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Posts Tagged ‘dieta’

Dieta Mediterranea: allunga la vita e fa bene al portafogli, privato e pubblico

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 ottobre 2021

L’allontanamento dalla Dieta Mediterranea, unito all’inquinamento ambientale e allo stress che lo stile di vita attuale comporta, rappresenta un fattore di rischio per molte malattie. Tornare a regimi alimentari della nostra tradizione allunga la vita. Se ne parla a Welfair (www.romawelfair.it) – la manifestazione digitale organizzata da Fiera Roma oggi e domani e dedicata a benessere, salute, qualità della vita e a come cambiano stili di vita e abitudini alimentari post pandemia, quest’anno con un focus specifico dedicato alla nutrizione.A parlare della Dieta Mediterranea e di quanto rappresenti un punto di partenza della prevenzione clinica primaria è la Professoressa Laura Di Renzo, Direttore della Scuola di Specializzazione in Scienza dell’Alimentazione dell’Università di Roma Tor Vergata. “I pattern alimentari – spiega – rivestono il fattore di rischio principale nell’insorgenza delle malattie cronico-degenerative non trasmissibili, soprattutto per quanto riguarda i disturbi cardiovascolari, diabete e alcuni tipi di tumore”.Per “Dieta Mediterranea Italiana Biologica” si intende una dieta equilibrata in cui prevalgono alcuni gruppi di alimenti tipici mediterranei provenienti da agricoltura biologica: cereali, legumi, ortaggi, frutta fresca e secca, olio extravergine di oliva, prodotti della pesca e vino rosso.La professoressa ha quindi ricorda che solo il 43% degli italiani, rappresentato dal 53,1% degli adulti tra i 55 e 64 anni e solo dal 32,8% dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni, segue ancore le regole della cucina tradizionale, e quindi mediterranea, mentre il 23% delle persone, delle quali il 31% giovani adulti e il 16% di soggetti tra i 55 e i 64 anni, preferisce seguire la dieta occidentale, ovvero ad alto consumo di carne. Un italiano su tre, infine, segue una dieta povera di frutta e verdura. Evidenti i dati sull’associazione tra aderenza alla dieta mediterranea e riduzione della mortalità. Secondo una metanalisi condotta dal Professor Sofi, si parla di meno 9% della mortalità complessiva; meno 9% per patologia cardiovascolare; meno 6% per tumore; meno 13% per malattie di Parkinson e Alzahimer . L’aumento di 2.7 unità dell’Indice di Adeguatezza Mediterranea (MAI) è inoltre associato a una diminuzione di mortalità per patologie cardiovascolari del 26% in 20 anni e del 21% in 40 anni.

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Malattie cardiovascolari, il ruolo dei cibi ad azione infiammatoria nella dieta

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 dicembre 2020

Secondo una ricerca pubblicata su Journal of the American College of Cardiology, una dieta con un alto contenuto di cibi associati all’aumento dell’infiammazione (quali carne rossa e processata, cereali raffinati e bevande zuccherate) può aumentare il rischio di cardiopatia e di ictus, rispetto a una dieta ricca di cibi anti-infiammatori. Inoltre, come suggerisce uno studio randomizzato apparso sulla stessa rivista, il consumo di noci, un cibo anti-infiammatorio, potrebbe avere effetti positivi sulla diminuzione del rischio di infiammazione e cardiopatia.«Il nostro studio è tra i primi a collegare un indice infiammatorio alimentare basato sul cibo con il rischio a lungo termine di malattie cardiovascolari» ha affermato Jun Li, della Harvard T.H. Chan School of Public Health degli Stati Uniti, autrice del primo studio in cui sono stati utilizzati i dati di oltre 210.000 partecipanti ai Nurses’ Health Studies I e II e all’Health Professionals Follow-up Study con un follow-up fino a oltre 30 anni. Gli autori hanno valutato la dieta dei partecipanti mediante un questionario alimentare ogni 4 anni e il potenziale infiammatorio della dieta utilizzando un punteggio Edip (empirical dietary infiammatory pattern) basato sul cibo che è stato predefinito in base ai livelli di 3 biomarcatori infiammatori sistemici. Dopo aver controllato per diversi fattori di rischio, tra cui l’indice di massa corporea e la storia familiare di malattie cardiache, le diete pro-infiammatorie sono risultate associate a un aumentato rischio di malattia coronarica (46%) e ictus (28%) rispetto a quelle anti-infiammatorie. Al contempo, il secondo studio mostra che dopo un follow-up di due anni, nelle persone che avevano consumato noci regolarmente (circa 30-60 grammi al giorno) rispetto a quelle randomizzate a una dieta priva di noci, si osservavano livelli minori di alcuni biomarcatori infiammatori circolanti. Così, l’effetto anti-infiammatorio delle noci, oltre a quello dell’abbassamento del colesterolo, potrebbe fornire un meccanismo per spiegare la riduzione del rischio di malattie cardiovascolari (Cvd). «Una migliore conoscenza dei meccanismi di protezione della salute date da diversi alimenti e modelli dietetici, principalmente le loro proprietà antinfiammatorie […], dovrebbe fornire la base per progettare modelli dietetici più sani e potenziare i loro effetti protettivi contro le Cvd» si legge in un editoriale correlato. «Quando scegliamo gli alimenti nella nostra dieta, dovremmo effettivamente fare attenzione al loro potenziale pro- e anti-infiammatorio» concludono gli autori. (fonte doctor33)

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Tumore al seno e dieta

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 luglio 2020

Sono circa 370 mila le persone che ogni anno in Italia ricevono una diagnosi di cancro (dati Airtum 2019) e per ciascuno di apre un mondo di dubbi, speranze e ricerca delle opzioni terapeutiche migliori. Disse Ippocrate “fa che il cibo sia la tua medicina” e coerentemente, la nutrizione è uno degli elementi a cui si guarda con maggiore interesse dopo una diagnosi di tumore. È ormai indubbio infatti che i nutrienti abbiano un ruolo di modulatori nei processi patologici, di guarigione, di risposta alle terapie e con effetti importanti sulla prognosi. “Si parla spesso di digiuno e cancro, come strumento per ‘affamare’ le cellule tumorali e migliorare l’efficacia delle terapie. L’argomento è particolarmente delicato e deve essere trattato da specialisti e con la massima attenzione e competenza: sappiamo infatti che il 65% dei pazienti presenta una condizione di malnutrizione – seppur variabile in gravità a seconda del tipo di tumore – già alla prima visita oncologica” spiega il Professor Maurizio Muscaritoli, Presidente SINuC, così come chiaramente evidenziato dallo studio italiano PreMiO (Prevalenza della Malnutrizione in Oncologia).La dieta mima-digiuno (FMD, acronimo di Fasting Mimicking Diet) è un piano alimentare a base di vegetali, e bassi livelli di calorie e proteine. Un recentissimo studio randomizzato olandese appena apparso su Nature Communications, ne ha valutato l’efficacia su un gruppo di 131 donne con carcinoma mammario HER-2 negativo allo stadio 2/3.“Periodi di digiuno di almeno 48 ore sono necessari per indurre significativi cambiamenti nel metabolismo, tra i più importanti la diminuzione di insulina, insulin growth factor-1 (IGF-1) e glucosio. Effetti metabolici simili possono manifestarsi dopo regimi brevi a bassissimo contenuto calorico e basso apporto proteico spiega Muscaritoli. Ma qual è il meccanismo? “Quando l’organismo viene sottoposto a digiuno le cellule sane entrano in uno stato di riparazione mentre quelle tumorali soffrirebbero la mancanza di nutrienti e fattori di crescita necessari alla loro proliferazione rapida e incontrollata” chiarisce il Presidente SINuC. Questo meccanismo viene definito “resistenza differenziale allo stress” o DSR.Nello studio multicentrico DIRECT le 131 pazienti con carcinoma in fase iniziale sono state assegnate a due gruppi: uno che avrebbe seguito il proprio regime alimentare 3 giorni prima e durante i 6 cicli di chemioterapia adiuvante (quella eseguita dopo l’intervento allo scopo di ridurre il rischio di recidiva della malattia) e il secondo che avrebbe seguito il regime mima-digiuno prima e durante la chemio per un totale di 4 giorni. Alle pazienti del secondo gruppo è stata assegnata una dieta di circa 1200 kcal il primo giorno, ridotti poi a 200 kcal nei tre giorni successivi, derivate per l’80% da carboidrati complessi.53 pazienti su 65 (81,5%) hanno completato il primo ciclo di FMD, il 50% ne ha completati due, il 33,8% è arrivato a 3 cicli e il 20% ha completato 6 cicli. Nel gruppo che aveva rispettato la restrizione, la malattia definita ‘stabile’ o ‘progressiva’ era marcatamente inferiore nel gruppo mima-digiuno rispetto a quello del controllo: l’11,3% contro 26,9%. E le pazienti che hanno seguito restrizioni per più cicli hanno mostrato una perdita di cellule tumorali tra il 90 e il 100% tre volte maggiore (secondo la classificazione di Miller e Payne). By http://www.masonandpartners.it/

