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Posts Tagged ‘domestico’

Lavoro domestico e salario minimo

Posted by fidest press agency su sabato, 16 ottobre 2021

Oltre il 60% degli anziani ha un reddito complessivo al di sotto dei 20 mila euro annui, ovvero al di sotto di circa 14.600 euro annui spendibili (al netto delle tasse), e oltre un quarto è addirittura sotto i 10 mila euro annui. L’Osservatorio DOMINA sul Lavoro Domestico riscontra che l’introduzione del salario minimo aumenterebbe i costi annui del +41,1% nei casi di utilizzo solo per 25 a settimana senza convivenza, fino ad un +91,5% nel caso di 54 ore settimanali con convivenza. Secondo Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA, le elaborazioni dell’Osservatorio DOMINA sul lavoro domestico evidenziano come il costo medio di un’assistente alla persona già oggi non sia sostenibile per la maggior parte dei pensionati italiani, che quindi devono essere sostenuti dai figli o attingere ai risparmi. L’introduzione del “salario minimo” anche per i lavoratori domestici renderebbe di fatto impossibile questa spesa per le famiglie italiane, alimentando inevitabilmente il lavoro nero. Considerando che già oggi il lavoro domestico registra il 57% di irregolarità, l’obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre gli oneri per le famiglie, non certo aumentarli.

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Salario minimo e lavoro domestico

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 ottobre 2021

Oltre il 60% degli anziani ha un reddito complessivo al di sotto dei 20 mila euro annui, ovvero al di sotto di circa 14.600 euro annui spendibili (al netto delle tasse), e oltre un quarto è addirittura sotto i 10 mila euro annui. L’Osservatorio DOMINA sul Lavoro Domestico riscontra che l’introduzione del salario minimo aumenterebbe i costi annui del +41,1% nei casi di utilizzo solo per 25 a settimana senza convivenza, fino ad un +91,5% nel caso di 54 ore settimanali con convivenza. Secondo Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA, le elaborazioni dell’Osservatorio DOMINA sul lavoro domestico evidenziano come il costo medio di un’assistente alla persona già oggi non sia sostenibile per la maggior parte dei pensionati italiani, che quindi devono essere sostenuti dai figli o attingere ai risparmi. L’introduzione del “salario minimo” anche per i lavoratori domestici renderebbe di fatto impossibile questa spesa per le famiglie italiane, alimentando inevitabilmente il lavoro nero. Considerando che già oggi il lavoro domestico registra il 57% di irregolarità, l’obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre gli oneri per le famiglie, non certo aumentarli.

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Il lavoro domestico cambia nazionalità

Posted by fidest press agency su sabato, 11 settembre 2021

A causa dei mutamenti socio-economici e demografici in corso, gli assistenti familiari in Italia (c.d. “badanti”) sono in costante aumento. Nel periodo 2011-2020, l’INPS certifica un aumento complessivo da 310 mila a 438 mila (+41%). Da un’anticipazione del Rapporto 2021 sul lavoro domestico redatto dall’Osservatorio DOMINA emerge che, se le donne straniere rappresentano la componente più numerosa (67,5%), negli ultimi anni sono cresciute sensibilmente le donne italiane (triplicate, da 36 mila a 106 mila) e oggi rappresentano il 24,3% del totale “badanti”.Inoltre, se consideriamo l’incremento di badanti registrato tra il 2011 e il 2020 (+127 mila), esso è dipeso per oltre la metà dalle donne italiane (+70 mila), mentre le donne straniere hanno contribuito all’incremento per il 33,4% (+43 mila).L’analisi per Regione effettuata dall’Osservatorio DOMINA evidenzia una forte eterogeneità sul territorio nazionale: in otto Regioni (tutte del Sud e Isole) le donne italiane rappresentano più del 30% del totale “badanti”, e raggiungono addirittura il 72,4% in Sardegna. Alla base di questa situazione possono esserci diversi fattori: innanzitutto al Sud vi è una minore presenza straniera, per cui l’offerta di manodopera per quel tipo di mansione è ricoperta maggiormente dagli autoctoni. Inoltre, vi sono evidentemente meno opportunità di lavoro per le donne italiane, per cui il lavoro domestico diventa uno sbocco preferenziale. Infine, evidentemente giocano un ruolo anche la struttura demografica e l’organizzazione familiare.Confrontando le caratteristiche delle badanti italiane e straniere, l’Osservatorio DOMINA evidenzia poi altre informazioni interessanti. Per quanto riguarda la classe d’età, le italiane risultano mediamente più giovani (48,7 anni, rispetto ai 51,8 delle straniere). In particolare, tra le straniere, il 27% ha più di 60 anni, mentre tra le italiane questa quota scende al 17%. Le badanti con meno di 30 anni, invece, rappresentano il 9% tra le italiane e solo il 3% tra le straniere.Ancora più ampio è il divario tra badanti italiane e straniere relativamente all’orario medio settimanale: le italiane lavorano mediamente 22,7 ore settimanali, contro le 38,3 ore delle straniere. In particolare, tra le straniere il 48,2% lavora più di 40 ore settimanali, mentre tra le italiane si scende al 12,0%. Al contrario, tra le italiane il 44,4% lavora meno di 20 ore settimanali, contro l’8,3% delle straniere.

