 9.000 per ricovero). Da notare che la spesa per le visite diabetologiche ambulatoriali rappresenta appena l’1% della spesa totale. Il costo della gestione standard del diabete è circa il 10% della spesa totale, mentre il costo delle complicanze croniche rappresenta il 90%.Terapia del diabete a due velocità: insuline di ultima generazione ma antidiabetici orali ‘antichi’ e spesso inadatti. Il farmaco in assoluto più utilizzato (in conformità con le linee guida) è la metformina (>80% dei soggetti). Oltre il 40% dei soggetti è trattato con sulfoniluree o repaglinide, fra l’altro usate più spesso negli anziani, i più fragili e a rischio effetti indesiderati. Ancora molto limitato – circa il 12% – l’uso delle incretine (inibitori DPP-4 e agonisti del recettore GLP-1), nonostante il loro rapporto rischio-beneficio sia più favorevole. “Il maggiore costo a volte gioca contro i farmaci nuovi – afferma il presidente della SID Enzo Bonora – ma se si considera la spesa nel suo complesso (farmaco + dispositivi + costo delle patologie iatrogene come l’ipoglicemia) essa è inferiore o comunque non superiore con le incretine, rispetto alle sulfoniluree/glinidi. Lo stesso ragionamento probabilmente lo si dovrà fare fra qualche tempo con la classe degli inibitori SGLT-2, non presenti nel rapporto ARNO, in quanto sul mercato italiano solo dal 2015”. Stabile da anni è l’uso di pioglitazone (5%) e acarbosio (3%). “Si tratta di ottimi farmaci – continua Bonora – che meritano un’adeguata attenzione, nel contesto di quella personalizzazione della cura del diabete tipo 2 che è raccomandata dalle linee guida”.
Radicalmente opposta la situazione sul fronte insuline: sempre più usati gli analoghi e sempre meno le vecchie insuline umane DNA-ricombinanti. “Questa transizione non sorprende – commenta Bonora – perché gli analoghi garantiscono maggiore sicurezza, stabilità glicemica e flessibilità. Resta comunque sorprendente il grande uso di insulina nel diabete tipo 2, spesso con multiple somministrazioni giornaliere, alla luce di un armamentario terapeutico oggi ricco di possibili e anche meno costose alternative”. Il 27% dei diabetici è trattato con insulina, da sola o in associazione ad altre terapie. Le insuline più usate sono glargine e lispro. Da notare che dei circa 850 milioni di euro spesi per i farmaci antidiabetici, circa la metà viene spesa per le insuline.Allarme automonitoraggio: non si controllano come dovrebbero. I soggetti che fanno uso di dispositivi (lancette pungi-dito e strisce per la misurazione della glicemia, aghi per penne o siringhe) sono circa la metà del totale. “Sono troppo pochi quelli che fanno misure della glicemia a domicilio – afferma Bonora – soprattutto se si considera che 1 su 4 è in terapia con insulina e che il 40% assume farmaci (sulfaniluree o repaglinide) che espongono al rischio di ipoglicemia”.I diabetici trascurano gli altri fattori di rischio. Troppo pochi quelli trattati per gli altri fattori di rischio cardiovascolare: “solo il 72% dei diabetici prende un farmaco per l’ipertensione – commenta Bonora – mentre dovrebbe essere 85-90%; solo il 48% assume farmaci contro il colesterolo (dovrebbe essere il 60-70%) e solo il 34% assume antiaggreganti piastrinici (dovrebbe essere il 50-60%)”. Nelle persone con diabete la causa di ricovero più frequente è lo scompenso cardiaco, tre volte più dei non diabetici; la seconda è l’insufficienza respiratoria, con tassi più che doppi. Oltre il doppio che nei non diabetici anche la percentuale di ricoveri per infarto del miocardio e ictus. “Praticamente tutte le patologie determinano ricoveri più frequenti nei diabetici che nei non diabetici – conclude Bonora – e questo conferma che tutte queste patologie andrebbero considerate come ‘complicanze’ del diabete”.

Posted in Medicina | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Empagliflozin: nuovi risultati mostrano migliori esiti cardiovascolari

Posted by fidest su mercoledì, 11 novembre 2015

infartoPresentati i nuovi risultati di una sottoanalisi del trial EMPA-REG OUTCOME®, che mostrano come, in pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio di eventi cardiovascolari (CV), la riduzione del rischio di ricovero per insufficienza cardiaca o mortalità cardiovascolare con empagliflozin rispetto a placebo – quando aggiunti alla terapia standard – sia stata omogenea per tutti i sottogruppi analizzati, compresi soggetti con e senza insufficienza cardiaca al basale. Questi risultati sono stati presentati, per conto di Boehringer Ingelheim ed Eli Lilly and Company (NYSE: LLY), in occasione del Congresso 2015 dell’American Heart Association (AHA) in corso ad Orlando. I dati fanno parte di un’analisi predeterminata degli endpoint secondari dello studio.“Le malattie cardiovascolari, tra cui lo scompenso cardiaco, sono la principale causa di mortalità associata al diabete” – ha dichiarato Silvio Inzucchi, Professore di Medicina presso la Yale School of Medicine.“Le persone con diabete hanno un rischio due/tre volte superiore di sviluppare insufficienza cardiaca, rispetto ai non diabetici. Per questa popolazione di pazienti abbiamo necessità di terapie che possano aiutare a ridurre l’elevato tasso di insufficienza cardiaca, i ricoveri e la mortalità che ne conseguono”.Altri nuovi risultati, anch’essi presentati oggi, dimostrano che empagliflozin, in pazienti con diabete di tipo 2, ad alto rischio di eventi cardiovascolari, riduce del 39% il rischio per l’endpoint composito di ricoveri per insufficienza cardiaca o mortalità per insufficienza cardiaca rispetto a placebo, quando aggiunto allo standard terapeutico.“Fino ad oggi nessun farmaco ipoglicemizzante aveva dimostrato, in uno studio dedicato, di ridurre il rischio di ricoveri per insufficienza cardiaca o mortalità per insufficienza cardiaca” – ha dichiarato il Professor Hans-Juergen Woerle, Global Vice President Medicine di Boehringer Ingelheim. “Questi risultati, ottenuti con empagliflozin, dimostrano l’importanza di continuare a promuovere ricerche che migliorino le nostre conoscenze su come gestire e ridurre il rischio di malattie cardiovascolari in soggetti con diabete di tipo 2”.
Studio a lungo termine, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, con gruppo di controllo a placebo, condotto su oltre 7.000 pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio di eventi cardiovascolari di 42 Paesi.Lo studio è stato disegnato per valutare l’effetto di empagliflozin (10mg o 25mg una volta/die) aggiunto a terapia standard, rispetto a placebo aggiunto a terapia standard. La terapia standard comprendeva farmaci antidiabetici e farmaci cardiovascolari (inclusi antipertensivi e ipolipemizzanti). L’endpoint primario è stato il tempo intercorso sino al verificarsi del primo fra i seguenti eventi: decesso per causa cardiovascolare o infarto del miocardio non-fatale o ictus non-fatale.In un tempo mediano di 3,1 anni empagliflozin ha ridotto significativamente, del 14% verso placebo, il rischio di decesso per causa cardiovascolare o infarto del miocardio non-fatale o ictus non-fatale.La riduzione del rischio di mortalità cardiovascolare è stata del 38%, senza alcuna differenza significativa nel rischio di infarto non-fatale o ictus non-fatale. Il trattamento con empagliflozin ha comportato anche la riduzione del rischio di mortalità per tutte le cause del 32% e del rischio di ricovero per insufficienza cardiaca del 35%.Il profilo di sicurezza complessivo di empagliflozin è stato in linea con quello riscontrato in studi precedenti. L’incidenza di chetoacidosi diabetica è stata pari o inferiore allo 0,1% e simile in tutti i gruppi in trattamento.

