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Posts Tagged ‘dittatura’

Cinema: EST – Dittatura Last Minute

Posted by fidest press agency su domenica, 25 aprile 2021

Dal 26 aprile nelle zone gialle italiane riapriranno finalmente anche le sale cinematografiche e tra i distributori pronti a sostenere e supportare la tanto attesa riapertura troviamo in prima fila Genoma Films di Paolo Rossi Pisu, che propone l’originale road-movie EST – Dittatura Last Minute, inedito al ritrovato pubblico cinematografico.Diretto da Antonio Pisu, EST – Dittatura Last Minute ha già conquistato già in tempi non sospetti il plauso della critica e l’interesse internazionale, vincendo diversi festival e catturando l’interesse del noto regista Oliver Stone durante le Giornate degli Autori nell’ambito della 77a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Forte anche di un primo passaggio negli ultimi mesi sulle principali piattaforme di streaming on demand dove ha raccolto ottimi giudizi e buoni risultati in termini di download, EST – Dittatura Last Minute arriva ad animare la programmazione dei cinema italiani in zona gialla che dal 26 aprile riapriranno in tutta sicurezza le proprie sale.EST – Dittatura Last Minute è ambientato nel 1989 alla vigilia della caduta del Muro, tratto da una storia vera e girato tra il Cesenate e la Romania. Il film è scritto e diretto da Antonio Pisu (che ritorna alla regia dopo la sua opera prima Nobili Bugie) e prodotto da Genoma Films di Paolo Rossi Pisu, in collaborazione con Maurizio Paganelli e Andrea Riceputi, già autori del libro “Addio Ceausescu” da cui è tratta la sceneggiatura.La storia nasce da un’idea degli stessi Maurizio Paganelli e Andrea Riceputi che nel 1989, giovani ventiquattrenni dal grande entusiasmo, intrapresero con un amico il viaggio raccontato nel film. Il ruolo del protagonista è affidato a Lodo Guenzi – voce e chitarra de Lo Stato Sociale nonché diplomato all’accademia di Arte Drammatica Nico Pepe – che con il film EST – Dittatura Last Minute fa il suo esordio sul grande schermo. Al suo fianco gli altri due attori esordienti Matteo Gatta e Jacopo Costantini. Il film è stato realizzato con il sostegno della Regione Emilia Romagna. Sinossi: 1989. A poche settimane dalla caduta del muro di Berlino, Pago, Rice e Bibi, tre ragazzi di venticinque anni, lasciano la tranquilla Cesena in cerca di avventura: dieci giorni di vacanza nell’Europa dell’est, verso quei luoghi in cui è ancora presente il regime sovietico. Giunti a Budapest conoscono Emil, un rumeno in fuga dal suo paese a causa della dittatura. L’uomo, preoccupato per la famiglia rimasta in Romania, chiede l’aiuto dei tre Italiani. Il compito è portare una valigia alla moglie e alla figlia. Durante il lungo tragitto, tra paesi deserti, ristoranti senza cibo e persone disposte a donare tutto quello che hanno pur di apparire ospitali, i tre raggiungono finalmente la capitale. L’apertura del bagaglio di fronte alla moglie Andra, la figlia Adina di sei anni e nonna Costelia, suscita una grande Emozione. Due mesi dopo è quasi natale. Il telegiornale annuncia la fine del regime di Ceausescu. Pago, Rice e Bibi sono tornati alle loro vite di sempre in Italia. I loro occhi osservano le immagini con una consapevolezza diversa da quella della gente che li circonda. Loro hanno vissuto tutto in prima persona, hanno visto il volto della dittatura, hanno visto un popolo sottomesso riuscire a ribellarsi. Loro hanno vissuto un’avventura.

