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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘dolore’

Più vita, meno dolore: Per gestire il dolore cronico moderato

Posted by fidest press agency su martedì, 21 maggio 2019

Artrosi, fibromialgie, nevralgie, sono alcune delle cause del dolore cronico, definibile come “dolore che si protrae oltre i tempi normali di guarigione di una lesione o di un’infiammazione, abitualmente 3-6 mesi, e che perdura per anni”. Ne soffre in Italia 1 persona su 4, circa il 25 per cento della popolazione totale[1], tanto da essere riconosciuto come una vera e propria patologia per le conseguenze invalidanti che comporta per la persona che ne soffre, dal punto di vista fisico, psichico e socio-relazionale.Sebbene il “non soffrire” sia un diritto, a nove anni dall’attuazione della Legge 38/2010 per le cure palliative e la terapia del dolore, in Italia il dolore è spesso non adeguatamente inquadrato e trattato, con ripercussioni sulla qualità di vita dei pazienti e un notevole impatto sulla sostenibilità della spesa sanitaria e socioassistenziale.
Si tratta di uno tra i maggiori problemi mondiali di salute pubblica, come lo definisce l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Recentemente,con il contributo non condizionato di Sandoz, sono state condotte in Italia due importanti ricerche. L’indagine “Dolore cronico moderato nel paziente anziano” realizzata da Fondazione Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere) e ELMA Research e la survey “Il dolore cronico moderato” condotta da SIAARTI (Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva).Dall’indagine Onda è emerso come il dolore sia tra i disturbi cronici più frequentemente trattati dai geriatri, che operano nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) o in altre strutture (ospedali, ambulatori ASL, ecc.). I geriatri coinvolti hanno affermato che più del 50% dei pazienti anziani soffre di dolore cronico.“L’indagine verte sulla gestione del dolore cronico moderato nel paziente anziano da parte dei geriatri” – ha commentato Nicoletta Orthmann, Coordinatore medico-scientifico presso Fondazione Onda (Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna e di genere) – “Sul fronte della scelta terapeutica, è stato evidenziato come i geriatri riconoscano negli oppioidi quella più appropriata. Tuttavia, nella pratica clinica, esiste ancora un gap importante nel loro utilizzo. Va ricordato che l’anziano è particolarmente esposto al rischio di sottodiagnosi e sottotrattamento a cui concorrono la complessità clinica, connotata da fragilità e polipatologia (tra cui spesso demenza senile e depressione), e fattori socioculturali. Perché, quindi, non aiutare queste persone a soffrire meno con soluzioni terapeutiche in grado di offrire importanti benefici clinici e di migliorare la qualità della vita? Come Onda riteniamo fondamentale lavorare sul fronte sociale per far comprendere che il dolore cronico è molto diverso dal dolore acuto e che dunque è necessario gestirlo in modo appropriato. Nell’ottica di contribuire alla cultura scientifica in tale ambito, i dati dell’indagine saranno riportati in una pubblicazione di approfondimento dedicata agli operatori del settore che verrà veicolata presso gli ospedali Bollini Rosa e le RSA del nostro network Bollini Rosa Argento”.
Strutture, quelle assistenziali, dove il geriatra è riconosciuto come la figura di riferimento sia in fase di diagnosi che in fase decisionale per il trattamento del dolore cronico moderato.La quasi totalità dei geriatri intervistati si dichiara prescrittore di terapie a base di oppiacei riconoscendo l’importanza di poter avere diverse formulazioni tra cui scegliere. Tra queste soluzioni, riconosciute anche per la loro capacità di garantire una maggiore aderenza terapeutica, il cerotto transdermico a base di buprenorfina viene valutato in modo positivo dal 78% dei geriatri dell’indagine Onda. Maneggevolezza (73%), valida opzione per categorie particolarmente fragili di pazienti quali quelli con problemi di deglutizione (43%) o con deficit comportamentali (7%), rilascio prolungato (29%) e tollerabilità (16%), sono le caratteristiche positive segnalate dai geriatri.
Ruolo centrale quello delle soluzioni a base di oppioidi, confermato anche dalla survey SIAARTI condotta negli ambulatori di terapia del dolore in Italia. Queste terapie sono considerate dai 1129 specialisti del dolore intervistati, una risorsa importante nell’ottica di raggiungere l’obiettivo primario di cura, ovvero un equilibrio tra riduzione del dolore e comparsa di effetti collaterali, nell’ottica di raggiungere una maggiore aderenza terapeutica da parte del paziente. “La survey condotta da SIAARTI negli ambulatori di terapia del dolore mostra uno spaccato interessante sul dolore cronico moderato, definendolo la sfida attuale sia per il numero di pazienti colpiti, che per la scarsità di indicazioni univoche sul suo trattamento – ha affermato Consalvo Mattia, Professore Associato in Anestesia, Rianimazione e Medicina del Dolore presso il Dipartimento di Scienze e Biotecnologie Medico-Chirurgiche, Università La Sapienza di Roma.

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“Michele Carelli, Cantore del Dolore”

Posted by fidest press agency su martedì, 14 maggio 2019

E’ disponibile in tutti i negozi, in streaming e nei principali store online, “Michele Carelli, Cantore del Dolore” , disco edito dall’etichetta pugliese Digressione Music (distribuzione Naxos) e nel quale sono raccolte le marce funebri n.1, 5 e 14 del compositore bitontino (1838 – 1911) nella toccante esecuzione dell’Orchestra Sinfonica di Fiati “Davide Delle Cese” Città di Bitonto, diretta dal maestro Vito Vittorio Desantis. Il titolo del disco rimanda alla definizione di “cantore del dolore” attribuita a Michele Carelli la cui intera esistenza fu segnata da giorni e anni segnati dall’amaro gusto della sofferenza i cui riflessi caratterizzarono il suo stile compositivo e la sua copiosa produzione artistica che abbraccia diversi generi musical ed in particolare le marce funebri che accompagnano i riti della Settimana Santa di Bitonto e rappresentano il vertice più alto del suo estro compositivo.
Il disco nasce a corollario di due anni di intense ricerche, nell’ambito del Progetto “Parole e Musica: dalla Cinquecentina al Manoscritto musicale”, finanziato dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, nel corso del quale il maestro Desantis ha trascritto per organico moderno le partiture originali di Michele Carelli, fornite dal prof. Nicola Pice, presidente della Fondazione De Palo-Ungaro, presso cui è custodita una parte considerevole della produzione carelliana. Il lavoro di trascrizione è stato indirizzato verso il rispetto delle partiture originali e della volontà del compositore, evitando interventi radicali che stravolgessero il contenuto del manoscritto.
L’album raccoglie nuove incisioni della “Marcia Funebre n.1 in FA minore”, composta nel 1880 e della “Marcia Funebre n. 14 in FA minore” del 1891 che si suppone siano state ispirate rispettivamente alla Prima ed alla Quattordicesima Stazione della Via Crucis. Quest’ultima, oltre ad essere la marcia più amata dal popolo bitontino, costituisce il punto di arrivo della produzione del maestro Carelli e quella a cui lui stesso era maggiormente affezionato. Accanto a queste due incisioni, l’album è impreziosito dalla “Marcia Funebre n.5 in Do minore”, composta nel 1883 e proveniente da una registrazione dal vivo effettuata nel corso della XV edizione del Concerto “Passionis Tempora”, tenuto dall’Orchestra presso la Cattedrale di Bitonto nel 2012, e ciò per fornire all’ascoltatore il suono tipico delle bande musicali del Sud-Italia evocando l’atmosfera che si percepisce durante la Quaresima. Ad impreziosire il disco è un corposo booklet contenente la guida all’ascolto del maestro Paolo Addesso, il contributo di approfondimento del maestro Vito Vittorio Desantis e le note biografiche di Luigi Sebastiano Lauta, nonché il dettagliato catalogo delle marce funebri e delle opere di Michele Carelli.

