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Quotidiano di informazione – Anno 30 n°178

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Un microsensore sottocutaneo in grado di monitorare la glicemia fino a 6 mesi

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 maggio 2018

Gli oltre tre milioni di italiani che hanno ricevuto una diagnosi di diabete condividono un obiettivo primario: raggiungere un controllo metabolico ottimale, ovvero mantenere la glicemia entro il target prestabilito, riducendo il rischio di episodi di ipo- o iperglicemia senza che questo incida significativamente sulla propria qualità di vita. Per molti di loro, oggi, si consolida una nuova frontiera, quella del controllo glicemico continuo: misurazioni non più a spot, ma letture automatiche dei valori, con un’analisi accurata dell’andamento della glicemia e delle sue fluttuazioni grazie a un piccolo sensore impiantato sotto la cute.
In occasione del congresso Nazionale della Società Italiana di Diabetologia, che si svolge a Rimini fino al 19 maggio, Roche Diabetes Care Italy ha annunciato l’arrivo di Eversense XL, il primo sensore impiantabile per il monitoraggio continuo della glicemia (CGM), progettato per la rilevazione continua dei valori di glucosio nel sangue fino a 180 giorni.
“Ad oggi, sono oltre 100 i centri in tutta Italia qualificati per poter impiantare Eversense e circa 700 i pazienti che lo hanno provato – commenta Massimo Balestri, Amministratore Delegato di Roche Diabetes Care Italy – è, quindi, con grande soddisfazione che oggi presentiamo Eversense XL. Le persone con diabete eleggibili all’utilizzo di questo sistema potranno tenere sotto controllo i valori glicemici in qualsiasi situazione, in modo completamente automatico e fino a 180 giorni”.
“Eversense XL fornisce alle persone affette da diabete preziose informazioni aggiuntive alla sola misurazione capillare dei valori di glucosio effettuata tramite glucometro in modo da ottimizzare il monitoraggio della glicemia, cuore della gestione personalizzata del diabete – afferma Elena Acmet, Medical Manager di Roche Diabetes Care Italy – in particolare, questo sistema è innovativo sotto diversi aspetti, innanzitutto è il primo sensore completamente impiantabile a disposizione delle persone con diabete. Il sensore ha una durata fino a 180 giorni e permette un accurato monitoraggio glicemico realmente continuativo per tutto il periodo di utilizzo. I dati raccolti, inoltre, vengono visualizzati sullo smartphone in modo molto semplice ed intuitivo, perché siano informazioni fruibili per migliorare la gestione del proprio diabete. Infine, Eversense XL è dotato di allarmi predittivi che permettono di anticipare la gestione e ridurre i rischi associati al mancato controllo di episodi gravi di ipo/iperglicemia”.
Il diabete è considerato una crescente emergenza epidemiologica globale e costituisce una delle patologie a più elevato impatto sociale ed economico. Rappresenta una delle malattie cronico degenerative più diffuse in Italia, ne soffrono oltre 4 milioni di persone, circa l’8% della popolazione (più del doppio di 30 anni fa) e il trend è in costante aumento.
Secondo i dati dell’Italian Diabetes & Obesity Barometer dell’Associazione Ricerca & Diabete SID in Italia tra i diabetici il tasso di mortalità è del 30,3% per 100.000 abitanti; la malattia riduce di 5-10 anni l’aspettativa di vita, e un paziente su 6 riferisce un grave episodio di ipoglicemia; il 60%-80% delle morti per malattie cardiovascolari viene associato al diabete; il 29% dei diabetici riferisce di stare male o molto male a causa della malattia: ogni 52 minuti un diabetico subisce un’amputazione e ogni 4 ore un diabetico entra in dialisi.
“Il buon controllo glicemico è fondamentale per la prevenzione delle complicanze del diabete e degli scompensi metabolici acuti, per questo le persone con diabete necessitano di un’attenta e costante misurazione della glicemia attraverso sistemi che devono essere precisi e affidabili – commenta Elisabetta Lovati, Dirigente medico di primo livello, Specialista in Endocrinologia e Diabetologa al Policlinico San Matteo di Pavia – oggi, grazie alla tecnologia che continua a fare straordinari passi in avanti, abbiamo a nostra disposizione molti strumenti in grado di misurare in modo accurato i livelli di glicemia e di migliorare la qualità di vita dei pazienti. Eversense XL sicuramente è uno di questi, con l’ulteriore vantaggio di possedere allarmi predittivi e quindi, anticipare le ipo e le iper-glicemie e di essere attivo fino a 6 mesi”.
Eversense XL è prodotto da Senseonics, e distribuito in esclusiva da Roche Diabetes Care Italy. È costituito da un sensore sottocutaneo che non necessita di alcun ago per collegarlo al trasmettitore ricaricabile. Il trasmettitore, viene applicato con un cerotto ed è interamente rimovibile in modo semplice e senza rischi: una caratteristica che lo rende compatibile con qualsiasi tipo di attività, da una cena fuori o una banale passeggiata ad un’attività sportiva agonistica. Il sistema Eversense invia allarmi, avvisi e notifiche relativi ai valori del glucosio visibili in qualsiasi momento sull’app dello smartphone. Il paziente, quindi, può vedere la curva della sua glicemia e viene avvertito prima che i livelli di glucosio raggiungano valori troppo elevati o troppo bassi attraverso suoni e vibrazioni che cambiano a seconda del tipo di allarme.
Eversense XL viene inserito durante una seduta ambulatoriale di pochi minuti. Il sensore viene impiantato a livello sottocutaneo sulla parte superiore del braccio. È sufficiente un’incisione millimetrica per l’inserzione del sensore e l’impianto è eseguito in anestesia locale.

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Nell’olio d’oliva la molecola contro il diabete

Posted by fidest press agency su domenica, 6 maggio 2018

Un gruppo di ricerca della Sapienza ha individuato nell’olio extravergine di oliva il componente responsabile della riduzione dei livelli di glucosio nel sangue post-prandiale. Lo studio, pubblicato su British Journal Clinical Pharmacology, apre nuove strade alla lotta contro il diabeteEat well, stay well. Questo il manifesto della dieta mediterranea, il modello nutrizionale che ha ricevuto l’onorificenza di “patrimonio orale e immateriale dell’umanità” per le ricadute positive che ha sulla salute. A oggi sempre più studi vanno nella direzione di verificare come alcune componenti alimentari siano in grado di prevenire determinate patologie e aumentare la qualità e la durata della vita.In un precedente studio il gruppo guidato da Francesco Violi del Dipartimento di Medicina interna e specialità mediche della Sapienza, ha dimostrato che l’assunzione di 10 g. di olio extravergine di oliva durante i pasti era in grado di ridurre di 20 mg la glicemia post-prandiale. Dalla ricerca era emerso che l’extravergine di oliva si comporta come un antidiabetico con un meccanismo simile ai farmaci di nuova generazione, cioè le incretine (ormoni naturali prodotti a livello gastrointestinale che riducono il livello della glicemia nel sangue). L’assunzione di olio extravergine di oliva si associa, infatti, a un aumento nel sangue delle incretine. Un nuovo passo in avanti arriva dallo stesso team di ricerca Sapienza, che ha individuato nell’oleuropeina il componente specifico dell’olio di oliva capace di ridurre la glicemia post-prandiale. Lo studio è pubblicato sulla rivista British Journal Clinical Pharmacology.“Il diabete – spiega Francesco Violi – è una delle principali cause di infarto del miocardio ed ictus. Nel 2016 i casi dichiarati di diabete in Italia hanno superato 3.000.000 e questo numero crescerà nei prossimi anni considerando la progressiva tendenza all’aumento della malattia nella nostra popolazione”.La prevenzione del diabete e dei suoi danni alle arterie si svolge soprattutto durante i pasti, in quanto l’aumento della glicemia post-prandiale stimola la produzione di insulina, cosa che, a lungo andare, facilita l’insorgenza del diabete, nei soggetti predisposti.Lo studio è stato effettuato su un campione di soggetti sani randomizzati, ai quali sono stati somministrati 20 mg di oleuropeina o placebo durante un pasto tipico della cucina italiana. La ricerca ha dimostrato una riduzione significativa della glicemia, a due ore dal pasto, solo quando i pazienti assumevano 20 mg di oleuropeina. Interessante era il fatto che, a due ore dal pasto, i pazienti presentavano gli stessi livelli glicemici che avevano prima di assumere il cibo. Questa ricerca apre nuove prospettive per combattere il diabete anche con sostanze naturali come l’oleuropeina, che è presente non solo nell’olio ma anche nelle foglie dell’ulivo.“Inoltre i dati sulle oscillazioni di glucosio e colesterolo – conclude Violi – permettono di comprendere come l’assunzione di olio di oliva nella dieta possa prevenire complicanze cardiovascolari e arteriosclerosi. Numerosi studi infatti, hanno dimostrato che i picchi post-prandiali di glucosio e colesterolo sono potenzialmente dannosi nei pazienti a rischio di complicanze aterosclerotiche; ridurne, pertanto, l’entità potrebbe apportare benefici nella cura dell’arteriosclerosi e delle sue complicanze come infarto e ictus”.

