Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 341

Posts Tagged ‘dittatore’

Bolle di sapone

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

Il DittatoreHo scritto un libro titolandolo “Il dittatore.” Ho poi preso l’iniziativa di distribuirne un certo numero di “bozze” a dei lettori “volontari” per trarne da essi delle utili indicazioni sull’interesse che avrebbe suscitato l’argomento da me proposto. Speravo, così facendo, di ricevere in cambio degli utili suggerimenti per migliorare il contenuto o operare delle opportune integrazioni o modifiche. Il risultato, per quanto lusinghiero, nel senso che ho avuto solo apprezzamenti senza riserve, non mi ha soddisfatto. Solo un lettore si è lamentato che la storia da me raccontata si sia soffermata troppo a lungo nel descrivere lo stato d’animo della gente mentre avrebbe preferito che mi dilungassi nel raccontare i miei incontri con certi personaggi oggi chiacchierati. Ebbene proprio da quest’osservazione può sortire, dalle persone, la parte peggiore del loro stato d’animo. In altri termini emerge, dal sottofondo, quella voglia di trinciare dei giudizi sommari, e di esserne confortati nelle loro letture, su chi è stato un tempo osannato e che ora, in qualche modo, è gettato nel fango perché caduto in disgrazia. Queste persone dimenticano con troppa facilità che anch’esse hanno fatto parte della “storia”.
Vedevano che le cose non andavano bene ma preferirono fare come le tre famose scimmiette: turarsi la bocca, tapparsi le orecchie e coprirsi gli occhi.
Hanno dimenticato, ad esempio, che alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia era, di fatto, profondamente divisa. Da una parte vi era il popolo “mafioso” con le sue spinte separatiste (ricordo il bandito Giuliano), dall’altra una burocrazia, dai grand commis ai piccoli funzionari, al 70% fascista e quelle regioni come l’Emilia, la Romagna, la Toscana e qualche altra dominate dai comunisti di stampo filo-stalinista. (Oggi li definiremmo “integralisti”).
Se vogliamo era una divisione “politica” che si sovrapponeva o si intersecava con certi uomini della finanza e della grande industria che già furono i convinti supporter all’ascesa al potere di Mussolini ritenendolo l’unico capace, con un atto di forza, di tacitare le turbolenze libertarie di una certa sinistra che per sua colpa, per colpa dei suoi integralismi, non seppe proporsi in modo unitario come un’alternativa democratica al governo del Paese.
Ed ecco come ci siamo trovati alla vigilia della grande svolta elettorale del 1948, non a caso evocata dallo stesso Berlusconi, dove l’elettorato si sentiva ancora “schiacciato” dal peso della “destra fascista” e dai timori di una “sinistra” incapace di portare il paese a una “pacificazione senza grossi traumi” ed entro una logica “capitalistica” che ancora oggi è malamente interpretata rispetto ai valori più propri della tradizione cattolica e laica italiana. In quel clima si collocarono la figura di De Gasperi e la sua proposta “centrista” di uno schieramento che potesse fare da calmieratore tra gli opposti interessi.
Ma al tramonto degli anni dell’emergenza venne l’alba della consapevolezza nella quale si sentiva il bisogno di proporre qualcosa di diverso per restituire unità al paese, ed un ordine sociale ed economico più realistico e duraturo, e per ridare fiato alle energie sopite e ai richiami del diverso che provenivano oltre confine.
Per farlo dovevano cadere le “gestioni politiche” e se vogliamo “affaristiche” imperniate su un non ben definito “consociativismo” in quanto si riducevano nel trovare una loro composizione non più in sede politica ma in chiave di spartizione di voti, di tangenti, di concessioni, di assunzioni compiacenti e via dicendo. Si stava insomma provocando un grosso guasto al sistema i cui effetti più grandi li registriamo oggi con un debito pubblico da capogiro, con gli organici pubblici che per anni furono gonfiati a dismisura e che ora stentiamo a ridimensionare, con una giustizia portata alla deriva dove i processi, se va bene, sono celebrati a distanza di anni dal “fatto”, da una scuola che si è fermata a una cultura paleoindustriale e lo stesso mondo dell’imprenditoria inquinato dalle tante aziende che sono vissute solo in virtù di generosi stanziamenti pubblici a fondo perduto.Tutte queste cose gli italiani non potevano ignorarle. Tuttavia facevano comodo alla stragrande maggioranza di essi, sebbene per motivi diversi: i comunisti erano per il “tanto peggio tanto meglio”, i mafiosi perché potevano fare i loro affari in un clima di complicità e di intese che era loro più familiare e meglio controllabile e l’uomo della strada poteva trovarvi uno sbocco per un lavoro al figlio, per ottenere la propria o quella del coniuge invalidità, per l’imprenditore per riuscire a coprire i suoi “fallimenti” con i soldi dello stato e il burocrate per fare carriera con la concessione di “piccoli favori”.Tutti felici, quindi, che oggi si sappia che esiste un capro espiatorio sul quale riversare la responsabilità del tutto. Da qui il detto: Governo ladro, politici corrotti, antipolitica.
Il giudice Falcone soleva affermare che “lo Stato ha i mezzi per sconfiggere la mafia, ma non li adopera.” E la mafia ha saputo conquistarsi il suo territorio poiché rappresenta “un mondo logico, razionale, funzionale e implacabile, perché è un sistema di potere.” (Riccardo Alfonso)

