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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

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Il Dio cinico non esiste

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 gennaio 2021

forse poteva stupire che il papa, così attento nell’amore, nel riguardo e nella delicatezza per l’altro, chiedesse ai due cardinali più importanti del collegio (il decano e il segretario di Stato) di non usare parole proprie nelle liturgie di passaggio all’anno nuovo in san Pietro, ma di leggere le omelie preparate da lui, impedito a pronunciarle dai dolori della sciatalgia. Doveva esserci una ragione seria. Se il 2020 fosse stato un anno normale, sarebbe stato diverso. Ma era stato l’anno dell’universale dolore, l’anno della pandemia, l’anno da tutti esecrato e bollato come da non doversi ripetere mai più: come accreditarlo a Dio cantando il Te Deum? Nel decidere se e come darne lode o farne carico a Dio ne andava del cristianesimo. Quale responsabilità maggiore per un papa chiamato ad essere custode della fede e a confermare nella fede i fratelli (che come ormai sappiamo da “Fratelli tutti” e altri innumerevoli atti pastorali sono tutti gli uomini e le donne senza eccezione e scarto alcuno)? Papa Francesco aveva già spiegato, anche qui in innumerevoli interventi pastorali, come si dovesse prendere la pandemia, se si dovesse chiederne conto a Dio, come sistemarla nell’universo delle nostre angosce, delle nostre domande di senso. C’era stato il grande pericolo che degli zelanti la spiegassero come la Grande Punizione per un mondo in via di perdizione, che si usassero gli argomenti degli amici di Giobbe (te la sei voluta!) oppure che si piantasse la domanda micidiale per la fede: perché Dio permette, o addirittura provoca, il dolore innocente, sottopone il giusto a prove strazianti, negli affetti più cari, nei figli, nei beni, nel lavoro? Insomma era il problema della teodicea: il termine è nuovo, inventato da Leibnitz nel ‘700, ma la questione è antica, viene dalla Bibbia, passa per Qumram, i Manichei, sant’Agostino, attraversa la Chiesa, arriva a Paolo VI che si lamenta con Dio perché non ha salvato Moro, «uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico»: essa scuote la coscienza credente, che all’ora della prova o smette di credere o «riesce a credere attraverso ciò che sperimenta, anche se non lo capisce, anche se non lo vuole, anche se continua a sembrargli assurdo e ingiusto», come si legge su “Rocca”, la rivista di Assisi, che proprio in questi giorni come tanti altri si era interrogata su «la malattia e la risposta religiosa»; e la domanda è: perché il male? Che ci sta a fare Dio con tutto questo male, ci salva o dobbiamo salvarci da soli o salvezza non c’è? Dal primo giorno in cui è papa, Francesco si è dedito a smontare le immagini idolatriche di Dio, di un Dio costruito secondo i sentimenti umani, secondo le umane filosofie, le logiche del mondo, un Dio associato agli istinti del giustizialismo e della retribuzione; giorno dopo giorno egli ha preso le distanze dal Dio secondo ragione di tante teodicee e non ha fatto altro invece che raccontare un Dio di misericordia, riaprendo nella modernità, sulla frontiera stessa del kerigma, la questione di Dio. Ma, pur nella popolarità di cui gode, questa vera novità non era stata seriamente avvertita, su altri terreni di riforma ecclesiale era stato atteso al varco; nessuno del resto mette in gioco la propria precomprensione della fede, non c’è l’idea che la predicazione, sia pure di un papa, non sia fatta di prevedibili stereotipi, che possa cogliere di sorpresa, come fa l’irrompere nella routine informativa di una vera notizia, di una cosa nuova. Ed ecco che nelle omelie di fine ed inizio d’anno in forma quasi lapidaria, con la forza di tutta l’esperienza di dolore della pandemia e la chiarezza di una informazione ormai certa, è data la buona notizia, giunge la risposta sul Dio in cui credere, e il dio invece da lasciare: il Dio cinico non esiste. «Non potevamo immaginare un Dio simile, che nasce da donna e rivoluziona la storia con la tenerezza», ha letto dai fogli papali il cardinale Parolin nella Messa di Capodanno; e nei Vespri di fine d’anno il cardinale Re con le parole di Francesco ha infranto la pretesa sofistica della teodicea che pretende tutto spiegare dei misteri di Dio: «Qual è il senso di un dramma come questo? Non dobbiamo avere fretta di dare risposta a tale interrogativo. Ai nostri ‘perché’ più angosciosi nemmeno Dio risponde facendo ricorso a ‘ragioni superiori’. La risposta di Dio percorre la strada dell’incarnazione, come canterà tra poco l’Antifona al Magnificat: ‘Per il grande amore con il quale ci ha amati, Dio mandò il suo Figlio in una carne di peccato’. «Il buon samaritano, quando incontrò quel poveretto mezzo morto sul bordo della strada, non gli fece un discorso per spiegargli il senso di quanto gli era accaduto, magari per convincerlo che in fondo era per lui un bene. Il samaritano, mosso da compassione, si chinò su quell’estraneo trattandolo come un fratello e si prese cura di lui facendo tutto quanto era nelle sue possibilità (cfr Lc 10,25-37). «Qui, sì, forse possiamo trovare un “senso” di questo dramma che è la pandemia, come di altri flagelli che colpiscono l’umanità: quello di suscitare in noi la compassione e provocare atteggiamenti e gesti di vicinanza, di cura, di solidarietà, di affetto. È ciò che è successo e succede anche a Roma, in questi mesi,,,,» Così il papa. Non c’è un grande disegno, non c’è nessun disegno per il quale sacrificare esseri umani: non c’è per Dio, tanto meno può esserci per noi, per la ragion di Stato, per le guerre umanitarie, per il pareggio di bilancio, per i sacrificatori di ogni setta, cultura e religione: «Questo Dio cinico e spietato non esiste»; «Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge» aveva scritto Francesco nella bolla d’indizione dell’anno della misericordia, non sarebbe neanche un Dio. Perciò davanti all’uomo gettato ai bordi della strada e della vita non c’è da argomentare sul bene che “in fondo” gliene può venire (per esempio salvarsi l’anima, come predicava l’Inquisizione), ma bisogna chinarsi su di lui e prenderne cura. Questa, di ripetere l’azione messianica di svelare la vera “natura di Dio”, è la riforma di papa Francesco. Ma, come osserva padre Alberto Simoni nella sua strenua proposta di una vera “koinonia”, ciò è vano se non diventa una proposta pastorale di tutta la Chiesa. Cioè se tutta la Chiesa non fa suo questo annuncio, se non si limita a farlo fare testualmente da due cardinali incaricati, o lo fa svogliatamente o non lo fa per nulla dai pulpiti domenicali. La verità è che nella Chiesa, la cui stessa sopravvivenza secondo il Corriere della Sera è in prognosi riservata, ha bisogno oggi di una grande rivoluzione nel suo rapporto col mondo, come aveva intuito il Concilio Vaticano II, ma questa rivoluzione va oltre le buone maniere imposte dalla modernità, ha bisogno della stessa radicalità che «ha percorso la strada dell’incarnazione» . Questo vuol dire che per raccontare al mondo un Dio così, occorre aggiornare le sacre biblioteche, rinnovare i linguaggi e forse cominciare col ripensare e riscrivere i libri liturgici, rifare la scelta delle letture bibliche per i cicli triennali dell’anno liturgico, ristudiare le connessioni tra le letture dell’Antico e Nuovo Testamento, non lasciare nel gorgo del fraintendimento pagine bibliche gravide di un Dio geloso e vindice, che nel contesto storico di oggi, così come sono (non più in latino ma in volgare) suonano come un controannuncio rispetto alla pazienza e misericordia di Dio, insomma riprendere la grande riforma liturgica intrapresa dal Concilio e che fu fatta interrompere al cardinale Lercaro. L’impresa è ardua, ma per un Dio così ne vale la pena.

