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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Posts Tagged ‘diagnosi’

Giangiacomo Schiavi: Il mistero della notte, una diagnosi per Michelangelo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 giugno 2020

Collana le Onde, uscita prevista: 25 giugno. Ispirato dalla figura del grande oncologo Gianni Bonadonna, pioniere con Umberto Veronesi delle cure antitumorali in Italia e nel mondo, Giangiacomo Schiavi traccia un’indagine appassionante sull’enigma di una statua che nasconde un segreto: la storia di una lotta in nome della vita, delle donne e di una medicina più umana.
Un medico di fama internazionale, alla vigilia di un convegno di studi che chiude una carriera luminosa, decide di affrontare la sfida che lo appassiona da decenni. Da quando ha visto la statua della Notte di Michelangelo nelle Tombe Medicee a Firenze: quella donna disegnata nel marmo presenta un’anomalia, un seno asimmetrico, forse malato, che restituisce alla figura un aspetto inconsueto per la perfezione del maestro del Rinascimento.
In una lunga notte tra sogni e ricordi, il medico tira le fila della sua ossessione: con il rigore dello scienziato e l’intuito dell’investigatore, passa in rassegna le testimonianze raccolte in una intera vita da psicologi, critici d’arte, chirurghi, filosofi, per arrivare a scoprire la natura di quella traccia lasciata da Michelangelo sul corpo, altrimenti perfetto, della sua modella. In libreria dal 2 luglio

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Diagnosi e cura dei sarcomi

Posted by fidest press agency su domenica, 3 maggio 2020

C’è uno strumento nuovo in oncologia per il corretto inquadramento diagnostico dei sarcomi ed il miglioramento terapeutico complessivo: è la piattaforma condivisa tra i laboratori degli IRCCS che aderiscono ad ALLEANZA CONTRO IL CANCRO – la Rete Oncologica Nazionale fondata dal MINISTERO DELLA SALUTE – creata per identificare, mediante approcci di sequenziamento del genoma di ultima generazione (NGS), alterazioni la cui individuazione risulta fondamentale per il corretto inquadramento della patologia. A perfezionarla, il Working Group Sarcomi che per questo studio specifico si è avvalso del coordinamento scientifico dell’ IFO-Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma (IRE) e del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (CRO). Le risultanze del lavoro sono state pubblicate dalla rivista Frontiers Oncology.
«I sarcomi sono un gruppo di tumori rari particolarmente aggressivo che colpisce le cellule costituenti il tessuto connettivo (ossa, muscoli, nervi, vasi sanguigni, tessuto adiposo e tendini) la cui prognosi può risultare piuttosto severa. – spiegano Roberta Maestro e Rita Falcioni, che hanno coordinato lo studio – I sarcomi nel loro complesso costituiscono un gruppo molto eterogeneo costituito da oltre 60 tipi tumorali diversi. Ecco che effettuare una diagnosi accurata per pianificare il trattamento terapeutico più adeguato è fondamentale, ma spesso richiede l’impiego di indagini molecolari complesse, laboriose e non alla portata di tutti i laboratori ».Di qui l’impegno concreto di Alleanza Contro il Cancro che ha messo a punto la piattaforma che identifica rapidamente anomalie genetiche presenti in un terzo circa dei sarcomi. «Sono irregolarità chiamate traslocazioni cromosomiche – aggiungono – che provocano lo spostamento di pezzi di cromosoma dalla loro sede in altre dando di fatto origine a dei cromosomi anomali. Ciò porta alla formazione di geni ibridi, detti di fusione, che non hanno corrispondenza in cellule normali ma che sono esclusivi di quella tumorale». Essendo i geni di fusione differenti nelle varie tipologie di sarcoma, l’importanza della loro identificazione nella classificazione delle varianti diagnostiche, è di fondamentale importanza perchè da una diagnosi accurata dipende l’efficacia del trattamento terapeutico.Hanno partecipato al lavoro: Unità di Oncogenetica e Oncogenomica Funzionale, IRCCS Centro di Riferimento Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (CRO), Aviano; Dipt. di Ricerca, Diagnosi e Tecnologia Avanzata, IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, Roma; Dipt. di Onco-Ematologia e Unità di Terapia Cellulare e Genica, IRCCS Ospedale Bambino Gesù, Roma; Dipt. di Patologia, IRCCS Istituto Nazionale Tumori, Milano; Lab. Di Ricerca Oncologica Avanzata, IRCCS Istituto di Oncologia Veneto, Padova; Div. Di Oncologia Medica, FPO-IRCCS Istituto per la Ricerca sul Cancro, Candiolo; Lab. Di Oncologia Sperimentale, IRCCS Istituto Ortopedico Rizzoli, Bologna; Centero di Osteoncologia e Tumori Rari, IRCCS Istituto Oncologico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori, Meldola; Dipt. di Oncologia Sperimentale, IRCCS Istituto Nazionale Tumori Fondazione “G. Pascale”, Napoli; Dipt. di Patologia, Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova, Padova.

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Come viene diagnosticata la malattia COVID-19?

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 marzo 2020

Per la diagnosi dell’infezione si procede anzitutto con il prelievo di un campione delle vie respiratorie del paziente, preferibilmente un tampone naso-faringeo o, laddove possibile, espettorato o broncolavaggio. Questo campione quindi viene analizzato attraverso metodi molecolari di real-time RT-PCR (Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction) per l’amplificazione dei geni virali maggiormente espressi durante l’infezione. Il tempo per avere i risultati dal momento dell’avvio della procedura è attualmente di 6/12 ore. Le industrie stanno lavorando allo sviluppo di test rapidi, in grado di fornire risultati attendibili in circa una-due ore. La situazione è in continua evoluzione: l’OMS sta valutando numerosi test rapidi basati su differenti approcci, e i risultati relativi a quest’attività di screening saranno disponibili nelle prossime settimane.Il Comitato Tecnico-Scientifico sui test diagnostici COVID-19 delMinistero della Salute ha invece espresso parere non favorevole all’utilizzo di “test rapidi” basati sull’individuazione degli anticorpi specifici per il SARS-CoV-2, dal momento che il loro risultato non è utile a determinare se il paziente ha una infezione in atto: la presenza degli anticorpi potrebbe infatti essere effetto di una infezione ormai conclusa, e viceversa se il test viene effettuato nella fase iniziale dell’infezione il paziente potrebbe non aver ancora sviluppato gli anticorpi (falso negativo).
Un utile supporto all’attività diagnostica classica può venire anche, per i casi sospetti che presentano sintomi riconducibili a polmonite, dall’analisi delle immagini delle Tomografie Computerizzate (TC) del torace. Un sistema informatico sviluppato in Cina durante la fase più acuta dell’epidemia, disponibile anche in Italia presso il Policlinico Campus Biomedico di Roma, è in grado, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale e di machine learning, di individuare i casi positivi con elevata attendibilità a partire dall’analisi delle immagini digitali della TC del paziente, distinguendo la polmonite da COVID-19 da altre (polmoniti batteriche, BPCO, etc.). Il sistema è inoltre in grado di calcolare il volume di compromissione polmonare e di fornire pertanto un utile supporto nella valutazione di prognosi, miglioramento o peggioramento della situazione del paziente.

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Il 20% delle diagnosi di cancro è causato dalla sedentarietà

Posted by fidest press agency su sabato, 8 febbraio 2020

Una vera e propria epidemia legata all’inattività fisica, con conseguenze rilevanti visto che il 31,6% della popolazione è in sovrappeso e il 10,9% obeso. Basterebbero 150 minuti alla settimana di moderata attività fisica per ridurre in maniera significativa il numero dei nuovi casi di cancro in Italia, ma i corretti stili di vita devono essere seguiti fin da giovanissimi. Diventa, quindi, fondamentale il ruolo dell’educazione alla salute per i ragazzi e adolescenti.Per questo la Fondazione “Insieme contro il Cancro” e la Federazione Italiana Canottaggio, siglano un protocollo d’intesa per la promozione del progetto Allenatore Alleato di Salute, che si pone l’obiettivo di alfabetizzare gli allenatori perché insegnino, non solo tecniche sportive, ma anche a non fumare, a non consumare alcol, a seguire la dieta mediterranea, e a combattere la sedentarietà.
La campagna verrà presentata in una conferenza stampa giovedì 6 febbraio, alle ore 12 a Roma (Sala Giunta del Coni, Piazza Lauro De Bosis 15). Interverranno: Giovanni Malagò (Presidente CONI); Francesco Cognetti (Presidente Fondazione “Insieme contro il Cancro”); Giuseppe Abbagnale (Presidente FIC e Campione Olimpico); Lorenzo Porzio (Bronzo Olimpico e tecnico); e Pierpaolo Sileri (Viceministro alla Salute).