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In Italia ci vuole un “dittatore?” Quando la storia si fa cronaca

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

Il DittatoreScrivevo nel mio libro “Il dittatore”, alcuni anni fa, che questa figura, nell’antica Roma era rappresentata dalla presenza di un magistrato che assumeva la pienezza dei poteri civili e militari. Successivamente, nel risorgimento italiano, tale parola si collegò al capo democratico al quale si attribuivano, sia pure per un breve periodo, tutti i poteri per facilitare il passaggio da un vecchio regime al nuovo fondato sulla libertà, l’indipendenza e l’unità. Dunque nell’accezione da me indicata niente lascia prefigurare un personaggio avvolto dal mito della violenza e della sopraffazione, ma, semmai, un uomo saggio, carismatico e rispettato da tutti che si caricava di un onere pubblico nell’interesse comune. Cercai, subito dopo, d’essere confortato da qualche esempio ricorrendo ai due nomi più vicini al mio tempo: Benito Mussolini e Giulio Andreotti. Entrambi ebbero il sostegno elettorale, ma non si somigliarono di certo dal punto di vista dell’azione politica. Mussolini, infatti, trasbordò nel potere assoluto negando il valore della libertà e della democrazia mentre Andreotti restò nel sistema, lo assecondò e ne subì i rigori. Ciò, non di meno, esercitò un potere quasi autoritario ma con discrezione, praticamente in punta di piedi. Siamo poi passati, in ordine di tempo, a Silvio Berlusconi. Personaggio controverso, catapultato in politica più per necessità, per sostenere le sue aziende, che per convinzione e che in questi giorni ritorna agli onori della cronaca politica ma tenendosi stretto lo stesso “vizietto” di sottofondo. A questo punto possiamo meglio definire l’identikit di tutti e tre. L’ascesa al potere del primo fu favorita dal timore che il virus del comunismo potesse diffondersi in Italia minando gli interessi del mondo industriale vigente. Il secondo doveva fungere da garante per tutelare la tenuta dell’Italia nell’area occidentale dovendo competere con il più forte partito comunista fuori dalla cortina di ferro. Questo spiega la necessità di stabilire rapporti anche con i mafiosi pur di trovare anticomunisti sia convinti sia prezzolati. E Silvio Berlusconi? Anche lui fu avvantaggiato dalle apprensioni di una certa classe sociale timorosa che partiti troppo inclini a sinistra potessero alterare gli equilibri dei potentati nazionali che dovevano, tra l’altro, essere gestiti in famiglia e lontani dagli occhi indiscreti delle luci della ribalta. Tutto ciò ha avuto un prezzo. Lo Stato si è inventato lavori inesistenti e che chiamiamo ammortizzatori sociali e che oggi, questi eccessi compresi i finanziamenti alle imprese a fondo perduto e le ruberie di varia natura, sono fatalmente giunti al pettine con un debito pubblico da capogiro. Ora ci vorrebbe un altro dittatore, ma di tutt’altra pasta, diciamo in chiave risorgimentale, carismatico e fondamentalmente democratico e consapevole che il suo compito è di breve durata e che la sua mission è solo quella di dover traghettare il paese verso le riforme strutturali e per tenere un nuovo rapporto di convivenza civile e al tempo stesso mettendo un freno alle diverse corporazioni e lobby che oggi tiranneggiano il paese e lo paralizzano con i loro veti incrociati. Per un attimo abbiamo pensato a Matteo Renzi ma abbiamo dovuto ricrederci anche se la sua ombra continua ad aleggiare preoccupante sulla scena politica italiana. (Riccardo Alfonso direttore dei centri studi sociali e politici della Fidest)

