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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Posts Tagged ‘dipendenti’

Sempre più anziani dipendenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 ottobre 2021

Quanto sono gli anziani dipendenti rispetto ad adulti in età lavorativa? Le proiezioni pubblicate ieri da Eurostat sono implacabili: a gennaio 2020 c’erano meno di tre adulti in età lavorativa a fronte di un dipendente con più di 65 anni (34,8%). Le percentuali maggiori coinvolgono anche l’Italia. Nel 2050 gli adulti lavoratori diventeranno meno di due (56,7%), e l’Italia contribuirà alla media con una percentuale tra il 63,4 e il 70,1. L’aumento del numero di persone anziane, dall’essere sanitariamente un fatto positivo (si vive di più), se non supportato da adeguate politiche di coinvolgimento di questi anziani, sembra che si stia trasformando in una iattura. Perché all’aumento degli anziani corrisponde anche l’aumento di coloro tra questi che sono dipendenti. La domanda è conseguenziale: ce la faranno gli adulti in età lavorativa a mantenere gli anziani dipendenti? E, considerando anche che essere adulto in età lavorativa non significa necessariamente essere un lavoratore e contribuire all’Erario, sarà necessario uno Stato sociale maggiore di quello odierno in grado di farvi fronte? Quindi: ci sono politiche per maggiori entrate fiscali per farvi fronte? Politiche che non siano di aumento della pressione fiscale ma della quantità di soggetti che contribuiscano al Fisco? Politiche che, considerando il maggiore vigore degli oltre 65enni, possano anche far lavorare gli stessi in un’età che oggi è considerata non-lavorativa? Occorre riconoscere che l’Europa ci sta provando (il Next Generation Eu è anche in questo senso), ma ci domandiamo se, a fronte dei questi dati Eurostat, si riesca a percepire l’urgenza non solo di essere buoni e seri spenditori dei contributi Ue, ma anche generatori di politiche nazionali in merito. Sembra un paradosso, ma è una realtà: in genere siamo abituati a chiedere e ad avere politiche per i giovani… occorrerà metter mano anche a quelle per gli anziani. Non solo assistenziali, ma anche e soprattutto lavorative. E’ pleonastico dire che si tratta di un’urgenza rivolta allo Stato per la creazione di norme ad hoc, e ai privati per le opportunità; cioé: non si pensi ad un maggiore Stato sociale o Stato imprenditore ma ad un libero mercato più semplice e accessibile. (fonte Aduc)

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Medici di famiglia e pediatri dipendenti dal 2022

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 settembre 2021

Medici di famiglia dipendenti dal 1° gennaio 2022? È una delle ipotesi formulate dalle regioni in una “Prima analisi sulle modifiche delle relazioni” tra mmg/pediatri e Servizio sanitario nazionale, opera della conferenza degli assessori alla salute. Un’ipotesi che contempla alternative ma non può prescindere dall’ingresso dei medici nelle case di comunità previste nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e potrebbe diventare realtà. Entro l’anno tra i 42 provvedimenti che l’Italia è tenuta ad adottare per avere i soldi del Recovery Fund europeo, c’è infatti l’approvazione di un Decreto governativo sulla riorganizzazione dell’assistenza territoriale.Le regioni chiedono che il Decreto consenta di assumere almeno i neodiplomati in medicina generale dalla sua entrata in vigore. Per gli altri medici, la “vecchia” convenzione in versione 2019-21 darà nuove regole. In realtà, gli assessori propongono quattro modelli contrattuali (e volendo nessuno esclude l’altro): dipendenza per tutti; accreditamento da realizzare con modifiche all’accordo nazionale, accreditamento con accordi tra servizio sanitario ed enti privati accreditati, mix dipendenza-accreditamento. La “relazione” dei medici convenzionati con le regioni, è la premessa del documento, non pare più in grado di garantire che “l’investimento notevole, già realizzato in alcune realtà e previsto dal PNRR, che avverrà nelle strutture di assistenza primaria italiane”, porti “ai risultati auspicati in termini di capacità di risposta ai bisogni dei cittadini”. Di più: la pandemia ha dimostrato l’estrema debolezza del modello organizzativo “single” del medico e la “resilienza” del modello associato multi-professionale.I medici di famiglia e i pediatri dovranno garantire la partecipazione a forme organizzative, il lavoro nelle case della comunità, le prestazioni chieste da Regione ed Asl (ma cesseranno le contrattazioni aziendali), il rispetto di indicatori di garanzia di presa in carico, servizi di assistenza domiciliare come parte dell’attività. Ci si coordinerà con gli infermieri di comunità e con i medici di guardia che potrebbero essere ri-assegnati alla fascia oraria diurna, lasciando il 118 dalle 0 alle 8 (nella prima ipotesi di accreditamento con modifica dell’accordo nazionale). La dipendenza è l’ipotesi più “acclamata” da molti assessori ma richiede risorse ed una legge nuova che superi la Balduzzi con le sue aggregazioni Aft e Uccp, che consenta a chi fa il triennio di medicina generale di entrare nella dirigenza medica, e che sciolga il nodo della contribuzione: si potrebbe mantenere quella all’Enpam, magari ad opzione del medico. In cambio i medici avrebbero orari precisi, timbrerebbero il cartellino nella casa o nell’ospedale di comunità o nella centrale operativa territoriale (dove si coordina il rapporto con l’ospedale), e coprirebbero sedi dislocate oggi non gradite. Alternativa è l’accreditamento da realizzare o modificando l’accordo nazionale o dando il via ad accordi regionali con nuovi soggetti convenzionati composti da medici aggregati in società o cooperative. La prima chance prevede una convenzione snella che definisca volumi di lavoro per ogni medico, obiettivi da raggiungere, nuovo ottimale (1:1500 visto il lavoro in tandem con l’infermiere), massimale a 2000, orari certi, presa in carico delle cronicità. Ad essere autorizzato non sarebbe il singolo ma l’aggregazione funzionale se ha idonea rete informatica; l’accreditamento richiederebbe in più la capacità di coprire la continuità assistenziale 8-24 e il rispetto di dotazioni richieste dalla regione. Andrebbe rivista la composizione della quota capitaria. Ma si può arrivare al dunque con tanti sindacati e con così tante cose da dirsi al tavolo Sisac? Le Regioni propongono un modello alternativo che passa per la costituzione di “soggetti giuridici accreditabili”, ciascuno dei quali, forte di un tot di medici e pediatri secondo norme regionali, concluderebbe con la regione un accordo di fornitura servizi. Quarta opzione: far coesistere dipendenza ed accreditamento, con assunzioni a carico delle regioni solo per i nuovi diplomati, e “vecchi” mmg ad esaurimento con la convenzione del 1978, e a seconda delle regioni mix differenti di carichi di lavoro. Da valutare altri aspetti, come il passaggio del triennio di formazione specifica agli atenei, pur con molti docenti mmg, il mantenimento di eventuali equipollenze, la disincentivazione all’offerta di strutture a mmg e pediatri da parte delle farmacie. Tante novità, dunque, ma si tratta pur sempre di una “prima analisi”. Inoltre, le regioni hanno fatto sapere con il coordinatore degli assessori Raffaele Donini (al congresso sull’Emergenza di Riva del Garda) che sentiranno sempre i medici prima di cambiare le cose. Infine, nel Dataroom di Milena Gabanelli dov’era ospite con il leader Fimmg Silvestro Scotti, il direttore Agenas Domenico Mantoan ha minimizzato: la priorità è far entrare i medici nella casa della salute, che va pensata ad integrazione degli studi esistenti, e non il dibattito su dipendenza o convenzione; e per i cittadini resterebbe sempre la scelta fiduciaria del medico di famiglia, come indicato dalla Costituzione. By Mauro Miserendino fonte Doctor33