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Provvidenza di Dio e destino dell’uomo

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 novembre 2020

Roma 12 novembre 2020, ore 15:30 – Facoltà di Filosofia Pontificia Università Gregoriana Piazza della Pilotta 4 Provvidenza di Dio e destino dell’uomo Live streaming su bit.ly/provvidenzaDio La Facoltà di Filosofia della Gregoriana e l’Associazione Italiana di Filosofia della Religione (AIFR) organizzano il convegno “Provvidenza di Dio e destino dell’uomo”. La storia umana ha senso o è un non-senso? La questione della Provvidenza si può comprendere nei limiti della sola ragione? Su questo argomento interverrà il Prof. Francesco Paolo Ciglia (Università di Chieti-Pescara). A rispondergli l’intervento del Prof. Giacomo Canobbio (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale) che affronterà l’esperienza del male da una prospettiva teologica. Per partecipare la sola partecipazione al successivo dibattito, moderato dal Prof. Andrea Aguti (Presidente AIFR), è necessario registrarsi all’evento sul sito http://www.unigre.it.

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Un solo Dio per quattro chiese

Posted by fidest press agency su sabato, 5 settembre 2020

Cristiani, arabi, ebrei e buddisti sono i portatori di quattro distinte Chiese monoteiste. Pur partendo da una comune radice etnica, si sono trovati, nel corso dei secoli che li hanno portati sino a noi, più impegnati a combattersi, e ad accrescere le rispettive rivalità religiose e politiche, che a scegliere momenti di più attenta riflessione ed anche rispetto, per le scelte religiose che hanno, nel tempo, consolidato e si sono ritrovati a gestire. Hanno, alla fine, perso del tutto l’impareggiabile occasione di riprendere il dialogo sulle certezze.
Ricordiamo, tanto per la cronaca, che uno dei figli d’Abramo, che non fu capostipite del popolo ebraico come lo sarebbe stato Isacco, era nato da una schiava. Si chiamava Ismaele e si sa che apparteneva a una di quelle tribù beduine che diedero i natali, molti secoli dopo, a Maometto.
Ismaele fu benedetto e salvato, secondo le sacre scritture, da Dio che accolse le preghiere della madre e si vuole che avesse detto ad Abramo, il padre naturale: “Io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole”. Dio, quindi, benedisse entrambi i figli di Abramo e diede a essi pari dignità nel regno degli uomini come nel suo.
Ciò ci fa capire, da una parte, quanta pace e serenità regni, per la comune appartenenza etnica e religiosa dei popoli antichi, e quanta crudeltà ed egoismo alberga nei loro eredi quando persino la fede si trasforma in un’occasione di scontri, d’ingiustizie, e di genocidi. Il grande, spesso ignorato ed anche sottovalutato, pericolo è un altro: è l’indifferenza, l’agnosticismo, la rinuncia alla lotta per i valori. Non si possono sottacere le sofferenze umane e ancor peggio limitarsi a denunciare le infamie a parole. È il dolore di chi vede la violenza pubblica e privata seminare le sue vittime colpevoli solo d’essere diverse nella fede, nell’etnia, nel colore della pelle, nel proprio status fisico di anziano, di handicappato, di bambino.
È il dolore di chi assiste, impotente, alla miseria degli emarginati che albergano, per ogni dove, nel mondo e muoiono di fame e di sete.
È il dolore che ci sovrasta là dove si coltiva la Fede, ma si permette nel frattempo che da essa non venga un messaggio forte di solidarietà e di sostegno per i più deboli.
È il dolore per l’indifferenza altrui. Sta proprio in questa “indifferenza” il segno più tangibile del pericolo che ci sovrasta. Non è possibile cogliere con distacco tale e tanta sofferenza. Non è possibile nascondere il capo sotto la cenere per non vedere ciò che ci circonda. Non è possibile assistere indifferenti a tante asprezze della vita per un nostro comportamento egoistico.
Se tutti noi, nessuno escluso, facessimo a meno del nostro superfluo e lo donassimo a chi non dispone nemmeno del necessario per vivere, la vita avrebbe di certo un senso più dignitoso e meno traumatico di quanto non lo sia oggi. O voi che credete! Date in elemosina una parte dei beni che vi abbiamo elargito, prima che venga il giorno in cui non ci saranno più traffici né amicizie, né raccomandazioni. (Riccardo Alfonso)

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Invisibile come Dio

Posted by fidest press agency su martedì, 25 agosto 2020

La vita e l’opera di Gabriele Biondo di Michele Lodone. Pubblicazione a cura de Le Edizioni della Normale. Alla fine del XV secolo l’enigmatica figura di Gabriele Biondo si affacciò nel vivace e policentrico panorama religioso italiano, non ancora polarizzato dalla Riforma. A quell’epoca, Biondo lasciò Roma per le montagne di Modigliana, allontanandosi così dall’educazione impartitagli dal padre, l’umanista Biondo Flavio, e dalla carriera curiale intrapresa dai fratelli. In un’Italia scossa dalla guerra e dal proliferare delle profezie sulla fine dei tempi, da Modigliana Biondo divenne la guida spirituale di una comunità di laici e religiosi, donne e uomini che vivevano a Firenze, Bologna e Venezia, in cui si sperimentava un nuovo modo, tutto ‘interiore’, di vivere la fede. Delle vicende e del corpus di scritti di questo religioso ‘irregolare’ tratta Invisibile come Dio. La vita e l’opera di Gabriele Biondo (Edizioni della Normale 2020) di Michele Lodone. Proponendo per la prima volta una biografia integrale di Biondo e una descrizione analitica dei suoi trattati, Lodone dimostra come, pur nella sua irriducibile individualità, nella parabola di Biondo si mescolino figure, esperienze e problemi cruciali dell’inquieta vita religiosa dell’Italia tra la fine del medioevo e la prima età moderna, aiutando a comprendere l’epocale impatto che su di essa ebbe la Riforma. Non a caso, gli scritti mistici e apocalittici di Biondo, che pure denunciavano Girolamo Savonarola come Anticristo, furono a loro volta processati per eresia.