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Libro “Il dittatore”

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 agosto 2017

Il DittatoreRiccardo Alfonso: “Il Dittatore”. Edizioni Fidest pag. 180. Un giornalista viene ucciso: E’ Mino Pecorelli. Perché è accaduto? Il fatto permette all’autore di approfondire lo scenario che lo contorna e di prefigurare l’esistenza di un “puparo”. Diventa uno spaccato della vita e dei costumi italiani dal 1945 al 1990. Sono, per l’Italia ma anche per il resto del mondo sconvolto da una guerra mondiale con milioni di morti, la conseguenza di immani distruzioni e lo spettro dei funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki. Sono anni frenetici di ricostruzione, di un cambiamento radicale dei costumi, di nuove mode e di un business senza regole. Qui si intreccia la storia raccontata a pochi anni dalla morte di Pecorelli. E’ sofferta e carica di misteri. Non si riesce a ridosso di tali fatti a darvi riscontri obiettivi. Solo da qualche anno quelle notizie sussurrate a mezza voce, date e ritenute avventate dai lettori e dai critici di allora hanno avuto una verifica e un giusto riconoscimento. Si sono persino arricchite di nuovi episodi e particolari che lo stesso autore ne era a conoscenza ma non reputò di renderli pubblici per evitare seri pericoli per la sua vita. (pubblicato su Amazon)

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In Italia ci vuole un “dittatore”

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2011

Image of former PM of Italy, Giulio Andreotti

Image via Wikipedia

Scrivevo nel mio libro “Il dittatore”, alcuni anni fa, che questa figura, nell’antica Roma era rappresentata dallo stato di un magistrato che assumeva la pienezza dei poteri civili e militari. Successivamente, nel risorgimento italiano, tale parola si collegò al capo democratico al quale si attribuivano, sia pure per un breve periodo, tutti i poteri per facilitare il passaggio da un vecchio regime al nuovo fondato sulla libertà, l’indipendenza e l’unità. Dunque nell’accezione da me indicata niente lascia prefigurare un personaggio avvolto dal mito della violenza e della sopraffazione, ma, semmai, un uomo saggio, carismatico e rispettato da tutti che si caricava di un onere pubblico nell’interesse comune. Cercai, subito dopo, d’essere confortato da qualche esempio ricorrendo ai due nomi più vicini al mio tempo: Benito Mussolini e Giulio Andreotti. Entrambi ebbero il conforto elettorale, ma non si somigliarono di certo dal punto di vista dell’azione politica. Mussolini, infatti, trasbordò nel potere assoluto negando il valore della libertà e della democrazia mentre Andreotti restò nel sistema, lo assecondò e ne subì i rigori. Ciò, non di meno, esercitò un potere quasi autoritario ma con discrezione, praticamente in punta di piedi. E ora siamo all’ultimo in ordine di tempo: Silvio Berlusconi. Personaggio controverso, catapultato in politica più per necessità, per sostenere le sue aziende, che per convinzione. A questo punto possiamo meglio definire l’identikit di tutti e tre. L’ascesa al potere del primo fa favorita dal timore che il virus del comunismo potesse diffondersi in Italia minando gli interessi del mondo industriale vigente. Il secondo doveva fungere da garante per tutelare la tenuta dell’Italia nell’area occidentale dovendo competere con il più forte partito comunista al di qua della cortina di ferro. Questo spiega la necessità di stabilire buoni rapporti anche con i mafiosi pur di trovare anticomunisti sia convinti sia prezzolati. E Silvio Berlusconi? Anche lui fu favorito dai timori di una certa classe sociale timorosa che partiti troppo inclinati a sinistra potessero alterare gli equilibri di potere nazionali che dovevano, tra l’altro, essere gestiti in famiglia e lontani dagli occhi indiscreti delle luci della ribalta. Tutto ciò ha avuto un prezzo. Lo Stato si è indebitato inventandosi lavori inesistenti e che chiamiamo ammortizzatori sociali e che oggi, questi eccessi compresi i finanziamenti alle imprese a fondo perduto, vengono fatalmente al pettine con un debito pubblico da capogiro. Così mentre Andreotti doveva fungere da nume tutelare per evitare la presa del potere dalla valanga comunista, a Berlusconi è toccato il compito di addormentare le coscienze e a relegarle all’immobilismo. Ora ci vorrebbe un altro dittatore, ma di tutt’altra pasta, diciamo in chiave risorgimentale, carismatico e fondamentalmente democratico e consapevole che il suo compito è di breve durata e la mission quella di traghettare il paese verso le riforme strutturali e un nuovo rapporto di convivenza civile tra le diverse corporazioni che oggi tiranneggiano il paese e lo paralizzano con i loro veti incrociati. Ma questo “dittatore”, sia chiaro, non è Monti, non può esserlo. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Non disturbare il dittatore mentre massacra

