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Posts Tagged ‘diagnostici’

Test diagnostici per Covid-19: procedure

Posted by fidest press agency su sabato, 26 dicembre 2020

Quali test per il Covid-19 ci sono oggi a disposizione, quali sono le procedure corrette per la registrazione del paziente e per l’esecuzione del test, come si indossano correttamente i dispositivi di sicurezza e quali si possono eseguire in farmacia in locali deputati: sono gli argomenti trattati nel webinar “Covid-19 e test diagnostici aspetti scientifici, regolatori e operativi” organizzato da Fofi e Fondazione Cannavò, in collaborazione con Federfarma, con il patrocinio dell’istituto Superiore di Sanità e il supporto di Edra, disponibile sul sito http://www.fondazionefc.it/articolo.php?id=276 e che diverrà un Ecm Fad all’inizio del 2021.A illustrare le differenze tra i vari tipi di test è la dottoressa Paola Stefanelli, direttrice Reparto Malattie Prevenibili da Vaccini, Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità: “Ciascun test disponibile va utilizzato in modo opportuno: esiste una finestra temporale precedente ai sintomi, in cui il virus si riproduce e determina la carica virale: in questo periodo la proteina è disponibile se ricercata come tale, ma non se si cercano gli anticorpi: IgM e IgG compaiono in contemporanea e gli IgG perdurano nel tempo. Sono anticorpi anti-spike che si mantengono anche per mesi”. I test per la diagnosi di Covid-19 (sierologici e tamponi rapidi) possono essere svolti in farmacia e in alcuni casi a domicilio secondo quanto stabilito dalle diverse Regioni soltanto da personale sanitario opportunamente formato. Possono essere eseguiti nei locali della farmacia, ma solo se dotati di entrata e uscita separate e con adeguata ventilazione, in locali adiacenti alla farmacia, in strutture esterne alla farmacia (come gazebo o tensostrutture) o in alternativa nei locali della farmacia durante l’orario di chiusura al pubblico. In genere è prevista la prenotazione tramite mail o telefonica. Alcune Regioni già hanno autorizzato l’esecuzione dei test sierologici su sangue capillare e quelli antigenici rapidi; la partecipazione, a oggi, delle farmacie, è su base volontaria. Per quanto riguarda gli aspetti regolatori l’approfondimento è tenuto da Marcella Marletta, Esperta di sanità pubblica, farmaci e dispositivi medici, Docente Università San Raffaele: “La normativa di riferimento che disciplina i dispositivi diagnostici per Covid-19 è la Direttiva 98/79/CE recepita dal DL n 332 dell’8 settembre 2000. Ai sensi di questa normativa, il fabbricante, cui spetta la responsabilità della marcatura CE del dispositivo, deve assicurare che i prodotti da immettere sul mercato comunitario rispettino i requisiti essenziali di sicurezza ed efficacia. Nei casi di dispositivi a uso professionale la normativa di riferimento è la MEDDEV 2.14/3 IVD Guidances”. Nel webinar sono contenuti anche due video tutorial: uno per la vestizione e svestizione dei DPPI realizzato dall’Istituto per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani e rivolto agli operatori e un video tutorial realizzato da Alfredo Procaccini, vice- presidente di Federfarma, sulle modalità operative per tamponi rapidi e test sierologici nelle farmacie della Regione Lazio.

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Covid-19, test diagnostici in farmacia