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Solo Dio è innocente

Posted by fidest press agency su sabato, 18 luglio 2020

In libreria dal 23 luglio Michele Navarra Collana Darkside. «Capita di rado che consigli la lettura di un legal thriller e se accade ci sono ottimi motivi. Cominciate a leggere il romanzo di Michele Navarra, è improbabile che riusciate a smettere». Gianrico Carofiglio Un legal thriller con protagonista un avvocato penalista, scritto da un vero avvocato penalista. Con una prosa intrigante e scorrevole e una storia avvincente, Solo Dio è innocente è ambientato tra la Roma degli studi legali e una Sardegna primitiva, con una vicenda scandita da dinamiche famigliari complesse in cui le colpe dei padri, coinvolti in faide inestinguibili, inevitabilmente ricadono sui figli.

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Un solo Dio per quattro chiese

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 marzo 2020

Cristiani, arabi, ebrei e buddisti sono i portatori di quattro distinte Chiese monoteiste. Pur partendo da una comune radice etnica, si sono trovati, nel corso dei secoli che li hanno portati sino a noi, più impegnati a combattersi, e ad accrescere le rispettive rivalità religiose e politiche, che a trovare momenti di più attenta riflessione ed anche rispetto, per le scelte religiose che hanno, nel tempo, consolidato e si sono ritrovati a gestire. Hanno, alla fine, perso del tutto l’impareggiabile occasione di riprendere il dialogo sulle certezze.
Ricordiamo, tanto per la cronaca, che uno dei figli d’Abramo, che non fu capostipite del popolo ebraico come lo sarebbe stato Isacco, era nato da una schiava. Si chiamava Ismaele e si sa che apparteneva a una di quelle tribù beduine che diedero i natali, molti secoli dopo, a Maometto. Ismaele fu benedetto e salvato, secondo le sacre scritture, da Dio che accolse le preghiere della madre e si vuole che avesse detto ad Abramo, il padre naturale: “Io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole”. Dio, quindi, benedisse entrambi i figli di Abramo e diede a essi pari dignità nel regno degli uomini come nel suo.
Ciò ci fa capire, da una parte, quanta pace e serenità regni, per la comune appartenenza etnica e religiosa dei popoli antichi, e quanta crudeltà ed egoismo alberga nei loro eredi allorchè persino la fede si trasforma in un’occasione di scontri, d’ingiustizie, e di genocidi. Il grande, spesso ignorato ed anche sottovalutato, pericolo è un altro: è l’indifferenza, l’agnosticismo, la rinuncia alla lotta per i valori. Non si possono sottacere le sofferenze umane e ancor peggio limitarsi a denunciare le infamie a parole. È il dolore di chi vede la violenza pubblica e privata seminare le sue vittime colpevoli solo d’essere diverse nella fede, nell’etnia, nel colore della pelle, nel proprio status fisico di anziano, di handicappato, di bambino.
È il dolore di chi assiste, impotente, alla miseria degli emarginati che albergano, per ogni dove, nel mondo e muoiono di fame e di sete. È il dolore che ci sovrasta là dove si coltiva la Fede, ma si permette nel frattempo che da essa non venga un messaggio forte di solidarietà e di sostegno per i più deboli.È il dolore per l’indifferenza altrui. Sta proprio in questa “indifferenza” il segno più tangibile del pericolo che ci sovrasta. Non è possibile cogliere con distacco tale e tanta sofferenza. Non è possibile nascondere il capo sotto la cenere per non vedere ciò che ci circonda. Non è possibile assistere indifferenti a tante asprezze della vita per un nostro comportamento egoistico. Se tutti noi, nessuno escluso, facessimo a meno del nostro superfluo e lo donassimo a chi non dispone nemmeno del necessario per vivere, la vita avrebbe di certo un senso più dignitoso e meno traumatico di quanto non lo sia oggi. O voi che credete! Date in elemosina una parte dei beni che vi abbiamo elargito, prima che venga il giorno in cui non ci saranno più traffici né amicizie, né raccomandazioni. (Riccardo Alfonso)

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Ralf Rothmann: Il dio di una estate

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 dicembre 2019

È il 1945 e la dodicenne Luisa Norff, sfollata da Kiel con la madre e la sorella Billie, trascorre l’estate nel podere della sorellastra Gudrun e di suo marito Vinzent Landes, assistente del governatore del Gau locale, una delle regioni amministrative della Germania nazista.
Mentre Kiel, con il suo porto militare, subisce continui attacchi, nel podere a meno di un’ora di macchina dalla città non è ancora caduta nemmeno una bomba dall’inizio della guerra.La giovane Luisa passeggia perciò per i boschi senza timori di sorta, cercando di adattarsi alla sua nuova vita lontana dalla città in fiamme. A tenerle compagnia, gli inseparabili libri, come Via col vento, riletto già tre volte; e i nuovi amici, come Ole, la cui madre per vivere fabbrica parrucche in un laboratorio pieno di scatoloni da cui spuntano ciocche di capelli; e Walter, il mungitore dagli occhi limpidi e verdi, sempre cosí gentile con lei.Col passare del tempo, tuttavia, una serie di domande sempre piú inquietanti si affacciano nella mente della giovane Luisa: chi sono i prigionieri con le divise di fustagno a strisce che, rasati a zero e smagriti, lavorano sul ciglio della strada sorvegliati da guardie armate? Quali terribili colpe hanno commesso? Che cosa accadrà a lei e alle donne della sua famiglia quando i russi invaderanno la Germania, come si vocifera sempre piú spesso in paese? Che cosa ne sarà di Walter, chiamato a fare l’autiere giú al lago Balaton, in una unità di rifornimenti? Ma, soprattutto, che fine ha fatto Billie, la sua vanesia e beffarda sorella che ha osato avere una tresca con Vinzent sotto gli occhi dell’inflessibile Gudrun, attiva nella Lega delle donne e Führerin locale? 224 pagine. Neri Pozza Editore
Ralf Rothmann (1953) è uno scrittore, poeta e drammaturgo tedesco, vincitore del Premio Francoforte-Bergen, del prestigioso Literaturpreis der Konrad-Adenauer-Stiftung e, nel 2013, del Friedrich-Hölderlin-Prize. I suoi romanzi sono tradotti in piú di dieci lingue.

