Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

Posts Tagged ‘dipendenza’

Rischio di dipendenza dal web per l’82% dei giovani

Posted by fidest press agency su sabato, 29 ottobre 2022

Contro il cyberbullismo, l’hate speech e le insidie della rete è fondamentale attivare un percorso di prevenzione e formazione, che crei consapevolezza e senso di responsabilità. È l’obiettivo del progetto “Cittadinanza digitale, una partita da vincere”, creato da Synergie – tra le principali Agenzie per il lavoro in Italia – insieme alla società di formazione Risorse Italia e il Novara Football Club, con il patrocinio del CONI Piemonte. Il progetto – che vede anche il supporto del Banco BPM e il patrocinio del Comune di Novara e della Provincia – giunge alla sua seconda edizione, dopo che lo scorso anno ha coinvolto 500 ragazzi delle scuole superiori del territorio. Con una novità importante: l’ingresso della Fondazione Carolina, creata dalla famiglia della quattordicenne Carolina Picchio, vittima nel 2013 proprio di cyberbullismo e alla quale è dedicata la prima legge in Europa sul cyberbullismo (giugno 2018).16 ore, divise in 8 moduli da 2 ore l’uno, con classi formate da un minimo di 15 ad un massimo di 20 studenti: il percorso formativo previsto dal progetto è totalmente gratuito e vi possono partecipare tutti coloro che, compiuti 16 anni, risultino essere disoccupati. Quattro i pilastri su cui si struttura la formazione interattiva: 1. Internet delle cose – ambiente reale vs ambiente virtuale (4h), 2. Cittadinanza digitale (4h); 3. Felici di navigare – utilizzo etico e responsabile delle piattaforme (4h); 4. Il fenomeno del Cyberbullismo – prevenzione e contrasto (8h).“L’obiettivo è quello di riflettere con i ragazzi sulla possibilità di aprire i propri orizzonti a nuovi punti di vista, di vivere l’ambiente online nella sua potenzialità, evitando il più possibile di fare scelte disfunzionali, nell’ottica di costruire un percorso di cittadinanza digitale consapevole e responsabile.” – spiega il responsabile del Progetto per Synergie, Louis Arosio.Il percorso vuole coinvolgere i giovani e farli riflettere su come, cosa e perché condividono online, prendendo consapevolezza della necessità di integrare la vita in rete con quella offline. Ma anche di riflettere sulla potenza della parola nella costruzione, e nella distruzione, delle relazioni.

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Medici ospedalieri, via dalla dipendenza Ssn per convenzionarsi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 Maggio 2022

Sono 17 su 100 i medici ospedalieri che lascerebbero le corsie ora e per sempre se potessero farlo. E, come vedremo ci riescono in media fino a 4-6 su 100 ogni anno. Ma nel sondaggio su 4258 ospedalieri realizzato da Cimo Fesmed a febbraio viene fuori che in Veneto c’è una punta di 89 medici su 100 che, potendo,vorrebbero andare via. Giovanni Leoni, presidente della Federazione in Veneto dichiara all’Agenzia Dire Leoni che la Regione spende per il personale sanitario «meno diEmilia-Romagna e Piemonte, che hanno meno abitanti», qualcosa di più si può e si deve investire per “nobilitare la professione”, specie in pronto soccorso ed in emergenza urgenza. Scarsa valorizzazione economica e pochi sbocchi di carriera sono due elementi all’origine dell’esodo dagli ospedali e da quella zona grigia fra territorio ed ospedale che si chiama 118. Ma c’è pure il tema della valorizzazione professionale, pervasivo, come testimonia la recente indagine di Anaao Piemonte: in base ai dati del Conto Annuale del Tesoro e della piattaforma Opessan i medici piemontesi hanno iniziato a lasciare in modo preoccupante i reparti dal 2016. Fino al 2015 se ne andava una media di 80-100 l’anno, ma dopo cinque anni di blocco dei contratti è progressivamente salito il numero di addii, 133 nel 2016, 210 nel ’17, 272 nel 2018, 319 (una sorta di plateau) nel 2020 -ha prevalso la solidarietà tra colleghi (e con i pazienti) di fronte alla peggiore crisi sanitaria dell’ultimo secolo – e nel 2021 il record di 331 che hanno deciso di proseguire altrove. Sono 179 donne e 152 uomini, e rappresentano il 4% dei medici attivi. Di essi oltre uno su dieci è passato alla medicina territoriale: in tutto 35 (+ 50% su entrambi gli anni precedenti), di cui 17 sono passati alla specialistica ambulatoriale, 4 sono diventati medici di assistenza primaria, 9 pediatri e 5 hanno scelto di lavorare nella continuità assistenziale. Le percentuali più elevate, sopra il 6% di cessazioni, si rilevano all’ospedale di Alessandria e all’Asl di Novara. Il top degli esodi a Medicina Interna ed Anestesia e Rianimazione. I medici che si licenziano dall’ospedale cercano orari più flessibili, ma anche maggiore autonomia professionale, e valorizzazione delle loro competenze, oltre che una vita privata che non sacrifichi del tutto la famiglia. Nel 2021, la drammatica esperienza di aver gestito le ondate pandemiche senza poi assistere a un concreto investimento nella sanità pubblica, soverchiati da slogan da propaganda, ha definitivamente tolto ogni illusione di cambiamento», è la riflessione di Chiara Rivetti Segretaria Regionale Anaao Assomed Piemonte.Il tema della valorizzazione dei medici e del loro lavoro quotidiano è sottolineato anche da Roberto Pieralli, presidente del sindacato Snami Emilia-Romagna in una riflessione che investe anche la medicina territoriale e l’Emergenza-Urgenza, a cavallo tra territorio ed ospedale. (abstract) By Mauro Miserendino fonte Doctor33

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Quanto è credibile il piano UE per ridurre la dipendenza dal gas russo?

