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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 344

Posts Tagged ‘dittature’

Pagine di storia. Le due dittature: nazisti e fascisti

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 settembre 2019

Sembravano destinate a vivere insieme ricalcando gli stessi rituali politici, militari e d’immagine. Il fascismo, come lo fu anche per il nazismo, impose l’addestramento militare ai bambini e s’illuse di avere così trasformato l’Italia in una potenza militare di primo piano. La Germania, a sua volta, non si limitò alle grandi parate, ma aveva chiara l’idea che il suo posto nella storia poteva essere conquistato solo con la forza delle armi e per raggiungere un siffatto obiettivo era necessario avere un popolo preparato a dovere per tali cimenti.
Ciò non vuol dire, ovviamente, che il fascismo curasse solo la facciata. La prima palestra nella quale il Duce misurò la sua forza fu la conquista dell’Etiopia nel 1934.
L’anno successivo concluse con la Francia un patto contro la Germania e per la difesa dell’Austria. In quell’occasione Mussolini rimproverò alla Germania e al Giappone di tentare di dominare il mondo. Questa tattica gli permise di conquistare l’Etiopia senza che l’Inghilterra e la Francia intervenissero nel timore di gettare tra le braccia di Hitler il dittatore italiano.
Ma il cambiamento di rotta avvenne lo stesso. Nella notte del 6 maggio del 1939 Mussolini svegliò Ciano, suo genero e Ministro degli Esteri, che dormiva nella sua camera all’albergo Continental di Milano, per proporgli l’indomani stesso, durante il già fissato incontro con il ministro tedesco Ribbentrop, un’alleanza indissolubile che fu definita dalla propaganda fascista “patto d’acciaio” tra la Germania, l’Italia e il Giappone.
Taluni osservatori dell’epoca la ritennero un’iniziativa assunta in seguito allo scarso entusiasmo popolare per la visita in Italia del Ministro degli esteri nazista e che aveva profondamente infastidito Mussolini, anche perché la stampa francese vi aveva dato un notevole risalto.
Lo stesso Ciano non si aspettava quest’improvvisa decisione, dopo i tanti tentennamenti della vigilia. Sembrava un semplice incontro di routine tra due ministri degli esteri. Quella sera anche il menù fu ottimo ma frivolo (brodo ristretto, trota del Garda, filetto in crosta, fragole) e i commensali erano euforici e circondati da belle donne. Nulla lasciava immaginare che il Duce prendesse una tale decisione e così in fretta. Più realisticamente possiamo affermare che la causa scatenante risaliva al 15 marzo precedente, allorché i tedeschi invasero la Bosnia e sancirono, di fatto, la fine degli accordi di Monaco. Hitler aveva agito senza informare, se non a cose fatte, il suo “alleato” italiano, attraverso un messaggio orale recapitato dal principe d’Assia. In quell’occasione Mussolini non volle che la stampa ne fosse informata: “Gli italiani riderebbero di me, ogni volta che Hitler prende uno Stato mi manda un messaggio”. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: Il malessere che serpeggia nel popolo e gli stimoli offerti alle dittature nascenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 agosto 2019