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Ralf Rothmann: Il dio di una estate

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 novembre 2019

È il 1945 e la dodicenne Luisa Norff, sfollata da Kiel con la madre e la sorella Billie, trascorre l’estate nel podere della sorellastra Gudrun e di suo marito Vinzent Landes, assistente del governatore del Gau locale, una delle regioni amministrative della Germania nazista. Mentre Kiel, con il suo porto militare, subisce continui attacchi, nel podere a meno di un’ora di macchina dalla città non è ancora caduta nemmeno una bomba dall’inizio della guerra. La giovane Luisa passeggia perciò per i boschi senza timori di sorta, cercando di adattarsi alla sua nuova vita lontana dalla città in fiamme. A tenerle compagnia, gli inseparabili libri, come Via col vento, riletto già tre volte; e i nuovi amici, come Ole, la cui madre per vivere fabbrica parrucche in un laboratorio pieno di scatoloni da cui spuntano ciocche di capelli; e Walter, il mungitore dagli occhi limpidi e verdi, sempre cosí gentile con lei.
Col passare del tempo, tuttavia, una serie di domande sempre piú inquietanti si affacciano nella mente della giovane Luisa: chi sono i prigionieri con le divise di fustagno a strisce che, rasati a zero e smagriti, lavorano sul ciglio della strada sorvegliati da guardie armate? Quali terribili colpe hanno commesso? Che cosa accadrà a lei e alle donne della sua famiglia quando i russi invaderanno la Germania, come si vocifera sempre piú spesso in paese? Che cosa ne sarà di Walter, chiamato a fare l’autiere giú al lago Balaton, in una unità di rifornimenti? Ma, soprattutto, che fine ha fatto Billie, la sua vanesia e beffarda sorella che ha osato avere una tresca con Vinzent sotto gli occhi dell’inflessibile Gudrun, attiva nella Lega delle donne e Führerin locale?
Dopo Morire in primavera, romanzo in cui due amici fraterni sono «chiamati a recitare la parte di Caino e Abele» (Corriere della Sera), Il dio di una estate costituisce una splendida conferma del talento di Ralf Rothmann nel far rivivere un’epoca della storia in cui «l’innocenza si trasforma in colpa e l’amicizia in tradimento» (ttL-la Stampa). Traduzione di Riccardo Cravero 224 pagine
Euro 17,00 Neri Pozza Editore.
Ralf Rothmann (1953) è uno scrittore, poeta e drammaturgo tedesco, vincitore del Premio Francoforte-Bergen, del prestigioso Literaturpreis der Konrad-Adenauer-Stiftung e, nel 2013, del Friedrich-Hölderlin-Prize. I suoi romanzi sono tradotti in piú di dieci lingue.

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L’ira di Dio

Posted by fidest press agency su sabato, 2 marzo 2019

“Il papa immobile”, come lo qualificano i suoi critici “da sinistra”, ha dimostrato uno straordinario coraggio nel costruire l’evento che si è svolto in questi giorni a Roma su “La protezione dei minori nella Chiesa”. Lasciando stare Pietro, che come si sa era un pauroso, è difficile trovare tra i suoi predecessori un papa coraggioso come lui, se non forse Gregorio Magno e pochi altri. Egli ha avuto infatti il coraggio di ripensare a fondo la Chiesa, e di mostrarla con parole e gesti semplici come una Chiesa possibile. E forse qui c’è una chiave per intravedere un futuro che oggi ci appare ancora così velato e coperto. Intanto c’è voluto un grande coraggio evangelico (“in sacris” si chiama parresìa) per mettere insieme patriarchi, cardinali, vescovi e religiosi di tutta la terra in una liturgia penitenziale ad accusare se stessi “come persone e come istituzione”, e indurli a passare da un “atteggiamento difensivo-reattivo a salvaguardia dell’Istituzione” a una ricerca sincera e decisa del bene della comunità “dando priorità alle vittime di abusi in tutti i sensi”. Così si sono visti i confessori che si confessano, i perdonatori che chiedono perdono, i ministri che impetrano per sé prima ancora che per i fedeli loro affidati: una cosa “affatto inusuale” nei Palazzi del “potere” terreno e celeste del Vaticano, dice con molto tatto Rosanna Virgili; diciamo pure mai accaduta prima.
C’è voluto coraggio a convocare non un Concilio e nemmeno un Sinodo, che sono cose riservate al clero, ma un inedito incontro mondiale che “in maniera sinodale” ha compreso in sé i laici, e tra questi le donne, quasi ad anticipare una Chiesa del futuro senza più “clericalismo”, ossia senza più il dominio riservato di una classe di ministri ordinati maschi e celibi il quale, secondo il papa, non è il volto migliore della Chiesa. Infatti “il volto migliore della Chiesa” ha detto Francesco nel discorso conclusivo “è il santo e paziente popolo di Dio; e sarà proprio questo santo popolo di Dio a liberarci dalla piaga del clericalismo, che è il terreno fertile per tutti questi abomini” ; gli abomini sono gli abusi sui bambini, che non sono solo abusi sessuali ma, come insiste a dire il papa, specie se commessi dal clero sono anche abusi di coscienza e di potere.
Sicché proprio in questo dramma che sta vivendo la Chiesa si affaccia, come ne ebbe presentimento il Concilio Vaticano II, non una Chiesa in cui il laicato è un personaggio in cerca d’autore, bisognoso di una teologia che lo giustifichi, ma una Chiesa non clericale, nella quale cade anche il presupposto della discriminazione delle donne.
E qui pure c’è voluto del coraggio a spiegare, come ha fatto il papa dopo aver sentito la relazione di una donna, la dottoressa Ghisoni, che ella non era stata invitata a parlare in virtù di un improbabile “femminismo ecclesiastico” (contro il divieto di far parlare le donne nelle chiese trasmesso da Paolo ai Corinti), ma perché invitare a parlare una donna sulle ferite della Chiesa è invitare la Chiesa a parlare su se stessa, sulle ferite che ha. “E questo è il passo che noi dobbiamo fare con molta forza”, ha detto il papa; riconoscere che “la donna è l’immagine della Chiesa che è donna, è sposa, è madre”, e ne porta lo stile; “senza questo stile parleremmo del popolo di Dio ma come organizzazione, forza sindacale, non come famiglia partorita dalla madre Chiesa”. Certo, bisogna dare più funzioni alla donna nella Chiesa, ma così non si risolve il problema, pensa il papa, “si tratta di integrare la donna come figura della Chiesa nel nostro pensiero, pensare la Chiesa con le categorie di una donna”. È il suggerimento che in prospettiva più generale già dava il filosofo e teologo Italo Mancini, quando di fronte ai guasti del mondo proponeva il contromovimento del “principio femminile”, il diritto di Antigone, il diritto del più umile, del più elementare, di quanto è più legato ai nutrimenti terrestri, di quanto è vincolato dalla pietà, di contro a quanto è faronico, zeusico e legato agli splendori del cielo, a quel dominio dell’alto che è tanto vicino al trono dei potenti: pietà contro maestà. Ma a questo punto come si potrebbe continuare ad escludere le donne dai ministeri ecclesiali con l’argomento che Gesù era maschio?
E c’è voluto del coraggio a cambiare l’oggetto dell’Incontro, che all’inizio doveva riguardare non solo la protezione dei minori ma anche degli “adulti vulnerabili”, cioè l’omosessualità, ma poi è stato concentrato sui bambini. Ne hanno approfittato i polemisti per accusare Francesco di sottovalutare l’impatto dell’omosessualità nel clero, ma la separazione dei due temi ha permesso al “summit” di non ridurre la violenza sui bambini a un problema interno alla Chiesa, quasi corporativo, banalmente spiegato col vincolo alla castità dei preti, come dice il volgo, ma di farne un grande tema di presa di coscienza mondiale, di porre il problema della protezione dei minori nell’umanità stessa, non solo nella Chiesa, perché ci sono quasi ottantacinque milioni di bambini, dimenticati da tutti, che sono vittime di ogni sorta di abuso: i bambini-soldato, i minori prostituiti, i bambini malnutriti, i bambini rapiti e spesso vittime del mostruoso commercio di organi umani, oppure trasformati in schiavi, i bambini vittime delle guerre, i bambini profughi, i bambini abortiti e così via. L’Incontro promosso da papa Francesco ha così raggiunto l’estensione e la profondità dell’analisi e della denuncia che già nel 1995 erano state avanzate in tre sessioni del Tribunale Permanente dei popoli, a Trento, Macerata e Napoli; già allora erano state svelate le mostruose violazioni della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e il dolore dei bambini era stato assunto come indicatore del dolore del mondo, e monito contro il precipitoso degrado dello stato del mondo che poi sempre più si sarebbe manifestato fino ad ora.
Ma l’assunzione del problema nell’ambito ecclesiale ha permesso di andare oltre le spiegazioni e le prognosi di ordine sociologico o politico; ha permesso di ricordare le ideologie sacrificali che in religioni antiche giungevano all’offerta di esseri umani, spesso di bambini, e di riconoscere anche oggi in tanta crudeltà “un sacrificio al dio potere, denaro, orgoglio, superbia”, che va dunque abolito come lo furono i sacrifici antichi; ed ha permesso di cogliere quella che Francesco ha chiamato la “significazione esistenziale”, ulteriore di questo fenomeno criminale, che sta nell’irrompere del mistero del male e nella sua pretesa di dominio del mondo; “la mano del male che non risparmia neanche l’innocenza dei piccoli” (come fece in Erode) e trova reazione e risposta anche nell’ordine dei mezzi spirituali, delle misure suggerite dalla fede, nella salvezza che viene da Dio. E ciò ha permesso alla Chiesa disegnata dal papa di recuperare anche quel volto severo di Dio e quel “santo timore di Dio” che potevano sembrare dissolversi nella grande predicazione della misericordia; solo che l’ira di Dio non è più presentata come quella del Dies irae di Mozart eTommaso da Celano che brucia “il secolo in faville” e che prelati tardo-farisei ancora individuano nei terremoti negli tsunami e in altre calamità naturali, ma è vista riflessa “nella rabbia, giustificata, della gente“, “nel grido silenzioso dei piccoli”, come Paolo VI l’aveva individuata nella “collera dei poveri”.
Finisce così oggi la Chiesa incapace di ascoltare questo grido, e se si fa essa stessa questo grido nel mondo, può cominciare una storia nuova. http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it