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 febbraio 2011

“Tutti dovrebbero rallegrarsi della nuova amicizia tra Italia e Libia sancita dal Trattato di Bengasi: e’ stata chiusa una ferita ed e’ iniziata una vita nuova”. Indovinate di chi sono queste parole? Ma del nostro premier Silvio Berlusconi, naturalmente. Era il 30 agosto e i due cenavano allegramente insieme. Berlusconi cantò anche una canzone… Oggi, invece, Gheddafi massacra il suo stesso popolo e fino a pochi giorni fa Berlusconi non voleva ‘disturbarlo’. ‘Disturbarlo’, proprio così’. Come quando non si chiama un amico che sta riposando perché ha fatto tardi la sera…Lo sdegno della comunità internazionale, le parole del presidente della Repubblica e le  pressioni delle opposizioni, hanno costretto anche Berlusconi ed il governo italiano a condannare il dittatore libico. D’altronde, come si fa a condannare un amico? Il feroce Gheddafi, infatti, è qualcosa di più di un capo di stato estero con cui l’Italia ha rapporti diplomatici. E’ l’inventore del Bunga Bunga (così dice Ruby Rubacuori, la nipote di Mubarak), un maestro di vita, altro che dittatore…Ed è anche un modello politico perché da quarant’anni tiene in pungo il suo paese. La rivolta in Libia è la cartina al tornasole della nostra inconsistenza sul palcoscenico internazionale. Abbiamo accolto Gheddafi come fosse il più grande statista del mondo, gli abbiamo concesso di accamparsi nel centro di Roma e di fare i suoi show offensivi senza fiatare, anzi…, ma soprattutto gli abbiamo dato un mare di soldi, cinque miliardi di dollari, per la firma deltrattato Italia Libia, e ci siamo fatti garanti della Libia presso l’Unione Europea ed abbiamo taciuto sulla drammatica situazione dei diritti umani in Libia. Errori su errori. I flussi migratori verso l’Italia non si sono fermati, ma proseguono ad ondate e ieri, addirittura, il dittatore di Tripoli nel suo folle discorso ha accusato l’Italia di armare i rivoltosi. Diciamoci la verità, il governo Berlusconi ha fatto precipitare il prestigio ed il peso internazionale dell’Italia. Non contiamo più nulla, neanche nello scacchiere mediterraneo, dove, fino a qualche anno fa, eravamo fondamentali. (Massimo Donadi parlamentare Udv)

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Libro: “Gheddafi 40 anni di storia libica”

