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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Posts Tagged ‘dignità’

Occupazione ai massimi storici, l’head hunter: “Merito del Decreto Dignità”

Posted by fidest press agency su domenica, 7 luglio 2019

Milano. L’Istat offre una chiara visione di come, sulla base dei dati relativi a maggio 2019, l’occupazione risulti essere ai massimi dal 1977.
Per l’Istituto nazionale di statistica questo exploit non è un qualcosa legato ad un fatto occasionale, magari risultante per essere condizionato da quella che è la cosiddetta stagionalità turistica, ma che, in realtà, sia una vera e propria tendenza che ha la sua validità profonda tanto come rendiconto trimestrale quanto anno per anno.Per Carola Adami, amministratore delegato della società di head hunting Adami & Associati “questo dato positivo, è in gran parte legato alla Legge Dignità”.Infatti per l’head hunter milanese:l “seppure non si stia parlando di numeri biblici, questa positiva tendenza prende corpo e sostanza anche per l’apporto positivo della Legge Dignità”.Oltre a ciò, Carola Adami ha voluto sottolineare come i dati relativi a maggio del 2019, diano delle notizie più che ottime per quanto riguarda l’occupazione.
Infatti, per l’amministratore delegato della società di head hunting Adami & Associati: “i dati Istat mostrano, in maniera chiara e limpida, come si sia andata a infrangere quota 18 milioni, un qualcosa che non avveniva addirittura dal lontanissimo 1977”.A tal proposito poi aggiunge che: “oltre che fotografare una situazione positiva sotto l’aspetto occupazionale, l’Istituto nazionale di statistica, offre anche un’altra positiva panoramica, ovvero il fatto che la disoccupazione ha un tasso risultante essere al 9,9%, un qualcosa che non si registrava dal febbraio del 2019”.Indiscutibilmente, questi dati positivi sul fronte occupazionale presentati dall’Istat, oltre che offrire vari spunti che debbono essere analizzati in maniera fredda, aprono discussioni più strettamente in chiave politica.Di fatti, più parti si interrogano su come sia possibile che, da un lato si prospetti un PIL che non è in grado di promettere nulla di buono e, dall’altro, si assiste ad un piccolo, ma importante, record per l’occupazione.In conclusione, per Carola Adami, altro aspetto importante è che “nel resto dell’Europa, ad eccezione di paesi come la Francia, la Spagna e la Grecia, si parli, finalmente, sia di una crescita di posti di lavoro così come di piena occupazione”.

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“Occorre restituire dignità e certezze ai docenti universitari”

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 Mag 2019

Non solo i compiti dei docenti universitari, nonostante il loro Statuto giuridico unico, sono diversi da università a università, ma anche la progressione di anzianità è basata su criteri differenti a seconda dell’ateneo in cui matureranno lo scatto. Una deriva che bisogna arrestare. Pacifico (Anief): “Occorre restituire dignità e certezze ai docenti universitari” Nel corso dell’ultimo Consiglio nazionale del giovane sindacato autonomo è stata illustrata una piattaforma di alcune proposte avanzate da Anief, in vista del rinnovo del contratto: chiesti gli aumenti economici per il personale, il recupero della centralità della funzione docente, la difesa delle lavoratrici vittime della violenza, la modifica del sistema disciplinare, nuove regole per la mobilità, il riconoscimento del ruolo del personale educativo.C’è da intervenire anche sul fronte dell’università, per cui Anief si batte da tempo ed è di nuovo pronto a esporsi in prima linea, visto che negli ultimi anni i docenti hanno subito interventi durissimi su salari e organizzazione del lavoro e i generali tagli alle risorse hanno inciso sulla funzionalità dei rapporti di lavoro. I docenti, pur con un unico stato giuridico, uguale per atenei pubblici e privati, con relative classi stipendiali, hanno assistito a una diversa declinazione nei regolamenti con condizioni, orari e compiti diversi, a livello locale.Un esempio concreto, nel mondo accademico, è rappresentato dai ricercatori a tempo determinato, che devono firmare un contratto con condizioni che differiscono da università a università e talvolta persona per persona (i compiti didattici e di ricerca sono stabiliti nei bandi). Hanno un unico stipendio nazionale, ma compiti diversi, da realtà a realtà.Per non parlare della progressiva entrata a regime del nuovo sistema degli scatti, su base triennale per classi di professori e ricercatori universitari; anche in questo caso è stato demandato a ogni singolo ateneo la definizione dei requisiti. Ogni polo universitario ha declinato in modo totalmente autonomo, e autoreferenziale, le proprie esigenze. In alcune università per avere lo scatto si ha bisogno di raggiungere tutti i criteri, in altre ne bastano soltanto due, in altre ancora uno solo. In alcune viene considerata anche la valutazione degli studenti, in altre no. Nel nuovo contratto occorre dire basta a queste storture del sistema, cercando un’uniformità di massima per quanto riguarda le mansioni didattiche e la progressione degli scatti.

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Ridare dignità al risparmio tradito delle banche venete e non solo”

Posted by fidest press agency su sabato, 11 agosto 2018

“Come tutti sanno – ha ricordato Giorgio GRANELLO – le principali banche venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) rappresentano uno dei casi più grandi e dolorosi di risparmio tradito nel nostro Paese, a prescindere dal successivo regalo al Gruppo Intesa San Paolo. Un buco di più di 15 miliardi di Euro solo per le banche venete a cui vanno aggiunti tutti i miliardi persi con le procedure di risoluzione della Banca Etruria, CariFerrara, Banca Marche e Carichieti. Circa 20 miliardi di Euro a carico del debito pubblico e di tutti i contribuenti senza aver trovato i colpevoli di tutti questi misfatti a cui chiedere conto. Almeno fin qui”. “E invece proprio in queste ultime settimane – ha continuato il Presidente di CONFASSOCIAZIONI Nord – sono maturate importanti novità perché le Procure, in particolare quella di Verbania, hanno iniziato a chiamare in causa insieme ai vertici (di Veneto Banca in questo caso) anche molti altri soggetti, quelli che seguivano i piccoli risparmiatori. L’indagine della Procura di Verbania sembra anticipare l’azione delle Procure di molte altre città, che sembra stiano già procedendo per fatti analoghi. L’accusa è quella importante di truffa aggravata in concorso per la vendita di azioni. Si tratta di accuse, importanti e dirimenti, che tendono a dimostrare che i risparmiatori siano stati convinti ad investire i propri risparmi in azioni o obbligazioni convertibili in azioni emesse da Veneto Banca senza essere stati informati dell’effettivo rischio che correvano”.“Possiamo aspettare l’attività delle Procure oppure – ha affermato il Presidente GRANELLO – possiamo chiedere un intervento della politica che si adoperi per il risarcimento delle parti lese (oltre 205mila tra imprenditori, dipendenti e risparmiatori solo nelle banche venete). Per poi accollarsi la denuncia e la conseguente giustizia nei confronti delle Banche. Stiamo facendo rete, com’è nelle nostre corde di CONFASSOCIAZIONI, con il Coordinamento Associazioni Soci Banche Popolari Venete Don Enrico Torta. E’ per questo che condividiamo le parole di Andrea ARMAN, Presidente del Coordinamento, che ha chiesto misure di risarcimento per tutti i risparmiatori al fine di risarcire coloro che sono stati imbrogliati in fase di vendita”.
“In questo momento – ha aggiunto il Presidente di CONFASSOCIAZIONI, Angelo DEIANA – si parla in tanti contesti di dignità come elemento per ridare giustizia ed equità ai cittadini. E certamente il mondo del lavoro è importante, ma altrettanto importante è il mondo del risparmio degli italiani. CONFASSOCIAZIONI con la propria struttura organizzativa e professionale sarà sempre a fianco dei cittadini ed in particolare non lascerà nulla di intentato nel farsi promotore di tutte le iniziative necessarie affinché sia resa giustizia e dignità ai risparmiatori”. “Noi ci siamo sempre perché fare rete è il DNA di CONFASSOCIAZIONI – ha concluso DEIANA -. E’ per questo che ci siamo fatti promotori di numerosi incontri sul tema delle banche venete e non solo. Incontri che, grazie alla capacità aggregativa di Giorgio GRANELLO, Presidente di CONFASSOCIAZIONI Nord, hanno visto riuniti attorno al tavolo tutte le parti coinvolte, dalle maggiori Associazioni dei consumatori e dei risparmiatori, i Sindacati, il Presidente del Consiglio Regionale Veneto, i Presidenti delle banche coinvolte nella crisi e il precedente Governo. Adesso è ora che il nuovo batta un colpo.”

