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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 27

Posts Tagged ‘docenti’

Scuola: Reclutamento di docenti e ata, Anief chiede soluzioni urgenti per l’emergenza

Posted by fidest press agency su domenica, 26 gennaio 2020

Dopo l’incontro con la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, il presidente del giovane sindacato, Marcello Pacifico indica le linee guida: “Call veloce estesa alle graduatorie d’istituto provinciali, si sblocchino le assunzioni per personale amministrativo, tecnico e ausiliario”
Il giorno dopo l’incontro al ministero dell’Istruzione tra Lucia Azzolina, titolare del dicastero, e le delegazioni dei sindacati rappresentativi, idee chiare in casa Anief. A esprimerle è il presidente nazionale Marcello Pacifico, intervistato dal quotidiano on line Linkiesta: «Il ministro – sottolinea – si è impegnato sul lancio di specifici tavoli. Attraverso il concorso straordinario avremo 25mila assunti a settembre, ma ricordiamo come quest’anno toccheremo il record di 170mila supplenti. Per questo abbiamo chiesto al ministro di usare il meccanismo della chiamata veloce, estendendolo alle nuove graduatorie di istituto provinciali che saranno usate per stabilire le supplenze. In attesa che i concorsi abbiano seguito, cosa che non sarà veloce, almeno riusciremmo a reclutare gli stessi precari chiamati dalle graduatorie di istituto». I concorsi da soli non bastano. «Deve essere una scelta politica – puntualizza il leader di Anief – secondo noi quella che suggeriamo è l’unica soluzione per rispondere all’emergenza del precariato».Il personale scolastico necessario a far funzionare la macchina dell’istruzione non si limita a quello docente, e anche qui i problemi non sono da meno: «Per il personale Ata – argomenta nel corso della stessa intervista – abbiamo chiesto di risolvere il problema dei precari amministrativi, che da anni sono chiamati nelle nostre scuole. Abbiamo quindi richiesto un impegno a sbloccare queste assunzioni»

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Scuola: Docenti, sono 18 ore a settimana di lavoro extra non riconosciuto

Posted by fidest press agency su sabato, 25 gennaio 2020

Alla fine un insegnante, secondo uno studio autorevole pubblicato a Trento, lavora più di ogni dipendente pubblico. Per l’ARAN, infatti, un distacco sindacale equivale a 1.572 ore, ma un docente lavora fuori e dentro la scuola altre cento ore in più. Almeno. Ma con una paga inferiore rispetto ai dipendenti di enti locali e centrali, nonostante il delicato compito che rivestono. Dieci punti, comunque, sotto l’inflazione cresciuta negli ultimi dieci anni. La metà a fine carriera di un collega delle superiori in Germania con un terzo in meno di anni di contributi.L’orario di servizio “frontale” con gli alunni quasi la metà del tempo di lavoro medio che ogni affronta intra et extra moenia: nel tempo “invisibile”, le ore di programmazione, correzione dei compiti, aggiornamento, colloqui con le famiglie, consigli di classe, scrutini, collegi e tutto quel lavoro sommerso che gli addetti ai lavori però conoscono molto bene. Un impegno che si aggira sulle 14 mila euro annue.
“Ecco perché – dice Marcello Pacifico, leader Anief – bisognerebbe prevedere almeno 4 miliardi da destinare ai dipendenti della scuola, che corrispondono ad aumenti medi netti mensili di 240 euro. Solo a quel punto – superata la proposta attuale di fermarsi ai 70 euro di incrementi mensili già finanziati – potremmo dire che gli stipendi saranno adeguati al lavoro profuso, compreso quello extra, e alla media dell’Ue, rispetto alla quale si continua a registrare un gap notevole, perché a fine carriera c’è un disavanzo di mille euro medi mensili”
“Lavorate 18 ore e godete di 3 mesi di vacanza”: è quello che si imputa ai docenti italiani della scuola secondaria. Nulla di più falso, perché alle ore in classe si sommano una montagna di impegni collegiali, di preparazione delle lezioni e dei compiti, di correzione, di formazione. A dimostrarlo sono i calcoli effettuati dalla giunta provinciale dell’Alto Adige – rilanciata in queste ore da Orizzonte Scuola – che ha commissionato una ricerca, con oltre 5 mila docenti interpellati, dalla quale risulta che i nostri insegnanti lavorano “circa 1.643 ore annue, circa 36 ore a settimana per 45 settimane”. Secondo lo studio, i docenti di ruolo sono impegnati 1.660 ore in un anno, mentre i supplenti 1.580 ore. Coloro che maggiormente svolgono lavoro sommerso sono proprio “i docenti delle scuole superiori, con 1.677 ore annue totali. I prof della media lavorano 1.630 ore. Gli uomini lavorano un po’ di più (hanno meno impegni casalinghi), 1.648 ore, le donne 1.639 ore in un anno”.

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Scuola: Docenti assunti fermi 5 anni

Posted by fidest press agency su sabato, 18 gennaio 2020

Obbligare un docente a rimanere un lustro nella stessa scuola serve a dare stabilità e a riportare normalità nella scuola: lo sostiene in un video su Facebook la sottosegretaria Anna Ascani (Pd), che ha così risposto ai docenti che contestano il vincolo quinquennale relativo alla mobilità, introdotto dal Decreto Scuola, convertito nella Legge 159/2019 ed entrato in vigore il 19 dicembre scorso.
Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, spiega ad Orizzonte Scuola che per introdurre certezze e normalità nella scuola “non ci si deve allontanare dalla Costituzione e dal diritto alla famiglia, specie quando si inventano delle procedure nazionali che portano un lavoratore a essere assunto in una regione molto lontana dalla sua residenza. Occorrono delle procedure di riavvicinamento al proprio territorio più semplici piuttosto che dei blocchi. Tutto questo non è poi giustificato da esigenze legate allo svolgimento del proprio lavoro”.
La sottosegretaria Anna Ascani (della corrente Energia Democratica del Pd) spiega i motivi del blocco quinquennale imposto dai docenti che verranno immessi in ruolo a partire dalla prossima estate.“Il provvedimento inserito nel Decreto Scuola – spiega la sottosegretaria – serve a dare stabilità. Da un lato abbiamo voluto la stabilità degli insegnanti che garantiscono la qualità del sistema scuola, dall’altro assicurare agli studenti che non cambieranno insegnante ogni anno, ma che potranno avere dei riferimenti stabili. Ai 50mila docenti in più (24mila dal concorso straordinario e 24mila dal concorso ordinario) chiediamo dunque lo sforzo di restare su quelle cattedre per cinque anni. È un patto tra l’insegnante e lo Stato, per dare stabilità. D’altronde – conclude la sottosegretaria – è proprio quanto detto dalla Ministra Azzolina: non faremo grandi riforme, ma vogliamo dare alla scuola la normalità che purtroppo è mancata”.
Orizzonte Scuola ricorda che il vincolo quinquennale applicato ai neo-assunti è stato introdotto dal comma 17-octies del Decreto Scuola, il quale “stabilisce che i docenti a qualunque titolo destinatari di nomina a tempo indeterminato possono chiedere il trasferimento, l’assegnazione provvisoria, l’utilizzazione in altra istituzione scolastica o ricoprire incarichi di insegnamento a tempo determinato in altro ruolo o classe di concorso solo dopo 5 anni scolastici di effettivo servizio nella scuola di titolarità. Tale previsione si applica a decorrere dalle immissioni in ruolo disposte per l’anno scolastico 2020-2021”.

