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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 126

Posts Tagged ‘dimenticati’

Psichiatria: I piccoli dimenticati

Posted by fidest press agency su martedì, 9 aprile 2019

Mentre la salute mentale ha fatto impressionanti progressi sia dal punto di vista delle conoscenze che delle pratiche assistenziali, esiste ancora un’area totalmente negletta nonostante che essa coincida con l’età critica per l’insorgere dei disturbi mentali e da abuso di sostanze: si tratta della cosiddetta “transizione” dai servizi di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza a quelli dell’età adulta, transizione che deve aver luogo al compimento dei 18 anni. Troppo spesso, infatti, passando dall’età pediatrica a quella adulta le cure si interrompono e le conseguenze possono essere gravi. Talmente gravi che otto Paesi si stanno impegnando nel progetto europeo MILESTONE, iniziato nel 2014 e in conclusione nella primavera del 2019, proprio per colmare questo vuoto e sviluppare nuovi modelli assistenziali per i giovani pazienti che transitano dai servizi di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza a quelli per l’età adulta. Le conclusioni del progetto saranno discusse per la prima volta nel corso del convegno “Continuità delle cure dall’adolescenza all’età adulta nei servizi di salute mentale” che si terrà nei giorni 11 e 12 aprile a Brescia, presso il Centro Paolo VI. L’evento è promosso dall’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia in collaborazione con la Regione Lombardia. Al progetto europeo partecipano Belgio, Croazia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Olanda e Regno Unito. Gli obiettivi del MILESTONE sono numerosi: indagare l’architettura ed il funzionamento generale dei Servizi di Salute Mentale per l’Infanzia e l’Adolescenza in Europa; studiare le caratteristiche del training in questo settore in Europa e l’eventuale presenza di modelli di training specifici per ottimizzare la continuità assistenziale; valutare le problematiche etiche associate alla transizione. Il ‘cuore’ del progetto è rappresentato da uno studio sperimentale, appunto lo studio MILESTONE, coordinato in Italia da Giovanni de Girolamo (IRCCS Fatebenefratelli Brescia), che ha coinvolto una coorte di circa 1.000 giovani in età di transizione (ossia di 17 anni e mezzo circa), insieme ai loro genitori e clinici di riferimento: tutti questi giovani sono stati seguiti ad intervalli regolari per quasi tre anni dal team di ricerca. Va sottolineato che il centro italiano, coordinato dall’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia, ha reclutato il maggior numero di partecipanti allo studio sperimentale: 223 giovani su un totale di circa 1.000. In Italia, coordinati dall’IRCCS Fatebenefratelli, hanno preso parte al progetto 11 servizi di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza.

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A novembre manifestazione a Roma dei docenti dimenticati

Posted by fidest press agency su domenica, 23 ottobre 2016

Pacifico marcelloIl giovane sindacato ha deciso di tornare in piazza, dopo aver preso atto della volontà dell’esecutivo di non volere andare incontro alle necessità della scuola, degli alunni e del personale docente abilitato. L’unico pensiero del ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, è la “soppressione definitiva delle GaE”: peccato che l’80 per cento dei 100mila supplenti che annualmente si legano alla scuola con una supplenza su posto libero, viene chiamato già oggi dalla seconda fascia delle graduatorie d’istituto che i nostri governanti non vogliono considerare utile per le assunzioni a tempo indeterminato e che, ben presto, non sarà utile neppure per le supplenze: chi ha svolto oltre 36 mesi non potrà, infatti, andare più a ricoprire cattedre libere per l’intero anno scolastico. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): l’Italia sta travisando il senso delle direttive UE e della Corte di Giustizia europea che intendono la soglia dei tre anni di servizio, pure non continuativo, un limite oltrepassato il quale si viene assorbiti nei ruoli dello Stato, anziché una barriera temporale che respinge il lavoratore. In questo modo, si allontanano i docenti già formati e, nel frattempo, si costringono le scuole a rivolgersi a docenti inesperti e non abilitati. Per questo, è arrivato il momento di farsi sentire: Anief, nelle prossime settimane, ha intenzione di chiamare a raccolta tutti gli esclusi dal piano di assunzione del governo con una manifestazione nella capitale. L’esecutivo deve, infatti, assumere i docenti come si fa nel resto d’Europa, dove un docente abilitato non viene respinto dalla scuola ma assorbito sui posti liberi: da noi in Italia, invece, i posti ci sono ma li teniamo in ‘naftalina’ dichiarandoli non totalmente liberi. Così la supplentite rimane cronica.

