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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 220

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Trump e l’economia: prima il business, le vite umane in secondo luogo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 aprile 2020

By Domenico Maceri. Dan Patrick, il vice governatore del Texas, ha trovato la soluzione per affrontare il coronavirus. In un’intervista alla Fox News, il quasi settantenne Patrick ha detto che sarebbe disposto a correre il rischio del contagio per salvare l’America da un collasso economico. Secondo Patrick, altri anziani dovrebbero fare la stessa cosa. Al diavolo le vite umane che tanti Paesi al mondo stanno cercando di salvare. Dopotutto, come aveva detto il 30esimo presidente americano Calvin Coolidge (1923-1929) “il business degli americani è il business”.Donald Trump è d’accordo con Patrick e Coolidge. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha fatto sapere che in due settimane l’America sarà aperta e il “lockdown” finirà, onde salvare l’economia. Trump rema contro la saggezza dei medici e esperti della sanità pubblica i quali consigliano la distanza sociale per ridurre i contagi, salvare vite umane e fare di tutto per evitare il collasso del sistema sanitario. Il 45esimo presidente sa benissimo che un’economia a pezzi lo caccerebbe dalla Casa Bianca con l’elezione del mese di novembre. Non gli dovrebbe fare però tanto dispiacere. In una conferenza stampa qualche giorno fa Trump ha dichiarato che essere presidente è stato un grande sacrificio e gli “è costato miliardi di dollari”. Povero Trump. In realtà, poveri americani poiché gli Stati Uniti si trovano al primo posto per il numero di contagi, seguiti dalla Cina e l’Italia.La ripresa economica preme anche ai democratici ma soprattutto ai repubblicani i quali anche loro vedono un possibile rilancio come carta vincente per la rielezione di Trump. Una recessione significherebbe la vittoria di Joe Biden, probabile avversario di Trump a novembre e come effetto collaterale anche la perdita della loro maggioranza al Senato. Ecco perché i primi a parlare del salvataggio del governo sono proprio stati i repubblicani. Le prime voci dell’intervento sull’economia sono emerse dalla bocca di Steven Mnuchin, ministro del Tesoro. Anche il senatore Tom Cotton, ultra conservatore, repubblicano dell’Arkansas ha alzato la voce per un intervento governativo sull’economia.Come va ricordato i repubblicani professano una fortissima fede nelle aziende private e un governo limitato che lascia fare le corporation. Infatti, nel 2009, quando Barack Obama fece approvare il salvataggio per la profonda crisi economica ereditata da George W. Bush, la leadership repubblicana era contraria. Nel caso attuale però capiscono molto bene che gli americani votano con la pancia e un’economia a pezzi vuol dire sconfitte elettorali.Il disegno di legge di salvataggio iniziato da Mitch McConnell e i repubblicani al Senato era stato inizialmente bloccato dai senatori democratici poiché lo avevano considerato troppo favorevole alle aziende e con pochi benefici ai singoli individui che hanno perso o stanno perdendo i posti di lavoro. Dopo non poche accuse reciproche e tante negoziazioni si è raggiunto un accordo. La legge, approvata alla fine dal Senato con voto unanime (96-0), costerebbe 2,2 mila miliardi di dollari, il salvataggio più caro della storia. Più di 150 milioni di americani con reddito singolo inferiore ai 75mila dollari annui o 150mila per le coppie, secondo le dichiarazioni del 2018 o 2019, riceveranno assegni (1200 dollari per adulti e 500 per bambini). La legge include anche un ampliamento della cassa di integrazione che permetterà ai dipendenti senza lavoro di ricevere i loro salari per quattro mesi, incluso quelli della cosiddetta gig economy, i lavori saltuari, molti dei quali emersi mediante le nuove tecnologie. 500 miliardi saranno stanziati per le piccole aziende con prestiti a bassissimo interesse e per la aziende colpite severamente come quelle del turismo. Un punto spinoso per i democratici era chi sarebbe incaricato di distribuire questi soldi alle imprese e alla fine ci si è accordati su un ispettore con un panel di cinque persone che supervisioneranno l’assegnamento di questi fondi. Le aziende di Trump, gestite dai suoi due figli, non potranno beneficiare, punto sul quale i democratici hanno insistito con veemenza.
Mnuchin è in frequente contatto con Trump e il presidente americano ha già firmato la nuova legge vedendola come indispensabile al rilancio economico. Non si esclude però la necessità di futuri interventi poiché secondo alcuni analisti la disoccupazione potrebbe raggiungere la cifra devastante del 30 percento nelle prossime settimane o mesi. Alcuni analisti hanno però rilevato che la nuova legge sarà insufficiente per evitare una recessione. Il Canada ci dà qualche indicazione sulla strada che si dovrebbe seguire. Lo stimolo programmato dal Paese al nord degli Usa include 2000 dollari al mese per coloro che perdono il lavoro. Tutto dipende da quello che succede nelle prossime settimane e l’impatto sull’economia ma soprattutto anche per il numero di decessi.Trump, ossessionato dall’indispensabile ripresa economica, è però incapace di vedere il numero di morti che nei prossimi giorni e settimane di certo aumenterà in modo notevole. L’empatia dopotutto non è mai stato né sarà il suo forte. Per empatia bisogna rivolgersi a Andrew Cuomo, il governatore dello Stato di New York, epicentro del coronavirus in America, che negli ultimi giorni ha parlato eloquentemente da “presidente” mentre Trump continua a sognare la ripresa economica e la sua possibile rielezione. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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California: repubblicani e loro potere politico