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Ridare dignità ai settemila docenti esclusi dalle graduatorie

Posted by fidest press agency su domenica, 5 agosto 2018

«Occorre ridare dignità a quei 7mila docenti e alle loro famiglie che, dopo una lunga odissea, entrando in ruolo pensavano finalmente di aver ottenuto giustizia. Docenti che invece saranno esclusi dalle graduatorie ad esaurimento a causa di questo decreto dignità che, applicando una sentenza del Consiglio di Stato, mette in discussione la certezza del diritto e soprattutto la stessa fonte che ha legiferato precedentemente. E questa è una ferita istituzionale che non può essere sanata con un concorso straordinario nel quale non vengano tutelati i ruoli. Tra i 7mila insegnanti inoltre, ci sono diversi disabili che rischiano non solo il licenziamento ma anche la possibilità di un’iscrizione nelle liste di collocamento mirate. Questo decreto verrà ricordato come quello che ha previsto il più grande licenziamento della Repubblica Italiana e il riproporsi di conteziosi che non avranno mai fine”. È quanto ha dichiarato il deputato di Fratelli d’Italia Carmela Bucalo.

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Disabili inclusione sociale e dignità

Posted by fidest press agency su domenica, 29 aprile 2018

L’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, da sempre mossa dalla convinzione che il lavoro rappresenti la più grande opportunità di riscatto personale e di inclusione sociale per tutte le persone che partono da posizioni di svantaggio, in occasione della festa del primo maggio ribadisce il proprio sostegno e la propria vicinanza ai disabili visivi e a tutto il mondo della disabilità. U.I.C.I., attiva dal 1920 a supporto di ciechi e ipovedenti, è costantemente impegnata nell’individuazione di nuove attività lavorative per offrire opportunità ai giovani disabili visivi che devono inserirsi nel mondo del lavoro e a tutte le persone che, a causa della perdita parziale o totale della vista, si trovano nell’impossibilità di continuare a svolgere la propria professione.“Il lavoro è sicuramente il mezzo più nobile ed efficace di inclusione e di uguaglianza dei cittadini; al contrario, l’esclusione e la discriminazione fondate sul pregiudizio, costituiscono ragione di conflitto sociale e offendono la dignità delle persone” ha commentato Mario Barbuto, Presidente Nazionale dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. “Mutare la condizione di disabilità e la sua percezione da fattore di handicap in risorsa preziosa è un passo fondamentale per accrescere l’inclusione e favorire uno sviluppo economico e un progresso sociale più equo ed equilibrato. L’innovazione tecnologica consente a ciechi e ipovedenti di occuparsi di un numero sempre più ampio di mansioni, superando gli stereotipi che li vogliono impegnati esclusivamente in professioni come quelle del centralinista o del fisioterapista. Crediamo sia tempo di agire a fondo anche a livello istituzionale per restituire diritti e dignità alle persone con disabilità, in linea con quanto previsto dalla Costituzione Italiana in materia di uguaglianza e di pari opportunità”.Proprio allo scopo di promuovere nuove opportunità di impiego, la Direzione Nazionale dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti è in procinto di indire un bando che mette a disposizione risorse economiche volte al finanziamento di progetti lavorativi che coinvolgano persone colpite da disabilità visiva. L’iniziativa, che sarà avviata grazie ai fondi raccolti con la Lotteria Nazionale Louis Braille del 2017, mira a stimolare, sostenere e promuovere nuove proposte tese alla realizzazione di imprese innovative realizzate da non vedenti in forma singola o associata. Il bando di gara metterà a disposizione 95 mila euro complessivi, 25 mila dei quali destinati a 10 progetti presentati da singoli partecipanti e 60 mila a 3 progetti proposti da singole imprese. I restanti 10 mila euro verranno utilizzati per la remunerazione dei consulenti e per la realizzazione dell’evento pubblico in cui verranno presentati i progetti. Per partecipare alla gara e godere del finanziamento, è necessario che le società siano costituite da meno di 24 mesi o in fase di costituzione e composte per almeno il 51% da lavoratori ciechi o ipovedenti.
Con l’indizione del bando di gara, l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti vuole anche sollecitare i datori di lavoro pubblici e privati a mantenere atteggiamenti aperti e ricettivi verso coloro che, pur in presenza di disabilità, si avvicinano al mondo delle professioni. Nonostante le leggi di protezione e l’azione continua delle associazioni rappresentative, centinaia di migliaia di persone disabili sono ancora alla ricerca di uguaglianza e pari opportunità, da conquistare in primo luogo attraverso il diritto al lavoro. Solo attraverso la realizzazione di questo diritto fondamentale persone che partono in posizione di svantaggio possono recuperare dignità, indipendenza economica, autonomia personale e libertà dal bisogno.

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“Dignità umana e diritti umani dei rifugiati”

Posted by fidest press agency su sabato, 25 novembre 2017

ALBERTO GARCIARoma 27 novembre presso l’Aula Master dell’Università Europea di Roma e dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Via degli Aldobrandeschi, 190 dalle 9:30 alle 18:00 una giornata di dibattito sul tema “Dignità umana e diritti umani dei rifugiati”, all’interno del progetto europeo “European Citizens for Solidarity” (EUROSOL) cofinanziato dal programma “Europe for Citizens” dell’Unione europea.
Il Forum sarà diviso in tre sessioni, ognuna con un tema legato alla situazione dei rifugiati in una prospettiva di bioetica e diritti umani. Si inizia con “Rifugiato, opportunità o minaccia? Contesto, cause e prospettive. La situazione del rifugiato: le voci dei protagonisti” con l’intervento di Padre Aldo Skoda, direttore del SIMI, per proseguire con un focus su “Diritti e doveri del rifugiato in prospettiva di bioetica”. A chiudere la giornata verrà affrontato il tema “Integrazione del rifugiato in prospettiva interculturale e religiosa”.L’obiettivo del forum è promuovere il dialogo interculturale, trovare soluzioni e proposte creative attraverso l’informazione, la conoscenza e la condivisione di competenze. Accanto ad esperti i protagonisti di questo dibattito saranno i rifugiati e i migranti stessi, come pure i politici interessati all’attuale sfida migratoria. Tra le autorità presenti: il Direttore della Cattedra UNESCO, Dr. Alberto Garcia, il Direttore del SIMI (Scalabrini International Migration Institute – SIMI), P. Aldo Skoda il Dr. Giorgio de Acutis della Croce Rossa Italiana – Comitato Area Metropolitana di Roma Capitale (Area sociale) e la Dott.ssa di ricerca in Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale, Veronica Roldan. Anche il mondo delle organizzazioni internazionali sarà presente attraverso la Fundación Altius Francisco de Vitoria, Madrid, Spagna, la Dirección General de Servicios Sociales de Integración Social, Madrid, Spagna, la BIDA e V. Kultur und Bildung, Suhl, Germania, la Erevnitiko Idrima P.L., Nicosia, Cipro, la Stowarzyszenie B-4, Rzeszòw, Polonia, la Viesoji Istaiga Vilniaus Verslo Kolegija, Vilnius, Lituania e la Diagrama Foundation Psychosocial Intervention, Dunstable, Inghilterra. (foto: ALBERTO GARCIA)

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Governo macchietta senza dignità

Posted by fidest press agency su sabato, 8 luglio 2017

roma-fori-imperiali“Una cosa va riconosciuta a questo Governo: nonostante sia di sinistra, ha un atteggiamento innegabilmente patriottico. Soprattutto per il modo in cui prende alla lettera il verso del nostro Inno nazionale ‘Noi fummo da secoli calpesti, derisi’”. Lo dichiara l’On. di Forza Italia Sandra Savino, ironizzando sulla gestione dei flussi migratori da parte del Governo.“Lo si vede dalle porte sbattute in faccia dagli altri paesi europei, dal loro evidente disinteresse di fronte alle nostre ridicole e puntualmente disattese minacce, dalla totale assenza di credibilità e di quel minimo di amor proprio nazionale, da quel misto di vittimismo e cialtronsimo tipico di certe italiche macchiette teatrali e cinematografiche”.“Un’immagine che non esiste e che gli italiani non meritano ma che purtroppo ricade anche su di loro a causa della debolezza di questo Governo”.