Posted in Medicina | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Lo sport come terapia per il diabete

Posted by fidest su giovedì, 29 ottobre 2015

Sport a Miss Italia nel Mondo (1)Conversazioni di ordinaria medicina: “Dottore che posso fare per migliorare il mio diabete?” Dottore: “lei si muove? Cammina?” “no, dottore”, “Beh, prima di tutto inizi a fare attività fisica”. Il consiglio è corretto ma così proposto non avrà alcun effetto. La nuova tendenza è considerare l’esercizio fisico come una vera e propria terapia da prescrivere, stilando una vera e propria ricetta. Anche l’American Diabetes Association ha analizzato una lunga serie di studi arrivando alla conclusione che alcuni cambiamenti nello stile di vita come una sana e corretta alimentazione e una regolare attività fisica sono in grado di ridurre di oltre il 50% il rischio di diabete di tipo II in soggetti geneticamente predisposti e quindi ad alto rischio. Conclusioni culminate in un importante documento di consenso, le cui indicazioni sono arrivate dal finlandese Diabetes Prevention Study che ha in stabilito le quantità minime di esercizio per prevenire la malattia: basterebbero infatti 150 minuti a settimana. Quindi 30 minuti per cinque giorni a settimana o 50 minuti per tre sessioni, basta non far passare mai più di due giorni tra un allenamento e l’altro.
Eppure negli ultimi anni la prescrizione del movimento come strumento di gestione e controllo del diabete è passata – colpevolmente – in secondo piano, risultando la raccomandazione meno seguita e mantenuta nel tempo dai pazienti. I motivi di abbandono più frequentemente addotti sono: mancanza di tempo (40%), , stanchezza/pigrizia, motivi di salute, mancanza di impianti, distanza . Va anche detto che il più delle volte si tratta di un consiglio generico da parte dei medici tipo “….e si muova di più”, successivo a dieta, farmaci, analisi del sangue. Il risultato è che solo il 25% si attiene con regolarità all’esercizio fisico consigliato, ma mai prescritto.
L’esercizio fisico svolto con regolarità costituisce invece una indicazione preziosa che deve essere tradotta e trasferita al paziente in maniera corretta” spiega il Professor Paolo Montera, dell’Università di Tor Vergata, Endocrinologo e Medico dello Sport del Servizio di Endocrinologia, Nutrizione e Metabolismo della casa di cura Villa Valeria di Roma “innanzitutto esiste una differenza sostanziale tra attività ed esercizio fisico ove quest’ultimo è caratterizzato da un impegno muscolare strutturato e ripetitivo. Dire ‘deve fare attività fisica’ o “si muova di più” è una raccomandazione generica ed anche una occasione sprecata. Oggi chi si occupa del settore del trattamento miodinamico delle malattie metaboliche, deve essere in grado innanzitutto di motivare il soggetto e poi di saper ‘prescrivere’ l’esercizio fisico dando al paziente tutti gli strumenti per mettere in atto il proposito, nel modo a lui più congeniale e stimolante. Dobbiamo quindi consegnargli una prescrizione in cui siano indicati la durata, l’intensità il tipo di esercizio e l’obiettivo che si vuole raggiungere, che nel caso dei soggetti diabetici di tipo II sarà sia ponderale che metabolico, agendo sia sul peso corporeo (circa l’80% dei soggetti è in sovrappeso/obeso) che sui valori emato-chimici, non solo glicemici, alterati.
Questo perché durante l’esercizio, in particolare quello aerobico di bassa-media intensità, aumenta, da parte dei muscoli, il consumo sia di glucosio che di acidi grassi, utilizzati come carburante.
“Dottore vado tutte la mattine a fare la spesa a piedi e faccio le scale, evitando l’ascensore, può andare bene?” spieghiamo al paziente che l’esercizio prescritto per essere efficace deve essere condizionante, cioè indurre degli adattamenti che migliorino lo stato di “forma” del soggetto e quindi dovrà avere delle caratteristiche precise: la prima di queste caratteristiche, ad esempio, è la continuità, cioè la mancanza di interruzione per almeno i primi 30 minuti. La attività riconosciuta più efficace ai fini terapeutici è di tipo misto, prevalentemente aerobica (cioè di resistenza o endurance) ma in parte anaerobica (cioè di potenza o resistance). L’attività aerobica (come la camminata a passo veloce, la corsetta, la bici) serve a consumare calorie soprattutto di provenienza dai grassi e quindi favorisce il calo ponderale, fa bene al cuore e migliora il trasporto di ossigeno ai muscoli. Mentre gli esercizi e gli sport di potenza o di velocità, dal sollevamento pesi, al pedalare in salita o correre velocemente etc. utilizzano prevalentemente glucosio e sono utili per aumentare il volume e il tono dei muscoli, anche a riposo, innalzando così il dispendio energetico basale. Entrambe le tipologie di esercizio comunque aumentano l’efficacia dell’insulina, la cui perdita (insulino-resistenza) costituisce la causa sia della adiposità in sede viscerale, del diabete di tipo II, e di tutte quelle alterazioni che troviamo nella Sindrome Metabolica (Colesterolemia, Trigliceridemia, Uricemia, Pressione Arteriosa, Omocisteinemia). Maggiore è il volume di esercizio (ossia la sua intensità per la sua durata) migliori saranno i risultati in termini di riduzione del peso e della glicemia, e di miglioramento dell’insulino-resistenza. Proprio questi ultimi effetti hanno reso l’attività fisica uno strumento formidabile non solo nella cura ma anche nella prevenzione del diabete mellito di tipo II e per questo dovrebbe essere regolarmente svolto anche dai familiari dei soggetti diabetici.
