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Posts Tagged ‘diabete’

La Puglia vince il concorso di Sanofi su innovazione e diabete

Posted by fidest press agency su domenica, 22 maggio 2016

innovazioni pugliaIn Italia 1 persona con diabete su 2 non si sente in buona salute e dichiara che il diabete ha un impatto negativo sulla qualità della sua vita, oltre a interferire con le normali attività quotidiane e le relazioni personali. Lo rivelano le anticipazioni di una ricerca realizzata da GfK su diabete e qualità di vita commissionata da Sanofi che ha coinvolto 500 persone con diabete in tutta Italia. Il 62% dei pazienti intervistati ha avuto in media valori di glicemia troppo alti 7 volte al mese e troppo bassi 3 volte al mese. I pazienti consapevoli, attenti e competenti nella gestione della malattia, in media 1 su 3, sono quelli che dichiarano maggior soddisfazione nella relazione col medico (in quanto a disponibilità, ascolto, competenza) e hanno una miglior percezione del proprio stato di salute. Dalla fotografia emerge che il ruolo del medico è fondamentale nel favorire il coinvolgimento del paziente rispetto all’autogestione del diabete. Inoltre, i medici che incoraggiano maggiormente a seguire la dieta e praticare attività fisica, aumentano la capacità del paziente di modificare il proprio stile di vita.
Dai bisogni delle persone con diabete alle migliori pratiche per gestirlo. Così è nato il progetto #5innovazioni promosso da Sanofi, che ha girato l’Italia per far emergere e premiare chi sul diabete e sulla salute fa innovazione. Da Milano a Napoli passando da Perugia, Bari e Cagliari. Queste le tappe del concorso: 5 regioni in finale, 5 progetti di eccellenza.
Formazione del personale scolastico per migliorare la vita dei ragazzi con diabete e aiutarli ad affrontare serenamente la propria condizione. Questo il progetto vincitore di #5innovazioni, promosso dall’associazione APGD (Associazione Pugliese per l’aiuto al Giovane con Diabete) e premiato il 19 maggio a Roma. “Vivere bene… con il diabete a scuola” nasce dall’ascolto delle esperienze di ragazzi e famiglie che convivono con disagi e problematiche quotidiane. Obiettivo: garantire – anche durante l’orario scolastico – i controlli della glicemia, la somministrazione dei farmaci, la gestione di eventuali crisi ipoglicemiche, l’adeguata alimentazione, lo svolgimento in sicurezza di attività sportive. Il tutto con l’esperienza di professionisti del settore e il supporto di materiali informativi come presentazioni e brochure. Ma anche con la realizzazione di un cortometraggio, “Dolce come il miele”, in cui i ragazzi parlano della loro condizione. Guarda il video: https://www.youtube.com/watch?v=C4SWhZvS7kE
Menzione speciale
Il progetto finalista per la Sardegna, Cereal 14/20, promosso dall’associazione Diabete Zero, ha ricevuto una menzione speciale. Il pane preparato con farine tradizionali, in grado, secondo una ricerca, di migliorare alcuni parametri delle persone con diabete, ha riscosso molto entusiasmo da parte dei membri della giuria per la sua originalità e per il suo valore storico. (foto: innovazioni puglia)

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Diabete e alimentazione sbagliata

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 maggio 2016

alimentareIl rapporto annuale presentato da Italian Barometer Diabetes Report – dichiara il Presidente nazionale Confeuro, Rocco Tiso – non lascia dubbi: un italiano su 7 è a rischio diabete a causa di un’alimentazione sbagliata e di una vita troppo spesso sedentaria.
Un tema come questo, che ha a che vedere con la salute dei cittadini – continua Tiso –, non può essere lasciato in secondo piano e richiede delle misure urgenti e tempestive. E’ proprio per queste ragioni che chiediamo un tavolo tecnico composto dalle parti sociali e dal ministero dell’Agroalimentare e dal ministero della Salute. Per una volta infatti, perlomeno su cose tanto importanti, vorremmo che l’esecutivo non vedesse davanti a sé solo gli interessi delle lobby e delle multinazionali, ma le persone.
Come Confeuro – conclude Tiso – siamo certi che la strada da seguire sia quella di investire su di un’agricoltura sana e di qualità, ma anche quella di rigettare con decisione accordi come il TTIP che comporterebbero l’abbattimento sui controlli sanitari e sulle produzioni agroalimentari per fare un’ennesimo favore alle grandi aziende internazionali, ed in particolare statunitensi.

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Diabete: IDegLira migliora il controllo del diabete

Posted by fidest press agency su sabato, 7 maggio 2016

diabete testRimini. IDegLira (Xultophy®), una combinazione di insulina degludec e liraglutide a singola somministrazione iniettiva giornaliera, si è dimostrata più efficace nella riduzione di emoglobina glicata (HbA1c), peso corporeo e tasso di ipoglicemie rispetto a insulina glargine in adulti con diabete di tipo 21. I dati provengono dallo studio “DUAL™ V” di fase 3b, pubblicato a marzo sulla prestigiosa rivista Jama, The Journal of the American Medical Association e presentato a SID 2016, 26° congresso nazionale della Società italiana di diabetologia in svolgimento a Rimini, nell’ambito del simposio “La complessità del diabete: continuum terapeutico, percorsi personalizzati e innovazione”.Lo studio ha valutato efficacia e sicurezza di IDegLira rispetto all’insulina glargine, entrambi in combinazione con metformina, in pazienti con diabete di tipo 2 non controllato dopo trattamento con insulina glargine (20–50 unità/giorno).Dopo 26 settimane, i pazienti in cura con IDegLira hanno raggiunto una riduzione statisticamente significativa dell’HbA1c media dell’1,8% (da 8,4% a 6,6%) rispetto alla riduzione dell’1,1% (da 8,2% a 7,1%) ottenuta dai pazienti che avevano in precedenza aumentato la dose di insulina glargine (p<0.001). Nel gruppo trattato con IDegLira, il 72% dei pazienti ha raggiunto un livello di HbA1c inferiore al 7% alla fine dello studio, rispetto al 47% dei pazienti nel gruppo trattato con insulina glargine (p˂0.001). Infine, il 39% dei pazienti trattati con IDegLira ha raggiunto livelli di HbA1c <7% senza ipoglicemie e aumento di peso rispetto al 12% riscontrato nel gruppo trattato con insulina glargine (p<0.001).“I risultati dimostrano che il trattamento con IDegLira è efficace nel migliorare sensibilmente il controllo metabolico dei pazienti che non raggiungono adeguati target glicemici con la terapia con insulina basale”, ha detto Agostino Consoli, professore ordinario di Endocrinologia della Università G. d’Annunzio di Chieti. “Non solo – ha aggiunto – nei pazienti che hanno utilizzato IDegLira i livelli medi di HbA1c sono scesi fino al 6,6%, ma questo ambizioso target è stato ottenuto senza aumento ponderale, anzi con continua perdita di peso, e con un numero di episodi di ipoglicemia inferiore rispetto ai pazienti che aumentavano il dosaggio di insulina glargine”.In particolare, IDegLira ha ridotto del 57% il tasso di ipoglicemia rispetto all’insulina glargine (2,23 episodi/paziente-anno rispetto a 5,05; p<0.001); in aggiunta è stata osservata una significativa differenza in termini di impatto sul peso corporeo, pari a 3,2 kg (p<0.001), derivante da una riduzione di 1,4 kg nel gruppo trattato con IDegLira ed un aumento di 1,8 kg in quello con insulina glargine. Inoltre, i pazienti trattati con IdegLira hanno richiesto meno insulina, terminando lo studio con l’impiego di 41 unità di insulina degludec (quale componente di IDegLira) rispetto alle 66 di insulina glargine (p<0.001)