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Anief: non c’è dignità senza stipendi equi e con una precarietà altissima, ci salverà l’Europa

Posted by fidest press agency su domenica, 4 giugno 2017

dirittiMarcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, nel giorno delle celebrazioni per il passaggio dell’Italia al sistema repubblicano: com’è possibile che gli stipendi di chi lavora nella scuola debbano essere bloccati da quadi 10 anni, senza nemmeno aver concesso loro il paracadute costituito dalla vacanza contrattuale? Perché un insegnante in pensione nella scuola deve percepire in media 1.300 euro al mese mentre la media dei dipendenti pubblici supera i 1.800 euro. Ha fatto bene Papa Francesco a parlare di lavoro come figura antropologica. Oggi chi vuole insegnare nella scuola è atteso ancora da un lunghissimo periodo di supplenze: ci sono decine di migliaia di docenti selezionati, formati, abilitati all’insegnamento che la Buona Scuola ha lasciato fuori delle assunzioni, a costo di lasciare vacanti tantissimi posti liberi. Tanto è vero che a settembre avremo ancora quasi 100mila supplenze annuali. Ora, poiché lo Stato italiano non intende sanare queste situazioni, il sindacato ha deciso di rivolgersi ai giudici super partes che operano in Europa. “La Festa della Repubblica serve anche a ricordare che i cittadini sono tutti uguali e hanno i medesimi diritti: com’è possibile che gli stipendi di chi lavora nella scuola debbano essere bloccati da quadi 10 anni, senza nemmeno aver concesso loro il paracadute costituito dalla vacanza contrattuale? Perché un insegnante in pensione nella scuola deve percepire in media 1.300 euro al mese mentre la media dei dipendenti pubblici supera i 1.800 euro, come rilevato in settimana dall’Inps?”. A chiederlo è Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, nel giorno delle celebrazioni per il passaggio dell’Italia da un sistema politico monarchico a uno repubblicano.
Il sindacalista autonomo ricorda che “una Repubblica moderna che tutela i propri cittadini non dovrebbe permettere l’approvazione di norme, invece in vigore nella nostra Penisola, che violano almeno sette articoli della Costituzione italiana e tre direttive europee: sono infatti penalizzati per la mancata tutela del diritto all’avvicinamento alla famiglia, per un accesso ritardato ai pubblici uffici, per una retribuzione iniqua, per una ricostruzione di carriera incompleta e per una pensione e liquidazione ingiusta. Tutto ciò accade come se la Corte Costituzione, nell’estate del 2015, non avesse mai dichiarato illegittimo il blocco stipendiale che invece continua a essere in atto”.Il sindacato insiste sul fatto che, in attesa di un rinnovo equo, non certo gli 85 euro lordi accordati con la Funzione Pubblica, è fondamentale chiedere l’adeguamento dei valori dell’indennità di vacanza contrattuale alla metà dell’inflazione, come registrata a partire dal settembre 2015 rispetto al blocco vigente dal 2008”. Anche perché la stessa indennità di vacanza contrattuale potrebbe ancora rimanere “congelata” almeno sino al prossimo anno e forse anche fino al 2021.“Ha fatto bene Papa Francesco – ha detto oggi Pacifico – a parlare, qualche giorno fa, di lavoro come figura antropologica, inteso come dono di sé, creatività, libertà e dignità. Ecco, a queste condizioni, con l’inflazione che ha superato con 14 punti percentuali gli stipendi di chi lavora a scuola, con la precarietà perenne, come si può parlare di occupazione lavorativa dignitosa? Oggi chi vuole insegnare nella scuola è atteso ancora da un lunghissimo periodo di supplenze: ci sono decine di migliaia di docenti selezionati, formati, abilitati all’insegnamento che la Buona Scuola ha lasciato fuori delle assunzioni. A costo di lasciare vacanti tantissimi posti liberi, come poi è accaduto. Tanto è vero che a settembre avremo ancora quasi 100mila supplenze annuali, di cui oltre 80mila su posti vacanti ma furbescamente non ritenuti tali dall’amministrazione. Ora – ha concluso il leader dell’Anief – poiché lo Stato italiano non intende sanare queste situazioni, il sindacato ha deciso di rivolgersi ai giudici super partes che operano in Europa”. A iniziare dal Comitato Europeo dei Diritti Sociali, che agisce in nome e per conto del Segretario Generale del Consiglio d’Europa, il quale pochi giorni fa ha pubblicato la presa in carico del reclamo collettivo Anief n.146/2017 sull’abuso di precariato scolastico italiano. Fortissime perplessità sono state espresse anche dalla Commissione per le Petizioni del Parlamento Ue, al termine del confronto svolto di recente presso l’European Parliament, proprio sulla mancata adozione della Direttiva Ue 1999/70/CE sulla stabilizzazione del personale pubblico con 36 mesi di servizio: in autunno, le autorità del nostro paese e i componenti della rappresentanza permanente dovranno presentarsi in adunanza plenaria per fornire dettagliati ragguagli. Presto sull’abuso di precariato e sulle discriminazioni dei nostri supplenti si occuperà anche la Cedu, la Corte europea dei diritti dell’Uomo.

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Papa Francesco e la dignità del lavoro

Posted by fidest press agency su domenica, 28 Mag 2017

papa francescoLe parole, i concetti e gli insegnamenti che Papa ha pronunciato nell’incontro del 27 maggio agli operai dell’ILVA di Genova, non possono essere commentate, né null’altro c’è da aggiungere. Ma non basta ascoltare le Parole e applaudire, se non si fanno proprie le indicazioni che sono state descritte se non appare prioritariamente la volontà di fare proprie quelle indicazioni e applicarle. Così non si tratta di aggiungere qualcosa, ma di condividere, con concetti che Papa Francesco ha “sottinteso”, poiché si rivolgeva sia agli operai che agli imprenditori. L’odierna dialettica in campo economico-finanziario risulta contraddittoria tra le classi interessate alla dinamica del lavoro, dove la fa da padrona la convinzione vincente della priorità del mercato, frutto di un capitalismo arrogante e egoista. Emerge con prepotenza il vetusto scontro tra capitale e lavoro, quindi, detta in soldoni, tra il più forte e il più debole; se ne conosce già l’esito, sancito ormai da secoli. Fin quando la classe operaia e gli imprenditori illuminati non prenderanno coscienza di essere i soli gestori del lavoro, senza egoismi, senza scontro di classe, convinti di possedere le sorti delle grandi potenzialità del lavoro, in perfetta sintesi e collaborazione fra le classi stesse, non potrà esserci progresso e sviluppo per tutti.
Il capitale-denaro e il capitale-lavoro hanno (e dovranno avere) un destino comune, che serva ad equilibrare adeguatamente il rapporto, con conseguente reciprocità di dignità.
L’uomo-capitalista e l’uomo-lavoratore hanno questo comune denominatore, essere uomini, che li assimila, ma vengono tenuti separati da interessi corporativi che nulla hanno a che vedere con le reali esigenze delle parti.La finanza creativa inventata da governi assoggettati alla logica capitalistica, unitamente alla programmazione liberista, fatta per dividere e non per unire, ha fornito tutti i mezzi possibili alla finanza improduttiva e parassitaria, mortificando il lavoro con la precarietà. Ha generato una ignobile “asta pubblica” del lavoro, ma al ribasso, per sfruttare ulteriormente lo stato di necessità, che impone e obbliga di accettare le condizioni più vessatorie, pur di poter lavorare.La collaborazione tra le classi non deve restare nel limbo delle intenzioni o delle ipotesi astratte, ma deve diventare la sola meta da perseguire: l’umanesimo del lavoro.
La Democrazia trova nella società civile e democratica la fonte della sua convinzione che il lavoro costituisce una fondamentale dimensione dell’esistenza umana. Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo, quanto più l’uomo è capace di conoscere le sue potenzialità produttive e di leggere in profondità i bisogni dell’altro uomo, per il quale il lavoro è fatto.L’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli hanno cercato di migliorare le proprie condizioni di vita corrisponde al disegno dell’uomo, alla sua storia, al suo destino. L’uomo deve soggiogare i mezzi di produzione e non restarne soggiogato, deve dominare il progresso, perché non arrivi a contrastare lo sviluppo. Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro. Come persona egli lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua umanità, al compimento della vocazione ad essere persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità.
L’uomo deve lavorare per riguardo agli altri uomini, specialmente per riguardo alla propria famiglia, ma anche alla società, alla quale appartiene, alla nazione, della quale è figlio, all’intera società umana, di cui è membro, essendo erede del lavoro di generazioni e insieme co-artefice del futuro di coloro che verranno dopo di lui nel succedersi della storia.Tutto ciò costituisce l’obbligo morale del lavoro, inteso nella sua ampia accezione. (Rosario Amico Roxas)