Posted by fidest press agency su martedì, 19 aprile 2022

A cura di Mark Lacey, Head of Global Resource Equities, e Alexander Monk e Felix Odey, Portfolio Managers, Global Resource Equities, Schroders. La Russia soddisfa al momento il 35-40% delle necessità di gas del Vecchio Continente. La guerra in Ucraina ha evidenziato l’urgente necessità dell’Europa di diversificare le sue fonti di gas, così come l’obiettivo di lungo termine di passare a fonti di energia pulita. A fine marzo, l’UE ha firmato un accordo con gli USA sul gas naturale liquefatto (GNL) che stabilisce un framework per la fornitura, entro la fine dell’anno, di gas naturale all’UE pari a circa il 10% del gas che attualmente il Vecchio Continente riceve dalla Russia. Nel lungo termine, il piano è che gli Stati Uniti e i partner internazionali forniscano circa 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno all’UE – in aggiunta ai 22 miliardi di metri cubi attualmente forniti e dei 37 che dovrebbero essere garantiti entro la fine dall’anno da parte degli USA. Tutto ciò fa parte di un’iniziativa (REPowerEU) che mira a ridurre le importazioni europee di gas russo di circa due terzi entro la fine del 2022 (pari a circa 100 miliardi di metri cubi all’anno). Si tratta di un piano molto ambizioso, di cui abbiamo analizzato cinque target principali e le sfide da affrontare.A nostro avviso, focalizzarsi sulle rinnovabili è la soluzione più logica e sostenibile. Tuttavia, è un processo di lungo termine. A livello di costi, anche con i recenti aumenti dei prezzi delle materie prime, la generazione di energia rinnovabile attraverso eolico e solare risulta già molto più conveniente rispetto ai sistemi termoelettrici e a carbone. Tuttavia, le spese in conto capitale per la produzione di energia rinnovabile sono molto inferiori rispetto a quanto necessario per raggiungere i target esistenti per il 2030/2050. Lo stesso vale per gli investimenti nelle reti di trasmissione e distribuzione. Il principale ostacolo oggi non è la volontà politica o gli investimenti, ma la logistica, a causa delle disruption legate al Covid-19. La speranza è che nel 2023 inizieremo a vedere un allentamento di tali limitazioni, ma anche in questo caso non esiste una soluzione semplice. In conclusione, non ci sono risposte semplici al problema della sostituzione del gas naturale in Europa. Il Vecchio Continente ora dipende molto dalle importazioni di GNL e il piano REPowerEU agirà da acceleratore del passaggio a nuovi fornitori, meno rischiosi. Gli Stati Uniti saranno in prima linea in tal senso. Le aziende USA meglio posizionate per beneficiare di questa maggiore domanda e del conseguente aumento dei prezzi saranno quelle che possono avvalersi di risorse a basso costo e di un accesso facilitato agli impianti per le esportazioni di GNL.

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Selvaggia Lucarelli Storia di una dipendenza affettiva con Sara Ricotta Voza

Posted by fidest press agency su domenica, 12 dicembre 2021

Torino lunedì 13 dicembre ore 18.30 Circolo dei lettori, sala grande Crepacuore (Rizzoli) via Bogino 9 “Quando non eravamo insieme sentivo uno strano disordine emotivo, una specie di febbre, di sete che dovevo placare. Vivevo le mie giornate senza di lui come un intervallo, una pausa dell’esistenza. Mi spegnevo, in attesa di riaccendermi quando lo avrei rivisto. Ero appena diventata una giovane tossica, convinta, al contrario, di aver colmato quella zona irrimediabilmente cava della mia esistenza.” Così Selvaggia Lucarelli descrive gli esordi di una relazione durata ben quattro anni in cui nulla, nella sua vita, ha avuto scampo: dal lavoro agli amici, l’ossessione per una storia che non aveva alcuna possibilità di funzionare, piano piano, come un fungo infestante, ha intaccato tutto quello che la circondava. Perfino l’amore per suo figlio, che finisce trascurato tra decisioni imprudenti e un’asfissiante sindrome abbandonica: “Oggi, guardandomi indietro, faccio ancora fatica ad ammetterlo, ma la felicità di mio figlio, la sua sicurezza perfino, erano la cosa più importante solo in quei rari momenti in cui sentivo di aver messo la mia relazione al sicuro. L’unico pericolo che avvertivo come costante e incombente era quello che lui mi lasciasse per la mia evidente inadeguatezza”. Con coraggio, senza fare sconti soprattutto a se stessa, racconta come un incontro tra un uomo che non vede nulla oltre se stesso e una donna che non vede nulla oltre lui può trasformarsi in una devastante dipendenza affettiva da cui la protagonista uscirà solo dopo aver toccato il fondo. Solo dopo aver compreso cos’era quel vuoto da colmare e perché ha coltivato la speranza distruttiva che qualcuno potesse colmarlo: “Siamo stati, insieme, una profezia feroce che per avverarsi aveva bisogno delle ferite di entrambi”.

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La “trappola” della dipendenza dalle materie prime

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 ottobre 2021

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. Il rapporto “State of Commodity Dependence 2021” recentemente pubblicato dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (Unctad) evidenzia l’aumento nell’ultimo decennio del numero dei paesi dipendenti dalle materie prime: da 93 paesi nel 2008-2009 a 101 nel 2018-2019. L’Unctad considera un paese dipendente dalle esportazioni di merci quando più del 60% del totale delle sue esportazioni è composto di materie prime e di prodotti agricoli. Più che una condizione, è una vera e propria “trappola”, che blocca la crescita di molte economie. Il valore nominale delle esportazioni mondiali di materie prime ha raggiunto 4.380 miliardi di dollari nel 2018-2019, con un aumento del 20% rispetto al 2008-2009. La dipendenza rende i paesi più vulnerabili agli shock economici con inevitabili impatti negativi sulle entrate fiscali, sull’indebitamento e sullo sviluppo economico. Infatti, nel 2008-2009 la maggior parte dei paesi, il 95%, che dipendeva dalle materie prime, è rimasta tale nel 2018-2019. Naturalmente, la dipendenza tende a colpire principalmente i paesi in via di sviluppo. Lo sono ben 87 dei 101 emersi nel 2019. In specifico, dei 101 paesi, 38 facevano affidamento sulle esportazioni di prodotti agricoli, 32 sulle esportazioni minerarie e 31 sui combustibili.La dipendenza è particolarmente forte in Africa. Tre quarti dei paesi africani lo è per oltre il 70% del loro export. In Africa centrale e occidentale essa è mediamente pari al 95%. Anche tutti i 12 paesi del Sud America hanno un livello di dipendenza dalle materie prime superiore al 60% e per tre quarti di essi la quota supera l’80%.Nell’Asia centrale, il Kirghizistan, il Kazakistan, il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan, hanno registrato una quota media delle esportazioni di materie prime sul totale dell’export di merci superiore all’85%. Consapevole di ciò, l’Unctad ha esortato i paesi in via di sviluppo a migliorare le proprie capacità tecnologiche per sfuggire alla “trappola”. Un processo non facile in assenza di sostegni e di trasferimenti di tecnologia.Infatti, l’analisi mostra che i livelli di tecnologia sono molto bassi nei paesi succitati. Il “Technology Development Index”, l’indice di sviluppo tecnologico dei paesi cosiddetti commodity-dependent developing countries, è mediamente dell’1,55 rispetto al 5,17 dei paesi in via di sviluppo che non dipendono dalle materie prime, come Cina, India, Messico, Turchia e Vietnam.Il “Frontier Technology Readiness“, relativo all’utilizzo delle nuove tecnologie, dà un punteggio medio dello 0,25 ai paesi dipendenti rispetto allo 0,47 degli altri. Si tenga presente che l’indice dei prezzi delle materie prime, elaborato dall’Unctad, che, a causa della pandemia, nel periodo gennaio 2020 – aprile 2021 era diminuito del 36%, a luglio ha raddoppiato il suo valore e i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 41%. L’indice Fao sul cibo ha già raggiunto i 127,4 punti lo scorso agosto, con un aumento del 3,1% in un mese. Si ricordi che alla vigilia dell’esplosione dei prezzi dei beni alimentari del 2011, che portarono alle rivolte del pane in molti paesi, l’indice era di punti 137,1. Secondo l’Unctad, la correlazione tra i prezzi delle materie prime e la crescita economica può arrivare al 70%. Milioni di persone, soprattutto nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo, non hanno ancora accesso a cibo, elettricità, acqua e servizi igienico-sanitari. Si prevede che la domanda di cibo aumenterà del 60%, man mano che la popolazione mondiale si avvicinerà ai 10 miliardi entro il 2050. La “trappola” delle materie prime, di fatto, è il proseguimento “moderno” del vecchio rapporto colonialistico. Sembra di rileggere “La ricchezza delle nazioni” di Adam Smith, scritta prima del 1776, che, di là delle teorie economiche, come la divisione del lavoro, invitava le colonie inglesi nel Nord America a limitarsi a produrre cotone perché le manifatture e lo sviluppo industriale erano riservati all’Inghilterra. Si ricordi che quell’imposizione coloniale fu una delle cause principali che portarono alla Rivoluzione americana e alla nascita e all’indipendenza degli Stati Uniti. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Medicina di famiglia verso la dipendenza