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Alleanza digitale per la cura del diabete

Posted by fidest press agency su sabato, 21 aprile 2018

La “potenza è nulla senza controllo” recitava una famosa pubblicità sul finire degli anni ’90 e questo concetto potrebbe oggi essere traslato alla malattia diabetica. Il diabete, infatti, a fronte della sua espansione in tutto il mondo, è al centro dell’attenzione dei ricercatori che studiano e mettono a punto farmaci e dispositivi tecnologici sempre più raffinati e potenti. Nonostante tutto ciò, il principale problema che diabetologi e persone con diabete devono affrontare ogni giorno è sempre lo stesso: il controllo metabolico della malattia ossia il mantenimento dei livelli di vari parametri nella norma.
Secondo lo studio GUIDANCE, un’indagine compiuta in otto Paesi europei, tra cui l’Italia, per determinare il grado di adesione alle raccomandazioni delle linee guida per il trattamento del diabete di tipo 2 e valutare i risultati di cura ottenuti, la gestione del diabete evidenzia alcuni dati preoccupanti. Il livello dei processi di cura è incoraggiante – dicono gli autori – meno, tuttavia, lo sono i risultati che si conseguono. Infatti, solo 1 persona con diabete su 2 (esattamente il 53,6 per cento del campione esaminato) raggiunge valori di emoglobina glicata (HbA1c) inferiori al 7 per cento, considerato la soglia di buon controllo, e solo il 6,5 per cento delle persone ottiene contemporaneamente i target di cura per HbA1c, pressione arteriosa e colesterolo LDL, due tra le condizioni più frequentemente associate al diabete di tipo 2.
Uno studio pubblicato dal Gruppo Annali AMD su Diabetic Medicine[2], infatti, ha mostrato, che i centri diabetologici che avevano raccolto e valutato i dati di processo (ossia le visite e i diversi esami effettuati) e clinici (cioè i risultati ottenuti), su un arco temporale di 4 anni e su una media di 100 mila persone con diabete tipo 2 curate annualmente, ottenevano un aumento del 6 per cento del numero di assistiti con target di HbA1c inferiore a 7 per cento, ma ottenevano anche buoni risultati nel controllo del colesterolo LDL (+10 per cento) e della pressione arteriosa (+ 6,4 per cento). Risultati statisticamente superiori a quelli riscontrati nei centri che avevano iniziato la raccolta dei dati solo negli ultimi 12 mesi, impiegati come termine di paragone.
Ma i vantaggi della digitalizzazione in sanità non sono solo di ordine clinico o organizzativo, come emerge chiaramente dalle autorevoli parole di Roberto Viola, connazionale che guida la Direzione generale per la comunicazione digitale e le tecnologie della Commissione europea. Viola ha recentemente sottolineato come la digitalizzazione in sanità comporterebbe per il nostro Paese un risparmio di circa il 20 per cento della spesa sanitaria nazionale ossia più o meno 20 miliardi di euro l’anno.Anche questo aspetto è stato valutato nel nostro Paese, con riferimento alle cure diabetologiche erogate. Sempre nell’ambito del progetto Annali AMD, e sempre su Diabetic Medicine, è stato pubblicato un secondo studio che ha dimostrato come l’estensione della metodologia di raccolta e analisi del dato, applicata nei centri che utilizzano la cartella clinica diabetologica digitale, a tutti i centri di diabetologia italiani comporterebbe un risparmio, per le casse del Sistema sanitario nazionale, calcolato in circa 1,5 miliardi di euro in 5 anni, e una proiezione di oltre 18 miliardi in 50 anni. Risparmi, spiegano gli autori, legati ai minori costi associati alle complicanze a lungo termine del diabete, che si registrano per ogni categoria di complicanza, ma in misura particolare per quelle renali.Questo risparmio, se investito nuovamente nei centri, porterebbe a un miglioramento organizzativo, migliore efficienza, maggiore qualità nella gestione del diabete, utilizzo più appropriato delle informazioni, minore dispendio di tempo per attività amministrative e di conseguenza libererebbe tempo prezioso che oggi manca, da dedicare all’ascolto dei propri pazienti. Infatti, solo con una maggiore attenzione, personalizzata alle esigenze dei pazienti, si potrà ottenere un significativo miglioramento nella gestione complessiva del diabete e delle sue conseguenze.

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Edema Maculare Diabetico

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2018

In Italia, sono circa 200 mila le persone affette da edema maculare diabetico (EMD), la più diffusa complicanza oculare legata al diabete e la principale causa di perdita della vista nella popolazione adulta(tra i 20 e i 64 anni). Una condizione che, per gravità ed impatto, rappresenta una vera e propria patologia. Se n’è parlato oggi a Milano, durante l’incontro “Edema Maculare Diabetico: quando una complicanza diventa patologia” promosso da Allergan, in vista del IV OCT & RETINA FORUM (13 e 14 aprile, Fondazione Cariplo), importante appuntamento scientifico dedicato alla ricerca e alla pratica clinica nell’ambito delle patologie della retina.“L’edema maculare diabetico si manifesta con un calo progressivo della vista e una visione deformata (immagini ondulate, aree sfocate, macchie scure, alterazione dei colori), che impediscono lo svolgimento delle principali attività quotidiane – spiega il Prof. Francesco Bandello, Direttore Clinica Oculistica Università Vita-Salute, Istituto Scientifico San Raffaele, Milano e Responsabile Scientifico del Congresso – Una patologia sottostimata se si considera che oggi molti pazienti con diabete non sanno di avere questa complicanza e non sono pertanto stati diagnosticati”.
Il diabete, oltre a danneggiare i vasi sanguigni di maggior calibro, aumentando quindi il rischio cardiovascolare del paziente, può causare danni anche ai piccoli vasi sanguigni della retina. Tra le varie patologie che il diabete di tipo 1 e di tipo 2 è in grado di determinare alla vista, l’edema maculare diabetico (EMD) all’inizio può essere asintomatico o può causare solo lievi problemi di visione; tuttavia, è una delle complicanze più invalidanti che nel tempo può determinare cecità. E’ ormai noto che il 30% circa della popolazione diabetica ha problemi alla retina[4], quindi la retinopatia diabetica risulta una complicanza prevedibile e prevenibile. La prevenzione e una corretta gestione del diabete sono, dunque, di primaria importanza per evitare l’insorgenza di complicanze anche gravi.
“L’edema maculare diabetico si aggiunge all’onere già molto elevato della patologia – precisa il Prof. Massimo Porta, Direttore struttura complessa di Medicina Interna 1U e Responsabile del Centro Retinopatia Diabetica, AOU Città della Salute e della Scienza, Torino – Ogni paziente diabetico, in particolare quelli di tipo2, dovrebbe sottoporsi regolarmente, almeno ogni due anni, a screening per valutare la presenza di retinopatia diabetica e, in caso affermativo, intervenire tempestivamente. Questo allo scopo di trattare questa patologia nei primi stadi di sviluppo, quando la vista non è stata ancora compromessa, indirizzando così il paziente allo specialista di riferimento”. L’edema maculare diabetico, infatti, si aggiunge all’onere già molto elevato della patologia diabetica: nell’arco di 6 mesi più della metà dei pazienti con EMD ha in media 19 appuntamenti con specialisti diversi, della durata di 4 ore e mezza ciascuno e il 37% necessita di più di 2 giorni di assenza dal lavoro[7], con notevoli costi diretti e indiretti correlati. Esiste inoltre un significativo impatto psicologico: circa l’80% delle persone teme la perdita della vista, tra tutte le disabilità, più della perdita di un arto[8],[9]; il 75% dei pazienti riferisce ansia prima di ricevere l’iniezione, il 54% riferisce ansia per più di 2 giorni prima del trattamento. A fronte di questa fotografia, emergono fra i principali bisogni insoddisfatti dei pazienti con edema maculare diabetico: avere meno iniezioni (42%) e meno appuntamenti a parità di risultati (22%). Per quanto riguarda il trattamento dell’EMD, per molti anni il laser è stato l’unica cura disponibile. Oggi esistono terapie farmacologiche, inizialmente utilizzate per trattare la degenerazione maculare, che tengono sotto controllo l’edema e sono somministrate tramite ripetute iniezioni intravitreali (farmaci anti-VEGF), in media con cadenza mensile, almeno durante i primi cicli di trattamento. L’infiammazione gioca un ruolo importante nella patogenesi dell’edema maculare diabetico e, di recente, la disponibilità di desametasone, un trattamento specifico per EMD che agisce in maniera mirata sull’infiammazione, ha inciso significativamente sia sulla frequenza delle somministrazioni sia su compliance e qualità di vita dei pazienti.

