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Posts Tagged ‘donne’

Il Covid-19 e le ricadute su donne e bambini

Posted by fidest press agency su sabato, 28 novembre 2020

Mentre la pandemia da coronavirus si prolunga, un mix letale di isolamento, povertà crescente e ristrettezze economiche sta scatenando una nuova ondata di violenze nei confronti di donne e bambine rifugiate, sfollate e apolidi, ha avvertito oggi l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati. Il Global Protection Cluster guidato dall’UNHCR, una rete di agenzie ONU e ONG che assicura protezione alle persone colpite dalle crisi umanitarie, ha registrato un incremento dei casi di violenza di genere in almeno 27 Paesi. In almeno 20 Paesi sono stati riferiti casi di vendita o scambio di prestazioni sessuali come risposta per la sopravvivenza economica.Nel Camerun nord-occidentale e sud-occidentale, dove la situazione sul piano della sicurezza continua a essere instabile, una sconcertante percentuale del 26 per cento di casi di violenza di genere registrati dall’inizio della pandemia riguarda minori. Nella Repubblica Centrafricana, dove un quarto della popolazione è sfollato, si registra un caso di violenza di genere ogni ora, una stima basata sui dati raccolti dal sistema di allerta umanitario, che copre il 42 per cento del Paese.I casi di violenza di genere che riguardano rifugiati e migranti venezuelani in Colombia sono cresciuti del 40 per cento nel corso dei primi tre trimestri dell’anno, rispetto a quelli registrati nello stesso periodo nel 2019. Le chiamate ai numeri di assistenza per le vittime di violenza domestica, inoltre, hanno registrato un aumento del 153 per cento in Colombia e del 56 per cento in Zimbabwe.A Cox’s Bazar, in Bangladesh, il 42 per cento di rifugiati rohingya di entrambi i sessi intervistati nell’ambito di un’attività di valutazione umanitaria ha dichiarato che la sicurezza di donne e bambine è esposta a rischi maggiori ‘all’interno delle mura domestiche’ da quando è scoppiata la crisi da COVID-19. I rifugiati consultati hanno descritto come vi sia un incremento, in particolare, di casi di violenza nei rapporti di coppia, derivanti dalle tensioni causate dalle misure di isolamento, dalle restrizioni al movimento e dalle difficoltà finanziarie. L’UNHCR, inoltre, esprime apprensione in merito all’aumento dei rischi di matrimoni precoci o forzati quali meccanismi di risposta a cui fanno ricorso le famiglie sfollate sopraffatte da pressioni socioeconomiche. Numerosi Paesi teatro di conflitti o esodi fanno già registrare alcuni tra i tassi più elevati al mondo in relazione a tali casi. Rilanciando il tema di quest’anno delle Nazioni Unite per i 16 Giorni di Attivismo dedicati alla promozione di attività volte a finanziare, rispondere, prevenire e raccogliere dati per porre fine alla violenza di genere, l’UNHCR esorta i donatori ad assicurare sostegno per preservare e rafforzare i servizi essenziali di prevenzione e risposta.I servizi di risposta alla violenza di genere, tra cui sostegno psicosociale, servizi sanitari specializzati e case rifugio, costituiscono misure salvavita e devono essere considerati essenziali durante i periodi di isolamento imposti dal COVID-19.

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Cancro tiroideo in giovani donne

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 ottobre 2020

Il cancro della tiroide è uno dei carcinomi più comuni diagnosticati negli adolescenti e nei giovani adulti, con un’incidenza in rapido aumento negli ultimi tre decenni. La chirurgia è il trattamento standard per i pazienti con carcinoma tiroideo differenziato (Dtc) seguita, quando indicato, dal trattamento con iodio radioattivo (Rai). È stato appena pubblicato online su “Thyroid” uno studio di un gruppo di ricercatori olandesi, guidato da Marceline P. Wiek del Netherlands Cancer Institute-Antoni van Leeuwenhoek Hospital di Amsterdam, il cui scopo era valutare i possibili effetti della terapia con Rai sulla funzione ovarica e sulla fertilità nelle donne.Gli autori hanno effettuato una ricerca sistematica sui database PubMed, Embase e Web of Science fino a gennaio 2020. Inoltre, è stata eseguita una meta-analisi riguardante: a) i livelli di ormone anti-Mulleriano (Amh) dopo Rai; b) un confronto dei livelli di Amh prima e un anno dopo Rai; c) i tassi di gravidanza nelle pazienti con cancro della tiroide che avevano ricevuto Rai rispetto a quelle con cancro della tiroide che non avevano ricevuto Rai. In totale su 36 studi ammissibili per lo screening full-text sono stati inclusi 22 studi. La maggior parte di questi ultimi aveva un disegno retrospettivo. «Irregolarità mestruali erano presenti nel primo anno dopo la RAI nel 12% e fino al 31% delle pazienti» riportano Wiek e colleghi. «Circa l’8%-16% delle donne ha manifestato amenorrea nel primo anno dopo la Rai. Le pazienti che hanno ricevuto il trattamento con Rai (dose mediana 3700 MBq[range 1.110-40.700 MBq]) ha avuto la menopausa a un’età leggermente più giovane rispetto alle donne che non hanno ricevuto il trattamento con Rai, rispettivamente a 49,5 e 51 anni (P <0,001)». L'Amh aggregato dei sette studi che riportavano le concentrazioni di Amh dopo Rai era di 1,79 ng/ml. Di questi, quattro studi hanno riportato concentrazioni di Amh prima e 1 anno dopo la Rai. La differenza media era di 1,50 ng/ml, che era significativa. «Infine», sottolineano gli autori «la meta-analisi ha mostrato che le pazienti sottoposte a Rai non avevano un rischio ridotto di rimanere incinte».«La maggior parte degli studi selezionati indica che la terapia Rai per Dtc non è associata a una diminuzione a lungo termine dei tassi di gravidanza. Tuttavia, nel primo anno subito dopo il trattamento Rai molte donne hanno avuto irregolarità nel loro ciclo mestruale e alcuni studi hanno rilevato livelli di Amh significativamente più bassi, entrambi con una possibile diminuzione della fertilità poco dopo il trattamento con I-131 per Dtc. Quindi, potrebbe essere prudente per le donne con un forte desiderio di maternità negli ultimi anni riproduttivi ricevere una consulenza sui potenziali effetti del trattamento» affermano i ricercatori. «Sono necessari studi prospettici per confermare questi risultati» concludono Wiek e colleghi, i quali ribadiscono la raccomandazione di un counselling alle pazienti sui possibili effetti dello I131 e di integrare le conoscenze odierne nella consulenza multidisciplinare. By Arturo Zenorini fonte: Endocrinologia33)

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Giovani donne nate senza un organo: l’utero

Posted by fidest press agency su martedì, 27 ottobre 2020

Si fanno chiamare “le ragazze Roki”, perché sono affette dalla sindrome di Rokitansky. Persone che vorrebbero poter avere dei figli tramite la tecnica della fecondazione assistita con gestazione per altri. Se la proposta di legge Carfagna e Meloni per rendere questa pratica un “reato universale” venisse approvata, potrebbero essere punite con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro, anche nei casi di gestazione per altri conclusa all’estero, nei Paesi in cui questa è consentita da una legge dello Stato. Intanto l’Associazione Luca Coscioni, tramite l’azione dell’Avv Filomena Gallo, che negli anni tramite le aule di giustizia ha smantellato la maggior parte dei divieti inizialmente previsti dalla Legge 40 sulla Procreazione Medicalmente Assistita consentendo la nascita di migliaia di bambini, agirà per vie legali.“Con Maria Sole Giardini, una delle ragazze Roki ci stiamo preparando ad andare nei tribunali e a percorrere la via legale per far sì che, in assenza di una legge, la gestazione per altri altruistica e solidale sia autorizzata nel nostro Paese, caso per caso. La scienza ha consentito a persone con diverse patologie, o impossibilitate ad avere una gravidanza, ma fertili, di poter accedere a questa tecnica, e una legge è l’unico modo per evitare illegalità, sfruttamento e abusi. Per questo la proposta di legge che vuole rendere la gestazione per altri un reato universale, anche se praticata all’estero, è il modo sbagliato per fermare l’illegalità. Serve una legge ed è per questo che oggi siamo qui: per condannare a una voce ogni abuso dei diritti umani e per ripetere, ancora una volta, che una legge tutela più di un divieto”.