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Medici di famiglia dipendenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 settembre 2021

Le regioni evocano la dipendenza per i medici di famiglia? E la categoria potrebbe vanificare gli incontri per la convenzione, che dovevano ripartire questo mese. La segreteria nazionale Fimmg riunita dal 1° al 3 settembre a Roma è lapidaria: “Non si andrà al rinnovo 2016-2018 dell’Accordo nazionale della medicina generale finché non saranno affrontate e risolte le numerose contraddizioni di Regioni che da un lato continuano a proporre il modello precedente alla pandemia, e dall’altro mettono in discussione la centralità della medicina generale nelle sue funzioni fondanti”.La bozza di convenzione in circolazione, per Silvestro Scotti segretario nazionale Fimmg “presenta due ordini di criticità inaccettabili, da un lato mette in discussione elementi fondanti la nostra professione, quali la scelta fiduciaria e l’autonomia organizzativa su cui la categoria non è disposta ad alcun compromesso, dall’altro propone elementi di subordinazione, anche attraverso la sottrazione di risorse a favore di modelli mai realizzati e già superati dai progetti di riorganizzazione post pandemica sui quali siamo disponibili a dare il nostro contributo”. Scotti torna a proporre un accordo nazionale nuovo che veda il Mmg “centrale nella sua capillarità e prossimità nel sistema di studi professionali in cui i micro-team esercitino come rete spoke del territorio. Funzioni prioritariamente rivolte a temi quali la prevenzione, la domiciliarità e la cronicità, il cui Piano Nazionale è stato affidato dalle stesse Regioni alla medicina generale ma che le stesse regioni oggi si rimangiano”.A proporre la dipendenza per i medici di famiglia, già chiesta in Veneto, è ora la Lombardia: l’intenzione sarebbe stata manifestata in Commissione salute delle regioni da Letizia Moratti, assessora sanità lombarda, a un mese dalla presentazione della riforma che promuove le case della salute e offre ai distretti le redini delle cure primarie. La segretaria regionale Paola Pedrini parla di follia, di una mossa che in un colpo solo toglierebbe efficienza di un sistema già in difficoltà, libera scelta del medico da parte del cittadino, fiducia del paziente nel camice che egli stesso ha scelto, e persino quelle poche candidature a coprire zone carenti oggi rimaste. «I sostenitori della dipendenza pensano a una più facile copertura delle aree disagiate», dice Pedrini, e ricorda che invece tale copertura è difficile pure nella dipendenza, «nei piccoli ospedali periferici: i bandi vanno spesso deserti». Il timore di Fimmg è che a dispetto di legge 833/78, riforma 502/92 e legge Balduzzi del 2012, in un contesto dove la medicina di famiglia si va spopolando, le regioni impongano una visione che va nel senso del controllo del medico. «In uno scenario dove le farmacie potranno offrire servizi diagnostici e gli infermieri guidare l’assistenza domiciliare ai fragili, c’è il rischio che ai medici ridimensionati per il carente turnover restino spazi residuali e funzioni più governabili dall’alto», dice il vicesegretario nazionale Fimmg Fiorenzo Corti, che proprio all’indomani della presentazione della riforma aveva ammonito la Lombardia a non introdurre modelli organizzativi senza sentire la categoria. «Noi – continua Corti – avevamo plaudito alla riforma lombarda perché non vi si parlava di dipendenza ma si faceva una scommessa sulla categoria e sulle cooperative di servizio nel telemonitoraggio dei pazienti Covid e no Covid, nella presa in carico delle cronicità e nei servizi di medicina di prossimità, che proprio grazie alle coop sono letteralmente esplosi durante le vaccinazioni, con IML, Insubria e Cosma che hanno somministrato in totale circa 700 mila dosi ai cittadini lombardi. Ora la situazione cambia». Corti sottolinea che in caso di dipendenza del medico, il cittadino, anche se gli si lasciasse la libera scelta, perderebbe di fatto il rapporto fiduciario. «Intanto, per l’indicazione del curante sarebbe guidato dal Servizio di medicina generale del distretto (e magari i colleghi degli studi decentrati sarebbero sempre più riservati ai residenti dei relativi bacini). Ma anche se un cittadino ottenesse il medico da lui richiesto, quel dottore, presumibilmente bravo, sarebbe conteso. L’assistito nel prenotarsi un appuntamento scoprirebbe di dover attendere settimane prima di vederlo, come avviene in ospedale. E, come in ospedale, crescerebbero contenziosi».Argomento forte di Fimmg e della maggior parte dei sindacati della medicina generale è che la dipendenza al Ssn costa molto più del convenzionamento. In parte, forse, la regione potrebbe risparmiare inserendo personale Asl già assunto al servizio del medico anziché pagargli incentivi per mantenere collaboratore di studio ed infermiere. All’obiezione, Corti replica che allo stato dei fatti è probabile che la regione debba intanto assumere infermieri (si parla di 30 mila, ndr) per i compiti sul territorio. In questo modo la dipendenza significherà spese su spese. «Non c’è abbastanza personale. Si deve investire. I fondi aggiuntivi del Recovery Plan sono stanziati su strutture ed hardware, non sulle figure di supporto. Ammettendo per un attimo di riuscire a dirottare personale già in servizio – dice Corti – mi è difficile immaginare un infermiere dipendente ospedaliero dirottato sul territorio per visite domiciliari di un’ora e mezza ciascuna da effettuarsi ad orari concordati con le necessità del paziente. Per quanto invece riguarda noi medici di famiglia, dovremmo intenderci su cosa s’intenda per dipendente: ferie retribuite ed indennità di malattia – azzarda qualcuno- assicurazione, cartellino da timbrare, permessi, possibilità di periodi di formazione “come nel resto del settore pubblico”. E se invece il contratto fosse privatistico? Che diremmo se in Lombardia si permettesse alle case di comunità di essere guidate da strutture private, e di poter a loro volta assumere i medici con un contratto sul tipo di quello delle case di cura?» Fimmg annuncia nelle prossime settimane una nuova proposta di Accn all’insegna di “Fiduciarietà, Prossimità e Professionalismo e a garanzia di un Ssn pubblico per evitare una deriva privatistica”. Alle Regioni si chiede chiarezza e si rinnova “la disponibilità al confronto”. Mauro Miserendino fonte Doctor33