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Sviluppo sostenibile e dignità della persona

Posted by fidest press agency su domenica, 2 aprile 2017

LuigiRussoRoma. Martedì 4 aprile 2017, alle 15.00, all’Università Europea di Roma (via degli Aldobrandeschi 190), si terrà la tavola rotonda “Sviluppo sostenibile e dignità della persona”, iniziativa scientifica compresa nella Settimana Culturale della Storia organizzata dall’Ufficio della Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma.
La Settimana della Storia (dal 3 al 7 aprile 2017) ha quest’anno come tema “Lo sviluppo integrale della persona umana” e coinvolge tutti gli atenei romani. Essa si colloca in ideale continuazione con quanto affermato nel preambolo della Carta di Roma pubblicata il 9 settembre 2016 in occasione del Giubileo dell’Università in cui si avverte “l’urgenza di radicare, rafforzare e rilanciare la Terza Missione dell’Università, dei Centri di Ricerca e delle Accademie di alta Formazione, per riportare la persona al centro della storia ed imprimere una svolta radicale e tempestiva agli attuali modelli di sviluppo”.
Nella tavola rotonda l’Università Europea di Roma propone una riflessione interdisciplinare che affronta una serie di questioni trattate proprio nella Carta di Roma. In particolare, il Prof. Giovanni Farese, docente dell’Ambito di Economia, parlerà dell’idea di sviluppo secondo gli economisti dell’ultimo secolo, mentre la Prof.ssa Margherita Pedrana, anche lei dell’Ambito di Economia, illustrerà il rapporto sostenibilità-territorio, affrontando il caso del turismo sostenibile.
Il Prof. Guido Traversa, docente di Filosofia morale, si concentrerà invece sul concetto di responsabilità come non-reciprocità, mentre il Prof. Luigi Russo, dell’Ambito di Storia, fornirà alcuni spunti di riflessione relativi alla sostenibilità ambientale in base all’esperienza dell’età medievale.Il dibattito sarà moderato dal Prof. Carlo Felice Casula, Ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Roma tre.L’incontro è aperto a tutti. (foto: luigi russo)

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“Abbiamo deciso di iniziare il 2017 all’insegna della dignità della donna”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 gennaio 2017

1985  °  Donna sedutaCosì Alessandro Monteduro, Direttore di ACS-Italia, descrive il senso dei due progetti che la fondazione pontificia presenta ai benefattori italiani. “Abbiamo deciso di occuparci di una delle aree in cui i Cristiani sono più perseguitati, e cioè il Pakistan”, prosegue Monteduro. “Razia Joseph è la Presidente della Women Shelter Organization, un’organizzazione fondata nel 1987 per prendersi cura delle donne che, specie nelle aree rurali, hanno subito violenze domestiche e abusi sessuali, e di quante sono costrette ai matrimoni forzati – spiega il Direttore di ACS-Italia -. Il Centro presta la sua assistenza anche alle donne in carcere, affinché possano essere recuperate a una vita dignitosa. Negli anni sono stati realizzati anche programmi di cure per i bambini, e non soltanto nella zona di Faisalabad, ma anche di Gojra e Jhang.”. Razia Joseph è “molto contenta del sostegno dei benefattori italiani, ai quali ha detto: «Grazie, il vostro sostegno aiuterà le donne che si sentono dimenticate!». E noi siamo lieti di essere al loro fianco per sostenere il progetto Formiamo giovani ostetriche – commenta Monteduro -. Il Programma di formazione ostetriche tradizionali (Traditional Birth Attendants, TBA) riguarderà 75 ostetriche in 15 aree del distretto di Faisalabad, che saranno formate per prestare assistenza sanitaria alle donne in procinto di partorire nelle aree rurali. Sarà un bel modo per inaugurare il nuovo anno!”.
Aiutiamo le donne povere è il secondo progetto di ACS-Italia per l’inizio 2017, e si tradurrà nel sostegno al “Crisis Intervention Center” di Lahore, sempre in Pakistan. “Il Centro è stato fondato dalle Suore del Buon Pastore, e il primo obiettivo è aiutare ragazze e donne povere, e in situazione di difficoltà psicologica – spiega il Direttore di ACS-Italia -. Vengono seguite le ragazze madri che per questa loro condizione di solito vengono emarginate dalla società. Il Centro può accogliere circa 15 donne, che vengono sostenute almeno per sei mesi, periodo che viene prolungato qualora la situazione individuale lo richieda. Negli ultimi quattro anni le Suore del Buon Pastore hanno salvato 62 donne, soprattutto grazie ad attività legate alla spiritualità. Le ospiti vengono aiutate anche dai punti di vista sanitario e legale, le analfabete imparano a leggere e scrivere: è un sostegno a 360 gradi. L’aiuto che abbiamo promesso attraverso il progetto Aiutiamo le donne povere servirà a coprire i costi operativi del Centro per i prossimi 5 anni”, conclude Monteduro, che riferisce quanto Suor Maqsood Kala RGS ha comunicato alla fondazione: «Il vostro aiuto ci consente di aiutare le donne, affinché vivano una vita dignitosa. Grazie da tutte noi!» Aiutiamo le donne cristiane in Pakistan a vivere con dignità!

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Decreto terremoto e dignità terremotati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 dicembre 2016

terremoto«Per senso di responsabilità e perché quel poco che c’è nel testo serve ai terremotati per la sopravvivenza non voteremo contro, ma non possiamo fingere che il decreto sia esaustivo delle esigenze dei cittadini terremotati. Non possiamo mancare di rispetto per chi, dopo mesi, ancora è costretto a dormire al gelo, ad usare un bagno comune, a chiedere in prestito una roulotte, a comprare da soli un container usato o una casetta di legno, che potrà utilizzare a causa della burocrazia».
Così l’on. Catia Polidori, coordinatrice di Forza Italia in Umbria, intervenendo alla Camera durante la discussione generale sul secondo decreto terremoto. Nel suo pacato, ma fermo discorso l’esponente dell’opposizione ha passato in rassegna i difetti del provvedimento in scadenza, lamentando il grande ritardo con il quale è stato licenziato dall’esecutivo Renzi e sottolineando con dispiacere e senza alcuna partigianeria che nel 2009 il governo Berlusconi impiegò appena ventidue giorni, a dimostrazione che se le cose si vogliano fare in fretta si possono fare. «Spero che, accogliendo l’auspicio del Presidente Mattarella, il nuovo esecutivo riservi maggiore attenzione alle popolazioni colpite dal sisma – ha proseguito l’azzurra – Voglio ringraziare i sindaci dei piccoli borghi terremotati, che non hanno mai smesso di rappresentare lo Stato, facendosi carico da soli dei problemi delle loro comunità. Ho proposto un emendamento per dare loro speciali indennità di funzioni in qualità di Commissari straordinari di Governo. Intendo fare in modo – ha quindi concluso la deputata umbra – che tutti gli italiani che in questa tragedia hanno perso i loro affetti più cari, il lavoro e i loro beni non perdano almeno la speranza e non venga loro lesa la dignità ».