Una attività fisica prescritta e strutturata quindi può essere il primo passo per evitare l’insorgenza del diabete in soggetti a rischio o per tenere sotto controllo la malattia prima di ricorrere all’uso dei farmaci. Una sessione di esercizio o sport esercita i suoi effetti benefici sui livelli del glucosio circolante (Glicemia) sino a 72 ore dopo la fine dell’attività. Almeno 150 minuti a settimana di esercizio misto (70% moderato e 30% vigoroso) insieme a una dieta modicamente ipoglucidica, permette di ottenere un calo ponderale del 5-7% e ha mostrato di migliorare la tolleranza al glucosio più di un farmaco come la Metformina.
Effetti benefici si registrano anche sui valori di emoglobina glicata (HbA1c), il parametro che indica i valori medi delle glicemie degli ultimi 90 giorni: dopo 8 settimane di esercizio fisico diminuisce il livello di HbA1c nei soggetti in movimento rispetto ai ‘sedentari’, indipendentemente dalla perdita di peso.
Quando si allena un soggetto diabetico è bene avere alcune accortezze; occorre prima verificare la sua idoneità, cioè le sue condizioni cardiocircolatorie e la eventuale presenza di complicanze; poi occorre soprattutto assegnare la attività fisica da svolgere, in base al tipo di terapia in atto (dieta, ipoglicemizzanti orali, Insulina) e all’orario di assunzione o somministrazione del farmaco; è tassativo ad esempio, in caso di terapia con insulina ad azione rapida, svolgere l’attività fisica solo dopo la fine del suo effetto (in media tre/quattro ore), come sarà opportuno altresì ridurre la sua posologia nella somministrazione successiva, per evitare l’insorgenza di pericolose crisi ipoglicemiche.
E’ buona norma prescrivere l’esercizio fisico, indicando la frequenza e la durata degli allenamenti, la loro intensità e la tipologia, solo dopo aver motivato il paziente e aver indicato degli obiettivi a breve e lungo termine e mettendolo in condizioni di sentirsi sempre a proprio agio, in un ambiente rilassante, non competitivo e professionalmente qualificato; è qui infatti che convergono le competenze del medico dello Sport e quelle del laureato in Scienze Motorie; il primo dovrà interfacciarsi col diabetologo di riferimento, il secondo curare il corretto svolgimento degli esercizi. Ad esempio il medico dovrà individuare la frequenza cardiaca di allenamento in base all’obiettivo che ci si prefigge, a seconda che si voglia ottenere un significativo dimagrimento, oppure prevalentemente un controllo della glicemia, oppure entrambi i risultati, e il preparatore dovrà curare che il paziente si mantenga, durante la seduta , entro questo parametro. E’ stato appurato che il fenomeno dell’abbandono si verifica mediamente entro i primi tre mesi, successivamente l’apprezzamento dei benefici conseguiti lo rende molto meno frequente.
Per molto tempo si è pensato che gli esercizi di potenza (pesistica, velocità, forza) potessero rappresentare un rischio per il paziente diabetico, ma recenti studi hanno dimostrato che, se eseguiti sotto la supervisione di un esperto, questi esercizi possono essere svolti in sicurezza e anzi sono complementari a quelli più collaudati di resistenza. Il programma di allenamento dovrà prevedere un graduale incremento dei carichi di lavoro in modo da creare quegli adattamenti salutari, sia a livello muscolare che metabolico, che porteranno a un migliore stato di salute generale e a una riduzione dell’assunzione dei farmaci o delle unità di Insulina abitualmente somministrate, cosa questa, in generale, molto gradita dai pazienti.
Dobbiamo quindi considerare l’esercizio come un vero e proprio farmaco per tutte le patologie metaboliche, sicuro ed efficace. D’altro canto anche l’American College of Sport Medicine, solo due anni fa, ha evidenziato come questa quantità di movimento può contribuire a prevenire e curare oltre 40 patologie, da quelle cardiovascolari ai tumori sino alla depressione e all’osteoporosi. Va ricordato infatti che l’assenza di movimento, altrimenti detta sedentarietà, è la quarta causa di mortalità e invalidità nel mondo e che l’Italia, sotto questo aspetto, ha il triste primato di essere il paese più sedentario d’Europa e nella scuola con meno ore di Educazione Fisica (Indagine CONI-ISTAT 2014).