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La giusta dieta per le persone con diabete

Posted by fidest press agency su sabato, 7 maggio 2016

dieta mediterraneaA fare il pieno di consensi, ancora una volta, è la dieta mediterranea della quale gli studi presentati al congresso della Società Italiana di Diabetologia hanno dimostrato gli effetti anti-infiammatori, ma anche quelli ‘ringiovanisci-arterie’; per quanto riguarda quest’ultimo effetto molto interessante ad esempio è l’effetto esercitato dal consumo di pesce azzurro. Un suggerimento di immediata utilità pratica e di grande impatto sul contenimento dei picchi di glicemia dopo i pasti – che risultano pericolosi per il sistema vascolare in quanto innestano processi cellulari in grado di determinare un aumento dello stress ossidativo e dell’infiammazione – viene da due studi presentati dall’Università di Pisa che dimostrano come il consumo di alimenti contenenti proteine e lipidi prima di pasti a prevalente contenuto di carboidrati (pane e pasta), aiuta a contenere le escursioni della glicemia dopo i pasti. Il ‘trucco’ sta nel concedersi un antipasto proteico (un pezzetto di parmigiano o un antipasto a base di uova sode) o addirittura nel consumare il secondo prima dei ‘primi’. Importante per il contenimento dei picchi di glicemia post-prandiali è non solo la quantità e la qualità dei carboidrati (ad alto o a basso indice glicemico), ma anche il tipo di condimento utilizzato. Se si opta per l’olio d’oliva non si sbaglia; l’effetto anti-picchi di glicemia è garantito.“La dieta costituisce un vero strumento terapeutico che affianca la terapia farmacologia durante tutto il decorso della malattia diabetica – commenta il professor Giorgio Sesti, presidente eletto SID – I benefici della dieta non sono solo quelli di controllare il possibile aumento di peso ma anche quelli di migliorare il controllo glicemico e di prevenire eventi cardio-vascolari attraverso la riduzione dei fattori di rischio come i lipidi o la pressione arteriosa. La dieta non significa sempre privazione di gusto o dieta fortemente ipocalorica. Un ottimo esempio di alimentazione sana, variata e vicina alle nostre preferenze è la dieta mediterranea non a caso iscritta dall’Unesco tra i Patrimoni culturali immateriali dell’umanità. È un’alimentazione ricca di fibre provenienti da ortaggi, frutta e cereali non raffinati e povera di grassi di origine animale, privilegia l’uso dell’olio d’oliva rispetto a burro. Via libera a frutta e verdura, soprattutto verdura a foglia (bieta, spinaci, broccoletti e cicorie, compresi i radicchi) e ortaggi a radice (carote, barbabietole, rape), ma anche pomodori e carciofi, veri e propri alimenti nutraceutici. Per l’apporto di carboidrati sono da prediligere vegetali, legumi, frutta e cereali preferibilmente integrali, mentre sono da limitare il consumo di pane bianco, troppo ricco di zuccheri semplici come la rosetta (o michetta), pizza e pasta”.
Per non sbagliare conviene innanzitutto partire col piede giusto, come dimostra uno studio firmato da Emanuele Filice e colleghi del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa che dimostra come gli antipasti ricchi a base di proteine e lipidi (ad esempio un pezzetto di parmigiano o un uovo sodo) aiutano a controllare meglio la glicemia dopo un pasto a base di carboidrati. L’ingestione di alimenti non glucidici migliora la risposta glicemica acuta (2-3h) ad un successivo carico orale di glucosio (OGTT) attivando diversi meccanismi fisiologici tra cui il rallentamento dello svuotamento gastrico. Scopo di questo studio è stato indagare gli effetti di un pasto misto, lipidico e proteico, sulla tolleranza al glucosio a distanza di qualche ora dal pasto (fase post prandiale tardiva).
I ricercatoriritengono che partire con un antipasto a base di proteine e lipidi migliora sensibilmente la tolleranza ad un successivo pasto ricco di glucidi in pazienti con diabete mellito di tipo 2. Questo effetto è sostenuto durante l’intera fase postprandiale ed è determinato da una rallentata comparsa in circolo del glucosio orale, un miglioramento della funzione β cellulare ed una ridotta clearance insulinica. Questi risultati supportano dunque il potenziale ruolo terapeutico di “antipasti” non glucidici nel trattamento del diabete mellito di tipo 2.

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La persona con diabete in ospedale

Posted by fidest press agency su sabato, 7 maggio 2016

diabete_21-300x224Ricoverata spesso per patologie diverse dalla loro condizione, le persone con diabete non sempre ricevono un’attenzione ottimale alla loro patologia di base. Questo si può tradurre in un cattivo compenso glicemico, che ha un impatto negativo sull’esito del ricovero, quando non in picchi di glicemia verso l’alto o vero il basso (crisi ipoglicemiche). I diabetologi attirano l’attenzione su questo aspetto poco conosciuto che riguarda non meno di 700 mila persone con diabete ricoverate ogni anno negli ospedali italiani. Sarebbe auspicabile offrire loro una consulenza diabetologica per ottimizzare la terapia alla luce delle condizioni che hanno generato il ricovero, per mettere a punto una terapia già non ottimale, sospendendo farmaci inutili e magari pericolosi, ma anche per inquadrare da zero un paziente al quale viene fatta diagnosi di diabete proprio in occasione del ricovero. Oltre a migliorare la gestione clinica dei pazienti, una ottimizzazione della terapia anti-diabetica durante il ricovero contribuisce ad abbreviarne la durata. E una giornata in meno di ricovero si traduce in 750 euro risparmiati che, moltiplicati per tutti i ricoveri riguardanti persone con diabete potrebbe generare risparmi fino a 1 miliardo di euro.A questo argomento gli esperti della SID hanno dedicato un volumetto di taglio pratico, ‘La gestione della persona con diabete ricoverata per altra patologia’, curato da Daniela Bruttomesso e Laura Sciacca, indirizzato ai medici di altre specialità e nel quale vengono affrontati vari aspetti riguardanti il ricovero di una persona con diabete: dal ruolo del medico a quello dell’infermiere, dall’importanza della dieta a quella della giusta terapia, ai controlli della glicemia.
Quanti sono i ricoveri delle persone con diabete. Le persone con diabete si ricoverano in ospedale molto più spesso rispetto a chi non presenta questa condizione, come dimostrano i dati dell’Osservatorio ARNO Diabete. Nel 2014 i tassi dei ricoveri ordinari per qualsiasi causa sono stati 277 contro 159/100.000, rispettivamente tra le persone con diabete e senza questa patologia.
Circa 1,2 milioni dei circa 6,5 milioni di ricoveri ospedalieri nel 2014 sono stati a carico di persone con diabete. Nel 2014 il 17% circa dei diabetici italiani è stato ricoverato almeno una volta (in media 1,7 volte) e il 5% ha fatto un ricovero in Day Hospital. In pratica ogni anno sono circa 700 mila le persone con diabete che vengono ricoverate in ospedale per qualsiasi motivo.
Insomma negli ospedali italiani, così come in quelli di tutto il mondo non è raro incontrare persone con diabete, ricoverati spesso per condizioni del tutto estranee alla loro patologia. La causa del ricovero è attribuibile a scompenso glicemico in meno del 2% dei casi, mentre nel 9% circa dei casi il ricovero delle persone con diabete è legato a danno d’organo (complicanze croniche della malattia o comorbidità). Le cause più frequenti di ricovero nei diabetici sono invece patologie cardiovascolari (20%), in particolare scompenso cardiaco e l’insufficienza respiratoria, che genera tassi di ricovero doppi tra i diabetici che tra i non diabetici.La durata della degenza nei diabetici è inoltre in genere più lunga che nei non diabetici (in media 12,1 contro 11,2 giorni), probabilmente anche per una non ottimale gestione del diabete che richiede attenzione a vari aspetti: alimentazione, uso ottimale della terapia insulinica, possibili controindicazioni temporanee o permanenti all’uso di farmaci anti-iperglicemizzanti, possibili interazioni con i farmaci per la patologia che ha portato al ricovero, eventuali procedure diagnostiche e/o terapeutiche che influenzano lo schema terapeutico, misurazioni della glicemia nei modi e nei tempi appropriati, gestione corretta di eventuali episodi di ipoglicemia.Fondamentale per migliorare la gestione delle persone con diabete durante il ricovero è che venga richiesta una tempestiva consulenza diabetologica per adeguare la terapia, anche perché peggiore è il compenso glicemico, peggiore sarà l’esito del ricovero. A volte è necessario passare alla terapia con insulina e al momento della dimissione il paziente dovrà ricevere adeguate ‘istruzioni per l’uso’ sulla sua nuova terapia (impiego di siringhe o penne, monitoraggio glicemico, riconoscimento e correzione dell’ipoglicemia). In alcune realtà (Germania, Francia, UK, USA, raramente in Italia) la persona con diabete che viene ricoverata viene segnalata alla struttura di diabetologia dai medici del Pronto Soccorso o del reparto dove viene ricoverata. In questo caso il centro diabetologico esegue una presa in carico immediata e fino al momento della dimissione.
Migliorare l’assistenza alle persone con diabete, ricoverate in ospedale per altra patologia, è anche uno degli obiettivi del Piano Nazionale sulla Malattia Diabetica del Ministero della Salute e presenta importanti risvolti economici. “Ridurre di un giorno la degenza del singolo paziente si traduce nel risparmio di € 750 euro. Calcolando il numero di ricoveri nelle persone con diabete in Italia (1,2 milioni per anno), la riduzione di un giorno di degenza in tutte le persone con diabete si tradurrebbe in un risparmio di quasi 1 miliardo di euro ogni anno. Una somma ingente che potrebbe essere utilizzata magari anche per assumere alcune centinaia di diabetologi e per rendere in questo modo più incisiva la cura delle circa 700.000 persone con diabete che ogni anno in Italia si ricoverano in ospedale per altra patologia”