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Ogni anno, in Italia, 34mila pazienti ricevono la diagnosi di tumore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 dicembre 2019

Si tratta di una diagnosi in fase avanzata, quando le possibilità di sopravvivenza sono ridotte. È quindi essenziale mettere in atto strategie per anticipare la diagnosi, in stadi in cui la malattia può essere affrontata con successo con l’intervento chirurgico. Per questo, l’Italia è in prima linea, all’interno di un programma europeo, per reclutare nei prossimi due anni 10.000 forti fumatori (di età pari o superiore a 55 anni, con una storia di fumo di almeno 30 pacchetti all’anno), da inserire in uno studio randomizzato di 24.000 persone, che avrà lo scopo di definire le metodiche ottimali per lo screening polmonare, associando le tecniche più avanzate di TAC spirale a basso dosaggio (low-dose CT scan – LDCT) con i livelli di biomarcatori (attraverso un prelievo di sangue). I medici di famiglia offriranno un contributo decisivo al progetto nell’arruolamento dei partecipanti, grazie al rapporto diretto e costante con i propri pazienti. L’annuncio viene dal 36° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), che si chiude oggi a Firenze.
“Solo nel 15% dei pazienti il tumore viene diagnosticato quando è ancora localizzato nel polmone – afferma Claudio Cricelli, presidente SIMG -. L’iniziativa rientra in un progetto di finanziamento multicentrico europeo che include 6 Paesi (Italia, Olanda, Germania, Inghilterra, Francia, Spagna), nell’ambito del programma Horizon 2020, e offre all’Italia l’opportunità di avviare in modo graduale e controllato lo screening polmonare, attraverso una rete di centri di riferimento che forniscano un’adeguata copertura del territorio e, al contempo, un livello di qualità adeguato agli standard attualmente raggiunti nello screening di altri tumori (mammella, cervice uterina, colon-retto)”. Saranno reclutati nel programma forti fumatori (almeno 30 pacchetti/anno) attivi o ex fumatori da meno di un decennio, di età compresa tra i 55 e i 75 anni.
Diversi studi, condotti negli Stati Uniti, in Europa e in Italia, hanno dimostrato che lo screening con TAC spirale a basse dosi nei forti fumatori può determinare una riduzione della mortalità per cancro polmonare compresa tra il 20% e il 39%. “Si tratta di un risultato nettamente superiore a quello ottenibile con lo screening mammografico, che è garantito dal Servizio Sanitario Nazionale a tutte le donne fra i 50 e i 69 anni – sottolinea il prof. Pastorino -. Non solo. La lettura della TAC spirale toracica oggi avviene in maniera quasi completamente automatizzata mediante CAD (computer aided detection), per cui al radiologo compete solo una valutazione dei casi critici. Nella mammografia, invece, la lettura degli esami è ancora manuale. Lo screening del tumore del polmone, quindi, implica da un lato costi, impegno del personale e tempi inferiori, dall’altro un impatto sulla riduzione della mortalità più rilevante”.
La reticenza, anche da parte di molti medici, nei confronti dello screening polmonare è dovuta all’elevata mortalità dei forti fumatori per altre malattie, soprattutto cardiovascolari o respiratorie (in particolare, broncopneumopatia cronica ostruttiva). “Oggi con la TAC spirale, un esame che dura pochi secondi, possiamo fotografare anche il rischio globale per altre patologie, quantificando ad esempio il danno coronarico con grande precisione – afferma il dott. Cricelli -. Il rischio di infarto è elevato in presenza di calcificazioni coronariche. Il numero di vite salvate può diventare davvero rilevante con la diffusione dello screening polmonare su vasta scala”.
“Grazie alla Rete, vogliamo avviare un sistema controllato, che non implichi ulteriori esborsi a carico del servizio sanitario nazionale, già messo a dura prova dall’impatto della cura dei tumori – spiega il prof. Pastorino -. I 10 centri coinvolti condividono le stesse regole nell’esecuzione dello screening e presentano un alto livello di esperienza nella radiologia, chirurgia, oncologia e in tutti i servizi per la cura della patologia polmonare. Hanno quindi strumenti e personale pronti per avviare il progetto in tempi brevi, senza dover investire ulteriori risorse, ad esempio, nella formazione o nell’acquisto di apparecchiature”. “Una delle sfide è rappresentata dalla diagnostica dei noduli indeterminati – continua il prof. Pastorino -. Solo l’1% di queste lesioni si rivela effettivamente un tumore del polmone dopo l’analisi di base. È fondamentale aumentare questa percentuale. Per questo, nell’ambito del progetto europeo, è prevista una doppia lettura del risultato della TAC da parte di un radiologo locale e di un radiologo con esperienza decennale. In questo modo il numero dei falsi positivi si riduce, con conseguente minore stress per le persone che si sottopongono allo screening”.
Nello studio europeo, che includerà in totale 24mila forti fumatori e sarà avviato nella primavera del 2020, le persone che presentano una TAC negativa saranno divise in due gruppi: il 50% ripeterà il test dopo un anno e l’altra metà dopo 24 mesi. “Vogliamo dimostrare che chi presenta un rischio più basso può eseguire lo screening con cadenza biennale – continua il prof. Pastorino -. Obiettivo dello studio è anche definire il profilo di rischio nei fumatori che presentano una TAC positiva o sospetta, utilizzando i biomarcatori. Il test molecolare individua nel sangue determinati microRNA, piccole molecole che regolano la produzione delle proteine e ne controllano i meccanismi di crescita. Questo esame è in grado di differenziare i diversi profili di rischio, consentendo di attivare programmi di intensità di screening personalizzati”.
“Dopo l’avvio della prima fase del progetto, lo screening per il tumore polmonare sarà abbinato anche a programmi per la cessazione tabagica – conclude il dott. Cricelli -. Il fumo di sigaretta, infatti, è responsabile dell’85-90% delle neoplasie polmonari, per cui la prevenzione primaria, intesa come programma strutturato di supporto per la cessazione tabagica, rappresenta ancora il modo più efficace per contrastare l’incidenza di questa patologia e ridurre in maniera significativa la mortalità”.

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Aumentano in Italia i pazienti che vivono dopo la diagnosi di tumore del polmone