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Scuola: Sbagliati i numeri dei dipendenti non vaccinati

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 luglio 2021

Sui numeri dei vaccinati tra il personale della scuola “c’è qualcosa che non quadra, è evidente”, scrive oggi la rivista specializzata Orizzonte Scuola. Cosa è potuto succedere? “C’è un’ipotesi al vaglio: quelli che molti docenti e Ata abbiano evitato la somministrazione di AstraZeneca (siero destinato alle categorie prioritarie) per aspettare di sottoporsi al vaccino tramite Pfizer. In altre parole avrebbero evitato di effettuare le due dosi prioritariamente, ma hanno aspettato giugno, quando la campagna vaccinale si è aperta per tutti. Probabilmente, dunque, alcuni (soprattutto in Sicilia dove il caso AstraZeneca ha creato non poche perplessità) hanno deciso di prenotarsi successivamente evitando la corsa preferenziale a loro dedicato. Adesso, dunque, sta alle Regioni racimolare tutte le informazioni utili ed evitare il caos in vista della riapertura delle scuole”.Anche il commissario per l’emergenza Covid19, il generale Francesco Paolo Figliuolo, ha compreso che sui numeri dei vaccinati ci sono delle contraddizioni e ha chiesto alle Regioni entro il 20 agosto un rapporto numerico dettagliato su quanti ancora non sono stati vaccinati nell’intero comparto. Ma per i governatori recuperare i dati di quanti si sono vaccinati, associando per ognuno allo stato professionale, non sarà facile. Ancora di più perché vi sono delle realtà territoriali fortemente differenziate. Il 43% dei non vaccinati si troverebbe in Sicilia, il 37% a Bolzano, il 34% in Liguria, il 33% in Sardegna, il 31% in Calabria. I lavoratori della scuola più virtuosi presterebbero invece servizio in Friuli e Campania dove la percentuale di non vaccinati è pari a zero, ma anche nel Lazio (0,12%) e in Abruzzo (1,12%).Il sindacato Anief torna a chiedere di fare chiarezza su tutto questo: bisogna controllare con accuratezza quei dati nazionali e regionali, perché non risulta affatto che nella scuola ad oggi siano in servizio quasi un milione e mezzo di lavoratori. Sarebbe bene incrociare i numeri della scorsa primavera con quelli di fine luglio 20210. Quindi, andare a rivedere i numeri dei non vaccinati in base agli organici reali ad oggi e poi quelli di settembre, quando verranno assunti oltre 200mila precari, di cui la grande maggioranza non più in servizio nei mesi di luglio e agosto 2021. Ecco dove sta l’incongruenza. “Si pensi piuttosto – dice Marcello Pacifico, leader dell’Anief – a creare le condizioni per mantenere le distanze minime ed evitare assembramenti in classe, questo è il vero problema che se a settembre non verrà risolto ci porterà dritti verso la dad”.

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Economia: Meroi (Alfa Sistemi), “impresa in montagna possibile se dipendenti scelgono di viverci”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 luglio 2021

(TiLancio) Fare impresa in montagna? ‘Si può’. Creare attrazione ed attrattiva per l’area montana, in generale: è sempre possibile. Come? “Creando una massa critica di addetti che gravitano, per abitazione, o luogo deputato alla propria esistenza, proprio in montagna. Mi spiego: se fra i miei dipendenti ce ne fossero almeno una decina che per scelta hanno deciso di vivere nelle aree montane del Friuli Venezia Giulia, potremmo sicuramente creare un ufficio decentrato, in montagna, per accoglierli. Ovviamente, il peso specifico della decisione dipenderebbe dal numero di persone. Abbiamo capito, attraverso anche gli effetti di questa pandemia, che si può lavorare in qualsiasi luogo e contesto. Pertanto, decentrare, creare una filiale in montagna, perché ho diversi dipendenti che lo vogliono, non sarebbe un problema”. Sono le dichiarazioni di Ferruccio Meroi, presidente ed amministratore delegato di Alfa Sistemi, azienda tecnologica di Udine, costantemente alla ricerca di personale, anche di giovane età, per le proprie divisioni all’interno dell’impresa.Serve un cambio di passo culturale, anche e soprattutto da parte dei giovani che vivono in montagna. Si può fare tutto, ovunque. Servono idee, coraggio e voglia di fare. Un certo grado di attitudine anche all’imprenditorialità. “Probabilmente, un certa propensione alla volontà di uscire dalla propria zona di confort, per andare a cercare stimoli, fuori dalla montagna. Magari, per i giovani, questo significa formarsi altrove, per poi tornare e sviluppare idee e capacità” continua Meroi.C’è una penuria incredibile di giovani da inserire in aziende tecnologiche: “Li cerchiamo ovunque, che provengono dal territorio montano non rappresenta certamente un limite. Oltremodo: che le start up satellite, gli spin off che possono nascere da aziende già insediate in montagna, può essere un grandissimo valore aggiunto per la ricchezza dell’area intera. La necessità, prima di tutto, è di investire in infrastrutture ed “autostrade digitali” per avvicinare la montagna alla città” conferma Meroi.Alfa Sistemi è una azienda tecnologica che fra le priorità pensa al benessere dei suoi dipendenti, in modo concreto ed esaustivo, con una forte connotazione all’apertura strategica, anche verso culture nuove e più aperte, del fare impresa. Impiega oltre 100 addetti.

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I dipendenti sono davvero pronti a tornare in ufficio a tempo pieno?