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Studio sugli effetti benefici della dieta mediterranea sulla riduzione dell’obesità nei giovani

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 giugno 2020

I partner del progetto MED4Youth, cui partecipa anche l’Università di Parma, si apprestano a condurre uno studio di intervento nutrizionale, multicentrico. Lo scopo principale è quello di dimostrare che un’alimentazione ispirata alla dieta mediterranea, a basso contenuto energetico ed arricchita con prodotti tipici dell’area del Mediterraneo, quali melograno, ceci, frutta a guscio e pane a lievitazione naturale, è più efficace nel ridurre il peso corporeo e i fattori di rischio cardiovascolare associati all’obesità giovanile rispetto a una dieta convenzionale a basso contenuto energetico.Il progetto MED4Youth vede come responsabile per l’Università di Parma il prof. Daniele Del Rio, professore associato di Nutrizione Umana al Dipartimento di Scienze Medico-Veterinarie. Data la natura multidisciplinare del progetto, l’Università di Parma vede coinvolti anche il Dipartimento di Scienze degli Alimenti e del Farmaco, con il prof. Furio Brighenti, la prof.ssa Francesca Scazzina, il dott. Pedro Mena, la dott.ssa Alice Rosi e il dott. Marco Spinelli dell’Unità di Nutrizione Umana; il Dipartimento di Scienze Matematiche, Fisiche e Informatiche, con il prof. Federico Bergenti e la dott.ssa Stefania Monica dell’Unità di Intelligenza Artificiale; il Dipartimento di Medicina e Chirurgia, con il prof. Carlo Caffarelli, dell’Unità di Clinica Pediatrica.Oltre all’Università di Parma, il consorzio del progetto MED4Youth vede coinvolti il centro tecnologico Eurecat (Spagna, coordinatore del progetto), l’Università di Coimbra (Portogallo), Shikma Field Crops (Israele), Scientific Food Center (Giordania) e NOVAPAN (Spagna).I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, per il 2016, mostrano che l’obesità giovanile è quadruplicata negli ultimi 30 anni e che il 18% dei bambini e degli adolescenti tra i 5 e i 19 anni sono in sovrappeso o obesi, con un’incidenza particolarmente elevata nei Paesi mediterranei come Italia, Spagna e Portogallo.Lo studio di intervento dietetico durerà quattro mesi e sarà condotto su 240 adolescenti, di età compresa tra i 13 e i 16 anni, affetti da obesità e provenienti da Italia, Spagna e Portogallo. Per la prima volta “uno studio di questo tipo sarà realizzato con partecipanti provenienti da diversi paesi del Mediterraneo”, sottolinea Aurora Sesé (Eurecat, Spagna), coordinatore del progetto.
Le tecnologie omiche saranno utilizzate come parte della ricerca e “consentiranno una migliore comprensione dei meccanismi grazie ai quali la dieta mediterranea produce i suoi effetti salutari, sulla base dell’analisi delle popolazioni batteriche e dei metaboliti intestinali”, dice Antoni Caimari, coordinatore tecnico del progetto e responsabile dell’Area Biotech di Eurecat (Spagna).
Il progetto MED4Youth fa parte del programma PRIMA, sostenuto dall’Unione Europea, dall’ACCIO, l’Agenzia Catalana per la competitività delle imprese, il Centro spagnolo per lo sviluppo della tecnologia industriale CDTI, l’Autorità per l’innovazione di Israele, il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca italiano, il Fondo Giordano di sostegno alla ricerca scientifica e la Fondazione portoghese per la scienza e la tecnologia.

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Eliana Liotta: La dieta universale

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 marzo 2020

Uscita prevista: 30 aprile. Il pianeta e la salute si salvano anche a tavola: gli ingredienti in grado di frenare il riscaldamento globale sono gli stessi che ci fanno vivere di più e meglio. Per la prima volta a raccontarlo è un libro, un saggio dell’autrice best seller Eliana Liotta, che illustra sulla base dei risultati scientifici più recenti e con un linguaggio brillante la dieta universale, uno stile flessibile adatto a carnivori e vegani. Esiste una dieta che può salvare il mondo e allungare la vita, auspicata dai maggiori esperti internazionali di clima e di nutrizione. Una dieta universale che abbatte le emissioni di gas serra, responsabili del riscaldamento globale, e che evita oltre 11 milioni e mezzo di morti premature all’anno dovute ad abitudini alimentari malsane. I cibi che difendono la Terra sono gli stessi che ci fanno vivere di più e meglio. Dieci i pilastri alimentari della food revolution su cui costruire il futuro a tavola, che sia onnivoro, pescetariano o vegano, per il bene di noi stessi e delle generazioni che verranno.
Come scrisse John Donne, “nessun uomo è un’isola.” La nostra specie si è evoluta in rapporto con gli altri animali, con le piante, con i batteri, in un pianeta che ci ospita da centinaia di migliaia di anni. È con questa consapevolezza che bisogna guardarsi intorno: siamo parti del tutto. Due i partner d’eccellenza dell’autrice, la giornalista scientifica Eliana Liotta: l’Istituto europeo per l’economia e l’ambiente e il Progetto EAT del gruppo ospedaliero San Donato.