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 marzo 2011

“Potrebbe essere la fine della mia carriera”. Parla Bill Emmerson, senatore repubblicano statale della California, mentre spiega la possibilità di essere scacciato dal suo partito per il semplice fatto di negoziare con il governatore sulla possibilità di aumentare le tasse. Emmerson è uno dei cinque legislatori repubblicani che al momento sta consultando con Jerry Brown, il governatore del Golden State, per effettuare un referendum che estenderebbe le tasse ai californiani. L’estensione dovrebbe essere approvata dagli elettori a giugno permettendo al governo di colmare il buco di 26 miliardi di dollari non solo con tagli ma anche con un aumento alle casse del tesoro.Emmerson e gli altri quattro “rinnegati” colleghi non aumenterebbero le tasse direttamente ma la sola idea di dare agli elettori la chance di farlo è anatema  per i repubblicani.Nella cultura repubblicana la sola questione di considerare di aumentare le tasse consiste di un atto di tradimento ai principi del partito. Quindi questi cinque repubblicani che stanno consultando con Brown sono “coraggiosi” ma allo stesso tempo cercano di spingere il governatore a ricompensarli con  tagli alle pensioni degli impiegati statali ed anche un limite alle spese future dello Stato. In effetti, i cinque stanno in un certo senso cercando di fare un compromesso per il bene dello Stato ma anche per i loro scopi politici. Si tratta dunque della democrazia in azione. In California però la democrazia non funziona bene per il semplice fatto che quando si tratta di questioni fiscali è necessario il 2/3 dei legislatori per approvare nuove leggi. Nonostante la maggioranza in ambedue le camere il governatore deve dunque accedere ai capricci dei repubblicani. In effetti, il Gop, da partito di minoranza riesce a creare lo stallo nel governo. È avvenuto al livello federale nei primi due anni del governo di Barack Obama dove la minoranza  repubblicana al Senato era riuscita a bloccare parecchi dei decreti che la Camera aveva già approvato. In California, lo Stato più importante, con i suoi 38 milioni di abitanti ed un economia che rivaleggia quella di molti Paesi industrializzati, lo stesso stallo si sta verificando. Alcuni dei leader repubblicani dello Stato però cominciano a preoccuparsi. Nonostante la conquista della Camera alle elezioni di midterm del novembre scorso, in California tutte le cariche principali sono andate ai democratici. Sfortunatamente però, per il partito dell’asinello, non si è raggiunta la maggioranza assoluta il che si è tradotto in un potere fuori del normale per il partito repubblicano.La sconfitta del Gop in California non ha causato entusiasmo nei contributori politici soprattutto  quando guardano anche agli iscritti del Partito Repubblicano il cui numero è sceso al 31% di tutti i californiani. I democratici hanno il 44% ed il resto sono dichiarati come indipendenti.Un’altra nube nel clima del Partito Repubblicano in California è la continua ascesa del voto dei latinos i quali nell’ultima elezione hanno scelto i democratici in modo preponderante. In parte ciò si deve alla  linea dura  sul tema dell’immigrazione da parte dei repubblicani. Alla recente convenzione statale del Partito Repubblicano vi è stato il solito entusiasmo ma in realtà forti preoccupazioni sono emerse. In parte ciò si deve alla pubblicità negativa venuta a galla quando alcune delle sedute  sono state dichiarate chiuse alla stampa. Persino alcuni giornalisti di destra si sono ribellati. La parlamentare statale repubblicana Celeste Greig si è anche adirata dicendo che i repubblicani supportano il primo emendamento che garantisce la libertà  di parola e stampa. Proibire la stampa dalle sedute è qualcosa che si fa  in Paesi del terzo mondo.Non tutto è negativo però secondo uno dei luminari repubblicani presenti alla convenzione.  Haley Barbour, governatore del Mississippi e probabile candidato presidenziale,  ha dichiarato che ciò che funziona “nel resto degli Stati Uniti può anche funzionare in California”. L’ultima elezione del novembre scorso nel Golden State lo contraddice naturalmente. In un certo senso, però, ha ragione. Nonostante la sonora sconfitta i repubblicani in California continuano a esercitare un potere che i loro numeri non rappresentano. Ciò è un vero talento che sfortunatamente potrebbe condurre a “tagli catastrofici” se l’estensione alle tasse non sarà approvata a giugno. Chi lo ha detto? Non solo il governatore Jerry Brown. Lo ha anche dichiarato un legislatore statale della California, il senatore repubblicano Tom Berryhill. Non tutti i repubblicani sono irresponsabili.(Domenico Maceri)