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 giugno 2021

Marco Dell’Uomo, Italy Country Leader di Alight, uno tra i principali fornitori di soluzioni cloud integrate per il capitale umano e di business, spiega che il 94% delle persone desidera mantenere la possibilità di lavorare da remoto anche dopo il Covid. Sembra infatti che molti lavoratori abbiano apprezzato la flessibilità dell’home office.Tuttavia, un gran numero di aziende spera ancora in un ritorno alle modalità lavorative pre-pandemiche. Tra i servizi finanziari, per esempio, molti datori di lavoro temono che i lavoratori da remoto restino indietro rispetto alle loro controparti che lavorano in ufficio – eppure, un recente studio ha rilevato che oltre tre quarti dei dipendenti (77%) del settore ritiene che il lavoro ibrido renda la loro azienda più stabile.Con quasi due terzi (64%) dei lavoratori che desidera un approccio flessibile al lavoro, risulta evidente che l’autonomia del lavoro da remoto sarà fortemente richiesta anche in futuro. I datori di lavoro che si rifiuteranno di accogliere modelli di lavoro flessibili potrebbero quindi vedere molti dei propri dipendenti andarsene.Con una persona su cinque che punta a diventare il capo di sé stesso entro il 2025, il mercato del lavoro assisterà presto una decisa inversione di tendenza in cui il lavoro autonomo diverrà la scelta preponderante tra i lavoratori. I freelance possono essere molto più flessibili nel loro approccio al mondo del lavoro, possono determinare le condizioni di impiego e gli orari, i progetti da gestire, così come la loro posizione. Per questo il 2021 e il 2022 potrebbero rappresentare il biennio di ascesa dei freelance.

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Istat: -29,7% retribuzioni dipendenti a tempo determinato

Posted by fidest press agency su sabato, 20 marzo 2021

Secondo l’Istat, nel 2018 i dipendenti con contratto a tempo determinato hanno una retribuzione media oraria più bassa del 29,7% di quelli con contratto a tempo indeterminato. Nel part-time, che interessa soprattutto donne, il divario, rispetto al full-time, sale al 31,1%. “Dati disastrosi, che attestano come il problema di ridurre il gap tra le retribuzioni di chi ha un contratto a tempo indeterminato e gli altri è ben lungi dall’essere stato risolto” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Insomma, i lavoratori part time o con contratti a tempo determinato sono discriminati due volte. Non solo non riusciranno mai ad avere una pensione dignitosa, ma sono anche sottopagati” conclude Dona.

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Ccnl: test, tamponi, vaccini mettono a rischio sicurezza dipendenti farmacie

Posted by fidest press agency su martedì, 2 marzo 2021

Non c’è solo un contratto nazionale scaduto da otto anni relativo ai dipendenti di farmacia, che, parallelamente a una evoluzione del loro ruolo, hanno visto aumentare mansioni, formazione a proprio carico, responsabilità, oltre che un peggioramento degli orari e dell’organizzazione di lavoro. Non c’è solo un anno di emergenza sanitaria, che ha messo a dura prova chi lavora nelle farmacie, tra carichi di lavoro, condizioni di sicurezza, stress e preoccupazione. A tutto questo – che già basta a spiegare lo stato di sofferenza in cui si trovano a operare i farmacisti -, si aggiungono anche i nuovi ruoli nelle attività di screening, testing e analisi. Ruoli che vengono definiti, nella operatività, senza un coinvolgimento di chi viene impattato materialmente nelle sue condizioni di lavoro dalle decisioni prese. È questa la denuncia che parte, in una nota congiunta, da Conasfa e Fiafant.I dipendenti operano “con un Ccnl scaduto nel caso delle farmacie comunali da 6 anni e delle private da otto” e con “regole troppo vecchie”.Finora, i Protocolli per l’esecuzione di test e tamponi sono per lo più stati trattati tra “le Regioni, Federfarma e Assofarm, quindi solo con i sindacati dei titolari di farmacia, sentendo anche l’opinione degli Ordini, mentre nella maggior parte dei casi non sono stati coinvolti i sindacati di chi nelle farmacie lavora senza esserne titolare”, di chi effettua “operativamente” tali servizi, “di chi viene impattato materialmente nelle sue condizioni di lavoro dalle decisioni prese”. Da qui la richiesta: “Riteniamo che i sindacati dei dipendenti, come quelli dei titolari, peraltro già rappresentanti delle due categorie ai tavoli della contrattazione nazionale, vadano coinvolti dagli interlocutori istituzionali in una discussione necessaria su Protocolli che chiariscano le modalità operative, la volontarietà dell’operatore, gli aspetti di sicurezza sul lavoro, i profili di responsabilità e le garanzie assicurative, la formazione”, come pure “il riconoscimento di una remunerazione aggiuntiva al farmacista a fronte di servizi professionali che vengono remunerati alla farmacia. Il farmacista in farmacia svolge in scienza e coscienza una professione sanitaria, che nel corso di questa crisi pandemica ha dimostrato quanto sia strategica per la sanitaÌ sul territorio la sua prossimità ai cittadini, ma a tutti questi professionisti va riconosciuta dignità del ruolo e contrattazione delle condizioni per continuare a lavorare con serenità”. By Francesca Giani fonte Farmacista33

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Dipendenti pubblici: Rinnovo del contratto

Posted by fidest press agency su sabato, 12 dicembre 2020

Docenti e Ata guardano con molta attenzione gli sviluppi del rinnovo contratti pubblici: addirittura – scrive Orizzonte Scuola – per i lavoratori della scuola, in base allo stanziamento di 400 milioni, gli importi potrebbero essere ancora inferiori, perché il criterio che viene applicato per la distribuzione degli aumenti consiste nell’applicare una percentuale identica a prescindere dall’importo di partenza delle retribuzioni. Come sappiamo, gli stipendi, nel mondo della scuola, sono tra i più bassi del pubblico impiego e pertanto è lecito attendersi una cifra ancora più bassa.Sugli aumenti da inserire nel rinnovo contrattuale c’è però una apertura del Governo proprio sulle fasce stipendiali più ridotte, che nella scuola riguardano oltre la metà del personale. “Quello che possiamo fare allo stato attuale per andare incontro a chi guadagna di meno – ha detto la ministra della PA – è dire che, all’interno dei 400 milioni stanziati, che si aggiungono ai 3,2 miliardi della precedente manovra, i 270 milioni dell’indice perequativo vengano destinati a chi guadagna di meno”. Anief ricorda che i 100 euro lordi previsti per il rinnovo contrattuale lascerebbero l’inflazione ben al sopra della media stipendiale. Quindi lontani da quanto previsto dal dettato costituzionale sulla proporzionalità dei compensi da lavoro rispetto all’inserimento dignitoso nella vita sociale. È bene, quindi, che si opti con urgenza per un regime stipendiale che assicuri l’azzeramento, nel 2024, di questa condizione. È una realtà da superare anche secondo la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, che alcune settimane fa ha detto pubblicamente che è giunta l’ora di “adeguare i salari dei docenti a quelli europei, a partire dai maestri”.