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Legge stabilità e anziani indigenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 ottobre 2014

giampaolo-palazzi7“Prima spremuti e poi dimenticati. I pensionati sono stati finora il facile bersaglio degli ultimi Governi per ‘fare cassa’, in particolare con il taglio della perequazione. Adesso sono caduti nel dimenticatoio”. Lo dichiara Giampaolo Palazzi, presidente dell’Anap, commentando la Legge di stabilità approvata ieri dal Governo. “Il bonus di 80 euro è stato confermato per i lavoratori dipendenti ma non è stato esteso ai pensionati, come era stato più volte promesso. Eppure, stando agli ultimi dati Inps, quasi la metà dei pensionati percepisce una pensione inferiore a 1.000 euro al mese e in oltre 2 milioni hanno una pensione al di sotto di 500 euro”, prosegue Palazzi. “La situazione è drammatica. Non è tollerabile che non ci sia la benché minima attenzione verso i pensionati che vivono in condizione di povertà. Ma non possiamo rassegnarci – aggiunge – e pertanto chiediamo con forza al Governo e al Parlamento di trovare, dopo aver consultato le associazioni dei pensionati, una soluzione immediata, equa e mirata, a questo problema, tenendo conto, in particolare, di quanti non hanno altri redditi oltre la pensione”. “Non dimentichiamoci – conclude il presidente Anap – che anche la Comunità europea ha evidenziato l’inadeguatezza delle nostre pensioni minime. E dell’opinione dell’Europa, di questi tempi, non possiamo certo non tener conto”.

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Donne e giovani dimenticati dalla manovra

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 maggio 2010

«I dati pubblicati dall’Istat confermano che donne e giovani sono le categorie più penalizzate dalla crisi. Dichiarando che la manovra decisa dal Governo “salva la coesione sociale”, il ministro Giulio Tremonti dimostra di non conoscere la realtà  di milioni di persone  e di giovani soprattutto, che vivono sempre più a lungo nel limbo tra disoccupazione e lavoro precario, in una condizione che preclude loro qualsiasi progetto di vita a medio-lungo termine. In un quadro economico che vuole portare il Paese verso la risalita, il governo non capisce o non vuole capire che i giovani e le donne non rappresentano un problema, ma una delle più efficaci soluzioni al problema, poichè possono davvero fornire un contributo innovativo davvero alla crescita economica e alla ricchezza del nostro Paese». Così Alessia Mosca, deputato del PD, segretario della Commissione Lavoro e vicepresidente dell’Associazione TrecentoSessanta.

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Il genocidio dei diversi

Posted by fidest press agency su martedì, 15 settembre 2009

Editoriale fidest. Ogni volta le pagine della storia grondano di sangue innocente. Pensiamo ai cristiani dati in pasto ai leoni nell’antica Roma, ai bambini handicappati che gli spartani buttavano dalla rupe. Pensiamo alla polizia etnica serba ai danni dei kosovari, alla caccia e alla morte di milioni di ebrei nella civile ed evoluta Germania, alle leggi razziali fasciste, alle migliaia di bambini ebrei che in Francia alcuni funzionari del governo, del maresciallo Pétain, alleato con i nazisti, nella seconda guerra mondiale, denunciavano e mandavano a morire nelle camere a gas. Ed ancora gli zingari ed i disabili ed ancora a guerra finita, nel 1945, i nazisti si accanivano a trucidare gli ebrei ungheresi che sino a quel momento erano stati dimenticati o se vogliamo risparmiati. E’stata una mattanza senza soluzione di continuità. Tutti, possiamo dire, ci hanno intinto il pane ed ancora oggi i rigurgiti di tanta bieca violenza si avvertono qua e là in manifestazioni antisemite, razziste che fanno vittime di ogni genere anche per ragioni religiose tra cristiani e musulmani, tra musulmani ed induisti, tra integralisti musulmani colpevoli di essere sciiti o sunniti. E’ la prova provata che nemmeno le democrazie occidentali oggi restano immuni da questo veleno sottile che si insinua nelle loro viscere e le rende altrettanto esposte a revanscismi di natura razzista. Perché ancora oggi pregare in una moschea, o in una cattedrale cristiana o in una sinagoga o in un tempio indù fa la differenza e la distinzione nel radicamento della cultura del diverso, dell’esclusivo, del fedele in opposizione all’infedele. Perché ancora oggi le logiche del consumismo impongono la figura di un essere umano vincente, di una figura super, agiata, se non ricca, dai natali doc e si volgono cinici ad una selezione della razza che ha tanto il sapore del razzismo nel nome del diverso, dell’escluso, del povero, dell’emarginato. Se noi non superiamo questi limiti di natura religiosa e laica che danno la misura dei nostri limiti e dei nostri egoismi, è difficile poterci considerare costruttori di pace, di fraternità e di solidarietà universale.(Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Le donne di cuori