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 novembre 2019

Oggi sono quasi 107mila (106.915), nel 2010 erano 82.795: in 10 anni l’incremento è stato del 29%. Un risultato molto importante in una neoplasia aggressiva e difficile da trattare. Per dare voce alle loro esigenze, si apre oggi a Roma “Be MUT-ual Days”, evento unico e primo nel suo genere in campo oncologico toracico, destinato a persone colpite da tumore del polmone non a piccole cellule caratterizzato da alterazione molecolare (oncogene addicted) e ai loro caregivers. Per due giorni 80 pazienti, provenienti da molti centri oncologici italiani, 60 caregivers e 30 medici si confronteranno sulle criticità e sui nuovi bisogni determinati dalle terapie innovative e sulle possibili azioni e soluzioni da intraprendere per colmare le lacune tuttora esistenti. L’evento è organizzato da WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe – Donne Contro il Tumore del Polmone in Europa), con il patrocinio di CittadinanzAttiva, FAVO, Insieme contro il Cancro, Salute Donna e Salute Uomo e WALCE Puglia.
“I biomarcatori utilizzati nella pratica clinica, a cui ad oggi si abbinano terapie mirate già considerate standard di cura, sono la mutazione del gene di EGFR e il riarrangiamento dei geni ALK e ROS1 – afferma la prof.ssa Novello -. La mutazione di EGFR si ritrova nel 10-15% dei pazienti con adenocarcinoma polmonare. Quasi il 50% dei tumori polmonari con questa mutazione viene diagnosticato in persone che non hanno mai fumato. L’alterazione di ALK è presente nel 5% dei pazienti affetti da carcinoma polmonare, soprattutto nell’adenocarcinoma. E l’alterazione di ROS1 è presente nell’1% circa dei malati, anche in questo caso soprattutto nell’adenocarcinoma. Servono test molecolari specifici per individuare queste alterazioni”.La prima giornata di “Be MUT-ual Days” sarà aperta con la proiezione di “Apolide”, corto vincitore, quest’anno, del 3° premio del Bando di AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Fondazione AIOM 2019 ‘Oncologia e Cinema’. A seguire il prof. Benjamin Besse, uno dei più importanti esperti in oncologia toracica a livello internazionale, offrirà una lettura magistrale dedicata allo stato dell’arte e alle prospettive future del trattamento del tumore del polmone. A chiudere, la testimonianza di una paziente olandese con diagnosi di tumore del polmone non a piccole cellule (con mutazione di ROS1), che condividerà la sua esperienza non solo come paziente, ma anche come membro di un’associazione attiva a livello nazionale e internazionale.
Nella seconda giornata, pazienti e caregiver avranno uno spazio dedicato: verranno divisi in due gruppi e, guidati da due moderatori (il prof. Gianluigi De Gennaro del Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Bari e la dott.ssa Maria Vittoria Pacchiana, psiconcologa presso la Struttura Semplice Dipartimentale di Oncologia Polmonare del San Luigi di Orbassano) coadiuvati anche dall’avvocato Elisabetta Iannelli (Segretario Generale FAVO), si confronteranno su diversi temi, relativi a criticità quotidiane e azioni da intraprendere, i cui risultati verranno riportati e condivisi durante la tavola rotonda, alla presenza di rappresentanti di AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), AIOM, SIAPEC-IAP (Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica), ISS (Istituto Superiore di Sanità), Ricerca e Innovazione in Sanità e Associazioni, quali CittadinanzAttiva, FAVO, Insieme contro il Cancro, Salute Donna e WALCE. “L’obiettivo – conclude la prof.ssa Novello – è cercare un confronto per trovare risposte forti e concrete ai crescenti bisogni di tipo sanitario ed extra sanitario, che, ancora oggi, i pazienti considerano irrisolti”.

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Diagnosi di tumore del seno

Posted by fidest press agency su martedì, 19 novembre 2019

Sono 5.300 nel 2019, in Italia, le nuove diagnosi di tumore del seno già in fase metastatica: rappresentano circa il 10% del totale. Alle nuove strategie nella cura della malattia è dedicata la sesta edizione dell’International Meeting on New Drugs and New Insights in Breast Cancer, in corso all’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma con la partecipazione di più di 200 esperti da tutto il mondo. “In Italia vivono circa 815mila donne dopo la diagnosi della malattia – afferma il prof. Francesco Cognetti, Direttore Oncologia Medica del Regina Elena e presidente del Congresso -. Oggi abbiamo molte armi a disposizione, dalla chemioterapia all’ormonoterapia alle terapie target fino all’immunoterapia. Tutte le pazienti devono essere trattate nelle Breast Unit, cioè in Centri di Senologia, dove è più alta l’adesione alle linee guida, migliore l’esperienza degli specialisti ed è garantita l’adozione di un approccio multidisciplinare. A livello europeo, è stabilito che possano definirsi Breast Unit solo le strutture che trattano almeno 150 nuovi casi ogni anno. La multidisciplinarietà ne è l’elemento fondante. La formazione di un team coordinato favorisce il raggiungimento di un alto livello di specializzazione delle cure, dallo screening fino alla riabilitazione, ottimizzando qualità e tempistica delle prestazioni, con l’obiettivo principale di prolungare e migliorare la vita delle pazienti”.
È dimostrato che, nelle strutture ad alto volume, la sopravvivenza a 5 anni raggiunge l’83,9% (rispetto al 78,8% nei centri che trattano fra i 50 e i 99 casi ogni anno e al 74,9% con meno di 50). “Il lavoro efficiente di un gruppo multidisciplinare produce appropriatezza, coerenza e continuità dei percorsi diagnostico-terapeutici – continua il prof. Cognetti -, traducendosi in un miglioramento dell’utilizzo delle risorse umane ed economiche, indispensabile per sostenere i costi crescenti della malattia”. Il “peso” economico del tumore della mammella, in Italia, raggiunge i 540 milioni di euro ogni anno (considerando ospedalizzazioni e assistenza previdenziale). Circa la metà (52%) è rappresentato dai costi ospedalieri, oltre il 41% dalle uscite previdenziali legate alla disabilità parziale al lavoro ed il restante 7% da una disabilità lavorativa completa.
“La chemioterapia resta un’arma fondamentale nella lotta contro la malattia – sottolinea la dott.ssa Alessandra Fabi, Oncologia Medica Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma -. Se la malattia è in stadio iniziale, la strategia terapeutica può prevedere una combinazione di chirurgia, terapia farmacologica (chemioterapia, ormonoterapia, trattamento con anticorpi monoclonali) e radioterapia. In particolare, la chemioterapia ha lo scopo di ridurre il rischio di ripresa della malattia a livello locale e generale. Convenzionalmente si utilizzano regimi di associazione contenenti antracicline e taxani prolungati per circa 6 mesi. È importante che, se somministrata dopo la chirurgia, la chemioterapia venga iniziata non appena la paziente abbia completato il decorso operatorio e, comunque, entro 90 giorni dall’intervento: specialmente nei tumori più aggressivi, definiti triplo negativi, l’intervallo tra chirurgia e avvio della chemioterapia è correlato alla prognosi, con una significativa minore efficacia con un intervallo superiore a tre mesi”.
Vi sono diversi sottotipi della neoplasia, definiti in relazione alle alterazioni molecolari. “Questo ci consente di scegliere in maniera altamente selettiva il trattamento in relazione alle caratteristiche di ogni sottogruppo – afferma il prof. Maurizio Scaltriti, Direttore Associato del Center for Molecular-Based Therapies al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York -. In alcuni tipi di tumore della mammella (15-20% del totale) una proteina, HER2, è presente in quantità eccessiva, causando così una crescita rapida e incontrollata delle cellule malate. Dal punto di vista biologico, è una delle forme più aggressive e, in passato, non essendoci armi disponibili, queste pazienti presentavano la prognosi peggiore. Oggi invece, grazie a terapie mirate che bloccano il recettore HER2 e che sono utilizzate sia nelle forme iniziali non metastatiche che in quelle metastatiche, è cambiato radicalmente il decorso clinico”. Inoltre, come evidenziato in una recente pubblicazione a firma del prof. Scaltriti, una percentuale rilevante di tumori alla mammella positiva per i recettori ormonali e HER2 negativa (HR+/HER2-), un sottotipo che include circa il 65% di tutti i casi metastatici, presenta due mutazioni distinte del gene PIK3CA. Questa alterazione genetica rende questi tumori spiccatamente sensibili agli inibitori di PI3K, recentemente entrati nello scenario clinico.
Altri passi avanti sono stati fatti proprio per queste pazienti HR+/HER2- in postmenopausa con la patologia metastatica. “È dimostrato che la combinazione di ormonoterapia e delle nuove terapie a bersaglio molecolare (inibitori di CDK4/6) è migliore rispetto alla sola ormonoterapia standard: la sopravvivenza libera da progressione è raddoppiata – continua il prof. Cognetti -. Non solo. Nessun regime di chemioterapia si è dimostrato più efficace rispetto alla combinazione. In queste pazienti, la pratica clinica si sta progressivamente allontanando dall’impiego della chemioterapia per adottare la combinazione, in prima linea, di diverse molecole a bersaglio molecolare con la terapia endocrina”.
“È importante stimolare interazioni tra gli scienziati provenienti da diversi Paesi e fornire loro i mezzi necessari per svolgere attività di ricerca – conclude il prof. William J. Gradishar, Direttore del Dipartimento di Ematologia e Oncologia del Medicine Robert Lurie Comprehensive Cancer Center della Northwestern University di Chicago -. Oggi abbiamo a disposizione molte armi per combattere questo big killer: prevenzione, diagnosi precoce, chirurgia conservativa, chemioterapie combinate, terapie ormonali e farmaci biologici che permettono di assicurare la guarigione alla maggioranza delle donne colpite. I risultati presentati al convegno confermano come la strategia vincente sia quella di tarare la terapia sulle caratteristiche specifiche delle pazienti”.