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Hi Emirates, arriva in Rai la docu-serie sul ruolo centrale delle donne negli Emirati Arabi

Posted by fidest press agency su sabato, 19 settembre 2020

Roma. La seconda stagione di “Hi Dubai”, che cambia il nome in “Hi Emirates”, parla del ruolo centrale delle donne negli Emirati Arabi Uniti, e andrà in onda anche in Italia, e sui canali emiratini Abu Dhabi Tv e Dubai One a partire dal 2 dicembre, giorno della festa Nazionale degli EAU.La serie è un tributo storico dedicato alle grandi donne del passato: dalla madre alla moglie del fondatore degli E.A.U., passando per altrettante donne di rilievo provenienti da tutti e 7 gli Emirati per giungere alle donne contemporanee.A produrre la docu-serie l’italiana Benedetta Paravia, autrice, produttrice e conduttrice del format crossmediale, in onda su TV, web e inflight, che è affiancata nella nuova Stagione dalla Contessa Patrizia Landini.“Abbiamo chiesto alla RAI di valutare la messa in onda del programma durante il periodo della festa nazionale degli Emirati Arabi Uniti, quindi il 2 dicembre prossimo, come omaggio al paese che ospiterà il prossimo Expo. Una data speciale, per sottolineare gli amichevoli rapporti tra l’Italia e gli EAU”, afferma Paravia.Benedetta Paravia, in arte Princess Bee, è considerata globalmente l’ambasciatrice del mondo arabo.Nel corso degli anni è stata fautrice di molti progetti coraggiosi, come nel 2006 quando ha scritto “Angels – una canzone per la Pace” per la quale è l’unica artista al mondo ad aver ricevuto il Patrocinio dell’UNESCO “per l’importanza fondamentale per la pace e la solidarietà tra i popoli”.Questa stessa canzone ha ottenuto anche il patrocinio della Santa Sede – Commissione Giustizia e Pace e gli auspici ed una medaglia dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.La canzone però fu in molti ambienti boicottata, proprio per i valori di cui è portatrice ed il video, girato negli studi di Cinecittà, è stato bannato su Youtube molteplici volte. Nel corso degli anni molte maestre delle scuole elementari e medie hanno scelto “ANGELS” per la recita di fine anno.Nel 2005, con il patrocinio del Ministero dell’Istruzione Superiore degli Emirati Arabi Uniti, Benedetta Paravia ha dato vita a “The Intercultural Project”, un programma educativo di formazione per studenti universitari emiratini e italiani, appositamente ideato per avvicinare le culture europea e araba in favore dello scambio interculturale e dell’integrazione.Da sempre promuove il dialogo interculturale per la comprensione delle diversità, combattendo discriminazione ed esclusione sociale.È cofondatrice e ambasciatore della Onlus A.N.G.E.L.S. – Associazione Nazionale Grandi Energie Latrici di Solidarietà, nata nel 2008 per l’assistenza sanitaria in Italia ai bambini malati provenienti da zone colpite dalla guerra ( http://www.loveangels.it ).Con la collaborazione del Governo italiano e delle autorità israeliane, nel 2008 la Paravia ha rinnovato l’orfanotrofio Al Amal di Gaza fornendo agli orfani le attrezzature di base necessarie al loro sviluppo psicomotorio.Nel 2008 ha creato un gioiello per beneficenza, chiamato “Fratellanza, figli dello stesso Padre“, che rappresenta i simboli delle 3 religioni monoteiste in ordine cronologico, per ricordare a ebrei, cristiani e musulmani la discendenza dal Patriarca Abramo.Per questo gioiello le fu espressamente chiesto da una Sceicca degli Emirati Arabi Uniti di rimuovere la stella di David in cambio di 2 milioni di dollari, ma rifiutò l’offerta, pertanto oggi la firma del trattato di Pace tra Emirati Arabi ed Israele ha per lei un significato molto profondo.Nonostante le polemiche sorte per la creazione del gioiello per la Pace, nel 2013 è stata nominata ambasciatore internazionale del Centro di Dubai Al Noor per bambini disabili (ora “per Persone Determinate”) e si è offerta volontaria raccogliendo donazioni per il centro. Nel 2017 è stata poi proposta per la nomina di Ambasciatore di Buona Volontà UNESCO per l’Italia.Dal 2018 produce la serie TV, web e inFlight “Hi Dubai” e “Hi Emirates”, dedicata alle donne del mondo arabo per spiegare in occidente come sia realmente organizzata la società di un’autentica nazione islamica come gli Emirati Arabi Uniti, paese che sta modellando la strada per una società più connessa e armoniosa.Qui Benedetta è considerata fattore chiave del “Rinascimento Globale Arabo” presentato per la prima volta nel 2019 dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman al Saud, movimento che pone la donna al centro della società del mondo arabo.Una donna italiana dalle mille risorse insomma, molto amata nel mondo arabo, tanto che i suoi sostenitori hanno creato un fan club con 740.000 followers, per informare attraverso i social di tutte le attività dell’effervescente italiana.

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A tre giovani donne le borse di studio per diventare reporter

Posted by fidest press agency su sabato, 12 settembre 2020

In attesa di chiudere le iscrizioni il 30 settembre, sono state assegnate le tre borse di studio intitolate alla Professoressa Lucia Vitali Rosati per la Scuola di letteratura e fotografia Jack London di Fermo. Si tratta di Sofia Chierici, Maria Giulia Prizzitano, Marta Sparvoli. Le tre vincitrici, come si evince dalle motivazioni all’assegnazione, sono accomunate da un percorso di studi umanistici serio e appassionato, da lucidità di intenti, umanità e coraggio nell’intraprendere una professione spesso totalizzante. Tema che ricorre con sorprendente forza nelle candidature per tutte le iscrizioni di questo primo anno di Jack London.Nel ricordare che le iscrizioni sono ancora aperte (tutte le informazioni sul sito della scuola (www.jacklondon.it), è bene ricordare anche l’altissima qualità degli iscritti che hanno già aderito: provenienti solo in piccola parte dalla regione Marche, di età oscillante tra i 25 e i 50, hanno raccolto la chiamata di Jack London con un entusiasmo e una fiducia nel futuro che è la più significativa risposta a questi mesi di dubbi e chiusure.La scuola aprirà ufficialmente i battenti il 12 ottobre con l’incontro con il reporter Wojciech Tochman, tra i fondatori dell’Istituto Polacco del Reportage di Varsavia che sarà presentato da Angelo Ferracuti e Massimo Raffaeli, per proseguire con lezioni ad hoc tenute da Marino Sinibaldi (Direttore Rai Radio Tre), Renata Ferri (Fotografa e caporedattore photo editor di Io Donna), Franco Arminio (scrittore e paesologo), Alberto Rollo (Editor Mondadori) e molti altri fotografi, giornalisti e studiosi di fama nazionale.

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I migliori ambasciatori? Sono le donne!