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Piergiorgio Odifreddi Il dio della logica

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 novembre 2018

Torino venerdì 30 novembre, ore 21 Circolo dei lettori, via Bogino 9. L’acclamato matematico, logico e divulgatore Piergiorgio Odifreddi torna al Circolo dei lettori per parlare del suo ultimo libro, Il dio della logica (Longanesi), saggio in cui ripercorre la vita del matematico austriaco Kurt Gödel, consegnandoci una biografia rigorosa ma che non esclude aneddoti interessanti. Gigante della logica del Novecento e tra i massimi pensatori di ogni epoca, definito dalla rivista Time “il matematico del secolo”, Kurt Gödel ha legato il suo nome al celebre teorema di incompletezza, ma le sue ricerche hanno spaziato in ogni campo, dalla logica alla cosmologia e persino alla teologia, giungendo a esiti visionari e illuminanti, quando non addirittura rivoluzionari. Non a caso, le sue scoperte sono state uno strumento fondamentale per Alan Turing nella progettazione del computer. E non è un caso che a Princeton Albert Einstein cercasse la compagnia di Gödel per conversare con lui di scienza, filosofia e politica durante lunghe passeggiate quotidiane.
Nel Dio della logica, in cui compare anche un prezioso inedito tratto da una conferenza tenuta da Gödel nel 1934, Piergiorgio Odifreddi ci consegna una rigorosa biografia scientifica non priva di gustosi aneddoti e felici divagazioni filosofiche, ricostruendo l’avventura intellettuale di un genio che ebbe una brillante carriera accademica e illustri riconoscimenti in vita, ma fu anche uomo schivo, ipocondriaco e paranoico, preda di ossessioni e paure che lo tormentarono fino alla morte.
Piergiorgio Odifreddi, nato a Cuneo il 13 luglio 1950, è un matematico, logico e saggista. Oltre che di matematica, nelle sue pubblicazioni si occupa di divulgazione scientifica, storia della scienza, filosofia, politica, religione, esegesi, filologia e saggistica varia. Si è laureato in logica presso l’Università di Torino, dove ha poi insegnato la stessa materia. Per il suo lavoro di divulgazione è stato insignito di diversi premi, fra cui il Premio Galileo, il Premio Fiesole, il Premio Filosofico Castiglioncello e il Premio Saint-Vincent.

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Il volto di Dio attraverso il volto dei piccoli

Posted by fidest press agency su sabato, 10 marzo 2018

Roma Lunedì 19 marzo 2018, ore 17 Pontificia Università Gregoriana Piazza della Pilotta 4 sarà presentato il volume di scritti in onore del Prof. Massimo Grilli – ordinario di Teologia biblica presso la Pontificia Università Gregoriana, nella quale dirige l’omonimo Dipartimento – in occasione del suo settantesimo compleanno. Il volume “NumeriSecondi. Il volto di Dio attraverso il volto dei piccoli”, edito da Gregorian & Biblical Press, è curato da Maurizio Guidi e Stefano Zeni.All’attività trentennale di docenza in Gregoriana, don Grilli affianca l’impegno nel Progetto Vangelo e Cultura, di cui è direttore scientifico, che promuove l’applicazione della Linguistica Pragmatica ai testi biblici. «Ho sempre pensato che la crisi della Chiesa sia dovuta all’idolatria – ha affermato don Grilli in una recente intervista al mensile “Jesus” – e gli idoli promettono molto, ma mantengono nulla. Nella Bibbia la vera contrapposizione non è quella tra credenti e atei, ma quella tra credenti e idolatri, o meglio tra credenti autentici e credenti idolatri. Le iniziative che papa Francesco chiede alle comunità ecclesiali per riportare la Parola di Dio al centro sono assolutamente indispensabili».
Dopo i saluti del decano della Facoltà di Teologia della Gregoriana, P. Dariusz Kowalczyk SJ, e di P. Michael Kolarcik SJ, Rettore del Pontificio Istituto Biblico e direttore della Collana Analecta Biblica, seguiranno quelli del Dr. Wolfgang Lentzen-Deis, co-fondatore dell’Associazione Evangelium und Kultur (www.evangeliumetcultura.org). Oltre ai curatori dell’opera, interverranno mons. Felix Gmür, Vescovo di Basilea e presidente dell’Associazione Evangelium und Kultur, e il Prof. Detlev Dormeyer, dell’Università di Dortmund, anch’egli membro del Progetto Evangelium und Kultur.

