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Ratzinger e Bergoglio, c’è continuità?

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 marzo 2018

La diatriba che si sta svolgendo in Vaticano in questi giorni, coinvolge, ancora una volta, la pretesa continuità tra il pontificato di Ratzinger-Benedetto XVI e l’attuale di Bergoglio Papa Francesco.Il pontificato di Ratzinger, concluso con le dimissioni, meriterebbe di transitare velocemente dalle pagine di una storia minima al Limbo del dimenticatoio. Grande è lo sforzo che Papa Francesco sta compiendo per riportare la Chiesa di Roma nell’alveo di un umanesimo che si sarebbe voluto superare con un neo illuminismo di stampo pangermanico, come se non bastasse il pangermanesimo dei governi tedeschi.Il più importante elemento di discontinuità tra i due pontificati, sta nell’analisi e nella prassi dettata dal Concilio ecumenico Vaticano II.Nella visione che fu di Benedetto XVI, il Concilio andrebbe riletto secondo una visione storicistica. Saremmo, quindi, vissuti nell’errore. Per oltre 40 anni, da quando nel dicembre del 1965 Papa Paolo VI chiuse il Concilio Vaticano II, i fedeli, i teologi, i padri della chiesa, avrebbero interpretato in maniera erronea il Concilio stesso. Si sarebbero perfino divisi tra conservatori e progressisti per una disputa che non aveva ragion d’essere. Il Concilio, secondo l’interpretazione di papa Ratzinger, espressa nel corso di una Curia romana, non fu rottura, non fu cambiamento, al massimo, si potrebbe parlare di “riforma”.E’ interessante che un sacerdote tedesco scelga proprio il termina “riforma” con tutto un ventaglio di sinonimi disponibili. Non può essere un caso. Per “riforma” si è sempre inteso un cambiamento radicale, mentre Ratzinger attribuisce al termine il significato di conservazione sostanziale dell’esistente, mentre il popolo della Fede vide nel Concilio un momento di svolta e di forte cambiamento all’interno della Chiesa. Il mondo cattolico e non si era diviso sull’opportunità di quel cambiamento, oggi sostenuto da Bergolio, ma, sul fatto che il Concilio fosse stato una svolta, non vi erano dubbi. La chiesa di Roma subì anche un piccolo scisma intorno all’ultraconservatore francese Marcel Lefebvre che fu per questo scomunicato da Paolo VI.
Il Concilio Vaticano II fu un evento così trascendente per il mondo cattolico che donò perfino un italianismo con il significato incontrovertibile: “aggiornamento”. Ratzinger scoprì che non ci fu nessun aggiornamento, inteso come un processo di stare al passo con i tempi: attenzione privilegiata ai poveri, rinnovamento nella dottrina, riti celebrati nelle lingue nazionali, questi furono i caratteri più evidenti di quell’evento voluto da Giovanni XXIII e portato a termine dal suo successore Giovan Battista Montini.Per la prima volta la chiesa era “particolarmente dei poveri” come affermò ripetutamente Giovanni XXIII. E solo così la Chiesa che era stata di Pio IX, del Sillabo e delle scomuniche, erede dell’Inquisizione, uscì dal Medioevo. Il “segno dei tempi” affermò nuovi ruoli per molte categorie trascurate, come il ruolo delle donne nella Chiesa, i poveri, i lavoratori e gli operai.Ratzinger, allora cardinale, fornì la sua interpretazione con l’autorevolezza del ruolo che ricopriva:con il Concilio non ci sarebbe stato nalcun rinnovamento e meno che mai rottura con il passato dai retaggi medievali. Ratzinger non lo dice, ma è evidente che considerava Roncalli in errore, e in errore anche Montini. Presso talune gerarchie vicine a Ratzinger, la ventata innovativa piacque poco ma il “segno dei tempi” prevalse.La ripresa della polemica, alimentata dal “Papa emerito” e da taluni cardinali nominati da Benedetto XVI, non è altro che un attacco a Bergoglio, considerato, ancora oggi, come un usurpatore del trono di Pietro che sarebbe dovuto andare al card. Scola, secondo i disegni della Cei, ne è la riprova il messaggio augurale che dalla CEI partì, appena vista la “fumata bianca”, diretto al card. Scola, senza attendere i tempi tecnici della ufficializzazione dell’”habemus papam”; errore di analisi di quei tempi tecnici per la proclamazione, che confermò l’ipotesi di anomalo tentativo di intervento rivolto verso alcuni cardinali del Conclave, da parte della CEI, andato a male e ancor più malamente ricomposto con un (deluso) successivo messaggio inviato a Bergolio. (Rosario Amico Roxas)