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Sindrome ovaio policistico, scarseggiano terapie: puntare su diagnosi precoce

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 ottobre 2019

Un editoriale recentemente pubblicato su “Lancet DiabetesEndocrinology” ricorda che settembre è stato il mese della sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), rappresentando lo spunto per affrontare alcune considerazioni ancora aperte di carattere clinico. «La PCOS è la più frequente malattia endocrino-ginecologica che interessa le donne in età fertile, con una prevalenza che, utilizzando i criteri di Rotterdam (FertilSteril, 2004), arriva fino al 20%» ricordano Chiara Sabbadin, dell’Unità di Endocrinologia, Dipartimento di Medicina, Università di Padova, e Cecilia Motta, della Medicina Specialistica Endocrino-Metabolica, AOU Sant’Andrea, Roma. La diagnosi, secondo tali criteri, è posta sulla copresenza di almeno due delle seguenti caratteristiche, previa esclusione di altre patologie interferenti: cicli oligo-anovulatori, segni biochimici/clinici di iperandrogenismo e tipico quadro morfologico di ovaio micropolicistico. «La patologia, pertanto» sottolineano Sabbadin e Motta «si può manifestare da subito in epoca post-puberale con le tipiche alterazioni della regolarità mestruale, che accomunano indipendentemente molte ragazze adolescenti, ma anche con segni importanti e spesso ingravescenti di iperandrogenismo, prevalentemente irsutismo, acne, cute seborroica e alopecia. Con gli anni tali problemi possono persistere, ma diventare di minor interesse per la paziente, ormai diventata donna, rispetto a quelli relativi alla sfera riproduttiva». Ecco che, pertanto, la PCOS accompagna la donna nelle diverse fasi della sua vita con differenti manifestazioni cliniche, che richiedono ognuna l’attenzione e le cure mirate del medico, evidenziano le specialiste. «Tale scenario» aggiungono «è reso ancora più complesso da uno spettro di comorbilità frequentemente associate alla PCOS, come ad esempio insulino-resistenza, diabete, obesità, ipertensione arteriosa, dislipidemia, epato-steatosi, sindrome delle apnee notturne, depressione e carcinoma dell’endometrio. Tali comorbilità vanno precocemente indagate e corrette, in quanto predispongono tali pazienti a elevato rischio metabolico e cardio-vascolare a medio e lungo termine».
Nonostante l’impatto epidemiologico e socio-sanitario di tale patologia, rilevano Sabbadin e Motta, attualmente sono pochissime le terapie approvate per la PCOS: ad esempio, i farmaci anti-androgeni e insulino-sensibilizzanti comunemente usati sono prescritti “off-label”. «In particolare» specificano «la metformina è sicuramente il farmaco da sempre più usato e studiato nella PCOS, intervenendo sull’insulino-resistenza che gioca un ruolo ezio-patogenetico fondamentale nella sindrome. Numerosi studi hanno dimostrato come la metformina migliori non solo molteplici aspetti metabolici, ma anche la funzione ovarica nella PCOS, venendo pertanto suggerita anche dalle più recenti linee guida dell’Endocrine Society (LegroRS, et al. J ClinEndocrinolMetab, 2013,) nella correzione delle irregolarità mestruali come terapia di seconda linea (dopo la pillola estro-progestinica)». Inoltre, studi recenti suggeriscono un ruolo terapeutico della metformina anche nelle donne con PCOS in gravidanza, riducendo il rischio di aborto e parto pre-termine (LøvvikTS, et al. Lancet Diabetes Endocrinol, 2019). Tuttavia, riprendono Sabbadin e Motta, gli studi sulla metformina in gravidanza sono ancora limitati e necessitano di un’attenta valutazione dei possibili effetti a lungo termine sulla madre e sul bambino: ad esempio, alcune evidenze recenti mostrano come, a 5 e 10 anni, il BMI di bambini nati da madri che in gravidanza hanno assunto metformina sia maggiore rispetto a quello di bambini non esposti (HanemLGE, et al. Lancet Child Adolesc Health, 2019). Infine, studi crescenti sull’uso delle incretine anche nella PCOS permetteranno di migliorare sia le conoscenze sui meccanismi fisiopatologici alla base della sindrome, sia le possibili alternative terapeutiche e gli esiti di cura (Liu X, et al. ClinEndocrinol[Oxf], 2017). «Data l’eterogeneità delle manifestazioni cliniche e le molteplici comorbilità spesso già presenti al momento della diagnosi di PCOS, è fondamentale continuare a sensibilizzare i medici che potrebbero più facilmente venire a contatto con tali pazienti» dichiarano le specialiste. «I pediatri per primi possono individuare le bambine a maggior rischio di sviluppo di PCOS (per esempio per basso peso alla nascita, pubarca anticipato o prematuro, ipertricosi prepuberale, obesità infantile) e possono promuovere un adeguato stile di vita, con particolare attenzione alla dieta, all’attività fisica aerobica e al mantenimento di un normale peso corporeo. Altrettanto importanti sono medici di base, ginecologi, dermatologi e gli stessi endocrinologi, che devono essere in grado di diagnosticare correttamente la sindrome, escludendo altre patologie interferenti, più rare ma a volte anche più gravi, e intervenire adeguatamente, tenendo conto sia delle richieste della paziente sia del trattamento degli altri aspetti che potrebbero influire sul rischio globale a medio e lungo termine». (fonte doctor33)

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Meno casi di cancro e più diagnosi in fase precoce