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In aumento la richiesta del lavoro domestico nelle province italiane

Posted by fidest press agency su martedì, 24 agosto 2021

Se a livello nazionale il lavoro domestico è ormai riconosciuto come un settore in forte espansione e dal forte impatto socio-economico, non bisogna dimenticare che il nostro Paese è caratterizzato da specificità regionali e addirittura locali che determinano differenze significative, anche nella gestione della casa e nella cura degli anziani.Per questo, l’Osservatorio DOMINA ha analizzato le specificità territoriali del lavoro domestico, approfondite nelle schede regionali del Rapporto nazionale sul lavoro domestico.In termini assoluti, Roma e Milano risultano le province con il maggior numero di lavoratori domestici nel 2020 (rispettivamente 113.350 e 98.835), evidentemente essendo i principali centri economici e occupazionali. Con un’analisi più approfondita dei dati, DOMINA rivela che sono 41 le province con un numero di lavoratori domestici regolari ogni 1.000 abitanti più altro rispetto alla media nazionale (15,5). Oristano con 38,5 lavoratori domestici (ogni 1000 abitanti) risulta la provincia con il più alto numero di lavoratori domestici rispetto alla popolazione, seguita da Cagliari (32,3) e Nuoro (27,54); Siracusa invece è la provincia con il dato più basso (4,1 ogni 1000 abitanti) a cui seguono Foggia e Crotone (4,7). Interessante osservare come tra le prime 10 province compaiano ben quattro province della Sardegna, mentre tra le ultime quattro ben quattro della Sicilia e tre della Puglia.

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Lavoro domestico: Boom di assunzioni durante il lockdown