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 dicembre 2020

Può essere seguito in locale dedicato, oppure locali esterni alla farmacia o una struttura esterna alla farmacia, o in alcuni casi a domicilio: queste le possibilità attivate in alcune Regioni per l’esecuzione dei test diagnostici per il Covid-19 in farmacia. Numerose Regioni, infatti, accogliendo le sollecitazioni da parte delle Autorità sanitarie nazionali, hanno adottato appositi provvedimenti che coinvolgono le farmacie di comunità in alcune attività di accertamento diagnostico e ne hanno disciplinano le modalità operative. I test a disposizione, le intere procedure corrette per la registrazione del paziente, l’esecuzione del test, i dispositivi di sicurezza per personale e pazienti, sono state illustrate nel webinar “Covid-19 e test diagnostici aspetti scientifici, regolatori e operativi” organizzato da Fondazione Cannavò, Fofi, in collaborazione con Federfarma, con il patrocinio dell’istituto Superiore di Sanità e il supporto di Edra. Un seminario online che sarà disponibile, a breve, anche sui siti delle associazioni che lo hanno organizzato e che sarà trasformato all’inizio del 2021 in un corso Ecm Fad. «I test diagnostici per il Covid-19, seppure in teoria facciano parte della farmacia dei servizi, non rientrano nel DM 2010 tra quelli in autodiagnosi, quindi non è possibile attivare il servizio in modo autonomo, ma solo a seguito di un provvedimento regionale o nazionale» ha spiegato Antonio Mastroianni, già Direttore Generale Fofi. Alcune Regioni già hanno autorizzato l’esecuzione dei test sierologici su sangue capillare e quelli antigienici rapidi: la partecipazione da parte delle farmacie rimane su base volontaria. «Si auspica a breve un coordinamento nazionale». Il ruolo dei test eseguiti in farmacia rientra nella necessità di una diagnosi rapida dell’infezione da Sars-Cov-2 per evitarne l’ulteriore diffusione attraverso il contenimento dei soggetti positivi e una efficace attività di contact tracing. Ma quali sono e in che cosa si differenziano i diversi test diagnostici per Covid-19? «Sono stati messi a punto in un arco temporale molto breve e hanno alla base la ricercare della proteina caratteristica del virus, la cosiddetta ‘spike’, una proteina a uncino che permette al virus di entrare nel cellule umane» ha spiegato Paola Stefanelli, direttrice Reparto Malattie Prevenibili da Vaccini, Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità «ciascun test disponibile va utilizzato tenendo in considerazione le finestre di opportunità in termini di efficacia: esiste una finestra temporale precedente ai sintomi, in cui il virus si riproduce e determina la carica virale, in questo periodo la proteina è disponibile se ricercata come tale, ma non se si cercano gli anticorpi, che vengono prodotti sono circa una settimana» e, specifica Stefanelli, «gli anticorpi IgM e IgG compaiono in contemporanea e gli IgG perdurano nel tempo. Sono anticorpi anti-spike che si mantengono anche per mesi». Tutti i test diagnostici per il Covid-19 rientrano in tre grandi famiglie: il test molecolare, conosciuto come “tampone” molecolare che ricerca, attraverso un tampone naso-faringeo, dell’RNA virale con metodiche di biologia molecolare; i test antigenici rapidi, su tampone nasale o orofaringeo, che permettono di evidenziare rapidamente in 30-60 minuti, la presenza di componenti del virus (antigene); i test sierologici, che rilevano l’esposizione al virus, evidenziando la presenza di anticorpi contro il virus, ma non sono in grado di confermare un’infezione in atto. Il primo tra questi elencati, il test molecolare realtime PCR su tampone naso-faringeo, è a oggi il saggio di riferimento internazionale per sensibilità e specificità: ha alta sensibilità e specificità. Per quanto riguarda gli aspetti regolatori «la normativa di riferimento che disciplina i dispositivi diagnostici per Covid-19 è la Direttiva 98/79/CE recepita dal DL n 332 dell’8 settembre 2000» ha sottolineato Marcella Marletta, Esperta di sanità pubblica, farmaci e dispositivi medici, Docente Università San Raffaele. Ai sensi di questa normativa, il fabbricante, cui spetta la responsabilità della marcatura CE del dispositivo, deve assicurare che i prodotti da immettere sul mercato comunitario rispettino i requisiti essenziali di sicurezza ed efficacia. Nel casi di dispositivi a uso professionale la normativa di riferimento è la MEDDEV 2.14/3 IVD Guidances. Per quanto riguarda l’esecuzione dei test in farmacia, ad oggi deve essere seguito da personale sanitario opportunamente formato e addestrato, diverso dal farmacista. Per quanto riguarda i locali, possono essere eseguiti, nei locali della farmacia, ma solo se dotati di entrata e uscita separate e con adeguata ventilazione, in locali adiacenti alla farmacia con le stesse caratteristiche, in strutture esterne alla farmacia (come gazebo o tensostrutture) o in alternativa nei locali della farmacia durante l’orario di chiusura al pubblico. È necessario il rispetto della distanza e del divieto di assembramento, a tal proposito e raccomandata la prenotazione, via email o telefonica. Precise procedure di sicurezza per il personale e per il paziente sono contenute nelle linee guida regionali. By Chiara Romeo – Farmacista33