Posted by fidest press agency su domenica, 27 ottobre 2019

È necessario adottare provvedimenti urgenti per ridurre il carico di malattia e per sensibilizzare i cittadini sul ruolo della prevenzione primaria (stili di vita sani) e secondaria (screening anticancro). Nel nostro Paese, solo il 55% delle donne esegue la mammografia per individuare in fase iniziale il carcinoma della mammella, la neoplasia più frequente in tutta la popolazione (53.500 nuovi casi stimati nel 2019). E soltanto il 41% dei cittadini effettua il test per la ricerca del sangue occulto fecale per la diagnosi precoce del cancro del colon-retto, il secondo per incidenza (49.000 nel 2019). Non solo. Per garantire a tutti i pazienti le terapie più efficaci, gli oncologi chiedono alle Istituzioni la conferma del Fondo per i farmaci innovativi, istituito per la prima volta con la Legge di Bilancio del 2017. L’appello viene dal XXI Congresso Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), che si apre oggi a Roma.
“È urgente la conferma di questa fonte di risorse dedicate – afferma Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. Nel 2018, il limite di 500 milioni di euro è stato sforato, infatti la spesa per i farmaci oncologici innovativi con accesso al Fondo è stata pari a 657 milioni. Per questo ne chiediamo non solo la conferma, ma anche un incremento”. Le uscite per i farmaci anticancro nel 2018, in Italia, hanno raggiunto i 5 miliardi e 659 milioni. “I biosimilari permettono risparmi fino al 20%, liberando risorse per consentire l’accesso a terapie innovative – spiega Giordano Beretta, Presidente eletto AIOM e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo – e la posizione di AIOM è che dovrebbero essere impiegati in tutti i pazienti che iniziano un nuovo trattamento. Siamo però preoccupati per la proposta di AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) di inserire una modifica legislativa che, già a partire dalla Legge di Bilancio del 2020, consentirebbe la sostituibilità automatica di un farmaco biologico con il biosimilare di riferimento, soprattutto perché si potrebbe innescare un meccanismo di continua, ripetuta, sostituzione del farmaco sulla base solo di requisiti economici. AIOM, come sottolineato anche da altre società scientifiche, ritiene che la scelta del trattamento debba rimanere una decisione affidata esclusivamente al medico prescrittore. Principio che vale soprattutto per i pazienti già in cura, in cui la scelta dell’eventuale passaggio da una terapia all’altra rientra nell’esclusivo giudizio clinico”.
“I nuovi casi di tumore, in Italia, tendono a diminuire – afferma Stefania Gori –. Nel 2019 sono stimate 371mila diagnosi (erano 373mila nel 2018). Aumentano invece le persone che vivono dopo la scoperta della malattia: oggi sono quasi 3 milioni e mezzo (3.460.025, erano 2 milioni e 244 mila nel 2006, 2 milioni e 587mila nel 2010, circa 3 milioni nel 2015). Il calo complessivo delle diagnosi va ricondotto soprattutto all’efficacia dei programmi di screening”. “Quello per il tumore del colon-retto permette di individuare anche i polipi a rischio di trasformazione maligna – continua Giordano Beretta –. Nel 2017, oltre 6 milioni di cittadini di età compresa tra i 50 e i 69 anni sono stati invitati a eseguire il test. La partecipazione complessiva si attesta solo al 41%, con quasi trenta punti percentuali di differenza fra Nord (52%) e Sud (24%). Nonostante la bassa adesione, questa attività ha portato, nel 2017, all’individuazione e al trattamento di 3.061 carcinomi e di 17.379 adenomi avanzati. Da un lato aumentano gli inviti, dall’altro diminuiscono i cittadini che aderiscono: per lo screening del colon-retto dal 47% nel biennio 2009/2010 al 41% nel 2017, per la mammografia la tendenza è stabile (56% nel biennio 2011/2012, 55% nel 2017)”. “Abbiamo già attivato campagne di prevenzione rivolte in particolare agli anziani, che dovremo ampliare ulteriormente – afferma la Presidente AIOM –. Il nostro obiettivo è aumentare del 10% le percentuali di adesione entro 5 anni. Così potremo salvare più vite, diminuendo il numero dei nuovi casi e garantendo risparmi al sistema sanitario. Questo progetto è complementare alla revisione dell’assistenza oncologica nel nostro Paese”.
Un altro punto critico è costituito dall’adesione alle cure. “Maggior aderenza significa minor rischio di ospedalizzazione, minori complicanze associate alla malattia, maggiore sicurezza ed efficacia dei trattamenti e riduzione dei costi per le terapie – conclude la Presidente Gori –. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che solo il 50% delle persone colpite da malattie croniche segue correttamente le terapie, un problema che interessa anche i pazienti oncologici. E, per affrontarlo, AIOM e Fondazione AIOM hanno aderito al Comitato Italiano per l’Aderenza alla Terapia (CIAT) e a quello europeo, che riuniscono società scientifiche, medici farmacisti, infermieri, Istituzioni e associazioni di pazienti. E, per la prima volta, una sessione del Congresso Nazionale è dedicata a questo tema”.

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Scompenso cardiaco, da Gimbe le linee guida Nice per diagnosi e terapia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2019

Raccomandazioni sulla gestione dello scompenso cardiaco dalla diagnosi, ad un approccio multidisciplinare, allo sviluppo del piano assistenziale, passando per la terapia farmacologica, il monitoraggio dei pazienti, consigli su stili di vita e programmi di riabilitazione, sino alle cure palliative. Questo quanto contenuto nelle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (Nice), aggiornate al settembre 2018, che la Fondazione Gimbe ha tradotto in lingua italiana. Una serie di raccomandazioni destinate prevalentemente ai professionisti delle cure primarie, in particolare a medici di medicina generale e infermieri che saranno inserite nella sezione “Buone Pratiche” del Sistema Nazionale Linee Guida, gestito dall’Istituto Superiore di Sanità. Lo scompenso cardiaco cronico costituisce un problema di salute pubblica sempre più rilevante perché, a causa dell’invecchiamento della popolazione e dei progressi terapeutici nell’ambito delle malattie cardiovascolari, il numero dei malati è in costante aumento. In Italia si stimano circa 1 milione di pazienti con scompenso cardiaco, pari all’1,7% della popolazione, con circa 90.000 nuovi casi all’anno. La prevalenza della malattia aumenta di circa il 2% per ogni decade di età sino a raggiungere almeno il 10% nei pazienti over 70.
«II dati epidemiologici – puntualizza Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – quelli provenienti dal real world e le evidenze scientifiche suggeriscono che per la gestione dei pazienti con scompenso cardiaco è indispensabile puntare su modelli organizzativi a gestione extra-ospedaliera, efficaci nel migliorare la qualità di vita e nel ridurre la mortalità e le re-ospedalizzazioni, i cui costi rischiano di diventare insostenibili per la sanità pubblica. I pazienti con scompenso cardiaco – continua il Presidente – possono essere ospedalizzati oppure assistiti in setting specialistici in occasione di riacutizzazioni e “restituiti” alle cure primarie una volta stabilizzati. Considerato che spesso presentano comorbidità rilevanti (ipertensione, diabete, broncopneumopatia cronica ostruttiva, etc.), gestire tutte le informazioni è un processo complesso con ruoli e responsabilità non sempre chiari». Ecco perché le linee guida Nice raccomandano di redigere e aggiornare periodicamente piani assistenziali personalizzati e strutturati da condividere con pazienti, familiari e caregiver oltre che con tutti i professionisti coinvolti nell’assistenza.Lo scompenso cardiaco cronico è gravato da un elevato tasso di mortalità: circa il 10% dei pazienti muore in occasione del primo ricovero ospedaliero, oltre il 25% decede entro un anno dalla diagnosi e circa la metà entro 5 anni; inoltre, quasi il 60% viene re-ospedalizzato entro un anno dal primo ricovero. Secondo il Rapporto annuale 2017 sull’attività di ricovero ospedaliero del Ministero della Salute, lo scompenso cardiaco è la prima causa di ricovero per malattie non chirurgiche: 176.254 dimissioni con una degenza media di 9,2 giorni, un totale di 1.626.769 giornate di degenza e una remunerazione teorica di oltre € 527 milioni. A questi si aggiungono 6.331 ricoveri in regime di riabilitazione con una degenza media di 19,9 giorni, un totale di 131.956 giorni di ricovero e 14.638 accessi in regime diurno. Il tasso di ospedalizzazione è di gran lunga superiore a quello di tutte le altre malattie croniche: 312 per 100.000 abitanti nei pazienti maggiorenni e 1.052 per 100.000 abitanti negli over 65, con ampie variabilità regionali che documentano una notevole eterogeneità della presa in carico territoriale. L’impatto economico della malattia è enorme: secondo i dati dell’Osservatorio ARNO pubblicati nel 2015 un paziente con scompenso cardiaco costa quasi € 12.000 euro l’anno di cui l’85% assorbito dal ricovero ospedaliero, il 10% dai farmaci e il 5% dalle prestazioni specialistiche. (fonte: doctor33)

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“Le ipersonnie di origine centrale: fisiopatologia, clinica, diagnosi e terapia”

Posted by fidest press agency su sabato, 15 giugno 2019

Parma Mercoledì 19 giugno, dalle ore 14.30 alle ore 17.30, nell’Aula 5 delle Aule Nuove del Plesso Ospedaliero-Universitario di via Gramsci, si terrà il convegno-corso di formazione “Le ipersonnie di origine centrale: fisiopatologia, clinica, diagnosi e terapia”. Tra i relatori, per l’Università di Parma, interverranno il prof. Liborio Parrino e il dott. Christian Franceschini. Il corso di formazione è aperto anche a professionisti non dipendenti del Servizio Sanitario dell’Emilia-Romagna. Sono stati richiesti 3 crediti ECM per medico-chirurgo e tutte le professioni sanitarie e psicologiche.