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Lo tsunami diabete e le malattie cardiovascolari

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2018

Dichiarazione del Professor Giorgio Sesti, presidente della Società Italiana di Diabetologia (Sid) in occasione del Congresso Siprec. Il professore è ordinario di Medicina Interna presso il Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università degli Studi ‘Magna Graecia’ di Catanzaro; Direttore della Scuola di Specializzazione in Medicina Interna dell’Università degli Studi ‘Magna Graecia’ di Catanzaro.Il controllo glicemico, unitamente alla valutazione dei fattori di rischio cardiovascolari, è fondamentale per la gestione del diabete di tipo 2 e per ridurre il carico di malattia correlato alle patologie cardiovascolari e renali. Le modificazioni dello stile di vita, una sana alimentazione e la pratica dell’ attività fisica sono efficaci nella prevenzione primaria dell’insorgenza di diabete nei soggetti ad alto rischio. Da circa 15 anni assistiamo a un boom di nuovi farmaci per la terapia del diabete. Tra questi, i farmaci incentrati sul sistema degli ormoni intestinali hanno costituito una importante novità per il loro favorevole profilo di efficacia e di sicurezza. Infatti, gli inibitori della dipeptidil peptidasi-4 (DPP-4), l’enzima responsabile della degradazione dell’ormone intestinale glucagon-like peptide-1 (GLP-1) prodotto dalle cellule intestinali, sono in grado di combinare la riduzione della glicemia con effetto neutro su peso corporeo, basso rischio d’ipoglicemia e ottima sicurezza cardiovascolare.
Gli analoghi del GLP-1, che a differenza degli inibitori di DPP-4 sono somministrati per via iniettiva sottocutanea, sono in grado di migliorare il controllo glicemico senza rischio d’ipoglicemia, di ridurre il peso corporeo e la pressione arteriosa e di avere effetti benefici sugli eventi cardiovascolari e sulla mortalità per tutte le cause. L’ultima classe di farmaci introdotti nell’arsenale terapeutico del diabete tipo 2 è quella degli inibitori del co-trasportatore sodio-glucosio 2 (SGLT2), molecole in grado di bloccare il riassorbimento renale del glucosio e quindi aumentare la sua eliminazione attraverso le urine migliorando il controllo della glicemia, unitamente alla riduzione del peso corporeo e della pressione arteriosa. Inoltre, i risultati degli studi sulla sicurezza cardiovascolare degli inibitori di SGLT2 hanno dimostrato una significativa riduzione degli eventi cardiovascolari.

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Sindrome metabolica, infiammazione, diabete e obesità tra i principali nemici della salute del cuore

Posted by fidest press agency su martedì, 28 novembre 2017

vasi sanguigniUna circonferenza dell’addome sopra la media, colesterolo, glicemia e pressione del sangue oltre i livelli raccomandati: sono le caratteristiche del rischio metabolico, tra le principali cause di malattie cardiache e vascolari. Si tratta di una condizione che interessa circa il 25 per cento degli uomini ed addirittura il 27 per cento delle donne. Parliamo quindi di numeri altissimi, pari a circa 14 milioni di individui in Italia, ma che diventano ancora più impressionanti se pensiamo all’Europa, agli Stati Uniti, dove è obeso o in sovrappeso una persona su tre, e nel resto del mondo. E dato che lo studio della sindrome metabolica è una delle principali chiavi per migliorare a costo zero la prevenzione cardiovascolare, gli esperti europei si incontreranno a Stoccolma (Svezia) dall’1 al 3 dicembre 2017 in occasione del Simposio “Cardiometabolic Risk and Vascular Disease: from Mechanisms to Treatment” organizzato dal Karolinska Institute di Stoccolma con il supporto della Fondazione Internazionale Menarini. «Gli obiettivi del simposio sono la condivisione delle più recenti conoscenze relative ai progressi nella fisiologia, nella diagnosi e nel trattamento del rischio cardiometabolico e il suo impatto nella pratica clinica» spiega Francesco Cosentino, Direttore dell’Unità di Cardiologia del Karolinska Institute & Karolinska University Hospital di Stoccolma. «Il programma scientifico copre uno spettro di temi tra cui la relazione tra sistema immunitario e metabolismo, tra infiammazione e aterosclerosi, le strategie di prevenzione delle patologie cardiovascolari, la gestione dell’obesità e dell’insulino-resistenza, il controllo dell’aterotrombosi, della glicemia, del diabete, della sindrome coronarica acuta e dello scompenso cardiaco».

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Occhio all’edema maculare diabetico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 novembre 2017

diabete Fitband indossabili

Il diabete ed in particolare quello di tipo 2, è una patologia sempre più diffusa, anche per effetto di abitudini alimentari e stili di vita non sempre virtuosi: le stime parlano di una vera e propria pandemia, con circa 592 milioni di persone colpite nel mondo entro il 2035. In occasione della Giornata Mondiale del diabete, malattia che in Italia riguarda oggi 1 italiano su 12 (per un totale di oltre 3 milioni e mezzo di persone), la prevenzione e una corretta gestione della patologia sono di primaria importanza per evitare l’insorgenza di complicanze anche gravi. Tra queste, l’edema maculare diabetico (DME) è la complicanza oculare più diffusa e rappresenta la principale causa di perdita della vista nella popolazione adulta (tra i 20 e i 64 anni, una minaccia che impatta fortemente sui pazienti: di tutte le disabilità, la perdita della vista è infatti una delle più temute, con circa l’80% delle persone che la temono più di perdere un arto. L’iperglicemia cronica del diabete provoca infiammazione, che può portare alla formazione dell’edema maculare diabetico ovvero un accumulo di liquidi nella macula, la parte centrale e più importante della retina, che ci consente di leggere, guidare, riconoscere i volti e i colori. Si manifesta con un calo progressivo della vista e una visione deformata (immagini ondulate, aree sfocate, macchie scure, alterazione dei colori), che impediscono lo svolgimento delle principali attività quotidiane, con un notevole peggioramento sulla qualità di vita.
Inoltre, i costi diretti e indiretti associati alla riduzione della vista hanno peso su tutti i livelli: dalle prestazioni INPS erogate ogni anno (più di 1 miliardo a favore dei ciechi civili) ai costi ospedalieri, alla minore produttività lavorativa, all’impegno dei familiari per accompagnamento dell’ipovedente.
Da una recente indagine europea1 è emerso che il carico degli appuntamenti per un paziente con edema maculare è pari a ben 19 ogni 6 mesi: l’impatto sulla qualità di vita, oltre che sui costi per il SSN, è notevole. Per la somministrazione della cura (trattamenti intravitreali che consentono di arrestare la progressione della malattia), a un paziente è richiesto in media un impegno di 4h27 minuti ad ogni singolo appuntamento, incluso il tempo del viaggio. ll 37% dei pazienti necessita complessivamente di più di 2 giorni di assenza dal lavoro per sottoporsi alle cure e il 71% si avvale dell’assistenza di un accompagnatore o familiare. Di questi, il 50% degli accompagnatori lavora, e di questi, il 59% deve prendere dei giorni di permesso per aiutare e sostenere il paziente.
In Italia si contano oggi circa 200 mila i pazienti affetti da edema maculare diabetico, ma potrebbero essere molti di più, in quanto parecchi non sanno di avere la malattia e non sono pertanto stati diagnosticati. Ogni paziente diabetico dovrebbe sottoporsi frequentemente a controlli della vista per diagnosticare una retinopatia diabetica ed intervenire tempestivamente. È raccomandabile trattare questa patologia nei primi stadi di sviluppo, quando la vista non è stata ancora gravemente compromessa.