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 giugno 2020

I migliori ambasciatori? Sono le donne! È una dei tanti aspetti poco noti di questa nobile ed antica arte raccontati da Guido Lenzi nel suo volume “La diplomazia. Passato, presente e futuro” Quella delle donne è la diplomazia che non figura nei libri di Storia, esercitata com’è per lo più dietro le quinte. Eppure – spiega Guido Lenzi nel suo volume “Diplomazia. Passato, presente e futuro”, fresco di stampa per Rubbettino nella collana di divulgazione Focus – quanto meno in Occidente, nessuna occasione sociale, dai balli a corte, alla cena intima, poteva ritenersi completa senza un’adeguata presenza femminile. Lenzi cita il Lisistrata di Aristofane in cui lo “sciopero” delle donne ateniesi e spartane costringe i loro uomini a pacificarsi: «se aveste cervello, trattereste le questioni di stato proprio come la nostra lana quando la matassa è ingarbugliata, la prendiamo e la dipaniamo sui fusi, facendone un grande gomitolo da cui tessere un’unica tunica per il popolo. Così sbroglieremmo la guerra». Grande lezione di consapevolezza femminile delle proprie capacità di mediazione, non c’è che dire. D’altro canto nel Seicento – è sempre Lenzi a ricordarlo – Callières raccomandava al diplomatico prudenza con le donne perché anche se «il potere delle loro grazie si estende spesso fino a a contribuire alla soluzione delle questioni più importanti dalle quali gli avvenimenti dipendono […] deve ricordarsi che l’amore si accompagna normalmente all’indiscrezione e all’imprudenza, e che appena si lasci assoggettare alla volontà di una bella donna, per quanto savio egli sia, corre il rischio di non essere più il custode del suo segreto. Lenzi riporta l’osservazione di Lady Henderson, consorte dell’ex ambasciatore britannico a Washington: «essere la moglie di un componente del corpo diplomatico è un lavoro in se stesso: in alcune destinazione è una carriera impegnativa a tempo pieno».Un mestiere, al quale soprattutto gli italiani, per secoli divisi, si sono affidati durante l’intero Medioevo, hanno raffinato nel Rinascimento, avvalendosene poi nel processo di unità nazionale, ricorrendovi infine nuovamente, dopo averlo trascurato per un Ventennio, agli albori della Repubblica. Ma del quale sembra si sia persa la cognizione, in un’Italia che per troppo tempo è vissuta nella scia della politica altrui.Nel momento in cui, nell’ennesima generalizzata transizione dei rapporti fra Stati, si tratta, a livello bilaterale e multilaterale, non soltanto di tutelare gli interessi nazionali, ma anche, forse soprattutto, di provvedere alla reintegrazione dell’intero sistema internazionale. Un volume, questo, che colma una lacuna nella nostra pubblicistica recente, ad opera di un diplomatico che dei rapporti europei, transatlantici ed est-ovest si è occupato per oltre quarant’anni. Che ripropone all’attenzione nazionale la storia e la persistente funzione di un mestiere che, come i fatti dimostrano, è da noi oggi alquanto trascurato. Un secolo fa, Visconti Venosta ci ammoniva ad essere «indipendenti sempre, isolati mai». E Benedetto Croce aggiungeva che «un paese che non ha una politica estera è destinato a subire o perire».
Guido Lenzi si avvale dell’esperienza acquisita in oltre quarant’anni di attività diplomatica, svolta prevalentemente nei contesti Est-Ovest (Londa, Nato, Mosca) e multilaterali (Nazioni Unite, OSCE), nonché quale Direttore dell’Istituto Europeo di Studi Strategici a Parigi.

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“Le donne rischiano di essere tagliate fuori e di perdere il posto di lavoro”

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 maggio 2020

“Nel dibattito sulla fase due le donne sono del tutto assenti. Il Governo sembra essersi dimenticato di mettere le imprenditrici e le lavoratrici in condizione di rientrare in attività con equilibrio e costanza. Questo rischia di avere pesanti ripercussioni sul loro futuro. Bisogna dare un segnale forte, pertanto invito tutte le rappresentanti delle associazioni di categoria a lavorare insieme a noi per costruire un pacchetto di richieste da inviare al Governo per fare in modo che nelle prossime settimane la fase due si apra anche per noi. A settembre potrebbe verificarsi una vera e propria ecatombe occupazionale di genere. Cosa succederà quando le aziende, già provate da questi mesi di chiusura, potranno nuovamente licenziare? Chi credete che perderà il posto di lavoro? Un uomo o una donna che dovrà fare i conti con i figli impossibilitati ad andare a scuola se non a giorni alterni? La risposta rischia di essere scontata”.A dirlo è Valentina Picca Bianchi, Presidente delle Donne imprenditrici di Fipe, la Federazione italiana dei Pubblici Esercizi, imprenditrice nel settore del catering e organizzazione eventi. Nel mondo dei pubblici esercizi, in particolare bar, ristoranti, ristorazione collettiva, catering, intrattenimento, stabilimenti balneari, le imprese femminili raggiungono numeri importanti; nello specifico solo nel comparto bar e ristorazione sono 112mila imprese, il 28,7% del totale, mentre dal punto di vista occupazionale è Donna il 58,9% dei dipendenti, 487mila persone. Lavoratrici, peraltro, che nel 68% dei casi sono già assunte con un contratto part time.“È evidente che, in questo caso, le Donne sono l’anello debole della catena, costrette ancor più di prima a scegliere tra la cura dei figli ed il mantenimento del posto di lavoro. Uno scenario a dir poco inaccettabile. Davanti a tutto questo, serve maggiore consapevolezza da parte dei Sindacati e del Governo. Ecco perché è necessario che siano le imprenditrici a fronteggiare la situazione chiedendo un cambio di passo e misure concrete. È impensabile che una Donna imprenditrice o lavoratrice possa portare con sé i figli al lavoro nei giorni in cui non sono a scuola: significherebbe mettere a rischio in primis la loro incolumità ma anche compromettere il distanziamento a scapito di dipendenti e clienti. Ed è altrettanto improbabile che una lavoratrice possa permettersi il lusso di pagare a tempo pieno una babysitter, pur beneficiando dei contributi statali. E attenzione! se le Donne non potranno andare al lavoro salterà la tenuta di tutto il settore dei pubblici esercizi”.“Serve un piano B – conclude la Presidente – e serve subito. Bisogna pensare alla riapertura delle scuole in sicurezza ma anche a luoghi di tutela per i minori con servizi per assistere e sostenere efficacemente imprenditrici e lavoratrici. Altrimenti e come se avessimo le mani legate. Non si può scaricare il peso di questa situazione solo sulle spalle delle Donne o dei Nonni, che peraltro vanno tutelati in quanto categoria più a rischio. Noi siamo pronte ad un confronto per trovare modalità diverse ed efficaci e faremo – certamente – la nostra parte. Siamo certe che anche le colleghe delle altre associazioni vorranno unirsi per costruire una task force al femminile e coadiuvare questo Governo che sta sottovalutando la reale portata di questo problema”. By Ufficio Stampa FIPE

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Dove sono le donne nella task force?