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Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 gennaio 2021

In questi giorni i venti di una crisi “al buio” soffiano forte in tutte le direzioni rischiando di fare mulinello. C’è chi pensa che la colpa sia dell’antipolitica. Non direi. L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il pericolo, semmai, è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia in specie ora che alcuni esponenti politici hanno pensato di fondare partiti personali con il risultato di accrescere la diffidenza dei cittadini. Questa tendenza rischia d’indebolire la democrazia e di spianare il passaggio verso la dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia. Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come accadeva quando l’onorevole Antonio di Pietro era in parlamento vi fossero, come asseriva, a fargli compagnia “150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro, per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare”. E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo: come è stata la legge elettorale denominata “porcellum” dal suo stesso ideatore e oggi si tende di contrabbandarla con altri più sofisticati e forse anche suggestivi nomi per continuare a favorire gli abusi e gli interessi personali. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario poiché toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Se diciamo, infatti, il 60% degli elettori, vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete”. (Riccardo Alfonso)

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Democrazia allo sfascio: Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 luglio 2020

L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come accadeva quando l’onorevole Antonio di Pietro era in parlamento vi fossero, come asseriva, a fargli compagnia “150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro, per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare”. E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo: come è stata la legge elettorale denominata “porcellum” dal suo stesso ideatore e oggi si tende di contrabbandarla con altri più sofisticati e forse anche suggestivi nomi per continuare a favorire gli abusi e gli interessi personali. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario poiché toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Se diciamo, infatti, il 60% degli elettori, vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete”. (Riccardo Alfonso)

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Coronavirus: Rojc, con Orban torna dittatura in Europa

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 marzo 2020

“Con il voto dei pieni poteri a Orban si può dire che in Europa è tornata la dittatura: a trent’anni dalla fine del regime comunista il popolo magiaro torna sotto lo stivale di un potere assoluto e concentrato nelle mani di uno solo. Con enorme tristezza assistiamo a un evento che è anche un colpo terribile all’Europa e ai suoi ideali di democrazia e libertà”. Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc (Pd), commentando il voto del Parlamento ungherese che dà pieni poteri al premier Viktor Orban.Per Rojc “la portata di quanto sta accadendo nel cuore della Mitteleuropa e le ripercussioni che avrà il golpe bianco di Orban deve essere ancora valutata. Ma un fatto è certo: da oggi in poi le forze politiche italiane si misurano con più chiarezza, in base alla vicinanza e al sostegno che daranno al nuovo regime”.

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Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come affermava l’onorevole Antonio di Pietro che oggi, ovvero al suo tempo, in Parlamento siedono 150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro, per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare.
E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo occorre un impegno costante e una severa vigilanza.
E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario poiché toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Se diciamo, infatti, il 60% degli elettori, vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete. (servizio fidest)

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Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 febbraio 2018

L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come afferma l’onorevole Antonio di Pietro che in Parlamento erano seduti 150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro, per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario poiché toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Se diciamo, infatti, il 60% degli elettori, vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete. (Riccardo Alfonso)

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Anarchia o dittatura: Tertium non datur?

Posted by fidest press agency su sabato, 23 settembre 2017

montecitorio

L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come accadeva quando l’onorevole Antonio di Pietro era in parlamento vi fossero, come asseriva, a fargli compagnia “150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro, per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare”. E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo: come è stata la legge elettorale denominata “porcellum” dal suo stesso ideatore e oggi si tende di contrabbandarla con altri più sofisticati e forse anche suggestivi nomi per continuare a favorire gli abusi e gli interessi personali. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario poiché toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Se diciamo, infatti, il 60% degli elettori, vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere così importante gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete”. (Riccardo Alfonso)

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Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 agosto 2017

elezioniL’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come affermava l’onorevole Antonio di Pietro, al tempo in cui era segretario di partito, siedono 150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare.
E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo: come la legge elettorale denominata “porcellum” dal suo stesso ideatore e il finanziamento pubblico ai partiti che non tiene conto delle spese effettive ma va oltre favorendo in tal modo gli abusi e gli interessi personali, dobbiamo trasformare la chiamata alle urne come un castigamatti che incominci a penalizzare quei partiti che hanno ciurlato nel manico per ottenere, per lo meno, l’azzeramento di quella componente che i movimenti politici non sono riusciti ad estirpare. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario in quanto toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Infatti se, diciamo, il 60% degli elettori vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete. (Riccardo Alfonso)