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Referendum: Garantire sicurezza dipendenti consolati e diritto al voto

Posted by fidest press agency su sabato, 29 agosto 2020

“Da tempo ho sottolineato che ci sarebbero stati problemi per l’esercizio del voto all’estero in una situazione come quella attuale caratterizzata dalla pandemia con conseguenze per la sicurezza degli impiegati dei consolati che riceveranno i plichi elettorali con le schede votate. Sappiamo che ben 20 consolati sono stati chiusi a causa del covid e mi chiedo come si potrà garantire l’esercizio del voto ai nostri connazionali di quelle circoscrizioni consolari? Ed anche come garantire la sicurezza ai dipendenti dei consolati che avranno a che fare con le schede elettorali che potrebbero anche essere contaminate? Domande le cui risposte non sono rinviabili e chiedo, pertanto, al Ministero degli Affari Esteri quali misure urgenti intenda adottare per la salvaguardia di tutti. Lo ha dichiarato già da alcuni giorni fa l’On. Fucsia Nissoli Fitzgerald, deputata di Forza Italia eletta in Nord e Centro America.

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Gruppo Eurospin: Dipendenti in stato d’agitazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 agosto 2020

Sono in stato di agitazione i 15mila dipendenti di Eurospin, il più grande Gruppo discount italiano presente in Italia e in Slovenia con 1.200 punti vendita. Alla base della protesta e della giornata di sciopero in tutte le società del gruppo da organizzare a livello territoriale – indette dai sindacati di categoria Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs insieme al coordinamento unitario delle strutture e dei delegati – l’indisponibilità aziendale sulla realizzazione dei contenuti del Protocollo Governo Parti Sociali finalizzati a garantire adeguate condizioni di sicurezza sui posti di lavoro, nel contesto dell’emergenza pandemica da Covid-19, attraverso la condivisione di specifici protocolli aziendali i e la costituzione di comitati per la sicurezza, con la partecipazione attiva di RSA e RLS e delle organizzazioni sindacali. Ad alimentare il dissenso anche la diffusa l’indisponibilità delle 5 Società del Gruppo a praticare efficaci e strutturate relazioni sindacali. I sindacati hanno anche proposto delle soluzioni concrete al fine di agevolare una soluzione del confronto e consentire finalmente la costituzione di un Comitato di Gruppo e di 5 distinti Comitati (uno per ognuna delle 5 società operative), riscontrando la chiusura del Gruppo rispetto le istanze presentate.
“La divergenza con il Gruppo Eurospin e l’impossibilità di giungere ad un accordo – spiegano i sindacati in un comunicato congiunto – sono derivate dall’indisponibilità aziendale a riconoscere una fattiva partecipazione delle RSA e degli RLS”. Per le tre federazioni di categoria “è essenziale un effettivo coinvolgimento delle rappresentanze sindacali, che tenga conto del grandissimo numero di filiali che fanno capo a 5 diverse società, presenti su tutto il territorio nazionale”.
I sindacati stigmatizzano la condotta “antisindacale” adottata dal Gruppo Eurospin e giudicano “inaccettabile la situazione aggravata anche dalle numerosissime segnalazioni giunte dai territori, fin dall’inizio dell’emergenza Covid” rispetto la mancata osservanza del “distanziamento sociale” imposto dalle norme in vigore e sulle inadempienze rispetto “il contingentamento della clientela all’interno dei negozi, e della messa a disposizione del personale dei Dispositivi di Protezione Individuale e della pulizia e sanificazione dei negozi che dovrebbero essere affidate con frequenza e continuità a ditte esterne, piuttosto che essere svolte dal personale dipendente”. Per i sindacati sono tutti “aspetti che attengono alla responsabilità dell’impresa che hanno dato luogo a diffuse e persistenti criticità” che non consentono di garantire il contingentamento “sacrificato dal prevalente interesse per i fatturati a discapito della sicurezza”. In materia di salute e sicurezza Filcams Fisascat e Uiltucs stigmatizzano anche il “mancato coinvolgimento preventivo degli RLS e ritardi nella realizzazione della prevista formazione
La situazione di criticità e i gravi problemi emersi sugli aspetti della tutela della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro saranno anche esposte in delle missive che saranno trasmesse alle ASL e alle Prefetture di tutta Italia.

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Medici di famiglia dipendenti Ssn, una proposta in cinque step