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Vantaggi per le persone con diabete e per il Sistema Sanitario

Posted by fidest press agency su sabato, 11 novembre 2017

glasgowGlasgow, Scozia. Passare ad una terapia con insulina degludec per il trattamento di diabete di tipo 1 e di tipo 2 è rispettivamente costo-efficace e più conveniente1: lo dimostra una nuova analisi di costo-efficacia effettuata utilizzando dati clinici di real-world presentata al 20mo congresso europeo annuale dell’International Society for Pharmacoeconomics and Outcomes Research (ISPOR 2017) a Glasgow, Scozia.
Dall’analisi si dimostra che l’insulina degludec rimane costo-efficace anche dopo aver escluso i benefici primari associati al cambio di terapia (come la riduzione delle ipoglicemie) e l’utilizzo delle risorse del sistema sanitario, in un calcolo basato su un periodo di trattamento di un anno. Se si stimano i costi sul più lungo periodo del diabete quale malattia cronica, il risparmio si dimostra ancora più rilevante.Questi dati si basano su studi in real-world precedenti, che hanno mostrato come il passaggio ad insulina degludec da un’altra insulina basale (principalmente insulina glargine 100 U o insulina detemir) permetta una significativa diminuzione dei livelli di glucosio nel sangue e, al tempo stesso, abbassi i tassi di episodi di ipoglicemia gravi potenzialmente pericolosi del 92% in persone con diabete tipo 2 e dell’85% in persone con diabete tipo 1.2,3“In aggiunta alle numerose prove a supporto dei suoi benefici nella pratica clinica, l’insulina degludec dimostra anche di essere una scelta di trattamento costo-efficace per i vari sistemi sanitari in Europa”, afferma Mads Krosgaard Thomsen, executive vice president e chief science officer di Novo Nordisk. “Ci auguriamo che queste incoraggianti scoperte derivate dalla pratica clinica possano aiutare a rendere insulina degludec disponibile a sempre più persone con diabete di tipo 1 e di tipo 2 in tutto il mondo”. Questa nuova analisi si basa su un sottogruppo italiano dello studio EU-TREAT (EUropean TREsiba AudiT). EU-TREAT è uno studio europeo, multicentrico, in real-world condotto su 2.550 pazienti che analizza gli effetti del passaggio ad insulina degludec da un’altra insulina basale, in persone con diabete di tipo 1 e di tipo 2.1-3. La costo-efficacia è stata valutata sulla base del cambiamento nei tassi di ipoglicemia, della dose di insulina basale e rapida in corrispondenza dei pasti e del peso corporeo, a sei mesi dopo il passaggio ad insulina degludec in 397 persone con diabete di tipo 1 e 153 persone con diabete di tipo 2 in Italia. I modelli di costo-efficacia hanno valutato il rapporto incrementale di costo-efficacia (ICER-Incremental Cost Effectiveness Ratio) per il costo degli anni di vita aggiustati per la sua qualità. (QALY-Quality Adjusted Life Years)1 e permettono di fare paragoni tra trattamento e aree terapeutiche.

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Diabete e obesità: Il sonno come terapia?

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 novembre 2017

tiroideRoma. Il sonno è un tema di grande attualità soprattutto dopo il Nobel della Medicina 2017 assegnato agli scienziati Hall, Rosbash e Young teorizzatori e scopritori dei meccanismi molecolari dei bioritmi, teoria da alcuni considerata, ancora recentemente, pseudoscienza. Il sonno è uno dei sincronizzatori principali dei bioritmi e per questo un prezioso alleato della salute psico-fisica e della qualità di vita e presto, oltre alla sempre più frequente indicazione di praticare attività sportiva, il sonno ha buone possibilità di rientrare nelle prescrizioni mediche.“Il sonno, introduce Piernicola Garofalo, Presidente AME Onlus, è un processo attivo e dinamico che ha un impatto importante su molti aspetti della salute, della vita quotidiana e della crescita; il sonno ha molteplici funzioni quali la conservazione dell’energia, il consolidamento della memoria, il recupero psico-fisico, e tante altre ancora. Inoltre, interagisce con il sistema nervoso, endocrino e immunitario influenzando i tre sistemi più complessi del nostro organismo che a loro volta condizionano qualità e quantità del sonno”.
Se ne parla al Congresso Nazionale AME, Associazione Medici Endocrinologi che si è aperto ieri a Roma e prosegue fino al 12 novembre con diverse sessioni dedicate all’update nei principali campi dell’endocrinologia, con una crescente attenzione per le malattie di più ampio interesse come quelle della tiroide e del metabolismo, diabete e osteoporosi per le quali verranno illustrati e discussi i contenuti dei più recenti documenti di consenso e linee guida sugli aspetti più rilevanti dell’endocrinologia clinica.Ma cosa c’entra il sonno con l’endocrinologia? “Quasi tutte le cellule del nostro corpo presentano un orologio biologico e molti geni si attivano o disattivano seguendo il ritmo circadiano, spiega Daniela Agrimi, Ambulatorio di Endocrinologia, Diagnostica ed Interventistica Tiroidea, Asl Brindisi. L’alterazione dell’orologio biologico aumenta la probabilità di malattia e questo è particolarmente evidente per malattie metaboliche come il diabete di tipo 2 e l’obesità. Il nostro modello sociale che ci spinge ad essere attivi 24h7, induce a ridurre le ore di sonno a favore di quelle di attività e questo porta ad una marcata alterazione delle oscillazioni ormonali che regolano il metabolismo.Molti studi hanno dimostrato che la riduzione delle ore di sonno aumenta il rischio di sviluppare diabete di tipo 2 influenzando il modo in cui il nostro corpo processa il glucosio. L’utilizzo del glucosio è maggiore durante la veglia mentre è più basso durante il sonno quando il metabolismo cerebrale del glucosio è rallentato e la captazione del glucosio da parte dei neuroni è ridotta del 30-40% rispetto allo stato di veglia.La deprivazione di sonno, anche parziale ma ripetuta nel tempo, o la compromissione della qualità del sonno con ripetuti risvegli durante la notte, modificano il metabolismo del glucosio e la secrezione di insulina, portando chi dorme meno di 6-7 ore per notte ad un rischio maggiore di sviluppare il diabete.Altri studi hanno anche messo in relazione un insufficiente riposo con l’aumento di peso: le persone che dormono abitualmente meno di 6 ore per notte hanno un indice di massa corporea (BMI) più alto della media. Durante il sonno, il nostro corpo secerne ormoni che aiutano a controllare l’appetito e il metabolismo energetico. Dormire poco porta ad uno squilibrio di questi ed altri ormoni: è associato, ad esempio, a livelli più bassi di leptina, l’ormone che indica al nostro cervello di aver mangiato abbastanza cibo, e a livelli più alti di grelina che invece stimola l’appetito, con il risultato di avere più appetito e favorire il consumo di cibi ad alto contenuto calorico. Una persistente alterazione del ritmo sonno-veglia è quindi un fattore di rischio per malattie metaboliche al pari di inattività e una dieta sbilanciata”.“La relazione tra malattie metaboliche e sonno è complessa e merita l’attenzione clinica degli endocrinologi e un approccio multidisciplinare, conclude Garofalo. Grazie a quello che già sappiamo bisognerebbe aumentare gli studi che portino a nuovi approcci preventivi e terapeutici contro obesità e diabete di tipo 2 basati sull’aumento della qualità e quantità di sonno e, in un certo senso, dando ragione all’antico detto popolare “dormi che ti passa”.