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Scuola: Stipendi, se passa il taglio del cuneo fiscale aumento di 80 euro per un milione di docenti e Ata

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 gennaio 2020

Si intravede uno squarcio di luce per gli stipendi dei dipendenti, in particolare per quelli della scuola che percepiscono tra i redditi più bassi sia rispetto ai colleghi d’oltreconfine sia all’interno del comparto pubblico: i tecnici del Mef starebbero lavorando al decreto attuativo per il taglio del cuneo fiscale, con possibili estensioni dei beneficiari dagli attuali 26.600 euro fino a coloro che percepiscono redditi superiori a 35 mila euro e forse anche di più. Per fine settimana potrebbe già esserci l’incontro con i sindacati.Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, accoglie positivamente la possibilità di incrementare gli stipendi attraverso tale modalità, a patto però che “siano garantiti all’interno del rinnovo del contratto, quindi non come una concessione transitoria legata al Governo di turno. Poiché siamo tutti d’accordo sull’indispensabilità di tale incremento, è bene che diventi permanente e quindi strutturalmente inglobata nelle buste paga dei dipendenti. È bene anche che lo si faccia subito, stanziando le risorse nel Documento di Economia e Finanza di primavera”L’operazione del taglio del cuneo fiscale potrebbe stavolta riguardare molti più lavoratori rispetto alla platea ristretta prevista durante il Governo Renzi.

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Scuola: Educatori, docenti a tutti gli effetti ma il Miur fa finta di non saperlo

Posted by fidest press agency su domenica, 12 gennaio 2020

Gli educatori che operano nei convitti nazionali statali italiani sono giuridicamente insegnanti: sono inquadrati come tali, hanno una loro classe di concorso, costituiscono anche un’importante figura di referenza educativa, di supporto e sostegno nello studio, unica nell’intero panorama scolastico italiano. Tuttavia continuano a essere considerati una categoria a parte: spesso vengono anche dimenticati dell’amministrazione, che negli ultimi anni verso gli educatori è stata capace di produrre un ingiustificato blocco delle assunzioni, l’assurda esclusione dalle GaE della primaria, come dal bonus di 500 euro per l’aggiornamento professionale, e anche da diverse tornate di immissioni in ruolo. Anief non ci sta e presenta pubblicamente delle proposte costruttive che nel corso dell’anno porterà ai tavoli di contrattazione, al fine di cancellare questo trattamento discriminante e introdurre importanti novità per la categoria all’interno del nuovo Contratto collettivo nazionale di lavoro. Nella scuola italiana operano delle figure professionali preziosissime, ma inspiegabilmente poco considerate. Come gli educatori dei convitti nazionali statali.Anief, che da anni denuncia la discriminazione nei loro confronti, non si stancherà mai di ricordare alla parte pubblica che l’inquadramento degli educatori è equiparato, in tutto e per tutto, ai docenti della primaria. Questo, è stato stabilito dal Dpr 417/74 (art. 121), ma anche attraverso diverse espressioni della Corte del Conti e del Tar del Lazio. Non è un caso che esista la classe di concorso di appartenenza del personale educativo: la L030 “Pedagogia e didattiche speciali dell’insegnamento, ordine scuola PPPP”, collocata dall’art. 3 del Dpr 23 agosto 1988 n. 399 nell’area funzione docente” e finalizzata alla formazione ed educazione degli alunni convittori e semiconvittori.
La mancata considerazione verso gli educatori dei convitti si riscontra pure nel testo della Legge 107/15, dove dopo che la figura è stata emarginata per 115 commi, si legge che “il personale docente ed educativo è sottoposto al periodo di formazione e di prova, il cui positivo superamento determina l’effettiva immissione in ruolo”. E, ancora, nel comma 117, dove si spiega che “il personale docente ed educativo personale educativo, in periodo di formazione e di prova è sottoposto a valutazione da parte del dirigente scolastico”. Infine, il personale educativo riemerge anche quando nella Buona Scuola si parla di vincolo triennale per i trasferimenti.

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Concorso docenti di religione cattolica, i vescovi rompono il silenzio