Posted by fidest press agency su martedì, 19 gennaio 2021

Ma ancora 1 milione in nero. Le famiglie spendono 15,1 miliardi annui, facendo risparmiare allo Stato 10,9 miliardi di Welfare. 2 milioni di lavoratori domestici (6 su 10 in nero). Secondo i dati INPS 2019, i lavoratori domestici regolari sono 849 mila, in lieve calo rispetto al 2018 (-1,8%). Negli ultimi anni sono costantemente aumentate le Badanti (+11,5% dal 2012) e diminuite le Colf (-32,1%): oggi le Colf sono in lieve maggioranza (52%) rispetto alle Badanti (48%).Da fonti Istat sappiamo però che il tasso di irregolarità nel settore domestico è del 57,6%1 , per cui la componente registrata all’Inps rappresenta meno della metà del totale. In aumento italiani e over 50.
Sebbene gli stranieri siano ancora in netta maggioranza (70,3%), otto anni fa questa percentuale era nettamente maggiore (81,1%): mentre gli stranieri sono diminuiti (soprattutto tra le Colf), gli italiani sono aumentati (prevalentemente tra le Badanti).Un’altra tendenza significativa riguarda le classi d’età: se nel 2012 la maggioranza dei lavoratori domestici aveva un’età compresa tra 30 e 49 anni (54,0%), oggi la fascia più numerosa è quella di oltre 50 anni (52,4%). Nello stesso periodo è diminuita anche la componente giovane (sotto i 29 anni), passata dal 14,5% al 5,3% del totale. 10,9 risparmiati dallo Stato grazie alla spesa delle famiglie. Nel 2019 le famiglie italiane hanno speso 15,1 miliardi di euro per i lavoratori domestici (retribuzione, contributi, TFR).
Questo rappresenta per lo Stato un risparmio in termini di welfare e assistenza, in quanto accogliere in struttura tutti gli anziani non autosufficienti costerebbe 10,9 miliardi. Senza contare che il lavoro domestico vale l’1,1% del PIL (17,9 miliardi di € di valore aggiunto). La “sanatoria” 2020. La regolarizzazione inserita nel Decreto Rilancio (DL 34/2020) ha visto 177 mila domande di emersione di lavoratori domestici (85% del totale).
Ciò ha portato nelle casse dello Stato oltre 100 milioni di euro (30,3 al netto delle spese amministrative), a cui potrebbero poi aggiungersi oltre 300 milioni di euro l’anno, dati dal gettito fiscale e contributivo dei lavoratori regolarizzati. Gettito fiscale inespresso. Gli 849 mila lavoratori domestici regolari portano oggi un gettito fiscale pari a 1,5 miliardi di euro. Manca però ancora molto per una piena espressione del potenziale: se tutti i 2 milioni di lavoratori fossero in regola, il gettito fiscale arriverebbe a 3,6 milioni annui. Boom di assunzioni a Marzo 2020. Il lockdown ha portato un boom di assunzioni di lavoratori domestici: oltre 50 mila nel mese di Marzo, +58,5% rispetto al 2019. Inoltre, sono state effettuate 1,3 milioni di richieste di bonus baby sitter (per un importo potenziale di 1,7 miliardi) e nel I semestre 2020 sono stati movimentati quasi 270 milioni di euro attraverso il Libretto Famiglia (quasi 20 volte in più rispetto al 2019). L’emergenza sanitaria ha portato un aumento del fabbisogno di assistenza da parte delle famiglie, soprattutto per i bambini (con le scuole chiuse) e gli anziani soli.Nel 2020 si è registrato un aumento delle assunzioni, anche grazie al bonus baby sitter. ‘Tuttavia, il lavoro nero rimane ancora forte nel settore domestico’ – commenta Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale DOMINA – e continua ‘Le proposte DOMINA sulla deducibilità delle spese e sul sostegno alle famiglie porterebbero un’emersione del lavoro sommerso, aumentando la sicurezza per lavoratori e famiglie e incrementando il gettito fiscale per lo Stato’.

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“Deducibilità lavoro domestico entri in riforma fiscale”

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 dicembre 2020

“Nelle azioni del Recovery si può coinvolgere anche il lavoro domestico, che è soprattutto femminile, ha una quota di nero ancora molto rilevante e ha bisogno di tutele finora non ricevute. Parità di genere, inclusione sociale e territoriale, attenzione sui temi del lavoro e delle politiche attive sono nelle linee guida del piano del Governo”. Lo ha detto oggi la presidente della commissione Lavoro della Camera intervenendo alla conferenza stampa online organizzata da Assindatcolf, Associazione sindacale nazionale dei lavoratori di lavoro domestico e Centro Studi e Ricerche IDOS su “Il Lavoro domestico al tempo del coronavirus: l’impatto dell’emergenza sanitaria sulla forza lavoro e le previsioni per il futuro”.Ricordando che “il Pd è stato tra i primi partiti che hanno chiesto di intervenire sul settore domestico, assegnando un ristoro iniziale per i lavoratori domestici”, Serracchiani ha indicato che “nella manovra di Bilancio c’è l’assegno unico per i figli, un segnale importante per le famiglie assieme al fondo, rifinanziato, per il caregiver”. Serracchiani ha espresso “interesse” per “un intervento nella riforma fiscale sulla deducibilità totale del costo del lavoro domestico”, sottolineando che “la riduzione delle tasse va anche incontro alla richiesta di aiutare le famiglie e le persone in difficoltà nel post covid almeno per tutto il 2021 ed il 2022”.

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Misure di sostegno per lavoro domestico