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Dolore addominale ricorrente nei bambini: i probiotici potrebbero essere una soluzione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 gennaio 2019

Secondo una nuova sinossi di evidenza clinica pubblicata su JAMA Pediatrics, i probiotici possono essere d’aiuto per gestire il dolore addominale ricorrente a breve termine nei bambini. «Un bambino su quattro in età scolare soffre di dolore addominale ricorrente, un termine collettivo che include dispepsia funzionale, sindrome dell’intestino irritabile, dolore addominale funzionale e sindrome da dolore addominale funzionale» afferma Tamsin Newlove-Delgado, della University of Exeter Medical School nel Regno Unito. Nel rapporto, i ricercatori hanno analizzato 19 studi, di cui 14 hanno incluso bambini con diagnosi di dolore addominale ricorrente e cinque bambini con sindrome dell’intestino irritabile. Tredici studi hanno valutato i probiotici, più comunemente Lactobacillus rhamnosus GG, quattro hanno valutato cambiamenti dietetici a base di fibra e due hanno osservato diete di esclusione o restrizione. Ebbene, da zero a tre mesi dopo l’inizio dell’intervento, i pazienti che hanno ricevuto i probiotici hanno mostrato una probabilità significativamente più alta di ottenere miglioramenti del dolore rispetto a quelli trattati con placebo, con prove di moderata qualità. I probiotici sono inoltre risultati associati a riduzioni della frequenza e dell’intensità del dolore, anche se con prove di bassa qualità. Due studi hanno seguito i partecipanti allo studio per tre-sei mesi dopo l’intervento, e hanno riscontrato anche una probabilità significativamente maggiore di miglioramento del dolore con probiotici, con prove di qualità moderata. I cambiamenti dietetici a base di fibre non hanno invece ottenuto risultati migliori del placebo nel migliorare il dolore a breve termine. Sulla base delle scarse prove disponibili, non è stato possibile determinare quale ceppo probiotico fosse più efficace, o quali fossero i migliori dosaggi e regimi. «Le sperimentazioni future dovrebbero valutare i risultati a lungo termine e utilizzare risultati convalidati e misure coerenti concordate dai leader della ricerca in questo settore. Pochi studi hanno fornito informazioni su assenze da scuola e da eventi sociali o sul funzionamento psicologico e sulla qualità della vita, che sono esiti invece molto significativi per le famiglie» concludono gli autori. JAMA Pediatr. 2018. doi: 10.1001/jamapediatrics.2018.4575 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30592480 by Doctor33)

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Il dolore interessa più del 50% dei pazienti oncologici

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 novembre 2018

Roma il 6 e 7 novembre. Martedì 6 novembre, alle 11, in sede congressuale (Auditorium Ministero della Salute, Lungotevere Ripa 1). Molte persone colpite da tumore soffrono anche di dolore episodico intenso (Breakthrough Cancer Pain, BTP), una forma particolare che si manifesta con crisi acute che possono durare da mezz’ora a 60 minuti. Si configura come una sorta di “dolore nel dolore”, con caratteristiche (intensità, tempi di insorgenza, durata) che si discostano dal cosiddetto dolore di fondo. Pertanto richiede un inquadramento e un trattamento a parte, dedicato, rappresentando un’ulteriore sfida per tutte le figure coinvolte: l’oncologo, il terapista del dolore e il medico di famiglia. È italiano il più grande studio al mondo per capire come trattare al meglio questo sintomo: i risultati saranno presentati nel convegno nazionale “Una ricerca tutta italiana sul BTP”, dove è previsto un media tutorial a cui parteciperanno, fra gli altri, il prof. Paolo Marchetti (Direttore Oncologia Medica B del Policlinico Umberto I di Roma), il prof. Giuseppe Tonini (Responsabile Oncologia Medica Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma) e il prof. Sebastiano Mercadante (Direttore Unità di Terapia del dolore e Cure di supporto, Dipartimento Oncologico La Maddalena di Palermo).

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Percezione e gestione del dolore in emofilia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 ottobre 2018

Sin dalla prima infanzia il dolore influisce fortemente sulla qualità di vita dei pazienti emofilici e su quella dei loro caregiver.
Il sondaggio, condotto su 119 pazienti (76% affetti da emofilia grave, 61% di età ≥18 anni) e 44 medici specialisti dei centri emofilia di tutta Italia, ha messo in luce come la percezione del dolore da parte dei pazienti sia molto diversa rispetto a quella dei loro medici.
“Dalla ricerca – ha dichiarato la Dottoressa Annarita Tagliaferri, Responsabile del Centro e coordinatrice dello studio – risulta che il 61% dei pazienti riferisce dolore e, di questi, l’86% necessita di una terapia farmacologica; e tra quelli che non riferiscono dolore (39%), il 70% sono bambini in profilassi. Il dolore alle articolazioni viene localizzato prevalentemente alla caviglia (82%), al ginocchio (62%) e al gomito (59%). La maggior parte dei pazienti classifica il dolore come persistente/cronico (71%) o acuto (69), mentre in alcuni è legato ad un intervento chirurgico (8%) o all’infusione (6%). Va sottolineato che oltre il 70% dichiara di provare dolore da più di 5 anni e circa un paziente su 5 da oltre 20 anni. Ancora, in una scala di intensità del dolore da 1 a 10, i 2/3 dei pazienti danno un punteggio maggiore o uguale a 6.”Il trattamento farmacologico nella maggior parte dei pazienti non ha riportato benefici a lungo termine, inducendo tolleranza e convivenza con il dolore. Solo il 29% dei pazienti con dolore ha eseguito fisioterapia e il 23% ha preferito altri trattamenti non farmacologici, il 75% dei quali ha scelto il nuoto.
“I dati raccolti indicano che i medici dei Centri emofilia hanno una percezione differente dell’impatto del dolore nella vita dei loro pazienti – ha spiegato il Dottor Antonio Coppola, Dirigente medico al Centro Emofilia di Parma coinvolto nello studio -. I medici, infatti, riportano una prevalenza tra i loro pazienti più bassa del dolore sia in generale (46% a confronto del 61% dei pazienti intervistati), che del dolore cronico (58% contro 71%) e, in particolare, del dolore acuto (33% contro 69%). I medici riconoscono che in occasione delle visite di check-up nella maggioranza dei casi l’argomento dolore viene affrontato principalmente o in egual misura dai pazienti rispetto ai medici; inoltre solo la metà degli specialisti utilizza scale o strumenti validati per la valutazione del dolore”.
Dall’indagine emerge dunque che il dolore viene sottovalutato e affrontato in maniera non soddisfacente dai medici dei Centri per il Trattamento dell’Emofilia (HTC).L’emofilia colpisce circa 400.000 persone nel mondo ed è una patologia principalmente ereditaria in cui una delle proteine necessarie per la coagulazione del sangue è mancante o carente. L’emofilia A è il più comune tipo di emofilia; in questo caso è assente o presente in quantità ridotta il fattore VIII. L’emofilia A, che colpisce 1 persona su 10.000, per un totale di più di 30.000 persone in Europa, può portare a quadri di artropatia invalidanti a causa di versamenti ematici ripetuti nelle articolazioni.

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Nuove idee nella ricerca sul Dolore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 giugno 2018

Diegem/Aachen. Il numero di pazienti che soffrono di Dolore è altissimo. Nella recente pubblicazione ‘European Pain Management’ (Oxford University Press, 2018), Christopher Eccleston, Bart Morlion and Christopher Wells riportano che dei 740 milioni di abitanti dei 37 stati membri dell’EFIC® (European Pain Federation), 150 milioni soffrono di dolore cronico. Un numero che equivale all’intera popolazione di Francia e Germania insieme. Un dato che chiaramente sottolinea quanto la ricerca sul dolore ora sia quanto mai fondamentale. Grazie al supporto dell’E-G-G Award, i giovani ricercatori/scienziati sono così incoraggiati a sviluppare e realizzare le loro idee di ricerca. Dal 2004, EFIC® “European Pain Federation”, in partnership con Grünenthal, ha promosso molti progetti nell’ambito della ricerca sul dolore: 60 giovani scienziati in 13 Paesi sono stati supportati con grant per i loro progetti di ricerca pari a 1.400.000 €. “Gli scienziati validi hanno una scelta e noi vogliamo che scelgano una carriera nella ricerca sul Dolore”, ha affermato Christopher Eccleston, nuovo Presidente del Comitato per la Ricerca della European Pain Federation, EFIC®. Di conseguenza, EFIC® e Grünenthal insieme hanno offerto valore ai pazienti affetti da dolore cronico, investendo sui giovani ricercatori. “Il nostro obiettivo è quello di creare una cultura di successo della quale possano beneficiare i pazienti affetti da dolore cronico di tutta Europa”, ha proseguito Eccleston.”Il dolore cronico è un pesante fardello che limita la qualità di vita di moltissime persone” ha sostenuto Imane Wild, Capo Global dei Medical Affairs in Grünenthal. “Il trattamento del dolore comporta un approccio complesso. Un trattamento efficace è spesso il risultato di una terapia multimodale che coinvolge non solo l’uso dei farmaci ma anche di altri interventi, quali la fisioterapia o perfino la psicoterapia. Pertanto, la ricerca sul Dolore dovrebbe essere portata avanti ad ampio spettro. Conseguentemente, approcci di ricerca che siano creativi, sono di enorme rilevanza” ha ribadito Imane Wild.Con l’istituzione nel 2004 dell’EFIC-Grünenthal Grant, le forze congiunte di EFIC® e Grünenthal garantiscono supporto ad idee di ricerca creative, proposte da giovani scienziati, che portano così un importante contributo alla ricerca sul dolore.I ricercatori con meno di 40 anni, che hanno conseguito un Dottorato di Ricerca o una Laurea in Medicina possono presentare domanda entro il 31 Dicembre 2018.Al sito http://www.e-g-g.info sono disponibili tutte le informazioni relative alla domanda di ammissione e alle condizioni generali del grant.