Posted by fidest press agency su sabato, 25 aprile 2020

“Anche in questa circostanza di emergenza nazionale nel nostro avanzato, democratico e civile Paese le donne continuano a non far parte degli organi decisionali, delle «catene di comando», delle innumerevoli «task force» nate per superare le crisi sanitarie e economiche, negli infiniti «tavoli» sorti come se fossimo in un mobilificio”, così Monica Forte, consigliera regionale del M5S Lombardia in un post sul suo profilo Facebook.E aggiunge: “«In Italia la parità di genere esiste solo il sabato e alla domenica nei convegni. Poi dal lunedì chi ha il potere reinserisce il pilota automatico e sceglie gli uomini che conosce, di cui è amico, che gli girano intorno» ha detto Emma Bonino e come darle torto? Meritocrazia e parità di genere sono definizioni che trovano un senso nelle scelte concrete, nei fatti. Siamo scomode, disturbanti, rompiamo gli equilibri, siamo più preparate, più intuitive, più flessibili… è questo il problema”. E conclude citando Emma Bonino: “«Il fossato che ci divide dal resto dell’Occidente si allarga sempre più, non solo nel confronto con i Paesi nordici; ormai il caso italiano sta diventando imbarazzante anche a paragone di Paesi più simili a noi, come la Germania o la Francia».

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Violenza donne: Un aiuto dalla Regione Lazio

Posted by fidest press agency su sabato, 25 aprile 2020

“Confermando la sua attenzione al contrasto alla violenza contro le donne, la Regione Lazio ha disposto con una delibera che parte degli alloggi popolari dell’Ater siano destinati alle donne vittime di violenza, per sostenerle nel loro percorso di autonomia. Dopo lo stanziamento per la Casa delle donne Lucha y Siesta e il ‘Contributo di libertà’ grazie al quale le donne che subiscono abusi possono ottenere 5000 euro per ricominciare, la giunta regionale del Lazio, con il governatore Nicola Zingaretti e gli assessori alle pari opportunità Giovanna Pugliese e alle politiche abitative Massimiliano Valeriani, continua un percorso virtuoso. Le donne che fuggono dalla violenza hanno bisogno di essere accolte da operatori capaci e poi anche di ricominciare a vivere. Una casa in questa fase è ciò che ci vuole”. Lo dice la senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e la violenza di genere.

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Donne e bambine in fuga o apolidi a rischio più elevato durante la pandemia da coronavirus

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 aprile 2020

Il COVID-19 non sta solamente mietendo vittime e stravolgendo la vita delle comunità di tutto il mondo, ma sta anche comportando enormi rischi per la protezione di donne e bambine costrette a fuggire dalle proprie case, ha affermato oggi Gillian Triggs, Assistente Alto Commissario per la Protezione dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
“In questo momento storico segnato dalla pandemia, è necessario assicurare con urgenza la protezione di donne e bambine rifugiate, sfollate e apolidi, essendo tra le persone più a rischio. È necessario sbarrare le porte agli aggressori e non risparmiare alcuno sforzo per assicurare assistenza alle donne sopravvissute ad abusi e violenze”, ha dichiarato Gillian Triggs.Le politiche di isolamento, confinamento e quarantena adottate in tutto il mondo in risposta alla pandemia hanno portato a una restrizione della libertà di circolazione, una riduzione delle interazioni tra comunità, la chiusura dei servizi e a un peggioramento delle condizioni socioeconomiche. Questi fattori stanno facendo aumentare significativamente i rischi di violenze nei rapporti di coppia. “Alcune possono ritrovarsi confinate all’interno dei propri alloggi o delle proprie case, intrappolate coi propri aggressori senza alcun opportunità di prenderne le distanze o di chiedere aiuto”.“Altre, comprese quante sono prive di documenti di identità o che hanno perso i propri precari mezzi di sostentamento a seguito dei devastanti effetti economici inflitti dal COVID-19, possono ritrovarsi costrette a prostituirsi per sopravvivere o a contrarre matrimoni precoci imposti dalle famiglie. In casa, molte donne si stanno inoltre facendo carico di responsabilità sempre maggiori prendendosi cura dei propri familiari”.Per coloro che sono sopravvissute a violenza o che vi sono esposte, le conseguenze del COVID-19 comportano anche un accesso limitato a servizi di assistenza vitali, quali quelli di sostegno psicosociale, sanitari e di sicurezza. A causa delle restrizioni imposte alla mobilità e delle misure di contenimento del virus, diventa più difficile accedere agli aiuti, senza dimenticare che alcuni servizi, tra i quali l’accoglienza in centri sicuri, sono stati temporaneamente sospesi, riconvertiti o chiusi.“Tutta la rete di unità dell’UNHCR incaricate della protezione è in elevato stato di allerta a livello mondiale. Ove possibile, stiamo adeguando al nuovo contesto i nostri programmi salvavita per donne e bambine vittime di violenza. In alcune località sono ora gestiti da remoto da assistenti sociali col sostegno di reti comunitarie di volontari adeguatamente formati”, ha affermato Gillian Triggs.Le donne sfollate sono esse stesse coinvolte in prima linea nelle operazioni di risposta, comunicando alle proprie comunità informazioni in merito al rischio di violenze e alle misure di prevenzione e protezione sanitaria. Inoltre, aiutano le sopravvissute ad accedere ai servizi di assistenza specializzata disponibili.L’UNHCR sta assicurando, inoltre, assistenza d’emergenza in denaro contante alle donne a rischio e a quante sopravvissute. Si tratta di un’azione coordinata tra tutti gli attori umanitari al fine di attenuare i rischi di violenza sessuale e di genere nei contesti in cui sono implementate le operazioni, tra cui quella di risposta di emergenza alla crisi sanitaria. “Per preservare la vita di ogni individuo e garantirne i diritti, i governi, insieme agli attori umanitari, devono assicurare che, nella definizione dei piani nazionali di prevenzione, risposta e ripresa dagli effetti del COVID-19, terranno in considerazione i crescenti rischi di violenza a cui sono esposte donne sfollate e apolidi”, ha dichiarato Gillian Triggs.Ciò vuol dire assicurare che i servizi vitali destinati a persone sopravvissute a violenza sessuale e di genere siano considerati essenziali e che tutte coloro che sono costrette alla fuga possano accedervi. Tra i servizi vi sono quelli di assistenza sanitaria e di sicurezza, sostegno psicosociale e centri di accoglienza sicuri. Anche il diritto di accesso alla giustizia deve essere garantito.
Considerato l’aggravarsi delle condizioni socioeconomiche a cui stanno facendo fronte molti Paesi che accolgono rifugiati, il sostegno dei donatori sarà fondamentale per mantenere le operazioni che assicurano i servizi essenziali di prevenzione e risposta alla violenza sessuale e di genere, compresi quelli forniti dalle organizzazioni locali gestite da donne.“Tutte le donne e tutte le bambine hanno diritto di vivere una vita libera da qualunque forma di violenza. Restiamo al fianco delle donne e delle bambine in fuga o apolidi, ribadiamo il messaggio del Segretario Generale ed esortiamo tutti i governi a dare priorità alla sicurezza di donne e bambine nella risposta alla pandemia”.