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Il tumore alla prostata è il più diffuso tra gli uomini

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 maggio 2019

Sono stati 35.300 i casi di tumori alla prostata diagnosticati nel 2018, con una incidenza negli uomini del 18% tra tutti i tumori, e al primo posto tra tutti i tumori maligni.La prostata è una ghiandola essenziale per la funzione riproduttiva maschile: essa infatti produce il liquido seminale, fondamentale per la sopravvivenza degli spermatozoi negli acidi ambienti della vagina. Nel corso della vita può capitare lo sviluppo di un carcinoma alla prostata.
Per carcinoma si intende un tumore maligno di origine epiteliale, che tende ad invadere i tessuti circostanti e a formare metastasi; può derivare da tessuti di rivestimento, come pelle e mucose oppure può essere di tipo ghiandolare. Il carcinoma alla prostata rappresenta uno dei tumori maligni più diffusi in italia.I fattori di rischio sono vari, il più importante è l’età: con l’avanzare degli anni infatti, aumenta di molto la possibilità di andare incontro a questa patologia.Altri fattori sono:
Fattori ormonali: l’aumento del testosterone e dell’ormone IGF1 entrambi favoriscono la crescita di cellule prostatiche.
Fattori familiari: il rischio di riscontrare un tumore alla prostata aumenta per chi ha avuto un parente consanguineo colpito da questa neoplasia.
Stile di vita: una alimentazione ipercalorica, iperproteica e ricca di grassi saturi, l’obesità e la mancanza di esercizio fisico possono indurre alla nascita del tumore.
Il carcinoma alla prostata viene classificato in base al grado e allo stadio: il primo fa riferimento all’aggressività del tumore, il secondo invece indica lo stato della patologia.
“Questo tipo di tumore non crea nessun problema fino a quando è di piccole dimensioni, risulta infatti asintomatico fino all’aumento della massa. Infatti quando le dimensioni del carcinoma aumentano si presentano i suoi sintomi: difficoltà a urinare, dolore o bruciore durante la minzione, bisogno continuo di urinare, senso di pienezza della vescica, sangue nelle urine, eiaculazione dolorosa e dolore alle ossa” spiega il dottor Militello, eletto miglior andrologo e urologo d’Italia nel 2018.
“Per prevenire il carcinoma alla prostata, è consigliabile, ad ogni uomo sopra i 50 anni, di eseguire almeno una volta l’anno una visita preventiva da uno specialista urologo. Infatti il periodico controllo della PSA (Antigene Prostatico Specifico) e dell’esplorazione rettale da parte del medico possono permettere l’individuazione precoce della malattia in modo tale da fornire maggiori possibilità per sconfiggerla” consiglia il Dottor Militello.”Un altro modo per prevenire questo tipo di tumore è quello di avere uno stile di vita non sedentario, una buona attività fisica legata ad una dieta mediterranea basata sul consumo di vegetali, frutta e olio di oliva” conclude l’andrologo. (fonte: eu-west-1.amazonses.com)

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Preeclampsia, nuovo test delle urine può aiutare nella diagnosi: Ecco la novità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 aprile 2019

Secondo un nuovo studio pubblicato su E-Clinical Medicine, del gruppo Lancet, un semplice esame delle urine può rilevare rapidamente la preeclampsia. «Questo è il primo studio clinico che utilizza un test diagnostico da effettuare direttamente nel punto di cura, la striscia reattiva Congo Red Dot (CRD), e questo esame si è rivelato superiore ad altri indicatori nello stabilire o escludere una diagnosi di preeclampsia» afferma Kara Rood, dello Ohio State Wexner Medical Center l’Ohio State University College of Medicine, primo nome dello studio. «La nostra scoperta avrà un enorme impatto sulla salute di donne e bambini» prosegue. Attualmente per identificare la preeclampsia, che causa circa il 18% delle morti materne negli Stati Uniti, ci si affida al riscontro di ipertensione e di alcune proteine nelle urine. «La preeclampsia interessa fino all’8% delle gravidanze, e la sfida è che si tratta di una malattia progressiva e che non tutti i casi progrediscono contemporaneamente. Alcune donne possono avere la malattia per settimane prima di manifestare sintomi, mentre altre donne possono progredire a livelli pericolosi entro pochi giorni» spiega Rood.Per lo studio i ricercatori hanno arruolato 346 donne incinte che erano state valutate per la pressione alta e possibile preeclampsia. Hanno quindi usato il test delle urine CRD che è in grado di fornire risultati al letto della paziente entro tre minuti, e alcuni infermieri appositamente formati hanno analizzato i risultati prima che il medico formulasse una diagnosi finale. Tra le donne coinvolte nello studio, 89 hanno ricevuto una diagnosi di preeclampsia dal medico e il 79% di queste è stato sottoposto a induzione del parto a causa della preeclampsia, in media a 33 settimane di gestazione. I ricercatori hanno riscontrato per il test CRD un tasso di precisione dell’86%, superiore al valore rilevato per gli altri test biochimici. «Questi risultati confermano che il test CRD è un semplice strumento clinico “sample in/answer out” che consente una diagnosi molto accurata e rapida della preeclampsia» dicono gli autori. Gli esperti pensano che questo test potrebbe essere utile, oltre che per un utilizzo ambulatoriale in ambito di assistenza prenatale, anche come strumento per le donne che vivono in paesi con scarse risorse sanitarie. EClinicalMedicine 2019. Doi: 10.1016/j.eclinm.2019.02.004 https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/ S2589537019300252?via%3Dihub – Doctor33)

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Fecondazione: 10 cose da sapere sulla diagnosi preimpianto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 dicembre 2018

La diagnosi genetica preimpianto, tecnica relativamente recente, è uno strumento fondamentale per la salute di tanti futuri bambini. Eppure la questione, in Italia, è complessa e dibattuta. Per fare chiarezza, ecco le dieci cose da sapere sulla diagnosi preimpianto, utili per tutte le coppie che iniziano un percorso di fecondazione assistita. Le informazioni sono tratte dalla Guida “Diagnosi preimpianto, istruzioni per l’uso”, realizzata dal Centro Demetra, con la consulenza, tra gli altri, della genetista Daniela Zuccarello dell’Università di Padova e di Filomena Gallo, Associazione Luca Coscioni e distribuita in occasione del convegno dedicato al tema, in corso in questi giorni a Roma.
“Abbiamo deciso di mettere a punto questa guida – sottolinea Claudia Livi, ginecologa del Centro Demetra di Firenze – per aiutare i futuri genitori spiegando loro i passi necessari da affrontare in un percorso di fecondazione assistita, in cui è prevista la diagnosi preimpianto. Ricordiamo che è necessario rivolgersi a un centro specializzato per iniziare i consulti con diverse figure specializzate come il ginecologo, il genetista, l’embriologo e lo psicologo.” L’opuscolo è scaricabile gratuitamente dal sito http://www.demetra.com. Il Centro Demetra è tra i primi centri di PMA in Italia specializzati per questa tecnica.
La diagnosi genetica preimpianto (Preimplantation Genetic Diagnosis, PGD) è considerata la forma più precoce di diagnosi prenatale e permette alle coppie di evitare il ricorso all’aborto terapeutico, scelta che può avere conseguenze devastanti sia dal punto di vista clinico che dal punto di vista psicologico. È una procedura che consiste nell’analisi di alcune cellule di un embrione con l’obiettivo di identificare l’embrione da trasferire, e evitare il trasferimento di embrioni che potrebbero essere affetti da malattie gravissime, quando presenti in famiglia o nei genitori, o embrioni che non si impianterebbero o verrebbero abortiti o darebbero luogo a nascite di bambini con gravi alterazioni cromosomiche.