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Dolore post partum, pubblicate da Acog le nuove linee guida sul trattamento

Posted by fidest press agency su martedì, 5 giugno 2018

Sulla sua rivista ufficiale Obstetrics & Gynaecology, l’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) ha appena pubblicato le sue raccomandazioni sulla gestione del dolore nelle donne che hanno recentemente partorito. Spiega Yasser El-Sayed, vicepresidente del comitato ACOG sulla pratica ostetrica: «Esistono variazioni individuali nell’intensità dei sintomi, nonché differenze nel modo in cui le donne metabolizzano i farmaci. Sapendo che il dolore può interferire con la capacità della puerpera di prendersi cura di sé e del proprio bambino, è importante che i ginecologi parlino con le pazienti dell’intensità del loro dolore creando una strategia terapeutica personalizzata e informando la madre sugli effetti collaterali di qualsiasi farmaco prescritto, specie se allatta al seno». Oltre agli approcci non farmacologici per la gestione del dolore post-partum, ACOG raccomanda una gradualità della terapia farmacologica, specie nelle donne che hanno subito un taglio cesareo. «Il trattamento del dolore associando l’efficacia analgesica alla gravità dei sintomi suggerito nel 1986 dall’Organizzazione mondiale della sanità per il dolore oncologico può essere adattato anche al dolore post-partum» afferma El-Sayed. La prima fase comprende analgesici non oppioidi come paracetamolo o farmaci anti-infiammatori non steroidei; la seconda fase aggiunge oppioidi più leggeri come la codeina, l’idrocodone, l’ossicodone, il tramadolo o la morfina orale; il terzo stadio prevede, infine, l’uso di oppioidi più forti come la morfina parenterale, l’idromorfone o il fentanil. «Questo approccio a più livelli aiuta a gestire i sintomi associando l’efficacia del farmaco alla gravità del dolore» scrivono gli esperti dell’ACOG, ricordando che, indipendentemente dal tipo di farmaco utilizzato, è prudente avvisare le donne cui sono stati prescritti analgesici oppioidi del rischio di depressione del sistema nervoso centrale non solo nella paziente, ma anche nel bambino allattato al seno. «Per questo la durata della terapia con oppiacei andrebbe limitata solo al periodo necessario per trattare il dolore acuto» conclude El-Sayed. (Fonte: Doctor33)

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Farmaci antinfiammatori contro il dolore

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 settembre 2017

La terapia del dolore prevede anche l’utilizzazione di farmaci antinfiammatori non steroidi (FANS). Sono tra i farmaci più prescritti sia dai medici sia per automedicazione, e la loro efficacia non deve far dimenticare i possibili effetti collaterali, soprattutto a livello gastrico, ma l’introduzione di farmaci gastroprotettivi ha contribuito a ridurre i rischi nell’utilizzo dei farmaci antinfiammatori. È un tema affrontato durante il simposio “Pain management: unmet needs in acute pain”, organizzato con il coordinamento scientifico dell’European League Against Pain e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «I temi trattati comprendono molti degli aspetti scientifici che sottendono alla Medicina del Dolore, tra cui appunto l’utilizzo dei FANS» spiega Carmelo Scarpignato, docente di Farmacologia Clinica, Università degli Studi di Parma e co-Presidente del simposio. «Sono tra i farmaci più prescritti sia dai medici sia per automedicazione e sono utilizzati anche per il controllo del dolore. Questi farmaci sono gravati da effetti collaterali gastrointestinali la cui frequenza e gravità non sono affatto trascurabili. I fattori di rischio per gastrolesività da FANS sono l’età avanzata, la storia di ulcera peptica, il trattamento concomitante con anticoagulanti orali, con corticosteroidi, l’uso contemporaneo di più FANS e la presenza di altre comorbilità importanti. Questo fa sì che, in categorie di pazienti a rischio elevato, l’utilizzo di farmaci gastroprotettori sia altamente consigliabile. I farmaci dell’apparato gastrointestinale sono a loro volta tra i più prescritti e figurano al secondo posto per spesa sanitaria. Sono prevalentemente rappresentati dagli inibitori di pompa protonica, appunti utilizzati spesso come protettori nei confronti dei danni gastrici da FANS».
Nonostante tutte le linee guida internazionali raccomandino l’uso di gastroprotettori nei soggetti a rischio di danno gastrico da FANS, molti comportamenti difformi sia in senso di ipoprescrizione che di iperprescrizione in soggetti a basso rischio vengono registrati da diversi studi. In particolare, pare che in Italia, inappropriatezze prescrittive in questo campo siano particolarmente presenti nel settore delle cure primarie. Infatti secondo uno studio pubblicato di recente, un impiego insoddisfacente della terapia gastroprotettiva sarebbe osservabile nel 30,6% degli ultra-65enni, mentre un uso eccessivo sarebbe stato accertato nel 57,5% dei pazienti di età inferiore a 65 anni, in assenza di fattori di rischio.
«Da un lato agli anziani vengono prescritti in misura minore i farmaci gastroprotettivi, in altri casi si osserva un uso inappropriato degli inibitori di pompa protonica. Questo perché gli anziani sono spesso affetti da malattie concomitanti e assumono diversi farmaci, per cui sono esposti ai rischi determinati da una terapia prolungata con inibitori di pompa protonica e dall’interazione tra i farmaci» prosegue Scarpignato.
«Nel complesso gli inibitori di pompa protonica sono farmaci insostituibili nella gestione delle malattie acido correlate. Comunque il trattamento con gli inibitori di pompa protonica, come ogni tipo di farmacoterapia, non è privo di rischio di eventi avversi. I benefici globali della terapia e il miglioramento della qualità di vita supera in modo significativo i potenziali danni nella maggior parte dei pazienti, ma i soggetti senza chiare indicazioni cliniche sono soltanto esposti ai rischi della prescrizione degli inibitori di pompa protonica. Pertanto, l’adesione alle linee guida basate sule prove rappresenta l’unico approccio razionale per una terapia con gli inibitori di pompa protonica efficace e sicura».

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Il dolore nella storia umana

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

doloreE’ una condizione, quella della sofferenza, che è difficile d’accettare. Non mi riferisco di certo ad un banale mal di denti o ad un mal di pancia per una indigestione. La mia riflessione è rivolta al “grande dolore”, quello che per mesi, se non anni, attanaglia l’essere umano per un male incurabile, per una infermità debilitante. E’ un momento che la scienza e la fede hanno dedicato attenzioni di segno diverso. La scienza protesa a lenire il travaglio esistenziale con farmaci adeguati, mentre la religione, in senso lato, proclama il primato del sofferente come riscatto, come atto di santità e di fede. Un concetto, quest’ultimo, difficile da digerire. E’ come voler dire che la sofferenza è data al malvagio per punirlo e al giusto per premiarlo. Ma il dolore non è una merce per i buoni o per i cattivi. Esso fa parte della lotta che l’essere umano ingaggia con la natura, con le forze che cercano di sovrastarlo. Può colpire tutti, indistintamente, e non c’entra con l’appartenenza o meno ad una religione né essa può arrogarsi il diritto di riscuoterne i meriti. Non è un sacrificio da offrire sull’altare della fede, ma è il prezzo del nostro essere e divenire a prescindere dai temi della rassegnazione, del “dono” da offrire ad un “signore offeso” per blandirne l’ira. Come potrebbe essere altrimenti se questo dolore profondo colpisce, ad esempio, un bambino? Chi mai, alla sua età, può aver provocato una offesa così grave da meritarsi una punizione tanto crudele? Ma se vi è un Dio che sa anche compiere il “miracolo” della guarigione dovremmo anche chiederci perché nel suo agire è tanto selettivo: a quello si e ad altri no. E non ci vengano a dire che la leva che smuove il sentimento della redenzione è dato dalla fede. Ognuno di noi crede e può anche pregare per un suo Dio, ma per il professante la sofferenza si trasforma in rassegnazione e anche in martirio in nome della fede, come il cilicio lo è per i fanatici e i masochisti, mentre per gli altri è la medicina del medico a fare da balsamo. Due diverse medicine, quindi, ma non frutto di una ricercata identità ultraterrena, per gli uni mentre manca agli altri, ma per il semplice motivo che la fede diventa un tramite per darci una ragione ed anche una speranza che la sofferenza possa tornarci un qualche modo utile per un premio di là della vita. Questa testimonianza, ad esempio, l’ho colta sul letto di un grande sofferente che mi diceva: “la vita è bella, va vissuta sino in fondo” E io pensavo, ascoltandolo stupito, è forse la paura di morire, dell’ignoto che lo attende a fargli dire queste parole? Ma potrebbe un vero credente pensarla seriamente e non chiedere al suo Dio di staccare la spina e di allontanare dalla propria bocca il calice con il veleno del duro travaglio? Dopo tutto l’essere umano è figlio del suo tempo mentre Dio lo è in tutti i tempi o, per meglio dire, è senza tempo e non ha, quindi, bisogno di mettere alla prova chicchessia, tanto già ne conosce la misura. (Riccardo Alfonso direttore centro studi filosofici e religiosi della Fidest)