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Dieta latto-ovo-vegetariana

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 marzo 2020

Desenzano del Garda, Brescia. Le diete vegetariane spesso non soddisfano il fabbisogno quotidiano di alcune proteine e vitamine, in particolare gli aminoacidi essenziali e la vitamina B12 che è presente esclusivamente negli alimenti di origine animale, oltre al ferro che si trova soprattutto nella carne. E’ quindi stata studiata una nuova dieta latto-ovo-vegetariano, chiamata “L.O.Ve.”, sana ed equilibrata in macro e micronutrienti, indicata anche per chi non intende mangiare la carne degli animali di terra, acqua o aria. LOVe non è una dieta restrittiva, ipocalorica o dimagrante: è un programma alimentare prevalentemente vegetariano, ma integrato con alimenti derivati dal mondo animale per soddisfare le esigenze dell’organismo umano, in particolare nutrienti come le proteine con i 9 aminoacidi essenziali, la vitamina B12 e minerali quali calcio, ferro e iodio. Gli alimenti inseriti nella dieta hanno un tenore controllato di grassi saturi, colesterolo e sodio.La dieta è stata elaborata dagli esperti nutrizionisti del portale Educazione Nutrizionale Grana Padano, guidati dalla Dr.ssa Marzia Formigatti (dietista clinica) con la collaborazione della Dr.ssa Erica Cassani (medico specializzato in Scienza dell’Alimentazione).
“La dieta L.O.Ve. apporta energia da vegetali per circa l’80% – spiega la Dr.ssa Formigatti – e assicura un corretto apporto di proteine con i 9 aminoacidi essenziali e di vitamina B12 grazie al latte, ai latticini, alle uova, e al Grana Padano Dop, rispettando l’apporto energetico equilibrato di carboidrati, grassi e proteine come previsto dai ‘Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana’ (Larn)”. La dieta è basata su 4 menu di base, che possono essere consultati sul sito web https://www.dietalovegetariana.it/ I menu della dieta non sempre possono apportare esattamente i nutrienti di cui ha bisogno un singolo individuo. E’ quindi consigliato di personalizzare la propria dieta collegandosi al sito, inserendo i propri dati e riempiendo il form.

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Una dieta povera in colesterolo per una buona salute del cuore

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 gennaio 2020

Seguire modelli dietetici salutari per il cuore, intrinsecamente con bassi livelli di colesterolo, può aiutare a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari (CVD). Questo è ciò che suggerisce lo Science Advisory dell’American Heart Association (AHA) pubblicato su Circulation. Secondo gli autori, una raccomandazione che indica un obiettivo specifico di colesterolo alimentare è difficile da implementare. «Pertanto, una guida focalizzata sui modelli dietetici ha maggiori probabilità di migliorare la qualità della dieta e promuovere la salute cardiovascolare» scrive il primo autore Jo Ann S. Carson, del UT Southwestern Medical Center negli Stati Uniti. Questi modelli sono caratterizzati dal consumo di frutta, verdura, cereali integrali, latticini a basso contenuto o senza grassi, fonti di proteine magre, noci, semi e oli vegetali, con acidi grassi saturi rimpiazzati dai polinsaturi. Come spiegato dagli autori, le attuali linee guida americane per il rischio di CVD non includono una guida esplicita per il colesterolo alimentare e la ricerca scientifica sul suo legame con il colesterolo LDL non è conclusiva. Studi osservazionali non indicano un’associazione significativa tra il colesterolo alimentare e il rischio di CVD, mentre una meta-regressione, che ha incluso studi randomizzati e controllati di intervento dietetico, mostra una sua relazione dose-dipendente con le concentrazioni di colesterolo LDL, anche dopo aver aggiustato per il tipo di grasso alimentare. La meta-regressione di dati di studi sull’alimentazione controllata indica che il colesterolo alimentare aumenta il colesterolo totale, ma non mostra una sua associazione significativa con le concentrazioni di colesterolo LDL o HDL. Analisi però limitate dal piccolo numero di partecipanti e dall’impossibilità di confrontare adeguatamente il ruolo del colesterolo LDL e HDL con il totale. «La considerazione della relazione tra colesterolo alimentare e rischio di CVD non può ignorare 2 aspetti della dieta. Innanzitutto, la maggior parte degli alimenti che contribuiscono al colesterolo nella dieta degli Stati Uniti sono solitamente ricchi di grassi saturi o sono consumati con cibi ricchi di grassi saturi. In secondo luogo, modelli dietetici salutari per il cuore (Mediterranean-style e DASH), sono intrinsecamente bassi nel colesterolo con menu tipici contenenti <300 mg/giorno di colesterolo, simili all’attuale consumo negli Stati Uniti» spiega Carson. (fonte: doctor33)

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Epilessia e dieta chetogenica

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 novembre 2019

Una riduzione delle crisi epilettiche fino all’85% dei casi e una remissione totale degli attacchi nel 55% dei pazienti. È quanto osservato nelle persone con epilessia farmaco-resistente chiamati a seguire una dieta chetogenica, un particolare regime alimentare condotto sotto stretto controllo medico che ha come obiettivo quello di indurre e mantenere uno stato cronico di chetosi. Sono i dati presentati in occasione del Convegno “Dieta Chetogenica. Stato dell’Arte Esperienza Italiana” organizzato recentemente dal Gruppo di Studio “Dietoterapie in Epilessia” della Lega Italiana contro l’Epilessia presso l’Ospedale Pediatrico del Bambino Gesù di Roma.A consentire un adeguato livello di chetosi, cioè una condizione metabolica in cui vengono utilizzati corpi chetonici come fonte energetica, sono un basso apporto di carboidrati e un alto apporto di grassi in rapporto controllato. Un piano dietetico, dunque quello chetogenico, dove il 90% della razione alimentare è composta da lipidi, il 7% da proteine e solo il 2-3% da glucidi: una combinazione piuttosto lontana dalla dieta mediterranea che include in linea di massima il 10% di proteine, il 65% di carboidrati e 25% di lipidi.
Più precoce è l’inizio del trattamento con la dieta chetogenica maggiore è la possibilità di successo. Ad esempio nell’epilessia mioclono astatica dell’infanzia è stata dimostrata l’efficacia della dieta chetogenica con un forte effetto anticonvulsivante nell’86% dei pazienti. In questi casi, è di oltre il 70% la riduzione delle crisi epilettiche dopo due mesi di dietoterapia. Un trattamento a tutti gli effetti, quello della dieta chetogenica, che però non può essere “somministrato” per tutta la vita tranne in alcune specifiche malattie metaboliche. Per i bambini che ottengono un controllo delle crisi maggiore del 50%, la dieta può essere proseguita per un periodo anche di due anni, a meno che non si verifichino effetti collaterali che richiedano la sospensione del trattamento. Questo piano dietetico-terapeutico può essere invece adottato per diversi anni dai bambini che raggiungono una remissione del 90% delle crisi epilettiche, con effetti collaterali quasi nulli. “Si tratta di dati estremamente importanti quelli presentati – ha dichiarato la Dottoressa Raffaella Cusmai, Responsabile scientifico del Gruppo di Studio ‘Dietoterapie in Epilessia’ LICE, Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù -. Attualmente, nonostante l’introduzione di farmaci antiepilettici di nuova generazione, circa il 30% circa dei pazienti risulta farmaco-resistente. Pertanto, l’interesse della ricerca scientifica nei confronti della dieta chetogenica continua a rimanere alto e oggi ci invita ad approfondire alcune nuove prospettive emergenti come quello della relazione tra microbiota intestinale e cervello”. Tra le novità discusse, infatti, anche quelle relative al legame tra microbiota intestinale ed epilessia, in riferimento alla dieta chetogenica. Secondo un recente studio, alcune specifiche alterazioni del microbiota indotte dalla dieta sono in grado di contribuire ad un effetto antiepilettico.

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La dieta fattore di rischio per il tumore del colon retto?