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Italiani: obesità e diabete in Italia e altrove

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 aprile 2016

obeso640 milioni di obesi, 1,5 chilogrammi di aumento del peso medio della popolazione mondiale ogni dieci anni dagli anni ’80: sono le ultime drammatiche cifre sull’avanzare della “piaga” obesità nel mondo, messe nero su bianco all’inizio del mese da una delle più autorevoli riviste medico-scientifiche internazionali, The Lancet. “Viene quasi da dire: era ora”, commenta Paolo Sbraccia, Presidente della SIO-Società italiana dell’obesità. “Ancora troppo spesso si considera l’obesità una condizione estetica e non una vera e propria malattia”, prosegue. “L’obesità è causa, in primis, di aumentato rischio di diabete di tipo 2, quindi di malattie cardiovascolari e di alcune forme di tumore; essere sovrappeso od obesi riduce il benessere psicologico, determina un impatto negativo sulla funzionalità fisica, con diminuzione della capacità di compiere anche le più semplici attività quotidiane, e sulla funzionalità sociale, con depressione, distress, cattiva qualità di vita,” aggiunge Sbraccia.
Al tema dell’obesità è dedicato l’Italian Barometer Diabetes Report 2015, dal titolo “Il management dell’obesità e del diabete di tipo 2: le sfide da vincere”, presentato questa mattina a Roma. “Il Barometer Report è un documento pubblicato annualmente con l’obiettivo di attivare il confronto e le riflessioni istituzionali sui grandi temi che riguardano il diabete e l’obesità nel nostro Paese, sulle grandi sfide che queste patologie comportano in termini di sostenibilità e accesso alle cure”, spiegano gli editor Renato Lauro, Presidente di IBDO Foundation-Italian Barometer Diabetes Observatory, e Giuseppe Novelli, Rettore dell’Università di Roma “Tor Vergata”.
Il rapporto 2015, come chiarisce il suo curatore, Domenico Cucinotta, Past President dell’Associazione medici diabetologi e professore di medicina interna all’Università di Messina, si propone di esaminare, grazie al contributo di personalità istituzionali e di qualificati esperti del settore, la questione “obesità” nelle sue mille sfaccettature – epidemiologiche, cliniche, sociali – “nella convinzione che la stretta sinergia tra autorità regolatorie e mondo della ricerca e della clinica sia un requisito indispensabile per attuare un efficace intervento di prevenzione dell’obesità e del diabete mellito, necessario per arginare il fenomeno”.Alla base del problema sta, infatti, paradossalmente, il progredire tecnologico e sociale dell’Umanità: i cambiamenti di stile di vita, la modernizzazione. Ricorda ancora Cucinotta: “è stato persino individuato e messo a punto da ricercatori nordamericani un indice – il modernization index – che si è dimostrato un forte predittore dello sviluppo di obesità e di diabete nelle popolazioni a rischio. Viene calcolato in base al tipo e al numero di oggetti-simbolo di questi cambiamenti di cui si è in possesso: frigorifero, telefono, televisore, automobile, lavatrice, cellulare, internet, lettore DVD, e altro.”Come facilmente immaginabile, l’Italia non è immune da tutto questo. Vediamo alcuni numeri ripresi dall’Italian Barometer Diabetes Report 2015:
Prevalenza sovrappeso/obesità – la prevalenza di eccesso ponderale, ossia la percentuale di persone sovrappeso sulla popolazione residente, fra gli uomini al di sopra dei 20 anni si attesta su una percentuale di poco inferiore al 60% nel nostro Paese, una condizione migliore di altri partner europei, più o meno ampiamente sopra questa soglia: Grecia, Regno Unito, Irlanda, Germania, Portogallo, Spagna e Finlandia. Fra le donne nella stessa fascia di età la prevalenza supera il 50% in diversi paesi, mentre in questo caso l’Italia risulta fra le nazioni con prevalenza più bassa, di poco al di sopra del 40%. Di converso, fra i giovani di sesso maschile al di sotto dei 20 anni l’Italia rappresenta una delle nazioni con prevalenza più elevata, (30%), mentre fra le ragazze la percentuale è di poco inferiore al 20%.
Trend temporale sovrappeso/obesità – i dati più recenti ISTAT, relativi al 2013, documentano fra il 2001 e il 2010 una crescita di circa 2 milioni del numero di persone in sovrappeso e di oltre 1 milione per le persone francamente obese, per un totale di oltre 27 milioni di persone in eccesso ponderale. L’obesità è cresciuta in tutte le fasce di età e, sempre ISTAT, evidenzia una più elevata prevalenza di obesità fra i 55 e i 74 anni di età.
Prevalenza diabete – l’obesità rappresenta la causa principale di diabete di tipo 2. In presenza di obesità, il rischio di sviluppare il diabete è 10 volte più alto. Non stupisce quindi che obesità e diabete vadano di pari passo. In Italia oggi sono 3,6 milioni le persone affette da diabete – di cui oltre il 90% con diabete di tipo 2 – pari al 6,2% della popolazione. A queste va aggiunta una quota di persone che, pur avendo la malattia, non ne è a conoscenza; si stima che per ogni tre persone con diabete noto, ce ne sia una con diabete non diagnosticato. Inoltre, si stima che per ogni persona con diabete noto, vi sia almeno una persona ad alto rischio di svilupparlo, perché affetta da ridotta tolleranza al glucosio o alterata glicemia a digiuno. Questo implica che in Italia oggi siano quasi 5 milioni le persone con diabete, cui si aggiungono 3,6 milioni ad alto rischio di svilupparlo, per un totale di quasi 8,5 milioni tra persone con diabete e persone a rischio: quasi 1 italiano su 7.
Trend temporale diabete – ancora, si stima che il numero di persone affette da diabete nel mondo sia cresciuto da 171 milioni nel 2000 a 415 milioni nel 2015 e raggiungerà i 642 milioni nel 2040. In Italia, secondo ISTAT, nel 2000 risultava diabetico il 3,9% della popolazione, poco più di 2 milioni di persone, diventate quasi 3 milioni (4,6% della popolazione) nel 2011. Se la crescita della prevalenza della malattia continuerà ai ritmi attuali, entro 20 anni potrebbero essere oltre 6 milioni (9% della popolazione totale) le persone affette da diabete, con enormi implicazioni assistenziali, sociali ed economiche.