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Mostra: Sport e dittatura

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 maggio 2017

sinagoga romaRoma mercoledì 24 maggio 2017 ore 12:00 Fondazione Museo della Shoah – Casina dei Vallati Via del Portico d’Ottavia 29 conferenza stampa di presentazione della mostra: Sport e dittatura ideata e curata dal Mémorial de la Shoah di Parigi, promossa dalla Fondazione Museo della Shoah e realizzata in collaborazione con C.O.R. Creare Organizzare Realizzare con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del CONI Comitato Olimpico Nazionale Italiano, della Regione Lazio, di Roma Capitale, della Comunità Ebraica di Roma e dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, approfondisce il rapporto tra sport e dittatura negli anni Trenta e Quaranta. Intervengono Mario Venezia – Presidente della Fondazione Museo della Shoah di Roma, Paolo Masini – Vice Presidente Fondazione Museo della Shoah e Consigliere del Ministro dei beni beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini nel Progetto Migrarti Bruno Boyer -Responsabile Relazioni Internazionali del Mémorial de la Shoah di Parigi Laura Fontana -Responsabile per l’Italia del Mémorial de la Shoah di Parigi.
Non fu solo la Germania nazista di Hitler a servirsi dello sport e della concezione del corpo come affermazione di superiorità e di identità collettiva. Anche l’Italia fascista e la Francia di Vichy, insieme al resto dell’Europa occupata, riuscirono ad associare alla pratica sportiva le teorie razziste che si erano diffuse del primo dopoguerra, adottando misure di discriminazione che toccarono pesantemente il mondo dello sport.

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Riforme: verso la dittatura?

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 aprile 2016

Paola-Binetti“E così il Presidente del Consiglio, dopo aver incassato il consenso sulla riforma della Costituzione, ha annunciato che l’Italicum non si tocca e che senza ombra di dubbio la legge sulle unioni civili si farà entro aprile. D’altra parte, la Commissione Giustizia, nell’esaminare gli emendamenti, procede con la velocità tipica di chi non intende concedere nulla, ma proprio nulla a possibili modifiche della legge, per evitare di esporla ad una rivalutazione seria. Ieri è stato bocciato anche un emendamento che faceva riferimento a quell’aspetto della legge che tratta di utero in affitto e conseguentemente delle possibili forme di stepchild adoption. Un punto di mediazione che aveva reso possibile sbloccare la legge in Senato, e che il maxiemendamento del governo aveva formalmente sancito. Nulla cambierà, fosse anche la cosa più sensata e orientata al miglioramento di una legge che conserva ancora profili di altissima problematicità.”
Lo afferma l’onorevole Paola Binetti di Area popolare, che teme che questo diventi lo stile del partito di maggioranza in quel che resta della legislatura, in un anticipo paradossale della riforma costituzionale appena approvata e non ancora sottoposta al vaglio del referendum popolare. “Il Pd si sta muovendo tra disegni di legge di diverso impatto sulla vita del Paese con la stessa assoluta determinazione, riconducibile a due affermazioni: al Pd sta bene così e i numeri li abbiamo; la Camera, che prima approva automaticamente, congela l’iter di questa o quella legge perché resti fissata sull’accordo preso all’interno del partito di maggioranza. Ed è questo l’elemento più problematico della nuova riforma su cui gli italiani dovranno riflettere attentamente. Il combinato disposto dell’Italicum, che riconosce un premio di maggioranza francamente eccessivo al partito che vince le elezioni, sposta automaticamente il dibattito dall’aula parlamentare, anche quello dell’unica aula, alla sede del partito, alle loro riunioni di gruppo, alle pur complesse mediazioni all’interno del gruppo. Ma la democrazia finisce lì. In realtà, entrambe le Camere sono penalizzate in quello che è il loro mandato costituzionale, perché arriveranno solo disegni di legge blindati, in quanto cristallizzati dalla dialettica del partito di maggioranza che, una volta individuato il proprio punto di equilibrio, non avrà nessun interesse al confronto con gli altri, che a loro volta non disporranno di nessuno strumento per mettere un freno a questo nuovo stile parlamentare. E il Pd si sta già allenando in questi ultimi mesi di legislatura a procedere in questo modo. Bisognerà proprio che i cittadini se ne rendano conto. Maggiore governabilità ha senso solo se si coniuga con una autentica democraticità e un rispettoso dialogo con gli altri”.