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Conferenza stampa della Società italiana di diabetologia

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 ottobre 2017

diabeteLunedì 30 ottobre 2017 Ore 18.00 Museo dell’Ara Pacis, Roma Ingresso Via di Ripetta, 190 Sala 1° Piano/Terrazza conferenza stampa della Società italiana di diabetologia in occasione della giornata mondiale sul diabete. Interverranno: Giorgio Sesti, Presidente della Società Italiana di Diabetologia
Enzo Bonora, Presidente della Fondazione Diabete Ricerca ONLUS Francesco Purrello, Presidente eletto della Società Italiana di Diabetologia Simona Frontoni, Referente Nazionale SID della Giornata Mondiale del Diabete Michelangelo Galante, Presidente Federfarma Rovigo Maria Emilia Bonaccorso, Caposervizio Salute ANSA Al termine della conferenza seguirà una visita guidata alla Mostra di Katsushika Hokusai.

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Prevenire il diabete

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 ottobre 2017

diabetePrevenire il diabete attraverso percorsi di educazione alla salute della popolazione sana, favorire una diagnosi precoce attraverso screening della malattia e disegnare modelli di presa in carico del paziente che ne garantiscano l’aderenza alla terapia prescritta e a stili di vita corretti. Questi i temi su cui, secondo l’Intergruppo parlamentare “Qualità di vita e diabete”, è necessario promuovere un confronto al fine di attivare interventi sociosanitari. Ed è con questo obiettivo che ha promosso in collaborazione con Diabete Italia, un progetto itinerante per l’Italia che fa tappa in Puglia il prossimo lunedì 30 ottobre alle ore 16 a Bari presso la Sala consiliare del Palazzo della città metropolitana di Bari. La volontà è quella di fare rete e ascoltare le associazioni di pazienti, le istituzioni nazionali e locali e i diabetologi, e di delineare possibili percorsi programmatici per una crescete efficacia nella gestione della malattia nel quadro delle politiche sanitarie nazionali e regionali e della loro sostenibilità. L’apertura dei lavori è affidata al senatore Luigi d’Ambrosio Lettieri presidente dell’Intergruppo e tra gli interventi programmati sono previsti: Paola Pisanti direttore generale della Programmazione sanitaria del Ministero della Salute, Giancarlo Ruscitti Direttore Dipartimento “Promozione della salute, del benessere sociale e dello sport per tutti”, Regione Puglia, Francesco Saverio Mennini Professore di Economia Sanitaria, Facoltà di Economia Tor Vergata, Francesco Giorgino, Direttore U.O. Complessa di Endocrinologia, Policlinico di Bari, Luigi Laviola, Presidente Società Italiana di Diabetologia Puglia e Basilicata, Filippo Anelli, Presidente dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Provincia di Bari, Elvira Piccinno Dirigente Medico Malattie Metaboliche, Osp. Pediatrico Giovanni XXIII Bari, Francesco Losurdo, Presidente Nazionale Sifop, Silvia Pagliacci delegato Federfarma progetto Diabete, Vito M. D. Novielli, presidente Federfarma Puglia, Francesco Settembrini presidente Consulta Ordini dei Farmacisti di Puglia, Federico Serra, Rappresentante Farmindustria, Fernanda Gellona, direttore generale Assobiomedica, Anna Cammalleri direttore generale Ufficio Scolastico Regionale per la Puglia. (Fonte: doctor33) (foto: diabete)

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Diabete, Lorenzin lancia la campagna di screening in farmacia con uno spot

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 ottobre 2017

diabeteLo fa con uno spot Autoanalisi della glicemia e compilazione di questionario che valuta il rischio di essere colpiti dal diabete nell’arco dei prossimi dieci anni. Tutto questo sarà offerto gratuitamente da migliaia di farmacie italiane dal 14 al 20 novembre prossimi, in occasione della giornata mondiale del diabete che si celebrerà proprio il 14 di novembre. La campagna, che è stata inaugurata ieri a Roma, nel quartiere dell’Axa alla presenza del ministro della Salute Beatrice Lorenzin è realizzata da Federfarma in collaborazione con Sid (Società italiana di diabetologia) e Aild (Associazione italiana Lions per il diabete) ed ha il patrocinio di Fofi, Intergruppo parlamentare Qualità di vita e diabete, Fenagifar (Federazione nazionale associazioni giovani farmacisti) e Amd (Associazione medici diabetologi). L’iniziativa gode del supporto di Teva come sponsor educazionale. Lo stesso Ministro ha effettuato in prima persona il test ribadendo l’importanza della diagnosi precoce che deve essere comunque affiancata dall’adozione di abitudini alimentari e comportamentali corrette.
Marco Cossolo, presidente di Federfarma e Vittorio Contarina, vicepresidente nazionale e presidente provinciale a Roma hanno dichiarato: «Le farmacie parteciperanno a questa campagna di prevenzione» ha affermato Cossolo «per ribadire il ruolo importante che svolgono nel contenimento delle complicanze del diabete, nonché nel limitare i costi che altrimenti sarebbero molto alti per il Servizio sanitario nazionale. È un ruolo che non si gioca solo nella fase di cura delle malattie conclamate ma anche, quando possibile, come nel caso del diabete, nel prevenirne la comparsa e comunque intercettarne prima possibile i casi, dal momento che le terapie sono molto più efficaci quando la patologia viene trattata in fase iniziale». «La capillarità della presenza delle farmacie sul territorio» ha aggiunto Contarina «riesce a dispensare salute in ogni angolo del Paese. In questo caso lo faremo cercando di prevenire il diabete. Questo è uno dei ruoli che vogliamo ricoprire come farmacisti per migliorare la salute degli italiani e per far risparmiare lo Stato. Noi ci siamo e vogliamo fare la nostra parte. Dal 14 al 20 novembre aspettiamo i cittadini in farmacia».

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La combinazione di diabete e malattia cardiaca riduce l’aspettativa di vita di quindici anni

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 settembre 2017

belgradoBelgrado (Serbia) dal 28 al 30 settembre 2017 il simposio internazionale “Risky crossroad: diabetes, coronary artery disease and heart failure” verrà inaugurato il 28 settembre con una cerimonia di apertura al Palazzo del Municipio di Belgrado, mentre il 29 e 30 settembre proseguirà all’hotel Metropole Palace. «L’associazione tra diabete e ipertensione, obesità e malattia coronarica è ben conosciuta e predispone la persona con diabete a insufficienza cardiaca» spiega Petar M. Seferović, Docente alla Scuola di Medicina all’Università di Belgrado, Direttore di Cardiologia all’Istituto Universitario per le Patologie Cardiovascolari di Belgrado e Presidente del simposio. «La malattia coronarica e la mortalità nelle persone con diabete è più elevata con una riduzione dell’aspettativa di vita. Secondo recenti studi, una persona tra i sessanta e i settant’anni di età che ha una combinazione di diabete e malattia cardiaca a una riduzione nell’aspettativa di vita di circa quindici anni. Il diabete già da solo, inoltre, aumenta il rischio di insufficienza cardiaca di 3,8 volte negli uomini e di 5,5 volte nelle donne».
Il Simposio è organizzato dal Dipartimento di Medicina Interna della Scuola di Medicina dell’Università di Belgrado e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.