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Mostra: Dio si nasconde

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 gennaio 2018

biblioteca angelicaRoma martedì 23 gennaio 2018 ore 11.30 Galleria della Biblioteca Angelica Via di Sant’Agostino, 11. Intervengono: Stefania Severi, Critica d’arte Maria Luisa Caldognetto, Traduttrice Kozo Yano, Fotografo André Simoncini, Poeta. La mostra riunisce trenta immagini, in un suggestivo bianco/nero, realizzate dal fotografo giapponese Kozo Yano in luoghi insospettabili del pianeta, cui si accompagnano i testi del poeta lussemburghese André Simoncini che instaurano con le forme dei massicci rocciosi, degli strati geologici e dei sedimenti pietrificati un dialogo sorprendente in cui ricerca artistica e letteraria convergono. La bellezza nascosta nelle rocce fotografate può imprevedibilmente mostrarsi nei bizzarri e deformi profili di volti umani. “Gli occhi stravolti/Intrappolati/ Scrutano le rovine/Dalle asperità minacciose/Che fanno a pezzi il sole/E che la notte incombente/Sottoporrà a una ricostruzione simulata”: così le poesie di André Simoncini fanno da contrappunto alle fotografie di Kozo Yano e viceversa in un gioco continuo di rimandi. L’esposizione, che si avvale del patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, della Biblioteca Angelica, dell’Ambasciata del Granducato di Lussemburgo a Roma, dell’Istituto Giapponese di Cultura, ed è organizzata dalla Cooperativa Sociale Apriti Sesamo – Roma con la collaborazione dell’Associazione Culturale Convivium – Lussemburgo, è a cura di Stefania Severi e Maria Luisa Caldognetto. (foto: biblioteca angelica)

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Nuovo libro “Angelo SenzaDio”, di Carmelo Musumeci

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 Maggio 2017

angelo senza dioIntensamente permeato di amore e di sofferenza, il nuovo libro, “Angelo SenzaDio”, di Carmelo Musumeci, con Prefazione di Agnese Moro, prodotto e distribuito da Amazon, è il racconto di un’anima che si rivela autenticamente in significatività valoriale.
Non è un racconto, frutto dell’immaginazione. È una storia vera come suggerisce l’Autore nel sottotitolare il I capitolo: “Le storie vere non piacciono mai, per questo scriverò che questa è una storia inventata”.I protagonisti, Angelo e SenzaDio, s’incontrano dentro le fredde mura del carcere che non dà spazio alla possibilità di agire conformemente alle norme del rispetto reciproco e della correttezza. Ed in effetti, il loro incontro si verifica nel corso di momenti fortemente tragici vissuti da SenzaDio: gravemente ferito dai picciotti dello zio Totò, “il capo di tutti i boss”, perché incapace di sottomettersi alla prepotenza supportata da comportamenti violenti, SenzaDio realizza di essere in punto di morte.Inaspettatamente, incrocia una donna pervasa di Luce. Lo stupore è grandissimo: è l’Angelo che condividerà tutta la sua vita sin da quando, frequentante la strada insidiosa e subdola, ha varcato per la prima volta la soglia del carcere, quello minorile.
Per quanto, nel fluire del tempo abbia commesso tante azioni cattive, non ha mai nutrito cattiveria. Ha allontanato Dio dal suo cuore, imponendo regole ferree nel suo codice comportamentale: essere pronto a lottare e non solo per se stesso; incapace di versare lacrime perché piange il suo cuore; non avere boss; non cercare alcuna via d’uscita; non avere paura di morire; non decidere di morire perché è il destino a decidere. In breve, non avere bisogno di nessuno e alla stessa stregua, non manifestare alcuna emozione.Sottoposto al regime del carcere duro, SenzaDio vive la condizione dell’uomo ombra, contraddistinta da privazioni, provocazioni, violenze. Misurandosi con la non facile capacità di resistenza, la luna, incantevole nelle sue forme e nella sua luminosità, è la fedele confidente delle sofferenze patite nel suo cuore. Nel corso dell’indagine introspettiva, SenzaDio realizza di non essere più solo. Sebbene siano presenti le amiche di sempre – Malinconia, Tristezza, Sofferenza, l’Angelo presta ascolto alla sua anima urlante di Amore. È il cuore che conta, e il suo cuore è con l’Angelo. Ora incessanti torrenti di Luce riprendono a scorrere nella sua anima. Ora le sue ostinate convinzioni, strettamente correlate al suo essere senza Dio crollano: il fecondo interscambio con l’Angelo è espressione di un cuore vibrante nel respiro di Dio.
La durezza del carcere non ha arginato la sua ricerca interiore, che rimane ri-scoperta di valori gelosamente custoditi e alla stessa stregua, sorprendentemente inattesi.Scorre tra le righe di queste pagine, la riflessione sul carcere distinguibilmente contrassegnato da prevaricazioni, violenze, silenzi sfocianti nell’INDIFFERENZA COLLETTIVA.Ancora oggi non ci si interroga sull’urgenza di soluzioni valoriali incentrate sul rispetto della dignità e della persona umana.Trionfa l’assenza culturale e nelle diffuse condizioni/situazioni umane drammatiche, vissute da chi si misura con la detenzione, e nelle reazioni contraddittorie delle Istituzioni.Ancora oggi il termine “rieducazione”, contemplato nell’art. 27 comma 3 della nostra Carta Costituzionale, resta svuotato nelle sue accezioni, le più consone, saldamente correlate al fare e quindi, allo sviluppo di interventi programmatici utili, avviati dalle Istituzioni.E nonostante l’asprezza del carcere nelle sue ripetute dimenticanze, queste pagine, prodotte dalla straordinaria penna di Carmelo Musumeci, palesano un’esperienza umana nei caratteri distintivi del sentire interiore. (fonte: dalla Prefazione di Agnese Moro) (foto: angelo senza Dio)

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Mostra Marco Maria Zanin: Dio è nei frammenti