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Nuovi dati dimostrano i benefici del microinfusore d’insulina medtronic per diabetici tipo 2

Posted by fidest press agency su martedì, 19 aprile 2016

dublinoDUBLINO Medtronic, leader mondiale nelle tecnologie medicali, ha annunciato oggi la pubblicazione su Diabetes, Obesity and Metabolism di nuovi risultati della fase di continuazione dello studio OpT2mise, che offrono ulteriori evidenze cliniche a sostegno dei microinfusori di insulina per pazienti diabetici di tipo 2 insulino-trattati. Lo studio OpT2mise è il principale trial randomizzato, controllato che valuta efficacia e sicurezza della terapia con microinfusore rispetto a iniezioni multiple giornaliere in pazienti con diabete tipo 2 in cattivo controllo glicemico.I risultati dello studio dimostrano che i microinfusori di insulina MiniMed® hanno ottenuto miglioramenti significativi, sostenibili e riproducibili del controllo glicemico in sicurezza, rispetto alle iniezioni multiple giornaliere. A 12 mesi, il gruppo che, dopo un periodo iniziale di sei mesi con terapia multi iniettiva, è passato alla somministrazione di insulina con microinsusore MiniMed®, ha raddoppiato la riduzione di emoglobina glicata A1C (valore utilizzato per valutare il controllo glicemico) dallo 0,4% allo 0,8%, utilizzando il 19% in meno di insulina.“La prosecuzione dello studio OpT2mise sviluppa i risultati dello studio iniziale che hanno dimostrato come la terapia insulinica realizzata mediante il microinfusore abbia aiutato i pazienti diabetici di tipo 2, insulino-trattati, a ottenere in sicurezza un miglior controllo glicemico a dosaggio di insulina inferiore rispetto alle iniezioni multiple giornaliere” ha dichiarato il Professor Francesco Giorgino, Direttore U.O. complessa di Endocrinologia A.O.U. Policlinico Corsorziale di Bari. “Abbiamo riscontrato che i partecipanti che sono passati dalla terapia multi-iniettiva al microinfusore di insulina sono riusciti a ottenere gli stessi risultati a 12 mesi. Poiché molti pazienti con diabete di tipo 2 hanno difficoltà a raggiungere il controllo glicemico, questi dati dimostrano che la terapia insulinica mediante microinfusore può offrire un vantaggio significativo rispetto alle iniezioni multiple giornaliere di insulina anche in questi pazienti”.
Per i diabetici, il controllo glicemico è essenziale per prevenire complicanze sia di breve, che di lungo periodo. Una riduzione dell’1% dell’A1C è associata a un calo del 40% del rischio di complicanze di lungo termine quali ictus, cardiopatia, danni a livello oculare e nefropatia. I risultati iniziali di OpT2mise hanno dimostrato che dopo sei mesi, i diabetici di tipo 2 insulino-trattati che hanno utilizzato i microinfusori MiniMed® hanno ottenuto un miglior controllo glicemico rispetto a quelli con iniezioni multiple giornaliere. I risultati a un anno comprendono:
• significativo miglioramento del controllo glicemico per tutti i pazienti. I pazienti che nei primi sei mesi dello studio avevano ricevuto una terapia multi iniettiva sono riusciti a ottenere un’ulteriore riduzione di A1C dello 0,8% (p<0,0001) dopo essere passati al microinfusore insulinico; entrambi i gruppi hanno ottenuto una riduzione identica di 1,2% di A1C a 12 mesi rispetto al basale.
• beneficio clinico riproducibile della terapia con microinfusore. Il gruppo in terapia con iniezioni multiple giornaliere che, dopo sei mesi, è passato a microinfusore, ha ottenuto una riduzione di A1C simile rispetto ai risultati osservati nel gruppo che ha iniziato da subito la terapia con microinfusore d’insulina. Inoltre, alla fine della fase di prosecuzione dello studio, i partecipanti passati da terapia multi iniettiva a microinfusore, hanno avuto una riduzione della dose complessiva giornaliera di insulina del 19,0%, che l’ha resa equivalente in entrambi i bracci di trattamento.
• controllo glicemico mantenuto sui 12 mesi con microinfusore. Il gruppo in terapia con microinfusore sin dall’inizio ha avuto un’ulteriore riduzione dello 0,1% di A1C per raggiungere un valore medio finale a 12 mesi del 7,8%. Non c’è stata alcuna differenza fra i gruppi in termini di aumento ponderale.
“Medtronic sta studiando come offrire maggiore libertà, migliorando la salute di tutti i diabetici, compresi quelli di tipo 2” ha dichiarato Francine R. Kaufman, Chief Medical Officer e Vice President Global, Clinical and Medical Affairs di Medtronic. “I risultati del trial OpT2mise, il principale studio in questo ambito, ci aiuteranno ad ampliare l’accesso alla terapia con microinfusore di insulina come standard terapeutico per il numero crescente di pazienti con diabete di tipo 2 insulino-trattato, affinché possano godere dei migliori esiti clinici”.

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Donne e diabete

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 marzo 2016

diabete_21-300x224“Sono circa 4 milioni, 1 su 8, le donne coinvolte quotidianamente con il diabete, 1,9 milioni ne soffrono in prima persona, una quota uguale, se non superiore visto che sono oltre 4 milioni in totale le persone con diabete in Italia, per ‘procura’ occupandosi ogni giorno di figli, mariti o compagni con questa malattia. A tutte loro vogliamo dedicare il convegno ‘Donna e diabete in Regione Lombardia’, che Associazione Amici del Diabetico ha organizzato domani a Milano, al Palazzo della Regione Lombardia, in collaborazione con ASST Fatebenefratelli Sacco e Regione Lombardia”, spiega Antonino Arini, Presidente Associazione Amici del Diabetico Onlus.
“La differenza di genere nelle cure è particolarmente rilevante nel diabete, poiché le donne con questa malattia, indipendentemente dallo stato menopausale e gestazionale, rispetto agli uomini, non solo sono più a rischio di malattie coronariche, ma hanno anche una prognosi peggiore dopo l’infarto e più probabilità di morte a seguito di malattie cardiovascolari”, dice Arini. “L’obiettivo di questo evento, va però oltre – aggiunge. Vuol mettere in luce i diversi ruoli della donna sia nel percorso di gestione della propria malattia, sia nel ruolo di care giver. L’aumento della prevalenza del diabete, con l’aumento dei costi sia diretti che indiretti, la situazione economico-finanziaria e i vincoli di finanza pubblica, richiedono ai Governi di occuparsi della sostenibilità nel tempo della spesa sanitaria e, più in generale, dell’intero modello di welfare. “La salute di genere è ormai un’esigenza del Servizio sanitario ed è necessario individuare all’interno delle strutture pubbliche percorsi che garantiscano la presa in carico della persona, tenendo conto della differenza di genere, per dare continuità di cura e aderenza al “patto terapeutico”, per ottenere una sempre maggior appropriatezza e personalizzazione della terapia”, aggiunge Arini.Con questo incontro, che si inquadra nell’ambito delle numerose iniziative organizzate in Lombardia e in tutta Italia per l’8 marzo, Amici del diabetico onlus intende inoltre celebrare la propria recente adesione all’organizzazione di FAND-Associazione italiana diabetici, come 118esima associazione membro in tutta Italia.