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 gennaio 2020

Il sindacato Anief, invece, insiste nel chiedere una procedura riservata e rilancia: i 3 mila idonei mai assunti in questi dieci anni hanno diritto alla retroazione giuridica. Anche la Chiesa Italiana si dice preoccupata per “il disagio in cui versano tanti insegnanti di religione cattolica”: la Conferenza episcopale italiana esce allo scoperto, dando il suo assenso all’autorizzazione – arrivata con l’art. 1 bis della Legge 159/2019 – a bandire, entro l’anno 2020, un concorso per la copertura dei posti per l’insegnamento della religione cattolica, asserendo di avere “seguito con attenzione lo svolgimento del dibattito parlamentare, apprezzando lo sforzo per raggiungere un traguardo desiderato da più di 15 anni”. Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief: “Avere negato il concorso straordinario, significa discriminare 20 mila insegnanti soltanto perché insegnano una materia specifica, la religione cattolica: le indicazioni dell’Unione Europea ai Paesi membri sull’esigenza di non discriminare i precari che abbiano svolto almeno 36 mesi di supplenze o i cittadini per motivi religioni sono chiare. Nella loro condizione, di esclusi, ci sono anche altri lavoratori che, allo stesso modo, hanno subìto un danno da questo decreto salva precari: come i collaboratori scolastici, i Dsga, i maestri della scuola dell’infanzia primaria, gli educatori, i dottori di ricerca e i tanti docenti esclusi dal concorso straordinario”. Con una Nota ufficiale, la Conferenza episcopale dice la sua sul testo pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 28 dicembre scorso, riguardante il concorso dei docenti di religione cattolica da svolgersi nel corso del 2020, dopo il via libera del Senato. La Cei rinnova “la propria disponibilità a collaborare all’elaborazione del Bando di concorso in dialogo con il Ministero dell’Istruzione e con i Sindacati, a sostegno degli insegnanti di religione cattolica italiani e per il bene della comunità scolastica. L’auspicio è che quello che si apre possa essere un percorso fruttuoso che, accanto all’ascolto delle diverse esigenze e al rispetto per le varie posizioni, trovi il modo di valorizzare la preparazione e le competenze degli insegnanti di religione, molti dei quali in servizio da tanti anni”. I vescovi ricordano che la religione cattolica “è una disciplina scolastica molto apprezzata: pur essendo facoltativa, se ne avvalgono più dell’86% degli studenti italiani per il suo carattere culturale ed educativo, capace di accompagnare il cammino di crescita delle ragazze e dei ragazzi di oggi. Proprio le peculiarità di questa disciplina saranno lo stimolo per costruire un itinerario concorsuale che sappia valorizzare gli insegnanti che, con passione e generosità, si impegnano a superare i problemi quotidiani, ma anche difficoltà dovute ai pregiudizi e a una normativa spesso poco conosciuta. Alcuni di loro saranno chiamati ora ad affrontare una prova per l’assunzione a tempo indeterminato da parte dello Stato. La Legge 159/2019 – conclude la Cei – prevede che una quota non superiore al 50% dei posti sia riservata ai docenti che abbiano svolto almeno tre annualità di servizio, oltre che lo scorrimento delle graduatorie per chi ha superato il concorso del 2004, ma non è ancora entrato in ruolo”.

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Scuola: Concorsi per docenti delle superiori, i bandi a inizio febbraio per 48 mila posti

Posted by fidest press agency su sabato, 28 dicembre 2019

Anief li impugnerà per tutti gli esclusi, mentre gli altri sindacati rappresentativi sospendono lo stato di agitazione dopo la conciliazione al Miur contenti delle misure approvate nel decreto scuola, il 28 prossimo in gazzetta ufficiale. Per il giovane sindacato rimane prioritaria l’apertura delle GaE e il reclutamento dei precari dalla seconda e terza fascia delle graduatorie di istituto provinciali per superare il precariato. Per Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “l’avvio dei concorsi ordinari e straordinari con il sistema infernale delle otto graduatorie non basterà a cancellare la supplentite e arrestare le richieste di risarcimento che piovono nei tribunali del lavoro per l’abuso dei contratti a termine”. Si parla anche di reclutamento degli insegnanti della scuola secondaria superiore tra i punti stabiliti nell’accordo di conciliazione stipulato lo scorso 19 dicembre tra sindacati firmatari di contratto e ministro dell’istruzione. Durante l’incontro, al quale ha partecipato anche l’Anief in qualità di sindacato rappresentativo, senza firmare, sono stati assunti dal ministro precisi impegni circa il calendario di organizzazione delle nuove procedure concorsuali con un tavolo specifico già al rientro delle vacanze, come riporta Tuttoscuola, insieme a quello sui percorsi di abilitazione. Nel verbale di conciliazione si parla di tavoli politici, termine che ha suscitato la soddisfazione di tutte le sigle firmatarie di contratto, come se non sapessero che sia per legge che per opportunità politica le parti sociali sarebbero state comunque chiamate a esprimere il proprio parere sugli atti da approvare. Lo stesso concetto vale per gli altri tavoli politici che partiranno a gennaio, in raccordo col negoziato presso la Presidenza del Consiglio, per il rinnovo del CCNL di comparto, con diverse questioni oggetto del confronto: rinnovo del CCNL, contrasto alla precarietà, nuovo sistema per le abilitazioni, passaggio dei facenti funzioni nel ruolo dei DSGA, soluzioni per completare la stabilizzazione dei precari in Enti di Ricerca, Università ed AFAM. Sempre entro il mese di gennaio si attiveranno i tavoli specifici di settore per Scuola, Università ed AFAM, Ricerca. Nel verbale si fa inoltre preciso riferimento alla necessità di consolidare il carattere unitario e nazionale del sistema d’istruzione, tema già avocato dal ministro Boccia nella sua relazione in Parlamento.

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Scuola: Docenti di religione cattolica, nel 2020 torna il concorso ma servirà a poco

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 dicembre 2019

Disco rosso per la procedura riservata ai supplenti storici richiesto da Anief in audizione, sarà ricorso in tribunale: in base al decreto salva precari approvato in Senato, appena 2 mila precari su 10 mila potranno essere assunti di ruolo. Eppure i posti vacanti per assumerli ci sono tutti. Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, esprime tutto il suo disappunto per il mancato avvio di un concorso straordinario finalizzato all’immissione in ruolo di tanti insegnanti che a questo punto potrebbero ritrovarsi ad andare in pensione da precari: il sindacalista spiega che “la loro stabilizzazione, oltre che meritata, dopo anni e anni di supplenze, avrebbe rappresentato anche una risposta alle indicazioni che l’Unione Europea ha inviato da tempo a tutti i suoi Paesi membri per non incorrere nell’abuso contratti a termine, sfruttando anche per decenni dei lavoratori senza curarsi del loro futuro professionale e personale. Ovviamente, noi a questo gioco non ci stiamo e siamo pronti a rispondere in tribunale delle scelte errate fatte dal Governo e anche del Parlamento”.