Dopo la prima grande guerra ci troviamo con Stati soddisfatti, perché avevano beneficiato della sistemazione della pace e, pertanto, non aspiravano a rivendicazioni importanti e, con altri, che si ritenevano sacrificati. Tra costoro vi facevano parte sia i vincitori sia i vinti.
Pensiamo alla Germania, all’Italia e al Giappone. Dobbiamo poi aggiungere che di fronte a quest’opposizione prima latente e, in seguito, sempre più palese, fu fondamentale l’atteggiamento degli U.S.A. e dell’U.R.S.S. Da una parte prendevano piede le logiche capitalistiche con le sue cadute deteriori sul mondo del lavoro e del capitale dei singoli Stati e, dall’altra, la rivoluzione bolscevica faceva sentire la sua forza d’attrazione tra i ceti più umili e bisognosi di riscatto sociale.
Con la grande crisi del 1929 toccammo con mano il primo impatto negativo nel campo delle relazioni internazionali. Divenne una conseguenza diretta la logica del protezionismo doganale, dell’autarchia ovvero dell’isolamento economico per cercare di non lasciarsi coinvolgere dalle crisi degli altri. A questo riguardo il discorso da economico si fece ben presto politico. Diciamo che in questa situazione le democrazie segnarono un grosso limite. Non a caso, possiamo affermare, che in Germania la crisi economica e sociale, venuta dopo il 1929, fu più grave e profonda rispetto agli altri paesi europei. Vi erano tutti gli ingredienti per scatenare una crisi dell’intero sistema. Nello stesso tempo il regime parlamentare si mostrò incapace di prendere dei rimedi, e l’esecutivo non era da meno, sia pure con l’uso e l’abuso dei decreti-legge. L’opinione pubblica si convinse, alla fine, che un regime autoritario era il più indicato a stabilire e a imporre la via della ripresa.
Hitler a questo punto non fece altro che interpretare le attese e i timori della folla in seguito alle sofferenze della crisi economica. Egli seppe mettere, come rileva Edmond Vermeil, alla portata di tutti, grazie ad una forma suggestiva ed accessibile, delle idee che corrispondono a talune vecchie aspirazioni dell’anima tedesca: da Paul de Lagarde e da Houston Chamberlain riprese i fondamenti della dottrina razzista. Da Nietzsche ritrovò la concezione di élite politica. Da Ratzel e dagli altri teorici, del pangermanesimo, raccolse le nozioni di “spazio vitale”. Da qui nacque e si diffuse la bibbia hitleriana del “Mein Kampf”. (Riccardo Alfonso)

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Pagine di storia: Il malessere che serpeggia nel popolo e gli stimoli offerti alle dittature nascenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 agosto 2018

Dopo la prima grande guerra ci troviamo con Stati soddisfatti, perché avevano beneficiato della sistemazione della pace e, pertanto, non aspiravano a rivendicazioni importanti e, con altri, che si ritenevano sacrificati. Tra costoro vi facevano parte sia i vincitori sia i vinti.
Pensiamo alla Germania, all’Italia e al Giappone. Dobbiamo poi aggiungere che di fronte a quest’opposizione prima latente e, in seguito, sempre più palese, fu fondamentale l’atteggiamento degli U.S.A. e dell’U.R.S.S. Da una parte prendevano piede le logiche capitalistiche con le sue cadute deteriori sul mondo del lavoro e del capitale dei singoli Stati e, dall’altra, la rivoluzione bolscevica faceva sentire la sua forza d’attrazione tra i ceti più umili e bisognosi di riscatto sociale.
Con la grande crisi del 1929 toccammo con mano il primo impatto negativo nel campo delle relazioni internazionali. Divenne una conseguenza diretta la logica del protezionismo doganale, dell’autarchia ovvero dell’isolamento economico per cercare di non lasciarsi coinvolgere dalle crisi degli altri. A questo riguardo il discorso da economico si fece ben presto politico. Diciamo che in questa situazione le democrazie segnarono un grosso limite. Non a caso, possiamo affermare, che in Germania la crisi economica e sociale, venuta dopo il 1929, fu più grave e profonda rispetto agli altri paesi europei. Vi erano tutti gli ingredienti per scatenare una crisi dell’intero sistema. Nello stesso tempo il regime parlamentare si mostrò incapace di prendere dei rimedi, e l’esecutivo non era da meno, sia pure con l’uso e l’abuso dei decreti-legge. L’opinione pubblica si convinse, alla fine, che un regime autoritario era il più indicato a stabilire e a imporre la via della ripresa.
Hitler a questo punto non fece altro che interpretare le attese e i timori della folla in seguito alle sofferenze della crisi economica. Egli seppe mettere, come rileva Edmond Vermeil, alla portata di tutti, grazie ad una forma suggestiva ed accessibile, delle idee che corrispondono a talune vecchie aspirazioni dell’anima tedesca: da Paul de Lagarde e da Houston Chamberlain riprese i fondamenti della dottrina razzista. Da Nietzsche ritrovò la concezione di élite politica. Da Ratzel e dagli altri teorici, del pangermanesimo, raccolse le nozioni di “spazio vitale”. Da qui nacque e si diffuse la bibbia hitleriana del “Mein Kampf”. (Riccardo Alfonso)

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Le due dittature: nazisti e fascisti