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La firma genetica che accomuna obesità, diabete e cancro alla mammella

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 luglio 2017

Fat boy measuring his belly with measurement tape on gray backgroundGrazie a un approccio innovativo all’analisi dei Big Data, un gruppo di ricercatori del Centro della Complessità e dei Biosistemi (CC&B) dell’Università di Milano è riuscito a identificare una sorta di firma genetica comune a obesità, cancro alla mammella e diabete.
L’obesità è sempre più diffusa nel mondo, come dimostrano i dati secondo i quali circa il 10% dei bambini statunitensi ed europei sono obesi o sovrappeso. Dal punto di vista sanitario, l’obesità sta superando il fumo come principale causa di morte prematura; è, infatti, responsabile di più del 70% dei casi di diabete ed è stata associata ad alcuni tipi di tumore, fra cui quello alla mammella.Prove cliniche ed epidemiologiche hanno evidenziato il legame fra obesità, cancro alla mammella e diabete, ma non era ancora stata ottenuta una solida conferma di questa relazione a livello di espressione genetica. Ciò è dovuto a una serie di fattori, dalla grande variabilità fra i pazienti ai limiti dei modelli di studio in vitro. Ma soprattutto, c’è anche un grosso problema relativo ai dati: la presenza di una grande quantità di rumore di fondo, che rende difficile individuare alcuni elementi ricorrenti nei risultati delle analisi di migliaia di geni in molti individui diversi.“Nel campo biomedico vengono effettuati moltissimi esperimenti, grazie ai quali è stato possibile raccogliere ingenti quantità di dati biologici in diversi database pubblici”, dice Caterina La Porta, membro del CC&B e professoressa di patologia generale al Dipartimento di scienze e politiche ambientali dell’Università di Milano. “Combinare set di dati provenienti da studi diversi sarebbe molto utile per ottenere informazioni sempre più accurate e rilevanti, ma ciò comporta anche un problema, chiamato batch effect”, spiega La Porta, che ha coordinato la ricerca appena pubblicata su NPJ Systems Biology and Applications. “I dati provenienti da ciascun esperimento sono infatti condizionati da cause tecniche che non hanno a che fare con i fattori biologici. Questo genera un rumore di fondo che può mascherare alcune differenze importanti dal punto di vista biologico quando si confrontano campioni appartenenti a lotti diversi”.Un problema che i ricercatori coordinati da La Porta hanno cercato di mitigare usando un nuovo approccio, basato sulla combinazione di due diverse tecniche chiamate decomposizione ai valori singolari e analisi di deregolazione dei pathway. In questo modo sono riusciti a individuare 38 geni che sono espressi in maniera diversa negli adipociti provenienti da soggetti obesi, confrontati con quelli provenienti da soggetti on obesi. Una sorta di firma genetica che sembra caratterizzare in maniera specifica la condizione di obesità, indipendentemente dal genere del soggetto.Questi geni sono soprattutto associati a processi di infiammazione e risposta immunitaria, e a complicazioni note dell’obesità come il diabete di tipo 2 e l’infertilità. Essi, inoltre, sono deregolati in maniera simile nel caso di cancro alla mammella, il che sembra quindi confermare l’associazione fra questo tipo di tumore e l’obesità. Alcuni di questi geni potrebbero quindi rappresentare degli interessanti marcatori biologici, utili non solo per ulteriori ricerche su questi temi, ma, eventualmente, anche per possibili scopi diagnostici.“La forza del nostro lavoro deriva dall’uso di metodi di filtraggio e riduzione del rumore particolarmente appropriati, grazie ai quali siamo riusciti a mitigare il batch effect. Questa strategia di analisi potrebbe venir utilizzata anche per studiare altre patologie, consentendo di sfruttare con maggior accuratezza l’enorme quantità di dati accumulati nella letteratura biomedica”, conclude La Porta. “Grazie a questo approccio, siamo riusciti a identificare una lista di geni caratteristici dell’obesità, che sono anche associati al diabete di tipo 2 e al cancro alla mammella. Il tutto con un grado di precisione simile a quello usato per identificare il Bosone di Higgs”.

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Vivere in città aumenta rischio diabete

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 luglio 2017

diabete_21-300x224Nel mondo sono 2 su 3 le persone con diabete che vivono in ambiente urbano, secondo i dati dell’IDF – International Diabetes Federation, e diventeranno 3 su 4 nel giro di 25 anni. Ciò è vero anche per l’Italia, come testimonia l’analisi condotta da Health City Institute sul “diabete urbano” nella penisola: 22 milioni di persone, il 36 per cento della popolazione nazionale, vivono nelle 14 Città metropolitane, che ospitano 1,2 milioni di persone con diabete ossia oltre 1 diabetico su 3 in Italia; nel complesso, il 52 per cento dei 3,3 milioni di persone con diabete abita nei primi cento nuclei urbani italiani.
Il concetto di “diabete urbano o urban diabetes” è al centro dei lavori della due giorni organizzata a Roma, con la partecipazione dei massimi esperti nazionali, dei rappresentanti delle istituzioni e di ospiti internazionali, promossa da Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation e da Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” per celebrare la decima edizione dell’Italian Barometer Diabetes & Obesity Forum in svolgimento a Roma, con il patrocinio di Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Salute, Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) e Roma Capitale. “Con ‘diabete urbano’ si vuole definire la malattia diabetica che riguarda le persone che vivono nelle aree urbanizzate, ambiente che come è ben dimostrato influenza il modo in cui le persone vivono, mangiano, si muovono, tutti fattori che hanno un impatto sul rischio di sviluppare il diabete”, spiega Andrea Lenzi, Presidente di Health City Institute. “Anche gli aspetti demografici e sociali sono importanti – aggiunge -. Nelle città c’è maggior rischio di fragilità: soprattutto per gli anziani, il cui numero è sempre più elevato, spesso soli, in nuclei monofamiliari. E la fragilità è un fattore di rischio per un adeguato controllo della malattia.” Il termine “urban diabetes” è stato coniato dal programma Cities Changing Diabetes, una partnership tra lo University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center nata con l’obiettivo di creare un movimento di collaborazione internazionale che proponga e trovi soluzioni e best practice per affrontare il crescente numero di persone con diabete e obesità nel mondo, e il conseguente onere economico e sociale, partendo dal tessuto e dal vissuto urbano che tanta parte ha in questo fenomeno. Al programma hanno già aderito Città del Messico, Copenaghen, Houston, Shanghai, Tianjin, Vancouver, Johannesburg e Roma, protagonista per il 2017. “Roma purtroppo non si sottrae alla regola che vede il diabete come emergenza nelle città – dice Simona Frontoni, Presidente del Comitato scientifico dell’Italian Barometer Diabetes & Obesity Forum e diabetologa nella capitale -. Con il 6,5 per cento di persone con diabete sulla popolazione residente, Roma è ben oltre la media nazionale del 5,4, come ci dice Istat. Inoltre, all’interno della città c’è una grande variabilità tra zone centrali e periferiche, più o meno disagiate, con valori che vanno dal 5,9 al 7,3 per cento, anche questa una chiara evidenza dell’impatto che l’ambiente ha sullo sviluppo della malattia.” Il rapporto “Atlas 2017” del programma Cities Changing Diabetes per Roma conferma inoltre per la capitale le stesse fragilità tipiche dell’ambiente cittadino: il numero di anziani che vivono da soli, che rappresentano quasi il 30 per cento degli over-64, e la sedentarietà, dimostrata dal tempo passato in macchina per gli spostamenti – su 1 milione e 339 mila persone che ogni giorno si spostano per motivi di lavoro o studio, ben 1 su 5 impiega oltre 45 minuti per il viaggio e quasi il 60 per cento utilizza l’auto.
“Iniziative come il programma Cities Changing Diabetes per Roma e più in generale la conferenza Italian Barometer Diabetes & Obesity Forum che IBDO organizza da ben 10 anni, hanno un grande merito: mettono a confronto clinici, accademici, decisori politici e Istituzioni nazionali, amministrazioni locali, società civile e terzo settore e favoriscono il dialogo, facilitando la ricerca e l’affinamento di soluzioni condivise alle sfide di salute del terzo millennio,” conclude Renato Lauro, Presidente IBDO.