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Francesco. Il Papa delle donne: Di Nina Fabrizio

Posted by fidest press agency su sabato, 11 aprile 2020

In occasione dei 7 anni di pontificato di papa Francesco, esce il 21 febbraio in libreria un volume che per la prima volta affronta in modo completo il rapporto di Bergoglio con le donne della chiesa Francesco è il Papa che più conosce le donne. Le ha frequentate da arcivescovo a Buenos Aires, le ha incoraggiate come nessuno prima in Vaticano. Bergoglio conosce la sofferenza di tante donne che hanno lottato: per ritrovare figli, parenti, per rivendicare i propri diritti, per liberarsi dagli sfruttatori, per guadagnare la dignità. E conosce anche le donne che, fuori e dentro la Chiesa, operano per un movimento dal basso che conduca a una rivoluzione gentile grazie alla quale le donne non siano più schiave, in nessun ambito, ma consapevoli portatrici di contributi autentici e singolari nella società.A partire dagli interventi più significativi del Papa, il volume ripercorre il particolare legame e l’attenzione di Francesco nei confronti dell’emisfero femminile: da alcune nomine importanti ai vertici della Curia romana al richiamo per cui le suore non siano più confinate nel ruolo di “badanti” dai grandi temi femminili – come il femminicidio, l’aborto, la tratta delle schiave – alle storie che hanno avuto, spesso dietro le quinte, protagonisti proprio Francesco e tante donne battagliere.
Nina Fabrizio, Francesco. Il Papa delle donne, Edizioni San Paolo 2020, pp. 208, euro 18,00 Prefazione di Alessandra Smerilli Postfazionefi Giulio Maira

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Il modo di essere uomini e donne di fede

Posted by fidest press agency su martedì, 10 marzo 2020

Dalle pagine di “Cultura religiosa della Fidest”. Se partiamo dalla consapevolezza che anche nel mondo arabo vi sono popoli ed etnie che hanno una storia ed una cultura molto diverse non solo nei nostri confronti ma anche tra loro l’integralismo e il fondamentalismo che esprimono nel loro ambito potremmo meglio comprendere la loro tendenza a creare comunità separate e che si ritengono superiori agli altri fedeli islamici. D’altra parte, la fede musulmana è, di per sé, un universalismo che oltrepassa le frontiere e rimane sensibile ai grandi appelli al ritorno alle origini. È forse la percezione di quest’aspetto che sta creando nei popoli europei disagio e malessere. Non si può, a questo punto, concepire l’esistenza di uno stato dentro un altro.
I cristiani, a questo riguardo, sanno molto bene dove li ha portati l’integralismo religioso nel XVI e XVII secolo e i ricordi delle inquisizioni ancora ardono nelle loro coscienze. Allora vi era la pretesa di un primato religioso che rasentava l’arroganza e l’ignoranza. Oggi per la Chiesa cattolica c’è voluto il Concilio Vaticano II per affermare che “disegno di salvezza abbraccia anche chi riconosce il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani che professando di tenere la fede d’Abramo, adorano anch’essi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giudizio finale”.
Nel decreto “Nostra aetate” la Chiesa cattolica “considera con sincero rispetto quei modi d’agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che non raramente riflet-tono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.” Da qui emerge chiara la ricerca di valori religiosi comuni che opportunamente tralasciano altri aspetti quali lo specifico riferimento a Maometto, il Corano, né l’Islam, inteso quale essenziale nesso comunitario tra i credenti, né il pellegrinaggio alla Mecca, né la shari’ah.
D’altra parte i musulmani riconoscono Gesù come il figlio di Maria vergine, ma non come un profeta. Si venera la madre ma non si riconosce la divinità del figlio e neppure si crede del tutto che possa essere morto sulla croce. Resta l’interrogativo di fondo sul fatto che Dio, il comune Dio, permettesse che l’Islam, unica tra le grandi religioni storiche, sorgesse sei secoli dopo l’evento cristiano, tanto che alcuni tra i primi testimoni lo ritennero un’eresia cristiana, un ramo staccato dell’unico identico albero.” Che senso può avere, – si Chiede il cardinale Martini, – nel piano divino il sorgere di una religione in certo modo così vicina al cri-stianesimo, come mai nessun’altra religione storica, e, insieme, così combattiva, così capace di conquista, tanto che alcuni temono che essa possa, con la forza della sua testimonianza, fare molti proseliti in un’Europa infiacchita e senza valori?”
E’ un interrogativo che rimane aperto, sempre secondo l’illustre prelato della Chiesa di Roma. “A questa domanda, così complessa, – egli dice – non è facile dare una risposta semplice che tuttavia è in parte anticipata dalla svolta impressa da Vaticano II. Si tratta di una fede che, avendo grandi valori religiosi e morali, ha certamente aiutato centinaia di milioni d’uomini a rendere a Dio un culto onesto e sincero e insieme a praticare la giustizia. Quello della giustizia è, infatti, uno dei valori più fortemente affermati dall’Islam. O voi che credete, praticate la giustizia, dice il Corano nella Sura IV, 235: praticatela con costanza, in testimonianza di fedeltà a Dio, anche a scapito vostro, o di vostro padre, o di vostra madre, o dei vostri parenti, sia se si tratta di un ricco o di un povero perché Dio ha priorità su ambedue.” E Martini soggiunge: è la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia. Ci fa comprendere i valori storici che l’Islam ha portato con sé e che ancora può testimoniare nella nostra società”. (Riccardo Alfonso)

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Donne ai vertici delle imprese italiane

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 febbraio 2020

Dopo il forte aumento seguito alla piena attuazione della legge 120/2011 sulle quote di genere, che ha portato per la prima volta nel 2017 il numero delle donne nei board delle società quotate a essere maggiore di un terzo rispetto al totale dei membri, nel 2019 la crescita ha subito un rallentamento, mostrando solo due unità in più rispetto al 2018. Il bilancio è comunque più che positivo, con un incremento delle donne nei CdA delle società quotate alla Borsa di Milano da 170 nel 2008, il 5,9%, alle 811 di oggi, il 36,3%, mentre nei collegi sindacali si è passati dal 13,4% del 2012 al 41,6% del 2019, con 475 sindaci donne. È una delle evidenze messe in luce dal primo Rapporto Cerved-Fondazione Marisa Bellisario 2020 sulle donne ai vertici delle imprese, realizzato in collaborazione con l’Inps, che analizza l’impatto sulle aziende italiane della legge Golfo-Mosca anche rispetto ad altre dimensioni del gender gap.L’Italia è il 76° Paese per disparità di genere sui 149 censiti dal World Economic Forum. Secondo l’indice costruito dal World Economic Forum, l’Italia è il 76° Paese per disparità di genere sui 149 censiti, agli ultimi posti tra gli Stati più avanzati. Rispetto al 2006 ha guadagnato una posizione grazie all’introduzione delle quote di genere nella composizione delle liste elettorali, ma negli altri ambiti ha evidenziato chiari peggioramenti: ad esempio, per quanto riguarda le opportunità economiche è scivolato al 117° posto, con performance particolarmente negative in termini di parità salariale In Italia è occupato il 56,2% delle donne tra i 15 e 64 anni contro il 75,1% degli uomini, una percentuale che risulta tra le più basse all’interno dei 37 Paesi censiti da Eurostat. Peggio di noi, solo Macedonia e Turchia. Un gap che si riduce ma non si annulla con il diminuire delle fasce di età, dunque non dipende da ragioni generazionali. Dei 10 milioni di donne occupate, il 54,2% è al Nord, il 23,3% al Sud e il 22,5% al Centro. Quanto al profilo professionale, i dati Istat chiariscono bene il divario di genere: tra i quadri la percentuale di donne è del 45%, mentre precipita al 31,9% tra i dirigenti. Anche il gender gap salariale in Italia continua a essere molto elevato: in base ai dati di Job Pricing, la disparità di retribuzioni tra uomini e donne è in media del 10,2% e risulta maggiore nelle mansioni di impiegato (-9,6%) e operaio (-10,6%), si assottiglia per i quadri (-4,3%) per poi ritornare alto tra i dirigenti (-9%).
Tornando alla presenza femminile negli organi amministrativi e di controllo delle società quotate, risulta più giovane degli omologhi maschi: nei CdA, l’età media delle donne tra gli Amministratori è di 53 anni (59 gli uomini), tra gli Amministratori Delegati 55 (57 gli uomini), tra i Presidenti 60 (contro 63). Situazione analoga nei collegi sindacali, in cui le donne hanno mediamente 52 anni contro i 57 degli uomini (54 contro 58 se sono Presidenti). Inoltre, le donne presenti nei board hanno più frequentemente cariche in altre società quotate: il 21,7% ne possiede almeno un’altra (l’11% tra gli uomini), probabilmente perché sono poche quelle a poter vantare un’esperienza in un CdA. In termini assoluti, sono 88 le donne che siedono almeno in un altro board (il 13,8% contro l’8,8% degli uomini).Passando alle società a controllo pubblico, secondo i dati che Cerved elabora per il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal 2014 al 2019, cioè dopo l’entrata in vigore del D.P.R. 251/2012, la presenza delle donne nei Consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali è aumentato di quasi 3.000 unità (da 2.180 a quasi 5.000) passando dal 14,3% al 32,5%, ma senza superare la quota di un terzo. Nello stesso periodo, gli uomini ai vertici degli organi collegiali sono scesi da 19.000 a 10.000.
È fortemente aumentato (da 1.153 nel 2014 a 1.533 nel 2019) anche il numero di controllate pubbliche con Amministratore unico, che non hanno obblighi di parità di genere: le donne che ricoprono la carica di Amministratori sono ugualmente cresciute, ma non certo con lo stesso ritmo, passando da 103 a 193 negli ultimi due anni, cioè dall’8,5% ad appena il 12,6%.
I dati territoriali indicano un’ampia variabilità nella presenza di donne nei board delle quotate pubbliche, con quote che vanno dal 36,5% in Umbria al 9,5% in Basilicata. Più in generale, le regioni del Sud, e in particolare Campania, Sicilia, Calabria e Basilicata, sono ancora molto lontane dalla soglia minima, anche se ovunque, tranne Basilicata e Calabria, è aumentata la quota di donne rispetto al 2014.
Nelle grandi aziende non obbligate, più donne nel board, ma ancora pochi Amministratori Delegati
Nella grande maggioranza delle imprese, dove non ci sono norme specifiche sulla parità di genere, la presenza femminile nei Consigli d’amministrazione cresce lentamente e riflette il ricambio generazionale. La percentuale aumenta nelle società con Amministratore unico (dal 10,8% al 12,7% tra 2012 e 2019) e in quelle che hanno un board collegiale (dal 14,4% al 17,9%), ma rimane ben al di sotto della soglia di un terzo. La presenza di donne tra gli Amministratori cresce al diminuire della fascia di età considerata: 13% tra chi ha più di 55 anni, 18% nella fascia 45-54 anni, 22% in quella 35-44 anni, fino al 27% per gli under 35.Un più equa rappresentanza di donne nei CdA non basta da sola a ridurre i differenziali di genere. Dunque, le “quote” non hanno favorito la presenza femminile né tra le posizioni apicali delle aziende né tra le occupazioni a più elevato reddito: una più equa rappresentanza di donne nei CdA dell’imprese è sicuramente desiderabile, ma da sola non è sufficiente a ridurre i differenziali di genere.