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Olio d’oliva, una ‘star’ sulla tavola delle persone con diabete (e non solo)

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2016

olio-imbottigliatoUlteriori conferme, ammesso che ce ne fosse bisogno, degli effetti protettivi della dieta mediterranea e in particolare dell’olio extravergine d’oliva, l’oro verde dell’Italia. Uno studio di un gruppo di ricercatori della Società Italiana di Diabetologia dimostra che utilizzare, condire o cucinare gli alimenti con olio d’oliva, aiuti a contenere le impennate della glicemia dopo i pasti nei soggetti con diabete di tipo 1. Questo contribuisce a migliorare il controllo del diabete e dunque a proteggere i vasi dalle complicanze di questa malattia.Appena pubblicato online sulla rivista Diabetes Care, organo ufficiale dell’American Diabetes Association, lo studio condotto da Giovanni Annuzzi e Lutgarda Bozzetto del gruppo del professor Gabriele Riccardi, past president della Società Italiana di Diabetologia (SID) e della professoressa Angela Rivellese dell’Università di Napoli ‘Federico II’ dimostra dei benefici inediti dell’olio d’oliva. Questa ricerca made in Italy dimostra infatti che aggiungere olio d’oliva agli alimenti riduce l’indice glicemico dei pasti, ovvero le impennate post-prandiali della glicemia e può contribuire in questo modo a proteggere i pazienti dalle complicanze cardiovascolari e microvascolari del diabete.“Questa pubblicazione dimostra ancora una volta come il lavoro dei ricercatori italiani dell’area del diabete sia apprezzato dalla comunità scientifica internazionale – commenta il professor Enzo Bonora, presidente della SID – Nell’ultimo anno i ricercatori della SID hanno pubblicato oltre 500 lavori sulle più prestigiose riviste internazionali”.Le escursioni che fa la glicemia dopo un pasto, possono diventare vere e proprie impennate, se si consumano cibi a cosiddetto ‘indice glicemico’ elevato. Per indice glicemico si intende l’entità dell’aumento della glicemia dopo l’assunzione di alimenti a base di carboidrati, rispetto a un valore di riferimento rappresentato dall’assunzione di glucosio puro. Le attuali linee guida per il trattamento del diabete di tipo 1 raccomandano di calcolare le unità di insulina da somministrare ai pasti principali, basandosi sul contenuto di carboidrati degli alimenti che verranno consumati (la cosiddetta ‘conta dei carboidrati’). Tuttavia questo sistema, nonostante l’impegno profuso dai pazienti, non sempre si rivela efficace nel controllare in maniera ottimale la glicemia. E i motivi possono essere molti. L’elemento più determinante è tuttavia l’indice glicemico dei cibi consumati e il contenuto di fibre di un determinato alimento. Lo stesso gruppo di ricercatori della SID, autori del lavoro pubblicato su Diabetes Care, in uno studio precedente aveva dimostrato che inserire nella conta dei carboidrati anche una correzione che tenga conto dell’indice glicemico dei cibi aiuta a migliorare il compenso glicemico. Ma naturalmente, ad influenzare l’assorbimento dei carboidrati contribuiscono anche gli altri macronutrienti che entrano a far parte di un pasto, in particolare proteine e grassi. E’ sempre più evidente il ruolo che i grassi della dieta svolgono nell’influenzare i livelli di glicemia dopo un pasto. In generale i grassi tendono a ritardare i tempi di svuotamento gastrico e questo dovrebbe almeno in teoria tradursi in un’attenuazione del picco di glicemia post-prandiale. E’ stato dimostrato anche che l’indice glicemico di alcuni alimenti può essere ridotto addizionandoli con dei grassi. Ma i grassi non sono tutti uguali e le loro interferenze con la glicemia post-prandiale possono variare molto, a seconda della loro qualità (oltre che della quantità). Per valutare l’influenza di diversi tipi di grassi della dieta sulle escursioni glicemiche dopo un pasto, i ricercatori della SID hanno arruolato 13 pazienti con diabete di tipo 1 (8 donne e 5 uomini), tutti in trattamento con una pompa da insulina e sottoposti a monitoraggio continuo della glicemia con un sensore portatile (CGM). I partecipanti sono stati assegnati a consumare una serie di pasti con la stessa quantità di carboidrati ma costituiti:
a) da pasta e lenticchie, pane integrale e mela (a basso indice glicemico) oppure
b) riso, pane bianco e banana (ad alto indice glicemico).
Entrambi i tipi di pasto sono stati somministrati ai pazienti in tre diverse ‘declinazioni’ relativamente al contenuto di grassi:
1) poveri di grassi (‘low fat’)
2) pasto ricco di grassi saturi (burro)
3) pasto ricco di grassi monoinsaturi (olio extravergine d’oliva, EVOO).
Come atteso, i pasti ad alto indice glicemico hanno determinato un aumento della glicemia maggiore e più precoce rispetto a quelli a basso indice glicemico. Tuttavia, la novità rilevante di questo studio è stata che, nell’ambito dei pasti ad alto indice glicemico, l’aggiunta di olio d’oliva extravergine attenuava il picco di glicemia post-prandiale osservato sia con il pasto con burro che con quello a basso contenuto di grassi (low-fat).Le ricadute pratiche di questi risultati sono:
1) Nel calcolare le unità di insulina che è necessario somministrare in occasione di un pasto non basta conteggiare il contenuto dei carboidrati e la loro qualità, ma bisogna tener conto anche della quantità e della qualità dei grassi utilizzati come condimento o per cucinare, specialmente quando il pasto è ad alto indice glicemico
2) Ci sono altre buone ragioni per preferire l’olio d’oliva nella dieta delle persone con diabete. “L’olio extravergine d’oliva rappresenta una degli alimenti cardine della dieta mediterranea, modello di alimentazione sana in grado di ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e di molte altre patologie croniche – precisa Angela Rivellese – Gli effetti benefici dell’olio extravergine di oliva sui fattori di rischio cardiovascolare e, in particolare, sui livelli di colesterolo, sulla pressione arteriosa, sull’accumulo di grassi nel fegato, sulla utilizzazione del glucosio a livello muscolare, dipendono principalmente dal tipo di grassi in esso contenuti, in gran parte insaturi, a differenza di quelli contenuti nel burro, nella panna, nei formaggi e nelle carni grasse che sono prevalentemente saturi. Tuttavia, l’olio extravergine di oliva contiene anche altri composti bioattivi, quali i polifenoli, che sono sostanze con elevato potere antiossidante che aiutano a prevenire l’arteriosclerosi e contribuiscono ai molteplici effetti salutari dell’olio extravergine di oliva, incluso il buon controllo della glicemia dopo i pasti”.“I risultati di questo studio sono stati ottenuti in pazienti diabetici in trattamento insulinico – sottolinea Gabriele Riccardi – tuttavia, è verosimile che analoghi benefici possano ottenersi anche in coloro che sono in trattamento con altri farmaci o addirittura con sola dieta, dal momento che la presenza di picchi elevati di glicemia dopo i pasti rappresenta una caratteristica generale della malattia diabetica, non facilmente controllabile con la terapia. Pertanto, uno o due cucchiai di olio extravergine di oliva ai pasti – senza esagerare in quanto anch’esso, come tutti i grassi, è altamente energetico – possono aiutare a moderare la glicemia senza dover limitare eccessivamente gli alimenti che contengono carboidrati, anche quelli come pane, riso, polenta e patate che hanno un indice glicemico più elevato”. Evitare i picchi glicemici rappresenta un obiettivo importante della terapia del diabete giacché essi contribuiscono a danneggiare la parete arteriosa facilitando così l’infiltrazione di cellule infiammatorie. Questo processo determina, a lungo andare, un irrigidimento dei vasi a cui fa seguito un inadeguato afflusso di sangue ai tessuti a livello di cuore, rene, occhi, piedi; è proprio questo che poi determina le gravi e invalidanti complicanze croniche del diabete. L’olio extravergine di oliva è il condimento ideale anche per chi non ha diabete, perché aiuta a combattere quei fattori di rischio cardiovascolare che sono, purtroppo, diffusi nella maggioranza delle persone che hanno superato la mezza età e sono oggi sempre più comuni anche nei giovani adulti.