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Scuola: Dati Ocse sui docenti italiani: pagati poco, precari a vita e demotivati

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 dicembre 2019

Emerge un quadro drammatico dal più recente studio dell’Organizzazione per la Cooperazione e per lo Sviluppo Economico. Pacifico (Anief): “Età media altissima, professione usurante. Bisogna aumentare gli stipendi e permettere ai docenti di andare in pensione prima”
Un quadro realistico e sconfortante. Non ci sono solo gli alunni nei dati Ocse – Pisa 2018 sugli apprendimenti in Italia. La stampa specializzata riporta anche il focus realizzato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico sugli insegnanti di casa nostra, che sono risultati “demotivati, con stipendi tra i più bassi d’Europa, precari emigrati e con poco entusiasmo nel lavoro. Infatti, gli studenti di 15 anni alla domanda se durante le lezioni i docenti erano sembrati entusiasti e divertiti del loro lavoro hanno risposto negativamente”. Secondo quanto si legge su Orizzonte Scuola: “Tra i paesi in cui si riscontra lo stesso grado di “entusiasmo” troviamo paesi come l’Albania, Kosovo e Korea”. Sui 76 Paesi considerati l’Italia occupa il 58° posto. Una classifica non entusiasmante, dati preoccupanti per il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, “non perché siano diversi da quelli di un anno fa ma perché sono molto peggio rispetto a quelli di 20 anni fa”. Le cause del poco entusiasmo e della poca motivazione, secondo il giovane sindacato rappresentativo, sono da ricercare anche nelle retribuzioni insoddisfacenti, nel perenne precariato e nell’uscita tardiva dal lavoro, che caratterizza il cammino professionale dei docenti italiani. Gli stipendi del personale scolastico, come quello di tutta la pubblica amministrazione, rimangono di una decina di punti sotto al costo della vita e distante da quelli dei colleghi UE. Per il giovane sindacato è necessario ancorare i compensi al costo della vita come è avvenuto ed è stato siglato per i lavoratori nel privato. Serve ben altro rispetto a quanto viene pronosticato dalla politica. Anche in tal senso Anief rispetto alla Legge di Bilancio, AS 1586, ha suggerito 40 emendamenti. Altri recenti dati OCSE hanno sentenziato altre statistiche incontrovertibili e che dovrebbero destare scandalo: i nostri docenti sono i più anziani tra i Paesi sviluppati rispetto all’Europa ma anche a tutto il mondo: ben il 58% dei docenti italiani, tra elementari e superiori, ha più di 50 anni, contro una media OCSE del 34%.

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Scuola: docenti e ricostruzione carriere

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 dicembre 2019

Dopo le sentenze ottenute dalla Corte di Cassazione, rispetto alle pronunce della Corte di giustizia europea, è stata dichiarata illegittima la norma interna (artt. 485 e 569 del Dlgs 297/94 e CCNL vigente) laddove non valuta per intero tutto il servizio effettivamente prestato durante il pre-ruolo (attualmente congelato di un terzo dopo il quarto anno di servizio per quasi vent’anni). Il sindacato ora rappresentativo è pronto a offrire la sua consulenza anche legale per ottenere la restituzione degli aumenti non percepiti e aumentare da subito la busta paga. Per aderire ai ricorsi vai al seguente link. Secondo quanto stabilito dalle recenti sentenze n. 31149 e n. 31150 della IV Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, nei decreti di ricostruzione di carriera emessi negli ultimi dieci anni in favore del personale docente e Ata di ruolo, deve essere valutato interamente e non parzialmente tutto il servizio effettivamente prestato durante gli anni di precariato, al contrario di quanto fatto sino ad oggi, con il servizio “congelato” parzialmente dopo i quattro anni di pre-ruolo. Con questa doppia sentenza, inimpugnabile, la parte specifica del Testo Unico della scuola, il decreto legislativo 297/94, viene quindi disapplicata, insieme alle norme contrattuali, in quanto in contrasto con la clausola 4 della direttiva UE n. 70/99, la stessa che ha riconosciuto la parità di trattamento economica tra il personale di ruolo e precario. Pertanto, in attesa dell’adeguamento del legislatore e della contrattazione, l’unico rimedio per poter chiedere l’annullamento dei decreti di ricostruzione di carriera emessi e il recupero delle somme non percepite e la riconsiderazione della propria busta paga, rimane il ricorso al tribunale del lavoro.

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Scuola sostegno: mancano troppi docenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 novembre 2019

Docenti sostegno: mancano troppi docenti e Fioramonti aumenta i posti del TFA. Anief: intanto li ammetta al concorso straordinario e assuma i docenti già specializzati dalla II fascia delle graduatorie d’istituto o li inserisca nelle GaE Cresce l’esigenza di specializzare gli insegnanti di sostegno, la categoria che più di tutte scarseggia nei nostri istituti scolastici con la stragrande maggioranza delle oltre 60 mila supplenze annuali assegnate a docenti privi di specializzazione per l’insegnamento ai quasi 300 mila alunni disabili certificati iscritti nelle nostre scuole. Anche il ministro dell’Istruzione si è reso conto di tale necessità impellente, dichiarando, in audizione a Montecitorio davanti alle Commissioni Cultura congiunte di Camera e Senato, che di certo “amplieremo il numero posti per TFA sostegno, che sarà avviato al più presto”. Per agevolare l’intento del titolare del Miur, l’Anief ha chiesto al Parlamento di emendare il decreto salva-precari bis, per assumere i 30 mila docenti specializzati nei primi cicli del TFA in possesso di abilitazione attraverso l’attuale doppio canale di reclutamento e lo scorrimento delle graduatorie di istituto, e attraverso la partecipazione al nuovo concorso riservato anche dei docenti non specializzati che hanno svolto comunque tre anni di servizio su posto di sostegno. Questo perché, ha spiegato il giovane sindacato, “il mancato possesso della specializzazione su sostegno non può costituire motivo di esclusione dalla partecipazione al concorso straordinario”. Proprio “in vista della necessità di stabilizzare il maggior numero possibile di docenti di sostegno e a fronte almeno diecimila disponibilità”, tale soluzione garantirebbe “la necessaria qualità̀ dei docenti ai quali sono affidati gli studenti con disabilità”, senza ulteriori tempi morti e comunque “si potrà subordinare l’immissione in ruolo al conseguimento della specializzazione”.

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Scuola: Ritorno dell’educazione civica ancora al risparmio: si farà senza assumere alcun docente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 novembre 2019