Posted by fidest press agency su sabato, 11 aprile 2020

DOMINA, Associazione Nazionale Famiglie Datori di lavoro domestico, insieme alle firmatarie del CCNL di categoria sulla disciplina del lavoro domestico, ha incontrato oggi il Ministro del lavoro e delle politiche sociali Nunzia Catalfo per discutere provvedimenti alternativi per il lavoro domestico. “Questo settore coinvolge 4 milioni di persone tra datori e lavoratori – ricorda Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA – e consente allo Stato di risparmiare annualmente 9,7 miliardi sui costi per l’assistenza (circa 0,6% del PIL)”. “Abbiamo chiesto – prosegue Gasparrini – che nel Decreto d’urgenza sia abrogata l’esclusione dal sostegno al reddito dei lavoratori subordinati. L’inclusione nella cassa integrazione in deroga eviterebbe la perdita del lavoro per colf e badanti e allevierebbe le famiglie dal continuare a sostenere i costi del lavoro domestico non prestato”. Sono molte le famiglie che per evitare il contagio e per senso di responsabilità hanno lasciato a casa i lavoratori pur continuando a pagar loro lo stipendio mensile. Il Ministro si è detto disponibile ad una apertura al sostegno del reddito per il settore, una misura simile alla cassa in deroga ma semplificata per le famiglie. Inoltre ai lavoratori domestici che avranno lavorato in questo periodo emergenziale, il Governo conferma il premio di 100 euro, ma da verificare le modalità di erogazione”. Il segretario generale di DOMINA, Gasparrini: “Ringrazio il Ministro Catalfo per la sua disponibilità a intervenire con urgenza laddove necessario e per rilanciare il lavoro domestico confrontandosi sul tema della deducibilità dei costi del lavoro per evitare il collasso del settore.

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Emergenza sanitaria: non si può escludere il lavoro domestico

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

“Il Governo riveda la scelta di esclude il lavoro domestico dagli ammortizzatori sociali in questo momento di emergenza nazionale”. Queste le parole di Lorenzo Gasparrini, segretario generale di DOMINA, che prosegue “Considerato lo sforamento del debito e le risorse emergenziali messe in campo per tutti, non crediamo che questo sia il momento per continuare ad escludere la categoria del lavoro domestico dal sostegno messo in campo rilegando i datori di lavoro domestico e i lavoratori domestici (circa 3,5 mln in totale) ad una categoria di rango inferiore rispetto alle altre. Tale scelta è incostituzionale in piena violazioni con i Diritti dell’Uomo ”.
DOMINA sta chiedendo ai datori di lavoro di sospendere i rapporti di lavoro non necessari, di non lasciare senza reddito i lavoratori domestici per senso di responsabilità e solidarietà. I lavoratori domestici si stanno prendendo cura dei nostri cari che non possiamo raggiungere.Molti lavoratori stanno perdendo oltre la retribuzione anche l’alloggio, altri stanno lasciando l’Italia perché impauriti e senza soldi, le baby sitter non vogliono andare a casa dei datori, tutto il lavoro nero (circa 1,2 mln di lavoratori) è sospeso. “Rinnoviamo – continua Gasparrini – la nostra fiducia nel Governo e nel suo operato di questi giorni ma non crediamo che sia il momento di risparmiare proprio sul lavoro domestico. In caso contrario – conclude la nota – continueremo a supportare datori di lavoro domestico e lavoratori per quello che possiamo e saremo costretti ad impugnare con urgenza tutti i provvedimenti in questione”.

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Lavoro domestico dominato da “nero” e stranieri

Posted by fidest press agency su martedì, 10 dicembre 2019

I tratti principali che hanno contraddistinto il settore lavoro domestico negli ultimi anni sono la presenza massiva di lavoratori stranieri e il lavoro nero (58% circa). “A livello nazionale si registra una prevalenza di lavoratori domestici stranieri (71%), – commenta Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA, Associazione Nazionale Famiglie Datori di Lavoro Domestico – anche se in alcune regioni la percentuale di lavoratori italiani è molto alta: Sardegna (80%). Tra i lavoratori domestici stranieri, la componente più significativa è quella dell’Est Europa che arriva a rappresentare il 42% del totale. I lavoratori dell’Est Europa si concentrano nelle regioni del Nord Est, dove grazie alla vicinanza geografica la percentuale arriva al 60%”. Dal Rapporto Annuale del Lavoro Domestico 2019 di DOMINA, realizzato dall’Osservatorio Nazionale DOMIMA sul Lavoro Domestico in collaborazione con la Fondazione Leone Moressa, che verrà presentato giovedì 12 dicembre presso la Sala Zuccari – Senato della Repubblica, emerge che i lavoratori domestici asiatici, rappresentano il 15% dei lavoratori a livello nazionale, superano il 20% nelle regioni in cui è forte la presenza di colf come la Lombardia (21%). Sono 58 mila i lavoratori domestici che provengono dal Sud America e se a livello nazionale rappresentano il 7% del totale dei lavoratori, arrivano al 24% in Liguria. I quasi 49 mila lavoratori che provengono dall’Africa rappresentano invece il 6% a livello nazionale ma raggiungono il 12% in Sicilia.