Posted by fidest press agency su domenica, 20 febbraio 2011

Nota editoriale. Abbiamo inteso aprire una nuova pagina titolata “Pubblicazioni Fidest” nell’intento di divulgare i nostri lavori di approfondimento che sono stati approntati nel corso degli anni e aggiornati correlandoli all’attualità. Il primo testo che pubblichiamo è Gheddafi 40 anni di storia libica”. Parla di una rivoluzione e dell’avvento al potere di un militare l’allora tenente Muammar Gheddafi. In quella circostanza furono i militari ad andare al potere deponendo un dittatore e corrotto politico e i suoi dignitari.Non a caso in Egitto la politica è ora gestita dai militari e in Tunisia non sembra diverso lo scenario. L’intento è di portare un contributo all’informazione e alla conoscenza di una società che è stata per secoli a noi vicina ma anche attraversata da contrasti e conflitti per predomini territoriali e lotte religiose. L’autore, Riccardo Alfonso, non ha nascosto le sue simpatie per questo “rivoluzionario” ante litteram per i fini che si era proposto e per il modello politico che intendeva instaurare nel suo paese. Da qualche anno, purtroppo, gli scenari sono cambiati e lo stesso Gheddafi sembra aver mutato pelle esponendosi ad un severo giudizio critico da parte degli stessi suoi sostenitori. D’altra parte la Libia nel XX secolo ha convissuto con la storia d’Italia, nella sua avventura colonialista, con tante luci e ombre che tale occupazione ha comportato e le vittime che ha generato e di questo vi è traccia nel testo dell’autore.Precedenti: qui

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Il lupo perde il pelo ma non il vizio

Posted by fidest press agency su martedì, 1 febbraio 2011

Si può dire, per chi è avanti nell’età, che siamo nati con l’idea colonialista e”imperatoriale” con i fasti e i nefasti della nostra avventura militare in Abissinia e in Albania e stiamo lasciando ai nostri nipoti e pronipoti l’idea che si possa ancora parlare di colonialismo, sia pure sotto mentite spoglie. Lo abbiamo fatto con la prima rivoluzione popolare Nord Africana in Libia, dove a un dittatore è subentrato un altro mentre le cancellerie occidentali venivano tranquillizzate asserendo che il tenente Gheddafi, promosso sul campo colonnello, non era da meno del dittatore e corrotto che lo aveva preceduto. Si sbagliavano ma fu un errore isolato, almeno nel primo periodo. La logica, tuttavia, resta e oggi lo è più che mai per via della vacatio del post-imperialismo sovietico dettato dalla caduta del muro di Berlino. Ma con una variante molto importante e “raffinata”. Si preferiscono le dittature di comodo in modo che ad esporsi non sono più gli eserciti “stranieri” e i “vicerè ma quelli locali e al servizio di un padrone, nelle vesti del corrotto, ma che sia un autoctono. Così gli affari si continuano a fare, e molto lucrosi, poiché si basano sulle debolezze umane e la sete di potere. E’ questa la “democrazia” che l’occidente offre agli occhi dei popoli sottomessi ad una dittatura e vi aggiunge l’ipocrisia della protesta per i mancati diritti civili ma si guarda bene dall’essere conseguente con atti di coerenza politica e diplomatica. Ora i fatti della Tunisia e dell’Egitto dovrebbero sorprenderci se non conoscessimo la realtà, la sofferenza, la frustrazione e l’umiliazione di quanti sono stati ridotti a sudditi sottomessi e senza diritti. Ma non dobbiamo credere che la frenesia del potere, del profitto, dell’avidità, delle logiche del potere non continuino a prendere il sopravvento e che dopo i due dittatori altri ne vengano per rinnovare la tradizione post-colonianista. Occorre spezzare questa spirale perversa e per farlo è necessario dotarsi dei giusti antidodi che sono una base culturale più sensibile ai bisogni e ai diritti,, più aperta al dialogo e al rispetto dei più deboli. Finché nel mondo vige la regola del profitto spinto sino alle estreme conseguenze e che guarda l’uomo come una merce di scambio per spremerlo e poi buttarlo via come se fosse uno straccio, non avremo mai la civiltà del progresso, l’autentico riguardo per chi ci cammina accanto di là del vestito che indossa e del colore della pelle. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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