Lo prevede il decreto “salva precari bis”, appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale, nel quale si sancisce che l’insegnamento dovrà avvenire affidandosi all’organico già presente, senza alcuna aggiunta. Per il sindacato non è un buon viatico verso l’introduzione della disciplina, perché potrebbe rivelarsi una conferma del modello leghista di inglobarla all’interno di altre materie. È bene, quindi, che il decreto, ora all’esame del Parlamento, venga modificato anche in questa parte. “Speriamo solo che per l’insegnamento dell’educazione civica in ogni grado scolastico – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – non si voglia prevedere un organico aggiuntivo solo perché si ha l’intenzione di formare, a breve, dei docenti potenziatori o soprannumerari. Qualsiasi altra soluzione, come quella di utilizzare docenti che già insegnano discipline affini, ricalcherebbe quella approntata in malo modo dal precedente esecutivo e contro la quale si è mosso non solo il sindacato, ma tutta l’opinione pubblica oltre che organismi di rilievo come il Consiglio superiore della pubblica istruzione. Ancora una volta, se le cose stanno così, ci ritroviamo con il Miur che vuole fare delle nozze con i fichi secchi”.Sul ritorno dell’educazione civica a scuola si continua a perdere solo tempo: dopo il rinvio del goffo tentativo della Lega di imporla già dall’anno scolastico in corso, con tanto di parere negativo del Cspi al decreto approvato con ritardo, il nuovo ministro dell’Istruzione ha saggiamente deciso di fermare tutto e prendersi un anno di tempo per migliorare il testo della legge già pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Con una Circolare, di metà settembre, il Miur ha comunicato che “l’On. le Ministro ha ritenuto di accogliere il parere del CSPI e, pertanto, di non dare seguito alla sperimentazione per l’anno scolastico in corso”.Nella stessa comunicazione del Miur è stato spiegato che “per il solo anno scolastico 2019/2020, nelle scuole di ogni ordine e grado continuerà ad essere impartito l’insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione”, di cui alla legge 30 ottobre 2008, n. 169, e continueranno ad essere applicati l’articolo 2, comma 4, del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62, relativo alla valutazione di tale insegnamento, e il successivo articolo 17, comma 10, concernente il colloquio nell’ambito dell’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione”.Per l’Anief, che aveva promesso di adire le vie legali, recandosi in tribunale, qualora l’educazione civica fosse imposta da subito nei termini raffazzonati così come si voleva fare nel precedente governo, quella Circolare del ministero ha rappresentato un importante obiettivo: il sindacato autonomo, aveva indicato da subito la possibilità proficua di utilizzare i dodici mesi di tempo per arrivare alla naturale adozione della legge sul ritorno dell’educazione civica, al fine di migliorare l’impianto normativo e trovare i finanziamenti necessari per valorizzarla e conferirle l’autonomia che invece, all’interno di altre materie, così come era stata predisposta, non poteva di certo avere. Inoltre, si sarebbe provveduto a formare i docenti a cui affidare la disciplina, in modo che avessero una preparazione specifica sulle lezioni da intraprendere.Da come si stanno mettendo le cose, però, il quadro che si delinea è ben diverso: il Decreto scuola, ribattezzato “salva precari-bis”, appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale, “ha sancito che il suo insegnamento dovrà avvenire con l’organico già presente, senza aggiunte”, fa oggi notare la rivista Orizzonte Scuola. Infatti, leggiamo all’articolo 7: 1. All’articolo 2 della legge 20 agosto 2019, n. 92, dopo il comma 9, è aggiunto il seguente: «9 -bis. L’intervento previsto non determina un incremento della dotazione organica complessiva e non determina l’adeguamento dell’organico dell’autonomia alle situazioni di fatto oltre i limiti del contingente previsto dall’articolo 1, comma 69, della legge 13 luglio 2015, n. 107». “Speriamo di sbagliarci – commenta Marcello Pacifico, leader del sindacato nazionale Anief – ma se si vuole continuare con la linea delle riforme della scuola e dei miglioramenti del sistema d’istruzione all’insegna del costo zero, se non dei tagli, non ci siamo proprio.

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Italia carente nell’integrazione e formazione degli alunni migranti: docenti da formare

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 novembre 2019

Molti Paesi europei, ad iniziare dal nostro, non sembrano pronti ad accogliere nel giusto modo a ad organizzare un’adeguata formazione rivolta agli studenti migranti che provengono da fuori territorio: è la conclusione cui sono giunti gli autori del nuovo Quaderno di Eurydice Integrating Students from Migrant Backgrounds into Schools in Europe: National Policies and Measures, con il quale sono state comparate le politiche educative di 42 Paesi europei a proposito della loro integrazione nelle scuole. Lo studio ha anche evidenziato la mancata formazione degli insegnanti per lavorare in classi culturalmente diverse per affrontare questa necessità. Secondo Marcello Pacifico, leader dell’Anief, si fa sempre più impellente la necessità di adottare organici potenziati e una didattica diversificata nelle classi dove sono presenti allievi migranti: servono lezioni per livelli, oltre docenti impegnati in contemporanea, assorbendo nei ruoli tutto il precariato storico, fatto di personale già selezionato e con comprovate capacità d’insegnamento, ed introdurre anche nuove figure di tutoraggio, mirate a supportare la fase di scolarizzazione, allineamento e apprendimento della nostra lingua. Tutte decisioni che difficilmente si potranno prendere se dovesse essere confermata la tendenza, contenuta nel Def, alle riduzioni progressive di spesa pubblica fino al 2040. Dalla ricerca – che ha attuato anche un’analisi comparativa su argomenti come la governance, l’accesso all’istruzione, il sostegno psico-sociale, linguistico, e all’apprendimento, gli insegnanti e i capi di istituto -, emerge che, nonostante la maggior parte dei sistemi educativi europei offra accesso all’istruzione e alla formazione agli alunni con background migratorio e nonostante l’educazione interculturale risulti spesso integrata nei curricoli nazionali, “le politiche e le misure per il supporto all’apprendimento tendono a essere incentrate sugli aspetti accademici anziché sulle esigenze sociali ed emotive degli studenti”.
Gli autori dello studio hanno anche evidenziato la “mancanza di preparazione degli insegnanti a lavorare in classi culturalmente diverse a causa dell’assenza di una formazione specifica su questi temi; il fatto che gli studenti migranti, la cui lingua d’origine è diversa dalla lingua d’insegnamento, non abbiano il diritto di studiare la propria lingua d’origine a scuola, e la mancanza di sostegno agli insegnanti e ai capi d’istituto per far fronte ai bisogni di questi alunni, ad esempio attraverso la presenza a scuola di assistenti e mediatori culturali per facilitarne l’integrazione, cosa che avviene in alcuni Paesi”. Servirebbero anche nella nostra Penisola, quindi, delle figure utilianche, si legge nel rapporto, “per valutare i progressi e il rendimento degli studenti migratori”. Tra i Paesi che hanno messo in campo buone strategie per l’integrazione degli studenti migranti nell’istruzione, il rapporto indica la Germania e l’Austria per la forte enfasi sulla diversità, la Spagna (Comunità autonoma di Catalogna), il Portogallo e la Slovenia come Paesi che sono riusciti a seguire un approccio all’insegnamento e all’apprendimento che tiene conto del benessere generale dell’alunno, e la Finlandia e la Svezia perché sono i Paesi che riservano la maggiore attenzione sia alla dimensione della diversità, sia alla dimensione del benessere generale.