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Sommerso nel settore domestico

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 marzo 2017

Tasse“L’evasione contributiva è una delle problematiche più diffuse nei rapporti di lavoro con colf e badanti – afferma Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA, Associazione Nazionale Famiglie Datori di Lavoro Domestico”.
“La notizia che il tax gap più alto in Italia, circa il 30%, si registri proprio nei servizi alla famiglia ne è una conferma – prosegue Gasparrini – DOMINA infatti è da sempre impegnata nel favorire l’emersione dal nero sollecitando più volte le istituzioni ad intraprendere una politica di defiscalizzazione del lavoro domestico oltre alla costante attività di sensibilizzazione presso le famiglie”. “Questo approccio- conclude la nota – porterebbe i datori a regolarizzare il rapporto di lavoro e a beneficiare, insieme ai lavoratori, di diritti e tutele derivanti dall’applicazione del CCNL”.

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Immigrazione e lavoro domestico

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 ottobre 2014

fuga migranti2Continuano ad essere esorbitanti i dati statistici sul lavoro sommerso in Italia, in particolare quello che coinvolge i cittadini stranieri. A seguito di tale emergenza, nel 2012 è stata emanata una cosiddetta “sanatoria” al fine di regolarizzare i rapporti di lavoro non dichiarati dei lavoratori domestici stranieri senza regolare permesso di soggiorno (purché non colpiti da espulsione e senza specifici precedenti penali). Tale sanatoria prevede una procedura di emersione attraverso la quale il datore di lavoro e lavoratore dichiarano, presso lo Sportello Unico per l’Immigrazione, l’esistenza del rapporto di dipendenza al fine di regolarizzarlo.
L’art. 5 della sanatoria (d. lgs. 109/2012) limita tuttavia la possibilità di attuare la procedura di emersione alla presenza di due requisiti:
1) il rapporto di lavoro “sommerso” deve esistere continuativamente da almeno 3 mesi dall’entrata in vigore della sanatoria (ovvero dal 9 agosto 2012);
2) il lavoratore irregolare deve trovarsi in territorio italiano almeno dal 31 dicembre 2011 in maniera ininterrotta.
Punto critico della procedura è la dimostrazione dell’esistenza del rapporto di lavoro, posto che si tratta, per definizione, di una situazione di fatto non facilmente dimostrabile proprio per l’assenza di documentazione, per così dire, ufficiale.
Di recente, però, il Consiglio di Stato, investito di un’impugnazione riguardante proprio il rigetto di una procedura di regolarizzazione, ha aperto uno spiraglio sulla delicata questione, alleggerendo l’onere probatorio delle parti che richiedono l’emersione.
Con la sentenza 2855 del 26 settembre scorso, infatti, il Consiglio di Stato si è pronunciato su una decisione del TAR Umbria, che in primo grado aveva confermato il rigetto, già disposto dalla Prefettura, della emersione di un cittadino straniero e del suo datore di lavoro. L’Ufficio presso la Prefettura aveva infatti respinto la richiesta poiché non riteneva sussistente il primo requisito richiesto dalla sanatoria, ovvero che il rapporto di lavoro durasse da almeno 3 precedenti il 9.8.2012. Inoltre, il TAR aveva ritenuto non provato tale presupposto.
In sede di appello innanzi al Consiglio di Stato, la difesa del cittadino straniero appellante ha fatto notare come non fossero stati valutati affatto i documenti dimostranti il rapporto di lavoro, consistiti soprattutto in prove testimoniali. In tali casi, infatti, la valutazione non può prescindere da testimoni e altri documenti, i quali, pur non essendo dirimenti, sono gli unici concepibili in un rapporto solo di fatto, che si vuole appunto “ufficializzare” con la procedura di emersione. Anche dal punto di vista strettamente giuridico, l’art. 5 della sanatoria (d. lgs. 109/2012), prevedendo i requisiti per la procedura, richiede la loro dichiarazione, non anche dimostrazione (“i datori di lavoro italiani o cittadini di uno Stato membro dell’Unione Europea, ovvero i datori di lavoro stranieri in possesso del titolo di soggiorno previsto dall’art. 9 del Testo Unico d cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni e integrazioni, ch
e, alla data d entrata in vigore del presente d. lgs., occupano irregolarmente alle proprie dipendenze da almeno 3 mesi, e continuano ad occuparli alla data di presentazione della dichiarazione di cui al presente comma, lavoratori stranieri presenti nel territorio italiano in modo ininterrotto almeno dalla data del 31 dicembre 2011, o precedentemente, possono dichiarare la sussistenza del rapporto di lavoro allo Sportello Unico per l’immigrazione, previsto dall’art. 22 del d. lgs. 286/1998 (…)”. Al contrario, come conferma il Consiglio di Stato, può essere contestata la veridicità del rapporto di lavoro, da parte della Prefettura, fornendo prove concrete dell’inesistenza del rapporto; ma fino a quel momento, la dichiarazione effettuata dal richiedente fa fede ai fini di un corretto inoltro dell’istanza. Non a caso, il comma 15 dell’art. 5 d. lgs. recita: “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque presenta false dichiarazioni o attestazioni ovvero concorre al fatto, nell’ambito della procedura di emersione prevista dal presente articolo, è punito ai sensi dell’art. 76 T.U. di cui al decreto P.d.R. 445/2000”.
La pronuncia del Consiglio di Stato, che ha accolto l’appello del cittadino straniero, è quindi decisiva nel sollevare il cittadino straniero istante dall’onere di dimostrare l’esistenza del rapporto di lavoro – onere assolutamente gravoso, data la natura irregolare del rapporto- , affermando che “non può negarsi validità alle dichiarazioni rese nell’ambito della procedura di cui trattasi in mancanza di elementi concreti e valide argomentazioni”; e ancora: “in mancanza di elementi concreti che le smentiscono e in presenza di elementi che tendono a confermarle e a renderle comunque credibili (…), l’Autorità Amministrativa deve stare alle dichiarazioni per come sono state precisate dalle parti, salvo che abbia elementi concreti per dimostrarne la falsità”. Unico limite al corretto inoltro dell’istanza è quindi la prova, da parte della Prefettura, dell’inesistenza del rapporto di lavoro, sostenuta da prove concrete. (Cristiana Olivieri, Consulente legale Aduc)