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Tumori: “Ogni giorno 500 nuove diagnosi negli anziani”

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 settembre 2018

Ogni giorno nel nostro Paese 1.000 persone si ammalano di tumore. La metà di questi pazienti ha superato i 70 anni. Si tratta molto spesso di anziani soli che arrivano alla diagnosi troppo tardi, anche per l’assenza di programmi di screening in questa fascia d’età, con la conseguenza che sopravvivono molto meno, talvolta solo pochi mesi, rispetto agli adulti di mezza età (55-69). Non solo. Gli anziani tendono a ignorare le regole della prevenzione: eccesso di peso, sedentarietà e fumo sono molto diffusi fra questi cittadini, aumentando così il rischio di sviluppare una neoplasia. Per questo, Fondazione AIOM e AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), in collaborazione con Senior Italia FederAnziani, lanciano il primo progetto nazionale per la prevenzione dei tumori negli anziani. Mercoledì 12 settembre il progetto sarà presentato al Pontefice, Papa Francesco, nel corso di un’udienza privata a cui seguirà un convegno nazionale in Vaticano alle 11.30 presso il Pontificio Collegio Teutonico(Aula Benedetto XVI, Via della Sagrestia 17, accesso da Piazza del Sant’Uffizio). Interverranno, fra gli altri, Mons. Renzo Pegoraro (Cancelliere Pontificia Accademia per la Vita), Stefania Gori (Presidente nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria), Fabrizio Nicolis (Presidente Fondazione AIOM) e Roberto Messina (Presidente Senior Italia FederAnziani).

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Malattia di Fabry: diagnosi e cura

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 luglio 2018

Dare ai pazienti in trattamento con la ERT la possibilità di effettuare la terapia domiciliare in alternativa alla somministrazione in ospedale in ogni regione italiana e inserire nel panel dello Screening Neonatale Esteso la malattia di Fabry e le Lisosomiali. Ha esposto le sue priorità AIAF Onlus, l’Associazione Italiana Anderson-Fabry (www.aiaf-onlus.org) nel corso dell’”Excellence Meeting I AM FABRY – Accademia Malattia di Fabry”, che si è svolto a Napoli.
Ad aprire il convegno proprio Stefania Tobaldini, presidente di Aiaf, invitata per dare voce ai pazienti. Nel suo intervento “Cosa si aspetta dal Sistema Sanitario un paziente affetto da malattia rara nel 2018”, ha fatto il punto sui progetti e gli obiettivi dell’associazione di fronte ad una platea di 250 medici provenienti da tutta Italia.
Nel corso del suo intervento Stefania Tobaldini ha evidenziato le diverse problematiche vissute dal paziente Fabry fin dal momento in cui si trova a dover affrontare i primi sintomi: i numerosi consulti medici (a partire dal medico di medicina generale o pediatra di libera scelta fino alle visite specialistiche, cui spesso viene indirizzato anche senza un corretto sospetto diagnostico), i troppi anni vissuti alla ricerca di una diagnosi corretta, con un impatto pesante sulla famiglia sia sotto l’aspetto economico che dal punto di vista della qualità di vita, ma anche la difficoltà nel comprendere la diagnosi di ‘malattia rara’, specie se questa viene comunicata in modo frettoloso. “Oggi i pazienti sono molto esigenti, vogliono essere parte attiva e si informano sul web, ma purtroppo in Internet non sempre si trovano informazioni corrette – ha spiegato la Tobaldini – E’ quindi molto importante che si instauri un buon rapporto tra medico e paziente, e che la visita di monitoraggio periodica venga programmata con regolarità e possa diventare anche un momento per confrontarsi ed instaurare un clima di fiducia”. Un problema, inoltre, le disparità regionali nella domiciliazione delle terapie, le difficoltà nel gestire le assenze dal lavoro per la gestione della malattia e delle terapie a causa dell’assenza di tutele specifiche e il mancato riconoscimento di invalidità da pare delle commissioni INPS. Tutto questo aggravato dall’assenza di un supporto psicologico strutturato lungo tutto il percorso del paziente.
Su molti di questi temi il Consiglio Direttivo di Aiaf sta lavorando con progetti ad hoc.
La Malattia di Anderson-Fabry è una patologia genetica rara, caratterizzata da un accumulo di particolari grassi in varie cellule dell’organismo. Colpisce soprattutto i reni, il sistema nervoso e l’apparato cardiocircolatorio e l’aspettativa di vita è fino a 30 anni in meno rispetto al resto della popolazione. Si calcola che siano circa 60 i nuovi casi ogni anno in Italia, per un totale di 700 pazienti che convivono con questa patologia, ma si tratta di un numero ampiamente sottostimato.

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Over 60 patologie non diagnosticate

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 maggio 2018

Gli over 60 sono poco attenti alla prevenzione e si sottopongono di rado o addirittura mai a screening e indagini diagnostiche per le principali patologie che li riguardano, mentre i dati epidemiologici real life rivelano una preoccupante estensione del sommerso per diverse patologie croniche e non solo. E’ quanto emerge dalle recenti indagini condotte da Senior Italia FederAnziani sulla popolazione over 60 all’interno dei Centri Sociali Anziani della sua rete.
Il 60,6% degli over 60 non ha mai eseguito una spirometria, il 16,8% non effettua mai controlli dal cardiologo, il 46,2% dei rispondenti non ha mai eseguito il rilevamento del sangue occulto nelle feci, il 56% dei rispondenti non ha mai eseguito esami per valutare la densità ossea, il 76,8% non ha mai seguito un controllo della saturazione dell’ossigeno, il 79,2% non ha mai eseguito una emogasanalisi arteriosa. Il 40,8% non si sottopone mai a controlli dell’udito, l’8,2% non fa mai controlli alla vista, il 13,6% non fa mai il test del PSA nel sangue. Non è trascurabile la quota di 50-69enni che non si è mai sottoposta a una mammografia a scopo preventivo o lo ha fatto in modo non ottimale: 11 donne su 100 non hanno mai fatto prevenzione e altre 16 su 100 riferiscono di essersi sottoposte alla mammografia da oltre due anni.Questi alcuni dei dati emersi da un’indagine condotta da Senior Italia FederAnziani su un campione di 6.000 over 60 per misurarne lo stato di salute ma anche l’approccio verso la prevenzione. A tali dati si affiancano quelli “Real Life” sulle patologie non diagnosticate che rivelano come la scarsa attenzione alla prevenzione e alla diagnosi precoce generi un preoccupante dilagare di patologie sommerse nella popolazione over 60.Senior Italia FederAnziani ha effettuato un test pilota su un campione di oltre 6.000 anziani, per un periodo di 145 giorni, somministrando diversi esami diagnostici: misurazione della pressione, elettrocardiogramma, spirometria, saturimetria, dermatoscopia, OCT. Dalle rilevazioni della pressione è emerso che il 44% degli ipertesi non sono ben trattati pur assumendo 1 o più farmaci, avendo valori pressori non regolari malgrado la terapia. Dall’esecuzione dell’elettrocardiogramma sono emerse alterazioni significative per il 31,3% degli uomini e il 13,4% delle donne e alterazioni minime per il 34,3% degli uomini e il 20,9% delle donne. Nel 6,8% dei soggetti sottoposti a 3 o più rilevazioni elettrocardiografiche è stata rilevata una fibrillazione atriale che precedentemente non era stata diagnosticata. Sulle 2997 spirometrie effettuate si sono registrate il 20,3% di ostruzioni lievi/moderate, mentre il 15,1% ha valori di ossigenazione del sangue inferiori a 95. A seguito dell’esecuzione di dermatoscopie su 201 soggetti è emerso che il 58% delle persone sottoposte all’esame dovrà effettuare una laser terapia, il 12,1% una biopsia, il 23,3% sottoporsi a un intervento chirurgico, il 6,5% dei soggetti è compatibile con la cheratosi attinica. Senior Italia, infine, ha intercettato 13 casi di cancro alla mammella. La maggior parte di coloro che effettuano gli screening ne viene a conoscenza tramite una lettera della Asl. Di coloro che non effettuano screening, Senior Italia ha convinto 256 soggetti a sottoporsi all’esame, aiutando a prevenire 13 casi di cancro alla mammella (follow-up telefonico).Da qui l’impegno di Senior Italia FederAnziani attraverso “Punto Insieme Sanità” per definire i percorsi ottimali di prevenzione delle patologie più comuni nella terza età attraverso un lavoro che coinvolge le società scientifiche, i medici di medicina generale, gli infermieri, i farmacisti e gli stessi pazienti.I protagonisti del comparto sanitario, riuniti in due giorni di lavoro a Roma, presso il Rome Marriott Park Hotel, in Commissioni Tecniche dedicate alle diverse aree patologiche, individueranno le misure idonee per la prevenzione e la diagnosi precoce che ciascun paziente o soggetto in età avanzata dovrà adottare alfine di tutelare al meglio la propria salute. I risultati dei lavori nelle 13 aree saranno presentati alla presenza delle istituzioni, rappresentate dai Direttori Generali del Ministero della Salute Marcella Marletta (Dispositivi Medici e Servizio Farmaceutico) e Claudio d’Amario (Prevenzione), dal Presidente dell’AIFA Stefano Vella, in rappresentanza anche del National Center for Global Health dell’Istituto Superiore di Sanità.“L’obiettivo ultimo di questo lavoro condiviso tra tutti gli attori della sanità – spiega il Presidente di Senior Italia Roberto Messina – è contribuire alla costruzione di una concreta cultura della prevenzione, attraverso l’indicazione agli anziani dei passi da compiere per identificare precocemente le malattie o le condizioni di particolare rischio che devono essere seguite da un immediato intervento terapeutico efficace, in modo da potersi curare al meglio, vivendo più a lungo e in salute e facendo risparmiare il Servizio Sanitario Nazionale”.