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Anarchia o dittatura

Posted by fidest press agency su martedì, 17 aprile 2012

L’antipolitica espressa in questi termini è un “falso in bilancio” nel senso che la rabbia dei cittadini non sta tanto nella politica quanto nei politicanti. Il rischio semmai è che “Simul stabunt vel simul cadent” ovvero “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è questo e non altri l’effettivo problema. Occorre far riflettere sulla differenza di fondo che esiste tra le due facce della stessa medaglia perché non è l’antipolitica ma sono i politici il gradiente che agita gli umori della contrarietà pubblica.
Come ho più volte precisato abolire i partiti, contenitore naturale della politica, significa aprire la porta alla dittatura, ma è anche vero che tenerli, come sono oggi, si va dritti verso l’anarchia.
Ecco perché è necessario stabilire delle regole rigide per restituire alle istituzioni il prestigio e il rispetto che meritano e il primo passo è quello d’avere politici galantuomini e non come afferma l’onorevole Antonio di Pietro che oggi in Parlamento siedono 150 inquisiti e 150 loro difensori e che se un tempo al ladro per sfuggire alla giustizia non gli restava altro che rendersi latitante oggi gli basta diventare parlamentare.
E se la democrazia ha delle regole e se queste regole vogliamo farle rispettare a dispetto degli intrighi di palazzo: come la legge elettorale denominata “porcellum” dal suo stesso ideatore e il finanziamento pubblico ai partiti che non tiene conto delle spese effettive ma va oltre favorendo in tal modo gli abusi e gli interessi personali, dobbiamo trasformare la chiamata alle urne come un castigamatti che incominci a penalizzare quei partiti che hanno ciurlato nel manico per ottenere, per lo meno, l’azzeramento di quella componente che i movimenti politici non sono riusciti ad estirpare. E si badi bene: non dimentichiamo che l’antipolitica porta tendenzialmente al non voto e ciò costituisce una beffa per il rinunciatario in quanto toglie l’incomodo al dissenso e moltiplica il consenso. Infatti se, diciamo, il 60% degli elettori vota e il 31% favorisce i soliti partiti costoro potranno dire di aver ottenuto il 51% dei consensi mettendo a tacere per sempre quel 40% che non è andato a votare, ma che se lo avesse fatto non avrebbe, di certo, fatto vincere gli indesiderati. E come si dice in questi casi: “riflettete gente, riflettete. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Dittatura del presente, paura del futuro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 marzo 2012

Roma venerdì 30 marzo alle ore 18.30 all’Institut français – Centre Saint-Louis, largo Toniolo 22 Marc Augé famoso antropologo francese per presentare il suo ultimo libroFUTURO, pubblicato da Bollati Boringhieri, occasione per parlare di uno dei temi centrali della modernità: il senso del tempo. Nell’incontro, organizzato in collaborazione con La Librairie française de Rome e l’editore, e con il sosotengo del Centre National du Livre, Marc Augé sarà intervistato dal filosofo Giacomo Marramao.
Nel mondo che conosciamo l’idea di futuro è ipotecata dalle carenze e dalle paure del presente. Sul futuro proiettiamo speranze di riscatto e attese di progresso; dal futuro temiamo qualche apocalisse. Forse, però, esiste un modo meno pregiudicato di guardare al tempo che verrà, liberandolo dai tanti chiaroscuri che finora si sono rivelati solo dei gravami, senza propiziare o sventare alcunché. Dopo tutto, il mito del futuro è speculare a quello delle origini. Da antropologo, Marc Augé ha dimestichezza con una pluralità di luoghi e di tempi, e proprio per questo sa riconoscere i nonluoghi e il nontempo che ogni giorno attraversiamo. Chi, come lui, è abituato a confrontarsi sia con la pienezza sia con la bassa intensità di senso, ragiona sul futuro da una prospettiva diversa: è l’eccesso di visione, di rappresentazioni precostituite che impedisce di concepire il cambiamento a partire dall’esperienza storica concreta. Con un vero colpo di ali, Augé coniuga scienza e futuro, ossia rimette in onore l’aspetto della scienza che più si discosta dalla tracotanza e dalla dismisura, e dai loro guasti planetari. Solo la sistematica messa in dubbio delle nozioni di certezza, verità e totalità permette infatti di rompere il cerchio magico che appiattisce l’avvenire su un eterno, allucinato presente.
Marc Augé, tra i maggiori africanisti dei nostri tempi, negli ultimi vent’anni è diventato una figura di riferimento anche per un’antropologia della tarda modernità. Nato il 2 settembre 1935 a Poitiers, già allievo dell’École Normale Superieure, è stato direttore degli studi presso l’École desHautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) dal 1985 al 1995. Dopo aver contribuito allo sviluppo delle discipline africanistiche ha elaborato un’antropologia della pluralità dei mondi contemporanei attenta alla dimensione rituale del quotidiano e della modernità. Ha inoltre focalizzato la sua attenzione su una serie di esperienze contemporanee che attraversano la progettazione urbanistica, le forme dell’arte contemporanea e l’espressione letteraria.