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Dolore nell’anziano

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2016

ospedale-bergamo-papaLe persone residenti in RSA in provincia di Bergamo sono circa 8.400, di cui il 58,2% anziani (over 65) affetti da decadimento cognitivo, ovvero con demenza di prima e seconda diagnosi; di questi il 18% ha dolore (scala NOPPAIN), ma i dati sono sottostimati rispetto a quelli riportati in letteratura. Inoltre il 31% dei pazienti cognitivamente integri ha dolore di qualsiasi entità, il 9% ha dolore intenso e il 2% ha dolore intenso non curato, con un’ampia variabilità di prevalenza tra le diverse residenze. Questi i numeri emersi dal Progetto Giobbe – RSA senza dolore che, proprio per far fronte alle esigenze terapeutiche ed assistenziali di questi pazienti fragili, con particolare riguardo a quegli ospiti impossibilitati a comunicare perché affetti da demenza avanzata, ha previsto la formazione diretta e indiretta di oltre 5.300 operatori e il coinvolgimento di più di 5.400 ospiti. Oggi tutte le strutture residenziali della Provincia dispongono di un metodo per la rilevazione della sofferenza fisica e psicologica, hanno effettuato un percorso di approfondimento rispetto all’utilizzo delle scale di valutazione del dolore e hanno attuato uno specifico protocollo di terapia antalgica.
Nato dal confronto e dalla sintesi di precedenti esperienze di cura nazionali ed internazionali, il progetto ha visto l’attuazione di una metodologia che, conciliando la complessità delle cure antalgiche con l’esiguità del tempo a disposizione degli operatori, consente alle “équipe’” delle RSA di trattare il dolore in modo efficace. “Alla base dell’iniziativa vi era la determinazione ad evitare che la cura del dolore non venisse realizzata perché troppo difficile ed onerosa in termini di tempo-lavoro o perché percepita dagli operatori come un obbligo procedurale, piuttosto che un modo per migliorare la qualità della vita dei pazienti”, spiega Melania Cappuccio, medico palliativista, Direttore Sanitario della Fondazione I.P.S. Cardinal Giorgio Gusmini ONLUS e Vice Presidente dell’Associazione Giobbe – Bergamo. “Il risultato è stato l’adozione di un protocollo di rilevazione della sofferenza, tramite schede di osservazione validate, e l’acquisizione di una specifica metodologia per la cura del dolore in questi pazienti”.Grazie all’utilizzo di una scala di valutazione validata a livello internazionale, con cui sono stati individuati i segni di sofferenza, anche negli ospiti non in grado di comunicare, il progetto ha reso possibile l’impiego di nuove indicazioni mediche e, soprattutto, una decisa riduzione nell’utilizzo degli psicofarmaci a vantaggio degli analgesici. Il risultato è una diminuzione media di oltre il 50% dell’intensità del dolore non solo nelle persone cognitivamente integre, ma anche nei pazienti affetti da decadimento cognitivo, in un tempo di trattamento farmacologico inferiore ai 10 giorni. “Anche con riferimento ai pazienti affetti da decadimento cognitivo – spiega Cappuccio – a seguito di terapia antalgica, la variazione degli indici comportamentali di dolore conferma che tutti i segni clinici, considerati come potenziali espressioni di sofferenza, si sono ridotti o risolti in circa il 50% dei casi”.
Lanciato nel 2010, e circoscritto in via sperimentale a poche realtà, il progetto, realizzato in collaborazione con la dottoressa Mara Azzi, Direttore Generale dell’ATS di Bergamo, ha progressivamente reclutato la totalità delle residenze bergamasche (63) attraverso un percorso formativo articolato in due fasi e dedicato a medici, infermieri, fisioterapisti, educatori professionali, assistenti sanitari e psicologi. La prima fase, avviata nel 2013, ha previsto il coinvolgimento iniziale di 38 RSA per poi giungere a completamento nel 2014, quando sono state arruolate anche le 25 strutture rimanenti.

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Diritto alla cura del dolore

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 novembre 2016

dolore-e-curaCrotone. Presso la sala Raimondi di Crotone si è tenuta la seconda tappa di “NienteMale Roadshow”, percorso itinerante di incontri rivolti all’opinione pubblica che ha l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini sul loro diritto ad accedere alla terapia del dolore, come stabilito dalla Legge 38 del 15 marzo 2010 “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore” e di informarli dell’esistenza di una rete di assistenza a cui si possono rivolgere per avere soluzioni contro il dolore.L’iniziativa è realizzata con il contributo educazionale di Angelini e con il patrocinio del Ministero della Salute.Il format scelto, il dibattito in teatro, moderato da Rosanna Lambertucci, ha tenuta alta l’attenzione della platea e ha favorito il coinvolgimento del pubblico. Hanno preso parte all’evento esponenti del mondo scientifico, sociale e delle istituzioni. Il dibattito si è aperto con il saluto di benvenuto di S.E. Mons. Domenico Graziani Arcivescovo di Crotone e dell’assessore alle politiche sociali del Comune di Crotone Alessia Romano ed è poi proseguito con l’intervento del commissario straordinario ASP Crotone (Azienda Sanitaria Provinciale) Sergio Arena che si è soffermato su quanto è stato già implementato a beneficio della terapia del dolore e su cosa è previsto nel prossimo futuro.Molto sentita la testimonianza di don Rino Le Pera, direttore dell’ufficio Caritas Diocesana di Crotone, che ha ribadito la vicinanza della Chiesa a coloro che sanno alleviare la sofferenza umana dal punto di vista terapeutico, ma anche morale e psicologico.Hanno inoltre partecipato il presidente III commissione consiliare sanità e politiche socio-sanitarie del Comune DI Crotone Vincenzo De Franco; il direttore sanitario del Presidio Ospedaliero di Crotone Angelo Carcea; la responsabile del centro terapia del dolore dell’Ospedale San Giovanni di Dio Marisa Piccirillo; il presidente di Federfarma Crotone Levino Rajani; il responsabile dell’unico Centro Hub Dolore della Regione Calabria Francesco Amato; il direttore sanitario aziendale ASP Agostino Talerico; il presidente dell’ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di dolore-e-cura1Crotone Enrico Ciliberto; il medico sociale della prima squadra del Crotone Calcio Antonio Marullo; il professore ordinario di anestesia, rianimazione e terapia del dolore dell’Università degli Studi di Parma Guido Fanelli; il sociologo e psichiatra Paolo Crepet che si è focalizzato sull’impatto sociologico del dolore. Numerose le associazioni locali coinvolte, come la Lega Italiana per la Lotta Contro i Tumori (Lilt), impegnata in iniziative di educazione e prevenzione contro il cancro; l’associazione Cittadinanza Attiva, che promuove l’attivismo dei cittadini per la tutela dei diritti e il sostegno alle persone in condizioni di debolezza; l’associazione Vivere Sorridendo, dedita ad aiutare i malati affetti da tumore; il Crotone Calcio che ha voluto promuovere e supportare l’iniziativa NienteMale. “Negli ultimi anni si è fortemente rafforzato il messaggio e la pratica della terapia del dolore. Anche in Calabria, sia pur con i vincoli del piano di rientro, è stata attivata la rete degli hospice, che naturalmente è ancora da completare.” – Ha affermato Michele Pacenza, delegato alla salute del presidente della Regione Calabria. – “Il fatto poi che la terapia del dolore faccia parte della valutazione sui livelli essenziali di assistenza (LEA), testimonia la scelta strategica di considerare tale terapia un obiettivo di civiltà.” Durante l’evento sono stati distribuiti questionari sull’autopercezione del dolore cronico e sulla conoscenza della Legge 38/2010. L’indagine, facoltativa, costituirà una fonte preziosa di dati da condividere con il Ministero della Salute alla conclusione del percorso di eventi, previsto a Roma il prossimo ottobre 2017. NienteMale Roadshow prevede una serie di incontri in città di provincia; il prossimo evento si terrà nella città di Brindisi a febbraio 2017. (foto: dolore e cura)