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Nuove diagnosi per l’Alzheimer

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 marzo 2018

Brescia. I giovani ricercatori dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia stanno studiando cosa succede quando avviene una stimolazione elettromagnetica transcranica nel malato di Alzheimer e un progetto italiano appena approvato (costo: 450mila euro) aggiungerà nuovi tasselli di conoscenza: in pratica, sarà validata una nuova metodica diagnostica non invasiva di questa forma di demenza, che potrebbe sostituire quelle più invasive attualmente impiegate. L’Irccs si è aggiudicato un bando per stabilire il potenziale diagnostico di misure funzionali delle connessioni cerebrali ottenute dalla combinazione della stimolazione magnetica transcranica con l’elettroencefalografia nella demenza di Alzheimer a esordio tardivo e in quella, più rara, ad esordio precoce. Si tratta di una metodica studiata in pochissimi centri nel mondo. Questo lavoro sarà svolto in collaborazione con l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, con l’impiego di almeno 3 giovani ricercatori. «Il principale vantaggio di questo approccio è la possibilità di ottenere una valutazione della connettività nel singolo paziente, oltre alla non invasività della tecnica e al basso costo» osserva la coordinatrice Marta Bortoletto. Questo progetto si tradurrà in un nuovo strumento per aiutare la diagnosi, anche nelle prime fasi della malattia di Alzheimer e per varianti atipiche, e per monitorare la progressione della malattia e l’effetto dei trattamenti. «Pertanto, avrà un impatto diretto sulla ricerca clinica con una potenziale estensione di applicazione ad altre forme di demenza e altre sindromi di disconnessione» sottolinea la Bortoletto.

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A Chieti la Pet cerebrale per la diagnosi precoce della malattia di Alzheimer

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 dicembre 2017

alzheimer-cervelloLa diagnosi precoce della malattia di Alzheimer? Si può fare. Anche a Chieti. A renderlo possibile è un esame di Medicina nucleare denominato Pet cerebrale con traccianti per l’amiloide. Nei giorni scorsi al “SS. Annunziata” è stato eseguito il primo esame su un paziente con sospetta malattia allo stadio iniziale.«Si tratta di una nuova indagine diagnostica – spiega Gianluigi Martino, direttore della Medicina nucleare – in grado di individuare precocemente l’accumulo cerebrale di beta-amiloide, una proteina implicata nella genesi dell’Alzheimer. Tale metodica viene viene eseguita con una Pet Tac, tecnologia di nuova generazione, dopo avere somministrato al paziente uno specifico radiofarmaco, il 18F-Flutemetanolo. E’ un esame di semplice esecuzione, non necessita di alcuna preparazione preventiva ed è garantito dal Servizio sanitario nazionale».L’indicazione al ricorso alla nuova Pet cerebrale deve però scaturire da un’attenta valutazione neurologica del paziente, e a tal proposito è fondamentale la collaborazione con la Clinica neurologica di Chieti e con gli specialisti dei presidi ospedalieri della Asl Lanciano Vasto Chieti e del territorio.L’aspetto più importante della nuova metodica è nel fatto che sarà utilizzata soprattutto con pazienti in fascia di età compresa tra 50 e 60 anni, che possono segnalare disturbi, anche lievi, di tipo cognitivo e che potrebbero essere interpretati come sintomi della malattia di Alzheimer. La Pet cerebrale, dunque, diventa essenziale al fine di chiarire un quadro clinico ed escludere che possa trattarsi di tale patologia, che non è scontata quando si verificano problemi di memoria o difficoltà nel linguaggio. Il test, dunque, assume un valore predittivo assai importante specie quando è negativo, perché esclude in modo chiaro e definitivo la malattia di Alzheimer. Nel caso in cui venga diagnosticata, invece, il paziente potrà ritardarne gli effetti seguendo uno stile di vita adeguato e limitare i disagi con l’aiuto di famigliari opportunamente preparati.

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XIX Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 ottobre 2017

tumore metastaticoRoma 27-29 ottobre 2017 Marriott Park Hotel (Via Colonnello Tommaso Masala 54) il più importante appuntamento scientifico di aggiornamento e confronto che riunisce circa 3.000 specialisti per fare il punto sulla lotta ai tumori. Si stima che nel 2017 nel nostro Paese verranno diagnosticati 369.000 nuovi casi di cancro, ma le possibilità di guarigione sono in crescita. Sono decisivi i passi in avanti sul fronte delle terapie, anche se molto resta ancora da fare nel campo della prevenzione.
Come nei più importanti congressi internazionali, nelle conferenze stampa ufficiali, che si svolgeranno in sede congressuale, saranno trattati diversi temi:
venerdì 27 ottobre
Alle 13 conferenza stampa sul “Patto contro il cancro”. Per la prima volta in Italia nel 2016 è stato istituito un Fondo per i farmaci oncologici innovativi, pari a 500 milioni di euro. Gli oncologi chiedono che venga previsto anche per il 2018 un adeguato Fondo Nazionale per queste terapie, da finanziare con l’aumento del prezzo delle sigarette.
Alle 13.30 conferenza stampa sul tumore del seno. Quante sono le Brest Unit oggi in Italia? Quante soddisfano i requisiti minimi? Sarà presentata la proposta dell’AIOM per garantire alle donne colpite da questa patologia l’accesso in tutto il territorio ai centri di riferimento.
sabato 28 ottobre
tumore metastatico2Alle 13, conferenza stampa sul tumore dell’ovaio. Si tratta di una patologia complessa, che colpisce nel profondo l’intimità femminile. Oggi nuove armi permettono di controllare la malattia anche in fase avanzata.
Alle 13.30 conferenza stampa sui costi standard in oncologia. La scelta del tipo di costo standard è fondamentale per definire le modalità di finanziamento dei reparti di Oncologia. Come vengono calcolati oggi i costi standard? E quali dovrebbero essere i criteri corretti? Una ricerca condotta da AIOM, Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (CIPOMO), dal N.I.San. (Network Italiano Sanitario per la condivisione dei costi standard) e dallo Studio Pasdera cambia i parametri di riferimento.
domenica 29 ottobre
Alle 11.45 conferenza stampa sul tumore del rene. Nel nostro Paese vivono circa 130mila persone dopo la diagnosi di questa neoplasia. La sopravvivenza a 5 anni raggiunge il 71%, grazie alla diagnosi precoce e a terapie sempre più efficaci. E quasi il 60% dei pazienti scopre “per caso” la malattia in seguito a controlli eseguiti per altri motivi. Saranno presentati i risultati della prima fase della campagna di sensibilizzazione della società scientifica su questa patologia rivolta ai pazienti e ai cittadini.
Alle 12.15 conferenza stampa sul tumore della prostata. È la neoplasia più frequente fra gli uomini, in fase avanzata determina nel 90% dei casi metastasi ossee. In questi pazienti il dolore più essere debilitante a tal punto da impedire i gesti più semplici. Sarà presentata una ricerca della Fondazione ISTUD che ripercorre il ‘viaggio nelle cure’ delle persone con carcinoma prostatico in fase metastatica.

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