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Sembravano destinate a vivere insieme ricalcando gli stessi rituali politici, militari e d’immagine. Il fascismo, come lo fu anche per il nazismo, impose l’addestramento militare ai bambini e s’illuse di avere così trasformato l’Italia in una potenza militare di primo piano. La Germania, a sua volta, non si limitò alle grandi parate, ma aveva chiara l’idea che il suo posto nella storia poteva essere conquistato solo con la forza delle armi e per raggiungere un siffatto obiettivo era necessario avere un popolo preparato a dovere per tali cimenti.
Ciò non vuol dire, ovviamente, che il fascismo curasse solo la facciata. La prima palestra nella quale il Duce misurò la sua forza fu la conquista dell’Etiopia nel 1934.
L’anno successivo concluse con la Francia un patto contro la Germania e per la difesa dell’Austria. In quell’occasione Mussolini rimproverò alla Germania e al Giappone di tentare di dominare il mondo. Questa tattica gli permise di conquistare l’Etiopia senza che l’Inghilterra e la Francia intervenissero nel timore di gettare tra le braccia di Hitler il dittatore italiano.
Ma il cambiamento di rotta avvenne lo stesso. Nella notte del 6 maggio del 1939 Mussolini svegliò Ciano, suo genero e Ministro degli Esteri, che dormiva nella sua camera all’albergo Continental di Milano, per proporgli l’indomani stesso, durante il già fissato incontro con il ministro tedesco Ribbentrop, un’alleanza indissolubile che fu definita dalla propaganda fascista “patto d’acciaio” tra la Germania, l’Italia e il Giappone.
Taluni osservatori dell’epoca la ritennero un’iniziativa assunta in seguito allo scarso entusiasmo popolare per la visita in Italia del Ministro degli esteri nazista e che aveva profondamente infastidito Mussolini, anche perché la stampa francese vi aveva dato un notevole risalto.
Lo stesso Ciano non si aspettava quest’improvvisa decisione, dopo i tanti tentennamenti della vigilia. Sembrava un semplice incontro di routine tra due ministri degli esteri. Quella sera anche il menù fu ottimo ma frivolo (brodo ristretto, trota del Garda, filetto in crosta, fragole) e i commensali erano euforici e circondati da belle donne. Nulla lasciava immaginare che il Duce prendesse una tale decisione e così in fretta. Più realisticamente possiamo affermare che la causa scatenante risaliva al 15 marzo precedente, allorché i tedeschi invasero la Bosnia e sancirono, di fatto, la fine degli accordi di Monaco. Hitler aveva agito senza informare, se non a cose fatte, il suo “alleato” italiano, attraverso un messaggio orale recapitato dal principe d’Assia. In quell’occasione Mussolini non volle che la stampa ne fosse informata: “Gli italiani riderebbero di me, ogni volta che Hitler prende uno Stato mi manda un messaggio”. (Riccardo Alfonso)