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L’arte medica: “Con dignità, fino alla fine”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 luglio 2016

medico_famigliaFin dalle sue origini l’arte della medicina è al servizio della persona malata, con la finalità di curarne la condizione di salute e la qualità di vita, di guarirne – nei limiti del possibile – le patologie ed alleviarne le sofferenze. In questa prospettiva, pur con accenti e riferimenti differenti lungo i secoli, paziente e medico sempre hanno saputo costruire insieme una vera “alleanza per la vita”. Da un lato la domanda di aiuto da parte del paziente, segnata dal peso del proprio vissuto e caratterizzata dalla sua soggettività etica e psicologica; dall’altro, la risposta d’aiuto – basata sulla competenza professionale, l’abilità operativa e la formazione umana – da parte del medico, consapevole della sua peculiare missione. Entrambi, in ascolto della propria coscienza morale e nel rispetto di quella altrui, impegnati a sostenere e promuovere il bene
primario della vita e la qualità della salute. Una prospettiva che Scienza & Vita sostiene e promuove ancora oggi per strutturare e modulare “a misura umana” il rapporto paziente-medico, soprattutto nelle situazioni cliniche più difficili e complesse, tanto sotto il profilo tecnico quanto sotto quello umano.
2. Lo strumento della pianificazione terapeutica condivisa Come evidenzia la prassi medica, molte di queste situazioni si verificano nell’ambito del fine vita. E proprio in tale ambito, è ancor più radicata la nostra convinzione che anche alcuni preoccupanti fenomeni emergenti, come l’eventuale richiesta di eutanasia da parte del malato o, all’opposto, la tendenza al cosiddetto “accanimento terapeutico” da parte del medico, possano essere superati e svuotati della loro ragion d’essere proprio da un corretto percorso di condivisione programmatica e operativa tra paziente e medico dell’iter di cura.
A tal fine, ciò che proponiamo ed auspichiamo – soprattutto nei luoghi di cura dove ciò non sia ancora una realtà – è la virtuosa scelta di una pianificazione terapeutica condivisa che, nella situazione clinica concreta, dal momento dell’instaurazione dell’alleanza paziente-medico, veda entrambi i soggetti come co-protagonisti – nel rispetto reciproco dei propri ruoli e doveri specifici – nella gestione del percorso di cura per il raggiungimento degli obiettivi comuni di volta in volta prefissati. Questa pianificazione condivisa va ovviamente rimodulata, ogni qualvolta ciò si renda necessario, in base all’evolversi della condizione clinica del paziente, soprattutto nelle fasi finali della sua vita. Resta comunque in carico al paziente il diritto/dovere di assumere in coscienza la responsabilità ultima delle decisioni circa gli interventi medici cui sottoporsi, nel momento presente, in coerenza col quadro valoriale assunto congiuntamente. Spetta invece al medico il dovere etico e deontologico di mettere il paziente – attraverso un’adeguata e completa informazione – nelle migliori condizioni per poter esercitare questa sua responsabilità etica. In questa prospettiva, sono da incoraggiare e diffondere possibili iniziative – per esempio, l’istituzione in ospedale della figura del medico tutor – che facilitano e migliorano il dialogo tra paziente e medico curante.
3. Necessità di criteri e riferimenti valoriali, nella prospettiva del bene integrale della persona
Perché l’adozione di una prassi di pianificazione terapeutica condivisa possa essere concretamente applicabile nella pratica clinica quotidiana, appare però necessario che essa faccia riferimento ad un coerente quadro valoriale ed antropologico, con cui possano armonizzarsi, passo dopo passo, le singole scelte terapeutiche operate concordemente da paziente e medico. Naturalmente, senza che questo dinamismo possa essere ridotto ad un puro accordo contrattualistico tra i due, ma rimanga coerente con le finalità fondamentali dell’arte medica e la prospettiva del bene integrale del paziente.
Scienza & Vita anzitutto desidera riproporre come valore imprescindibile il riconoscimento di quel bene fondamentale che è l’essere umano vivente. La vita di ogni essere umano, infatti, mantiene la sua dignità indipendentemente dalle condizioni concrete in cui essa si svolge. Essa costituisce un bene primario della persona perché precede e consente lo sviluppo di tutti gli altri suoi beni e dimensioni, inclusa la qualità della vita stessa. E proprio in quanto tale, essa esige di essere riconosciuta e rispettata sia dal paziente sia dal medico. Al contrario, negare in qualche modo – in linea di principio o nei gesti concreti – tale bene significa inevitabilmente minare alla base, fino a distruggerle, le radici stesse dell’esistenza personale e, in definitiva, della convivenza sociale.
La declinazione di questi valori fondamentali nella condizione peculiare del paziente affetto da patologie gravi o in prossimità della morte suggerisce alcune considerazioni ulteriori, che costituiscono necessaria premessa all’attuazione di una pianificazione terapeutica condivisa, rispettosa del bene integrale del paziente:
– lo stato di malattia e l’impossibilità di recuperare condizioni di autonomia sul piano dell’efficienza fisica, psichica o, comunque, nella gestione della propria persona, non costituiscono realtà esistenziali che tolgono dignità alla persona: il reciproco affidamento rispetto a contesti di debolezza o di bisogno costituisce, anzi, una delle manifestazioni più elevate dell’umano, che deve trovare sostegno anche sul piano legislativo;
– ne deriva l’esigenza di una grande premura intesa al sollievo delle sofferenze e, più in generale, alla massima valorizzazione possibile della qualità di vita del malato, specie attraverso gli strumenti della medicina palliativa;
– al tempo stesso, occorre assicurare che, nei confronti delle persone malate, non operino mai sollecitazioni, dirette o indirette, a rifiutare terapie in sé proporzionate; si tratterà, pertanto, di contrastare messaggi che identifichino l’atteggiamento dignitoso, in condizioni di precarietà esistenziale, nella rinuncia alla vita, con inevitabili dinamiche di colpevolizzazione dei malati che desiderino usufruire delle terapie proporzionate tuttora praticabili; il malato, infatti, deve poter percepire che l’accesso a tali terapie non costituisce una sua pretesa nei confronti della società, ma l’esercizio di un preciso diritto, costituzionalmente sancito;
– va pure evitato che mere considerazioni statistiche sull’aspettativa media di vita del paziente possano giustificare che lo si privi di una corretta informazione sull’attivabilità di terapie per lui ancora utili e proporzionate, in rapporto alla sua condizione;
– allo stesso modo, va evitato con cura che le prassi relative alla gestione di fasi avanzate o croniche di malattia finiscano per dipendere, anche quando facciano appello all’affermazione di diritti individuali, da mere considerazioni di carattere economico;
– occorre garantire, in particolare, che le manifestazioni di volontà del malato non siano espressione di stati depressivi o di condizioni psichiche anomale; per cui dovrà assicurarsi ai malati affetti da patologie gravi, con particolare riguardo alle scelte di rilievo terapeutico, un adeguato sostegno psicologico, tenuto conto che spesso un atteggiamento rinunciatario del malato, ad un’analisi attenta, si rivela come un appello al non abbandono, sia sul piano medico, sia su quello umano.
4. Sì alle cure “eticamente adeguate”, no all’eutanasia, no all’accanimento terapeutico
Coerentemente con gli assunti fondamentali enunciati, Scienza & Vita rifiuta ogni intervento (medico e non) eutanasico, vale a dire messo in atto con la diretta intenzione di procurare anticipatamente la morte del paziente gravemente malato o terminale o insofferente della sua condizione.Al tempo stesso, e in ragione del medesimo riconoscimento della dignità che ogni essere umano possiede, Scienza & Vita si oppone fermamente ad ogni intervento medico che, nella data situazione del paziente, si configuri come “accanimento terapeutico”, ovvero che, in base a precisi ed individuati criteri di proporzionalità terapeutica, risulti clinicamente inappropriato.
Sosteniamo invece un approccio in cui la valutazione di appropriatezza clinica, di stampo prettamente tecnico-scientifico (quindi a carico del medico curante), si componga con la valutazione da parte del paziente della propria condizione personale attuale (sul piano esistenziale, fisico, psicologico, spirituale, ecc…), per giungere quindi a comuni decisioni “eticamente adeguate” di terapia o cura, realmente rispondenti al miglior bene del paziente, inteso nella sua integralità. L’insieme di questi elementi dà significato compiuto al concetto di pianificazione terapeutica condivisa.
5. Scienza & Vita promotrice di dialogo e confronto per decisioni massimamente condivise
Consapevole della delicatezza ed importanza di questa problematica, Scienza & Vita si impegna quindi a dare il suo contributo alla comunità, facendosi promotrice convinta di occasioni di dialogo e confronto, soprattutto tra coloro che sotto vari aspetti si occupano del settore. Con la duplice finalità di poter favorire decisioni operative massimamente condivise e, al tempo stesso, diffondere nella società civile, attraverso un’adeguata informazione, una maggiore consapevolezza delle problematiche tecniche e valoriali in gioco.