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 luglio 2019

Parlando di tumore e, nello specifico, di tumore del colon, la dieta rappresenta un’arma a doppio taglio, un Giano bifronte: se è infatti vero che una dieta sbagliata può favorire l’insorgenza del cancro del colon, è altrettanto vero che un adeguato stile alimentare può fare molto per prevenire questo tipo di tumore. E’ dunque importante imparare a riconoscere gli epic fail della dieta, le ‘bucce di banana’ che possono far levitare il rischio di tumore; ma altrettanto importante è familiarizzare con gli alimenti amici della salute, scudo e difesa contro il tumore. A questo riguardo, possono venire in aiuto alcuni importanti lavori scientifici di recente pubblicazione che hanno permesso di calcolare la percentuale di nuovi casi di tumore attribuibile ad un’assunzione inadeguata di alcuni alimenti. E’ il caso ad esempio di uno studio pubblicato su JNCI Cancer Spectrum (JNCI Cancer Spectrum 2019. Doi: 10.1093/jncics/pkz034 https://doi.org/10.1093/jncics/pkz034) che giunge alla conclusione che ben il 5,2 per cento (cioè 80.110 casi) di tutti i tumori registrati nel 2015 negli Usa, possono essere attribuibili ad una dieta inadeguata. Di questi, il 4.4 per cento è correlabile direttamente ad una dieta sbagliata, mentre nello 0.82 per cento dei casi il fattore di rischio dieta, è mediato dall’obesità (anch’essa frutto di una dieta sbagliata).
I fattori dietetici a maggiore impatto sul rischio di tumore sono risultati essere: uno scarso consumo di cereali integrali e di latticini da una parte e l’elevato consumo di carni processate (dagli insaccati alle salsicce e i wurstel) dall’altra. E’ proprio il tumore del colon retto quello che risulta maggiormente correlato alla dieta (ben il 38,3 per cento del totale dei casi), in particolare tra i maschi di mezza età (45-64 anni). Il cancro del colon-retto è il terzo tumore più comune in Italia ed in Europa e rappresenta globalmente il 10.2 per cento di tutti i tumori; la maggior incidenza è dopo i 50 anni anche se, studi dell’ultimo decennio, indicano che l’incidenza e la mortalità per questa patologia sono in aumento anche in fasce di età più giovani. Le ragioni di questo fenomeno non sono ancora del tutto chiare ma lo stile alimentare e la prevalenza di obesità, in aumento nei giovani e negli adolescenti, potrebbero rappresentare una spiegazione almeno parziale del fenomeno. I meccanismi biomolecolari attraverso i quali gli alimenti favoriscono o proteggono dall’insorgenza di cancro sono stati finora poco studiati, sebbene sia ormai scientificamente appurato il ruolo protettivo nei confronti del tumore di alcune componenti bioattive quali ad esempio, le fibre, la vitamina E, il selenio, i polifenoli e gli omega-3. “In definitiva – afferma la professoressa Filomena Morisco, Dipartimento di Scienza degli Alimenti dell’Università di Napoli ‘Federico II’ – dai risultati di questo studio epidemiologico emergono ulteriori conferme sull’importanza della dieta nella genesi delle malattie neoplastiche in generale, ma soprattutto di quelle che interessano l’apparato gastrointestinale. Ne consegue che la scienza della nutrizione si interfaccia con i meccanismi di cancerogenesi e suggerisce sempre più la necessità di un approccio multidisciplinare alla malattia, con il gastroenterologo in posizione sempre più centrale. Purtroppo ad oggi – prosegue la professoressa Morisco – la popolazione percepisce il messaggio di una corretta e sana alimentazione in maniera generica e superficiale, mentre questo studio appena pubblicato stabilisce in maniera precisa il tipo e l’entità del rischio di tumore attribuibile alla dieta. Sebbene siano necessari ulteriori studi per conoscere le peculiari correlazioni tra componenti della dieta ed il rischio di sviluppare una specifica neoplasia, questo studio dà indicazioni chiare circa lo stile alimentare da adottare per prevenire il cancro del colon-retto. Inoltre – conclude l’esperta – la stima precisa del numero di casi di tumore attribuibili ad una dieta sbagliata (che è bene ricordare, rappresenta un fattore di rischio modificabile) può essere utile per indirizzare le politiche nutrizionali su larga scala per ridurre l’impatto sanitario, sociale ed economico di questi tumori”. “E’ scientificamente dimostrato – sottolinea il professor Domenico Alvaro, presidente della Sige – che adottare sane abitudini e seguire i consigli che provengono dai recenti studi può prevenire la comparsa di tumore. Insomma, ormai non ci sono dubbi: l’alimentazione è un’arma di prevenzione straordinariamente potente, soprattutto se iniziata in giovane età. Questa, associata ai programmi di screening, potrebbe abbattere considerevolmente il numero di nuovi casi nei prossimi anni”.

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Eccessivo consumo di zucchero e i relativi rischi per la salute

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 dicembre 2018

Desenzano del Garda, Brescia. Si avvicinano le feste di Natale. Gli esperti dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano hanno valutato le abitudini alimentari di 5.400 adulti italiani (58% femmine, 42% maschi) e, in particolare, il consumo di dolciumi. Dallo studio emerge che l’energia introdotta quotidianamente derivata da zuccheri semplici (tra quelli naturalmente presenti negli alimenti e quelli aggiunti in preparazioni e bevande) corrisponde a circa il 20%. Si tratta di un risultato in lieve aumento rispetto alle indagini dell’Osservatorio del 2012 e 2016 e di una percentuale considerevole rispetto alla quantità di riferimento indicata dai LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana) che raccomanda una quota inferiore al 15% dell’energia quotidiana proveniente da zuccheri semplici.
Diversi studi internazionali dimostrano che l’innalzamento della glicemia (cioè dello zucchero nel sangue) che generalmente avviene dopo i pasti è collegato a un miglioramento delle prestazioni mentali nelle ore successive. Questi fenomeni si spiegano con l’aumento dei neurotrasmettitori collegati alla memoria, all’apprendimento e all’umore. Al contrario, bassi livelli glicemici sono collegati a un maggior senso di sonnolenza, spossatezza e mancanza di concentrazione.“È importante non rimanere senza zuccheri nel sangue ma, allo stesso tempo, è importante anche non eccedere con le quantità – spiega la dott.ssa Michela Barichella del Comitato scientifico dell’Osservatorio nutrizionale Grana Padano e Presidente di Brain and Malnutrition – in particolare con gli zuccheri semplici e soprattutto quelli aggiunti in bevande e preparazioni.
Infatti, l’energia derivata dagli zuccheri aggiunti secondo l’OMS non dovrebbe superare il 10% dell’energia quotidiana, auspicando un’ulteriore riduzione al 5%. Considerando che un cucchiaino di zucchero contiene circa 5 grammi e apporta 20 kcal, in una dieta media di 2000 kcal giornaliere lo zucchero libero introdotto non dovrebbe superare i 10 cucchiaini (50 grammi per 200 kcal) al giorno, auspicabili la metà.Questa quota è facilmente raggiungibile seguendo l’elenco sottostante che indica la quantità di zucchero contenuta in alcuni alimenti comunemente consumati.
ALIMENTO – QUANTITA’ DI ZUCCHERO – CONTENUTO
Biscotto frollino classico (9g) 2 grammi
Plumcake tradizionale (33g) 10 grammi
Merendina al cioccolato (33g) 12 grammi
Brioches classica, di media grandezza (150g) 15 grammi
Panettone tradizionale (100g) 32 grammi
Pandoro classico (100g) 28 grammi
Cioccolatino con nocciole (15g) 6 grammi
Barretta di cioccolato fondente extra al 70-85% (100g) 24 grammi
Barretta di cioccolato al latte (100g) 52 grammi
Gelato cremoso al cioccolato, vaniglia, etc. (100g) 21 grammi
Cucchiaio di crema di nocciole, cacao e grassi vegetali (15g) 8 grammi
Cucchiaio di marmellata tradizionale (10g)5 grammi
Vasetto di yogurt alla fragola zuccherato (125g) 17 grammi
Vasetto di crema al cioccolato (70g) 21 grammi
Vasetto di crema alla vaniglia (100g) 15 grammi
Bevanda di fermenti lattici alla frutta (100g) 12 grammi