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Nuove linee guida AACE per la gestione del diabete

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 febbraio 2016

diabete_21-300x224Le prime settimane del 2016 hanno già visto la pubblicazione delle linee guida 2016 per la gestione clinica e assistenziale del diabete, messe a punto dall’AACE, l’associazione che riunisce gli Endocrinologi Clinici Americani, linee guida che erano già state aggiornate nel corso del 2015. Il nuovo aggiornamento, a pochi mesi dalla precedente edizione, è un segno di quanto rilevanti siano le novità che si stanno registrando nel trattamento e nella gestione clinica di questa patologia che in Italia colpisce oltre 3 milioni di persone.
Le linee guida americane verranno presentate e discusse, facendo riferimento agli aspetti più innovativi per la realtà italiana, in occasione del “1st AME Diabetes Update” che si apre domani a Napoli promosso dall’Associazione Medici Endocrinologi (AME).“La novità dell’edizione 2016 delle Linee Guida AACE, spiega Enrico Papini, responsabile scientifico AME e Direttore Struttura Complessa Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale, è l’indicazione circa l’impiego precoce, nelle prime fasi della malattia, delle terapie innovative. Queste ultime, infatti, consentono di raggiungere un soddisfacente controllo dei valori glicemici minimizzando il rischio di provocare pericolosi episodi di ipoglicemia. Il miglioramento e la maggiore stabilità del controllo metabolico, così assicurati, sono rilevanti per la prevenzione delle complicanze che, nel tempo, possono derivare dal diabete mal controllato, sotto forma di impegno cardiovascolare, renale, oculare e della circolazione degli arti inferiori. Si stima che il diabete sia associato ad un aumento molto sensibile del rischio di mortalità da varie cause, ed è quindi di fondamentale importanza un trattamento precoce della malattia e la prevenzione delle sue complicanze”.“Le nuove terapie, recentemente introdotte, chiarisce Giorgio Borretta, S.C. Endocrinologia e Malattie del Ricambio, Azienda Ospedaliera S. Croce e Carle, Cuneo, controllano i livelli glicemici e sono in grado di prevenire, come già detto, le crisi ipoglicemiche garantendo ai pazienti lo svolgimento delle più comuni attività, come guidare un’auto, con la certezza di poterlo fare in sicurezza. Ma, l’aspetto più innovativo è rappresentato dalla capacità di questi farmaci di far perdere peso interrompendo il circolo vizioso rappresentato da alcune molecole per il controllo glicemico che tendevano a far ingrassare. Per il diabete di tipo 2, infatti, uno dei fattori sfavorevoli a un adeguato compenso metabolico è proprio rappresentato dal sovrappeso: disporre di farmaci capaci di agire sulla perdita di peso corporeo è fondamentale”.“Recentemente si sono resi disponibili in Italia due di questi farmaci di nuova generazione: la liraglutide, un analogo dell’ormone GLP-1 che rende più armonica la secrezione degli ormoni pancreatici, che si è dimostrata efficace nel trattamento del sovrappeso e dell’obesità, interagendo con specifici recettori cerebrali che regolano l’appetito. Il dapagliflozin è invece la prima terapia che agisce sui reni permettendo l’eliminazione dello zucchero in eccesso, con riduzione importante della glicemia, perdita di peso e abbassamento della pressione arteriosa. L’arrivo in Italia di queste molecole rappresenta un significativo passo avanti compiuto dalla ricerca scientifica che arricchisce il panorama delle terapie innovative contro il diabete di tipo 2, una malattia considerata dall’OMS un’epidemia in tutto il mondo”, continua Edoardo Guastamacchia, docente presso l’Istituto di Endocrinologia dell’Università di Bari.
“L’impiego precoce di queste molecole rappresenta certamente un vantaggio per i pazienti, ma apre nuovi dibattiti circa la sostenibilità per il SSN a fronte di un costo maggiore di questi farmaci, commenta Silvio Settembrini, Medico Dirigente di Malattie Metaboliche e Diabetologia, ASL Napoli 1 Centro, Napoli e uno dei principali organizzatori del Diabetes Update. Queste considerazioni hanno indotto finora alcuni criteri limitativi nella prescrivibilità di queste molecole e nella loro associazione con altri principi terapeutici. È tuttavia auspicabile che nel corso dei prossimi mesi si possa giungere a concedere da parte degli organi regolatori una più ampia rimborsabilità di questi farmaci che presentano anche il vantaggio di una durata molto più protratta della loro efficacia nel tempo.
Le linee guida AACE non introducono novità assolute per quanto riguarda gli stili di vita della persona con diabete, ma sottolineano l’importanza di un dialogo con il paziente capace di influire sui comportamenti non corretti e, in particolare, sulla sedentarietà e il sovrappeso, sempre più diffusi nel mondo occidentale. La loro modifica, prosegue Settembrini, attraverso anche una sorta di “terapia comportamentale” prevede l’adozione di un regime dietetico specifico, maggiori conoscenze sull’indice glicemico dei diversi cibi e delle congrue associazioni tra gruppi alimentari diversi, e l’attività fisica regolare. È necessaria una sana alimentazione con preferenza per i grassi insaturi vegetali, la limitazione degli zuccheri a rapido assorbimento e, per chi si sottopone a terapia con insulina, il conteggio dei carboidrati. Non meno importanti, una attività fisica moderata, per almeno 150 minuti a settimana e il riposo notturno di almeno 7 ore”, conclude Settembrini.

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Lista degli esami di laboratorio ad elevato rischio di inappropriatezza nelle persone con diabete