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Dolore pelvico cronico

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 ottobre 2016

doloreDolore pelvico cronico, sono in molte a soffrirne – ben una donna su 4 in Italia – può essere molto debilitante e può limitare anche le più semplici attività quotidiane. “Secondo un’indagine promossa da Onda, per esplorare la conoscenza e la consapevolezza della malattia” spiega la sua Presidente Francesca Merzagora “su un campione di 600 donne dai 18 ai 50 anni, il dolore pelvico impatta fortemente sin dall’inizio su molteplici dimensioni della vita quotidiana delle donne, come umore (48%) e intimità di coppia (48%). Il dolore viene paragonato da chi ne soffre per lo più alla puntura di tanti spilli (17%), a una coltellata (12%), a un martello che picchia (10%) o un fuoco che brucia dentro (10%). È considerato quindi come qualcosa di pervadente, che genera nervosismo, che intacca la felicità della donna, la fa sentire a disagio, stanca e depressa. Nonostante questo la donna spesso tarda ad andare dal medico. Trascorrono infatti 7 mesi tra la comparsa dei sintomi e il primo consulto”.Il primo medico interpellato è il medico di famiglia anche se il ginecologo rimane la figura di riferimento per questa malattia, consultato da 7 donne su 10. Degno di nota il fatto che il 46% ha dichiarato di aver consultato 2 figure mediche e il 30% di essere stata visitata da 3 o più medici.“Pur trattandosi di un fenomeno che, se trascurato, è in grado di portare a conseguenze anche gravi, la multifattorialità delle cause di questo disturbo – la pelvi accoglie non soltanto gli organi dell’apparato riproduttivo, ma anche urinario, gastroenterico, muscolo-scheletrico e nervoso – insieme a un ‘percorso a ostacoli’ tra gli specialisti, generano importanti ritardi diagnostici” afferma Monica Sommariva, Dirigente medico dell’Unità Operativa di Urologia e Unità Spinale dell’Ospedale G. Fornaroli di Magenta.“La diagnosi è in genere ‘da esclusione’, continua l’esperta. Non sempre si riesce a identificare una causa vera e propria e spesso più cause, anche di diversa competenza specialistica, interagiscono nell’insorgenza della sintomatologia dolorosa. Quando il dolore diventa cronico, si crea come un ‘cortocircuito’ a livello delle strutture nervose deputate alla sua elaborazione, responsabile dell’auto-mantenimento della sensazione dolorosa. Il dolore si trasforma così in vera e propria malattia, diventando un inseparabile compagno di viaggio pervasivo in tutti gli ambiti della vita: affettivo-familiare, socio-relazionale e lavorativo. Il dolore pelvico cronico oggi può essere trattato con un insieme di terapie mediche e comportamentali di alto livello ottenendo un controllo efficace. Il dolore peggiore è tuttavia quello di chi non viene capito nella sua sofferenza, ma ora qualcuno è in grado di ascoltare e ciascun paziente non è più solo ma può vincere e sorridere alla vita”, conclude. I dati evidenziano inoltre come in generale internet rappresenti, sia per donne sane che affette dalla malattia, la prima fonte di informazione (40% circa). Ben 9 donne che ne soffrono su 10 infatti esprimono il desiderio di avere maggiore informazione sulla malattia. “Risulta fondamentale però rivolgersi a strutture specializzate, gestite da équipe multidisciplinari, composte da diverse e specifiche figure professionali tra loro complementari, in grado di cogliere, attraverso un approccio globale, tutti gli aspetti che la complessità di questa patologia tende a generare, indagando tutte le possibili cause e per individuare le misure terapeutiche più indicate”, aggiunge Francesca Merzagora.
Per questo motivo Onda ha deciso, col contributo incondizionato di IBSA Farmaceutici, di organizzare un (H) Open Week sul dolore pelvico cronico dal 24 al 28 ottobre 2016 con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione femminile sull’importanza della prevenzione e del riconoscimento precoce dei sintomi, agevolando nella scelta del luogo di cura. Si tratta di un progetto che coinvolgerà quattro ospedali ubicati in 4 diverse regioni italiane (Campania, Lombardia, Sardegna e Toscana), in rappresentanza delle differenti realtà territoriali a livello sanitario. Gli ospedali coinvolti, che offriranno una settimana di servizi gratuiti sul tema del dolore pelvico cronico come visite, esami, incontri informativi, consulenze e materiale informativo, sono: l’Azienda Ospedaliera Giuseppe Moscati di Avellino, l’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo, il Presidio Ospedaliero Giovanni Paolo II di Olbia e l’Azienda Ospedaliero Universitaria Senese di Siena.

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Cardiopatici e dolore

Posted by fidest press agency su martedì, 12 luglio 2016

infarto miocardico acutoAnche l’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore (AISD) aderisce a CardioPain, il progetto che mira a ridurre l’uso improprio dei farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) e degli inibitori selettivi della COX-2 (COXIB) nei pazienti cardiopatici con dolore. Il ricorso assiduo a questi medicinali può, infatti, produrre importanti eventi avversi a livello cardiovascolare, pericolosi per chi già soffre di patologie cardiache.“Mentre nel dolore acuto infiammatorio – spiega Enrico Polati, Presidente AISD e Direttore del Dipartimento Emergenza, Terapie Intensive e Terapia del Dolore dell’Università di Verona – i FANS sono da considerarsi come farmaci di prima scelta, nel dolore cronico, che in Europa colpisce attualmente circa 100 milioni di cittadini, con una prevalenza del 50% nella popolazione anziana, sono invece gli oppioidi i farmaci d’elezione”. L’Italia è tra i primi Paesi al mondo per ricorso agli antinfiammatori. In realtà, secondo le evidenze scientifiche e i recenti warning di AIFA ed EMA, il loro utilizzo andrebbe limitato al dosaggio minimo efficace e al più breve tempo possibile per evitare effetti collaterali a livello gastrointestinale, renale, epatico e cardiovascolare. In ottemperanza alla nota n.66 di AIFA, che ne sconsiglia esplicitamente l’uso in presenza di problematiche cardiache, il progetto CardioPain punta a una più attenta somministrazione di analgesici, prevedendo indicazioni esplicite circa l’uso di FANS e COXIB nella scheda di dimissione ospedaliera dei pazienti cardiopatici. “La questione dell’appropriatezza terapeutica – prosegue Polati – è un tema molto importante e delicato. A mio parere, è l’unico percorso concreto affinché gli algologi italiani siano propositivi e non subiscano passivamente decisioni basate solo su questioni meramente economiche o di altro genere, che vanno a scapito dei pazienti che soffrono”.
L’adesione al progetto conferma l’impegno di AISD nella costruzione di specifici percorsi diagnostico-terapeutici multidisciplinari e nell’incoraggiare iniziative scientifiche e culturali che riportino al centro dell’interesse i pazienti e le loro esigenze. “Il coinvolgimento di tutte le società scientifiche algologiche italiane è fondamentale, – ha concluso Polati – così come lo è il ruolo del Medico di famiglia. Sicuramente un modo efficace per sensibilizzare gli operatori sanitari è anche quello di divulgare la cultura della valutazione e del trattamento del dolore e della sofferenza come obiettivo etico e assistenziale fondamentale per assicurare la qualità delle cure erogate ai pazienti”.