Posted by fidest press agency su sabato, 29 Maggio 2021

La medicina generale è destinata alla dipendenza, lo dice il Recovery Plan o meglio, un addendum di Agenas, l’agenzia dei servizi sanitari regionali, di cui è venuto in possesso il Corriere della Sera. Il documento specifica cos’è scritto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza inviato dal governo Draghi a Bruxelles alla componente “medicina di prossimità”, destinataria di poco meno di metà dei 19 miliardi previsti per la salute nel Piano. Accanto ai 4 miliardi per l’assistenza domiciliare, ai 2 per le case di comunità popolate da team multi-professionali con Mmg, specialisti, infermieri, diagnostica strumentale e di laboratorio, a 1 miliardo per gli ospedali di comunità, agli investimenti per telemedicina e per 602 maxi-sportelli, uno per distretto di orientamento e coordinamento socio sanitario, un punto stabilirebbe che il medico di medicina generale, dovendo essere meglio coordinato per fare medicina d’iniziativa e contenere accessi e ricoveri impropri in ospedale, è ad un bivio: diventare dipendente del Ssn come l’ospedaliero o restare convenzionato, ma “arruolato in cooperative intermedie che garantiscano la copertura dell’assistenza nelle case della comunità”. Le coop si porrebbero come unica àncora di salvezza del rapporto convenzionale che per la quasi totalità dei sindacati è invece garanzia di “terzietà” del medico di famiglia tra un cittadino-paziente che cerca risposte e una sanità-giungla dove non tutto è perfetto e bisogna scegliere i servizi più idonei. Ma come si porrebbe a sua volta la coop tra medico di famiglia e servizio sanitario? Il modello fin qui prevalente in Italia non è esattamente quello societario britannico (“practice” che assumono medici che poi operano per il National Health Service). In un recente incontro Antonio Di Malta, medico di famiglia e presidente del consorzio Sanità Co.S che le raggruppa, ha spiegato come le cooperative di servizio alla medicina generale anche durante la pandemia si siano distinte realizzando presidi territoriali in grado di affiancare gli ospedali nel fronteggiare il virus. E ha fornito una ricetta in 10 passaggi per costruire questi presidi oltre a presentare un Manifesto strategico per dare slancio organizzativo alla medicina generale. Il punto centrale è che la coop non assume medici ma ha per soci i medici, che a loro volta tra loro, per gli interventi “professionali” in convenzione, possono coordinarsi in aggregazioni funzionali (di soli Mmg) e unità complesse di cure primarie pluriprofessionali. In compenso, la coop può assumere amministrativi, collaboratori e infermieri. «Nella gestione del Covid sul territorio, i risultati delle Aft, in termini di esiti di salute sono stati impattanti nei territori dove il personale dipendeva da una coop di servizio dei medici: il coinvolgimento qui è più facile che nei confronti di personale distaccato Asl-Ats», spiega Di Malta. Quanto alle cronicità, dove negli ultimi 10 anni un po’ ogni regione ha diretto i giochi, la coop «potenzia il motore di Aft e Uccp consentendo di svolgere medicina proattiva, diagnostica, accrescere competenze».Il numero due Fimmg Pierluigi Bartoletti rileggendo le indiscrezioni di Corsera osservava due rischi imminenti: l’arrivo di una sanità dei “palazzinari” al posto di quella dei cittadini e la privatizzazione rapida del Ssn. Anche se è al medico di famiglia che si rimprovera nel primo picco di Covid di non aver fatto da argine all’accesso indiscriminato di pazienti in pronto soccorso, «il collasso del sistema è avvenuto in regioni che avevano smontato la rete dei medici di famiglia chi – la Lombardia – contando sugli ospedali, chi – l’Emilia Romagna – sulle Case della salute. Dallo schema pubblicato – contesta Bartoletti – emerge un sistema frammentato, in cima il centralino, poi una serie di palazzi, un “domicilio”, la parola medico non c’è, si parla col centralino che smista ai palazzi dove ci sono operatori sanitari. E chi vuole invece avere il suo medico che lo segue? Lo pagherà evidentemente». Per Di Malta, la medicina generale può ben gestire al posto della politica sia l’assistenza domiciliare (“casa come primo luogo di cura”) sia case e ospedali di comunità.Già ad aprile il Co.S ga ha anticipato che il salvataggio della “terzietà” del Mmg sta in quattro interventi: prevedere nel compenso, accanto alla quota fissa, compensi correlati al raggiungimento di obiettivi di salute, più un finanziamento che alle coop di servizio copra i costi di personale, logistica, beni e servizi, tecnologia. Le coop, previste all’articolo 54 comma 14 dell’Accordo nazionale del 2005 andrebbero riconosciute anche fiscalmente sull’esempio delle coop sociali (legge 381/91). Si dovrebbe poi promuovere la costituzione di consorzi di servizi (o compagnie o reti d’impresa) che acquisiscano fattori produttivi, formazione, consulenze su modelli gestionali, in modo autonomo rispetto ai sindacati. In parallelo, si dovrebbe dare alla medicina di famiglia un ruolo attivo nei Dipartimenti di Cure primarie e di SanitaÌ pubblica per partecipare ai processi di riorganizzazione e gestione di nuovi servizi. Di medicina di prossimità e assistenza domiciliare si è parlato anche al Digital Debate di Confcooperative, dove il ministro della Salute Roberto Speranza non ha nascosto l’ambizione dell’Italia di coprire il 10% degli over 65 (siamo appena saliti al 6%) superando big come la Germania. Il presidente di Confcooperative Sanità, Giuseppe Milanese ha ribadito l’esigenza di «un modello di continuità assistenziale nazionale centrato sulla casa, che superi le impasse originate dal Titolo V» e possa «garantire 240 ore di assistenza all’anno ad un milione di anziani occupando 112 mila operatori specializzati». By Mauro Miserendino fonte doctor33