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Al via evento planetario contro la violenza alle donne “One Billion Rising”

Posted by fidest press agency su sabato, 8 febbraio 2020

Roma sabato 15 febbraio alle ore 15.00 in Piazza San Silvestro, con la coreografia ufficiale di One Billion Rising, reading e performance (per informazioni sugli eventi in tutta Italia https://www.facebook.com/obritalia/) si svolgerà la manifestazione patrocinata dal Municipio Roma. Hanno aderito all’iniziativa, in un impegno comune di ascolto, lotta, resistenza e solidarietà intese come modo di vivere, Amnesty International Italia, AMREF, Osservatorio pari opportunità Politiche di Genere AUSER, Differenza Donna ONG, Assist Associazione Nazionale Atlete, Rebel Network, Snoq San Donà. “One Billion Rising”. Oltre 1 miliardo di persone si daranno appuntamento nelle piazze di tutto il mondo per difendere i diritti delle donne. L’importante appuntamento, con il coinvolgimento di numerosi artisti ed attivisti, unirà narrazione, danza e movimento, per dare un messaggio universale contro la violenza maschile sulle donne. In Italia sono oltre 50 gli eventi in programma. (by christian flammia)

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Salute: emicrania, le donne ne soffrono di più, ma si curano di meno

Posted by fidest press agency su domenica, 15 dicembre 2019

Quasi l’80% dei pazienti che soffrono di emicrania è costituito da donne, il 18,3% da uomini. L’esordio della malattia si registra in media a 21,4 anni di età per le donne contro i 26,1 anni degli uomini. La patologia si manifesta in maniera precoce, cioè prima dei 18 anni, per il 42,1% delle pazienti donne, rispetto al 26% degli emicranici uomini. È quanto emerge dalla ricerca «Vivere con l’emicrania» realizzata dal Censis con la sponsorizzazione di Eli Lilly, Novartis e Teva. Grazie alla collaborazione delle Società scientifiche che si occupano di emicrania e cefalea a grappolo e delle Associazioni dei pazienti è stato possibile interpellare un campione di 695 pazienti dai 18 ai 65 anni con diagnosi di emicrania ed è stato realizzato anche un focus sui pazienti colpiti da cefalea a grappolo, una forma non frequente di cefalea primaria particolarmente dolorosa.Le donne si trascurano e dilatano i tempi della diagnosi. L’emicrania è una patologia che tende ad essere trascurata e riconosciuta con ritardo. Il 58,9% dei pazienti si rivolge al medico entro un anno dalla comparsa dei primi sintomi (il 55,9% delle donne contro il 73,2% degli uomini), ma il 20,7% aspetta più di cinque anni. Sono le femmine a indugiare di più (il 23,3% contro il 9,4% dei maschi). Il tempo medio per arrivare a una diagnosi è di 7,1 anni: 7,8 anni per le donne, solo 4,1 anni per gli uomini. La patologia rimane quindi in molti casi non diagnosticata per molto tempo: il 28,1% dei pazienti ha avuto la diagnosi entro un anno dai primi sintomi, il 30,5% ha dovuto aspettare tra due e cinque anni, il 23,4% più di dieci anni.Una patologia dolorosa e penalizzante. La malattia appare più debilitante per le donne colpite, che definiscono «scadente» il proprio stato di salute nel 34,1% dei casi (contro il 15% degli uomini). Il 36,3% delle donne colpite soffre di emicrania cronica, cioè con più di 14 giornate di emicrania al mese (per gli uomini il dato scende al 29,9%). E il 47,9% delle donne soffre contemporaneamente di altre patologie (contro il 33,9% degli uomini). La durata media per singolo attacco, se non debitamente trattato, nel 46% dei casi è pari a 24-48 ore e nel 34% dura più di 48 ore. Sono le donne a lamentare gli attacchi più lunghi, con il 39,2% che soffre di attacchi che superano le 48 ore contro l’11,8% degli uomini. Si tratta di una patologia che impatta fortemente sulle attività quotidiane, in misura maggiore per le pazienti femmine. L’aspetto più penalizzante è considerato il dolore (per l’81,7% delle donne e il 72,4% degli uomini), seguito da stanchezza ed energie ridotte (rispettivamente per il 50,3% e il 44,1%). Sempre le femmine lamentano una riduzione delle attività sociali in misura maggiore rispetto ai maschi (il 42,9% contro il 21,3%) e a causa del mal di testa hanno più problemi di vario tipo: sul lavoro, il 39,7% delle donne, nello svolgimento dei propri compiti familiari e domestici, il 36,3%, ad occuparsi dei figli, il 18,7% (contro rispettivamente il 26,8%, il 18,1% e il 7,9% degli uomini). Il condizionamento esistenziale può essere ancora più penalizzante per coloro i cui sintomi si manifestano più precocemente: il tempo medio per arrivare a una diagnosi in questi casi è in media di 11,5 anni. Inoltre, chi ha avuto un esordio precoce (cioè prima dei 17 anni) descrive in misura maggiore un impatto negativo sul lavoro (il 43,9%, contro il 27,6% di chi aveva oltre 30 anni). Lo stesso vale per l’impatto negativo sulle attività sociali, citato dal 42,8% dei primi contro il 32,7% dei secondi.Questi sono i principali risultati contenuti nel volume «Vivere con l’emicrania», presentato oggi a Roma da Ketty Vaccaro, Responsabile dell’Area Welfare e salute del Censis, e discusso da Paola Boldrini, Membro della 12ª Commissione Igiene e Sanità del Senato della Repubblica, Maria Teresa Bressi, Coordinamento nazionale Associazioni malati cronici di Cittadinanza Attiva, Gianluca Coppola, Neurologo Ricercatore dell’Università Sapienza di Roma, Cherubino Di Lorenzo, Neurologo Centro Irccs-Fondazione Don Gnocchi, Alessandro Giua, Vice Presidente di Ouch Italia, Lara Merighi, Coordinatrice Al.Ce. Group Italia, Maria Rizzotti, Membro della 12ª Commissione Igiene e Sanità del Senato della Repubblica, Pierpaolo Sileri, Viceministro del Ministero della Salute.