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Dolore muscolo scheletrico cronico

Posted by fidest press agency su domenica, 10 luglio 2016

pisaUn concreto cambio di paradigma, per gestire al meglio un tema di rilevanza nazionale, ecco la proposta di G.U.I.D.A. Non più il dolore muscolo scheletrico cronico come sintomo di una malattia, ma esso stesso una patologia da diagnosticare con scale di valutazione validate e condivise, da trattare con appropriatezza, secondo percorsi diagnostico terapeutici definiti con team multidisciplinari, per garantire al paziente il ritorno ad uno stato positivo in termini di qualità di vita, con la normale ripresa della attività lavorative e sociali.
“Il dolore muscolo scheletrico cronico, secondo dati recenti – dichiara il Presidente Ombretta Di Munno, Professore associato di reumatologia presso l’Università di Pisa – riguarda oltre il 26% della popolazione e rappresenta un tema di spesa sanitaria di primaria importanza, sia in termini di costi diretti che indiretti. Con queste premesse abbiamo scelto di fondare G.U.I.D.A, con l’obiettivo di colmare una lacuna importante nel panorama della scienza italiana e con l’aspirazione di creare una alleanza culturale e scientifica fra gli specialisti Ortopedici, Fisiatri e Reumatologi, figure professionali che gestiscono con maggiore frequenza i pazienti affetti da dolore muscolo-scheletrico.”
Il dolore cronico muscolo-scheletrico in Italia: aggiornamento della definizione, patologie e dati. In sintesi le localizzazioni del dolore cronico muscolo scheletrico sono: la parte superiore e inferiore della schiena, il capo, il collo e le articolazioni (principalmente il ginocchio). Il dolore cronico è più frequente nell’anziano, nella popolazione a basso reddito e tra le donne. Le cause che possono determinare il dolore cronico sono molteplici, tra le più comuni: l’artrosi e le artriti (nel 42% dei casi), le lombalgie, i dolori delle spalle e del collo, i disturbi del disco intervertebrale, le fratture, le cefalee, le sindromi da dolore delle fasce muscolari. Secondo i dati dell’osservatorio sul dolore cronico in Italia è un problema che riguarda il 26% della popolazione italiana, mentre la percentuale sale al 74% se si considera la fascia di popolazione compresa tra i 60 e gli 80 anni.
“Il dolore acuto, se non gestito – continua il Direttore Esecutivo Prof. Giovanni Iolascon, Ortopedico e Fisiatra, Professore di Medicina Fisica e Riabilitazione presso la Seconda Università di Napoli – può evolvere in dolore cronico con conseguenze serie che vanno dalla disabilità parziale o totale del paziente, all’aumentato rischio di complicanze cliniche, di prolungamento della degenza ospedaliera con un relativo incremento dei costi sanitari. Oggi, in base alle nuove evidenze cliniche, sappiamo che la definizione di dolore cronico muscolo scheletrico va aggiornata, non basta più classificarlo come cronico se la durata supera i tre mesi, ma è necessario integrare anche il criterio fisiopatologico.”
La spesa sanitaria per il dolore cronico muscoloscheletrico. L’esorbitante costo del dolore muscolo scheletrico, secondo dati recenti, arriva al 2,3% del PIL e, come sempre, cumula un insieme di costi diretti e costi indiretti. Per quando riguarda i primi si calcola circa un 10% della spesa sanitaria pubblica complessiva, dovuta principalmente ad erogazione di farmaci, ricoveri, diagnostica a carico del SSN, per un costo annuale di circa 1400€ per paziente. Per quanto riguarda i costi indiretti i principali fattori sono sostanzialmente le giornate lavorative perse, le interruzioni del lavoro e l’assistenza familiare, per una stima di 4557€/anno per paziente. Per entrambe le voci, quindi gioca un ruolo fondamentale la possibilità di migliorare il grado di appropriatezza rispetto alle terapie erogate, ma soprattutto la mancanza di un percorso diagnostico e terapeutico dedicato (PDTA) al dolore cronico, che possa indicare ad esempio al medico di base, quali specialisti consultare, in quale ordine e quale follow up mettere in pratica.
La proposta di G.U.I.D.A, l’attualizzazione della legge 38/2010 e la definizione di PDTA multidisciplinari. “G.U.I.D.A – spiega la Professoressa Di Munno – intende mettere al servizio delle Istituzioni e del Ministero della Salute, la competenza degli specialisti ortopedici, reumatologi e fisiatri, che di fatto, sono da sempre dedicati in prima linea nella gestione interdisciplinare delle patologie osteoarticolari ed al dolore ad esse connesso. La proposta che intendiamo portare avanti è quella di dare concretezza, alle ottime indicazioni della Legge 38/2010, elaborando e proponendo dei PDTA dedicati alle varie condizioni di dolore muscolo-scheletrico con l’obiettivo di migliorare la qualità di vita dei pazienti e di razionalizzare la spesa sanitaria, attraverso il principio dell’appropriatezza.”
“La proposta di un approccio muldisciplinare di G.U.I.D.A – dichiara la Senatrice Serenella Fucsia – va nella giusta direzione ed il mio auspicio è che con questo primo incontro istituzionale, si possa iniziare un percorso condiviso, in nome di un miglioramento delle condizioni di vita dei pazienti. Per dare la dimensione del problema è necessario ricordare come circa l’80% delle persone dichiarino di aver avuto almeno un episodio di mal di schiena nel corso della vita e come proprio questo disturbo, sotto i 45 anni, rappresenti la prima causa di assenza dal lavoro. Una recente indagine dell’INAIL ha registrato che in Italia ogni anno si perdono circa 30 milioni di giornate lavorative. Per questo motivo riuscire a diagnosticare e trattare meglio il dolore cronico, può aiutare sia a rendere più appropriata la spesa sanitaria, che a contenere i costi indiretti.”
“L’Algodistrofia (Sindrome Dolorosa Regionale Complessa) – conclude il Professor Iolascon – che abbiamo voluto richiamare nel nome di G.U.I.D.A, rappresenta un caso emblematico per la sua connessione con il dolore (iperalgesia e allodinia), quale principale sintomo. Considerata a tutt’oggi patologia relativamente rara (26.2 per 100,000 persone all’anno)[4], colpisce soprattutto le donne (3,5 a 1) tra i 55 ed i 75 anni ed è balzata all’attenzione degli specialisti per la recentissima identificazione del Neridronato, molecola della famiglia dei Bisfosfonati, come terapia di scelta[5] in grado di far regredire e curare la patologia se diagnosticata nelle sue fasi iniziali. La necessità di diffondere tra gli specialisti questo messaggio assume una rilevanza ancora maggiore se si considera che se non trattata precocemente l’Algodistrofia può causare invalidità permanente nella funzione della mano e del piede, con tutto quello che questo può comportare per la qualità di vita del paziente.”

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Svelate cellule del sistema nervoso che restano “marchiate” dal dolore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 maggio 2016

cellula staminaleMilano. la dottoressa Franziska Denk, PhD. ricercatrice del King’s College di Londra, ha scoperto che alcune cellule immunitarie del sistema nervoso – sinora studiate in un campione murino – mantengono una “memoria” delle lesioni nervose. La Denk è una delle vincitrici dell’EFIC-Grünenthal Grant 2014. In sostanza, attraverso una serie di analisi genetiche sui topi, il gruppo di studio guidato dalla ricercatrice ha confermato che qualsiasi evento dannoso – un trauma, una lesione o anche l’infiammazione persistente dovuta a una patologia – lascia una sorta d’impronta indelebile sul DNA di queste cellule, presenti nel sistema nervoso e deputate a suscitare una risposta immunitaria. Quest’impronta è “indelebile” nel senso che persiste anche quando ne è cessata la causa – ossia il danno o l’infiammazione –: proprio ciò che avviene quando il dolore, cronicizzandosi, diventa indipendente dalla propria causa nocicettiva e diviene pertanto una malattia autonoma.Gli studi della dottoressa Denk hanno inoltre chiarito che l’“impronta” che il dolore lascia sulle cellule immunitarie del sistema nervoso consiste in una vera e propria modificazione chimica, la quale tuttavia non altera i geni, ma soltanto la loro espressione: una descrizione, del più intimo meccanismo di cronicizzazione del dolore, del tutto coerente con il modello della plasticità del sistema nervoso, con il quale sino ad oggi è stato spiegato il processo di cronicizzazione.Si tratta di scoperte che rappresentano un passo avanti importante verso una più compiuta comprensione del meccanismo di cronicizzazione del dolore, e quindi verso la concreta possibilità di intervenire su questo processo attraverso terapie sempre più mirate ed efficaci, in grado non solo di “mettere a tacere” la sofferenza inutile, ma di curarla in senso proprio, cioè di agire sulle sue cause.“Nel 2014 – dichiara Thilo Stadler, General Manager South Europe and Nordics di Grünenthal – assegnammo l’EFIC-Grünenthal Grant alla dottoressa Denk proprio per i suoi studi che puntavano a svelare il meccanismo di cronicizzazione del dolore in base a una possibile relazione fra caratteristiche epigenetiche e persistenza della sofferenza inutile. Il premio, promosso sin dal 2004 dalla European Pain Federation Efic grazie al sostegno incondizionato di Grünenthal GmbH, ha l’obiettivo di aiutare i giovani ricercatori di tutta Europa a tradurre in reali progetti scientifici le proprie ipotesi sperimentali. Quindi oggi siamo orgogliosi di apprendere che anche il nostro piccolo contributo è servito ad alimentare un filone di ricerca così importante, che ha consentito davvero alla scienza di fare un salto in avanti verso la definitiva soluzione dell’enigma del dolore cronico”.