Posted in Medicina | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Test genetici per il diabete

Posted by fidest su domenica, 25 ottobre 2015

test screeningFino a qualche anno fa si chiamava medicina ‘su misura’ o ‘sartoriale’; oggi più correttamente si parla di ‘medicina di precisione’, ma alla base c’è sempre lo stesso concetto: la personalizzazione della diagnosi e dei trattamenti con l’ausilio della genetica. E’ la grande speranza di anticipare il futuro, delle malattie o della risposta ad un trattamento, con tutto quello che ne consegue per la salute del paziente e delle casse dello Stato. Concetto questo trasversale a diversi ambiti della medicina, compreso il diabete sul quale, inevitabilmente, si concentrano molti interessi. In tutto il mondo sono numerosi i gruppi di ricerca che si occupano con pazienza certosina di leggere nella sfera di vetro della genomica la risposta ai mille quesiti della medicina clinica, sul fronte della diagnosi come in quello del trattamento. La capacità di risposta ad un farmaco infatti, sia in termini di efficacia che di effetti collaterali, dipende da una serie di fattori anche genetici. Ma, nel caso dei farmaci anti-iperglicemizzanti, la quota parte di risposta che dipende dagli aspetti genetici che oggi i ricercatori sanno analizzare è troppo modesta per avere un impatto clinico. Almeno per ora.E anche al congresso ‘Panorama Diabete’ organizzato dalla SID a Riccione si parla delle ultime novità in tema di farmacogenomica. Ma in versione ‘doccia fredda’ e con l’imperativo categorico di non cadere nei facili entusiasmi e di lasciare ancora questa materia nelle prudenti mani degli esperti. “Interpretare gli studi di farmacogenomica, anche nel campo del diabete – ammonisce con fermezza Vincenzo Trischitta, dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma e Laboratorio di Ricerca Diabetologica ed Endocrinologica, IRCCS ‘Casa Sollievo della Sofferenza’, San Giovanni Rotondo (Foggia) – è una faccenda molto seria. Le risposte che abbiano acquisito finora non sono tali da poter impattare in modo significativo l’attività clinica quotidiana. Anche se la speranza di tutti naturalmente è che questi studi, negli anni a venire, possano acquisire una rilevanza clinica. In questo momento però abbiamo in mano solo informazioni ‘pre-cliniche’. Preziose per i ricercatori perché permettono di gettare luce sui meccanismi alla base delle malattie o nel dare ispirazione per costruire nuove terapie. Meno utili per i medici, perché in questo momento non danno alcun vantaggio, tranne rarissimi casi, nella cura dei pazienti. Insomma, non è ancora arrivato il momento – ribadisce Trischitta – di utilizzare nell’ambulatorio del medico tutte le informazioni genetiche acquisite finora sulla risposta ai farmaci per il diabete. E a maggior ragione, andare a buttar via soldi per fare delle analisi genetiche, la cui offerta è sempre più pressante sul mercato, non ha veramente senso”. Ma intanto qualcosa comincia a muoversi e le promesse della farmacogenetica, anche se in ambiti ristretti, cominciano a concretizzarsi.L’esempio perfetto di farmacogenetica applicato al diabete. Sono studi degli ultimi 10 anni quelli che hanno portato a scoprire una forma rarissima di diabete dei neonati: si chiama ‘Diabete Mellito Neonatale Permanente’ (DMNP), colpisce meno di un bambino su 500mila e compare entro i 6 mesi di vita. Non ha nulla a che vedere con il diabete di tipo 1, nel quale il pancreas viene distrutto da una risposta autoimmune, e si può trattare solo con l’insulina. I neonati con DMNP hanno infatti tante beta cellule, tanta insulina, ma non riescono a secernerla, perché hanno un ‘blocco’. Questa rara forma di diabete dipende infatti da una puntiforme ‘distrazione’ – un errore di battitura – della natura (è una delle poche forme di diabete monogenico finora riconosciute) che porta a danneggiare una proteina indispensabile per la corretta secrezione d’insulina da parte del pancreas, in quanto parte integrante di speciali ‘canali’ (del potassio) presenti sulle cellule produttrici di insulina. I piccoli pazienti possono presentare un ritardo di crescita, complicanze neurologiche e possono arrivare rapidamente al coma diabetico, se non riconosciuti e trattati. Fino a qualche tempo fa, anche in assenza di autoanticorpi, li si considerava come dei ‘tipo 1’ e li si trattava dunque con l’insulina per tutta la vita. L’individuazione di questo difetto, nascosto nelle pieghe del cromosoma 6, ha portato a scoprire che una delle proteine responsabili della malattia è la stessa che consente di funzionare alle sulfaniluree (vecchi farmaci orali per il trattamento del diabete di tipo 2), perché funge da loro recettore sulla cellula beta pancreatica. Il ‘difetto di fabbrica’ di almeno metà di questi piccoli con DMNP sta nei geni KCNJ11 e ABCC8 che codificano due proteine (rispettivamente Kir6.2 e SUR1) facenti parte dei canali del potassio, che consentono la secrezione di insulina da parte del pancreas. “Questa mutazione – commenta Trischitta – insiste su una proteina per la quale avevamo già a disposizione il farmaco giusto, la sulfanilurea, usata da diversi decenni nel trattamento del diabete di tipo 2”. La scoperta ha avuto un’importante ricaduta sulla terapia di questi bambini perché ha permesso di traghettarli dalla terapia iniettiva con insulina a quella orale con sulfaniluree, dopo aver posto la corretta diagnosi con un test genetico. La scoperta dei geni difettosi alla base di questa forma di diabete è del professor Andrew Hattersley dell’Università di Exeter (UK): un’enorme storia di successo per questi piccoli, diverse centinaia per ora in tutto il mondo, e per le loro famiglie.
Le proteine che ‘traslocano’ la metformina. “Uno dei guru della farmacogenetica applicata al diabete di tipo 2 – ricorda Trischitta – si chiama Jose Florez e lavora a Boston, presso la Harvard Medical School”. Florez si avvale di un’importante casistica americana sulla predizione del diabete per testare l’impatto dei polimorfismi genici sulla risposta a farmaci antidiabetici di uso comune, quali la metformina. Anche in questo caso si stanno accumulando tante informazioni preziose. La metformina, farmaco importantissimo per il trattamento del diabete di tipo 2, viene utilizzata dall’organismo grazie al corretto funzionamento di una serie di ‘trasportatori’ che la veicolano dall’intestino al sangue e da qui al fegato (dove esercita nell’epatocita la sua azione terapeutica prima di essere ‘disattivata’) e ai reni, dai quali viene eliminata. Ogni segmento di percorso dipende da una proteina che ‘trasporta’ la metformina. Florez è andato a studiare come queste proteine ‘trasportatrici’ modulino la risposta al farmaco, scoprendo che in effetti la variabilità genetica di alcune di esse svolge un ruolo importante.
I geni che predispongono al diabete e che influenzano la risposta ad alcuni farmaci. Il gene TCF7L2 è quello individuato come il più importante nel conferire una predisposizione al diabete di tipo 2. Un gruppo di ricercatori scozzesi ha dimostrato che questo stesso gene modula una diversa risposta del paziente al trattamento con le sulfaniluree. Il gene IRS1 è invece un ‘traduttore’ importante del messaggio dell’insulina a livello delle cellule bersaglio. Una mutazione particolare di questo gene oltre a conferire un aumentato rischio di sviluppare il diabete di tipo 2, modula anche l’efficacia della terapia di associazione con metformina e sulfanilurea. “La prima osservazione in merito – ricorda Trischitta – è stata fatta dal gruppo del professor Giorgio Sesti, dell’Università di Catanzaro; noi recentemente abbiamo confermato il dato in una casistica più ampia, caratterizzandolo anche nei suoi dettagli fisiopatologici.