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Donne con fegato grasso più a rischio di ictus cerebrale e di infarto

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 dicembre 2019

Numerosi studi di popolazione, sia in Europa che negli USA, hanno dimostrato che il sesso femminile (probabilmente a causa del differente assetto ormonale) è protettivo, rispetto al sesso maschile, nei confronti delle malattie cardiovascolari come l’infarto o l’ictus. Questi dati sono così forti per cui il sesso femminile è considerato un fattore protettivo quando valutiamo il rischio di questi eventi nella pratica clinica ambulatoriale, insieme all’età, alla pressione arteriosa, ai livelli di colesterolo ed all’abitudine al fumo che sono invece fattori sfavorevoli. La steatosi epatica non alcolica – o fegato grasso (NAFLD) – è definita dall’accumulo eccessivo di grasso nel fegato in soggetti che non abusano di alcol. Data la sua associazione con componenti della sindrome metabolica come l’obesità, il diabete, le dislipidemie e l’ipertensione arteriosa, la NAFLD è attualmente la più comune causa di danno epatico cronico e può evolvere verso la cirrosi epatica ed il carcinoma epatocellulare. Studi degli ultimi 5-6 anni hanno però dimostrato che la NAFLD non è solo associata alle componenti della sindrome metabolica, ma anzi può contribuire alla genesi della sindrome metabolica stessa e può rappresentare un fattore di rischio per l’insorgenza del diabete. Non deve quindi sorprendere che le principali cause di mortalità nei pazienti con NAFLD siano rappresentate dalle CVD.Studi recenti hanno quindi valutato se il sesso rimane un fattore protettivo nei confronti di infarto ed ictus nelle donne con fegato grasso. Negli USA esistono sistemi informatici che raccolgono i dati clinici di larghe fasce della popolazione e quindi sono stati valutati tutti gli individui adulti nella contea di Olmsted, in Minnesota. I pazienti con steatosi epatica (83.869) sono stati confrontati con una popolazione, analoga per età e sesso, di soggetti senza NAFLD (15.209). In questi due gruppi è stata quindi valutata l’incidenza di infarto del miocardio, angina ed ictus nei sette anni successivi di valutazione. Questa valutazione su una fascia così ampia di popolazione ha confermato che, nella popolazione generale, infarto del miocardio ed ictus sono ridotti nella popolazione femminile rispetto a quella maschile. Quando invece consideriamo i soggetti con fegato grasso, l’incidenza di eventi ischemici cardiovascolari nei pazienti con NAFLD è risultata essere simile negli uomini e nelle donne. Quindi la presenza del fegato grasso fa perdere alle donne l’effetto protettivo del sesso nei confronti delle malattie cardiovascolari. Di conseguenza, le donne con fegato grasso sono affette da malattie cardiovascolari in età più giovane rispetto a donne senza steatosi epatica, aumentando in modo drammatico l’età cardiovascolare di questi soggetti di ben 18 anni, raddoppiando il rischio di infarto e/o ictus nelle donne giovani o di mezza età con fegato grasso. Al contrario, le differenze tra soggetti con o senza fegato grasso sono assenti o marcatamente ridotte nel sesso maschile. Questo studio dimostra quindi che le donne con fegato grasso hanno un rischio di infarto o ictus paragonabile a quello degli uomini, osservazione spiegabile con le alterazioni metaboliche nelle donne con NAFLD che annullano l’effetto protettivo degli ormoni sessuali femminili. Quindi questi dati e questo studio dovrebbero influenzare da subito la pratica clinica quotidiana identificando quindi quelle donne con fegato grasso a rischio precoce di infarto e/o ictus, spingendo il medico di base a convincere la paziente sulla necessità di modificare lo stile di vita (attività fisica, aderenza alla dieta mediterranea, astensione dal fumo e dall’eccesso di alcolici) ed eventualmente ad iniziare terapia con statine ed aspirina a basso dosaggio per la prevenzione di infarto ed ictus. Secondo il presidente della Sige professor Domenico Alvaro “sono ormai consolidate le evidenze che dimostrano come il Fegato grasso rappresenti una variabile predittiva di rischio di malattie cardiovascolari, di sindrome metabolica e di rischio oncologico. Pertanto quando in un paz. viene scoperta la presenza di steatosi epatica, dovrebbero essere messe in atto tutte le misure per una adeguata e globale valutazione dello stato di salute del paz. oltre che misure dietetiche e comportamentali (esercizio fisico che riducono il rischio) atte a ridurre i rischi”.

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In scena: “Doc – Donne di origine controllata”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 dicembre 2019

Roma Sabato 7 dicembre ore 21 – domenica 8 dicembre ore 18 Teatro Palladium Piazza Bartolomeo Romano, 8 Biglietto: intero 20 euro; ridotto 15 Di Valter Lupo, Gianluca Giugliarelli, Francesca Reggiani e Linda Brunetta. Un nuovo show, anzi uno dei pochi ‘oneman show al femminile’: Francesca Reggiani è la protagonista di “Doc – Donne di origine controllata”, in scena sabato 7 e domenica 8 dicembre al Teatro Palladium di Roma nell’ambito del Festival Flautissimo, giunto quest’anno alla sua ventunesima edizione. Più che uno spettacolo, un vero manuale di sopravvivenza al caos. Non esiste più la strada sicura, il posto fisso, la via retta. Oggi si procede per sbandamenti. Rimbalziamo tra vero e falso, tra realtà e reality, tra innovazione e tradizione. Con la sensazione di essere le palline di una partita a flipper giocata da altri. Non doveva andare cosi! E dunque non ci restano che due opzioni. Piangersi addosso. Farci sopra della satira. La Reggiani, naturalmente, sceglie la seconda. Affila le armi che le sono proprie per costruire uno spettacolo che procede per frammenti. Monologhi sull’attualità (le pari opportunità, il corpo della donna, la politica, gli influencer), parodie di personaggi famosi (Giorgia Meloni, Chiara Ferragni), contributi video che fanno il verso a programmi televisivi (Chi l’ha visto con Federica Sciarelli) e jingle pubblicitari. Un procedere sincopato, a strappi, per comporre un puzzle dove tutto si tiene, dove mondi apparentemente inconciliabili finiscono per parlare tra loro.http://teatropalladium.uniroma3.it/

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Per porre fine alla violenza contro le donne