Posted by fidest press agency su martedì, 18 agosto 2009

(edizioni fidest: racconti brevi di Riccardo Alfonso) Siamo alle solite. Ricordi, sempre ricordi, che si affollano, vogliono uscire, intendono presentarsi, farci esultare, cantare, gioire ed anche rimpiangere e soffrire. I ricordi non possono essere obliati. Più si avanza nell’età e più questi ricordi si fanno tenaci.  Sono per lo più belli e sereni se sono stati belli e sereni i tempi dell’infanzia e della prima giovinezza. La mente regredisce nel tempo. E’ come un nostalgico signore, un impenitente prestigiatore che tira fuori del suo cilindro, le sorprese più impossibili. Ricordo d’amori, di passeggiate romantiche, di sogni, anche se inappagati, ma che ebbero il privilegio di riempirci di attese, d’illusioni e di speranze. Ricordi vissuti o letti, sofferti e attesi, immaginati e dimenticati, ma che ora il ricordo fa riaffiorare nitidi e presenti come se si trattasse di qualcosa che è lì alla portata di tutti. Le strane vicende d’amore hanno, a volte, storie bizzarre. L’amore si sa è qualcosa che vuole appar-tenerci. Il povero sogna la ricchezza, ma guai ad averla, diventerebbe una delusione, non c’è abituato. Ne moriebbe. La ragazza da marito sogna il principe azzurro. Per lei è bello, ricco, spiritoso, coraggioso e ardente. Alla fine si sposa uno spiantato, un dongiovanni da strapazzo, un sognatore. E’ una scelta che mette da parte la ragione e fa spuntare l’amore, cieco e sordo come si conviene. Qui sta il punto. Qui sta il segreto dell’amore che è vita, che è gioia di vivere. E’ una visione che non si abbevera del bello ma cerca nell’anima del compagno il confronto per identificarsi, per esplodere, per trionfare. Il sogno idealiz-za la vita, la realtà la rende a volte insipida. Entrambi prendono le cose nel verso sbagliato. Non riesce a ritrovarsi “là dove suo lavoro s’insapora”. Non si sogna per non realizzare e non si è reali se non si sogna la virtù dell’amore. Intere generazioni di poeti hanno esaltato l’amore, il lieve palpito di un cuore in trepida attesa, un pulsare forte dall’emozione, un tripudio d’immagini e di luci che si accendono e si spengono a ritmo serrato. Il vecchio ora ricorda. Era un ragazzo, ma già pronto ad amare e a soffrire. Ricorda una fanciulla pallida, dal passo incerto, timida come lui, che seguii silenzioso per giorni. Non riusciva a rivelarsi e soffriva. Poi un bel giorno non la vide più. La cercò, ma invano. Seppe, dopo lunghe insistenze, che si era trasferita con i genitori. L’aveva amata, aveva provato il piacere di una carezza non data e non ricevuta. Le parole che si sarebbero dette ora passano indistinte e vaghe dalla sua mente. Poi venne una ragazza che per vincere la sua timidezza lo incoraggiò con arditezza. Era solo il frutto della passione, della curiosità, dei sensi. Così si spense quello che sembrava un amore.  Altre esperienze del genere gli avevano riempito la sua età giovanile. Ricorda un’indiana. Si chiamava Sheety. Un nome davvero strano. Lei era ardente, appassionata, dolce e crudele al tempo stesso. Lo amò come si ama un fiore, mentre lei era una bestiolina un po’ selvatica che voleva essere addomesticata; ambiva il maschio dominatore e non il tenero amante. Odiava le catene, non voleva farsi imprigionare, amava la vita, più dell’amore, e si lasciarono. Un’altra donna, sopravvenne. Per costei l’amore aveva il sapore del matrimonio e dei figli. Era tutto il contrario di Sheety. Ma dell’amore, di quello che procura la pelle d’oca, che ti fa digiunare o mangiare a dismisura, che ti fa fare cose che non avresti ragionevolmente mai fatto, dove lo mettiamo? Ancora una volta quest’ultima e la precedente seppero dare al loro compagno di ventura solo una parte di sé, non tutto. Due desideri ma non due sentimenti duraturi. Due aspetti mondani, ma non due profondi nutrimenti amorosi. Lei a un certo punto lo tradì con il primo venuto. E lui l’abbandonò. Restò solo, ma non soffrì di solitudine. Si sentì rigenerato. Ritrovò se stesso, mise ordine alla sua sfera affettiva, si guardò intorno con serenità dopo la rabbia, a stento repressa, per un tradimento maturato a freddo e colto casualmente. Erano venute meno la fiducia, la lealtà, la sincerità che ci permettono di scoprire la verità sui propri sentimenti ma non di doverli umiliare con dei sotterfugi.  