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Prevenire l’Alzheimer con la dieta mediterranea

Posted by fidest press agency su martedì, 23 ottobre 2018

Brescia. L’Alzheimer non si cura ma si previene e la alimentazione è un grande fattore di prevenzione: per questo l’Irccs Fatebenefratelli, in collaborazione con l’Icans e l’Istituto Besta, ha lanciato un progetto dedicato agli ultra 65enni per contrastare l’insorgenza delle malattie neurodegenerative. Il progetto si chiama Smartfood, perché è strettamente legato all’alimentazione e in particolare alla Dieta Mediterranea. Lo sta illustrando in questi giorni Giuliano Binetti, responsabile della MAC dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia.
Per accedere al programma di ricerca si deve avere un’età tra 65 e 80 anni ed essere in normali condizioni di salute. «Molto si gioca sul cibo –spiega Binetti –, del resto le tematiche nutrizionali sono diventate di estremo interesse nella fisiopatologia neurologica: è assodato che la dieta può influenzare la funzionalità e l’integrità del Sistema Nervoso in vari modi e diversi studi hanno dimostrato come lo stato dismetabolico associato alla dieta occidentale favorisca lo sviluppo della malattia di Alzheimer». Con ‘Smartfood’ si vuol capire se un intervento mirato ad insegnare i principi di un corretto stile di vita basato sulla Dieta Mediterranea possa portare a modifiche dal punto di vista cognitivo, neurologico e metabolico. La partecipazione ha una durata di due anni ed è divisa in 4 parti: 1) Periodo di Screening in cui il paziente è sottoposto ad un colloquio clinico per verificare se possa partecipare alla sperimentazione; 2) una prima valutazione attraverso una visita neurologica e neuropsicologica ed esami di laboratorio; 3) un intervento educazionale che avviene attraverso un corso in cui si parla di stile di vita, Dieta Mediterranea e attività fisica; 4) un periodo di Follow-Up nel quale viene chiesto di eseguire alcuni controlli clinici: una visita neurologica e neuropsicologica ad un anno e due anni dalla prima valutazione e l’analisi del sangue ogni sei mesi fino a due anni.
Con l’invecchiamento della popolazione, sono sempre più numerose le persone che dovrebbero accedere a questi programmi e l’approccio innovativo di Smartfood è quello di promuovere congiuntamente il consumo di cibi sani, in accordo con le linee della dieta mediterranea, e di incoraggiare l’attività fisica e sociale dell’anziano. Scopo del progetto è anche quello di valutare la fattibilità di un intervento multidisciplinare, riguardo la dieta e lo stile di vita (abitudini alimentari, attività fisica, partecipazione ad attività sociali e culturali) nella popolazione anziana non demente. Nel tempo verranno misurati: il cambiamento della qualità dietetica di stile di vita; gli scores di mediterraneità della dieta e di livello di attività fisica; le variazioni di stato nutrizionale, in particolare del peso, della circonferenza vita, del tessuto adiposo viscerale addominale e della forza muscolare; il cambiamento della qualità di vita. (dott.ssa SilviaFostinelli)

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Dieta molto ricca di vegetali verdi per la lotta al glaucoma all’angolo aperto

Posted by fidest press agency su sabato, 14 aprile 2018

Brescia. Cade sotto il peso degli studi clinici la credenza popolare che i tuberi arancioni facciano bene alla vista. Più delle carote poterono le verdure a foglia così come messo nero su bianco da una ricerca pubblicata su JAMA Ophtalmology che ha rivelato come uomini e donne con una dieta molto ricca di vegetali verdi abbiano un minor rischio di sviluppare un glaucoma ad angolo aperto.In un’ampia analisi prospettica l’assunzione di elementi di origine vegetale ricchi di nitrati è stato associato ad una diminuzione del rischio del 20-30% di sviluppare un glaucoma ad angolo aperto e del 40-50% di avere il tipo con perdita precoce della visione centrale. Un gruppo di lavoro del professore Jae Kang del Brigham & Women Hospital dell’Harvard Medical School ha valutato l’introito dietetico di vegetali a foglia verde tra le donne che avevano partecipato al famoso Nurse Health Study e tra gli uomini dell’Health Professionals Follow-up Study.
Con tasso di risposte dell’85% lo studio ha raccolto le risposte di un questionari via email di circa 130 domande su salute, abitudini alimentari e malattie ogni 2-4 anni. E dopo aver valutato i criteri di esclusione l’analisi ha messo insieme 63 mila donne e 41 mila uomini. I dati analizzati hanno diviso i consumatori di verdure in 4 categorie: Verdure verdi come lattuga, iceberg, romana, cardi, spinaci cotti o crudi, Crucifere come broccoli, cavoli e cavolfiori, Tuberi come patate, europee o dolci e cipolle, Pomodori crudi o sotto forma di salsa individuando nel primo gruppo quelli con i maggiori vantaggi protettivi.“Precedenti ricerche avevano mostrato che alterazioni della catena di sintesi dell’ossido nitrico (NO) influenzano negativamente la circolazione sanguigna oculare. Si tratta quindi di un’ipotesi plausibile dal punto di vista biologico ma che dovrà essere confermata come assunto che broccoli e co possano ‘prevenire’ il glaucoma precisa Quaranta.
“L’ipotesi è che l’ossido nitrico (NO) contribuisca ad una migliore autoregolazione della circolazione sanguigna anche nelle zone della macula soggette allo stress della pressione intraoculare” il prof. Quaranta prosegue “e che luteina e zeaxantina si trovano di in quantità elevate proprio a livello oculare, al contrario del beta-carotene delle carote che invece è assente” prosegue il professore. Spinaci, broccoli, bieta, cicoria contengono anche vitamine (C, E ed A) e Sali minerali come lo zinco.Una porzione di 100 gr di cavolo infatti contiene in media 11 mg di luteina i cui livelli raccomandati sono di 10 mg al giorno. I livelli di nitrati erano correlati ad un maggiore apporto di sostanze antiossidanti, flavonoidi, folati e vitamina A. Ovviamente gli effetti (e i risultati degli studi) dipendono anche dal contenuto di nitrati della dieta in generale, la fonte, il tipo di suolo, la stagione e il metodo e il tempo di conservazione.“Per ciò che riguarda le carote sono certamente un vegetale prezioso per ciò che riguarda il suo contenuto in B-carotene, ma si tratta un antiossidante che non è presente a livello oculare al contrario degli spinaci in cui sono presenti luteina e zeaxantina che si trovano in quantità elevate negli occhi” specifica il Professor Quaranta “Le strutture dell’occhio sono sensibili all’effetto protettivo degli antiossidanti che contrastano i danni provocati alle cellule dai radicali liberi”.