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Il cavaliere si identifica con il popolo

Posted by fidest press agency su domenica, 29 maggio 2011

Lettera al direttore “Dittatura: regime politico caratterizzato dalla concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale, che l’esercita senza alcun controllo” (Devoto – Oli). Da una parte, quindi, il dittatore o i dittatori, e dall’altra il popolo schiavo che subisce il loro potere. Nella dittatura secondo l’accezione berlusconiana, i dittatori in cui si concentra tutto il potere, esercitato senza controllo, sarebbero alcuni giudici comunisti, e il popolo schiavo sarebbe un solo cittadino: lui, il Cavaliere. (Attilio Doni)

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Berlusconi parla a Obama di “Pm dittatori”

Posted by fidest press agency su sabato, 28 maggio 2011

“Per l’ennesima volta il Presidente del Consiglio torna ad accusare la Magistratura, quel che ci fa sorridere è il fatto che Berlusconi non si renda conto che, in realtà, si prende in giro da solo”. Si esprime così Oscar Tortosa, responsabile per la Politica Interna dell’Italia dei Diritti, sul nuovo attacco ai ‘giudici di sinistra’ sferrato dal Premier, secondo il quale in Italia ci sarebbe la loro ‘dittatura’. Questa volta però il Cavaliere non ha lanciato la sua arringa dal palco di un comizio elettorale né da un salotto televisivo, ma lo ha detto a Barack Obama, in un colloquio privato di un paio di minuti, a margine dei lavori del G8 di Deauville. L’opinione pubblica grida allo scandalo. Il Berlusconi che prova a giocarsi la carta del ‘pericolo comunista’ con il presidente americano è, a detta di Tortosa, “come un bambino delle elementari che si rivolge alla maestra o a un compagno più grande sperando di fare bella figura”. Il responsabile per la politica interna dell’organizzazione extraparlamentare non rincara la dose: “Si tratta di un gesto mortificante in primis per sé stesso, visto che ha denunciato indirettamente di non aver potere, malgrado sia il presidente del Consiglio”. “In realtà – continua l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro – il Premier compie delle scelte ben precise, come quella di voler scampare al Referendum sul nucleare approvando il decreto omibus, con cui il governo si impegna a rendere definitiva la sospensione del programma sul nucleare”. Una via di fuga che lascia Tortosa con la bocca asciutta: “Intorno alle centrali girano miliardi di euro, ed il Cavaliere deve dare rassicurazioni ai suoi partner francesi”. L’esponente dell’Italia dei Diritti accende un faro sulla possibilità di una nuova strategia: “Forse è bene iniziare ad ignorare completamente il Cavaliere, è chiaro che ha delle difficoltà di natura comportamentale che non possono farci escludere il rischio di problemi di salute”. “Non voglio accusarlo di niente – sottolinea Tortosa, che però incalza – ma sorprende che un uomo della sua statura non si renda conto di quanti danni crei al paese e alla sua immagine accusando la Magistratura di tali nefandezze. Speriamo – conclude – di liberarci presto di questo Berlusconi, così da tornare a dare l’immagine di una Italia istituzionale, in grado di riproporsi alla pari con gli altri paesi internazionali”.