Posted in Medicina | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Curare il diabete con i trapianti di isole pancreatiche o di staminali

Posted by fidest su sabato, 24 ottobre 2015

cellula staminaleItalia prima della classe nel mondo per la ricerca sulla terapia cellulare del diabete, ma situazione kafkiana per gli aspetti amministrativi. Il DRG per i trapianti di isole esiste ma non viene rimborsato. E questo penalizza anche l’assegnazione di fondi di ricerca internazionali. Il punto della situazione dal Riccione, dal congresso Panorama Diabete della Società Italiana di Diabetologia, dagli aspetti amministrativi alle nuove frontiere della ricerca, con uno dei massimi esperti internazionali del settore, il professor Lorenzo Piemonti, Coordinatore del Gruppo di Studio della Società Italiana di Diabetologia (SID) ‘Medicina Rigenerativa in diabetologia’, membro del comitato scientifico della SID e Deputy Director del Diabetes Research Institute dell’IRCCS San Raffaele di Milano.‘Panorama Diabete’ è un congresso dedicato agli aspetti pratici della gestione del diabete, con un occhio di attenzione rivolto alle conoscenze ‘di frontiera’ come la medicina rigenerativa, dai trapianti di isole pancreatiche a quelli di staminali riservata a quelle forme di diabete difficilissime da controllare anche con le migliori terapie a disposizione. In questo settore la ricerca Italia fa scuola nel mondo. Ma non mancano i problemi sul fronte amministrativo. “Uno dei principali problemi del trapianto di isole – afferma Lorenzo Piemonti – è che c’è un’ampia eterogeneità nel riconoscimento da parte degli health care system. In Italia ad esempio il trapianto di isole non è proprio considerato; esiste un DRG ma senza corrispettivo economico. In altre parole non viene rimborsata né la procedura di isolamento, né quella di trapianto delle isole pancreatiche. Diversa invece la situazione in Inghilterra, Svizzera o Canada dove il trapianto di isole è riconosciuto e rimborsato; mentre in Francia e negli USA la procedura è in fase di approvazione (negli USA è in dirittura d’arrivo lo studio registrativo di fase 3 CIT07)”.
In Europa questa materia viene dibattuta separatamente nei vari Stati, che procedono dunque a diverse velocità. In Inghilterra il Ministero della Salute attraverso il National Insitute for Health and Care Excellence (NICE) si è già pronunciato in materia, la Francia lo sta dibattendo, in Italia non è ancora chiaro chi debba occuparsene, se lo Stato o le Regioni. “Tutto ciò dovrebbe essere motivo di riflessione – afferma Piemonti – pur essendo noi uno dei Paesi che in questo campo ha sviluppato e continua a sviluppare un’eccellenza scientifica e clinica (il San Raffaele è uno dei centri clinici con il più alto volume di trapiantati al mondo – quasi 200 pazienti trapiantati dal 1989), collocandoci tra il secondo e il terzo posto a livello mondiale come volume di trapianti e leader mondiali della ricerca, non abbiamo ancora la copertura economica per il DRG del trapianto di isole nella sua applicazione clnica. Questo tra l’altro ci penalizza anche molto nella competizione per l’assegnazione di fondi a livello internazionale. Se la Juvenile Diabetes Research Foundation (JDRF), una delle organizzazioni internazionali più importanti che finanzia i progetti di ricerca per il diabete di tipo 1, deve decidere se finanziare un progetto di ricerca sul trapianto di isole in Inghilterra o in Italia, sceglierà l’Inghilterra perché facendolo lì non dovrà supportare i costi della procedura, cosa che invece deve fare in Italia. Quindi a parità di capacità l’Italia risulta svantaggiata nelle competizioni internazionali rispetto a paesi come Inghilterra, Canada, Svizzera e presto anche Francia”.Ma quanto costa un trapianto di isole? “Il problema – spiega Piemonti – non è quanto costa, ma come si pone rispetto al trapianto di pancreas, del quale è un’alternativa, come sanciscono le linee guida della SID e di tutte le società che si occupano di terapia sostitutiva. Da un punto di vista del payer quindi il costo non potrà essere superiore a quello di un trapianto di pancreas che, a seconda delle Regioni, oscilla dai 14 ai 27 mila euro circa. L’indicazione al trapianto di isole o di pancreas è la stessa: il trattamento delle cosiddette ipoglicemie problematiche. Il trapianto di pancreas rispetto a quello di isole garantisce una maggior raggiungibilità dell’indipendenza dall’insulina nel tempo (essenzialmente perché vengono trasferite un maggior numero di isole nel trapianto di pancreas). Però il trapianto di pancreas ha lo svantaggio che, essendo una procedura chirurgica ‘maggiore’, è gravata da complicanze più importanti (mortalità e morbilità) rispetto al trapianto di isole (che si fa in anestesia locale). Quindi maggior efficacia per il trapianto di pancreas e migliore safety per quello di isole. “Stiamo vivendo un periodo molto interessante – afferma Piemonti – che necessita di una elaborazione nuova dal punto di vista culturale, scientifico, regolatorio e amministrativo. Da questo è nata all’interno della Società Italiana di Diabetologia la necessità di costituire anche un gruppo di studio di medicina rigenerativa in diabetologia, proprio perché la posta in gioco è alta e qualificherà nel futuro sia la diabetologia che, più in generale, la capacità del nostro sistema Paese di poter essere tra i primi a lavorare su questa tipologia di approccio che contiene, almeno potenzialmente, possibilità terapeutiche importanti per diversi campi della medicina: dalla neurologia alla cardiologia fino alla diabetologia. La sostituzione della funzione delle cellule beta, per le sue caratteristiche intrinseche, in termini clinici potrebbe essere quello che arriverà al successo prima degli altri”.