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Le riforme costituzionali

Posted by fidest press agency su martedì, 20 agosto 2013

Ancora una volta, in questi giorni, si celebra un rituale ben noto, almeno da venti anni, agli addetti ai lavori ed è messo in atto dai politici di oggi per la riforma della Costituzione italiana. E tutto questo accadde mentre essa ha compiuto 65 anni. Una nascita, a ben ricordare, non priva di contrasti, anche profondi, tra i nostri padri costituenti, tanto che ci vollero anni per renderla applicabile nelle sue parti più controverse. Ma una costituzione può durare mezzo secolo e restare d’attualità? Che cosa sono, in definitiva, questa manciata di anni rispetto alla esistenza uma-na e alle sue ben radicate tradizioni?
Se ci guardiano intorno ci accorgiamo che il XX secolo è stato il tempo dei più profondi ribaltamenti di posizioni che si siano mai verificati nel pas-sato. Tanto per cominciare siamo stati testimoni e vittime di due grandi e devastanti guerre mondiali e l’ultima è culminata, non dimentichiamolo, con l’assaggio degli effetti di un’arma distruttiva, quella ato-mica, che è stata capace di condizionare per anni le nostre scelte politiche ed ideologiche. Nel frattempo abbiamo avuto nella sola Europa quattro grandi dittature da Franco a Mussolini da Hitler a Stalin. Abbiamo visto nascere e consolidarsi il comunismo-leninismo e diventare una religione di stato con il suo socialismo reale e per settanta anni questa speranza/timore ha diviso il mondo intero. Poi di colpo tutto è crollato come un muro di terra e mattoni costruito sulla sabbia. Ma la rivoluzione, la vera grande mattatrice del nostro tempo, è un’altra e la stiamo vivendo con grande affanno: è quella tecnologica. Qui poggiano i limiti di tutte le costituzioni del mondo vecchie e meno centenarie, di tutte le regole che faticosamente ci siamo imposte nel nostro vivere comune. E’ un qualcosa che non riusciamo ancora a ben definire, ma che sta modificando in profondità il nostro modo di vivere. Ed è proprio questa la considerazione che dobbiamo trarre allorché siamo chiamati a decidere se alcune “regole” costituzionali siano diventate ob-solete o meno. Lo possiamo agevolmente notare sul piano dei rapporti politico/economici quando gli umori degli uni incidono sui comportamenti degli altri, sul sistema delle comunicazioni quando il filtro delle notizie è affidato al libero mercato degli affari ed ancora sugli effetti che possono derivare sul fronte di talune devianze ideologiche nei confronti di chi ha meno soli-de tradizioni culturali e di costume.
Proprio per questo motivo la costituzione è chiamata soprattutto a pronunciarsi sui principi, in al-tre parole su regole di comportamento più generali e di indirizzo lasciando poi alle leggi specifiche una sua adeguata regolamentazione e all’occorrenza permutabilità e soprattutto con procedure meno “so-lenni”. Se questo è il punto che intendiamo fissare ri-tengo che la parte più debole della costruzione costi-tuzionale vigente sia proprio quella “politica” rivolta alle scelte di governo del Paese e del come amministrarlo. Cosa ci aspettiamo ora da una costituzione che deve in primo luogo prendere atto dell’esistenza di un disegno “comunitario” volto alla perdita di una propria identità nazionale per sposare quella europea da una parte e regionale dall’altra? Quale utilità potrà assumere un Parlamento nazionale che diventasse solo un pallido riflesso di una “autorità” che gli è al di sopra con il Parlamento Europeo e al di sotto con quello regionale?
Ci sembra di vedere la stessa inutilità che esiste nel tenere in piedi le amministrazioni provinciali schiacciate come sono dalle realtà comunali sempre più autonome e decisive nel governo del territorio ad esse affidato e da quelle regionali che si muovono più agevolmente tra consorzi e associazioni ambientali, tra istituti di ricerca ed università, tra assetti territoriali più omogenei e caratterizzanti un certo modo di essere e di agire localmente.
E’ questo, ovviamente, l’alto profilo d’indiriz-zo che si chiede ad una norma costituzionale e cioè di capire e far capire che non è tanto il modo come andare a votare quello che conta ma ciò che si intende ottenere su un piano più generale e, per intenderci, essere un qualcosa che esula da una sem-plice contesa di “potere” volta ad assegnare agli uni, in luogo degli altri, le leve di comando.
Abbiamo una serie di bellissimi concetti quali: libertà, giustizia, eguaglianza, ma chiunque si accorge che la loro portata concreta è inferiore all’attesa; essi costituiscono la luce che illumina il cammino dei pensatori, degli statisti, degli educatori, ma in concreto la realizzazione che ne viene è sempre molto limitata ed imperfetta, e il nostro sguardo si posa colmo di speranza sul futuro, ma anche timoroso. Quindi esistono dei concetti che bisogna mantenere in vita, anche se la loro realizzazione è attuabile solo in diverse condizioni, perché togliere ad essi la loro attualità significherebbe eliminarli anche nel fu-turo. Si prenda, ad esempio, il concetto di eguaglianza. Oggi il significato è di carattere politico nel senso che non esistono, non sono ammissibili privilegi ufficiali e, soprattutto, di carattere giuridico.
L’affermazione che la legge è uguale per tut-ti, quale ne sia in effetti la sostanza concreta, pone una premessa molto chiara e precisa alla organizza-zione e allo svolgimento della vita associata. Ci rendiamo, però, conto che la eguaglianza, a prescindere dai diritti fondamentali, al di fuori del campo costituzionale, ha avuto un’attuazione molto modesta.
Ciò perché il principio astratto non è riuscito ad informare e permeare completamente di se la realtà concreta. Tanto per essere chiari, vediamo che uguali non siamo, nella realtà umana, sociale, culturale. L’integro funzionario, o il ricercatore instancabi-le, il serio professionista, non possono sentirsi eguali al disadatto sociale, al criminale, al mentecatto, né obiettivamente, secondo la logica esistenziale, lo so-no. Nonn di meno se pure oggi non siamo effettivamente uguali, dobbiamo diventarlo. Fino a che tale traguardo non si raggiunge, ognuno cercherà di porre delle barriere tra se e gli altri, di selezionare le proprie compagnie, di creare dei club esclusivi. E’ ciò che dobbiamo evitare.(Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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La narcosi della politica italiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 Mag 2011

