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Attenzione alle diete iperproteiche

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 maggio 2012

L’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) segnala il rischio di un eccesso proteico, soprattutto dalla carne. Sono in molti con l’arrivo della bella stagione, a voler perdere qualche chilo di troppo. Il metodo oggi più utilizzato è qualche settimana di dieta a basso tenore di carboidrati (low carb) con nel piatto solo proteine e qualche verdura, ma si deve fare attenzione.
Le proteine ingerite quotidianamente infatti sono in media 67-114 per gli uomini e 59-102 g per le donne. Il valore di riferimento giornaliero dovrebbe invece essere pari a 0,83 grammi per chilo di peso corporeo, inteso come peso forma e per un soggetto sedentario (che equivale per un uomo di 70 kg a 58,1 g di proteine, mentre per la donna di 55 kg al valore di 45,6 g). Atleti e persone attive hanno invece un fabbisogno in proteine aumentato a seconda della tipologia di attività svolta (da 1,3 g fino ad arrivare a superare i 2 g per chilo in caso di attività sportive particolarmente intense).
Per Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, oltrepassare di molto queste percentuali nutrizionali significa mettere a rischio il benessere fisico. Infatti, le proteine animali sono responsabili dell’incremento di alcune patologie come la calcolosi urinaria, gotta, osteoporosi, ipertensione, aterosclerosi e perfino di numerose forme tumorali. La scelta ottimale è la loro alternanza tra animali come pesce, carne e derivati e vegetali come i legumi, ricordando sempre che la proteina più digeribile e completa è quella dell’uovo.
Pertanto per una dieta equilibrata per ridurre le calorie; l’ideale sono alimenti magri e ricchi di fibre come i cereali minori ed i legumi in abbinamento ad una adeguata attività fisica che aumenta il metabolismo corporeo e rimodella il fisico.

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Sensibilità al glutine, diete inutili e costose

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2012

Gli esperti richiamano l’attenzione sulla sempre più diffusa confusione che fanno i pazienti tra la sensibilità al glutine e la celiachia, confusione che genera, oltre a timori anche diete senza glutine fai-da-te, inutili e molto costose. Lo segnala Gino Roberto Corazza, direttore della clinica medica dell’Irccs San Matteo di Pavia, che sull’argomento ha pubblicato un lavoro sulla rivista Annals of internal medicine, in cui sostiene che la sensibilità al glutine ancora non ha alcun supporto scientifico anche se esistono stime secondo cui il 6% della popolazione mondiale ne soffre. «Non basta l’autodiagnosi per affermare che in Italia 6 su 100 soffrono di questa malattia» sottolinea Corazza «molti pazienti o presunti tali si autoprescrivono una dieta senza glutine e comprano prodotti molto più costosi dei normali alimenti. Un business milionario che in pochi mesi ha fatto registrare un boom nelle vendite in farmacia, al supermercato, nelle parafarmacie e nei negozi specializzati». E cita alcuni esempio: «Un kg di lasagne senza glutine costa 16 euro, i bucatini poco meno di 10,240 grammi di pizza 4,4 euro, 300 grammi di minibaguette 6,41 centesimi. Chi utilizza questa dieta» prosegue «senza controllo medico va incontro a rischi elevati, perché salta gli accertamenti diagnostici per verificare l’esistenza della celiachia». Per la sensibilità al glutine non esiste un test diagnostico. «L’unico mezzo a disposizione» conclude «è la rilevazione dei sintomi dopo una dieta con e senza glutine fatta all’insaputa del paziente». Secondo l’esperto questa nuova patologia va studiata, «ma neanche sopravvalutata. Il tam tam mediatico su questo argomento è stato massiccio nonostante l’assenza di argomenti scientifici.(fonte farmacista33)

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Diete senza glutine spesso inutili

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 febbraio 2012

Aula Magna of the University of Pavia (Pavia, ...

Image via Wikipedia

La cosiddetta “sensibilità” al glutine ancora non ha alcun supporto scientifico perciò, in assenza di una diagnosi di celiachia, un regime alimentare senza glutine sarebbe totalmente inutile. A suggerire un’esagerata diffusione delle diete senza glutine in assenza di patologie clinicamente diagnosticate, è un articolo pubblicato sugli Annals of internal medicine da due studiosi italiani dell’università di Pavia: Roberto Corazza e Antonio di Sabatino. Molti pazienti – ammettono gli esperti italiani – riportano una risoluzione dei sintomi denunciati prima di intraprendere diete senza glutine, quali dolori addominali, sonnolenza, gonfiore. «C’è un ammontare considerevole di attenzione sulla “sensibilità” al glutine in pazienti non celiaci» scrivono i due autori «in particolare nuovi gruppi di discussione appaiono praticamente giornalmente su Internet, ma molte delle tesi sostenute non hanno alcun sostegno scientifico». L’articolo invita a «far prevalere il senso comune sulla “sensibilità” in modo da evitare che una preoccupazione sui possibili effetti del glutine evolva nella convinzione che il glutine è un alimento tossico per la maggior parte della popolazione. E in modo da prevenire la possibilità che un potenziale problema di salute divenga un problema sociale». Ann Intern Med. 2012 Feb 21;156(4):309-11 (fonte farmacista33)