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Finanziamento di strumenti diagnostici per gli ambulatori dei medici di famiglia

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 novembre 2019

“Giudichiamo positivamente la proposta del Ministro della Salute Roberto Speranza sul finanziamento di strumenti diagnostici per gli ambulatori dei medici di famiglia. Consideriamo questa decisione un passo avanti verso la costituzione di un vero team delle cure primarie che sia in grado di effettuare una presa in carico avanzata e onnicomprensiva dei bisogni della popolazione italiana. Si tratta di una delle priorità nella riorganizzazione del nostro sistema sanitario ed è necessaria soprattutto per il sempre crescente numero di pazienti colpiti da patologie croniche”. E’ quanto dichiara il dott. Claudio Cricelli, Presidente Nazionale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG). “Abbiamo già configurato gli obiettivi della presa in carico che presenteremo in maniera estesa durante il prossimo congresso SIMG di fine novembre – aggiunge Cricelli -. A questo percorso si affianca la scuola di medicina pratica SIMG Lab che è avviata a livello nazionale. Con le sue 20 postazioni sarà attiva per l’intera durata del nostro congresso e abbiamo già avuto oltre 2.500 iscrizioni ai corsi diagnostici”. “La SIMG – prosegue il Presidente SIMG – ha configurato per la prima volta il pacchetto integrato diagnostico alla fine degli anni 80. Oggi offriamo, alla professione medica, l’opportunità di sviluppare un percorso integrato che risponda alle proposte del Ministro Speranza che sono in linea con le esigenze della popolazione di questo Paese”. “La nostra Società Scientifica si sta impegnando sempre più per migliorare la formazione e l’addestramento dei medici di famiglia sugli esami diagnostici che possono essere eseguiti direttamente nei nostri ambulatori – conclude Cricelli -. Da febbraio 2020 estenderemo programmi di formazione specifici a tutte le 124 sezioni periferiche della SIMG. Grazie anche alla collaborazione di altre associazioni della medicina generale offriremo un percorso completo, associato ad una offerta di servizi e di strumentazione diagnostica adeguata”.

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Consensus internazionale definisce criteri diagnostici per la Sensibilità al Glutine Non Celiaca