Una narcosi intesa come torpore che lascia al risveglio uno stato tra la rassegnazione e indifferenza. E’ quanto si sta verificando in questi giorni, ma che ha un back ground più distante nel tempo. Questa tendenza è frutto di un calcolo, di un processo di annichilimento delle volontà, nell’individuale e nel collettivo, che funge da succedaneo alle dittature non più riproponibili, almeno con i vecchi sistemi. I segnali sono evidenti. Li riscontriamo con il circa 40% dell’elettorato che diserta le urna. Lo notiamo in quanti restano nelle proprie nicchie nell’ambito della famiglia o al massimo nella vita di parrocchia. Lo registriamo nei comportamenti passivi di fronte ai grandi temi sociali e culturali.
Faceva osservare in proposito Domenico Pompili nel suo libro “Il nuovo nell’antico” (Edizioni Paoline): “La narcosi, per Mc Luhan, ci rende servomeccanismi dei sistemi che noi stessi abbiamo costruito e ci trasforma in “idioti tecnologici”, talmente immersi in uno stato onirico ed euforico, in cui la tecnologia sembra realizzare magicamente tutti i nostri sogni, da non renderci conto dei rischi che questo stesso ambiente comporta e da non saperne cogliere pienamente le opportunità, cosa che riesce solo se si è ben svegli.”
Manca in noi l’esigenza del “vigilare” non per precludere i indiscriminatamente un accesso agli estranei di una cultura secolarizzata in cui siamo immersi e siamo incapaci di comunicare se non agli addetti ai lavori. Vigilare per quei valori condivisi che formano la cultura dell’individuo e di un popolo e ne distinguono i caratteri. Ma come possiamo farlo se si abbassano i contenuti e si svilisce lo stesso significato della verità che si declassa con il subire processi di appropriazione e impoverendo, di conseguenza, la capacità di significare una rigenerazione e di indicarci insieme un significato e una direzione nel dare alla nostra esperienza un nome e una forma che ci aiutino ad orientare in modo consapevole la nostra esistenza in mezzo a ciò che ci accade? E’ questo il pericolo latente che oggi si manifesta con le esternazioni di chi dovrebbe svegliarci per renderci sempre più consapevoli del valore della vita nel suo impegno quotidiano ed invece ci addormenta con un sentire debole. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Le dittature di famiglie

Posted by fidest press agency su sabato, 26 febbraio 2011

La costante che  ha legato insieme i regimi che hanno governato la Tunisia, l’Egitto e la Libia, è la pretesa ereditarietà del potere, per proseguire nell’operazione di arricchimento del clan trafugando le risorse al popolo governato. In Tunisia era la moglie di Ben Alì a dominare la scena politico-economico-affaristica con l’opzione di inserimento ai vertici del potere. In Egitto e Libia sono stati  i figli a contendersi l’eredità, arraffando pezzi di potere. Sono crollati con la rivolta di piazza; resiste la Libia con l’accanimento crudele di  stermini che vorrebbero terrorizzare la popolazione e riportarla al gregge, ma si tratta solo di un prolungamento che aggrava la posizione personale dei responsabili  che dovranno rendere conto non solamente del passato ma dei crimini contro l’umanità perpetrati in questi giorno. Noi non abbiamo nessun diritto di meravigliarci. Cambia il metodo ma si tende verso un analogo risultato. Invece di sparare sulla folla si legifera in forza di una maggioranza ottenuta con la logica dell’appartenenza ad un clan. Quanto alla ereditarietà anche in Italia non siamo da meno; il fatto stesso che viene ipotizzata la “discesa” in politica della figlia del premier Marina, ci conduce  nell’alveo delle “dittature familiari” a tutela e mantenimento  del patrimonio conquistato. Sfora nel patetico l’imitazione del metodo operata da Bossi che vorrebbe nominare il figlio Renzo come legittimo erede e sovrano della Padania, a dimostrazione dell’interesse privato che trasforma una democrazia in regime della maggioranza, (Rosario Amico Roxas)

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