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Ipertensione, effetto del sodio nella dieta in relazione ad altri nutrienti

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 marzo 2018

Uno studio multicentrico internazionale pubblicato su Hypertension, organo ufficiale dell’American Heart Association (AHA), suggerisce che l’effetto dannoso del sodio sulla pressione sanguigna potrebbe non essere compensato appieno da altri nutrienti, e ribadisce la necessità di una riduzione del sale nell’alimentazione. Per giungere a queste conclusioni i ricercatori hanno esaminato i dati sull’assunzione di sodio, sui livelli di escrezione di sodio e potassio nelle urine e sull’assunzione di 80 sostanze nutritive tra cui proteine, grassi, vitamine, minerali e amminoacidi in 4.680 donne e uomini di età compresa tra 40 e 59 anni in Giappone, Repubblica popolare cinese, Regno Unito e Stati Uniti. Tutti erano parte dello studio INTERMAP, un trial internazionale del 2003 su pressione sanguigna e apporto di macro- e microintegratori. «Consumare regolarmente quantità eccessive di sodio, derivate principalmente da prodotti alimentari commercialmente trasformati, è un fattore importante nell’eventuale futuro sviluppo di ipertensione» osserva Cheryl Anderson, vicepresidente del Comitato Nutrizionale dell’AHA, spiegando che per prevenire e controllare l’epidemia in corso di pre-ipertensione e ipertensione il contenuto di sale nella dieta deve essere ridotto in modo significativo. Secondo gli autori, circa 3/4 dell’introito di sodio negli Stati Uniti non proviene dalla saliera della tavola o dall’aggiunta di sale alla cottura, bensì da alimenti trasformati preconfezionati e da quelli consumati al ristorante. «L’AHA raccomanda agli adulti di consumare non più di un cucchiaino di sale (2.300 mg di sodio) totale al giorno» riprende Anderson. E aggiunge: «Sebbene l’attenzione sugli effetti del sodio resti alta, stiamo imparando molto anche sul ruolo che svolgono altre sostanze nutritive nell’influenzare gli effetti del sale della pressione sanguigna». Secondo gli autori i ristoranti e le aziende alimentari che producono cibi preconfezionati devono essere coinvolte nella prevenzione, in quanto gli americani desiderano la possibilità di scegliere alimenti che consentano loro di ridurre l’introito di sodio. «Per questo l’AHA sta convocando i leader del settore alimentare e gli influencer con l’obiettivo di identificare strategie per migliorare l’alimentazione riducendo l’apporto di sodio» conclude Anderson. (fonte: doctor33)

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Jet-lag: una dieta per evitarlo

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 agosto 2016

aereoTempo di vacanze e in conto bisogna mettere lo sbatacchiamento (jet-lag) da volo prolungato. Ora il jet-lag puo’ essere evitato o fortemente limitato con una apposita dieta. Il jat-lag e’ il comune malessere che avverte il passeggero dei voli lunghi, che comportano cambiamento di fuso orario. Affaticamento, insonnia, irritabilita’, disordini gastrici sono i sintomi che accompagnano l’arrivo dopo una lunga trasvolata. I motivi sarebbero da ricercare nel mancato coordinamento tra l’attivita’ di due centri cerebrali, responsabili della percezione del tempo: l’uno legato al ciclo temporale di 24, ore l’altro collegato alla luce. Entrambi i centri sarebbero influenzati dalla presenza di proteine. I ricercatori della University of Chicago, Argonne National Laboratory (USA), hanno messo a punto una dieta che potrebbe risolvere i problemi dei viaggiatori. Si tratterebbe di seguire una dieta nei tre giorni precedenti il viaggio:
* a base di carne (proteine) il primo e il terzo giorno;
* molto leggera il secondo giorno e quello del viaggio (non piu’ di 700 calorie, l’equivalente piu’ o meno di 3 cappuccini);
* a base di carne il giorno successivo all’arrivo.
Il tutto deve essere accompagnato da una buona attivita’ fisica. I risultati sembrano promettenti, stando alla rivista Military Medicine che ha curato la pubblicazione della ricerca universitaria. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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La giusta dieta per le persone con diabete

Posted by fidest press agency su sabato, 7 Maggio 2016

dieta mediterraneaA fare il pieno di consensi, ancora una volta, è la dieta mediterranea della quale gli studi presentati al congresso della Società Italiana di Diabetologia hanno dimostrato gli effetti anti-infiammatori, ma anche quelli ‘ringiovanisci-arterie’; per quanto riguarda quest’ultimo effetto molto interessante ad esempio è l’effetto esercitato dal consumo di pesce azzurro. Un suggerimento di immediata utilità pratica e di grande impatto sul contenimento dei picchi di glicemia dopo i pasti – che risultano pericolosi per il sistema vascolare in quanto innestano processi cellulari in grado di determinare un aumento dello stress ossidativo e dell’infiammazione – viene da due studi presentati dall’Università di Pisa che dimostrano come il consumo di alimenti contenenti proteine e lipidi prima di pasti a prevalente contenuto di carboidrati (pane e pasta), aiuta a contenere le escursioni della glicemia dopo i pasti. Il ‘trucco’ sta nel concedersi un antipasto proteico (un pezzetto di parmigiano o un antipasto a base di uova sode) o addirittura nel consumare il secondo prima dei ‘primi’. Importante per il contenimento dei picchi di glicemia post-prandiali è non solo la quantità e la qualità dei carboidrati (ad alto o a basso indice glicemico), ma anche il tipo di condimento utilizzato. Se si opta per l’olio d’oliva non si sbaglia; l’effetto anti-picchi di glicemia è garantito.“La dieta costituisce un vero strumento terapeutico che affianca la terapia farmacologia durante tutto il decorso della malattia diabetica – commenta il professor Giorgio Sesti, presidente eletto SID – I benefici della dieta non sono solo quelli di controllare il possibile aumento di peso ma anche quelli di migliorare il controllo glicemico e di prevenire eventi cardio-vascolari attraverso la riduzione dei fattori di rischio come i lipidi o la pressione arteriosa. La dieta non significa sempre privazione di gusto o dieta fortemente ipocalorica. Un ottimo esempio di alimentazione sana, variata e vicina alle nostre preferenze è la dieta mediterranea non a caso iscritta dall’Unesco tra i Patrimoni culturali immateriali dell’umanità. È un’alimentazione ricca di fibre provenienti da ortaggi, frutta e cereali non raffinati e povera di grassi di origine animale, privilegia l’uso dell’olio d’oliva rispetto a burro. Via libera a frutta e verdura, soprattutto verdura a foglia (bieta, spinaci, broccoletti e cicorie, compresi i radicchi) e ortaggi a radice (carote, barbabietole, rape), ma anche pomodori e carciofi, veri e propri alimenti nutraceutici. Per l’apporto di carboidrati sono da prediligere vegetali, legumi, frutta e cereali preferibilmente integrali, mentre sono da limitare il consumo di pane bianco, troppo ricco di zuccheri semplici come la rosetta (o michetta), pizza e pasta”.
Per non sbagliare conviene innanzitutto partire col piede giusto, come dimostra uno studio firmato da Emanuele Filice e colleghi del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa che dimostra come gli antipasti ricchi a base di proteine e lipidi (ad esempio un pezzetto di parmigiano o un uovo sodo) aiutano a controllare meglio la glicemia dopo un pasto a base di carboidrati. L’ingestione di alimenti non glucidici migliora la risposta glicemica acuta (2-3h) ad un successivo carico orale di glucosio (OGTT) attivando diversi meccanismi fisiologici tra cui il rallentamento dello svuotamento gastrico. Scopo di questo studio è stato indagare gli effetti di un pasto misto, lipidico e proteico, sulla tolleranza al glucosio a distanza di qualche ora dal pasto (fase post prandiale tardiva).
I ricercatoriritengono che partire con un antipasto a base di proteine e lipidi migliora sensibilmente la tolleranza ad un successivo pasto ricco di glucidi in pazienti con diabete mellito di tipo 2. Questo effetto è sostenuto durante l’intera fase postprandiale ed è determinato da una rallentata comparsa in circolo del glucosio orale, un miglioramento della funzione β cellulare ed una ridotta clearance insulinica. Questi risultati supportano dunque il potenziale ruolo terapeutico di “antipasti” non glucidici nel trattamento del diabete mellito di tipo 2.