Posted by fidest press agency su martedì, 2 Maggio 2017

frammentoModena periodo 21 maggio – 16 luglio 2017 inaugurazione a cura di Daniele De Luigi e Serena Goldoni della mostra Marco Maria Zanin: Dio è nei frammenti 20 maggio ore 18.00-24.00 (orari mercoledì-venerdì 10.30-13.00 e 16.00-19.30; sabato, domenica e festivi 10.30-19.30. Lunedì e martedì chiuso ingresso gratuito) Palazzo Santa Margherita (Sale superiori), corso Canalgrande 103, organizzazione e produzione Galleria Civica di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena in collaborazione con Spazio Nuovo Contemporary Art, Roma con il patrocinio di Ambasciata del Brasile, Italia.
La mostra, attraverso le fotografie e le sculture del giovane artista, esplora il tema della memoria e delle radici nella società contemporanea mediante un’opera di reinterpretazione di scarti prodotti dal tempo: detriti e oggetti che per Zanin, sulla scorta del filosofo francese Georges Didi-Huberman, sono “sintomi” della sopravvivenza lungo le epoche di valori umani archetipici. L’indagine si muove tra la civiltà rurale del Veneto, sua regione di origine, e la megalopoli di San Paolo, dove vive alcuni mesi all’anno: due luoghi profondamente diversi nel modo di vivere il passato e il presente, ma fortemente legati dai fenomeni migratori dall’Italia al Brasile tra XIX e XX secolo.
Attrezzi del mondo contadino vengono tagliati e fotografati, assumendo forme inedite dal carattere totemico, mentre da frammenti di edifici moderni demoliti sono tratti calchi in porcellana, oppure nature morte che riecheggiano Giorgio Morandi, maestro con cui l’artista istituirà in mostra un intenso dialogo. Gli interventi di trasformazione degli oggetti di Zanin costituiscono “un invito a lavorare con la materia psichica della memoria assieme all’immaginazione”.
Marco Maria Zanin è stato selezionato dalla Galleria Civica di Modena nell’ambito del progetto Level 0, promosso da ArtVerona in collaborazione con 14 musei e istituzioni d’arte contemporanea italiani, per offrire supporto e visibilità agli artisti emergenti esposti in occasione dell’ultima edizione della fiera, dove l’artista era proposto dalla Galleria Spazio Nuovo di Roma.
Marco Maria Zanin (Padova, 1983) si laurea prima in Lettere e Filosofia e poi in Relazioni Internazionali, ottenendo un master in psicologia. Sviluppa contemporaneamente l’attività artistica, e compie numerosi viaggi e soggiorni in diverse parti del mondo, mettendo in pratica quell’esercizio di ‘dislocamento’ fondamentale per l’analisi critica dei contesti sociali, e per alimentare la sua ricerca tesa a individuare gli spazi comuni della comunità umana. Mito e archetipo come matrici sommerse dei comportamenti contemporanei sono il centro della sua indagine, che si snoda sull’osservazione della relazione tra l’uomo, il territorio e il tempo.
Sceglie come strumento privilegiato la fotografia, che è spesso usata mescolando tecniche diverse e superando i confini di altre discipline artistiche. Scrive del suo lavoro: “La fotografia mi aiuta a riallacciare la realtà fisica a spazi metafisici che si mescolano con i luoghi più profondi dell’identità umana, dove il silenzio, più di ogni descrizione, è la via per avvicinarci a toccare ciò che ci circonda.” Vive e lavora tra Padova e San Paolo del Brasile. http://www.marcomariazanin.com (foto: frammento)

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Il teorema di Dio

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 gennaio 2017

parlare con dioSecondo lo studioso tedesco Kurt Gödel si può dimostrare l’esistenza di Dio con un teorema matematico. “Se Dio è possibile, allora esiste necessariamente. Ma Dio è possibile. Quindi esiste necessariamente”. Questo in estrema sintesi il Teorema, del quale due ricercatori, Christoph Benzmuller della Libera Università di Berlino e Bruno Woltzenlogel Paleo dell’Università Tecnica di Vienna, avrebbero dimostrato la correttezza grazie alla capacità di calcolo di un computer portatile. Il cosiddetto “Teorema di Dio” è una sorta di prova matematica dell’esistenza di un essere superiore ed è stato sviluppato alla fine del secolo scorso, che sulla base di principi di logica modale dovrebbe provare che deve esistere un essere superiore. Gödel sostenne che, per definizione, non può esistere niente di più grande di un essere supremo e propose un modello matematico per provare l’esistenza di un tale potere, fondato su alcuni assiomi: “Ax. 1. {P(φ)∧◻∀x[φ(x)→ψ(x)}] → (ψ) Ax. 2. p (¬φ) ↔¬P (φ) Th. 1.P(φ)→◊∃x[φ(x)] Df. 1.G(x)⟺∀φ[P(φ)→φ(x)] Ax. 3. p (G) Th. 2.◊∃xG (x)Df. 2.φ ess x⟺φ(x)∧∀ψ{ψ(x)→◻∀y[φ(y)→ψ(y)]} Ax. 4. p (φ) →◻P (φ) Th. 3. g (x)→G ess xDf. 3. e (x)⟺∀φ [φ ess x→◻∃yφ(y)] Ax. 5.P (E) Th. 4.◻∃xG(x) “. “Ogni proprietà positiva è necessariamente positiva. Per definizione Dio ha tutte e solo le proprietà positive. L’esistenza necessaria è una proprietà positiva. Quindi Dio, se è possibile, possiede necessariamente l’esistenza. Il sistema di tutte le proprietà positive è compatibile. Quindi Dio è possibile. Essendo possibile, Dio esiste necessariamente”. Kurt Gödel nacque nel 1906 a Brünn, odierna Brno, in Moravia, all’epoca parte dell’Impero austro-ungarico, da famiglia di origine tedesca. Dopo gli studi all’Università di Vienna fisica, matematica e filosofia, prese la cittadinanza austriaca diventando docente. Sono gli anni in cui pubblicò “i teoremi dell’incompletezza”. Nel 1933 attraversò l’Oceano per andare all’Institute of Advanced Study di Princeton nel New Jersey, su invito di Von Neumann. Qui incontrò Einstein di cui divenne amico. Pochi anni dopo il trasferimento negli Stati Uniti, la docenza allo IAS e, nel 1948, la cittadinanza statunitense. Morì a Princeton nel 1978, all’età di settantadue anni.E’ importante aggiungere che Gödel era molto religioso, esattamente l’opposto di Albert Einstein che vedeva Dio come un’entità impersonale da cogliere con la sola ragione. Finché visse Gödel non rese nota mai la prova ontologica di Dio, forse perché temeva di essere frainteso. Venne pubblicata soltanto nove anni dopo la sua morte negli Stati Uniti. Dunque, osserva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, questo il succo della teoria dello studioso tedesco che oggi due scienziati sempre del suo paese hanno riportato in auge grazie all’uso del computer. Di fatto, nonostante i titoli che in questi giorni vengono ripresi dalla stampa tedesca, i due non avrebbero tanto dimostrato l’esistenza di Dio quanto la possibilità dei risultati che si possono raggiungere in campo scientifico usando una tecnologia superiore, quella cioè del computer. (foto: parlare con dio)