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Editoriale: La politica nell’Italia del declino

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 novembre 2010

Primo Mastrantoni segretario dell’associazione consumatori dell’Aduc ci parla in queste ore dell’Italia del declino. Noi vorremmo, per non doverci ripetere, limitarci ad una riflessione politica. Da tre mesi e forse più noi ci siamo bloccati sulla diatriba tra Berlusconi e Fini. Per tre mesi non hanno parlato nell’interesse del paese ma hanno riempito le cronache rosa, gialle e nere dei loro problemi personali. Ora si continua la mielina lanciando fumate di guerra dove i buoni del senato saranno premiati non facendo sciogliere l’assemblea e i cattivi, quelli della camera, saranno puniti indicendo nuove elezioni. Da questo quadro, davvero sconsolante, emerge una lotta di potere e una frenesia successoria che va oltre la decenza. Se non altro per rispetto di chi lavora o di chi è disoccupato, di chi è precario e delle imprese lasciate languire nella incapacità della politica di dare un indirizzo costruttivo al sistema. Si dice che Tremonti ha lavorato bene. Vogliamo prenderci in giro? Accomodiamoci pure ma dobbiamo in ogni caso sapere che la ricetta del nostro ministro delle Finanze è di quelle che portano più danni che benefici: i nostri conti pubblici sono aumentati, le tasse non sono diminuite, gli sprechi sono cresciuti, le spese parassitarie sono lievitate. In pratica è come se le risorse dell’Italia immaginate come una torta che si vuole dividere per coprire i nostri bisogni è ridotta, nel tagliarla, per un buon 40%, in briciole.
A questo punto se proprio i nostri leader vogliono con i fatti dimostrare di avere a cuore gli interessi dell’Italia facciano un passo indietro. E’ tempo che il nostro paese faccia un salto di qualità sulla scala dei valori politici attraverso uomini e donne diversi. Non per età o per censo. Non per una scelta corporativa o per interessi partitici o di clan locali. Vorremmo che Berlusconi il quale passerà, comunque alla storia come chi è stato capace per tre lustri di tenere unite tre forze politiche di diversa estrazione: Destra Nazionale, lega e gli ex (dai democristiani, liberali e comunisti) e ha pensato con le elezioni politiche di due anni fa, di realizzare una coalizione inossidabile con le preferenze bloccate per avere una maggioranza senza precedenti di “yes men”, si renda oggi conto che nonostante ce l’abbia messa tutta ha fallito proprio dove pensava di trionfare. E allora compia il passo inevitabile di chi ha raggiunto il limite delle sue capacità e non può darci altro e si dimetta ma non senza proporre una candidatura di rottura: noi abbiamo pensato a Giorgia Meloni che come ministro della Gioventù ha fatto cose egregie e pur essendo giovane è una donna navigata in politica e coerente con le sue idee. Una donna, una giovane, per una Italia che guarda al futuro ma rispetta il passato, ma senza restarne condizionata. Ci pensi Presidente. Sarebbe un modo d’uscire alla grande dalla scena e lei che in un certo senso è uomo di spettacolo dovrebbe coglierne l’importanza e il plauso del popolo spettatore. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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