Posted by fidest press agency su martedì, 26 Maggio 2020

I medici di famiglia possono dipendere dal Servizio sanitario nazionale, e la loro dipendenza può essere sostenibile giuridicamente, economicamente e nei fatti, anche se a precise condizioni. Lo sostiene Spazio Aperto, un think-tank di innovazione sociale composto da professionisti di estrazione pubblica e privata, provenienti anche dal mondo della sanità e dell’economia, che ha elaborato un documento sull’inquadramento del medico di famiglia. Una proposta in cinque punti, cui si lavora da inizio anno, ben prima che il decreto rilancio rivoluzionasse la medicina del territorio con l’iniezione di 9600 mila infermieri di famiglia. Primo argomento (https://www.spazioaperto.org/medici-di-base), il medico in formazione viene assimilato agli altri medici partendo dalla scuola di specializzazione: un percorso universitario quadriennale potrà garantire una più ampia formazione. Il corso sarebbe tripartito, una parte teorica universitaria, una presso un tutor medico di medicina generale e una terza di tirocinio pratico anche in ospedale. Una volta specializzato, il Mmg – seconda proposta – passerebbe alla dipendenza, ma non delle regioni, bensì del Ministero della Salute, come livello assistenziale nazionale. Per convergere sugli obiettivi comuni di sanità pubblica, i medici sarebbero raccordati alle regioni e alle direzioni generali Asl da un organo di coordinamento. Terza proposta, avrebbero uno stipendio con quota fissa e quota variabile legata alla produttività, misurata in termini di stato di salute (quali-quantitativi) dell’assistito e di capacità di agire in team secondo parametri nazionali uniformi. Tra questi ultimi: indicatori di processo ed esito nelle cronicità, adesioni agli screening, ricoveri evitati. Sarebbe previsto un premio per l’over-performing. E pure ferie, maternità, malattia. E gli orari? La quarta proposta prevede un monte-ore minimo per attività ambulatoriale ed assistenza domiciliare la cui sommatoria verrebbe considerata “fruibilità minima”; al di fuori di tale orario minimo, i medici gestirebbero settimanalmente le restanti ore secondo le necessità più opportune. Infine – quinta proposta – opererebbero in équipe con specialisti, infermieri, psicologi, assistenti sociali con dotazioni messe a disposizione da Asl e Regioni, sgravati da compiti amministrativo-gestionali, in rete con l’ospedale, con software dedicati per la gestione dell’assistito e delle cronicità, supporto amministrativo e referente sociale. Gli autori del documento credono che i 235 milioni stanziati dalla Finanziaria 2020 per le diagnostiche di studio siano un buon inizio, ma ora serve un investimento informatico a livello nazionale per una rete da finanziarsi tramite risorse di programmi europei, incluse le misure straordinarie conseguenti all’emergenza Covid-19.Non è facile persuadere un medico di assistenza primaria che con orgoglio rivendica di essere libero professionista, “terzo” tra sanità pubblica e paziente, quasi “avvocato” di quest’ultimo di fronte alla giungla del servizio sanitario, e più costoso per il sistema tra oneri di studio, infermiere, maternità etc. «In realtà il modello di un medico soltanto integrato nell’Asl non è perseguibile – replica il presidente di Spazio Aperto Marco Martellucci – le aziende sanitarie non dispongono infatti di strutture territoriali capaci di garantire la necessaria capillarità sul territorio. E del resto, la medicina territoriale è la spina dorsale dell’assistenza al cittadino, come ha dimostrato la gestione del Covid-19 (anche con i suoi problemi), perché il medico è vicino a tutti e non può restare chiuso esclusivamente nei locali Asl. Pertanto, i Mmg manterrebbero la loro organizzazione logistica così come attualmente prevista, in stretto coordinamento con la Asl. Nel nostro modello, costruito secondo i dati disponibili in rete, si prevede un contratto basato su un’attività minima predeterminata ripartita tra ambulatorio e assistenza domiciliare, consentendo comunque margini di auto-organizzazione. Il vantaggio dello stretto coordinamento con la Asl sarà quello di poter condividere i percorsi di cura con gli specialisti del Ssn nell’assistenza al paziente».
Qui guiderebbe il concetto di dipendenza: da una parte, gli ospedalieri, dalle regioni, dall’altra, i Mmg, dal Ministero della Salute, un po’ come se fossero un’estensione diretta di questo con 45 mila sentinelle sul territorio, coordinati a livello locale da consulte che assicurerebbero il legame con il resto del personale sanitario. Ricada su “Roma” o sulle Regioni, il costo del singolo Mmg dipendente parrebbe comunque più alto di oggi: non si sta per caso puntando sul fatto che saranno sempre meno? «Di qui al 2028 dei medici di famiglia usciti dalla professione per raggiunti limiti d’età, 20-22 mila secondo i numeri Fimmg non saranno rimpiazzabili – ammette Martellucci – il che significa un carico di lavoro maggiore ossia, se i numeri saranno confermati, circa 1900 assistiti in media a testa. Aumenterà il massimale, il carico di lavoro. Insostenibile per l’attuale modello “in solo”. In questo scenario il ruolo dell’infermiere di famiglia sarà sicuramente fondamentale per la gestione degli assistiti. Sicuramente la nostra futura sanità dipenderà anche dalla capacità di lavorare in team di queste nuove figure con il Mmg per realizzare gli obiettivi nazionali di salute pubblica. Serve integrare i sistemi sotto l’egida unica del Ssn. La tematica è di sicuro rilievo e di interesse nazionale». (fonte: doctornews)

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Le parole chiave rimangono smart working e sicurezza per i dipendenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 Maggio 2020

Siamo ancora in piena emergenza sanitaria ma dal 4 maggio alcuni business hanno riaperto le porte delle loro aziende. Come sta affrontando la ripartenza il settore della comunicazione? UNA – Aziende della Comunicazione Unite – ha condotto una ricerca attraverso il suo Centro Studi per analizzare come le agenzie associate stiano affrontando questa nuova fase. Tra i rispondenti, i rappresentanti di tutte le anime di UNA – in particolare realtà operanti in ambito pubblicitario, PR e comunicazione integrata, eventi, branding, retail, loyalty e digital.Il settore si dimostra generalmente cauto verso le riaperture. Se durante la fase 1 quasi la stragrande maggioranza delle agenzie ha chiuso completamente i propri uffici (88%), c’è ancora qualche incertezza sul rientro: il 29% dei rispondenti considera di tornare alle proprie scrivanie già nella prima metà di maggio, mentre la stessa percentuale guarda alla seconda metà del mese, infine un quarto del campione (25%) dichiara di non aver ancora deciso al riguardo.Diverse le policy che le aziende stanno pensando di mettere in atto per la prevenzione dei loro lavoratori. Oltre alla dotazione di dispositivi di sicurezza e igienizzanti e alla sanificazione degli ambienti, la prima misura a cui ricorreranno i player della comunicazione è il distanziamento delle postazioni di lavoro (88%) e alla limitazione degli accessi per fornitori e partner (82%), preferita alla creazione di turni in entrata e uscita (56%) e alla eliminazione di trasferte di lavoro (56%).Tra le grandi certezze di questa emergenza coronavirus c’è sicuramente lo smart working. Ben il 50% non lo sospenderà e un restante 47% prevede solo di diminuirlo in parte. Nonostante la possibilità di lavorare da casa la problematica maggiore in questa fase è quella della conciliazione lavoro-famiglia, in particolare nella gestione dei figli data la non riapertura delle scuole. La questione della genitorialità è, infatti, il tema più critico per le associate di UNA (79%), seguito dalla sicurezza dei dipendenti nel tragitto casa-lavoro (53%) o in ufficio (44%). Il mantenimento dello smart working viene inteso proprio per far fronte a queste due voci oltre che per non creare assembramenti nei luoghi di lavoro.A pagarne maggiormente le conseguenze è il pubblico femminile. Il 62% del campione sostiene che la gestione dei figli in questa situazione emergenziale ricade sulle madri, solo il 38% su entrambi i genitori. Ne risulta che ben il 76% è convinto che le donne con figli in età scolare possano essere penalizzate in ambito lavorativo in questo preciso momento storico.

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Campidoglio, da Giunta ok 1,5 milioni di euro per misure prevenzione dipendenti

Posted by fidest press agency su domenica, 22 marzo 2020

La Giunta capitolina ha approvato un prelievo di 1,5 milioni di euro dal fondo di riserva dell’ente per assicurare le misure di prevenzione dell’emergenza da Covid-19 al personale capitolino. “È una delle misure urgenti disposte per fronteggiare questo difficile momento. Il provvedimento è stato approvato in via straordinaria”, commenta la Sindaca di Roma Virginia Raggi. In particolare saranno utilizzati per fornire ulteriori dispositivi di protezione individuale per gli agenti di polizia locale, acquistare il gel disinfettante per il personale e provvedere alla sanificazione degli uffici. Una parte sarà impiegata per sanificare i centri sociali per gli anziani. Sono state completate invece le pulizie nei nidi e scuole d’infanzia in vista dell’apertura dopo il periodo di chiusura per il coronavirus.
Di oltre 936mila euro è la somma di cui è stato disposto il prelievo per la protezione dei vigili, del personale della protezione civile e dei servizi demografici che sta espletando servizi incomprimibili per le esigenze della cittadinanza. Il restante anticipo è destinato ai servizi di sanificazione e al liquido per la disinfezione delle mani.