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 gennaio 2016

laboratorio igieneAcido urico: Non è indicato per aumentare la capacità di predire gli eventi cardiovascolari né per motivare un trattamento ipouricemizzante finalizzato a ridurre il rischio cardiovascolare.
Apolipoproteine A e B: Possono essere considerate nella stratificazione del rischio cardiovascolare del soggetto diabetico ma allo stato attuale non sono raccomandate
Autoanticorpi anti-GAD: Sono un importante ausilio diagnostico ove non sia chiara dal punto di vista clinico la diagnosi di diabete tipo 1 e nei casi inquadrati come diabete tipo 2 ad esordio precoce ( Calcio: Non è un esame di routine nella gestione della malattia diabetica. Il suo dosaggio si raccomanda solo una tantum nei pazienti diabetici con osteoporosi di nuova diagnosi e, annualmente, in corso di trattamento con vitamina D (soprattutto se si utilizza il calcitriolo). E’ raccomandato almeno in presenza di malattia renale cronica allo stadio 3b (GFR< 45 ml/min per 1.73 m2) .
C-peptide: Non può essere considerato un esame di routine nel diabete. La sua misurazione è indicata solo quando vi è forte incertezza sulla tipologia del diabete, soprattutto se questa informazione può influenzare la scelta terapeutica.
Creatinchinasi (CK): Non è raccomandato durante terapia con statine a meno che non ci sia un fondato sospetto di miopatia.
Enzimi epatici (ALT, AST, GGT): Se ne raccomanda il dosaggio al momento della diagnosi di diabete e poi a cadenza annuale o biennale (più spesso solo se i valori sono alterati o se è documentata una steatosi epatica).
Esame chimico delle urine: E’ esame di scarsissima utilità. La glicosuria non è raccomandata per lo screening del diabete né per il monitoraggio del compenso glicemico. La ricerca di una positività per nitriti ed esterasi leucocitaria è raccomandata solo nei pazienti diabetici con sintomi/segni clinici suggestivi di IVU. La ricerca della microlbuminuria deve basarsi sul test specifico.
Emocromocitometrico: Non è raccomandato in presenza di normale funzione renale o di lieve insufficienza. Va effettuato nei diabetici con insufficienza renale moderata/grave (eGFR 65 anni.
Urea (azotemia): Non è utile per la valutazione della funzionalità renale del paziente diabetico e nulla aggiunge rispetto alla stima del filtrato glomerulare con le formule basate sulla creatinina. Può essere utile solo in caso di insufficienza renale molto grave (eGFR Urinocoltura: E’ raccomandata solo in presenza di sintomi/segni suggestivi di infezione delle vie urinarie. Non vi è alcuna indicazione allo screening e al trattamento antibiotico della batteriuria asintomatica.
Vitamina D: Non è raccomandata nella gestione della malattia diabetica. La supplementazione cronica con vitamina D ha dimostrato scarsi e/o assenti benefici sul compenso glicemico, sulla mortalità e sullo sviluppo e progressione delle complicanze croniche del diabete.

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“È ora di interrompere la pratica di prescrivere esami di laboratorio inutili”

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 gennaio 2016

diabete_21-300x224La Società Italiana di Diabetologia, in assoluta sintonia con il Ministero della Salute, nell’ottica di ottenere attraverso l’appropriatezza delle prescrizioni un risparmio che consenta di garantire un maggiore accesso all’innovazione e quindi una migliore assistenza sanitaria, fornisce il suo contribuito nel mettere in evidenza sprechi nella richiesta di esami di laboratorio alle persone con diabete. “In un momento di ristrettezze economiche com’è quello attuale – afferma il professor Enzo Bonora, Presidente della SID – la ricerca dell’appropriatezza in sanità rappresenta un capitolo importante della spending review. In quest’ottica, la Società Italiana di Diabetologia, consapevole che evitare sprechi è fondamentale per liberare risorse in campo diagnostico e terapeutico, ha redatto un Position Statement sull’appropriatezza nella prescrizione alle persone con diabete di oltre 20 parametri di laboratorio che risultano essere stati prescritti troppo spesso nel 2014. Il Servizio Sanitario Nazionale potrebbe funzionare benissimo e forse anche meglio con il Fondo Sanitario allocato per il 2016 , se tutti applicassero in ogni circostanza le ‘4 C’ indispensabili per fare bene il medico: Conoscenza, Competenza, Compassione e Coscienza. L’appropriatezza, sia nelle procedure diagnostiche che nelle scelte terapeutiche, ne sarebbe una logica conseguenza”.
La spesa per il diabete. Attualmente, l’assistenza medica ai circa 4 milioni di italiani con diabete costa al Servizio Sanitario Nazionale circa 16 miliardi di euro, pari a quasi il 15% del Fondo Sanitario Nazionale. Questa spesa (circa 4 mila euro per paziente per anno se vengono considerati i costi reali e non le tariffe virtuali) è così distribuita: 1% per visite specialistiche diabetologiche, 1% per esami di laboratorio di routine come l’emoglobina glicata, 4% per farmaci anti-diabete orali e iniettivi, 4% per dispositivi (siringhe, aghi, lancette e strisce reattive). A fronte del 10% circa della spesa totale attribuibile alla gestione ordinaria della malattia, ben il 90% è da riferire a ricoveri ordinari e Day Hospital (il 68% circa), altri farmaci (14%), consulenza specialistiche extra-diabetologiche, esami strumentali, esami di laboratorio diversi da quelli utilizzati per il monitoraggio ordinario della malattia ma spesso prescritti aille persone con diabete, procedure terapeutiche ambulatoriali (8%).
Le raccomandazioni della SID. Il documento non riguarda i parametri di laboratorio standard utilizzati nel monitoraggio del diabete e neppure l’automonitoraggio glicemico domiciliare, ma un’altra ventina di parametri di laboratorio che vengono spesso prescritti alle persone con diabete senza forti evidenze di una loro reale utilità clinica se non in casi particolari. Si va dal dosaggio dell’acido urico a quello degli enzimi epatici (ALT, AST, GGT), dal dosaggio del calcio a quello della vitamina D, dall’emocromo all’esame fisico-chimico delle urine. Ognuno dei parametri esaminati dagli esperti della SID, ha una sua utilità all’interno di condizioni situazioni cliniche particolari, ma è di limitata o nulla utilità nella grande maggioranza delle circostanze in cui viene prescritto. La SID stima che, su base nazionale, il risparmio annuo derivante da un minor ricorso a questi esami inappropriati nelle persone con diabete (prescritti da specialisti di tutte le discipline e da medici di medicina generale), ammonta a oltre 50 milioni di euro (equivalente alla somma degli stipendi lordi di oltre 600 diabetologi o a tutta la spesa per farmaci anti-diabete consumati in una regione con 5 milioni di abitanti). Il position statement si propone di offrire raccomandazioni evidence-based ai diabetologi, agli altri specialisti e ai medici di medicina generale. Queste raccomandazioni si riferiscono alle sole persone con diabete. Di seguito sono riportate in breve le principali raccomandazioni. “La SID ritiene – sottolinea il presidente Enzo Bonora – che se tutte le società scientifiche facessero altrettanto per le aree cliniche di loro competenza si potrebbe avviare un percorso virtuoso in grado di determinare risparmi ben superiori ai 100 milioni di euro annui ipotizzati dal Ministero della Salute”.

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Curare il diabete con le staminali: mito o realtà?