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Libro: I medici si raccontano

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 maggio 2016

i medici si raccontanoVoci dai confini del sapere di Silvano Biondani, Paolo Malavasi, Sebastiano Castellano Prefazione di Gianna Milano. “La medicina è migliorabile ma non infallibile, è un’impresa che si fonda su certezze consolidate ma anche su inevitabili incertezze, su competenze tecnico-scientifiche, ma anche sulla partecipazione a un malessere per il quale non sempre esistono terapie efficaci. Ma anche quando la medicina fallisce, la cura del malato deve sempre esserci.” (dalla Prefazione di Gianna Milano)C’è il dolore del malato e c’è il disagio del medico, di cui si parla poco o niente. Il libro di Silvano Biondani, Paolo Malavasi e Sebastiano Castellano, tra i primi ad avviare gli incontri sperimentali di medicina narrativa nel 2002, vuole parlarne. Vuole che siano chiari i due aspetti della medicina: essere curati e curare. Perché dietro ogni appuntamento, ogni malattia, ogni persona, c’è una storia, e conoscerla rappresenta già uno straordinario strumento terapeutico.Sullo sfondo ci sono i tagli alla sanità, la spersonalizzazione del malato e l’esaltazione della diagnostica fatta di esami di laboratorio, di specialisti, di troppi dati obiettivi.C’è soprattutto la preoccupazione, la speranza, la sofferenza, il dolore fisico e quello psichico vissuti dal malato e dalla sua famiglia, raccolti da un medico che ascolta. Ci sono nuove domande.Che cosa significa essere medici oggi? Che cosa significa curare? E che cosa prendersi cura? Che vuol dire affacciarsi alla vita degli altri nel momento della sofferenza? Quali sono le frustrazioni di una professione via via penalizzata dalla fretta?Alcuni medici di famiglia veronesi ed emiliani hanno deciso di formare un gruppo di «narrazione medica», al cui interno leggere e discutere le storie dei pazienti che più li hanno colpiti, coniugando la scienza alle storie dei malati. Dal loro dialogo, e fra quello di curanti e curati, è maturata un’intensa condivisione di casi umani, di relazioni che diventano parte della cura, di problemi irrisolti o irrisolvibili, a cui si cerca di far fronte con nuove risposte.Le storie raccontate in questo libro suggeriscono che è la relazione di cura che andrebbe curata, in una prospettiva di ripensamento generale della medicina e della dimensione umana contro la spersonalizzazione imperante nel mondo della sanità.
Edizioni Angelo Guerini e Associati è una Casa Editrice indipendente specializzata in saggistica fondata a Milano nel 1987. Ad oggi sono stati editati oltre tremila titoli su temi quali la ricerca scientifica, il dibattito politico e culturale, l’evoluzione della didattica universitaria, lo sviluppo professionale. (foto: i medici si raccontano)

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Dolore in neoplasia avanzata

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 marzo 2016

cavannaPiacenza. Ogni anno conta 2.500 ricoveri in regime di day hospital, 1.450 degenze e circa 25.000 visite ambulatoriali. È l’Unità Operativa di Oncologia dell’Asl di Piacenza che con uno staff di 12 medici, uno psicologo, un data manager, 25 infermieri, 7 Operatori Socio Sanitari, 3 coordinatori infermieristici e 2 assistenti sanitari, si prende cura di ogni tipo di patologia tumorale, con un focus specifico su mammella, colon e polmone. Da sole queste 3 neoplasie sono responsabili di oltre la metà dei 1.200 nuovi casi di tumore che ogni anno l’UO si trova ad affrontare. Grazie al forte impegno sul fronte della ricerca scientifica di valore, la struttura, attualmente coinvolta in circa 40 studi condotti su diverse tipologie oncologiche, è un’eccellenza al servizio del territorio.“Nella cura dei pazienti oncologici, è importante prestare attenzione anche alla gestione dei sintomi, in particolare il dolore, presente in oltre il 60% dei casi di neoplasia avanzata, arrivando a punte di oltre il 90%”, illustra Luigi Cavanna, Direttore dell’UO di Oncologia dell’Asl di Piacenza. “La sofferenza favorisce depressione e rinuncia alla terapia attiva contro la malattia. Le più importanti società scientifiche raccomandano pertanto il trattamento precoce del dolore oncologico, che può incidere sulla durata, oltre che sulla qualità di vita”.
“Un altro studio a cui abbiamo preso parte insieme all’Istituto Mario Negri di Milano, in corso di stampa su Annals of Oncology, evidenzia che una parte di pazienti può essere poco responsiva al trattamento; abbiamo un ulteriore studio in collaborazione con l’Istituto Mario Negri per valutare la variabilità della risposta analgesica a un trattamento a base di ossicodone-naloxone in pazienti oncologici con dolore moderato-severo. Da ricordare anche un recente articolo accettato sulla rivista Current Medical Research & Opinion in cui è emerso che l’associazione ossicodone-naloxone è correlata a una migliore tollerabilità, con minor rischio di costipazione, rispetto all’uso sia di ossicodone da solo sia di morfina”.Lo sforzo dell’Unità Operativa di Oncologia dell’Asl di Piacenza per migliorare l’assistenza ai pazienti non si concretizza solo nell’intensa attività di ricerca scientifica ma anche in un assetto organizzativo particolarmente efficiente. La struttura ha infatti sviluppato una rete oncologica estesa in tutta la provincia: i medici si spostano presso gli altri tre ospedali del territorio (Fiorenzuola, Bobbio e Castelsangiovanni), garantendo continuità e coerenza nelle cure erogate a oltre 300 pazienti. L’UO, inoltre, è tra le poche a vantare la preparazione centralizzata dei farmaci antitumorali per l’intera provincia, assicurando equità e sicurezza agli assistiti, e questo è stato possibile con l’ottima collaborazione dei farmacisti: dr.ssa Alessandra Riva, Dr.ssa Antonella De Masi e dr. Stefano Vecchia.La struttura è attualmente accreditata Esmo (European Society for Medical Oncology) per quanto riguarda la continuità assistenziale: si è quindi dimostrata in grado della presa in carico complessiva del paziente, non solo al momento della somministrazione della cura, ma per tutto il decorso della malattia, gestendo al meglio tutte le complicanze, con una reperibilità continua degli oncologi, 24 ore su 24, per tutti i giorni dell’anno.
“La rete provinciale e la preparazione centralizzata dei farmaci oncologici in un’unica centrale di preparazione chiamata unità di farmaci antiblastici (UFA) hanno permesso anche un importante risparmio per l’azienda sanitaria, poiché non vengono sprecati i residui dei flaconi dei chemioterapici che sono estremamente costosi. È stata pubblicata una nostra ricerca sulla rivista Medical Oncology (Med Oncol; 2015, 32:16) in cui si evidenzia un risparmio di circa 16.000 euro ogni mese con il modello della preparazione centralizzata per l’intera provincia. La qualità di vita del malato è molto importante e il nostro impegno quotidiano deve cercare di preservarla. Gli studi pubblicati ed attualmente in corso, con farmaci, presidi o nuove modalità organizzative, sono molto preziosi perché ci permettono una cura sempre migliore dei tanti pazienti oncologici che a noi si affidano”, conclude il dottor Cavanna. (foto. cavanna)

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Dolore pelvico femminile

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 marzo 2016

“Il dolore pelvico cronico femminile è una condizione fortemente debilitante che limita le comuni attività quotidiane fino a comportare una vera e propria disabilità funzionale”, afferma Nicola Colacurci, Direttore della S.C. di Ginecologia ed Ostetricia presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria della Seconda Università di Napoli e promotore del convegno “Dolore pelvico cronico e qualità di vita” che si svolgerà il 4 marzo presso l’Aula Magna della Scuola di Medicina della SUN con la partecipazione di esperti e la presenza del Magnifico Rettore della Seconda Università Prof. Giuseppe Paolisso e del Commissario Straordinario dell’ AOU SUN Maurizio Di Mauro.
“Spesso occorrono molti anni prima che si raggiunga una diagnosi corretta, spiega Colacurci, il dolore pelvico è un sintomo spesso banalizzato e trascurato e sono le pazienti a pagare il prezzo del ritardo diagnostico. Oggi sappiamo che questa condizione deve essere affrontata da un team multidisciplinare al fine di indagare tutte le possibili cause e per trattare nel modo più efficace questa patologia di cui si stima soffra 1 donna su 4 tra i 18 e i 50 anni e rappresenta una delle principali cause di visita ginecologica. Stiamo parlando di diverse affezioni: endometriosi, sindrome del colon irritabile, Morbo di Chron, colite ulcerosa, cistite interstiziale, vulvodinia sono infatti solo alcune delle patologie correlate al dolore pelvico cronico.L’incontro affronta il tema partendo dalle testimonianze di donne, rappresentanti delle Associazioni pazienti, quali l’Associazione Viva, Vincere Insieme la Vulvodinia, l’AICI, Associazione Italiana Cistite Interstiziale, l’AIE, Associazione Endometriosi e O.N.D.A., Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna, intervallate da performance teatrali a cura dell’attrice Cristina Donadio, discussioni antropologiche, scientifiche e politico-organizzative.Per rispondere alla complessità che caratterizza questa condizione è stato recentemente costituito presso il vecchio policlinico di Napoli, l’ambulatorio del dolore pelvico cronico, diretto dal prof. Colacurci, per offrire, nell’ottica di una integrazione di differenti competenze, una risposta assistenziale corretta e competente a donne che, invece, sono alla disperata ricerca di sollievo al loro dolore.L’eccellenza assistenziale dell’attività ginecologica presso l’AOU SUN è stata riconosciuta anche da O.N.D.A. che ha conferito all’AOU SUN l’importante riconoscimento di due Bollini Rosa: la certificazione che l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna attribuisce dal 2007 agli ospedali italiani ‘vicini alle donne’, ossia quelle strutture che offrono servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie femminili, riservando particolare attenzione alle specifiche esigenze dell’utenza rosa.La partecipazione è libera e gratuita.