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Obama si gioca la credibilità

Posted by fidest press agency su martedì, 12 gennaio 2010

Domenico Maceri ci ha offerto l’occasione con il suo articolo, che abbiamo in precedenza riprodotto dal titolo “Il terrorismo: il tallone di Achille di Obama” per riprendere il nostro discorso sulla politica estera degli U.S.A. Maceri, PhD della Università della California a Santa Barbara, è docente di lingue a Allan Hancock College, Santa Maria, California, USA.  I suoi contributi sono stati pubblicati da molti giornali ed alcuni hanno vinto premi dalla  National Association of Hispanic Publications. E’, quindi, una persona molto qualificata oltre ad avere il vantaggio di farlo in un punto di osservazione prestigioso. Noi, tuttavia, non ci discostiamo dai nostri convincimenti, Possiamo, forse, esserci per un momento illusi, con l’elezione di Obama, di poter avere una nuova stagione di crescita e di pace, ma siamo stati subito dopo ricondotti alla cruda realtà. Un capitalismo che ha assunto nel tempo alte dosi di cinismo maturando una democrazia sempre più condizionata dai poteri forti dei suoi grandi potentati economici e finanziari che come una piovra allunga i propri tentacoli un po’ ovunque, può mangiarsi con un sol boccone l’Obama di oggi come lo è stato per qualche suo predecessore che ha osato alzare la testa più del consentito. E’ questo il vero dramma della nostra società. Non possiamo tornare indietro mentre inoculiamo alle giovani generazioni il veleno di una società che fonda la sua ragione d’essere nella violenza, nella prevaricazione, nell’uso spregiudicato della ricchezza e del potere. Questa barbarie dal volto umano non cattura solo il singolo individuo ma intere popolazioni. Oggi tocca agli Usa dimostrando per certe sue prese di posizione che nemmeno un presidente illuminato come Obama è in grado di neutralizzare se non a contenere, un Paese profondamente malato di capitalismo, di consumismo, di cinismo e asservito solo agli interessi partigiani dei grandi potentati che prescindono da tutto in nome del dio denaro. E come una malefica pandemia questo virus si dilaga per ogni dove e miete vittime a milioni: sono i bambini che muoiono di fame e di sete nelle bidonville del mondo. Sono i milioni di esseri umani che muoiono per mancanza di assistenza sanitaria, di stenti, di emarginazione. Un diritto alla vita che si nega non a chi vuol nascere ma a chi è già nato e si ha persino la sfrontatezza di mostrarsi compiaciuti da quest’atto di magnanimità della prima ora. Quando, ci chiediamo, avremo la forza di mostrarci per quello che dobbiamo essere e non per quello che ci conviene essere per i nostri personali vantaggi?  (A.R.)