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Sviluppo di una dipendenza patologica

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 aprile 2021

E’ un fenomeno multidimensionale, dalla causalità complessa, determinato dalla combinazione tra fattori di vulnerabilità e precipitanti. La CBT delle dipendenze patologiche nasce dal contributo fornito da K. Carroll, la prima a utilizzare i concetti della terapia Cognitivo-Comportamentale adattandoli al trattamento dei pazienti con dipendenza da sostanze. Il meccanismo che interviene nella dipendenza comportamentale (ad esempio da gioco, da shopping o da sesso) è similare a quello che connota la dipendenza da sostanza (con craving, assuefazione, tolleranza ed astinenza…) determinando un quadro fenomenologicamente molto simile.L’approccio Cognitivo-Comportamentale considera il comportamento di dipendenza come un “coping maladattivo” (strategia non funzionale di risoluzione di un problema) appreso all’interno di una specifica storia familiare e/o in un determinato ambiente socio-culturale. La CBT per il trattamento della dipendenza comportamentale si basa su una fase preliminare di valutazione psicodiagnostica e di assessment specifico mirata a costruire la concettualizzazione del caso e la definizione degli obiettivi di intervento.A questa fase segue quella di intervento (con psico-educazione sulla dipendenza; analisi funzionale del comportamento; individuazione degli stimoli “trigger”; rimozione degli stimoli condizionati; intervento motivazionale; gestione del craving; intervento cognitivo). Inoltre il trattamento consta di strategie comportamentali di esposizione e fronteggiamento degli stimoli (interni o esterni) tipicamente connessi al comportamento disfunzionale di dipendenza. Queste strategie standard sono poi da integrare con un intervento di coinvolgimento, psico-educazione e sostegno ai familiari che presenta le sue specificità, tutti aspetti che saranno oggetto del seminario. Webinar piattaforma Zoom – 20 ore di formazione così distribuite: 7 maggio 2021 (ore 14-18), 8 maggio 2021 (ore 9-13), 4 giugno 2021 (ore 9-18), 5 giugno 2021 (ore 9-13). E’ rivolto a psicologi-psicoterapeuti (anche in formazione) e ai medici (psichiatri o neuropsichiatri infantili). Si svolgerà con un massimo di 100 partecipanti.

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La dipendenza dal viaggio. I nuovi turisti in epoca covid

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 ottobre 2020

Mai visti tanti turisti italiani in giro per l’Italia. Tutti concentrati in un periodo molto ristretto. Ma tanti. Italiani che il covid ha costretto a visitare meglio il proprio Paese. Come quelli che abbiamo visto l’altro giorno in fila davanti ad alcune note paninerie di una strada (via de’ Neri) alle spalle di Palazzo Vecchio a Firenze: da lì fino all’ingresso del museo Galileo, che si affaccia, alle spalle della Galleria degli Uffizi, sul fiume Arno (2-300 metri di coda)… e mancavano, per l’appunto, gli stranieri (a parte qualche tedesco o francese, che trovi ovunque e “con la pioggia e con il vento”)… che a Firenze in genere sono più degli italiani. Questo per dire che al viaggio non si rinuncia mai. Meno male. Ognuno a suo modo, ovviamente. In Australia e in Asia, invece, c’è una moda che (con un po’ di sarcastica polemica) chiamiamo “viaggio nel nulla”. Alcune compagnie aeree vendono biglietti per farsi un “giretto” di alcune ore partendo da un aeroporto e tornando nello stesso. A bordo tutto come un volo tradizionale. Il gusto? L’ebrezza del volo, anche senza destinazione. E sembra che i biglietti si vendano ad esaurimento, e non solo in economy, ma anche business e first class. Ma anche in Europa sembra che stia arrivando questa “esigenza”: Oktoberfest è stata rinviata, ma non sugli aerei Lufthansa, che partono e fanno vivere a bordo il clima di festa teutonica. E per quei turisti che hanno anche un sorta di rapporto feticista con i loro mezzi di trasporto, l’australiana Qantas ha messo in vendita i carrelli del servizio bar di bordo (bevande incluse), che al prezzo di 1.500 dollari l’uno sono andati a ruba. E’ innegabile che si sia acuita una sorta di dipendenza dal viaggio. Sia per chi fa la fila di 300 metri per un panino all’ombra di Palazzo Vecchio, sia per chi spende migliaia di dollari usando l’aereo come al Luna Park… e non abbiamo al momento notizie di chi magari si è comprato bambole e bamboli simil stuart o hostess per portarseli nelle proprie dimore. Il turismo oggi (almeno fino a prima del covid) è per tutti, di tutti e con tutti. E meno male (aggiungiamo noi). Solo che questo non lo hanno ancora capito gli organizzatori di viaggi e le località che ricevono visitatori in luoghi concepiti ed organizzati per una quantità di persone 50 volte inferiore (“pecunia non olet”?)… Tanto anche se, per le tante teste davanti e corpi intorno e tempo per fermarsi senza intasare i mulinelli di visitatori, non si riesce a vedere e gustarsi la Gioconda di Leonardo da Vinci al Louvre o la Primavera di Sandro Botticelli agli Uffizi… chi se ne frega… tanto il racconto del turista che torna a casa è del tipo “c’ero anch’io”, non certo la descrizione dei particolari e delle sensazioni della visione. E poi i soldi li lasciano lo stesso, anche al venditore di panini con 300 metri di coda… Alla fine di questa triste fotografia ci facciamo alcune domande: il covid ci sta insegnando qualcosa anche in questo ambito? Siamo pronti domani a riprendere i nostri aerei che non “volano verso il nulla” o qualche riflessione si è aggiunta al nostro innato solletico che non ci fa mai stare fermi nello stesso posto? Riflessione che dovrebbe valere sia per chi viaggia che per chi accoglie, nonché per chi trasporta e organizza? Alternativa? Rassegnarci alla nostra dipendenza. Alla nostra nuova dipendenza che, sembra, in tanti auspichino sia come la precedente. Vincenzo Donvito, presidente Aduc

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Curare le malattie e la dipendenza dalla variabile economica