Posted by fidest press agency su martedì, 19 gennaio 2016

diabete_21-300x224Basta la parola ‘cellule staminali’ per cominciare a sognare e a favoleggiare di cure futuribili. E Il diabete non sfugge a questa regola. Tra miti e realtà, la Società Italiana di Diabetologia (SID) fa il punto della situazione ad oggi, nel documento ‘Cellule staminali nella terapia del diabete’ che esamina tutti i filoni di ricerca in corso nel mondo. Da quelli a un passo dalla clinica, a quelli ancora proiettati nel futuro. Curare il diabete con le staminali è una possibilità di giorno in giorno più vicina. “Lo dimostra il fatto – ricorda il professor Lorenzo Piemonti, Diabetes Research Institute-IRCCS Ospedale San Raffaele e coordinatore del Gruppo di Studio ‘Medicina rigenerativa in ambito diabetologico’ della Società Italiana di Diabetologia (SID) – che nell’ottobre del 2014 è iniziata la prima sperimentazione nell’uomo per la terapia del diabete di tipo 1, utilizzando cellule produttrici di insulina, derivate da cellule staminali. E sono in fase di ‘traslazione’ nell’uomo almeno altri tre approcci simili”. E’ l’alba della traduzione in clinica e della finalizzazione a scopo terapeutico delle tante conoscenze accumulate negli ultimi decenni nel campo della biologia delle cellule staminali. “Come tutti i campi di frontiera – prosegue Piemonti – è più che corretto avere una grande fiducia per il futuro, ma è altrettanto necessario mantenere un sano realismo e un doveroso rigore scientifico. Va comunque sottolineato che la medicina rigenerativa con cellule staminali ha la potenzialità non solo di trattare, ma di guarire in modo definitivo il diabete.” Il trapianto di isole pancreatiche o di pancreas è in grado di correggere molto bene i valori di glicemia. Ma questo approccio è limitato dalla scarsa disponibilità di donatori e dalla necessità di utilizzare una terapia immunosoppressiva per evitare il rigetto. L’approccio con le cellule staminali potrebbe consentire di superare entrambi i problemi.
Le cellule staminali possono essere utilizzate per sostituire le cellule produttrici di insulina mancanti o malfunzionanti; di questo potrebbero beneficiare tutti i pazienti con diabete di tipo 1 e quelli con diabete secondario a gravi malattie pancreatiche in cui sia presente un deficit di secrezione dell’insulina. Ma le cellule staminali possono essere utilizzate anche per mantenere vive le cellule beta pancreatiche (quelle che producono insulina), proteggendole dall’attacco del sistema immunitario (alla base del diabete di tipo 1) o dal danno legato al ‘troppo lavoro’, nel diabete di tipo 2. Infine esiste la possibilità di utilizzare cellule staminali anche per trattare le complicanze del diabete e favorire la riparazione di organi come il cuore, il rene e l’occhio.
“Le cellule staminali – spiega Piemonti – sono cellule primitive non specializzate, dotate della capacità di trasformarsi in diversi altri tipi di cellule del corpo attraverso un processo denominato differenziamento cellulare”. Dalla vita embrionaria, fino alla morte il nostro corpo contiene cellule staminali di diverso tipo e con diversa ‘potenza’, cioè capacità di differenziarsi in più tessuti. Le cellule più ‘potenti’ (totipotenti e pluripotenti) sono generalmente presenti solo in fase embrionale e fetale. Cellule a potenza ‘intermedia’ (multipotenti) o ‘limitata’ (unipotenti) sono presenti invece per tutta la vita. Questa regola però non è assoluta. Alcune cellule staminali, anche dopo la nascita, mostrano capacità differenziativa elevata. Inoltre è stato dimostrato che è possibile fare acquisire le caratteristiche delle staminali pluripotenti, anche a cellule non staminali prelevate dall’adulto. Questa scoperta (processo di riprogrammazione) è valso il premio Nobel nel 2012 a ShinyaYamanaka dell’Università di Kyoto e a John Gurdon dell’Università di Cambridge.“Per semplificare – spiega Piemonti – si può immaginare che la cellula sia come un computer. Mano a mano che matura e si differenzia, utilizza alcuni programmi e ne spegne altri. In questo modo acquisisce la sua ‘specializzazione’. La riprogrammazione permette di tornare ad avere a disposizione tutti i programmi originali e quindi di poter indirizzare nuovamente la cellula verso la direzione desiderata. Ad esempio nel caso del diabete, nella direzione delle cellule producenti l’insulina. Questo processo, che durante la vita embrio-fetale avviene in modo spontaneo e richiede mesi, può essere riprodotto in laboratorio in appena 2-3 settimane. In questo modo è quindi possibile partendo da una cellula della cute, ritornare ad uno stadio staminale e poi ridifferenziare quella cellula in una producente insulina.”
La SID ha costituito nell’ultimo anno un gruppo di studio, dedicato alla medicina rigenerativa in campo diabetologico. “Il primo obiettivo – spiega Piemonti – è di dare soprattutto informazioni sulle opportunità e limiti attuali della medicina rigenerativa in campo diabetologico. Il secondo è quello di creare una sinergia tra i gruppi con maggiore interesse e competenza in questo settore, per rendere sempre più competitivo a livello internazionale il nostro Paese”.“Negli ultimi anni ci sono stati troppi episodi in cui persone malate o loro familiari sono stati illusi sulla possibilità concreta ed immediata di ricorrere alla terapia con cellule staminali o presunte tali per varie patologie – afferma il prof. Bonora, presidente della Società Italiana di Diabetologia. Per questo abbiamo deciso di costituire un gruppo di lavoro formato da esperti che operano con assoluto rigore scientifico. A questi esperti, che stanno lavorando personalmente in questo campo in maniera per ora del tutto sperimentale, abbiamo chiesto di redigere un documento ufficiale che rifletta la posizione della nostra società e che ponga in evidenza la realtà, alimentando la fiducia ma evitando le mistificazioni. Sappiamo che in un futuro non lontano la terapia con cellule staminali sarà utilizzata con successo nel diabete ma dobbiamo essere corretti nell’affermare che questa terapia oggi non è disponibile”.

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Diabete: liraglutide più efficace degli inibitori SGLT-2 nel controllo della glicemia

Posted by fidest press agency su domenica, 6 dicembre 2015

vancouverVancouver. Liraglutide (Victoza®, Novo Nordisk) è più efficace degli inibitori SGLT-2 nel ridurre l’emoglobina glicata, HbA1c, e dimostra in prospettiva una migliore tendenza a raggiungere gli obiettivi di controllo glicemico. Sono stati presentati al Congresso mondiale dell’International Diabetes Federation (IDF), conclusosi ieri a Vancouver, Canada, i risultati di una network meta-analysis condotta su studi relativi a persone con diabete tipo 2 non adeguatamente controllate con metformina in monoterapia o in associazione a sulfaniluree, inibitori DPP-4 o glitazoni1.“La network meta-analysis è una metodologia di valutazione che ha trovato solo recentemente una collocazione riconosciuta nel campo della evidence based medicine. È uno strumento sviluppato per eseguire un confronto indiretto fra trattamenti per i quali non sono disponibili studi clinici di confronto ‘testa a testa’, ma solo studi nei quali tali trattamenti sono confrontati con altri trattamenti, che potremmo definire ‘terzi’. Da questi studi vengono tratte le informazioni utili a valutare i due trattamenti tra di loro”, spiega Giorgio Sesti, Professore di medicina interna dell’Università degli Studi “Magna Grecia” di Catanzaro.I risultati della metanalisi presentata a Vancouver hanno valutato liraglutide in confronto a canagliflozin, empagliflozin e dapagliflozin, utilizzando 17 studi clinici randomizzati controllati, già pubblicati alla data di inizio della valutazione. Dimostrano una maggiore riduzione di HbA1c da parte di liraglutide rispetto a tutti gli inibitori SGLT-2 esaminati (-1.01%/-1.18% per liraglutide 1.2 mg/1.8 mg; -0.64/-0.79% per canagliflozin 100 mg/300 mg; -0.32%/-0.38% per dapagliflozin 5 mg/10 mg; -0.59%/-0.62% per empagliflozin 10 mg/25 mg).1“Questi dati confermano quanto osservato in altri studi clinici randomizzati ‘testa a testa’ o network meta-analysis ovvero che il trattamento con analoghi del GLP-1, come liraglutide, ha un maggiore effetto sul controllo metabolico rispetto ad altri trattamenti ipoglicemizzanti. Un ulteriore vantaggio della terapia con analoghi del GLP-1 è l’effetto significativo sulla riduzione del peso e sulla pressione arteriosa che ne rafforza l’uso in soggetti affetti dalla cosiddetta sindrome metabolica” conclude Sesti.
Novo Nordisk è un’azienda farmaceutica con più di 90 anni di storia nell’innovazione e nella leadership per la terapia del diabete. Quest’eredità ci ha dato l’esperienza e le capacità che ci permettono di aiutare le persone a sconfiggere altre serie condizioni croniche: emofilia, disturbi della crescita e obesità. Con sede in Danimarca, Novo Nordisk ha circa 40.300 dipendenti in 75 Paesi e commercia i propri prodotti in oltre 180 Stati.

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