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La sanità in Usa e tecniche di voto

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 dicembre 2009

Domenico Maceri San Luis Obispo, CA, USA ci fa il punto sulla sanità negli Usa e il voto parlamentare che l’accompagna con i suoi trabocchetti procedurali. “Il senatore indipendente – precisa – del Connecticut sembra essere riuscito a bloccare una parte fondamentale della riforma sanitaria. Lieberman lo ha fatto rifiutando il suo appoggio a Harry Reid, presidente del Senato, per raggiungere il numero 60 e procedere con il voto. L’opposizione di Lieberman è legata alla public option, l’ente governativo che avrebbe fatto la concorrenza alle assicurazioni private. Le leggi al Senato devono avere l’approvazione di 60 dei 100 senatori per potere procedere ai voti. In effetti, la minoranza di 41 senatori può bloccare tutte le leggi mediante la tecnicalità del filibuster, una forma di ostruzionismo in cui i senatori dell’opposizione hanno diritto di parlare a tempo indefinito. L’idea è di garantire al partito di minoranza i suoi diritti. Succede però il contrario perché la minoranza compatta di 41 senatori può impedire alla maggioranza di approvare leggi necessarie per il Paese. Al Senato però esiste un’altra tecnicalità che permette alla maggioranza di esprimere i suoi diritti democratici. Si tratta della “budget reconciliation”, una procedura che richiede solo 51 senatori per permettere il voto su disegni di legge che hanno a che fare con il bilancio. Si chiama spesso la “nuclear option” perché mette da parte il requisito di trovare 60 senatori che aprano la porta al voto. La reconciliation si applica solo a questioni aventi a che fare con il bilancio. È un metodo per approvare leggi con la semplice maggioranza in modo rapido dato che limita il dibattito a solo 20 ore. L’idea della reconciliation per la riforma sanitaria sembra essere stata suggerita da Rahm Emanuel, il capo dello staff di Obama. Ciò non si può confermare ma Reid non ha voluto seguire quella strada perché il Senato ha una lunga tradizione di approvare leggi dando alla minoranza il diritto di veto. L’uso della reconciliation manderebbe un messaggio a questi eccessi repubblicani che non possono continuare a mettere il bastone fra le ruote alla politica di Obama. Nel 1996 l’amministrazione Bush ha infatti usato la reconciliation per approvare tagli alle tasse ben tre volte. Nessuno lo ricorda adesso ma i repubblicani hanno avuto il coraggio di usare tutti i meccanismi a loro disposizione per implementare la loro agenda. I democratici invece sembrano essere timidi, sempre alla ricerca dei 60 senatori per potere votare. Ciò potrebbe essere difficile se queste leggi passate solo con voti democratici diventeranno popolari come sono divenuti il Social Security e il Medicare approvati  in larga misura con voti democratici ma anche con alcuni repubblicani. Ma il Partito Repubblicano negli ultimi venti anni  si è spostato talmente a destra che quando si trova nella situazione di minoranza non sa fare altro che mettere i bastoni fra le ruote. La reconciliation nel caso della riforma sanitaria potrebbe funzionare con le parti del disegno di legge che hanno a che fare con il bilancio. I democratici hanno sbagliato a rifiutare la reconciliation. L’esclusione della public option vuol dire che gli americani continueranno ad essere alla mercé della compagnie di assicurazione i cui interessi sono i loro profitti e non la sanità degli americani”.

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