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Diete vegetariane

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 febbraio 2011

Diete vegetariane e la loro implicazione clinica (“Chemistry behind Vegetarianism”, Li, J. Agric. Food Chem. 2011) ha rappresentato nelle ultime settimane l’estasi per tutti i carnivori, a causa di una campagna di stampa basata sulla più assoluta incomprensione della pubblicazione originale.Secondo quanto riportato dai mass-media italiani, addirittura la dieta vegana sarebbe molto più pericolosa per il cuore in quanto produrrebbe un pericoloso indurimento delle arterie, e altre fantasiose sadiche conseguenze. Quello che la rassegna riporta, invece, è l’esatto contrario: l’Autore infatti spiega che gli onnivori presentano un insieme di fattori di rischio cardiovascolare significativamente superiore rispetto ai vegetariani e vegani, quali maggiori valori di BMI, rapporto circonferenza vita/fianchi, pressione arteriosa, colesterolo totale, LDL e trigliceridi plasmatici, Lp(a), attività del fattore VII della coagulazione, rapporto colesterolo totale/colesterolo-HDL, rapporto colesterolo LDL/colesterolo HDL, rapporto Acidi grassi totali/colesterolo HDL, e livelli di ferritina.L’evidenza che proviene dagli studi scientifici effettivi condotti sulla popolazione è quella di una sensibile riduzione del rischio di morte per malattie cardiovascolari nei vegetariani. I vegetariani sarebbero protetti nei confronti di queste malattie in virtù degli effetti favorevoli della dieta sullo sviluppo di altre malattie che sono anche fattori di rischio cardiovascolare (diabete, ipertensione, sovrappeso-obesità, ipercolesterolemia), e in virtù delle caratteristiche della dieta vegetariana stessa, in grado di apportare maggiori quantità di frutta, verdura, frutta secca, soia, fibre, antiossidanti, steroli, e minori quantità di grassi totali, saturi, sale.Le linee guida per l’alimentazione vegetariana prodotte per la prima volta in negli USA nel 1997 hanno da subito inserito nelle raccomandazioni il rispetto delle assunzioni di omega-3 da fonte vegetale e di una fonte regolare di vitamina B12. Tutti i vegetariani dei Paesi occidentali sono informati di questo, e in molti rispettano questi consigli, che consentono di diminuire ulteriormente il loro già basso rischio cardiovascolare attraverso l’assunzione di noci, olio e semi di lino e altre fonti vegetali di omega-3, e l’assunzione di cibi fortificati o integratori di vitamina B12 di sintesi batterica.Secondo l’European Heart Network, nel 2008 le malattie cardiovascolari hanno rappresentato la prima causa di morte nella regione Europea OMS, dove ogni anno sono responsabili della morte di oltre 4,3 milioni di individui, pari al 48% di tutti i decessi (54% per le donne, 43% per gli uomini).Conclude la dottoressa Baroni: “Sappiamo che il ruolo della dieta è importante, che la dieta può uccidere. Ma l’imputato non è la dieta vegetariana o vegana, bensì la dieta onnivora, che i cibi animali contribuiscono pesantemente a rendere un killer spietato.”

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Papaya: un frutto…miracoloso?

Posted by fidest press agency su martedì, 15 settembre 2009

Sembra che faccia bene a tutto: al Parkinson, alle malattie degenerative e soprattutto mantiene la giovinezza, perche’ ricco in antiossidanti (vitamina A e C) che combattono i radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento, oltre che di una serie di altre malattie. Inoltre ha poche calorie per cui e’ particolarmente adatto alle diete. Stiamo parlando della Papaia, frutto tropicale che nella forma assomiglia ad una pera (all’esterno e’ verde,  la polpa e’ gialla tanto da essere soprannominato melone arboreo), che non merita pero’ la fama che si e’ fatto. Vediamone la composizione paragonata ai prodotti nostrani di stagione. I valori delle vitamine sono espressi i mg per 100 grammi di prodotto.  Calorie per 100 grammi: Papaia 28; Albicocca 28; Peperone 31; Carota 35. vitamina A: Papaia 265; Albicocca 360; Peperone 424; Carota 1148.  vitamina C: Papaia 60; Albicocca 13; Peperone 166; Carota 4. Come si vede un’alimentazione varia e a minor costo dei prodotti di stagione apporta gli stessi elementi antiossidanti. Variare poi il tipo di frutta e verdura fa bene al nostro organismo perche’ comporta la assunzione di altre vitamine e minerali. Vanno di moda anche prodotti a base di Papaya che pero’ possono contenere un alcaloide cardiotossico, la carpaina, il che non e’ proprio indicato per la nostra salute.  (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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