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Marco Ruotolo: Dignità e carcere

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 febbraio 2015

dignità e carcereHo incontrato Marco Ruotolo, Professore di Diritto Costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi “Roma Tre”, in carcere a Padova, come relatore del seminario di formazione per i giornalisti del Veneto. Ci siamo sorrisi. Presentati. Stretti la mano. E abbiamo scambiato due chiacchiere. Poi lui mi ha donato il suo libro “Dignità e carcere” II edizione (“Editoriale Scientifica” dalla Collana “Diritto penitenziario e Costituzione”).Ed io ho ricambiato donandogli il libro “L’Assassino dei Sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano” con la corrispondenza fra me e il Professore di Filosofia Morale alla Federico II di Napoli, Giuseppe Ferraro, curato dalla brava giornalista Francesca De Carolis (prima edizione 06/2014 e prima ristampa 09/2014, “Stampa Alternativa”).Leggere sul libro del Professore Marco Ruotolo “La Costituzione sancisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e “La legge prevede che il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità e deve assicurare il rispetto della dignità umana” mi ha fatto pensare a come può una pena che non finisce mai come l’ergastolo essere compatibile con la dignità umana. E poi ho amaramente sorriso perché non c’è al mondo una persona che sappia bene come il prigioniero italiano la grande differenza che c’è in carcere fra i diritti dichiarati e quelli realmente applicati.E ho iniziato a ricordare di quella volta che mi hanno trasferito in uno dei carceri più duri d’Italia. Erano gli anni ’90. Ero appena stato condannato alla “Pena di Morte Viva” o, come la chiama Papa Francesco, alla “Pena di Morte Nascosta”. Ecco cosa scrissi nel mio diario di allora: Appena vidi la struttura provai una grande inquietudine. L’edificio era brutto. E sinistro. Pieno di alte e massicce mura. E cancelli e sbarre da tutte le parti. Ero arrivato in quel carcere con una riservata nel fascicolo, come detenuto che creava problemi. E sapevo già cosa mi sarebbe aspettato. Dopo la visita in matricola e in magazzino, invece di portarmi in sezione, mi accompagnarono alle celle di punizione. Avevo tre guardie davanti e due dietro. Loro mi guardavano con aria aggressiva. Ed io li osservavo di traverso. Per un attimo desiderai di essere invisibile. Ed ebbi uno strano presentimento, mi si stringeva la gola. Più andavo avanti e più le guardie continuavano a guardarmi con aria sprezzante. E minacciosa. I loro sguardi mi rivelavano quello che io sapevo già. Scendemmo una scala stretta e rigida, con i gradini di pietra. Poi sbucammo in un corto corridoio che sembrava un sotterraneo. La guardia davanti si fermò alla prima cella. Era chiusa con un pesante blindato di ferro, con macchie di ruggine dappertutto. La guardia infilò nella serratura una grossa chiave di ottone. E la girò con fatica. La porta di ferro si aprì cigolando. Poi la stessa guardia con un’altra chiave aprì il pesante e spesso cancello. E si mise di lato per farmi passare. Aggrottai le ciglia. Mi colpì subito un forte odore di umidità. E di urina. La cella era quasi buia. Diedi immediatamente un’occhiata veloce per trovare subito l’angolo più adatto per tentare di proteggermi. Subito dopo sentii un colpo di tosse alle mie spalle. E capii che quello era il segnale. Le guardie entrarono uno dietro l’altro nella cella. Ci stavamo appena. E si schierarono davanti a me. Nessuno si muoveva. Osservai il loro sorriso sarcastico. Trassi un respiro profondo. E gli restituii il sorriso. Non potevo fare altro. Poi serrai le labbra. Una guardia si strofinava platealmente le mani una con l’altra. Un’altra abbozzò un movimento. Un’altra ancora rispose con un cenno d’intesa appena percepibile. Erano in cinque. I deboli sono sempre in tanti quando picchiano un uomo solo. Li fissai per qualche secondo uno per uno. Avevano brutte facce. Visi da aguzzini. Per un attimo li guardai con lo sguardo spaesato. E mossi la testa da un lato all’altro. C’era un silenzio che si poteva tagliare solo con il coltello. Poi per farmi coraggio mi misi le mani sui fianchi. Alzai la testa all’insù. Li guardai dritto negli occhi. E per farmi forza parlai per primo io. E con aria di sfida mormorai più a me stesso che a loro: Figli di puttana. Il primo pugno mi arrivò alla tempia. Fatevi sotto. E siccome non avevo visto arrivare il colpo, andai a sbattere nell’altro lato del muro. Non mi fate paura. Un’altra guardia mi guardò con occhi di ghiaccio. Bastardi. Mi prese per una spalla. Se siete degli uomini… Mi fece girare dall’altro lato. E avete coraggio… Mi sbatté contro il muro. Fatevi sotto uno per volta. E nel rinculo mi diede un pugno nello stomaco che mi tolse il respiro. Barcollai. E cercai di aggrapparmi alla parete. Ansimaii, cercando di riprendere fiato. Poi le ginocchia mi si piegarono. E scivolai per terra con le spalle contro il muro. Strinsi i denti. E tentai di fermare il mondo che stava girando intorno a me. Nel frattempo però mi arrivò un calcio nella mascella da un’altra guardia. Uno nel ventre. Poi ancora un altro in faccia. E mi scese un rigolo di sangue dal naso. Me lo asciugai con la manica del maglione. E continuai a inveire contro di loro. Era come se le botte che ricevevo mi davano l’energia per urlare contro i miei aguzzini. Ad un tratto cercai di rialzarmi. Non ce la feci. Una guardia mi prese per i capelli da dietro. E mi sferrò un pugno. Un altro mi diede un calcio. Poi un altro. E un altro ancora. I colpi mi arrivavano da tutte le parti. E mi pestarono come l’uva. Pensai che finalmente fosse arrivata la mia ora. E decisi di mettermi le braccia attorno alle gambe. La testa rannicchiata nel petto. E desiderai di morire senza soffrire. Per fortuna persi quasi subito i sensi. Caddi in uno stato d’incoscienza. E in questo modo me la cavai perché solo il mio corpo sentì le botte più dolorose. Persi ogni legame con il tempo. E sprofondai nel pozzo nero dell’incoscienza. Le guardie dopo avermi massacrato, con la coscienza tranquilla di avere fatto il loro dovere, uscirono dalla cella sbattendo il cancello. E chiusero il blindato con la mandata.
Qualcuno potrebbe dire che questi episodi in carcere accadono di rado, altri che accadono anche nel mondo libero e altri ancora che ce la siamo cercata. Ed io posso rispondere che purtroppo il carcere è luogo più illegale di qualsiasi altro posto e la Carta Costituzionale e la Legge scritta qui dentro non sono altro che carta straccia. E non perché lo dico io, ma perché lo ha detto spesso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con le numerose condanne che ha subito il nostro Paese. Lo ha detto spesso il anche il nostro (adesso ex) Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e per ultimo leggo nel libro di Marco Ruotolo: l’11 marzo la Administrative Court di Londra nega l’estradizione di Hayle Abdi Badre, cittadino somalo accusato dalla Procura di Firenze di violazione della direttiva europea sui servizi finanziari, non avendo ricevuto adeguate garanzie sul trattamento che il detenuto avrebbe ricevuto nelle nostre carceri. Analoga decisione viene assunta il successivo 17 marzo per un latitante italiano, accusato di associazione mafiosa, sempre in ragione dei rischi di sottoposizione dell’estradato a trattamento inumano e degradante.Che altro aggiungere? Nulla! Posso solo sorridere perché il sorriso è l’arma migliore per il prigioniero. (Carmelo Musumeci)