Posted in Medicina | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

“Così sarà la spending review nell’ambulatorio del diabetologo”

Posted by fidest su venerdì, 23 ottobre 2015

diabete_21-300x224No agli sprechi, si all’appropriatezza prescrittiva e clinica. Questo il mantra della Società Italiana di Diabetologia, declinato in esempi concreti anche nell’ambito del congresso ‘Panorama Diabete’, che chiude oggi i battenti a Riccione. Il budget sanitario è una coperta corta e tutti sono ormai convinti della necessità di tagliare gli sprechi. I diabetologi ne hanno fatto da epoca non sospetta un loro cavallo di battaglia e una missione. Ma è anche giusto che ogni categoria di specialisti si interroghi in casa propria per valutare dove si annidano gli sprechi e come limitarli. Senza aspettare la scure dei tagli lineari o le imposizioni dall’alto. Una sessione del congresso ‘Panorama Diabete’ è stata appunto dedicata a come individuare gli esami inutili in ambito diabetologico e come fare ad evitarli. “I diabetologi sono determinati a fare la loro parte – sottolinea il presidente della SID Enzo Bonora – e muoversi in due direzioni: 1) rivedere il proprio comportamento nel prescrivere esami di laboratorio minimizzando le prescrizioni non giustificate dalle linee guida e dalle evidenze scientifiche che le alimentano; 2) invitare i colleghi che collaborano con loro nella cura delle persone con diabete ad adottare lo stesso comportamento. Solo con una prescrizione più oculata degli esami di laboratorio nelle persone con diabete potrebbero essere risparmiati a livello nazionale fino a 50 milioni di euro. Questo è solo un ambito di intervento. Altri interventi che potrebbero immediatamente conseguire un risparmio di decine di milioni di euro riguardano la tecnica di iniezione dell’insulina con prevenzione delle lipodistrofie e la riduzione della dose test di insulina da espellere dall’iniettore a penna prima dell’iniezione”.
Il problema della richiesta eccessiva degli esami diagnostici investe in generale tutta la popolazione italiana e riguarda tanto gli esami di laboratorio, che quelli strumentali. Ma tra la popolazione diabetica c’è una prescrizione di esami di laboratorio decisamente superiore a quella della popolazione non diabetica: Il 47% delle prestazioni ambulatoriali delle persone con diabete sono costituite da esami di laboratorio. E questo è comprensibile vista la complessità della malattia e anche perché alcuni esami di laboratorio sono essenziali per il buon controllo del diabete. “La spesa degli esami di laboratorio – spiega il dottor Roberto Miccoli, membro del Consiglio Direttivo SID e ricercatore presso il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Università di Pisa – sebbene rappresenti appena il 7-10% della spesa totale della malattia diabetica (circa 800 milioni di euro su un totale di 10 miliardi di euro l’anno), deve essere vista anche in funzione dei costi aggiuntivi che si vengono a determinare, quali quelli derivanti dagli interventi sanitari (ulteriori esami di laboratorio, indagini di imaging, ricoveri) generati dagli stessi esami di laboratorio. Ma l’inappropriatezza prescrittiva può essere non solo per eccesso ma anche per difetto: tutta una serie di esami di laboratorio non vengono utilizzati al meglio e con la frequenza prevista. Ad esempio una persona con diabete su 4 non esegue neppure un dosaggio dell’emoglobina glicata l’anno, mentre questo esame andrebbe ripetuto almeno due volte l’anno. Per contro, in un paziente su 5, questo esame viene richiesto troppo di frequente rispetto a quanto raccomandato dalle linee guida. E’ necessario dunque migliorare l’appropriatezza prescrittiva sia per quanto riguarda le prescrizioni in eccesso, che quelle in difetto.Altri esempi di eccessi prescrittivi riguardano gli indici di funzionalità epatica (transaminasi, gamma GT), che nelle persone con diabete vengono richieste due volte più di frequente che nella popolazione generale. Tra i parametri che dovrebbero essere misurati nel paziente con diabete, perché utili per prevenire le complicanze croniche, ci sono i test di funzionalità renale. Anche qui si pone un problema di appropriatezza, infatti nel 30% dei pazienti non si richiede la creatininemia, esame indispensabile per la stima del filtrato renale; al contrario, nel 25% dei pazienti viene richiesta l’azotemia, del tutto inutile a questo riguardo. Dimezzando il numero di pazienti ai quali viene richiesto questo esame, si potrebbe incrementare del 10% il numero dei pazienti nei quali richiedere correttamente la creatinine mia, senza costi aggiuntivi. Un discorso a parte merita il dosaggio della vitamina D, richiesta molto spesso in maniera inutile nelle persone con diabete. Un uso più appropriato di questo esame potrebbe portare a risparmi notevoli: dimezzarne la richiesta, porterebbe ad un risparmio di circa 2 milioni di euro. “Tra le soluzioni possibili – conclude Miccoli – riteniamo che un controllo della richiesta degli esami di laboratorio su base clinica (demand management) potrebbe essere più vantaggioso delle semplici misure restrittive, cioè dei tagli lineari. Fondamentale inoltre sarebbe promuovere un’alleanza tra medici e pazienti per un uso più appropriato delle prestazioni sanitarie potrebbe avere importanti ricadute anche in diabetologia”.
Un altro ambito di possibile risparmio riguarda gli esami strumentali per lo screening delle complicanze del diabete. “Per risparmiare sugli esami strumentali – afferma Laura Sciacca, professore associato di Endocrinologia dell’Università di Catania – o meglio per prescriverli in maniera appropriata, basterebbe attenersi agli Standard Italiani per la cura del diabete, le linee guida nazionali, nostro punto di riferimento.E’ necessario sensibilizzare i medici sia sulla tipologia, che sulla giusta frequenza con la quale richiedere gli esami. Se un soggetto non presenta retinopatia diabetica, l’esame del fondo dell’occhio andrà ripetuto, come stabiliscono gli Standard Italiani, ogni due anni. Non ha senso dunque richiedere di nuovo questo esame, in assenza di complicanze, già dopo un anno. Come non ha senso inviare un paziente dallo specialista oculista per effettuare un fondo dell’occhio e vederselo tornare indietro con una fluorangiografia retinica. “Da qui – sottolinea la professoressa Sciacca – scaturisce anche un forte richiamo a lavorare in team con il diabetologo, nell’interesse della persona con il diabete e dell’appropriatezza prescrittiva”.Altro esempio riguarda l’arteriopatia degli arti inferiori. “Prima di chiedere un ecodoppler degli arti inferiori – afferma Laura Sciacca – bisognerebbe fare un indice di Windsor, test facilmente eseguibile in ambulatorio a costo zero e che richiede solo un apparecchio per misurare la pressione e un fonendoscopio. Se questo è negativo non ha senso richiedere un ecodoppler e ci si può limitare a ripetere l’indice di Windsor a distanza di qualche anno. Le linee guida italiane prevedono di effettuare l’ecodoppler arterioso solo in seconda battuta, dopo avere seguito un indice di Windsor. Ma molti non lo ricordano. Stesso discorso per l’ecodoppler delle carotidi che dovrebbe essere preceduto dalla ricerca di un soffio sulle arterie”. L’idea generale, insomma, è quella di tornare di più a fare i medici e a visitare il paziente, attenendosi scrupolosamente a quanto stabilito dagli Standard Italiani, sia come tipologia di esami da chiedere per lo screening delle complicanze del diabete, sia come frequenza di ripetizione dell’esame. “Insomma il mio è un richiamo a fare più i medici, e meno i prescrittori di esami – conclude la professoressa Sciacca – Oltre a valutare l’appropriatezza prescrittiva, sulla base di quanto stabilito dalle raccomandazioni, va sempre valutata l’appropriatezza clinica, perché siamo sempre dei medici e dobbiamo valutare la situazione clinica”.