Posted by fidest press agency su domenica, 6 settembre 2020

Significa anche migliorare la qualità della vita e renderla più longeva. Già di per sé potrebbe diventare una condizione “destabilizzante” per quanto benefica ed esaltante possa apparire.
Dobbiamo, purtroppo, partire dal presupposto che non tutti potranno beneficiare dei progressi della scienza e chi lo potrà fare, determinerà inevitabilmente una selezione della specie. Sarà, ed è inevitabile, chi ha maggiori risorse economiche, di uno status sociale più avanzato e vive in società evolute. Quanti potranno essere oggi nel mondo? Trecento, quattrocento milioni? E gli altri che fine faranno? È un interrogativo che ci lascia molto perplessi su ciò che significa progresso, nel senso più ampio della parola, per la sua capacità di rendersi reale in ogni parte del mondo. Se non si raggiunge questa condizione esistenziale e molto diffusa noi corriamo il rischio di degenerare l’intero sistema e di offrire il fianco ad una lotta brutale e sanguinaria tra chi può ed ha e tra chi non può e non ha. Da una parte vi sarà l’individuo e dall’altra il numero. Per un verso crescerà la voglia di progredire e dall’altro s’instaurerà la propensione alla distruzione. La risposta più saggia potrebbe essere quella d’ancorare il progresso alla sua diffusione e alla possibilità di renderlo accessibile a tutti. Sta qui la forza culturale, che va proposta, e che i politici possono rendere più efficace e credibile perché i nemici dell’uomo non vengono dal progresso ma dal modo come taluni riescono ad asservirlo ai propri interessi. Ci vuole, a questo punto, un controllore credibile e autorevole e super partes che ci faccia da garante. (Riccardo Alfonso)

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Medici di famiglia verso la dipendenza?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 Maggio 2020

I sostenitori dell’ipotesi sono molto accesi ma in passato non sono sembrati una marea. Dopo il Covid-19 qualche muro potrebbe essere stato abbattuto. La richiesta è stata fatta in passato dal Veneto (tesi: costerebbero meno) e ora dalla Lombardia. La giunta di quest’ultima regione dopo il Covid ha redatto un documento in cui chiede al governo l’autonomia per un contratto sulla falsariga di quello dei medici ospedalieri a medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, che supererebbe l’accordo nazionale. Il segretario Fimmg lombardo Paola Pedrini replica: il passaggio alla dipendenza fa venir meno il rapporto di fiducia tra medico e paziente. E poi, la dipendenza «comporterebbe almeno un raddoppio dei costi attuali per gli oneri riflessi, l’obbligo per la Regione di fornire idonei locali e strutture, di fornire infermieri e amministrativi a sue spese e non solo un modesto e parziale rimborso come ora». La Regione dovrebbe inoltre garantire i turni, «non potrebbero essere di certo di 12 ore al giorno».È invece pro-dipendenza Cgil Medici (che con Cisl e Uil ha firmato il protocollo post-Covid sulla sicurezza degli ospedali); il segretario Andrea Filippi riflette: se ospedale e territorio non si parlano è anche per colpa di una mancata omogeneità dei contratti, ne servirebbe uno unico. Rincara la dose un documento del Tribunale dei Diritti e Doveri del medico abruzzese, firmato da Florindo Lalla e Lucio Zinni secondo cui lo stato di dipendente del mmg sarebbe già sancito dal decreto legge Cura Italia appena convertito, quando recluta i mmg per l’emergenza (articolo 2 quinquies), o recepisce l’istituzione delle Unità speciali di continuità assistenziale «che tolgono al medico di medicina generale una parte di assistenza domiciliare». Gli stessi decreti regionali istituiscono consulto telefonico, teleconsulto, prescrizione farmaci senza visita stravolgendo le modalità di lavoro del medico senza accordo preliminare tra parti. Per Lalla e Zinni, il passaggio a dipendenza – pur non essendo la panacea di tutti i mali – potrebbe migliorare l’erogazione delle cure territoriali, oggi mal utilizzate perché avulse da una struttura di sanità pubblica aziendalizzata come l’attuale. «Gli studi del mmg, definiti “presidi del Ssn”, in realtà sono “studi privati aperti al pubblico” sotto esclusiva responsabilità del professionista che non godono di tutele lavorative aziendali (ad esempio, quelle Inail su cui peraltro ci sono aperture dall’Istituto). E ancora, il rapporto di para-subordinazione del mmg, «retaggio delle mutue ante 1978, diviene anacronistico di fronte ad organizzazioni complesse delle Cure Primarie (Aft, Uccp, Ospedali di comunità, Team)». Nell’accordo nazionale alcune sigle chiedono ferie e malattia per il mmg e di riflesso per il personale di studio. «Lo stesso finanziamento delle Cure primarie, che ricade tutto su una quota derivante dalla remunerazione del mmg, è fuori d’ogni logica, come se un chirurgo dovesse far fronte alle esigenze della sala operatoria con proventi del proprio stipendio». Sul passaggio a dipendenza Fimmg nazionale torna ora con il segretario Silvestro Scotti che a margine della presentazione del Protocollo per gli ambulatori medici nella gestione Covid fase 2 ha sottolineato come «non si diventa parte del sistema attraverso la contrattualità ma attraverso la responsabilità professionale, il ruolo e i compiti che dalla convenzione derivano. (Basta) saper usare lo strumento convenzionale a livello nazionale, regionale e aziendale, come si sta rendendo evidente su molte iniziative di eccellenza anche su emergenza Covid-19 partite proprio dalla medicina generale e presenti nei territori più colpiti». Tra gli altri sindacati, Snami da sempre difende l’autonomia della professione. Di recente il presidente Angelo Testa ha detto il suo «No ad un accordo in cui il rapporto di lavoro comprenda obblighi simili a quelli della dipendenza senza i benefici della stessa». Invece il Sindacato Medici Italiani -oltre a chiedere con forza il passaggio a dipendenza dei medici del 118 – da tempo si batte per l’adozione in convenzione di istituti più tipici del contratto “ibrido” dei medici specialisti ambulatoriali Asl come ferie, maternità, malattia. Per il presidente Fnomceo Filippo Anelli la chiave per avvicinare la sanità al cittadino e garantire efficienza non è il tipo di strumento contrattuale, ma sono le risorse messe a disposizione dei medici. «Nel gestire la pandemia l’errore è stato lasciare i generalisti senza indicazioni univoche, privi di protezioni e strumenti adeguati e, soprattutto, della facoltà di prescrivere tamponi e farmaci. Se oggi le risorse per rilanciare la medicina del territorio ci sono, si utilizzino subito per mettere i medici nelle condizioni di lavorare in equipe con infermieri e collaboratori di studio». Anelli lancia una proposta: si potrebbe affidare ai professionisti la governance delle strutture sanitarie una volta definiti obiettivi di salute, da programmare magari con i comuni, in linea con la legge 833/78 istitutiva del Ssn. (by Mauro Miserendino – fonte Doctor33)

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Elimina gli alcolici dalla tua giornata e non ti viene il cancro: Si! No! Forse?