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Relazione pericolosa tra l’Italia e Regime di Gheddafi

Posted by fidest press agency su domenica, 27 marzo 2011

Di Giampiero Gramaglia e Luigi Garofalo. Siamo complici, con l’obbligo morale di riconoscere le nostre responsabilità. Giampiero Gramaglia e Luigi Garofalo ci costringono a farlo con questo libro. Un’inchiesta coraggiosa e illuminante che getta finalmente luce sugli intrecci di interessi inconfessabili esistiti tra l’Italia e il regime di Gheddafi. Giampiero Gramaglia e Luigi Garofalo ripercorrono con rigore le tappe che hanno portato al Trattato di amicizia con Gheddafi siglato dal Governo Berlusconi. Cosa ha legato l’Italia a una feroce dittatura, capace di reprimere nel sangue le rivolte dei propri cittadini? Attraverso la produzione di documenti originali, numerose interviste a imprenditori operanti in Libia e una minuziosa ricostruzione degli eventi degli ultimi anni, scopriamo che c’è stato molto più del bunga bunga dietro a questa relazione pericolosa.

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Dal sistema democratico al regime della maggioranza

Posted by fidest press agency su domenica, 20 febbraio 2011

Mentre il Sud del Mediterraneo  si infiamma contro i despoti che governano o hanno governato, l’Italia si incammina decisamente verso l’alterazione del sistema democratico in una regime individualistico a tutela e difesa del leader tanto dei suoi interessi privati che dei reati  di cui è chiamato a rispondere alla magistratura. Ma siamo sicuri di poter parlare ancora  con il linguaggio della vera democrazia? La distorsione culturale della democrazia  è la dittatura della maggioranza, quella che solo pochi decenni addietro si chiamava “regime”, che esclude ogni forma di dialettica interna ad ogni società civile e scaturisce, inevitabilmente, in una frattura insanabile tra governanti e popolo governato; è l’esaltazione della iniqua legge del più forte che impone le sue scelte. La prova che un sistema, inizialmente,  democratico vira verso il regime della maggioranza è data dal ricorso al “voto di fiducia” che il leader di una maggioranza pone su un libero esercizio di voto, per garantirsi che la maggioranza precostituita obbedisca agli ordini impartiti. Praticamente l’obbligo, per i rappresentanti del popolo, di tacitare la propria coscienza e mettere il cervello all’ammasso. Il voto di fiducia stronca sul nascere qualsiasi velleità di autonoma capacità di giudizio, di critica, di dibattito, è la negazione stessa della democrazia. Quando il ricorso a questo strumento diventa sistema di governo, significa che il concetto stesso di democrazia è giunto al fondo del barile. Non contano più nulla i principi dell’etica politica, contano solamente le decisioni di quel leader, peraltro senza alcuna autorevolezza, che impone le sue scelte, solo con l’autorità del potere,  non consentendo nessun diritto di critica o di replica o di libero esercizio della coscienza. La dispersione del sistema democratico e la sua trasformazione in regime della maggioranza, si materializza in eventi che non tengono in nessun conto gli interessi di quel popolo che ha legittimato quella maggioranza. Non c’è nessuna differenza tra il regime della maggioranza che decide unilateralmente di  aggredire un Paese con un proditorio attacco bellico in una guerra preventiva, e quello che impone scelte di governo che trascurano gli interessi del popolo, ma non quelli del leader. La differenza sta nella conta dei morti, ma nella sostanza i due comportamenti sono sovrapponibili, essendo entrambi frutto dell’arrogante uso del potere sostenuto da una occasionale e temporanea maggioranza. E’ la quotidiana tragedia alla quale stiamo assistendo: lo scontro di vertice provocato da interessi che nulla hanno a che vedere con il benessere dei popoli, che si tramuta in forme aggressive di belligeranza o di personale tornaconto.  Questa costante, dove il più forte vuole imporre la sua legge e il suo tipo di ordine, genera la tragedia della guerra, così come genera una medesima tragedia la scelta economica tornacontista che non tiene conto degli interessi della collettività e soffoca anche la parvenza della dissidenza invocando il voto di fiducia.  I “sordomunti” della politica, gli eletti dal popolo che non sanno imporre il diritto di critica, quelli che la dialettica spicciola popolare chiama “i peones”, avallano, con il silenzio, le scelte del o dei capi, salvando così il proprio diritto a un posto a tavola, dove vengono blanditi con i resti di un lauto pranzo e con gli avanzi del bottino,  premio di fedeltà  per avere tradito la propria Coscienza e con essa il mandato ricevuto. Tutto ciò genera un vincitore e un vinto; al centro, indistintamente confuso tra vincitori e vinti, sta il popolo sovrano, che sovrano non è più perché non chiamato a dirimere le controversie ed evitare gli abusi con libere elezioni; emergono solo le vittime di una tale dispersione democratica, incolpevoli soggetti sacrificali della logica del non-essere e del volere apparire. (Rosario Amico Roxas)