Posted in Medicina | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Test genetici per il diabete

Posted by fidest su martedì, 20 ottobre 2015

test geneticoFino a qualche anno fa si chiamava medicina ‘su misura’ o ‘sartoriale’; oggi più correttamente si parla di ‘medicina di precisione’, ma alla base c’è sempre lo stesso concetto: la personalizzazione della diagnosi e dei trattamenti con l’ausilio della genetica. E’ la grande speranza di anticipare il futuro, delle malattie o della risposta ad un trattamento, con tutto quello che ne consegue per la salute del paziente e delle casse dello Stato. Concetto questo trasversale a diversi ambiti della medicina, compreso il diabete sul quale, inevitabilmente, si concentrano molti interessi. In tutto il mondo sono numerosi i gruppi di ricerca che si occupano con pazienza certosina di leggere nella sfera di vetro della genomica la risposta ai mille quesiti della medicina clinica, sul fronte della diagnosi come in quello del trattamento. La capacità di risposta ad un farmaco infatti, sia in termini di efficacia che di effetti collaterali, dipende da una serie di fattori anche genetici. Ma, nel caso dei farmaci anti-iperglicemizzanti, la quota parte di risposta che dipende dagli aspetti genetici che oggi i ricercatori sanno analizzare è troppo modesta per avere un impatto clinico. Almeno per ora.E anche al congresso ‘Panorama Diabete’ organizzato dalla SID a Riccione si parla delle ultime novità in tema di farmacogenomica. Ma in versione ‘doccia fredda’ e con l’imperativo categorico di non cadere nei facili entusiasmi e di lasciare ancora questa materia nelle prudenti mani degli esperti. “Interpretare gli studi di farmacogenomica, anche nel campo del diabete – ammonisce con fermezza Vincenzo Trischitta, dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma e Laboratorio di Ricerca Diabetologica ed Endocrinologica, IRCCS ‘Casa Sollievo della Sofferenza’, San Giovanni Rotondo (Foggia) – è una faccenda molto seria. Le risposte che abbiano acquisito finora non sono tali da poter impattare in modo significativo l’attività clinica quotidiana. Anche se la speranza di tutti naturalmente è che questi studi, negli anni a venire, possano acquisire una rilevanza clinica. In questo momento però abbiamo in mano solo informazioni ‘pre-cliniche’. Preziose per i ricercatori perché permettono di gettare luce sui meccanismi alla base delle malattie o nel dare ispirazione per costruire nuove terapie. Meno utili per i medici, perché in questo momento non danno alcun vantaggio, tranne rarissimi casi, nella cura dei pazienti.
Insomma, non è ancora arrivato il momento – ribadisce Trischitta – di utilizzare nell’ambulatorio del medico tutte le informazioni genetiche acquisite finora sulla risposta ai farmaci per il diabete. E a maggior ragione, andare a buttar via soldi per fare delle analisi genetiche, la cui offerta è sempre più pressante sul mercato, non ha veramente senso”. Ma intanto qualcosa comincia a muoversi e le promesse della farmacogenetica, anche se in ambiti ristretti, cominciano a concretizzarsi.L’esempio perfetto di farmacogenetica applicato al diabete. Sono studi degli ultimi 10 anni quelli che hanno portato a scoprire una forma rarissima di diabete dei neonati: si chiama ‘Diabete Mellito Neonatale Permanente’ (DMNP), colpisce meno di un bambino su 500mila e compare entro i 6 mesi di vita. Non ha nulla a che vedere con il diabete di tipo 1, nel quale il pancreas viene distrutto da una risposta autoimmune, e si può trattare solo con l’insulina. I neonati con DMNP hanno infatti tante beta cellule, tanta insulina, ma non riescono a secernerla, perché hanno un ‘blocco’. Questa rara forma di diabete dipende infatti da una puntiforme ‘distrazione’ – un errore di battitura – della natura (è una delle poche forme di diabete monogenico finora riconosciute) che porta a danneggiare una proteina indispensabile per la corretta secrezione d’insulina da parte del pancreas, in quanto parte integrante di speciali ‘canali’ (del potassio) presenti sulle cellule produttrici di insulina. I piccoli pazienti possono presentare un ritardo di crescita, complicanze neurologiche e possono arrivare rapidamente al coma diabetico, se non riconosciuti e trattati. Fino a qualche tempo fa, anche in assenza di autoanticorpi, li si considerava come dei ‘tipo 1’ e li si trattava dunque con l’insulina per tutta la vita. L’individuazione di questo difetto, nascosto nelle pieghe del cromosoma 6, ha portato a scoprire che una delle proteine responsabili della malattia è la stessa che consente di funzionare alle sulfaniluree (vecchi farmaci orali per il trattamento del diabete di tipo 2), perché funge da loro recettore sulla cellula beta pancreatica. Il ‘difetto di fabbrica’ di almeno metà di questi piccoli con DMNP sta nei geni KCNJ11 e ABCC8 che codificano due proteine (rispettivamente Kir6.2 e SUR1) facenti parte dei canali del potassio, che consentono la secrezione di insulina da parte del pancreas. “Questa mutazione – commenta Trischitta – insiste su una proteina per la quale avevamo già a disposizione il farmaco giusto, la sulfanilurea, usata da diversi decenni nel trattamento del diabete di tipo 2”. La scoperta ha avuto un’importante ricaduta sulla terapia di questi bambini perché ha permesso di traghettarli dalla terapia iniettiva con insulina a quella orale con sulfaniluree, dopo aver posto la corretta diagnosi con un test genetico. La scoperta dei geni difettosi alla base di questa forma di diabete è del professor Andrew Hattersley dell’Università di Exeter (UK): un’enorme storia di successo per questi piccoli, diverse centinaia per ora in tutto il mondo, e per le loro famiglie.
Le proteine che ‘traslocano’ la metformina. “Uno dei guru della farmacogenetica applicata al diabete di tipo 2 – ricorda Trischitta – si chiama Jose Florez e lavora a Boston, presso la Harvard Medical School”. Florez si avvale di un’importante casistica americana sulla predizione del diabete per testare l’impatto dei polimorfismi genici sulla risposta a farmaci antidiabetici di uso comune, quali la metformina. Anche in questo caso si stanno accumulando tante informazioni preziose. La metformina, farmaco importantissimo per il trattamento del diabete di tipo 2, viene utilizzata dall’organismo grazie al corretto funzionamento di una serie di ‘trasportatori’ che la veicolano dall’intestino al sangue e da qui al fegato (dove esercita nell’epatocita la sua azione terapeutica prima di essere ‘disattivata’) e ai reni, dai quali viene eliminata. Ogni segmento di percorso dipende da una proteina che ‘trasporta’ la metformina. Florez è andato a studiare come queste proteine ‘trasportatrici’ modulino la risposta al farmaco, scoprendo che in effetti la variabilità genetica di alcune di esse svolge un ruolo importante. I geni che predispongono al diabete e che influenzano la risposta ad alcuni farmaci. Il gene TCF7L2 è quello individuato come il più importante nel conferire una predisposizione al diabete di tipo 2. Un gruppo di ricercatori scozzesi ha dimostrato che questo stesso gene modula una diversa risposta del paziente al trattamento con le sulfaniluree.
Il gene IRS1 è invece un ‘traduttore’ importante del messaggio dell’insulina a livello delle cellule bersaglio. Una mutazione particolare di questo gene oltre a conferire un aumentato rischio di sviluppare il diabete di tipo 2, modula anche l’efficacia della terapia di associazione con metformina e sulfanilurea. “La prima osservazione in merito – ricorda Trischitta – è stata fatta dal gruppo del professor Giorgio Sesti, dell’Università di Catanzaro; noi recentemente abbiamo confermato il dato in una casistica più ampia, caratterizzandolo anche nei suoi dettagli fisiopatologici.