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Per tenere lontana l’obesità

Posted by fidest press agency su domenica, 11 ottobre 2015

obesoIn sinergia con l’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica, l’Istituto Ortopedico Gaetano Pini ospita l’“Obesity Day” aperto a pazienti, cittadini e dipendenti che desiderino una valutazione del proprio peso corporeo o abbiano bisogno di consigli su come scongiurare i rischi derivanti dall’obesità, non solo in caso di traumi o problemi articolari. Tutte le informazioni dalla dietista dell’Istituto dottoressa Nagaia Madini.L’obesità e il sovrappeso, già noti per i rischi cardiovascolari di cui sono portatori, minacciano anche la salute dell’apparato muscoloscheletrico e osteoarticolare.Dieta adeguata, attività fisica e controlli periodici sono fondamentali per il mantenimento del giusto peso e del benessere psicofisico. Per questo il prossimo 12 ottobre l’Istituto Ortopedico Gaetano Pini organizza l’Obesity day”: una mattinata dedicata alla misurazione del peso, dell’altezza, dell’indice di massa corporea (BMI), della circonferenza vita/fianchi, e ai consigli sulla corretta alimentazione e sugli stili di vita sani della dietista Nagaia Madini.L’appuntamento è dalle 9 alle 12,30, non è necessaria la prenotazione, nell’atrio dell’Aula Magna – monoblocco B – dell’Istituto Pini, ingresso da via Pini 3 o 9. L’incontro con la dietista è gratuito e si inserisce nella campagna Italian Obesity Day in collaborazione con ADI (Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica).“Per il terzo anno consecutivo l’Istituto ha deciso di promuovere questo appuntamento rivolto ai dipendenti e a tutta la popolazione – spiega Nagaia Madini –; è un’opportunità per chiedere consigli sul proprio peso corporeo e per iniziare un percorso con l’obiettivo di imparare a stare bene con il proprio fisico”.L’obesità è una malattia cronica multifattoriale in continuo aumento, e sta diventando un vero e proprio problema per la salute pubblica. Nel 2013, l’11% degli adulti italiani risultava obeso e il 31% in sovrappeso. Nel 2014 il 20,9% dei bambini risultava in sovrappeso e il 9,8% obeso; mentre tra gli anziani il 42% in sovrappeso e il 15% obeso. Le cause dell’obesità possono essere molteplici: fattori genetici, ormonali, ambientali o comportamentali così come innumerevoli le conseguenze a carico del sistema cardiovascolare, respiratorio e osteoarticolare innumerevoli con un notevole impatto anche sul piano psicologico.“E’ vero che una corretta educazione alimentare inizia dall’infanzia, ma anche da adulti è importante evitare cibi-spazzatura (merendine,dolciumi, bevande gasate etc), avere un moderato apporto di formaggi e carne rossa, privilegiare alimenti integrali e proteine vegetali, come i legumi – spiega la D.ssa Madini -, non dimenticando che fare movimento per almeno trenta minuti al giorno è importante quanto una corretta alimentazione. Il 12 ottobre ne parleremo con tutti coloro che vorranno venire al Gaetano Pini per un consulto”.

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Dieta Mediterranea

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 dicembre 2013

Picture of a path in the "Olmate" in...

Picture of a path in the “Olmate” in Oriolo Romano, Provincia di Viterbo, Italy (Photo credit: Wikipedia)

La Dieta Mediterranea con i valori che esprime può diventare un marchio sinonimo di qualità italiana e quindi una straordinaria opportunità per le imprese dell’agroalimentare di conquistare nuovi mercati anche all’estero? E’ questa la domanda alla quale cercherà di rispondere il convegno “La Dieta Mediterranea e la sfida dei mercati” organizzato dalla Camera di Commercio di Viterbo in collaborazione con l’Associazione nazionale Città dell’Olio, che si terrà sabato 7 dicembre alle ore 10, presso la Sala Conferenze della Camera di Commercio di Viterbo (Via Fratelli Rosselli 4). Un’occasione per riflettere con le istituzioni e gli esperti di settore sulle opportunità che il “marchio” Dieta Mediterranea offre alle aziende. In un’ottica di impresa, infatti, la Dieta Mediterranea, riconosciuta patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2010, potrebbe assumere un nuovo valore ed essere il “manifesto” delle eccellenze agroalimentari del made in Italy nel mondo. Nel corso dell’incontro si parlerà anche di come la Dieta Mediterranea con i prodotti alimentari che ne sono espressione, olio extravergine in primis, da sola non basti. Le imprese dovranno fare la loro parte e mettere in campo nuove strategie di marketing che con il prodotto riescano a promuovere la sua storia e il suo territorio di provenienza, puntando prima di tutto sul mercato italiano che rappresenta il mercato naturale della Dieta Mediterranea, per poi muoversi alla conquista di nuovi mercati internazionali. “Dobbiamo impegnarci ad esportare nel mondo lo stile di vita mediterraneo che con la sua attenzione alla stagionalità e territorialità degli alimenti è sinonimo di benessere e di qualità – ha dichiarato Enrico Lupi presidente delle Città dell’Olio – l’Expo 2015 che ha come tema l’alimentazione rappresenta per l’Italia e per tutto il comparto una grande opportunità per promuovere le nostre eccellenze. In vista di questo importante appuntamento anche le nostre imprese devono prepararsi ad un cambio di passo, puntando sul messaggio culturale che la Dieta Mediterranea porta con sé per educare i consumatori e conquistare così sempre nuovi mercati”.“Veniamo da un’esperienza entusiasmante – ha detto Ferindo Palombella, presidente della Camera di Commercio di Viterbo – come quella di ‘Piacere Etrusco’ a Roma, in cui nel promuovere le nostre eccellenze enogastronomiche abbiamo verificato che l’abbinamento di prodotti tipici di qualità del Marchio Tuscia Viterbese con la cultura enogastronomica del territorio creano un mix vincente, particolarmente richiesto sia dai consumatori sia dagli operatori del settore. Tanto più che la totalità dei nostri prodotti è pienamente inserita nella Dieta mediterranea, sinonimo di una sana e corretta alimentazione”.Un focus specifico sarà dedicato alle opportunità rappresentate dal network della ristorazione italiana nel mondo. I ristoranti italiani all’estero sono, infatti, i veri ambasciatori delle produzioni agroalimentari italiane e attraverso ricette ispirate ai principi della Dieta Mediterranea, possono rappresentare una vetrina importante per i produttori italiani. La parte finale del convegno sarà incentrata sulle opportunità offerte alle imprese dal nuovo Piano Agricolo Comunitario (PAC) 2014-2020. I lavori del convegno saranno introdotti da Ferindo Palombella, Presidente della Camera di Commercio di Viterbo. Seguiranno i saluti di Pietro Abate, Segretario Generale Unioncamere Lazio, Roberto Staccini, Assessore all’Agricoltura della Provincia di Viterbo, Leonardo Michelini, Sindaco del Comune di Viterbo. Sarà poi il presidente dell’Associazione nazionale Città dell’Olio Enrico Lupi ad aprire i lavori con una relazione sul tema “La Dieta Mediterranea un’opportunità per le imprese”. Spazio poi agli interventi di Giovanni Antonio Cocco, Direttore generale ISNART sul tema “I Ristoranti italiani nel mondo e Dieta Mediterranea” e Stefano Ciliberti, CesarEurope Direct Università di Perugia sul tema “PAC 2014-2020”. Le conclusioni sono affidate a Sonia Ricci, Assessore all’Agricoltura della Regione Lazio. Modera il convegno Francesco Monzillo, Segretario Generale Camera di Commercio di Viterbo. Seguirà un light lunch con degustazione dei prodotti tipici del territorio.