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Il 99% delle imprese italiane, sono PMI, hanno da 1 a 250 dipendenti

Posted by fidest press agency su martedì, 17 dicembre 2019

Tra queste, il 95% delle aziende ha meno di 10 addetti (dati Istat). Emerge quindi con forza, in questo contesto d’impresa, il ruolo dei Quadri, di fatto manager apicali, polifunzionali, che incidono nella definizione della strategia d’impresa, e la loro esigenza di conoscenza, più che di competenze. Indagare su queste figure risulta fondamentale rispetto alla verifica di fattibilità dei processi di innovazione e digitalizzazione all’interno delle medie, piccole e piccolissime imprese italiane. La ricerca Quadrifor-Doxa “INNOVAZIONE, DIGITALIZZAZIONE E COMPETENZE NELLE PMI DEL TERZIARIO” conferma la consapevolezza della necessità di implementarle (64% del campione), ma anche la consapevolezza degli ostacoli: difficoltà di reperire partner, costi elevati, carenza di informazioni su come accedere alle forme di agevolazione esistenti, burocrazia. Con altrettanta evidenza emerge una richiesta etica, per un progresso nelle organizzazioni del lavoro fondato sulle persone, e di investimenti maggiori nelle competenze tecniche, rendendo meno costoso l’accesso alla formazione. Così il Direttore di Quadrifor, Roberto Savini Zangrandi, cui ha fatto da controcanto, lo scorso 11 dicembre al dibattito sui numeri dello studio moderato dalla giornalista Monica D’Ascenzo, Vilma Scarpino, Ceo di Bva-Doxa, che conferma un esito chiaro della ricerca: la richiesta di formazione come leva di sviluppo anche per le PMI c’è, anzi aumenta, ma non ci sono le risorse per metterla in campo e non ci sono, in un vero e proprio circolo vizioso, nemmeno le competenze giuste in capo ai manager che dovrebbero individuare i profili stessi oggi necessari. Per Andrea Granelli di Kanso, alla necessaria rigenerazione delle PMI servono semplicità ed essenzialità. Le risposte ai loro bisogni devono venire da un ecosistema che aiuti l’innovazione e che produca la conoscenza necessaria. Quale conoscenza? Il mondo dell’impresa di fronte all’evoluzione digitale è impaurito e impauriti sono i manager che la guidano. Andrebbe rifondato il modo di innovare nelle imprese, “educando al” e non semplicemente “istruendo sul” digitale, che deve restare uno strumento e non il fine: l’obiettivo è creare uno stato mentale digitale, un digitale che i soggetti possano scegliere di usare o meno, e non solo imparare ad utilizzare: la tecnologia è un bene per tutti, nel suo significato più ampio, la mera alfabetizzazione digitale no. Applicando il necessario principio di precauzione che l’algoritmo e la sua non-trasparenza ci impone: imparando a conoscere le sue implicazioni e il suo impatto sociale. La sfida italiana è portare il cambiamento all’interno delle PMI, ma bilanciando tradizione e innovazione a partire dal mindset del management e delle sue soft skills: sense making, people management, intelligenza emotiva, pathos. Con una visione del futuro. Per dirla con Seneca: non esiste vento favorevole per il marinaio che non sappia dove andare.
E l’indagine come presentata da Pierluigi Richini, responsabile dell’area formazione dell’Istituto, lo conferma: si richiedono competenze di analisi dei dati (55,7%), digital marketing (39,8%), social media management (37,7%), cybersecurity (36,0%), ma anche e soprattutto di analisi e valutazione degli scenari, di gestione del lavoro in team, di rafforzamento di tutti quegli elementi di pensiero manageriale che assolvono ad un ruolo più significativo nella predisposizione al cambiamento e all’innovazione. In tale contesto il nostro sistema universitario – lo ha spiegato bene Luca Solari, docente di organizzazione aziendale all’Università di Milano e fondatore di P.A.T.H.O.S. Lab – sconta il suo essere imbrigliato nelle maglie strette e rigide delle tabelle ministeriali, che impongono insegnamenti poco moderni e sono refrattarie a sviluppare corsi sulla base dei reali contenuti di formazione necessari. Le esigenze manageriali sono così decisamente sotto-rappresentate. D’altro canto, nel mondo delle HR sembra mancare alla base un’autentica consapevolezza/conoscenza di “cosa esattamente serva per fare questo e per farlo bene”. Per il ripensamento delle PMI, un possibile modello potrebbe essere rappresentato dalle start-up, non tanto per l’idea diffusa di modello rapido di costruzione dell’impresa, ma per la loro capacità di assorbimento: nascono su una idea e attorno a quella riescono a mobilitare un network di competenze, relazioni e differenti expertise: un modello “aperto”.
I vertici di Quadrifor, la Presidente, Rosetta Raso, e la Vicepresidente, Maria Luisa Coppa, hanno evidenziato, in coda alla presentazione dei dati, l’una il ruolo centrale dell’Istituto nel campo della riflessione costante su questi temi, l’altra una riscoperta di possibilità per un impegno di nuovo strategico dei corpi intermedi nel riportare all’attenzione della politica l’importante impresa del terziario e dei suoi servizi, meritevole anch’essa di muovere verso gli scorci innovativi della formazione che si profilano all’orizzonte.

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Pagine di medicina: La medicina con le sue variabili dipendenti

Posted by fidest press agency su sabato, 17 agosto 2019

Vi è un genere di conoscenza medica fondata sulla riflessione e sull’intento di preparare i potenziali lettori a valutare i fatti prima delle suggestioni, delle mode e a prepararli alla consapevolezza che la più efficace cura dobbiamo trovarla in noi stessi nel comprendere ciò che non va nel nostro organismo e di renderci conto che alla base dei nostri mali vi può essere un regime alimentare sbagliato, dei comportamenti non virtuosi, come l’eccessiva sedentarietà, e un uso inappropriato di taluni farmaci assunti non da prescrizione medica ma dal si dice delle comari. Esiste poi un “effetto placebo” non solo per l’uso delle medicine ma anche per il rapporto fiduciario che noi intratteniamo con il nostro medico di famiglia.
A tutto questo si aggiunge la figura del cronista che partecipa ai convegni e ai congressi medici e che ha il delicato compito di riportare gli studi, le ricerche e le relazioni degli esperti su un determinato ambito medico. D’altra parte in tali meeting vi è lo sforzo corale di chi cerca di puntare verso nuove frontiere nella terapia di talune malattie nell’intento, se non proprio di debellarle, di limitarne i danni e gli stessi effetti collaterali a volte tanto insidiosi da colpire altri organi del corpo fondamentalmente sani. A questo riguardo la mia esperienza mi porta a riconoscere spesso nel relatore, negli stessi ricercatori, non solo il genuino entusiasmo per una sperimentazione che ha superato la prova dei vari controlli che sono stati messi a punto, ma anche il legittimo dubbio che di là della bontà del farmaco prodotto vi possa sempre essere una intolleranza strisciante che finisca con l’appalesarsi tardivamente e che il suo uso, alla lunga, diventi controproducente. (Riccardo Alfonso)