Posted by fidest press agency su sabato, 27 aprile 2019

L’alcol è una sostanza edonica, ma nel creare piacere può indurre dipendenza e certamente danno a vari organi e apparati. Se questo è vero per tutti, è altrettanto vero che per i giovani rappresenta un rischio ancora maggiore, poiché i ragazzi lo metabolizzano male, ne abusano spesso senza neanche rendersene conto, si abituano ad un approccio alle bevande alcoliche che può durare tutta una vita, lo usano per ‘sballare’ senza spendere granché e senza avere rapporti con l’illegalità. Spesso, sobri o ubriachi, inconsapevoli, si mettono alla guida di veicoli e muoiono (o fanno morire). Per tutte queste e per altre tante ragioni non può esistere uso di alcol fra i giovani. Non può essere altresì promosso l’uso indiscriminato di alcol in tutte le altre popolazioni (adulti e anziani). Ciò detto, vanno tuttavia fatte alcune considerazioni su recenti articoli della letteratura scientifica che già di per sè presentano un grosso bias fra il titolo e il contenuto. “L’alcol fa venire il cancro, l’alcol è un cancerogeno primario, anche un bicchiere di vino ne aumenta il rischio”… Questo dicono i titoli di recenti articoli. Tuttavia, leggendo gli stessi lavori, si evince che l’associazione forte è, anche a basse dosi di alcol, solo per cancro della mammella dopo la menopausa, della prostata (su cui tuttavia incide la presenza di insulino-resistenza) e forse del melanoma (su cui pesa come fattore confondente l’esposizione a raggi solari). Addirittura si documenta effetto protettivo dell’alcol per tumore vescicale, renale, ovarico e linfomi. Se la ricerca bibliografica sui fattori determinanti il cancro viene fatta per dieta e ambiente, emergono strettissime associazioni causa-effetto per eccesso di carboidrati, obesità e diabete, ridotta attività fisica, fumo, esposizione a contaminanti alimentari utilizzati nell’industria o nell’agricoltura (nitrosamine, idrocarburi policiclici, cadmio, arsenico, policromobufenili, diossine, pesticidi, interferenti endocrini, e altri ancora), contatto con sostanze utilizzate nel lavoro industriale (ad esempio collanti o clorofenoli nelle lavanderie o nei ristoranti, distruttori endocrini derivanti da una non corretta gestione dei rifiuti, e così via). Più recentemente, particolare importanza nella patogenesi dei tumori viene data all’uso di sostanze anabolizzanti-dopanti nelle palestre. Tutto ciò ha fatto sì che l’American Institute for Cancer Research nel 2018 (Alcoholic drinks and the risk of cancer, CUP, Continuous Update Project analysing research on cancer prevention and survival, World Cancer Research Fund), dopo attenta revisione della letteratura, abbia rivisto le proprie posizioni rispetto al 2007. Un primo problema metodologico posto dagli autori è la valutazione del contenuto alcolico di un drink (unità di misura con cui si valuta il consumo di alcolici). Ad esempio, in Gran Bretagna il vino è servito in un bicchiere di 250 ml contro i 125 ml generalmente considerato in Italia! L’altro discorso metodologico riguarda i ‘confounders’ quali appunto tutti quei fattori intrinseci (metabolici, ormonali, genetici, eccetera) o estrinseci (altre abitudini voluttuarie, dieta, esposizioni ambientali e lavorative, sede di residenza e altro ancora) che certamente possono influenzare l’insorgenza di cancro. Gli autori concludono sulla stretta associazione tra alcol e cancro-tumore mammella in epoca pre-menopausale e, carcinoma squamoso dell’esofago (nessuna relazione con adeno-carcinoma). Per fegato, colon e stomaco bisogna superare dai 30 ai 45 grammi di alcol/die per avere una significativa associazione, e per il pancreas non vi è alcun dato conclusivo. Infine un lavoro di marzo 2019 (Int J Cancer 2019), in cui sono stati valutati come fattori di rischio per tumore il fumo, l’alcol, l’indice di massa corporea, la dieta, l’attività fisica, il digiuno prolungato, le infezioni e le polluzioni ambientali, mostra come circa il 35 per cento di nuovi casi di tumore nell’adulto siano collegati all’associazione di più fattori, fra cui particolarmente la ridotta attività fisica e il fumo.“Quello che ci preme sottolineare, afferma il presidente della Sige Domenico Alvaro, professore di gastroenterologia dell’università ‘la Sapienza di Roma’ – é il ruolo delle società scientifiche e, nel caso in oggetto, della Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige) nella interpretazione e diffusione delle novità scientifiche riguardanti la salute dell’uomo”.

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Emergenza dipendenze e vuoto politico

Posted by fidest press agency su martedì, 5 giugno 2018

Luciano Squillaci, presidente FICT, a margine dell’incontro con i rappresentanti degli oltre 600 servizi per le dipendenze gestite dai Centri FICT a Bologna, ha affermato: “Il sistema dei servizi sulle dipendenze sta brancolando in un pericoloso vuoto legislativo e politico, mentre le droghe vecchie e nuove dilagano. Nelle dipendenze gli interlocutori politici ormai mancano in modo strutturale da oltre 7 anni. Qui non rischiamo più di perdere la partita contro le dipendenze: oggi rischiamo di non scendere proprio in campo! Un rischio che in parte è già realtà.”Squillaci menziona poi alcuni dati, “gli unici “ufficiali” che abbiamo – afferma – sono quelli delle ultime relazioni al Parlamento ed oggi li mettiamo a confronto con i dati dell’Osservatorio FICT: c’è una discrasia tra i dati del consumo e le risposte effettive che il sistema dei servizi pubblici e privato sociale riescono a dare. Secondo i dati del 2015, sappiamo che circa 460 mila persone in Italia hanno bisogno di trattamento terapeutico per una dipendenza, ma solo 140 mila vengono effettivamente trattati dai servizi e di questi 120 mila usano eroina come sostanza primaria. Parliamo di servizi in generale, perché poi in particolare agli enti del privato sociale, almeno per le vie “ufficiali”, arriva solo il 10% dell’utenza.
La FICT, come del resto molte altre realtà del privato sociale, lavora da oltre 10 anni con servizi specifici che mirano a rispondere ai bisogni legati a dipendenze alle quali un sistema ingessato, rimasto alla normativa degli anni 90, non riesce a raggiungere. E così nel 2017, dai dati dell’Osservatorio FICT, nei nostri servizi territoriali i Centri della Federazione hanno raggiunto oltre 56.547 mila persone con problemi di dipendenza da nuove sostanze di abuso, da farmaci, fino alle dipendenze cosiddette comportamentali, senza sostanza, prima su tutte il gioco d’azzardo.””Purtroppo però sono servizi che nessuno riconosce, perché la macchina legislativa, nel frattempo, non si è aggiornata al repentino mutamento delle dipendenze”. “Il sistema ufficiale, oggi, spiega Squillaci, riesce a rispondere solo alle dipendenze “classiche”, accogliendo una parte minoritaria del fenomeno.” Non solo, problemi di budget rendono anche difficoltoso il diritto alla cura: i dati del 2016 infatti ci mostrano come su 143 mila tossicodipendenti in carico presso i Servizi pubblici solo 15.563 hanno la possibilità di accedere alle comunità terapeutiche, ovvero circa l’11%. Dati che coincidono con le rilevazioni della FICT che ha contato nel 2017 circa 4.900 utenti presi in carico dai propri Centri attraverso i Servizi pubblici, circa il 30% di tutti gli utenti inviati nelle comunità. Numeri senza dubbio alti, rispetto al totale (un terzo delle prese in carico private), ma che rappresentano niente di fronte agli oltre 50mila contatti presi in carico su dipendenze altre.