Posted in Cronaca, Medicina | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Fino al 21 ottobre “Panorama Diabete Forum”

Posted by fidest su domenica, 18 ottobre 2015

diabete_21-300x224Riccione. Un ‘esercito’ di quasi 1500 professionisti al congresso ‘Panorama Diabete’ organizzato ogni due anni dalla Società Italiana di Diabetologia – SID a Riccione. E oltre ai diabetologi saranno presenti centinaia di dentisti, rappresentanti delle associazioni di volontariato, ospiti e nutriti staff di aziende del settore, che presentano decine e decine di relazioni e interventi scientifici altamente qualificati. Il congresso che si apre proprio con una serie di tavole rotonde animate da rappresentanti dell’industria, delle istituzioni e della SID, su temi di interesse per la diabetologia sarà quest’anno dedicato alla memoria di Egidio Archero, presidente eletto di Diabete Italia tragicamente scomparso due giorni fa a Roma in un incidente stradale. Incontri all’insegna di collaborazioni virtuose tra associazioni scientifiche e aziende per arrivare a definire nuovi protocolli di ricerca. In un tempo in cui si guarda con sospetto o si parla apertamente di ‘collusioni’ con le aziende del farmaco, SID a testa alta e in un’ottica di assoluta trasparenza organizza queste tavole rotonde in occasione dell’incontro biennale di ‘Panorama Diabete’ proprio a sottolineare quanto siano limpidi i rapporti della nostra società scientifica con le istituzioni da una parte e l’industria dall’altro. Lo scopo è quello di mettere a punto strategie di ricerca e protocolli di trattamento che aiutino tutti a vivere meglio.Un’occasione anche per ricordare a tutti la straordinaria eccellenza della ricerca diabetologica italiana nel panorama nazionale; prova ne sono i 500-600 lavori pubblicati annualmente da membri SID. Ricerca che però ha bisogno di fondi per essere sostenuta e per poter proseguire nel suo cammino. E’ anche per questo che è indispensabile continuare a costruire, giorno dopo giorno, rapporti virtuosi con le agenzie regolatorie, le istituzioni e naturalmente le aziende. Aziende che stanno facendo in maniera egregia la loro parte. Ne sono esempi eccellenti la MSD con i 400mila euro devoluti a favore della ricerca diabetologica e le 16 borse di ricerca assegnate ad altrettanti giovani ricercatori. Ma anche la Ely Lilly che coni i suoi travel grant ha consentito a oltre venti giovani ricercatori italiani di partecipare all’ultima edizione del congresso dell’EASD per presentare le loro ricerche.Di fronte all’assenza totale di fondi pubblici per l’attività formativa del team diabetologico, merita un plauso e va giustamente e pubblicamente riconosciuta la generosità delle aziende che con i loro contributi incondizionati consentono di mantenere queste attività.

Posted in Cronaca, Medicina | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

 
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 1.075 follower