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Alterazioni metaboliche associate al diabete

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 giugno 2017

ospedale gemelliEsse comportano un significativo incremento della morbidità e della mortalità, soprattutto cardiovascolare. Nella stragrande maggioranza dei casi, il diabete tipo 2 si associa ad eccedenza ponderale tanto che, negli ultimi anni, è stato coniato il termine di “diabesità”. Di conseguenza appare sempre più evidente che, una volta escluse malattie endocrine che possano generare aumento di peso e alterazioni glicemiche, la cura del diabete non può prescindere dalla cura dell’obesità. Dal greco barus ossia peso, la chirurgia bariatrica si effettua per trattare chirurgicamente l’obesità – in Italia poco più di 50 centri specializzati con almeno 50/100 interventi mese, da Nord a Sud – e già da qualche tempo può chiamarsi chirurgia metabolica poiché ha dimostrato la sua efficacia nel migliorare il controllo glicemico nei pazienti diabetici, indipendentemente dall’effetto sul peso. “Infatti, la remissione del diabete, ossia il ritorno dei valori della glicemia e dell’emoglobina glicolisata nei limiti della norma – sottolinea la prof.ssa Geltrude Mingrone, direttore della UOC Patologie dell’obesità al Policlinico Universitario A. Gemelli in occasione della Lettura magistrale ‘Dalla chirurgia bariatrica alla chirurgia metabolica: i risultati a lungo termine’ con cui si è aperto oggi a Firenze il II° Congresso nazionale SINuC – si osserva già pochi giorni dopo l’intervento chirurgico, quando il cambiamento di peso è minimo. Dopo chirurgia metabolica, in particolare bypass gastrico e diversione bilio-pancreatica, il diabete rimane in remissione almeno fino a 5 anni in circa il 40% dei pazienti, i quali perciò non hanno più bisogno di terapia farmacologica. Nel 70% ed oltre dei pazienti la sola terapia farmacologica orale consente un ottimo controllo glicemico ed anzi, le complicanze micro e macrovascolari del diabete si presentano largamente ridotte rispetto ai soggetti in terapia medica”.
“Il bypass del duodeno e del digiuno, infatti – prosegue la Mingrone – riduce la secrezione di ormoni che inducono insulino-resistenza e che rappresenta, com’è noto, il difetto maggiore nel diabete di tipo 2 o dell’adulto. Inoltre, dopo chirurgia metabolica la secrezione intestinale di GLP1, un ormone che riduce l’appetito e che migliora la secrezione insulinica nella prima fase, è molto aumentata contribuendo al miglioramento del controllo glicemico. Infine, l’identificazione degli ormoni intestinali che inducono insulino-resistenza permetterà in futuro di individuare e mettere a punto nuovi farmaci in affiancamento o in parziale sostituzione dell’approccio chirurgico metabolico”.

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Lotta al diabete

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 giugno 2017

diabeteLa lotta al diabete è una delle tre emergenze sanitarie identificate dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dopo HIV e Tubercolosi. Numeri impressionanti se si considera che secondo l’Oms sono 346 milioni le persone affette da diabete in tutto il mondo, di cui 52 milioni nella Regione europea.
Nel nostro Paese, dove attualmente vivono oltre 3 milioni di persone con diabete (dati del Ministero della Salute), è stato registrato un aumento dei casi di diabete mellito di tipo 1 con un’incidenza annua media di 8.1 su 100.000 bambini tra 0 e 14 anni, aumento in parte dovuto all’invecchiamento generale della popolazione ma principalmente alla diffusione di condizioni a rischio come sovrappeso e obesità, scorretta alimentazione, sedentarietà e disuguaglianze economiche. “Il diabete è una patologia complessa – sottolinea la prof.ssa Susanna Esposito, professore ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia e presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, WAidid – che investe il bambino, i suoi genitori e gli operatori sanitari che li assistono. Ciascuno di loro ha un compito difficile da assolvere. “Studi sul modello animale condotti nel nostro laboratorio – afferma la prof.ssa Ursula Grohmann, professore ordinario di Farmacologia del Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università degli Studi di Perugia e membro dell’Accademia delle Scienze dell’Umbria – hanno dimostrato che indolamina 2,3-diossigenasi o IDO, un particolare enzima che metabolizza l’amino-acido triptofano, rappresenta un importante controllore delle risposte immunitarie nel nostro organismo che tuttavia risulta difettivo in topi con diabete di tipo autoimmune (T1D). In tali topi, manovre terapeutiche atte a correggere questo difetto determinano un controllo efficace della risposta autoimmune, la rigenerazione di piccole insule pancreatiche secernenti insulina e la normalizzazione dei valori di glicemia. Studi attualmente in corso in pazienti pediatrici affetti da diabete mellito hanno evidenziato che IDO è difettivo anche nel diabete di tipo 1 umano, aprendo pertanto la strada a possibili terapie innovative basate sul ripristino del metabolismo fisiologico del triptofano e, quindi, a nuove speranze per i pazienti affetti da diabete”.Se la terapia insulinica ha come obiettivo primario quello di ristabilire un soddisfacente equilibrio glicemico, l’educazione alla gestione autonoma del diabete da parte delle famiglie dei bambini affetti è lo strumento fondamentale che consente di garantire una buona qualità di vita. L’approccio terapeutico all’interno delle strutture pediatriche è, infatti, fortemente centrato sulla famiglia, svolto in un’atmosfera informale e talora “protettiva”, attenta allo sviluppo psicofisico, all’inserimento nel mondo della scuola e dei coetanei.E anche per i bambini con diabete, la prevenzione attraverso le vaccinazioni riveste un ruolo fondamentale, non solo per i piccoli pazienti ma anche per le loro famiglie e per gli operatori sanitari per i quali sono raccomandate tutte le vaccinazioni di routine.

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Ricerca avanzata: endoscopia per trattare il diabete di tipo 2

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 giugno 2017

diabeteRozzano (Milano) congresso internazionale in Endoscopia dal 15 al 17 giugno riunisce oltre 600 esperti di 23 paesi, con sessioni live in cui saranno affrontate le ultime novità in gastroenterologia e in endoscopia.Al via una sperimentazione clinica di fase II per validare l’efficacia della prima procedura endoscopica che usa il calore per trattare il diabete di tipo 2, una malattia che colpisce solo in Italia quasi 4 milioni di persone. Per la prima volta, i pazienti potrebbero avere un’alternativa, ossia un unico trattamento definitivo per via endoscopica, all’unica terapia ad oggi disponibile, che prevede un’assunzione costante e crescente di farmaci, migliorando così notevolmente la loro qualità di vita.
Questa è una delle principali novità in ambito endoscopico che saranno presentate in occasione dell’ottava edizione di IMAGE (International Meeting Advanced Gastroenterology Endoscopy).
Il Congresso è diretto da tre specialisti di Humanitas: il prof. Alessandro Repici, Responsabile di Endoscopia Digestiva, il prof. Silvio Danese, Responsabile del Centro per le Malattie Infiammatorie Croniche dell’Intestino e dal prof. Alberto Malesci, Direttore del Dipartimento di Gastroenterologia. Lo studio clinico che usa il calore per il diabete: l’endoscopia oltre l’ambito gastro.
Tra le novità presentate a IMAGE una sperimentazione clinica randomizzata volta a validare l’efficacia di una nuova tecnica endoscopica, chiamata “ringiovanimento della mucosa duodenale” (DMR), per trattare il diabete di tipo 2. La tecnica ha già mostrato risultati positivi sui 100 pazienti coinvolti nelle prime fasi di studio. Humanitas, insieme alla Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli è l’unico ospedale italiano a far parte di una rete di 15 centri europei eccellenti nel campo dell’Endoscopia.
Grazie a questa tecnica sarebbe possibile ridurre e poi stabilizzare in maniera potenzialmente definitiva la glicemia, evitando al paziente la continua e crescente assunzione di farmaci, che negli stadi più avanzati comporta la somministrazione di iniezioni di insulina più volte al giorno. Il trattamento va ad agire sul duodeno, un organo considerato nevralgico nello sviluppo del diabete, per riportare alla normalità la sua funzionalità: si usa il calore per inspessire e rigenerare la mucosa intestinale, ripristinando la normale composizione degli ormoni prodotti dall’intestino e migliorando il controllo della glicemia e, quindi, il diabete. “L’endoscopia sta vivendo una continua evoluzione: dalla diagnostica fino al trattamento mini-invasivo di malattie benigne e maligne per le quali prima era previsto solo l’intervento chirurgico. Ora, grazie alle sempre maggiori competenze, alle nuove tecniche e strumenti utilizzati, è possibile ampliare sempre più l’ambito di applicazione, fino ad uscire da quello strettamente gastroenterologico e rappresentare una valida alternativa terapeutica per patologie come il diabete, il fegato grasso e l’obesità. Per questo siamo particolarmente contenti di prendere parte a questo studio, che rappresenta il primo caso di applicazione al di fuori delle patologie classiche – commenta il prof. Alessandro Repici, Responsabile di Endoscopia Digestiva e docente di Humanitas University.La tecnica DMR è stata sviluppata dall’azienda Fractyl Laboratories Inc. Finora sono stati trattati nel mondo oltre 100 pazienti nella fase 1 dello studio di cui sette al Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma dal team guidato dal prof. Guido Costamagna, direttore dell’Endoscopia Digestiva Chirurgica e direttore dell’Istituto di Clinica e Terapia chirurgica all’Università Cattolica di Roma. La terapia è risultata ben tollerata e priva di rischi, con significativi miglioramenti di parametri tra cui glicemia, emoglobina glicata e enzimi epatici nella maggior parte dei pazienti.“La fase sperimentale – afferma il professor Costamagna – si concluderà nell’arco di circa 2 anni; se i risultati si confermeranno positivi questo innovativo trattamento potrà essere esteso a tutti quei pazienti affetti da diabete che non riescono a tenere sotto controllo la terapia con i farmaci e che costituiscono circa la metà del totale”.
Lo studio prevede l’arruolamento di pazienti di età tra 28 e 74 anni, affetti da diabete di tipo 2, in terapia con farmaci antidiabetici orali ma non ancora sottoposti a insulina, con valori di emoglobina glicata (HbA1c) tra 7,5 e 10%.