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 luglio 2015

glutineLa Sensibilità al Glutine Non Celiaca è una sindrome, distinta dalla celiachia, caratterizzata da sintomi multi-sistemici intestinali ed extra-intestinali, collegati alla reazione del nostro organismo ai cibi contenenti glutine. Secondo l’ultima revisione degli studi, dal punto di vista epidemiologico, si stima che sia più frequente della celiachia (1% della popolazione) e che colpisca soprattutto le donne, rispetto agli uomini. In generale, l’insorgenza dei sintomi appare dopo poche ore o giorni rispetto all’assunzione di glutine. Per quanto riguarda la terapia, la risposta degli esperti è che questa sia rappresentata da una dieta senza glutine, esattamente come nel caso della celiachia. Quello su cui attualmente non ci sono ancora certezze precise sono, invece, le modalità con cui la dieta dovrebbe essere seguita dai pazienti. Uno degli elementi che è apparso chiaro fin da subito, infatti, è che la SGNC può presentarsi in molti casi come una sindrome transitoria, che non rende necessario un regime di dieta senza glutine, particolarmente rigido e sicuramente non a vita, come è invece necessario per la celiachia. “La diagnosi della Sensibilità al Glutine Non Celiaca – spiega il Professor Carlo Catassi, Università Politecnica delle Marche e coordinatore del Comitato Scientifico del Dr. Schär Institute – non dovrebbe essere solo una diagnosi di esclusione. Esiste nel mondo scientifico e nella classe medica in generale, la precisa necessità di definire procedure standardizzate e comparabili, che possano guidare gli operatori della salute alla conferma dei casi di sospetta SGNC. Questo perché è sempre necessario avere una diagnosi chiara e certa, prima di avviare il paziente alla dieta senza glutine. Proprio per raggiungere un consenso su come la diagnosi di SGNC debba essere confermata, oltre 30 esperti si sono riuniti lo scorso 6 e 7 di ottobre del 2014 a Salerno, sotto l’egida del Dr. Schär Institute. Il risultato del nostro dibattito è stato pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nutrients con il titolo: “Diagnosis of Non-Celiac Gluten Sensitivity (NCGS): The Salerno Experts’ Criteria” Il nuovo protocollo diagnostico della SGNC: due fasi basate sull’EBM (Evidence Based Medicine) L’analisi e la comparazione di oltre 26 studi scientifici, che costituiscono le referenze del paper, hanno portato gli esperti a scrivere un protocollo diagnostico composto da 2 fasi, oltre alla semplice esclusione della celiachia e dell’allergia al grano tramite le analisi sierologiche:
1) Il riconoscimento certo, di un paziente davvero “responsivo” alla dieta senza glutine
2) La misurazione degli effetti della reintroduzione del glutine dopo un periodo di dieta gluten free
“Superata la necessaria esclusione di celiachia ed allergia al grano, si tratta quindi di avviare il paziente con sospetta Sensibilità al Glutine Non Celiaca verso un percorso in grado di testare le sue risposte e confermare la diagnosi – spiega il Dott. Luca Elli, responsabile del Centro per la Prevenzione e la Diagnosi della Malattia Celiachia del Policlinico di Milano e membro del Dr. Schär Institute – Per prima cosa, abbiamo quindi chiarito come per misurare i sintomi fosse necessaria una scala di valori condivisa, e l’abbiamo identificata in una versione leggermente modificata della “Gastrointestinal Symptom Rating Scale”, uno strumento costruito sulla base dell’esperienza clinica. Quindi, settata la base di partenza, abbiamo potuto porre le basi per chiarire chi sono i pazienti che, veramente, rispondono in modo positivo alla dieta senza glutine, sottoponendoli attraverso un tale regime controllato per 6 settimane. Se al termine del percorso il paziente dimostra una diminuzione dei suoi sintomi con un punteggio, pari o maggiore al 30% dei valori dichiarati in partenza, questo per noi è un paziente che ha altissime probabilità di essere affetto da sensibilità al glutine non celiaca.”Per fugare definitivamente i dubbi della comunità scientifica circa il reale peso dell’effetto placebo nel risolvere i disturbi dei pazienti con sensibilità al glutine, gli esperti hanno impostato un protocollo diagnostico tra i più rigorosi: il Double-Blind Placebo-Controlled Challenge con crossover. Questo modello consiste nel sottoporre i pazienti che hanno superato il primo step ad un periodo di somministrazione giornaliera per una settimana di una capsula che può contenere alternativamente 8 g di glutine oppure una sostanza inerte (placebo). Nessuno, né i medici, né i pazienti, sanno quali capsule stanno somministrando e assumendo, da ciò la definizione di “doppio cieco”. Alla fine del periodo-test, l’apertura dei codici e dei risultati darà la più che ragionevole certezza scientifica della diagnosi di sensibilità al glutine non celiaca.

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Boom per i test diagnostici in vitro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 novembre 2014