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Dolore post operatorio: solo 10% dei pazienti trattato secondo le linee guida

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 gennaio 2016

doloreNonostante la riconosciuta professionalità degli anestesisti, i modelli di cura individuati dalle Società scientifiche, le prescrizioni della Legge 38, la disponibilità di trattamenti efficaci e l’esistenza di linee guida ‘evidence based’, la gestione del dolore post operatorio in Italia risulta ben al di sotto degli standard europei, e può essere definita subottimale. Lo rileva – suffragando l’allarme con una notevole mole di dati – un articolo scientifico realizzato da un’equipe guidata dalla professoressa Flaminia Coluzzi, docente di Anestesia e Rianimazione dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, e pubblicato a novembre sulla European Review for Medical and Pharmacological Sciences. L’articolo propone un raffronto fra i dati raccolti attraverso due survey – del 2006 e del 2012, su un campione rappresentativo di oltre il 40% degli ospedali pubblici italiani (ben 289 le strutture che hanno risposto alla survey del 2012) – realizzate a cura della SIAARTI (Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva). I risultati di queste indagini sono stati discussi oggi nel corso di una conferenza stampa che si è svolta a Milano. Dal punto di vista dell’organizzazione, solo la metà degli ospedali analizzati – e con notevoli sperequazioni regionali – ha attivato un Servizio del dolore acuto post operatorio (Acute Pain Service): un’unità delineata dalla SIAARTI e inserita nelle linee guida già nel 2010, secondo un modello organizzativo nel quale l’anestesista deve assumere un ruolo di coordinamento di un team responsabile proprio della gestione del dolore post operatorio. Dal punto di vista dei servizi, solo il 10% dei pazienti sottoposti a intervento chirurgico ha ricevuto un trattamento del dolore post operatorio rispondente alle linee guida, che richiedono un trattamento personalizzato sul tipo di paziente e sul tipo di dolore. Si tratta di terapie multimodali e controllabili dal paziente sotto supervisone medica.
“Tutti noi siamo consapevoli che nonostante la riconosciuta preparazione degli anestesisti, i quali hanno il compito istituzionale di garantire l’analgesia in fase post chirurgica, il dolore post operatorio è trattato nella maggior parte dei casi attraverso presidi a infusione fissa e continua – afferma il professor Guido Fanelli, Direttore della U.O.C. di Anestesia e Rianimazione e del Centro Hub di terapia del Dolore dell’A.O.U. di Parma, Direttore scientifico Biogenap del CNR e Direttore Scientifico di Fondazione ANT –. Ciò significa che l’effetto antalgico non è adeguatamente modulato nel tempo, né sufficientemente adattato alle caratteristiche specifiche del paziente, come l’intervento cui è stato sottoposto, la sua massa corporea, il sesso o il metabolismo. Questi presidi non rispondono pienamente neanche ai moderni standard di sicurezza, perché non sono dotati di alcun sistema d’allarme, ad esempio per i casi di interruzione del flusso di medicinale. La sfida che dobbiamo affrontare è quindi anzitutto di natura culturale: tutti i professionisti della salute, dal chirurgo all’anestesista, senza tralasciare l’infermiere, devono convincersi che l’analgesia personalizzata, che contempli anche il coinvolgimento del paziente, non rappresenta un maggior dispendio di risorse e di energie, ma al contrario un efficientamento economico e un’ottimizzazione, in termini di appropriatezza terapeutica, della gestione del paziente post chirurgico”.
“Già nel 2004 – dichiara Fabio Rizzi, Presidente III Commissione permanente Sanità e Politiche Sociali di Regione Lombardia – la nostra Regione ha emanato un decreto che impegnava ogni ospedale a nominare un proprio ‘Comitato Ospedale-Territorio Senza Dolore’. In quel decreto, attraverso un Manuale Operativo messo a punto in collaborazione con gli specialisti di diversi poli ospedalieri regionali, erano esplicitati compiti e obiettivi degli ospedali nel contrasto di ogni tipo di sofferenza, incluso il dolore post operatorio. Nel campo della lotta al dolore, la Lombardia ha mostrato di essere una delle regioni più sensibili e solerti d’Italia: non solo siamo stati fra i primi a varare le delibere necessarie all’istituzione dei centri Hub per la terapia del dolore cronico, ma credo che fra gli ospedali lombardi si registri uno dei più elevati tassi di attivazione di servizi dedicati al trattamento del dolore acuto. I dati diffusi quest’oggi rafforzano il nostro convincimento che la cura del dolore post operatorio ha bisogno soprattutto di sinergia fra i diversi operatori sanitari e di un crescente coinvolgimento dei pazienti, obiettivi per i quali la Regione è già attiva nello stimolare una formazione continua promossa direttamente dai nostri poli ospedalieri e per i nostri professionisti”. Ma al di là della Lombardia e di poche altre regioni virtuose, ancor più dei dati colpisce il raffronto fra quanto emerso dalla survey del 2006 e i risultati dell’indagine del 2012: non solo non si rilevano miglioramenti sostanziali – nonostante le nuove linee guida SIAARTI e la Legge 38, entrambe intervenute nel 2010 – ma si nota un calo notevole dell’offerta formativa dedicata al dolore post operatorio: nel 2006 il 57% degli specialisti che hanno risposto alla survey avevano partecipato ad almeno un evento ECM sul dolore post operatorio, mentre nel 2012 solo il 37% ha avuto modo di approfondire questi temi attraverso appuntamenti di Educazione Continua in Medicina. Proprio per questo – e in vista del lancio in Italia di un nuovo prodotto in grado di garantire sicurezza ed efficacia inedite nel trattamento del dolore post operatorio – Grünenthal Italia ha presentato in occasione della conferenza stampa di oggi a Milano la nuova iniziativa Change Pain Acute. “Sulla scia del successo della grande campagna Change Pain, dedicata al dolore cronico e nata cinque anni fa grazie alla collaborazione con EFIC, siamo orgogliosi, oggi, di lanciare questa nuova iniziativa di formazione e informazione su tutto il territorio nazionale – dichiara Thilo Stadler, Regional General Manager South Europe & Nordics di Grünenthal –. Con Change Pain Acute, Grünenthal Italia promuoverà la diffusione di conoscenze scientifiche rigorose, fra i professionisti della salute, sulla gestione ottimale del dolore post operatorio, e al contempo una maggior attenzione dei cittadini per il proprio diritto a non soffrire, anche a seguito di un intervento chirurgico”.
Durante la conferenza stampa, infatti, è stato ricordato che ogni anno in Italia sono costretti a ricorrere alla chirurgia circa 4 milioni di pazienti, e più dell’80% di loro riferisce di aver sofferto di dolore post operatorio. Un numero preoccupante soprattutto in considerazione di alcuni aspetti: anzitutto l’aumento dei tempi di degenza in presenza di dolore post operatorio d’intensità notevole; in secondo luogo la considerevole incidenza dei casi di evoluzione di questo tipo di sofferenza in dolore cronico – anche per interventi di modesta entità, basti pensare che in Italia il dolore post operatorio, proprio perché mal gestito, si cronicizza nell’80% degli interventi di ernia inguinale; e infine la capacità del dolore post operatorio di contrassegnare negativamente l’esperienza di cura, inducendo i pazienti a non seguire più la strada chirurgica per successive esigenze terapeutiche, anche quando sarebbe la più appropriata ed efficace.

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