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Due terzi dei dipendenti italiani lavorano senza straordinari retribuiti

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 luglio 2019

Il 30% degli italiani lavora tra le 6 e le 10 ore a settimana senza retribuzione. Questo uno dei dati che emerge dalla nuova ricerca di ADP “Workforce View in Europe”. Lo studio, che ha intervistato oltre 10.000 lavoratori europei e 1.400 in Italia, ha rilevato che gli impiegati europei lavorano in media quasi cinque ore (4 ore e 47 minuti) a settimana senza essere pagati.
ADP ha intervistato lavoratori in Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna e Regno Unito, chiedendo quali sono le problematiche più attuali che devono affrontare sul posto di lavoro. La tematica dell’equilibrio tra lavoro e vita privata è al centro dell’attenzione da molti anni, eppure i risultati suggeriscono che i datori di lavoro ripongono ancora aspettative irrealistiche sui lavoratori, facendoli lavorare più a lungo del tempo previsto dal contratto e senza essere retribuiti.
Il 30% degli italiani ha dichiarato di lavorare “gratis” almeno 6-10 a settimana, un numero che su base mensile diventa di 24-40 ore, praticamente 3/5 giorni di lavoro in più al mese regalati. Il 20% dei lavoratori è più fortunato: solo 5 o meno ore in più a settimana. Vi è però anche un 7,3% che ha dichiarato di arrivare alle 11-15 ore in più a settimana, un numero davvero importante.Non vi sono particolari differenze tra i sessi, sia il 60% degli uomini che delle donne ha dichiarato di “regalare” ore di lavoro alla propria azienda.È la fascia 25-34 anni quella che fa più straordinari (66%), quella degli over 55 quella che ne fa di meno (55%).
Virginia Magliulo, General Manager Southern Europe Adp, ha commentato: “Nonostante l’importanza del benessere dei dipendenti sia stata più volte dimostrata, sembra che molti datori di lavoro non stiano neppure retribuendo equamente i dipendenti per le ore lavorate. È una tendenza preoccupante che rischia di esporre gli impiegati alla sindrome da stress lavorativo e a una diminuzione della motivazione, con impatti negativi a lungo termine sulla produttività e sulle prestazioni complessive”.

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Dati Mef: per la 2° volta imprenditori battono dipendenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 marzo 2019

Secondo i dati resi noti dal Mef, i redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentano circa l’84% del reddito complessivo dichiarato.”E’ la solita vergogna! Da troppo tempo l’evasione è uscita dall’agenda politica e dalle campagne elettorali. Lo scorso anno la percentuale era pari all’82%, ora peggiora di ben due punti, attestandosi all’84%” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Positivo, invece, che per la seconda volta di seguito il reddito medio degli imprenditori superi quello dei lavoratori dipendenti. Anche se il traguardo è solo simbolico, il differenziale sale dai 400 euro dell’anno precedente a ben 1.550 euro. Gli imprenditori, infatti, dichiarano 22.110 contro i 20.560 euro dei dipendenti” prosegue Dona.”Anche se è vero che gli imprenditori, come ribadito dal Mef, essendo titolari di ditte individuali, non sono i datori di lavoro dei dipendenti, resta il fatto che il dato in passato aveva suscitato indignazione, visto che un reddito troppo basso degli imprenditori rappresenta comunque un evidente problema di evasione. Si è avuto, invece, un rialzo annuo di 1.030 euro, da 21.080 a 22.110″ conclude Dona.

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Difesa: Insopportabile il conguaglio fiscale applicato ai dipendenti civili della Difesa

Posted by fidest press agency su martedì, 26 febbraio 2019

Roma 26 Febbraio, dalle ore 9.30 alle ore 11.30 avanti la sede del Ministero della Difesa le lavoratrici e dei lavoratori civili della difesa, comunicano di aver programmato un sit in di protesta per il prelievo. “Prendiamo atto – è scritto nel loro comunicato – dell’inadeguatezza dell’amministrazione nei confronti degli organismi interni ed esterni che governano le competenze economiche dei dipendenti civili della Difesa, che consentiranno – secondo quanto comunicato – di rateizzare solo la parte residua dell’importo dovuto con l’ulteriore conguaglio applicato nella mensilità di marzo. Fp Cgil Uil Pa Cisl Fp e Confsal Unsa si dichiarano insoddisfatte della risposta, e nel denunciare la gravità della condizione economica imposta a migliaia di famiglie rimaste di fatto senza alcun sostentamento nel mese di febbraio a causa del prelievo forzoso applicato alle retribuzioni.

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Circa 3 dipendenti su 4 stanno pianificando di trovare un nuovo lavoro nel 2019

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 febbraio 2019

È quanto emerge da un recente sondaggio online condotto da Hays, azienda leader nel recruitment specializzato, che ha coinvolto circa 4.500 persone a livello internazionale.
Hays ha chiesto ai partecipanti se avessero intenzione di cambiare impiego nel corso del 2019 e il 78,1% degli intervistati ha risposto affermativamente. Tra coloro che si sono dichiarati alla ricerca di un nuovo lavoro, il 24% si è detto deciso a dare una svolta alla propria carriera perché ferma da diverso tempo nello stesso ruolo. Il 21%, invece, lamenta una mancanza di formazione e/o crescita professionale presso l’attuale luogo di lavoro.
Tra gli intervistati che non sono alla ricerca attiva di impiego, invece, 3 su 10 (32,5%) hanno affermato che prenderebbero in considerazione nuove opportunità professionali se venisse offerto loro un incremento in termini di salario o di benefit. Il 25,8% cambierebbe lavoro solo in vista di una migliore crescita professionale, mentre il 22,9% lo farebbe solo se il ruolo proposto fosse più dinamico e stimolante di quello attuale.“Dal sondaggio emerge chiaramente che il 2019 sarà un anno di svolta per un gran numero di professionisti – ha commentato Alistair Cox, CEO di Hays -. Molti di loro vogliono cambiare lavoro perché quello attuale non li soddisfa più o non permette loro di crescere professionalmente e questo è un segnale importante per le imprese. Manager e responsabili delle risorse umane dovranno impegnarsi e investire se desiderano fidelizzare i talenti migliori, dando loro la possibilità di cimentarsi in ruoli diversi all’interno dell’azienda e offrendo loro interessanti opportunità di carriera”.

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