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Dov’è Dio?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 agosto 2016

padre pioUna domanda dalle molteplici interpretazioni: potrebbe apparire blasfema, come potrebbe diventare mistica, di quel misticismo nel dubbio, che genera la Santità del Dubbio, che fu di Madre Teresa di Calcutta e di Padre Pio da Petralcina.
Risponde, con la forbita dialettica che gli è congeniale, Don Massimo Naro, personaggio intellettuale di grande respiro e sacerdote aperto ad ogni dialogo e non necessariamente in quest’ordine; risponde dalle pagine de “La Sicilia del I° agosto 2016
Fratello del compianto Cataldo, arcivescovo di Monreale, prematuramente scomparso, del quale ripercorre le orme culturali, anche se con interessi e impostazioni diverse pur nella continuità dell’impegno.
Gli ultimi giorni del mese di luglio sono stati di grande importanza sia nel suo scorrere quotidiano sia nei messaggi che sono giunti al popolo dei cristiani e oltre.Quando la violenza ha colpito alla cieca, seminando morte e distruzione era facile porsi la domanda “Dov’è Dio”, che permette che tali eventi si materializzassero con l’inaudita ferocia di chi non crede in nulla e uccide in nome di un Dio che non conosce la Misericordia, il Perdono, l’Amore.
Dio era lì, Dio era in quel bambino annegato e ritrovato sul bagnasciuga di una spiaggia a simboleggiare l’assenza di ogni umana pietà; Dio era tra i morti di Dacca, era nella stage di Nizza; era sull’altare di Ruen incarnato nelle spoglie di Padre Jacques Hamel a subire il martirio, dopo averlo subito nel Salvador, quando mani assassine trucidarono mons. Romero nel solenne momento della transustanziazione, quando la particola consacrata, in grazia della Fede, diventa corpo mistico e sangue di Cristo.
Cristo non scende dalla Croce, anzi, perpetua il Suo sacrificio in ogni gesto o atto assimilabile alla Sua Crocifissione.
Dov’è Dio ? Rispose mons. Romero, quando venne malamente trattato in Vaticano dal cardinale Ratzinger, che impose, anche a Giovanni Paolo II, la condanna della Teologia della Liberazione, condannando mons. Romero alla solitudine del suo Salvador, fra quei peones laceri, affamati, disprezzati dal grande potere economico sfruttatore della povertà e del bisogno.
Giovanni Paolo II, solo dopo il martirio di Mons. Romero si recò in Salvador a pregare sulla tomba del martire, fu allora che concepì la Centesimus Annus, enciclica nella quale rivalutava la Teologia della Liberazione.
La risposta di Don Massimo Naro è un compendio ben più approfondito delle mie modestissime parole, ma risveglia i sentimenti di solidarietà che solo la Fede cristiana sa concepire in una fratellanza universale.La Giornata Mondiale della Gioventù, che si è appena conclusa, ha rappresentato, nelle parole di Papa Francesco, la via maestra che ogni buon cristiano deve seguire, nella certezza di avere in Cristo una guida e un compagno di percorso.Dio era in quei milioni di giovani che hanno restituito al mondo la Speranza. Dio era in quei musulmani che hanno partecipato, in molte città europee, alla celebrazione della Santa Messa, invocando Pace, Fratellanza, Unità nella Fede dell’Unico Dio. (Rosario Amico Roxas)

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Libro: Simone chiamato Pietro

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2015

simone chiamato pietroIl discepolo e apostolo Simon Pietro è una delle figure più paradigmatiche dell’appassionante dramma della sequela di Cristo. All’inizio lasciò tutto, senza esitazioni, ma dovette fino alla fine fare i conti con una libertà richiamata da Gesù, dalle circostanze e dalla propria fragilità, e ripetere sempre il suo “sì”. Padre Mauro Giuseppe Lepori dedica al primo Papa della Chiesa Cattolica questo agile ed efficace libro, attraverso il quale mette in luce come Pietro sia il santo evangelico più vicino a noi, alla nostra umanità, ma nel contempo così vicino a Dio. Come osserva nella prefazione l’arcivescovo di Milano, il Cardinale Angelo Scola, «la vicenda del Principe degli Apostoli è narrata con acuta capacità di penetrazione psicologica, nel suo inconfondibile timbro umano, in cui ciascuno di noi può riconoscersi. Così che questo scritto, oltre che come una meditazione di prim’ordine, potrebbe essere letto anche come una elementare, ma per nulla banale, introduzione all’antropologia cristiana». L’autore si immedesima con l’esperienza di vita di Simon Pietro e ne racconta alcuni passaggi salienti, offrendo un’intensa e appassionata dimostrazione di come Pietro ci conduca e ci unisca a Gesù, oltre ad indicarci la strada per seguire Dio come veramente vuole essere seguito.
P. Mauro Giuseppe Lepori è nato a Lugano nel 1959 ed è cresciuto a Canobbio (Svizzera). Si è laureato in filosofia e teologia presso l’Università di Friburgo. Dal 1984 è monaco dell’abbazia di Hauterive (Svizzera), di cui è stato abate dal 1994 al 2010, quando è stato eletto abate generale dell’Ordine Cistercense e si è trasferito a Roma. Presso Cantagalli ha pubblicato: Fu invitato anche Gesù. Conversazioni sulla vocazione famigliare (2006) e Sorpresi dalla gratuità (2007). Prefazione di Angelo Scola Cantagalli 2015 112 pagine – 11,00 euro (foto: Simone chiamato Pietro)

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La campagna di ATS pro Terra Sancta a favore delle famiglie di Betlemme

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 dicembre 2013

The Terra Sancta building in Jerusalem by night

The Terra Sancta building in Jerusalem by night (Photo credit: Wikipedia)

“A Natale Ritorna alle Origini” è la campagna lanciata da ATS pro Terra Sancta per aiutare i bambini e le famiglie di Betlemme. L’intento è sostenere le pietre vive più fragili, cioè i bambini poveri, in quel luogo così speciale della Terra Santa, proprio lì dove Dio si è fatto bambino.“Con i fondi raccolti si desidera sostenere l’educazione dei bambini più bisognosi e con problemi di apprendimento, oltre che – afferma padre Pizzaballa, Custode di Terra Santa – fornire loro le cure mediche essenziali”.In questo periodo di Avvento, Betlemme si riempie di festa, di gioia, di persone che vengono a rivivere qui quel momento che ha cambiato la storia dell’umanità. Eppure le difficoltà non mancano e a farne le spese di un sistema sociale estremamente fragile sono soprattutto i più deboli, i bambini.“Sono tanti i bambini di Betlemme a cui i frati tendono la mano, bambini che senza appoggio non avrebbero speranza. Nascere a Betlemme oggi significa, infatti, venire al mondo in una terra difficile, segnata dalle sofferenze e dalla povertà, soprattutto per i più piccoli. La comunità cristiana – continua padre Pizzaballa – si sta riducendo di anno in anno, sempre più persone sono costrette a emigrare e chi rimane stenta a occuparsi dei propri figli, a prendersene cura, a farli studiare. Inoltre, nei territori palestinesi non esiste alcuna forma di assistenza medico-sanitaria pubblica: le cure legate a qualsiasi tipo di malattia sono a carico delle famiglie che spesso non possono permettersi spese mediche così ingenti, soprattutto nel caso di malattie croniche o cure urgenti. Il nostro obiettivo, come frati francescani della Custodia di Terra Santa per quest’anno – conclude il Custode – è di destinare a Betlemme 200.000 euro. E crediamo che, con un piccolo contributo offerto da ognuno, potremo aiutare 300 famiglie palestinesi e 250 bambini”.

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