test diagnosticoNonostante le sfide economiche e industriali, il mercato globale dei dispositivi medico-diagnostici in vitro (IVD) sta crescendo con forza – ad un tasso doppio rispetto al settore farmaceutico globale. Il mercato resterà vivace poiché il recente successo della diagnostica complementare e della medicina personalizzata, che permettono un risparmio sui costi, favorisce l’adozione di diversi test in vitro e apre nuove opportunità di espandere i test disponibili. Sebbene i mercati di USA ed Europa continuino ad essere importanti, il loro rallentamento richiede di guardare al mercato globale. Di conseguenza, la regione Asia-Pacifico sta diventando una destinazione redditizia per i produttori di IVD. Una nuova analisi di Frost & Sullivan, intitolata “Analysis of the Global In Vitro Diagnostics Market”, rileva che il mercato ha prodotto entrate per 47,27 miliardi di dollari nel 2013 e stima che questa cifra raggiungerà quota 62,63 miliardi di dollari nel 2017. Lo studio riguarda immunochimica, automonitoraggio della glicemia (SMBG), analisi point-of-care (POCT), diagnostica molecolare, ematologia, microbiologia clinica, emostasi e diagnostica dei tessuti. “L’ampio potenziale di applicazione e la tendenza al ribasso dei prezzi, possibile grazie all’integrazione con la microfluidica, alimentano la crescita a lungo termine del segmento dei test point-of-care (POCT). Nonostante l’incertezza del mercato, anche il segmento relativo all’ematologia sta guadagnando terreno grazie al lancio di nuovi prodotti, al sostegno derivante dalla base installata esistente e alle esigenze dei mercati emergenti, – afferma Divyaa Ravishankar, analista di Frost & Sullivan. – Oltre a questi segmenti, è promettente anche quello della diagnostica molecolare, grazie alla continua domanda da parte dei mercati sviluppati di USA ed Europa.” Tuttavia, i bassi rimborsi della sanità pubblica per i prodotti per l’automonitoraggio della glicemia negli Stati Uniti e in Europa hanno un impatto negativo sullo sviluppo di questo segmento. Le aziende produttrici di IVD si stanno rivolgendo ai mercati emergenti per compensare la diminuzione del passo del mercato nei paesi sviluppati. Poiché la pressione dei prezzi e la concorrenza sempre più intensa caratterizzano i mercati emergenti, i produttori di IVD devono operare strategicamente in questi territori. Inoltre, i budget già ridotti dei laboratori, la carenza di personale e il minor numero di visite mediche effettuate da coloro che hanno perso l’assicurazione sanitaria fornita dall’azienda ostacolano la vendita di test diagnostici in vitro a livello globale. La connettività insufficiente nelle strutture sanitarie limita la capacità di erogare test diagnostici, creando ulteriori difficoltà al mercato. “Ciò nonostante, e poiché i test diagnostici vanno verso la semplicità e la decentralizzazione, la domanda crescerà, – osserva Ravishankar. – Tutto ciò non solo incoraggerà l’ingresso nel mercato della diagnostica molecolare tramite acquisizioni, ma aumenterà anche la diffusione di biomarcatori che possono essere testati al livello del point-of-care.” Gli operatori del mercato devono impiegare diverse strategie, piuttosto che fare affidamento su un portfolio completo di prodotti, per espandere il proprio business. Si prevede che le strategie adottate saranno:
· Investire nel sequenziamento di prossima generazione (NGS)
· Rafforzare il portfolio di prodotti in un’area specifica
· Entrare nei mercati emergenti stringendo alleanze con le aziende locali
· Acquisire un laboratorio certificato CLIA (Clinical Laboratory Improvement Amendments) per commercializzare rapidamente nuovi test diagnostici
· Licenziare a terzi piattaforme tecnologiche proprietarie o avviare collaborazioni con importanti istituti di ricerca
· Integrare i big data nello sviluppo dei prodotti e aumentare la connettività dei dispositivi
· Offrire macchine personalizzate e semplificate per migliorare l’accesso e lo sviluppo clinico
Lo studio “Analysis of the Global In Vitro Diagnostics Market” fa parte del programma Life Sciences Growth Partnership Service. Altri studi di Frost & Sullivan collegati a questo argomento sono: “US Hematology Diagnostics Market”, “US Next-generation Sequencing Market”, “Global Next-generation Sequencing Market”, “European Next Generation Sequencing Markets”, “Analysis of the Global Tissue Diagnostics Market” e la ricerca di prossima pubblicazione “US Immunochemistry Market”. Tutte le analisi comprese nel servizio in abbonamento forniscono dettagliate opportunità di mercato e tendenze del settore, valutate in seguito ad esaurienti colloqui con gli operatori del mercato.

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“Oncologia e malattie cardiovascolari”