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Dieta all’italiana

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 novembre 2013

Italiani sempre più attenti ad alimentazione e benessere, ma senza rinunciare acaffè espresso (con un cucchiaino di zucchero) e olio extravergine d’oliva: sono infatti questi gli alimenti più utilizzati nel nostro Paese da chi sta seguendo una dieta, secondo MyFitnessPal, la risorsa completamente gratuita che aiuta le persone a migliorare il proprio benessere e consente di mantenere un corretto stile di vita sulla base delle caratteristiche e delle abitudini individuali.
Seguono, nella classifica degli alimenti più utilizzati durante le diete dagli italiani, le carni bianche e, in particolare, il petto di pollo alla griglia, pane integrale, carote.Il consumo irrinunciabile di caffè espresso e olio extravergine d’oliva anche in caso di dieta sembra dimostrare un certo tradizionalismo a tavola per quanto riguarda il nostro Paese, complice probabilmente anche il valore universalmente riconosciuto del modello alimentare della dieta mediterranea.I dati di MyFitnessPal evidenziano inoltre le differenze delle nostre abitudini alimentari da quelle degli altri paesi europei, dove sono invece protagoniste le proteine, con elevati consumi di uova e latticini, soprattutto nei paesi nordici (Germania, Svezia, Danimarca, Norvegia).
Oltre 40 milioni sono oggi gli utenti di MyFitnessPal in tutto il mondo. Un database costantemente aggiornato di oltre 3 milioni di prodotti alimentari – che include i cibi delle principali marche italiane – permette ai membri della community di trovare facilmente gli alimenti più utilizzati e i loro principi nutritivi, quali calorie, grassi, proteine, carboidrati, zuccheri, fibre, colesterolo e altro ancora. La proposta di centinaia di esercizi fisici fornisce inoltre supporto nel migliorare lo stile di vita individuale.
Registrandosi per usufruire dei servizi di MyFitnessPal si entra, inoltre, a far parte di una vera e propria “community”, con la quale è possibile condividere i progressi, ottenendo un incoraggiamento quando necessario. A livello globale, nello scorso mese di settembre è stato raggiunto il risultato collettivo di oltre 50 milioni di chili persi.

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Una dieta ricca di fibre protegge i topi dal diabete

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 agosto 2013

La carenza di fibre che caratterizza la dieta occidentale può alterare la comunità microbica che vive nel nostro intestino e aumentare, di conseguenza, l’incidenza del diabete di tipo 1. Questo è il risultato del lavoro presentato oggi al 15° Congresso Internazionale di Immunologia di Milano da Eliana Marino, ricercatrice alla Monash University di Melbourne.Bambini con diabete di tipo 1 hanno un sistema immunitario intestinale alterato ed è stata avanzata l’ipotesi che le abitudini alimentari alterate tipiche dei paesi occidentali modifichino l’integrità intestinale e corrompano i normali processi di immunotolleranza. La microflora intestinale è nota per influenzare l’immunità e l’autoimmunità dell’organismo ma questa nozione non è stata presa sufficientemente sul serio. Il lavoro di Marino ha dimostrato che una dieta ricca di fibre ha un effetto positivo, grazie a un tipo di recettore accoppiato a proteine G, sulla microflora intestinale, che a sua volta migliora l’attività del sistema immunitario intestinale, portando così a una sua maggiore efficacia contro il diabete di tipo 1.

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Barometer Report: 8% dei sedentari sviluppa il diabete

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 novembre 2012

Una dieta bilanciata, l’esercizio fisico e il controllo del peso riducono del 50% il rischio di sviluppare il diabete. Non è un caso che sono colpite dalla patologia l’8% delle persone che non praticano alcuna attività sportiva, contro l’1% dei soggetti che svolgono attività fisica in modo continuativo, e che i grandi obesi presentano un rischio di sviluppare il diabete superiore di 60 volte rispetto ai normopeso. È questa la fotografia scattata dall’Italian Barometer Report 2012, documento prodotto dall’Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) dell’Università di Tor Vergata e presentato al Senato in un convegno. Il messaggio che emerge è che spesso «le scelte relative agli stili di vita possono essere influenzate da fattori ambientali, come le strutture sociali, le condizioni culturali e politiche e l’ambiente in cui si vive». Tanto che la diffusione della malattia risulta di 5 volte inferiore tra i laureati o con diploma superiore , in confronto a chi ha solo la licenza elementare e ancora una volta si conferma che sono i cittadini del Sud a essere i più colpiti: «il 7,8% dei lucani e il 7,6% dei calabresi sono diabetici, contro il 2,6% degli abitanti di Bolzano, il 3,4% dei valdostani e dei veneti, il 3,6% dei lombardi». In generale, anche i livelli di attività fisica e di obesità sono soggetti a differenze regionali: «la percentuale di persone completamente sendentarie per esempio è vicina al 15% in Trentino, mentre supera il 60% in Sicilia ed è attorno al 50% in Calabria, Campania e Puglia». E in questo quadro l’arma migliore per combattere la patologia, che «uccide ogni anno 27.000 italiani tra i 20 e i 79 anni», rimane la prevenzione: «Grazie a stili di vita adeguati» commenta Antonio Tomassini, presidente della XII commissione Igiene e sanità del Senato «si possono ottenere grandi risultati anche dal punto di vista economico». Ma anche la prevenzione secondaria riveste una importanza fondamentale: «Il buon controllo della patologia da attuare subito dopo la diagnosi e un trattamento precoce e intensivo dei principali fattori di rischio» aggiunge Agostino Consoli, coordinatore del Report 2012 e ordinario di Endocrinologia presso l’Uni versità di Chieti «come glicemia, ipertensione e colesterolo alto, riduce del 50% il rischio di gravi complicanze e di morte a distanza di 13 anni». D’altra parte, aggiunge Renato Lauro, presidente dell’Osservatorio e rettore dell’ateneo romano, «la lotta al diabete assorbe il 9% della spesa sanitaria italiana annuale, pesando sulle casse statali per 9,22 miliardi di euro, pari a 2.660 euro per ogni paziente».(fonte doctor news)

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