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Menia sul caso Battisti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 gennaio 2011

“Il diniego all’estradizione di Cesare Battisti rappresenta un fatto di oggettiva ed evidente gravità. È inammissibile che l’ex Ministro della Giustizia Genro abbia qualificato l’Italia come Paese antidemocratico. Ho una certa difficoltà a ricordare l’Italia di Moro e Andreotti e di Almirante e Berlinguer come una dittatura; ho altrettanta difficoltà a credere che l’Italia di oggi sia un Paese dittatoriale. Battisti è e rimane un efferato criminale, responsabile della morte di due appartenenti alle Forze dell’Ordine e di due semplici e onesti cittadini: Andrea Santoro, Andrea Campagna, Pierluigi Torregiani e Lino Sabbadin. In virtù di quel diritto internazionale evocato da Lula, la concessione dell’estradizione di un criminale straniero non è affatto un atto esclusivo e sovrano dello Stato che ospita il criminale ma, dopo la stipulazione di un accordo bilaterale in materia, diventa un problema che coinvolge in maniera biunivoca i due Paesi. In termini morali, oltre che giuridici, la presa di posizione a favore delle sorti di un ex terrorista rappresenta un grave vulnus nella memoria storica del nostro Paese. Non è un fuor d’opera ricordare che il Brasile già in passato aveva ‘protetto’ un altro terrorista: Achille Lollo, ex militante di Potere Operaio, condannato a 18 di reclusione per il rogo di Primavalle, nel quale persero la vita Mario Mattei, all’epoca segretario della sezione di Primavalle del MSI e i suoi figli Stefano di 10 anni e Virgilio di 22. Chiediamo, dunque, al Governo di promuovere ogni opportuna iniziativa affinché si possa pervenire all’estradizione di Battisti”. Quanto ha dichiarato l’on Roberto Menia, responsabile organizzazione di FLI, nel corso della discussione in Aula alla Camera sulle Iniziative volte all’estradizione di Cesare Battisti

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A proposito di dittatori

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 settembre 2009

Lettera al direttore. Caro direttore, alla Fiera del Tessile a Milano, il Cavaliere senza paura, nonché impavido torero, come si è definito, scherzando e ridendo, senza farlo apposta, ha detto la verità. Se io dico, infatti, non so, che la mia casa al mare (non ce l’ho purtroppo!) non è propriamente una villa, voglio dire che somiglia ad una villa, ha molto della villa, ma non è una villa. Significa che non lo è “in modo appropriato” (Devoto – Oli).  E lui, il torero senza paura, ha detto queste testuali parole: “Questa non è propriamente una dittatura”. Il che significherebbe che manca poco per esserlo. (Renato Pierri)

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Il vizio d’origine della politica italiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 agosto 2009