Era, purtroppo, il tempo in cui si partiva dai falsi. Matrimoni concordati a tavolino, pianificati per convenienza a dispetto dei sentimenti. Matrimoni con l’intento di far mettere la testa a posto ad uno dei partner o ad entrambi, per trovare una sistemazione economica, per cementare un rapporto tra famiglie. Un po’ di tutto meno che l’amore. Altri valori prevalevano: la simpatia, la stima, la frequentazione, taluni interessi in comune, la solitudine, ecc.  Non si va in Chiesa per dire sì e solo per “santificare” quanto si faceva sul pianerottolo di casa di lei o di lui. Dopo di tutto è più comodo, pratico e senza spiacevoli conseguenze farlo su un comodo letto e con la bene-dizione dei familiari e non da clandestini.  Se poi mi chiedo se tutto questo è amore, mi viene il volta stomaco solo a pensarlo. E allora eccolo questo giovane ricordato dal vecchio che si mette in viaggio alla ricerca della sua amata. La trova, finalmente. Si amano e si riamano. Il sesso non conta. Ma sia chiaro: è importante. Tuttavia è solo un completamento del senti-mento che è in loro. E’ grande quanto può essere grande l’amore. Dolcezza nel ritrovarsi. Dolcezza nell’accarezzarsi, nel sentire la pelle che si sfiora, che cerca e che scava. Il vecchio continua a sorridere, appagato. Ha ritrovato la vena più bella dei suoi ricordi. S’immerge in essi, ne avverte la nostalgia.  Immagina la sua donna bella come sempre, dolce come sempre, che gli sta accanto, che gli accarezza la mano rugosa come se fosse morbida, vellutata, calda e desiderosa di avvicinarsi al suo seno per lambirlo, di toccare i suoi fianchi, per bearsi nel suo calore, del suo ardore. Che cosa darebbe ai ricordi perché diventassero di nuovo una realtà? Che cosa darebbe per ritornare a ritroso nel tempo per vivere costantemente quell’amore che l’ha ripagato di tutto, che l’ha fatto vivere, mentre pensava di inaridirsi? Quante volte credette che fosse la donna giusta, prima d’incontrare quella che segnò una svolta definitiva alla sua esistenza? Tante, tantissime volte. Questo perché noi restiamo vittima di un’illusione, di una voglia di precorrere i tempi. Di non vedere ciò che va realmente visto e giudi-cato. Si va di sera in un locale notturno. Si è colti dall’atmosfera inebriante, dai suoni a volte assordanti e il tutto diventa uno stordimento che non ci permette di vedere con chiarezza, di soffermare i nostri pensieri per essere illuminati da una luce naturale e non da una finzione. Parliamo oggi, spesso, di crisi matrimoniali, persino di giovani che convivevano da anni prima di sposarsi ma, nonostante ciò, non hanno atteso molto per dividersi, e ci chiediamo sgomenti cosa può essere successo e se è la nostra società a essere malata o se è qualcosa in noi che non funziona.  Abbiamo superato in gran parte dei casi la condizione di chi lasciava decidere agli altri ciò che avremmo dovuto essere e fare in vita e ora che ci sentiamo padroni di noi stessi e del nostro avvenire ci accorgiamo di continuare a sbagliare. Una spiegazione, o più di una, di certo vi è.  Pensiamo, ad esempio, ai diversi valori che assegniamo nel corso della nostra esistenza: al volere a tutti i costi l’indipendenza dalla famiglia in primis e poi in amore, nella scelta delle amicizie. Vi è, poi, il lavoro, il carrierismo, gli interessi professionali e le sue scelte che vanno sovente ad incidere con i nostri stessi moduli di vita. Vogliamo l’amore con la A maiuscola, ma non sappiamo donare senza pretendere d’avere qualcosa in cambio, senza sacrifici e rinunce.  In questo modo noi ci accontentiamo dei “piccoli, casuali” amori. Ci accontentiamo di una modesta relazione. Cerchiamo nel nostro partner solo un punto di riferimento occasionale, episodico, ma è un bilancio che possiamo sostenere se guardiamo la vita nel suo insieme, nei suoi valori fondanti? Il vecchio scuote la testa.

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