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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Posts Tagged ‘discenti’

Quel « quanto » che ci aspettiamo dalla scuola

Posted by fidest press agency su sabato, 26 dicembre 2009

La scuola è diventata per certi versi una sorta di fabbrica di “valori” anche se alla prova dei fatti essi sono più virtuali che reali. Ed è questo, a nostro avviso, il suo punto di debolezza più vistoso ed emblematico al tempo stesso. Una Patria, per ben intenderci, che viene dal “Cuore” di De Amicis o dalle prose del verismo francese dove autori emeriti sono stati lesti a rappresentare le miserie, a condannarle, ma non altrettanto spediti nell’indicare il modo come ovviarle. Siamo passati, ai giorni nostri, nel riempire le bocche dei discenti di giustizia, libertà, democrazia, uguaglianza e per poi trasformarli in età adulta in qualcosa d’altro che solo lontanamente si richiamavano a tali valori se non sfruttandoli ad uso e consumo per fini tutt’altro che onorevoli. Oggi la povertà ed ancor più la miseria non sono condizioni accettabili come accadeva nel passato alla stessa stregua di una malattia debilitante ma inevitabile. Non lo sono perché noi avvertiamo nelle nostre coscienze l’assurdità di doverci esprimere con toni aulici per rappresentare una condizione ideale mentre vi sono le condizioni per una migliore ridistribuzione delle risorse naturali. E’ lo stesso concetto di proprietà che viene messo in discussione. Perché si hanno terre più dell’occorrente, perché si dispongono risorse finanziarie più del fabbisogno, perché si vuole vivere con il superfluo quanto agli altri manca il necessario? Abbiamo incominciato molti secoli addietro ad alterare il rapporto tra gli esseri umani concependo la proprietà come diritto di pochi e la schiavitù come primato di un potere oppressivo della libertà degli uni per la libertà di una élite. A questo punto se vogliamo una scuola espressione di un primato della civiltà sulla barbarie, dobbiamo cambiare i paradigmi di risposta culturale che vi abbiamo posto. Nessun ideale potrà dirsi tanto esaltante quanto quelle che trovi un riscontro reale nella vita di tutti i giorni. (fonte centri studi Fidest)

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La tecnica della disinformazione

Posted by fidest press agency su martedì, 1 settembre 2009

Editoriale fidest. Oggi è un tema ricorrente come se la nostra generazione, e non altre, sia la genitrice di questa “devianza sulla strada della verità”. Niente di più errato. Possiamo dire, invece, che la disinformazione sia stata un’arte coltivata a dovere in ogni generazione di umani ed oggi ne possiamo riscontrare talune storture nella storia che ci è stata tramandata e che pretendiamo a un popolo di discenti di prenderla per buona. Così sono stati creati i mostri e gli adoni nei millenni passati e così facciamo passare per buoni i cattivi e i cattivi per buoni, per buona pace di tutti. Oggi, tuttavia, c’è una grossa differenza. Per la prima volta abbiamo l’opportunità di vederci meglio nelle pieghe delle segrete cose ma a condizione che sappiamo ben sfruttare quell’arma a doppio taglio che si chiama informazione. Oggi le notizie si sono centuplicare rispetto ad alcuni anni fa e i mezzi per diramarle si sono espansi. Ha incominciato la carta stampata per poi aggiungersi, via via, la cinematografia, la radio, la televisione, la multimedialità e internet. Oggi i giornali e i settimanali li troviamo sia in edicola sia sul piccolo schermo televisivo e su internet. Sfornano tante notizie che tra queste, quasi per caso, ritroviamo quella verità che altri hanno accuratamente camuffato in qualcosa di diverso. E’ un trucco antico da prestigiatore che sa essere ancora credibile per chi scompone la verità in tanti quarti per poi ricomporla con un 25 o un 50% di altro. Così quel quarto o mezza verità fanno da spalla al resto che ne è estraneo per dare l’impressione, a chi legge o ascolta, che, dopo tutto, il fatto è credibile al 100%. Questo trucchetto riesce quasi sempre perché la gente ha un grande bisogno di credere, di avere fiducia in qualcuno o in qualcosa e basta poco per accontentarla. Poi vi è un aspetto non trascurabile: quello legato alla memoria. Il passato spesso lo immergiamo nella nebbia più fitta accontentandoci di navigare a vista con ricordi ed esperienze sfumati. Un’altra tecnica è quella del meno peggio: si dice tutti i politici sono ladroni e allora perché non affidare al capo dei ladroni le casse dello Stato? Ruba lui ma si spera che almeno non faccia rubare agli altri. C’è solo un rischio: a forza di disinformare si possono dire proprio quelle verità che vorremmo tenere celate. E noi le aspettiamo al varco. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.net)

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La scuola e la «democrazia speciale»

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 agosto 2009

Forse è più facile ricordare per i discenti il tempo in cui in Italia fu sperimentato il “compromesso storico”. Fu anche il tempo della “democrazia speciale” ovvero di un disegno  teso a rendere quei caratteri stabili, di completarne il profilo istituzionale e si assicurarne così l’irreversibilità. Il tutto ebbe inizio intorno agli anni ’70. Occorreva muoversi  de là del vecchio schema centrista. All’indomani delle elezioni del 1979 Craxi  formulerà il disegno di “una grande riforma” e questo concetto continua a ruotare intorno all’idea della “democrazia speciale”. Diciamo che si stavano maturando i tempi in cui la politica di distensione tra le grandi potenze ci avrebbe fatti traghettare verso un nuovo equilibrio geopolitico mondiale. Le parti ricominciavano a riallinearsi anche in Europa. Ma non tutto filò liscio. Pensiamo alle trasformazioni strutturali dei processi produttivi che avevano incrinato i rapporti di forza nella conflittualità industriale. Un esempio, a tale riguardo, basta per tutti. Tra il 1978 ed il 1985 la Fiat passava, nell’area piemontese, da 340.000 a 160.000 addetti, per continuare a scendere nei successivi anni. Ed era, questo, uno dei presupposti perché si potesse consolidare il progetto della “democrazia speciale”. Ora ci chiediamo se tutto ciò non costituisce, anche per i politici di oggi, un limite invalicabile che pregiudichi in via definitiva la speranza attesa per questa democrazia speciale che avrebbe potuto portare ad un ribaltamento del suo schema centrista ed aprirci la strada per alleanza di tutt’altra natura. Ed ancora se dietro la proposta di un nuovo partito politico (vedasi Forza Italia) noi dobbiamo intravedervi la volontà di perpetuare la tenuta di uno schema centrista inteso come definitiva chiusura verso questo progetto di democrazia speciale. Il sistema resta quindi centrale per questo difetto innovativo che si è inteso bloccare sul crinale del compromesso storico. Dobbiamo, quindi, convenire che il sogno di Moro e di Berlinguer è, definitivamente, tramontato? Probabilmente si.

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