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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

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A margine deIl’aggressione a Berlusconi

Posted by fidest press agency su martedì, 15 dicembre 2009

Editoriale fidest. Gli appelli di queste ultime ore lanciati dalle massime cariche istituzionali e dai diversi leader politici della maggioranza e delle opposizioni e da associazioni e sindacati non sembrano sortire l’effetto voluto. Vi fanno da contro altare i distinguo di Di Pietro, l’invito di Luciano Cavaliere, Dirigente Nazionale della Giovane Italia, ai rappresentanti del comune di Fasano (Br) per disdire l’incontro con Rosy Bindi invitata già da tempo per presentare il suo libro “Quel che è di Cesare”. Cavaliere, a questo riguardo, imputa alla Bindi la seguente dichiarazione “Berlusconi non strumentalizzi e non faccia la vittima” e la considera capace di alimentare altre violenze. “Il vice presidente della Camera – soggiunge Cavaliere – non può pensare di essere giustificata dal seminare odio politico quando si parli di Berlusconi e poi tolte le vesti di oppositrice, venirci a fare la morale”. Si aggiunge, di segno opposto, la dichiarazione di Marco Ferrando portavoce Pcl che contesta il titolo cubitale del giornale di Berlusconi che parla di un “martirologio di Berlusconi al servizio del bonapartismo” e il suo contenuto là dove si fa riferimento ad una “violenza costituzionale” e per Ferrando significa che “Il governo addossa sfacciatamente all’opposizione e persino alla Costituzione la responsabilità del gesto di una persona psicolabile. E fa leva sul martirologio di Berlusconi per lanciare un nuovo affondo plebiscitario contro le opposizioni, per una modifica bonapartista della Costituzione”. Il sospetto che avanza Ferrando è che si vogliono creare i presupposti per “intimidire le sinistre politiche e sindacali ed impedire alle opposizioni di sostenere le legittime aspettative dei lavoratori.” L’unica risposta valida per Ferrando è di indire uno sciopero generale. Il tutto sta assumendo contorni inquietanti non tanto per la tenuta della democrazia quanto per l’ordine pubblico e il risveglio di derive terroristiche e brigatiste. Ci auguriamo che il Governo e la classe politica, più in generale. sappiano tenere i nervi saldi e scoraggiare ogni tentativo di trasformare la dialettica in violenze partigiane e ridurre le piazze in terreno di scontro fisico tra guelfi e ghibellini. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Le tre opzioni

Posted by fidest press agency su domenica, 1 novembre 2009

Editoriale fidest. Con il sistema, contro il sistema, mediando. Molti si lamentano perché non accettano l’attuale andazzo. Altri lo gradiscono e altri ancora cercano di fare dei distinguo tra ciò che è buono e ciò che è male. In altre parole non vogliono fare di tutta l’erba un fascio. Sono queste, per lo più, le tre opzioni che dividono gli italiani al cospetto della politica. Se poi assegniamo alle tre opzioni nomi che ci sono più familiari possiamo dire che coloro che si sentono nel sistema capitalistico, e persino accettando le sue logiche consumistiche, il modo spregiudicato di fare soldi, di intraprendere iniziative commerciali e imprenditoriali senza andare molto per il sottile, li possiamo collocare tra la destra di Fini e la socialdemocrazia dell’ala movimentista, di quelli che un tempo si chiamavano comunisti. Chi, invece, prova ripulsa per l’attuale sistema e che un tempo ha sposato l’idea di un comunismo radicale in opposizione al capitalismo ovvero per uno stato padrone contro un privato padrone nutre ancora il sogno di una rivoluzione proletaria. Vi è poi la terza via che appare sulla carta più pragmatica, più incline ad accettare qualche eccesso in nome del quieto vivere. E’ una forma di tolleranza che potrebbe anche essere scambiata per debolezza, per indifferenza, per agnosticismo. Ma non è esattamente così. Costoro si rendono conto che la società deve necessariamente convivere con le sue diverse e molteplici anime e per farlo deve accettare la dialettica interna e internazionale e il riconoscere l’esistenza di più verità. Quest’ultima opzione si pensa possa rappresentare la maggioranza assoluta del paese, diciamo intorno al 70% dell’elettorato e si tende a dare loro una collocazione definendoli “centristi”.  Allo stato attuale non vi è un partito che li rappresenta, se non marginalmente. Forse da qui parte l’idea di Fini di voler spostare il suo asse politico per rendersi più credibile a questo popolo del centro e di tentare d’attrarre altre forze e uomini sulla stessa area. Ha pensato, innanzitutto, chi tra i suoi può seguirlo staccandosi dall’abbraccio del Pdl di Berlusconi, e poi all’Udc di Casini e a quella vocazione centrista che oggi alberga impropriamente nel Pd di Bersani e di cui il transfuga Francesco Rutelli può esserne l’esempio. Sapranno essere credibili in specie se alle loro spalle si colloca l’industriale Montezemolo? Qui ci troviamo al cospetto della logica dei vasi comunicanti: per riempire l’uno bisogna svuotare gli altri e che sono, per il momento, ben consolidati sul territorio: il Pd, il Pdl, la Lega e l’Idv. Per farlo devono essere credibili operando scelte e programmi adeguati alle aspettative del popolo centrista e dotarsi di una leadership indiscussa anche se non carismatica. E’ questo il punto più debole. Chi dovrebbe impersonare tale ruolo appannando quello degli altri? Casini o Fini? Montezemolo o Rutelli? O un mister X di cui non conosciamo ancora l’identità ma che potrebbe nascondersi nel cilindro del prestigiatore di turno? Ma tutte queste alchimie poste alle soglie della fantapolitica valgono poco se nel frattempo dobbiamo affrontare un sistema paese che si regge in uno stato di precarietà molto serio e ha bisogno di interventi immediati per ricondurlo in un’area di sicurezza. Non vorremmo, come già è in atto, che la politica resti un passo indietro ai bisogni reali del paese e alla fine corra il rischio di farsi coinvolgere facendo perdere la pazienza proprio a quella grande forza centrista di cui tutti vorrebbero appropriarsene ma senza darle, nel frattempo, una sponda per reggersi. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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