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Restituiamo dignità alla politica

Posted by fidest press agency su domenica, 17 novembre 2013

Paese vecchio

Paese vecchio (Photo credit: jerik0ne)

Da anni, oramai, stiamo subendo un imbarbarimento della politica e lo dobbiamo a tutti quei politici, e purtroppo sono tanti, che ne hanno fatto mercimonio. E’ tempo che s’inverta la tendenza. La politica è un bene comune che non va umiliato e schernito, ma riportato, semmai, al suo originario splendore. Vi possono, essere, ovviamente, dei momenti di debolezza, di opacità ma quello che non va mai dimenticato è il senso culturale che noi conferiamo alla politica. Il suo ruolo d’intermediario tra gli opposti interessi, per sedare il rigorismo ideologico, l’avversità per il diverso, la tendenza all’apartheid ma anche il più deleterio degli atteggiamenti che lascia percepire negli elettori l’idea che si può evadere, corrompere senza subire grossi guai giudiziari.
La politica deve portarci a un dialogo costruttivo per avere di una società di uguali e dove la solidarietà si fondi su basi concrete per vincere le sacche di povertà, per restituire dignità all’essere umano.
Il prezzo più alto per quest’andazzo così deteriore della politica lo stanno pagando gli italiani con i giochi e i giochini tra partiti che si dividono e litigano per una questione solo di poltrone ma che, in effetti, intendono eludere i reali bisogni e attese del Paese.
Sembra che nessuno si renda conto che è giunto il momento di restituire dignità al popolo degli oppressi a partire dalla politica e il farlo non disertando le urne ma votando chi ha dimostrato sino ad oggi di marciare contro corrente. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Equità, questa sconosciuta

Posted by fidest press agency su martedì, 27 marzo 2012

E’ una parola utilizzata spesso da presidente Monti e dai suoi ministri. Forse per la fonetica, gli piace il suono e la ripetono come fosse un mantra. Devono, però, ignorarne il significato, perché di equità nella loro azione di governo ce n’è ben poca. Oggi scattano le addizionali Irpef e la busta paga degli italiani sarà ancora più leggera, mentre i prezzi di carburanti e generi di prima necessità continuano a salire. E questo si sa da tempo, purtroppo, come anche la reintroduzione dell’Ici, che oggi si chiama Imu. Si pagherà e sarà salata perché il governo ha alzato le rendite catastali. Sull’Imu c’è una magagna grande come una casa. Di riposo. Sì, perché, come scrive oggi il quotidiano La Stampa, i circa 300.000 lungodegenti che si trovano ospiti nelle case di riposo, dovranno pagare l’Imu su questi istituti. Una follia. La legge prevede, infatti, che se il ricovero è permanente il tributo 2012 deve essere pagato come se si trattasse di seconda casa. Quindi un paziente malconcio in età avanzata dovrà pagare l’Imu sulla casa di proprietà e sulla casa di riposo. Far cassa sulla pelle degli anziani in questo modo è vergognoso. Ci auguriamo che si tratti solo di incompetenza e inettitudine nella stesura del testo e non di volontà politica di spremere i più deboli tra i deboli, incapaci di difendersi. Dopo aver scoperto tutto ciò, ci impegneremo a sollevare il caso in Parlamento per ripristinare non la giustizia sociale, perché non basterebbe di certo questo, ma almeno un livello minimo di dignità politica e di umanità anche nel prelievo fiscale.(Massimo Donadi)

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Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti

Posted by fidest press agency su martedì, 27 marzo 2012

Padova 28, Giovedì 29 e Venerdì 30 marzo presso gli Istituti primari Volta e Arcobaleno di Padova, si svolge la restituzione di Tatàn, il nuovo progetto della Regione del Veneto – Assessorato alle Politiche Sociali promosso e sostenuto dall’Assessore Remo Sernagiotto, realizzato in partnership con Arteven Circuito Teatrale Regionale e in collaborazione con il Provveditorato agli studi di Padova, volto all’integrazione sociale e comportamentale degli alunni nelle scuole dell’obbligo attraverso lo svolgimento di “Laboratori espressivi integrati rivolti a studenti abili e disabili”, il cui obiettivo è favorire l’incontro e la conoscenza tra bambini/ragazzi abili, disabili e con difficoltà di integrazione sociale o comportamentale.

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Il carcere delle parole e delle assenze