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Istruzione: Docenti, formazione iniziale e reclutamento

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 novembre 2019

Dopo la débacle delle politiche adottate per vincere la supplentite, che negli ultimi mesi ha portato al record di 205 mila contratti annuali e il raddoppio dei supplenti in due lustri, Anief propone un solo anno per abilitarsi all’insegnamento ed entrare nei ruoli nelle scuole dove si svolge il tirocinio per 10 mila accessi con cadenza regolare con un semestre aggiuntivo su posti di sostegno. L’occasione per introdurre il nuovo modello proposto è quella di agire nella prossima delega inserita nella legge di Bilancio. Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale del sindacato autonomo, “abbiamo estremo bisogno di snellire le procedure di accesso alla professione docente, invertendo i dati internazionali che vedono il nostro personale tra il più vecchio al mondo garantendo nel contempo la selezione, la qualità e l’assorbimento del precariato già esistente. Il ministero dell’Istruzione ci ascolti. Solo così si potrà sperare di sfilare all’Italia la ‘maglia’, oggi tenuta bene stretta, dei docenti più vecchi d’Europa, e del Paese dove la mancanza di valorizzazione degli insegnanti ha raggiunto livelli sempre più evidenti, partendo proprio dalla precarietà sine die. Anche per questo, Anief ha proclamato lo sciopero con manifestazione davanti a Montecitorio per il prossimo 12 novembre”. Il reclutamento dei docenti va profondamento cambiato. Perché l’organizzazione portata avanti negli ultimi anni ha prodotto un numero inaudito di supplenze e di precari in attesa di essere assegnati sui posti vacanti. La situazione d’emergenza è chiara anche al dicastero di Viale Trastevere, dove però, a quasi un mese dall’intesa del 1° ottobre scorso, sulle “nuove abilitazioni, ordinarie e straordinarie”, scrive oggi Orizzonte Scuola, si registra “ancora il nulla di fatto” e un altro incontro saltato tra dirigenti dell’amministrazione e le maggiori organizzazioni sindacali. Anief sostiene che è giunta l’ora di dare una svolta positiva al sistema, intervenendo direttamente sul sistema di formazione iniziale ed in particolare sul reclutamento degli insegnanti, accanto a una fase transitoria che stabilizza tutti i vincitori e idonei dei concorsi ordinari e straordinari, i precari delle GaE e delle graduatorie di istituto ed eviti i licenziamenti di chi ha superato l’anno di prova.

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12 novembre: sciopero del personale scolastico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2019

Confermata la mobilitazione tra meno di un mese, il prossimo 12 novembre. Nel mirino del sindacato il decreto Salva-Precari e la Legge di Bilancio, migliorabili e da migliorare. Il leader del giovane sindacato a Italia Stampa: “I parlamentari ascoltino chi vive sulla propria pelle ogni giorno la supplentite”
Sono due gli obiettivi nel mirino dello sciopero del prossimo 12 novembre proclamato dal giovane sindacato Anief: il cosiddetto decreto Salva-Precari e la Legge di Bilancio, superare la stagione del precariato nella scuola italiana e ottenere compensi dignitosi, possibilmente in linea con quelli dei più avanzati paesi europei. I provvedimenti e le somme stanziate che si prospettano non risolvono il problema del precariato, anzi potrebbero anche renderlo più critico. Dare voce alla piazza e al personale della scuola non tutelato, tra poco meno di un mese, è la strada per iniziare a cambiare lo stato delle cose. Lo ribadisce anche il leader di Anief, Marcello Pacifico, nel corso di un’intervista a Italia Stampa.“Confermiamo questo sciopero del 12 novembre – osserva il professor Pacifico – per poter cambiare le cose attraverso i numeri dell’adesione, attraverso il sit-in, dando voce a tutti i precari esclusi dal decreto che dovrebbe salvarli. Sarà un modo per dare la possibilità ai nostri parlamentari di confrontarsi e ascoltare chi vive, ogni giorno, sulla propria pelle, la supplentite nelle nostre classi”. L’altra sfida è aprire un dibattito sull’imminente Legge di Bilancio. “Visto che sta per essere presentata – sottolinea il presidente nazionale di Anief nell’ìntervista a Italia Stampa – lo sciopero sarà anche un momento opportuno per parlare di scuola in questo senso, per chiedere nuove risorse per il rinnovo del contratto, perché gli appena ottanta euro di aumento non piacciono a nessuno. Manifestando intendiamo modificare in meglio la Legge di Bilancio e il Salva-Precari, trasformandolo in Salva-Scuola”.

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Bonus merito anche ai docenti non di ruolo, Anief: era ora

Posted by fidest press agency su martedì, 15 ottobre 2019

Alla fine, il Governo sui precari ha ceduto all’evidenza: il bonus merito, rivolto ai docenti e introdotto con la Legge renziana 107/15, è stato allargato al personale non di ruolo. In un Paese, come il nostro, dove sempre più cattedre sono assegnate ai supplenti, ormai una ogni quattro, non aveva del resto alcun senso escludere a priori e per legge il personale precario dalla pur contestata formula del bonus merito approvata quattro anni e mezzo fa.Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “Siamo stati sempre convinti che si trattasse di una discriminazione. La stessa di cui sono stati fatti oggetto anche i lavoratori Ata, gli educatori e altre figure professionali, pure loro meritevoli di accedere a un fondo economico che serve prima di tutto, vista l’esiguità degli stipendi, a dare un po’ di merito a chi si impegna di più e ottiene ottimi risultati a scuola. Rimane l’amaro in bocca per la scarsità di fondi finalizzati al bonus merito, i quali corrispondo oggi a meno della metà della metà dei 700 e oltre milioni stanziati nel 2015 con la Buona Scuola di Renzi”.
La nuova disposizione, che comunque lascia fuori dal bonus merito tutto il personale Ata e gli educatori, è contenuta nel comma 7 dell’articolo 7 (Disposizioni contabili) del decreto-legge appena approvato dal Governo e che ora è atteso dal parere del Parlamento: il testo approvato cita l’articolo 1, comma 128, della legge 13 luglio 2015, n. 107, a proposito del quale “dopo le parole «di ruolo» sono inserite – si legge nel decreto – le seguenti: «nonché con contratti a tempo determinato annuale o sino al termine delle attività didattiche»”. L’altissima presenza di docenti precari è confermata dall’identikit statistico della scuola italiana, pubblicato qualche giorno fa con numeri, tabelle e grafici divisi per regione e livelli di formazione, dal quale risulta anche che oggi in Italia vi sono 835.489 cattedre totali: solo che “degli oltre 684 mila posti comuni, 15.232 sono posti di “adeguamento”, mentre, dei 150.609 posti di sostegno, 50.529 sono “posti di sostegno in deroga”. Questo significa che, oltre ai posti rimasti vacanti, ve ne sono quasi 66 mila, un decimo delle cattedre, destinati con certezza alla supplenza. A questi numeri vanno aggiunti tutti quelli che derivano dal mancato turn over, dalla scarsità di candidati nelle graduatorie che portano alle immissioni in ruolo e dai ricorsi delle famiglie che, soprattutto a seguito della mancanza di docenti sostegno, ricorrono dal giudice per rivendicare nuove cattedre e ore.