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Droga e prevenzione

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 aprile 2012

«Le informazioni che emergono dal rapporto Espad-Cnr, secondo cui gli studenti delle scuole superiori italiane continuano ad essere particolarmente interessati dal consumo di droghe nonostante un’incoraggiante diminuzione nell’uso di sostanze psicotrope illegali, confermano l’opportunità della scelta di Roma Capitale di puntare forte sulla prevenzione fin dall’età precoce per poter sconfiggere definitivamente questa piaga, che impedisce loro di vivere la bellezza della loro età e di costruire il proprio futuro come un’opera d’arte».È quanto dichiara l’assessore alla Famiglia, all’Educazione e ai Giovani di Roma Capitale Gianluigi De Palo con delega all’Agenzia Capitolina sulle Tossicodipendenze, commentando i dati dell’indagine del Cnr sul consumo di droghe tra gli studenti italiani nel 2011, diffusi ieri.«Negli ultimi tre anni – prosegue l’Assessore capitolino – gli studi hanno evidenziato un calo costante dei consumi di sostanze stupefacenti e alcoliche, soprattutto nelle giovani generazioni. Segno che è appunto la prevenzione, l’informazione in contesti educativi e scolastici e la promozione di stili di vita sani già nei bambini e nei ragazzi che può fare la differenza per il futuro dei nostri figli».«I ragazzi – sottolinea Luigi Maccaro, presidente dell’Agenzia Capitolina sulle Tossicodipendenze – devono capire, sin dalla più tenera età, che tutte le sostanze stupefacenti sono gravemente dannose per la loro salute psico-fisica e che ne impediscono una presenza positiva e armonica nella società. Bisogna interrogarsi seriamente sulla qualità degli ambienti che frequentano i nostri figli. Alcuni di loro sono particolarmente vulnerabili, per mille ragioni, e hanno bisogno di azioni di prevenzione sostenute e mantenute nel tempo. Per questo, è indispensabile supportare e rinforzare il ruolo e la responsabilità di famiglia e scuola, le agenzie educative più importanti, dove la maggior parte dei ragazzi può vivere una proposta educativa densa di significati e fortemente formativa. Ed è necessario che ci sia condivisione del progetto educativo, coerenza di messaggi e sintonia di azione tra le varie agenzie educative».«I dati della ricerca Cnr indicano – conclude De Palo – che lo scorso anno più del 20% degli studenti ha fatto uso di cannabis, il 2,7% di cocaina e l’1,2% di eroina. Numeri che ci dicono che c’è ancora molto da fare e che non dobbiamo abbassare la guardia. Attraverso le proposte del Nuovo Quadro dei Servizi cittadino, Roma Capitale ha voluto confermare i servizi importanti per chi cerca di uscire dal tunnel della dipendenza rafforzando nel contempo tutte quelle iniziative utili per estirpare alla radice il problema, prima ancora che si verifichi. Siamo convinti che avere a cuore il futuro dei nostri giovani significa impegnarsi nel presente per tenerli lontani dall’abisso della tossicodipendenza».

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Mobbing e risarcimento

Posted by fidest press agency su martedì, 13 dicembre 2011

Lo ha stabilito il Tribunale di Milano che, con una sentenza del 24 ottobre 2011, ha riconosciuto il danno patrimoniale e non patrimoniale a un lavoratore che era stato mobbizzato. Il Giudice respingendo le doglianze datoriali ha sentenziato che “ Il lavoratore mobbizzato ha diritto al risarcimento del danno anche per i lievi disturbi provocati dall’ansia e dalla depressione. Non è necessario ai fini del ristoro il fatto che il dipendente non abbia avuto bisogno di una cura farmacologica “. In seguito allo stress subito sul luogo di lavoro l’uomo aveva sofferto per più di un anno di ansia e depressione. A favore di tale impostazione aveva quindi chiesto che gli venisse liquidata anche questa voce di danno al di là del fatto che il problema era stato transitorio e che aveva richiesto solo una brevissima psicoterapia senza l’assunzione di psicofarmaci. In ogni caso, il Tribunale, rilevando la gravità da parte del datore di lavoro di tal tipo di comportamenti certamente lesivi di beni costituzionalmente protetti, ha ritenuto che il disturbo dell’adattamento provocato dal demansionamento e dal licenziamento illegittimo andava risarcito. Secondo Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” e fondatore dello “Sportello Dei Diritti”, tale sentenza certamente una decisione esemplare che potrà invogliare i lavoratori vittime di abusi sul posto di lavoro e costituisce precedente persuasivo e da monito per tutti i datori di lavoro perché possano pensarci non una, ma cento volte prima di umiliare e vessare il proprio dipendente.

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Trattamento dipendenza da alcol

Posted by fidest press agency su domenica, 15 Maggio 2011

Roma 16 maggio 2011 ore 11:00 Hotel Hassler Piazza Trinità dei Monti, 6 Conferenza Stampa che illustrerà le opportunità di trattamento per la dipendenza dall’alcool, una malattia che si può e si deve curare. Grazie alla terapia adeguata, oggi è possibile ridurre il craving – ossia il desiderio incoercibile di bere – e diminuire l’incidenza, la severità e la frequenza delle ricadute. Nel corso della conferenza stampa si darà ampio spazio all’alcolismo, malattia che solo nel nostro Paese colpisce 1 milione e mezzo di persone, saranno resi noti, inoltre, i dati epidemiologici in Italia ed in Europa. Intervengono:
• Professor Mauro Ceccanti, Professore Associato Cattedra di Metodologia Clinica e Semeiotica Medica Responsabile del Centro di Riferimento Alcologico della Regione Lazio
• Professor Alfio Lucchini, Psichiatra, Direttore Dipartimento Dipendenze ASL Milano 2 e Presidente nazionale FeDerSerD
Modera: Alessio Vinci, giornalista Mediaset

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La dipendenza sessuale

Posted by fidest press agency su domenica, 10 aprile 2011

Quando il sesso può uccidere Esponenzialmente in crescita negli ultimi anni, la dipendenza sessuale si caratterizza per un progressivo allontanamento dalla realtà, al punto da giungere a vivere una doppia vita. Chi ne soffre sostituisce una relazione malata con il sesso al rapporto sano con le altre persone. di Cesare Guerreschi Edizioni San Paolo  144 pagine € 13,00