Editoriale Fidest. Con il passaggio dalla monarchia alla repubblica gli italiani hanno presentato il primo conto a chi avrebbe potuto evitare la dittatura fascista e non l’ha fatto. Il secondo, con l’avvento dell’Uomo qualunque inteso come antipartito, doveva essere il prezzo da far pagare a quei partiti che invece di coalizzarsi per contrastare il movimento fascista hanno continuato a dividersi e a litigare tra loro. A mettere, in quest’ultima circostanza, il bastone tra le ruote vi è stata la “paura” di finire dalla padella nella brace con l’avvento della dittatura comunista. Così gli italiani sono stati costretti a bere sino all’ultima goccia, dal calice che è stato loro offerto, un’amara bevanda. Ma il male non è venuto da solo. La Dc fu condannata a governare da sola lacerata al proprio interno dai franchi tiratori che riducevano alla loro mercé i governi che venivano costituiti, da alleati inconsistenti e non certo alternativi alla guida del Paese per via dei loro bassi consensi popolari. Così si consolidò quello che Fanfani aveva fin dal 1967 temuto con l’ampliarsi della corruzione, della formazione di vari comitati d’affari, dal voto di scambio e degli intrallazzi con la criminalità organizzata per il controllo del territorio. I politologi del poi definirono questo scenario con il termine molto soft di “democrazia bloccata”. A spezzare tale spirale poco virtuosa e molto equivoca vi furono due eventi di cui uno esterno ai nostri confini domestici con la caduta del muro di Berlino e il collasso dell’Urss e l’altro con il ripulisti organizzato dalla procura di Milano e che passò alla storia come “mani pulite”. La vecchia guardia dei partiti come il Psi e la Dc ne uscirono malconci e con una caduta verticale dei consensi popolari. Sembrò salvarsi dallo scempio solo il Pci. A questo punto il partito della sinistra italiana senza demeriti ma nemmeno meriti si ritrovò maggioranza nel Paese. Chi poteva sbarrargli la strada? Praticamente nessuno. Ma non era destino che dopo anni d’opposizione, ed anche di consensi popolari che in certe elezioni avevano portato il Pci ad avvicinarsi al quorum dei voti per permettergli di governare l’Italia, si aggiungesse allo scorno la beffa. Spuntò quasi dal nulla un nuovo partito dal nome suggestivo di Forza Italia e un uomo che il potere lo aveva visto solo per interposta persona. Quest’uomo giocò molto bene la sua carta con il supporto mediatico delle sue televisioni, che coprivano quasi per intero il territorio nazionale, e con la rottura di un tabù alleandosi con il Msi poi divenuto Alleanza Nazionale e guidato da un giovane colonnello: Gian Franco Fini l’allievo prediletto di Almirante. Ma la sua marcia, che poteva essere trionfale, fu intralciata da un altro alleato, la Lega di Bossi, che sul più bello fece lo sgambetto alla nuova coalizione e permise alla sinistra, che nel frattempo aveva allargata la sua area di alleanze con i “cattolici di sinistra” e la costellazione di sinistra integralista sempre divisa e litigiosa, di battere il nemico comune: il centro-destra. Si capì subito che Bossi aveva bisogno di tempo per fare chiarezza al proprio interno e per studiare bene con chi poteva allearsi per raggiungere al meglio i suoi obiettivi che erano quelli, se non proprio di uno stato del Nord spaccando l’Italia in due tronconi, almeno quello di una autonomia amministrativa e politica così ampia da compensare, in qualche modo, la rinuncia del suo fine primario e con l’aggregazione dei territori che riteneva i più importanti e ricchi del Paese: il Triveneto, la Lombardia, il Piemonte e la Liguria. In questa partita a poker si capì subito chi poteva essere il vincitore poiché il centro sinistra era ancora legato da logiche ideologiche e dalla presunzione di poter guidare il Paese alla vecchia maniera considerandola la più gradita all’elettorato. Berlusconi, invece, seppe pagare il silenzio alle accuse rivoltagli dai leghisti riguardo i suoi intrallazzi da palazzinaro e da patron mediatico e che furono, tra l’altro, messi nero su bianco sul giornale dei leghisti. Promise anche che sarebbe arrivato a soddisfare le richieste dei leghisti per le loro autonomie locali e dei posti chiave nel governo. Il resto è storia dei giorni nostri. E’ la storia che tutti noi viviamo mentre i debiti berlusconiani sono pagati e l’Italia rischia di generare se non divisioni territoriali una nuova ondata xenofobica rivolta non solo agli extracomunitari ma agli stessi italiani che non appartengono alla famiglia del nord. E quelli del Centro sud? Stanno facendo la fine dei classici pifferai che andarono per suonare e furono suonati. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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