Posted by fidest press agency su domenica, 1 dicembre 2019

I deputati europei chiedono a tutti gli Stati membri di aderire alla Convenzione di Istanbul e di ratificarla.Nella risoluzione non legislativa, adottata giovedì con 500 voti favorevoli, 91 contrari e 50 astensioni, si invita il Consiglio a concludere con urgenza la ratifica da parte dell’UE della Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne, nota anche come Convenzione di Istanbul, e si esortano i sette Stati membri che l’hanno firmata, ma non ancora ratificata, a farlo senza indugio.I deputati condannano gli attacchi e le campagne contro la Convenzione in alcuni paesi, che si basano su un’interpretazione errata e su una presentazione non corretta del suo contenuto al pubblico.Chiedono inoltre alla Commissione di aggiungere la lotta alla violenza di genere come priorità nella prossima strategia europea sul genere e di presentare un atto giuridico che affronti tutte le forme di violenza di genere, comprese le molestie online e la violenza informatica. Chiedono infine che la violenza contro le donne sia inclusa nel catalogo dei reati riconosciuti dall’UE. Tutti gli Stati membri dovrebbero garantire che la Convenzione sia attuata e applicata correttamente, assegnando finanziamenti adeguati e risorse umane ai servizi predisposti. È particolarmente essenziale fornire una formazione adeguata a tutti i professionisti che si occupano delle vittime (magistrati, medici, funzionari di polizia). Il PE ribadisce la sua posizione a favore di uno stanziamento specifico di 193,6 milioni di euro per azioni di prevenzione e lotta alla violenza di genere nell’ambito del programma Diritti e Valori.

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Le donne, la maternità e il lavoro

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 ottobre 2019

“I dati diffusi oggi dall’Istat sull’occupazione femminile rappresentano l’ulteriore conferma degli ostacoli insormontabili che le donne e in particolare le mamme, nel nostro Paese, si trovano ad affrontare quotidianamente. Le donne con figli sempre più spesso devono rinunciare a lavorare a causa degli impegni familiari e una scarsa rete di servizi per la prima infanzia aggrava il quadro”, ha dichiarato Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.
In Italia, sottolinea Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro – tra le donne tra i 25 e i 49 anni con figli minorenni, più di 4 su 10 non hanno un lavoro, mentre più del 40% delle madri con almeno un figlio preferisce il part-time pur di continuare a mantenere un’occupazione[1]. Dati che si inseriscono in un contesto di denatalità ai minimi storici (meno di 440 mila nascite nel 2018) e aggravato dall’impossibilità nel conciliare vita privata e impegni professionali, radicate difficoltà di carriera e di crescita salariale, forte squilibrio nei carichi familiari tra madri e padri, una scarsissima offerta di servizi educativi per l’infanzia. Un quadro critico che si riverbera sul benessere delle madri, ma che affonda le radici nelle pesanti disparità di genere in Italia.“Ề fondamentale che il nuovo Governo dia seguito agli impegni annunciati in favore delle famiglie, investendo risorse adeguate per aumentare l’offerta degli asili e per favorire la conciliazione di entrambi i genitori tra lavoro e vita privata così come indicato dall’Europa. C’è bisogno di una vera politica di sostegno alla genitorialità sul medio e lungo termine”, ha concluso Raffaela Milano.

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Donne: incontinenza urinaria e prolasso genitale

Posted by fidest press agency su martedì, 24 settembre 2019

Una donna su quattro dopo la menopausa soffre di problemi uroginecologici che vanno dall’incontinenza urinaria al prolasso genitale. A fare il punto sull’argomento è il professor Rodolfo Milani dell’Uroginecologia del Centro Medico Lazzaro Spallanzani di Reggio Emilia, che in occasione del Corso di alta formazione “Le disfunzioni del pavimento pelvico, diagnosi e trattamento ”, che si terrà presso il centro medico il giorno 21 settembre , spiega come entrambe le patologie, spesso associate, possono essere risolte definitivamente con avanzate tecniche di restyling urogenitale. Dice il professore: “Sono circa 5milioni in Italia le donne interessate ma solo il 25% di loro, vincendo imbarazzo e pudore, chiede aiuto al medico, le altre si rassegnano ai pannolini peggiorando, i disturbi e devastando la qualità di vita con ansia, depressione, tendenza a isolarsi per il timore di improvvise perdite di urina, e nel caso del prolasso perdite vaginali e sanguinamenti, e questo incide pesantemente sui rapporti sociali, sull’intesa di coppia e sulla sessualità”. Il prolasso e l’incontinenza colpiscono maggiormente donne in età sopra 50 anni ma si riscontrano anche nelle più giovani. Si tratta di disturbi sempre più diffusi e in aumento ma che restano un tabù. Moltissime donne subiscono queste malattie per anni perché non sanno che ora esistono efficaci soluzioni come farmaci mirati, infiltrazioni di botulino, la rieducazione perineale e la nuova chirurgia uroginecologica.
Prolasso e incontinenza sono diretta conseguenza di gravidanze e parti – il 30% delle donne riporta un danno pelvico già al primo parto. Altre concause sono la menopausa, sovrappeso, obesità, tosse cronica, fumo, stipsi, attività pesanti e sportive ed esiti di chirurgia pelvica. Le soluzioni per l’incontinenza urinaria. “Le metodiche di restyling per l’incontinenza urinaria da sforzo”, spiega il professor Milani, “prevedono l’applicazione per via vaginale di una sling, una retina in polipropilene che posta sotto all’uretra ripristina la normale continenza. Le retine non agiscono solo da supporto ma intervengono anche nei processi di riparazione biologica che favorisce la cicatrizzazione ottimale dei tessuti. I vantaggi rispetto ai vecchi interventi invasivi, che richiedevano incisione addominale, anestesia generale, ricovero e convalescenze prolungate, sono l’efficacia, la brevità degli interventi (circa 20 – 30 minuti in day hospital con anestesia locale o locoregionale) e recupero con ritorno alle normali attività entro una settimana. L’incontinenza urinaria consiste nell’emissione involontaria di urina e si distingue in due forme: da sforzo (IUS), quando un colpo di tosse, una risata o il sollevare una borsa o un esercizio fisico causano fughe di urina; da urgenza o da sindrome della vescica iperattiva, dovuta a contrazioni involontarie della vescica e caratterizzata da un improvviso e irrefrenabile bisogno di urinare più volte durante il giorno e la notte.
Le soluzioni per il prolasso “Il prolasso genitale”, prosegue Milani, “consiste nell’abbassamento dalla sede naturale e talvolta fuori dall’introito vaginale di una o più strutture pelviche – utero, vescica e retto – e spesso si associa all’incontinenza urinaria. Il restyling del prolasso si basa su sofisticate tecniche di chirurgia vaginale in grado di effettuare una minuziosa e millimetrica ricostruzione del pavimento pelvico con le sue strutture fasciali preesistenti. Questo intervento consente di non asportare sempre l’utero quando è sano e si può effettuare in anestesia spinale, il che consente una rapida ripresa.La guarigione dall’incontinenza migliora la sessualità, il desiderio e la soddisfazione della donna e del suo partner “Particolarmente critiche”, precisa Milani, “sono le conseguenze sulla sessualità di questi disturbi. Secondo studi clinici il mancato controllo della vescica e la perdita di urina durante l’attività sessuale di coppia abbattono il desiderio fino a evitare una relazione sentimentale. Le pazienti trattate chirurgicamente riferiscono un miglioramento della funzione sessuale, in particolare del desiderio e della soddisfazione. L’incontinenza urinaria e il prolasso genitale ”, ricorda ancora Milani, “rimangono patologie nascoste a causa di una scarsa informazione alle pazienti, che possono invece risolvere definitivamente questi problemi come dimostrano i risultati della nuova chirurgia mininvasiva, facendo ritrovare alla donna la sua integrità fisica e soprattutto la sua femminilità”.

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