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Diabete e rischio di danni al cuore e al rene

Posted by fidest press agency su domenica, 21 maggio 2017

diabeteNapoli. Le malattie cardiovascolari come infarto del miocardio e ictus, insieme con l’insufficienza renale, sono tra le più frequenti e temibili complicanze del diabete. “La malattia cardiovascolare è la prima causa di morte nelle persone con diabete mellito: il 65 per cento dei diabetici tipo 2 muore per cardiopatia ischemica o ictus. Un paziente diabetico adulto ha una probabilità doppia di soffrire di malattie cardiovascolari rispetto a un non diabetico e la nefropatia diabetica come causa di insufficienza renale terminale sta aumentando rapidamente: circa il 30-35 per cento delle persone con diabete presenta complicanze renali nel corso della malattia”, spiega Giuseppina Russo, Ricercatore Universitario e Responsabile dell’Ambulatorio di Medicina delle Malattie Metaboliche, D.A.I. di Medicina Interna, AOU Policlinico Universitario di Messina.Una buona notizia, tuttavia, viene dai dati dello studio LEADER1, uno studio internazionale (condotto in 32 paesi, Italia inclusa), multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, con impiego di placebo come controllo, presentati al congresso nazionale di diabetologia, organizzato da AMD-Associazione Medici Diabetologi in questi giorni a Napoli. Il farmaco antidiabete liraglutide – appartenente alla classe degli agonisti del recettore del GLP-1 (glucagon-like peptide-1) e protagonista dello studio LEADER – ha dimostrato nelle persone con diabete tipo 2, di ridurre del 22 per cento il rischio di morte per cause cardiovascolari e del 15 per cento la mortalità per tutte le cause; non solo, liraglutide sembra ridurre il rischio di peggioramento della malattia renale, anche in questo caso del 22 per cento, nelle persone a elevato rischio cardiovascolare.
“Si tratta di risultati particolarmente importanti per la pratica clinica quotidiana”, ha commentato Giuseppina Russo nella sua presentazione. “I dati, infatti, mettono in evidenza come liraglutide, oltre all’effetto atteso da parte di un farmaco antidiabete di riduzione della glicemia, contribuisca a prevenire, nel diabete tipo 2, le complicanze cardiovascolari, la mortalità e a ridurre le malattie renali. Senza dimenticare che ha anche un significativo impatto sulla perdita di peso, un dato non indifferente in quanto molto spesso diabete, sovrappeso e obesità convivono, sostenendosi a vicenda”, ha aggiunto.
Lo studio LEADER è il primo studio di sicurezza cardiovascolare (CVOT) che ha dimostrato la riduzione del rischio cardiovascolare e del danno renale da parte di un agonista del recettore del GLP-1, valutando gli effetti a lungo termine di liraglutide (al dosaggio di 1,8 mg) rispetto a placebo in 9.340 persone con diabete tipo 2 ad alto rischio di eventi cardiovascolari per un periodo da 3,5 a 5 anni. Sia il placebo sia il farmaco venivano somministrati in aggiunta alla terapia standard che consiste in modifiche dello stile di vita (dieta ed attività fisica), trattamenti ipoglicemizzanti e terapie cardiovascolari. L’endpoint composito primario era costituito del verificarsi di decesso per cause cardiovascolari, infarto miocardico non fatale ed ictus non fatale mentre l’insorgenza o il peggioramento della malattia renale era parte degli endpoint secondari dello studio.

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Il diabete nel Lazio

Posted by fidest press agency su domenica, 7 maggio 2017

diabete testTerzo posto al Lazio per prevalenza di diabete in Italia, con il 6,6 per cento della popolazione colpita dalla malattia. Situazione molto preoccupante soprattutto a Roma e provincia – dove risiedono più persone con diabete che in tutto il Piemonte, ben 286 mila. Nella sola capitale si concentra il 50% delle persone con diabete residenti nel Lazio, ovvero quasi 190 mila persone, pari a quanti diabetici risiedono in Toscana. “Non bastasse, il Lazio e, in particolare, Roma registrano un aumento di obesità e invecchiamento della popolazione, entrambi fattori di rischio strettamente legati all’incremento della prevalenza del diabete”, spiega Ketty Vaccaro, Fondazione Censis e coordinatore di Roma Cities Changing Diabetes. “Il numero di persone obese, ad esempio, ha avuto un aumento del 21 per cento negli ultimi 13 anni nel Lazio, tant’è che oggi 1 residente su 10 in età adulta è affetto dalla malattia”, sostiene Antonio Nicolucci, Direttore Coresearch. “Inoltre, anche il numero di over 65 ha subìto una crescita analoga negli ultimi anni, raggiungendo nella sola città di Roma la quota di 631 mila persone. Anche il problema della sedentarietà non è da sottovalutare. Nel Lazio oltre il 40 per cento della popolazione è totalmente sedentaria e solo un quinto dei cittadini svolge attività fisica con regolarità”, aggiunge Nicolucci. D’altro canto tra le 339 mila persone che ogni giorno si spostano per lo più all’interno della capitale per motivi di lavoro o studio, ben 1 su 5 impiega oltre 45 minuti per il viaggio, valore decisamente superiore a quello nazionale. Se si considera che quasi il 60 per cento utilizza l’auto, se ne deduce che sono in molti i cittadini di Roma che trascorrono parte della loro giornata seduti nel traffico caotico romano. Il lato positivo è che Roma risulta essere uno tra i comuni più verdi d’Europa vantando un’estensione di parchi, giardini, ville storiche e aree protette di vario tipo di 16,5 m2 per abitante, considerate funzionali per lo stato di salute e al benessere della persona.
Questi dati emergono dall’analisi preliminare del progetto internazionale Cities Changing Diabetes per Roma e l’area metropolitana presentato oggi nella sede della Città Metropolitana di Roma. Dopo Città del Messico, Copenhagen, Houston, Shanghai, Tianjin, Vancouver, Johannesburg è, infatti, Roma la metropoli scelta per il 2017 dal progetto nato tre anni fa in Danimarca e promosso dall’University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia. Il progetto in Italia e a Roma è coordinato dall’Health City Institute in collaborazione con il Ministero della Salute, l’Anci, Roma Città Metropolitana, l’Istituto Superiore di Sanità, l’Istat, la Fondazione Censis, Coresearch, l’Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, Medi-Pragma e tutte le Università di Roma, le Società scientifiche del diabete e dell’obesità e le associazioni pazienti e di cittadinanza.

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