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Scuola: Il ministro Fioramonti chiede 3 miliardi in più ma Gualtieri e Conte gliene levano altri due nella NADEF

Posted by fidest press agency su domenica, 6 ottobre 2019

Per Il Sole 24 Ore, da aprile ad oggi scompaiono altri 1,8 miliardi. Nel testo si ribadisce la necessità, però, di combattere classi affollate, bullismo e dispersione specialmente al SUD, valorizzare economicamente il ruolo dei docenti, potenziare l’edilizia scolastica, garantire la gratuità degli asili nido. Marcello Pacifico (Anief) si chiede, “con quali risorse? Sembra che il testo non tenga conto della tabella che in dieci anni ha ridotto di mezzo punto la spesa per l’istruzione e la ricerca. Confermati aumenti contrattuali per 10 euro lordi al mese, rispetto a quelli a due cifre promessi ai sindacati firmatari quando ci lasciarono scioperare da soli”. Stipendi europei solo a parole, tra i 6 e 9 euro di aumenti fino al 2020 per il pubblico impiego: lo dice la Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanze inviato dal Governo al Parlamento in vista dell’elaborazione della legge di bilancio prossima.
Nella NADEF è scritto che “nel triennio 2020-2022 la spesa per redditi aumenta in media dello 0,6 per cento”: un incremento modesto che assicurerà alle casse dello Stato la riduzione di spesa per i redditi della pubblica amministrazione, rispetto al PIL, dal 9,7% del 2019 al 9,2% nel 2022. Approfittando della denatalità, altro che lotta alle classi pollaio, l’anno prossimo la spesa per la Scuola rispetto al Pil scenderà al 3,4% (nel 2010 era al 3,9%), fino a toccare il fondo nel 2035, quando si collocherà al 3,0%. Ad incidere sulle uscite minori per l’erario saranno anche i costi per gli stipendi del personale, che quindi si ridurrà di numero a seguito della formazione di meno classi. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e il premier Giuseppe Conte hanno promesso di non tagliare fondi alla Scuola, ma i conti non tornano perché i mancati tagli nascondono mancati investimenti. Anzi, nel corso degli anni, la spesa per l’Istruzione in Italia si ridimensionerà e anche di molto. C’è scritto, nero su bianco, nella Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza 2019, approvata dal Consiglio dei Ministri il 30 settembre. A pagina 41, nel paragrafo dedicato ai “Dati di consuntivo e previsioni a legislazione vigente”, leggiamo che “nel triennio 2020-2022 la spesa per redditi aumenta in media dello 0,6 per cento. L’incidenza sul PIL risulta pertanto in calo, dal 9,7 del 2019 al 9,2 per cento del PIL nel 2022, confermando sostanzialmente le proiezioni del DEF”. In termini pratici, l’incremento stipendiale previsto dal ministero dell’Economia è addirittura più basso dell’attuale indennità di vacanza contrattuale (0,7%) come già previsto nella legge di bilancio n. 145 del 30 dicembre 2018. Quindi, si programma un aumento che non riesce a tenere il passo nemmeno del costo della vita perché non recupera il GAP del 10% registrato tra inflazione e aumenti contrattuali disposti per il triennio 2018-2020. Per comprendere la modesta portata dell’incremento, è bene evidenziare che lo 0,6% di uno stipendio pari a 1.500 euro netti, quindi di un docente a metà carriera, corrisponde a 9 euro. Per un assistente tecnico e amministrativo che percepisce attorno ai 1.200 euro, l’aumento in busta paga per i prossimi tre anni sarà di appena 7 euro. Che scendono a 6 euro nel caso dei collaboratori scolastici ad inizio carriera o supplenti, già pagati meno di tutti nella pubblica amministrazione. La scuola, di cui tanto si parla, non sembra subire alcun trattamento di favore: viene collocata nel “calderone” della “Spesa pubblica Age-related”, le cui previsioni riguardano anche pensioni, sanità, LTC (area socio-assistenziale), ed ammortizzatori sociali. Nella fattispecie, per l’Istruzione la parabola discendente è già iniziata: si è passati, infatti, dal 3,9% di spesa rispetto al Pil del 2010, al 3,6% del 2015. L’anno prossimo, nel 2020, la Nota del Def 2019 prevede un ulteriore ridimensionamento (al 3,4%), rispetto al 3,1% previsto nel DEF, 1,8 miliardi in meno, che progressivamente proseguirà nei successivi lustri, sino a toccare il punto più basso nel 2035, quando la spesa raggiungerà appena il 3% netto, per poi risalire ma mai raggiungere i livelli di dieci anni fa, già comunque, un punto in meno rispetto ai Paesi Ocde.

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“Reclutare i docenti specializzati e specializzarne altri”

Posted by fidest press agency su domenica, 6 ottobre 2019

Le federazioni FISH e FAND hanno abbandonato, in segno di protesta, il tavolo convocato all’Osservatorio sull’inclusione scolastica. Il presidente dell’Anief Marcello Pacifico: «La situazione è grave, bisogna subito adeguare l’organico di fatto a quello di diritto» L’inclusione scolastica sembra essere una chimera, un’espressione priva di significato. La drammatica situazione del sostegno è sotto gli occhi di tutti. Nell’ultimo quadriennio i posti in deroga sono raddoppiati, toccando quota 80 mila, mentre dal 2017 gli organici di diritto sono immutati, circa 100 mila, sebbene i rapporti Istat certifichino un aumento a livello nazionale di oltre 10 mila nuovi iscritti l’anno. A nulla è servita l’ultima riforma del sostegno, pubblicata a fine agosto in Gazzetta Ufficiale.Un nuovo campanello d’allarme arriva da una decisione che deve fare riflettere. Le federazioni FISH e FAND hanno abbandonato, per protesta, il tavolo convocato all’Osservatorio sull’inclusione scolastica. Avevano ricevuto vaghe rassicurazioni, ma non intravedono soluzioni concrete. «Ci auguriamo – osservano i presidenti della Federazione tra le Associazioni Nazionali delle persone con Disabilità e della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap – che, di fronte alla gravità della situazione che coinvolge migliaia di studenti con disabilità, il ministro da questo gesto sappia cogliere la necessità e l’urgenza di un intervento politico che segni la reale discontinuità con il passato e sia disponibile al confronto diretto sul punto».