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 giugno 2010

Fiera di Verona, fino al 15 giugno 2010. Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di mortalità e morbilità. L’arma vincente per combatterle è la prevenzione primaria (stili di vita) e secondaria (screening) . Se ne è parlato in occasione di un’intera sessione del Congresso del la Società Italiana di Radiologia Medica (SIRM)  in corso a Verona, dove oggi è stato anticipato il testo finale del Programma nazionale triennale per l’utilizzo della diagnostica per immagini nella prevenzione delle  malattie cardiovascolari (2011-2013) che verrà presentato a fine giugno al Ministro della Salute e dovrà poi essere negoziato nella conferenza Stato-Regioni.   <Il piano triennale prevede l’esecuzione di esami diagnostici  di primo livello (ecografia, ecocolordoppler)   per la prevenzione di patologie cardiache (coronaropatie), eventi cerebrovascolari, patologia aortica (aneurismi), patologia delle arterie viscerali (arterie renali), vasculopatie degli arti inferiori (piede diabetico)> anticipa il professor Giovanni Simonetti, direttore del Dipartimento di Diagnostica per Immagini, Imaging molecolare, Radiologia interventistica e Radioterapia del Policlinico Tor Vergata di Roma e coordinatore del Gruppo di lavoro “Oncologia e Malattie cardiovascolari” del Ministero della Salute. <I soggetti che verranno coinvolti in questo programma devono essere asintomatici, con uno o più fattori di rischio, come è previsto negli screening di prevenzione secondaria:  età  (superiore a 50 anni) , familiarità, ipertensione,  iperglicemia, obesità, diabete. Queste persone saranno sensibilizzate ad effettuare periodicamente esami come ecografia, ecocolordoppler.  In presenza di calcificazioni a rischio,  si ricorre alla diagnostica per immagini che caratterizza meglio la placca per valutare, non solo il grado di restringimento dell’arteria, ma definire la composizione della placca, vedere cioè se è stabile o instabile.  In questi casi si ricorre alla TC volumetrica o multistrato, che consente un’immagine ad almeno 64 strati: nel caso delle carotidi si effettua un’angioTC carotidea;  per le coronarie e il cuore, una cardioTC volumetrica cardiaca. Così facendo si vedono le coronarie, senza dover ricorrere a metodologie invasive come la coronarografia. In precedenza, nel soggetto asintomatico, in funzione delle classi  a rischio, veniva infatti effettuata  la coronarografia, un esame che prevede  l’inserimento di un catetere nell’arteria femorale fino al cuore.  L’ esame è stato valutato nel Progetto Cuore, promosso dall’Istituto Superiore di Sanità nel 2006. Il risultato ottenuto ha confermato che il 50% di queste coronarografie, nel paziente asintomatico, sono negative. In questo caso verrebbe confermato l’utilizzo, al posto della più invasiva coronarografia, della cardioTC volumetrica che richiede tuttavia un’adeguata preparazione degli operatori come previsto nel nuovo Piano Triennale.

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Specializzazione non giustifica errori diagnostici

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 maggio 2010

Il medico di Pronto Soccorso nell’intento di giustificare il proprio operato affermava che pur essendo specialista in pneumologia (“e quindi di una branca per nulla affine a quelle che interessavano la persona offesa …”), aveva visitato la paziente una prima volta, “in assenza di segni oggettivi”, e una seconda volta; aveva fatto eseguire una TAC, con esito negativo, ed aveva fatto trasferire la paziente al più vicino ed attrezzato nosocomio. Hanno sostenuto i giudici che, se sin dall’inizio i segni sintomatici erano del tutto inequivocabilmente indicativi della reale patologia dalla quale era stata attinta la paziente, nulla di comprensibile e giustificabile poteva aver legittimato il medico di Ps a formulare una diagnosi di “nevrosi d’ansia” (la prima volta) e di “psicosi acuta” (la seconda volta), tanto sostanziando la colpa addebitatagli. Né vale addurre a contrario, la prospettazione del sanitario di essere specialista in pneumologia: tale specializzazione non lo abilitava di certo a svolgere il suo lavoro di pronto soccorso esclusivamente nei confronti di pazienti con patologie riconducibili solo a tale area specialistica; egli assumeva, nei confronti di tutti i pazienti sottoposti alle sue cure, una piena posizione di garanzia, versando in colpa (quanto meno colpa per assunzione) nell’omettere di svolgere appieno i suoi compiti e nel diagnosticare (in un primo tempo) una ingiustificata diagnosi di “nevrosi d’ansia”, con la conseguente prescrizione di un farmaco ad hoc e nel confermare (in secondo tempo) la patologia psichica con diagnosi di “psicosi acuta”. La corretta diagnosi, nel caso specifico, veniva considerata comune appannaggio di ogni esercente l’attività medica, secondo le più comuni e generalizzate leges artis. (Avv. Ennio Grassini – http://www.dirittosanitario.net)

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