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Giochi d’azzardo in Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 marzo 2011

“L’Italia ha il primato, in Europa, per la maggior cifra giocata al tavolo, una media quasi 2.180 euro che vengono sottratti, all’economia reale, minorenni inclusi, il cui numero è passato da 860 mila unità a 2,8 milioni.”Nel 2010 si è registrato un aumento delle perdite legate alla dipendenza da giochi e scommesse del 15,3%. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedent e sono stati lasciati sul tavolo da gioco circa 720 mln in più. E nei primi 2 mesi del 2011 si registra un balzo addirittura del 4,4%, con un tendenziale annuo che potrebbe arrivare al 20%. In Italia, il solo gioco legalizzato coinvolge circa 31,2 MLN di persone, di cui 7,6 MLN con frequenza settimanale, e sviluppa un fatturato di circa 56,8 MLD di euro. Anche il coinvolgimento dei minorenni è aumentato passando da 860 mila unità a 2,8 milioni. Secondo l’indagine che verrà pubblicata su “Contribuenti.it Magazine”, nel nostro Paese, il consumo e l’abuso di alcol e droghe viene visto come un problema sociale per la collettività e di salute per il singolo, mentre la dipendenza da gioco non viene riconosciuta dallo Stato, e chissà perché, come una malattia sebbene a livello psichiatrico, invece, venga catalogata come una vera e propria patologia. L’Associazione Contribuenti Italiani chiede misure restrittive nei confronti del gioco legalizzato vietandolo in tutti i luoghi pubblici, sulla scia del divieto delle sigarette, la diminuzione dell’offerta di lotterie, il divieto del gioco d’azzardo online, l’aumento della tassazione sulle vincite al fine di renderle meno appetibili, introducendo un’imposta unica sostitutiva su tutti i giochi legalizzati (IUG) pari al 50% della vincita. “Lo scopo delle istituzioni è quello di educare i cittadini, proteggere la loro salute, mentale e fisica – afferma Vittorio Carlomagno, presidente dell’Associazione Contribuenti Italiani – non di certo quello di indurli a giocare al poker o ad indebitarsi con persone senza scrupoli. Senza contare che sono non pochi i giocatori fanno uso di sostanze stupefacenti o si prostituiscono per racimolare i soldi. Per un reale rilancio dell’economia e per accompagnare il paese dall’uscita della crisi economica – conclude Carlomagno – i risparmi degli italiani dovrebbero entrare in circolazione nel mercato attraverso canali legali e produttivi e non lasciare che le perdite al gioco diventino prima fonte di entrate nelle casse statali.”

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Rischio dipendenza da gioco

Posted by fidest press agency su domenica, 20 febbraio 2011

In tempo di crisi economica ed occupazionale il nuovo “investimento” degli italiani pare diventato quello del gioco, ammonta a 60 miliardi di euro il giro di affari relativo a giochi, lotterie, gratta e vinci e simili registrato nell’ultimo anno, quasi 1.000 euro annui giocati da ciascun italiano. Le asfittiche casse statali possono contare su un tesoretto di oltre 10 miliardi e si prevede per il 2011 una crescita del 30% del giro di affari per l’inserimento di nuovi giochi online. A fronte di una così diffusa estensione del fenomeno gioco, evidenziata anche dal rapporto Italia 2011 di Eurispes, l’associazione di consumatori “Primo Consumo”, componente del Comitato scientifico della Fondazione Unigioco, impegnata nel contrastare gli aspetti illegali e patologici del gioco stesso, allo scopo di creare una solida e genuina “cultura del gioco” e di farne un punto centrale nel processo di produzione culturale del Paese, sollecita alle forze politico-istituzionali l’attenta monitorizzazione del fenomeno anche attraverso campagne di educazione e prevenzione dai rischi derivanti da un uso maniacale e spregiudicato del gioco in ogni sua forma. In particolare all’interno del mondo scolastico dove i giovani guardano al gioco ed alle scommesse, spesso anche illegali, come ad un facile arricchimento, lasciandosi travolgere dal vortice della dipendenza arrivando anche a delinquere per procurarsi il denaro da giocare. Un ritorno al sano e consapevole uso moderato del gioco dovrebbe ripartire proprio dalle fasce più giovani e deboli presenti negli istituti scolastici primari e secondari. Potrebbe essere utilizzata un piccola parte degli enormi proventi incassati dallo Stato, o della quota fiscale a carico delle concessionarie, per avviare delle campagne di sensibilizzazione, anche questa può definirsi a pieno titolo pubblicità progresso.  (Primoconsumo – Associazione interattiva cittadini e consumatori)

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Un gene che predispone al fumo e al tumore?

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 agosto 2010

Alcune varianti geniche connesse al rischio di tumori polmonari sono comuni nella popolazione generale. Queste stesse varianti potrebbero essere connesse anche alla dipendenza da nicotina. Benchè il fumo contribuisca in modo sostanziale al rischio di tumore polmonare, anche una componente genetica vi contribuisce: una regione sul cromosoma 15 che codifica per una subunità del recettore della nicotina è connessa al rischio di tumore polmonare. Studi indipendenti sono giunti a conclusioni rimarchevolmente simili, benchè i ricercatori non siano in accordo sul ruolo di mediazione del fumo sul rischio di malattia: è rassicurante che tutti gli studi indichino questa zona sul cromosoma 15. Il timore del fatto che alcuni studi associativi possano essere gravati da risultati falsi positivi ha alimentato alcuni scetticismi, ma dati gli elevati standard che sono stati raggiunti e mantenuti, le prove dell’associazione fra alcuni loci genetici e determinate malattie complesse può essere oggi considerato inequivocabile. (Nature. 2008; 452: 537-8, 633-7 e 638-42)

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Metilfenidato per curare dipendenza da cocaina

Posted by fidest press agency su domenica, 1 agosto 2010

Il metilfenidato (Ritalin) ha ottenuto buoni risultati in uno studio coordinato dallo psichiatra Chian-shan Ray Li, dell’università di Yale (Usa) e pubblicato su Pnas, nel trattamento della dipendenza da cocaina. I ricercatori statunitensi hanno somministrato il medicinale o un placebo a un gruppo di volontari con problemi di dipendenza dalla sostanza e, successivamente, è stato loro chiesto di svolgere alcuni compiti al computer, studiati per testare il controllo degli impulsi. Quelli che avevano utilizzato il metilfenidato hanno dimostrato maggiori capacità di controllo rispetto al gruppo di controllo. Secondo lo psichiatra, il farmaco migliora le possibilità di inibire gli impulsi nei cocainomani e potrebbe quindi rappresentare una nuova terapia, in particolare nelle persone in cui la dipendenza dalla droga e legata ad una perdita di controllo. (fonte farmacista33)

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