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Scuola: I docenti italiani? Aggiornati, stressati e più vecchi di tutti

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 settembre 2019

Chi sostiene che quella dell’insegnante non è una professione da annoverare tra quelle logoranti, dovrebbe andarsi a leggere gli ultimi dati OCSE: quelli dai quali si evince che i nostri docenti sono i più anziani tra i Paesi sviluppati rispetto all’Europa ma anche a tutto il mondo: ben il 58% dei docenti italiani, tra elementari e superiori, ha più di 50 anni, contro una media OCSE del 34%.Marcello Pacifico (Anief): “Quando apprendiamo dai rapporti internazionali che i nostri insegnanti sono molto attaccati alla professione, realizzano un’efficace azione formativa, si aggiornano in modo permanente, anche a livello tecnologico, e hanno un rapporto positivo con i propri alunni, ci chiediamo perché lo Stato non debba considerare per loro le stesse soglie per l’accesso alla pensione che si adottano in Europa e nell’area Ocse. È un’emergenza da affrontare: lo chiediamo al nuovo governo. Assieme a quella di assumere i precari storici, che rappresentano delle preziose e comprovate risorse”.L’ultimo studio svolto nei Paesi sviluppati sull’anzianità dei docenti non lascia ombra di dubbio: l’Italia è al primo posto per numero di docenti più avanti negli anni. Seguono – scrive Orizzonte Scuola – l’Estonia, la Lettonia, il Cile, l’Austria, la Repubblica Ceca, la Germania, la Nuova Zelanda, la Spagna, il Giappone, la Svezia, l’Ungheria, la Finlandia, gli Stati Uniti, la Francia, il Belgio, il Canada, la Corea del Sud, il Regno Unito, la Slovacchia, l’Irlanda, l’Olanda, la Grecia, il Lussemburgo, la Svizzera, Israele, il Portogallo, la Norvegia e la Turchia (quest’ultima con il corpo docente più giovane).
Quella dell’Ocse è una triste conferma: dopo i dati preoccupanti pubblicati nel Conto annuale publicato dal Mef, già a inizio estate l’indagine internazionale Talis, Teaching and Learning International Survey, fece emergere che i docenti italiani hanno un’età media di 49 anni e che l’Italia dovrà rinnovare circa un docente su due nel prossimo decennio. Eppure, dalla “Nota Paese rivolta all’Italia”, si trasse un giudizio più che positivo del docente medio italiano, sempre aggiornato, collaborativo e al passo con la tecnologia applicata alla didattica.

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Scuola La parola ai docenti: “L’insegnamento? Passione sicuramente, ma vogliamo più risorse”

Posted by fidest press agency su domenica, 22 settembre 2019

Si sa, la qualità, nella scuola, è data anche dagli insegnanti. Sono loro, nel bene e nel male, che svolgono la funzione decisiva all’interno del sistema educativo. «La professione docente gode del rispetto pubblico che merita», si legge nelle «raccomandazioni» (art. 5) che l’Unesco dettò in favore degli insegnanti. Era il 1966 ed era la prima volta che veniva organizzata una Conferenza per disegnare i contorni dell’insegnamento. A distanza di 53 anni, la Cambridge University Press Italia ha realizzato l’Italian Teacher Survey, un dossier dove si sostiene che l’insegnamento è più una vocazione che una professione.Marcello Pacifico (Anief): Quella dell’insegnante è una delle professionalità più importanti per il paese, perché strettamente collegata alla sua crescita. In Italia, la maggior parte della classe docente è competente ed è rappresentata da professionisti che sanno motivare e coinvolgere gli alunni. Tuttavia, sarebbe necessario garantire più risorse per il rinnovo contrattuale, per un adeguamento salariale e avvicinarsi alla media degli stipendi europei.
Come possiamo ben immaginare, la qualità della scuola la fanno gli insegnanti. Sono loro che svolgono la funzione decisiva all’interno del sistema educativo. Un sistema lussureggiante, variegato, una geografia frastagliata, con realtà assai diverse tra di loro. «La professione docente gode del rispetto pubblico che merita», si legge nelle «raccomandazioni» (art. 5) che l’Unesco dettò in favore degli insegnanti. Era il 1966 e per la prima volta veniva organizzata una Conferenza per disegnare i contorni dell’insegnamento. Da quel 5 ottobre 1966 i docenti di tutto il mondo fecero un bel passo in avanti. Sono passate riforme e controriforme. La stima è calata, è rimasta la “giornata mondiale del prof”.A distanza di 53 anni, come riporta la rivista specializzata Orizzonte Scuola, la Cambridge University Press Italia ha realizzato l’Italian Teacher Survey, un dossier dove si sostiene che l’insegnamento è più una vocazione che una professione.Sicuramente una professione lo è, e necessita pure di una migliore considerazione, anche economica, ma è la vocazione, e dunque la missione, che determina lo slancio indispensabile, che senz’altro deve essere presente.Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, afferma che “quella dell’insegnante è una delle professionalità più importanti per il paese, perché strettamente collegata alla sua crescita. Nella scuola italiana si è sempre ritenuto che la vocazione sia una prerogativa essenziale per esercitare una funzione con bambini in tenera età e minori, nella scuola dell’infanzia o primaria, considerando l’insegnamento come una missione e non come una professionalità”.“Nel corso dei decenni, con le varie riforme, hanno ‘promosso’ – continua Pacifico – sul campo insegnanti project manager, problem solver, visual merchandiser, tutor mentoring assistant, resort representative, specialisti di tutto e di più. In Italia, la maggior parte della classe docente è competente, preparata, ed è rappresentata da professionisti che sanno motivare e coinvolgere gli alunni. Infine, ci sono gli ‘insegnanti e basta’, coloro cioè che lavorano onestamente, che sanno ‘solo’ insegnare bene il latino e il greco, la matematica o la storia dell’arte, ecc”.

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