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La politica che non ha età ma si misura sull’età

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 settembre 2018

Editoriale fidest. In questi giorni si sta accentuando il discorso sui giovani che vogliono entrare in politica e assumere da subito posizioni apicali, nell’organigramma partitico, e sugli “anziani” che sono prodighi di consigli e di aperture al dialogo ma tendono ad allungare i tempi d’attesa. A questo punto la società non sembra solo divisa tra ricchi e poveri e donne e uomini ma anche per età anagrafica, colore della pelle, fede religiosa, campanile e quanto altro. Praticamente su tutto. Ma l’aspetto che va più evidenziato è proprio quello tra giovani e anziani. Le logiche consumistiche della nostra società capitalista sembrano marciare proprio su questo divario e ad accentuarne la conflittualità. Il tutto dipende dalla tensione che si esercita nei riguardi di chi finalizza la sua ragion d’essere nella possibilità di acquisire benessere e ricchezza e conviene che può farlo solo se la sottrae agli altri in quanto la torta è quella che è e non basta per tutti. Gli anziani a questo punto rappresentano quel di più che si vorrebbe escludere prefigurando la prima grossa contraddizione tra i ritrovati della scienza che prevedono l’allungamento della vita, oltre i cento anni, e chi considera l’ultra sessantenne un costo eccessivo per la comunità in quanto esce dal mondo del lavoro, non produce ma richiede risorse assistenziali e previdenziali che gli accorti mestatori lasciano intravedere come un modo per rendere ai giovani la vita più difficile. Il rischio più evidente è che queste idee possono, alla fine, condurci a soluzioni radicali come l’eutanasia, l’emarginazione, l’esclusione sociale, l’isolamento e la povertà estrema per tutti coloro che si pongono nell’immaginario giovanile come un costo per la società e in primo luogo gli anziani, gli invalidi, i diversamente abili. Questo modo di vedere trasforma la nostra società in homo homini lupus. Il più forte, il più dotato, il figlio di una razza eletta, l’adepta di una certa religione in luogo di un’altra, l’appartenenza a una etnia che riesce a predominare sulle altre, le fortune finanziarie di una casta rappresenteranno la forza vincente sulla maggioranza degli anonimi che vanno sfruttati e per quel che rimane gettati nell’immondezzaio. Segni premonitori li avvertiamo un po’ ovunque e per quanto riguarda gli anziani sono più evidenti poichè il problema è alquanto recente. Da circa 30 anni, infatti, la speranza di vita continua ad allungarsi dopo che per decenni era rimasta stazionaria. Dobbiamo, a questo punto, prima che si raggiunga il punto di non ritorno, ingegnarci a trovare un nuovo rapporto generazionale e una cultura della solidarietà diversa dagli attuali parametri. Il primo aspetto, a mio avviso, sarebbe quello di una rimodulazione dell’attività lavorativa assegnandola secondo l’impegno che si richiede. Prendo ad esempio il giocatore di calcio professionista. A 35 anni gli toccherà appendere gli scarpini al chiodo ma non per questo possiamo definirlo un “pensionato”. Si cercherà un altro lavoro. Se generalizziamo questo aspetto dobbiamo pensare che vi sono lavori più congeniali per i giovani e meno per gli altri e lo stesso discorso vale per gli ultrasessantenni. D’altra parte non si può pensare che a 65 anni, se si resta in buona salute, e non sono pochi coloro che possono essere inquadrati in questa casistica, il loro destino è quello di scaldare le panchine dei giardini pubblici. Occorre, a costoro, offrire altre opportunità lavorative, altri interessi, altri modi di rendersi utili nella società. La politica, a questo punto, deve saperne trarre le conseguenze nel rapporto giovani-anziani facendo emergere non un primato anagrafico ma un primato della partecipazione corale, di una evoluzione della società verso i reali obbiettivi che deve perseguire, indistintamente, e che si possono chiamare con un solo nome: solidarietà verso tutti nessuno escluso e ciò significa essere meno ricchi e più disponibili, meno egoisti e più aperti ai bisogni e alle attese di coloro che sono meno fortunati di noi. Su questi temi, e non su quelli surrettizi, che possiamo parlarne per costruire una società che non si misura su logiche di possesso ma sul senso che intendiamo dare alla nostra vita e il messaggio che intendiamo lasciare ai posteri che è un segnale di amicizia e di amore per il nostro prossimo e tutto sommato anche nei nostri confronti. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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La divisione dei ruoli tra i poteri dello Stato: tra il dire e il fare

Posted by fidest press agency su martedì, 25 luglio 2017

cassazioneMolto è stato teorizzato a livello accademico e culturale sulla divisione dei poteri in uno stato moderno. Pensiamo al potere politico, a quello giudiziario a quello dell’esecutivo. Negli anni novanta in Italia le degenerazione della sua classe politica portò alla ribalta il potere giudiziario e che entrò quasi come un ciclone nelle aule parlamentari mettendo in luce una rete diffusa di corruzioni che alla fine coinvolse gli stessi partiti politici più rappresentativi. Probabilmente questa “mossa” si poteva realizzare anche prima se l’italia, in particolare, non fosse stata “sotto tutela” per via dell’esistente conflittualità permanente tra i due blocchi: quello occidentale ed il comunista. Ma ciò che accadde in seguito fu sorprendente. Uno degli “sponsor” di un partito “chiacchierato”, pensò bene, per evitare un “vuoto di potere” che avrebbe potuto pregiudicare i propri interessi, di scendere in campo fondando ex novo un proprio partito. E tutto questo fu possibile perché da una parte fu tolta la pregiudiziale nei confronti del partito di Destra già di Almirante e poi di Fini e, dall’altra, erano ancora forti i timori di una certa opinione pubblica nei confronti del massimalismo di stampo comunista. A distanza di molti anni con chi dovremmo ancora prendercela se resta l’anomalia italiana di un lobbista che si trasforma in politico e, dall’interno, opera per le sue convenienze mentre altrove i lobbisti sono lasciati in anticamera e sono sovente diluiti con l’interesse generale del Paese? In queste circostanze la vittima ideale resta “il popolo sovrano” perché si è lasciato prendere la mano dai facili entusiasmi, perché continua a sognare la luna nel pozzo, perché non si è reso conto che le ideologie stanno lasciando il posto a gruppi d’interesse in vario modo organizzati e che, in aggiunta, hanno scoperto che si possono ottenere molte più cose se si fonda un partito o si va alla conquista di uno esistente e si sostengono dall’interno i propri interessi. Un esempio classico lo abbiamo con circa 20 milioni di pensionati che sono diventati le vittime di turno per i sacrifici che il paese deve sostenere perché la classe politica non ha saputo fare il proprio dovere, al momento giusto, ed ora la cambiale è, comunque, andata in pagamento e tocca sempre alla parte più debole del paese onorarne il debito. E’ ora che tutti noi vediamo restituita alla politica il suo ruolo di guida, di mediazione, di sostegno all’interesse generale, di suscitare nel lobbista il rispetto per le legittime aspettative di chi ha pagato un prezzo molto alto per il proprio Paese. E il rispetto si chiama votare al momento giusto per la causa giusta. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi politici ed economici della Fidest)

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