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 gennaio 2012

Nuova edilizia penitenziaria, otto per mille per ristrutturare gli istituti di pena, porte girevoli da arginare, condanne residue da scontare agli arresti domiciliari-penitenziari, nessun indulto né amnistia per tentare di consolidare un senso di giustizia equa a una disumana ingiustizia.Rimangono ancora tanti problemi e non di poco conto sul carcere italiano, i troppi extracomunitari da riconsegnare ai propri paesi, la miriade di tossicodipendenti abbandonati dentro le celle in attesa della prossima tirata, del prossimo buco, l’esercito di persone miserevoli con le tasche vuote, tanti rumori nella testa, la sofferenza nel cuore da curare, da accompagnare fuori da un carcere che non si piega a nessuna utilità, scopo e prevenzione sociale.Questo carcere costringe a torsioni innaturali quanto il reato commesso, su questa linea di confine che sembra non appartenere ad alcuno, è fin troppo facile affermare con una verità comprata al supermercato delle parole che in galera non ci finisce più nessuno.Eppure chi scrive vi è ristretto da quarant’anni, senza dubbio c’è chi muore strozzato e disperato in una cella, c’è persino chi ci entra come cittadino adulto e ne esce come un adulto bambino, pronto alla detonazione che senz’altro avverrà.In carcere ci si va e come, si resta in un angolo dimenticato, non per pensare al male fatto agli altri ed a se stessi, ma perché schiacciati nella violenza del nulla, spingendo la mente a mosse obbligate per contenere l’ingiustizia di una pena, che sortisce l’effetto ipnotico autoassolvente, che mette in scacco la propria colpevolezza, figuriamoci le eventuali responsabilità.C’è in atto un nascondimento della follia individuale, dimenticando quella sociale in fase di implosione, peggio, di indifferente fatalità, al punto da accettare passivamente la tesi di un recinto dove ognuno è potenzialmente un morto che cammina.Non si tratta di emanare un atto di clemenza, occorre ripensare davvero ai tetti spropositati delle condanne, alle celle anguste che devastano ciò che è già sufficientemente ammaccato, ai benefici carcerari ridotti al lumicino. E’ necessario pensare ai programmi, ai progetti fattibili perchè chi esce non abbia a ritornarvi.Ma quali investimenti sono approntati, per rendere inattuabile la pratica darwiniana dell’alzare il tiro onde assicurarsi un’impossibile impunibilità.Cambiare è possibile, cambiare mentalità e atteggiamenti è un ‘opera di ricostruzione attuabile, ma nessuno si salva da solo.Quel che è sotto gli occhi di tutti induce a richiedere subito questo balzo in avanti, perché nelle carceri le persone muoiono, esse non scontano soltanto una condanna, ma un sovrappiù che consiste nelle sofferenze fisiche e psicologiche, negli abbandoni e nelle rese di una sconfitta che non esprime alcuna pietà.Ci sono situazioni devastanti, degradanti: alcune assolutamente non scelte, né mai totalmente descritte dalla cronaca o dalla romanzata fiction televisiva, permane il parassitismo strutturale che non consente responsabilizzazione nell’irresponsabile, ma altera e compromette ogni processo cognitivo, creando un arretramento culturale galoppante e una sorda commiserazione.Allora è davvero urgente una riforma che sottenda un valore in sé e trascini con sé la volontà a progettare e organizzare percorsi alternativi al carcere, per evitare inutili effetti spostamento-trascinamento.Posso assicurare che in carcere non si sta bene, è un luogo di afflizione, ma il sopravvivere abbruttendosi non ha alcun valore di interesse collettivo. Fino a quando non si comprenderà che in carcere si va perché puniti e non per essere puniti, questa dicotomia spingerà il detenuto privato della libertà a sedersi a tavola con la morte, decidendo di guardarla in faccia e sfidarla. Senza però tenere in considerazione che la morte quasi sempre vince. E’ una prova questa, che indica la paura del potere della morte, ma ugualmente il carcere continua a rimanere un luogo non autorizzato a fare nascere vita nè speranza, non rammentando che l’uomo privato della speranza è un uomo già morto.Momento dopo momento, giorno dopo giorno, anno dopo anno, in compagnia del solo passato che ricompone la sua trama, e passato, presente e futuro sono lì, in un presente che è attimo dove non esiste futuro.
Quando il sentimento dell’amore è segregato, sei ancorato a una stanchezza che ti fa sentire perduto; hai in comune con il tuo simile solo un dolore sordo, che evita di guardare all’indietro nè di pensare al domani, e allora riconoscere i propri errori è un’impresa ardua.Le analisi sistematiche a questo punto servono poco, per rendere più umano l’inumano: sono più propenso a credere che dobbiamo convincerci noi, quelli dentro, della possibilità di raggiungere dei traguardi e degli obiettivi, per ritornare a volerci un po’ bene, per riuscire a essere persone e non solo numeri usati per la statistica.Finchè i ragionamenti saranno un’estensione degli atteggiamenti negativi, le rappresentazioni mentali si trasformeranno in eventi negativi.Spesso la voce sociale indica il carcere come extrema ratio sulla carta ma prima necessità nelle intenzioni di chi sta all’angolo della paura e della sofferenza. Un carcere-medico sprovvisto di lauree per intervenire sui sintomi, sulle malattie, le terapie da apportare, affinché sordi, muti e ciechi non abbiano a continuare a calpestare i diritti altrui.Quando l’investimento ( non mi riferisco esclusivamente a quello finanziario ) copre quasi interamente il comparto della sicurezza, riservando poca attenzione-volontà, quella vera per la prevenzione-ricostruzione individuale, si produce una torsione che ammutolisce la coscienza.La stessa richiesta di giustizia giusta, perché pronta, equa, corrispondente alla esigenza di riparazione, non riceve alcun conforto, così che la sensazione comune indossa la maschera e i denti affilati della solitudine, spingendo ad affidarci al carcere che ancora non c’è.Sicurezza, rieducazione, risocializzazione, riparazione, appaiono sempre meno come il collante che può tenere insieme una società e farla crescere, politica e stili di vita si travestono di ideologie d’accatto, gli obiettivi a tutela delle persone divengono esigenze contrapposte, una didattica inversa a una pedagogia in costante affanno, come se ognuna di queste facce della stessa medaglia fossero improvvisamente vissute come aut aut al fare sicurezza: mettere in salvo il benessere delle persone, eliminando la parte di interventi che riguardano un preciso interesse collettivo, quella ricomposizione della frattura sociale, da attuare attraverso pratiche, funzioni, trattamenti che rimandano a una giustizia che rispetta la dignità delle persone, di quanti sono detenuti e stanno scontando la propria condanna, e intendono ritornare parte attiva del consorzio sociale, non certamente come soggetti antagonisti, perché ancora delinquenti.Le parole tentano di nascondere assenze e mancanze politiche, giungendo a fare di qualche certezza il terreno fertile della dubitosità, al punto da raccontare che sulla giustizia, sulla pena, sul carcere, le modalità da registrare sono quelle che vorrebbero la prigione come un albero senza radici, una città senza storia, un luogo di castigo sommerso indicibile, una sopravvivenza-negazione di una reale possibilità di riscatto da parte di chi paga il proprio debito alla collettivitàQuest’ultima pretende giustamente sanzioni efficaci a ripristinare l’ordine violato, ma deve evitare che l’esclusione del reo diventi una mera conseguenza di un sonno intellettivo, rimandando a tempo indeterminato la rielaborazione del reato, soprattutto dell’atteggiamento criminale, diventato nel frattempo uno status quo per lo più miserabile, ma non per questo meno pericoloso.Istituzione carceraria bistrattata e umiliata nei suoi contenuti “tutti”, ma tirata per i gomiti senza tanti complimenti, allorché sale disperata la richiesta di assolvimento dei problemi sociali, una specie di strategia studiata a tavolino, affinché sul carcere scenda un silenzio auto-assolvente, che produce noncuranza indifferente sui doveri e pure su qualche diritto di chi sta in cella. Forse la condicio sine qua non per una carcerazione meno brutale sta nel non indulgere in umanitarismi falsificanti le responsabilità, ritornando a consegnare al carcere la sua funzione, che non può essere basata su un versante prettamente retributivo, in quanto ciò non combatte efficacemente la recidiva, anzi la aumenta spaventosamente. (Vincenzo Andraous)

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Norme per il contrasto all’omofobia

Posted by fidest press agency su martedì, 19 luglio 2011

E’ prevista per oggi la discussione alla Camera dei Deputati delle Norme per il contrasto dell’omofobia e transfobia e il voto delle pregiudiziali di Costituzionalità presentate da Pdl, Lega e UDC, per affossare la proposta di legge. Per Arcigay l’approvazione delle pregiudiziali di costituzionalità sarebbe un atto di intollerabile violenza contro le persone omosessuali e transessuali. Proprio per questo l’associazione, nei giorni scorsi, aveva diffuso un appello a tutti gli Italiani “che credono nella Democrazia, nella Giustizia, nella Dignità e nell’Eguaglianza perché siano presenti, a Roma alle 15 di fronte al Parlamento della Repubblica, alla maratona oratoria per chiedere al Parlamento un segnale forte contro l’omofobia e la transfobia”. Arcigay organizzerà poi, sempre nella giornata di domani, manifestazioni e sit-in di piazza nelle città di Brescia (h. 19, Piazza Loggia), Pavia (h. 18.30, Piazza della Vittoria), Torino (h.18, Piazza Castello), Milano (h. 18, Porta Venezia angolo Piazza Oberdan), Bologna (h. 19, Parco del Cavaticcio), Livorno (h.14.30, Sala consiliare) e Reggio Calabria (h. 19, Piazza Italia).

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Lampedusa: una vacanza da favola

Posted by fidest press agency su domenica, 10 luglio 2011

Lampedusa 2007 203

Image by ItaliaABC via Flickr

I Lampedusani scontano l’immagine della loro terra considerata come luogo di approdo degli Africani in fuga. La conseguenza è che l’economia dell’isola, che si regge quasi totalmente sul turismo estivo, ha subito un grave colpo. Si calcola che la contrazione delle presenze turistiche raggiunga il 70%! Eppure, tra i numerosi isolani incontrati, sono pochi quelli che manifestano risentimento nei confronti degli immigrati: “Sono persone, hanno una dignità, meritano aiuto”, dicono. Le responsabilità vengono individuate altrove: nei responsabili della cosa pubblica, in primo luogo; e poi nei mezzi di comunicazione di massa, che diffondono immagini selettive, senza preoccuparsi delle conseguenze. Lampedusa non merita di essere penalizzata per la sua solidarietà. Si è trovata, suo malgrado, al centro di un movimento provocato da cambiamenti epocali (la cosiddetta “primavera araba) con ripercussioni non ancora prevedibili; al centro del Mediterraneo, dove la storia di due continenti, Africa ed Europa, si intreccia da sempre, con alterne vicende. Lampedusa merita di essere visitata, ma non da un anonimo turismo di massa. Merita un turismo intelligente, che sappia sì apprezzare le ineguagliabili bellezze naturali (mare trasparente, fondali da sogno, piccole spiagge meravigliose), ma che soprattutto abbia desiderio di partecipare, perché ai crocicchi della storia è interessante esserci.

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