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Concorrenza e mercato domestico

Posted by fidest press agency su sabato, 31 luglio 2010

“Il sistema normativo italiano non favorisce la concorrenza e il libero mercato e questo vale per tutti i settori legati alla salute: dal farmaco etico all’OTC, fino ad arrivare agli integratori”, afferma Giorgio Foresti, Presidente di AssoGenerici. “Lo dimostrano i numerosi tentativi pretestuosi che ancora riscontriamo, volti a rallentare o impedire l’ingresso di nuovi prodotti, perpetrati da parte di aziende che detengono una posizione dominante sul mercato”.  “Si pensi, per esempio – continua Foresti – al caso di aziende big pharma che cercano di prolungare la copertura brevettuale di principi attivi ormai off-patent, come nel recente episodio che ha visto la Corte UE ravvisare una chiara attività anticoncorrenziale da parte di AstraZeneca, allo scopo di ritardare l’arrivo dei farmaci generici a base di omeprazolo. Nell’ambito degli integratori, potrei ricordare il caso ratiopharm, con il Giurì di autodisciplina pubblicitaria che si è espresso a favore della multinazionale tedesca, citata da Enervit per aver utilizzato negli spot di un prodotto la testimonianza di un medico, che tuttavia non costituiva un invito all’acquisto. Senza contare, per quanto riguarda i farmaci OTC, che la normativa vigente non ammette la possibilità di ricorrere alla pubblicità comparativa e questo penalizza ulteriormente la concorrenza”. Simili barriere tendono a moltiplicarsi nei momenti di recessione, come quello che viviamo attualmente, quando in realtà è proprio favorendo un contesto economico più libero che si può sperare di uscire dalla crisi e promuovere lo sviluppo del Paese. Lo ha ribadito recentemente anche il rapporto OCSE Obiettivo crescita 2010. Lo stesso Antitrust ha più volte sottolineato che la concorrenza sviluppa nuova ricchezza da investire e da distribuire, stimolando dinamismo e produttività. “Per questo motivo – conclude Foresti – ci rivolgiamo al Governo e alle Istituzioni, affinché si possano presto organizzare dei tavoli di lavoro con l’obiettivo di ripensare le norme che regolamentano il settore, in virtù di una maggiore liberalizzazione. Solo così sarà possibile favorire davvero un’equa competizione, riducendo gli ostacoli tuttora esistenti e rendendo più agevole l’ingresso della concorrenza nel nostro mercato”.

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