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Posts Tagged ‘draghi’

Draghi: in manovra misure strutturali su bollette luce e gas

Posted by fidest press agency su martedì, 12 ottobre 2021

Il premier Mario Draghi ha dichiarato che per il caro bollette “bisogna pensare a misure di tipo strutturale”, e che questa riflessione “avrà luogo all’interno della legge di Bilancio”.”Bene, ottima notizia! Da anni lo chiediamo” afferma Marco Vignola, responsabile del settore energia dell’Unione Nazionale Consumatori.”Ci sono, però, due problemi. Il primo è che urge un intervento anche prima della Legge di Bilancio, data la stangata da 355 euro, luce 184 e gas 171, che abbiamo già iniziato a pagare dal primo ottobre. Bisogna che il Governo almeno mantenga subito la promessa di azzerare gli oneri di sistema, cosa avvenuta per la luce ma non per il gas, ridotti del 66,26%. Restano, infatti, 1,34 cent al metro cubo, che se fossero tolti ridurrebbero l’aumento di una famiglia tipo di circa 19 euro, 18 euro e 76 cent” prosegue Vignola. “Quanto all’intervento strutturale, la proposta è di trasferire gli oneri sulla fiscalità generale, eliminare le accise e le addizionali regionali del gas, stabilizzare la riduzione dell’Iva sul gas” conclude Vignola.

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La concertazione sociale alla prova del metodo di governo Draghi

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 ottobre 2021

Di Giuseppe Bianchi. Non ci sono elementi che facciano presumere cambiamenti nel metodo di governo Draghi che è la cifra del suo ampio consenso. Che è quello dell’ascolto, della registrazione delle altrui proposte, quelle dei partiti della sua maggioranza, per decidere la soluzione più praticabile, giudicata tale nell’interesse del Paese. Come intendere, allora, l’apertura di Draghi a forme di concertazione con le parti sociali per arrivare “ad una prospettiva economica condivisa”? Che ai partiti si aggiungeranno nuovi interlocutori dell’ascolto, considerato che i problemi da affrontare nel nuovo ciclo politico di riforme (pensioni, fisco, lavoro, P.A.) chiamano strettamente in causa interessi collettivi tutelati dalle parti sociali. Non un nuovo metodo di governo, ma l’allargamento della platea delle voci da ascoltare per allargare il minimo comune denominatore su cui costruire le decisioni, riducendo i condizionamenti delle posizioni più estreme mobilitate intorno a questioni di bandiera, come quota 100 e reddito di cittadinanza. Un più ampio spazio di manovra per un Governo legittimato nei confronti dei cittadini e delle istituzioni europee dal perseguimento di obiettivi dati in tema di sicurezza sanitaria e di ripresa economica.L’attuale situazione è oggettivamente diversa. Il tracciato politico è definito da un piano straordinario di risorse finanziarie (europee e nazionali) per rimettere il Paese su un percorso di crescita sostenuta e stabile, all’interno del quale tutte le istituzioni del Paese (pubbliche, private e della rappresentanza sociale) sono chiamate a riposizionarsi. C’è una transizione digitale e ambientale da gestire, a sostegno di un più avanzato modello di sviluppo che richiede politiche sociali di accompagnamento per evitare, come avvenuto nelle precedenti fasi di concertazione, che i costi del provvisorio risanamento ricadano ancora una volta sul mondo del lavoro, con la moderazione salariale che innescò un lungo periodo di bassa crescita della produttività e dei salari.Si può pertanto ritenere, senza per questo limitare arbitrariamente i contenuti della concertazione avviata, che il confronto avviato tra Governo e Parti sociali debba dare priorità alle tematiche dell’occupazione. La gestione delle esuberanze di personale create dalle ristrutturazioni produttive e la creazione delle competenze e delle istituzioni di accompagnamento al mercato del lavoro a favore della nuova occupazione. Si tratta di problemi per i quali le parti sociali hanno le competenze più appropriate, perché vissute direttamente, a cui aggiungere una strumentazione contrattuale la cui flessibilità meglio aderisce alla diversità delle situazioni settoriali e aziendali da governare. La concertazione avviata tra Governo e Parti sociali, come già detto, deve riservare centralità alle politiche del lavoro, che costituiscono un tassello fondamentale nel processo di transizione economica e sociale in atto. Si tratta di ridefinire i confini tra l’intervento regolatorio della legge che delimita l’area dell’intervento pubblico e la regolazione affidata alla contrattazione fra le parti sociali. Tenendo conto che già esiste una strumentazione contrattuale operativa, costituita dagli Enti bilaterali, dai Fondi settoriali previdenziali e sanitari, dalle esperienze diffuse di welfare aziendale e dalle varie attività di assistenza sociale che integrano l’azione delle istituzioni pubbliche.Una sfida per le parti sociali perché, pur nella diversità degli interessi rappresentati, ricompongano i rispettivi mondi oggi dispersi nella molteplicità delle rappresentanze in assetti più unitari e convergenti lungo un asse di obiettivi condivisi. Perdere questa sfida può portare ad una governabilità con una rappresentatività sempre più sbiadita. Il rilancio della concertazione sociale deve contenere tale rischio.

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Draghi? Non solo tecnico ma anche raffinato politico

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 agosto 2021

Luigi Tivelli, “Dalla Brutte Époque al Governo Draghi. Le prospettive del Recovery Plan”, pp. 156, € 13Luigi Tivelli, già consigliere parlamentare, editorialista e commentatore politico è uno che di politica se ne intende. E, dal suo particolare angolo di osservazione, promuove a pieni voti l’attuale Premier plaudendo alle sue inaspettate capacità politiche: «Mario Draghi – ha dichiarato Tivelli – non è solo il più grande tecnico di cui l’Italia e molto probabilmente l’Europa oggi disponga, ma ha sviluppato capacità e doti politiche nelle nelle sue esperienze alla guida di grandi istituzioni da molti non riconosciute e non considerate. In queste settimane dopo l’impostazione del Piano di Ripresa e Resilienza che ha ottenuto la massima valutazione dall’unione Europea, dopo la dimostrazione della capacità di tenere la barra dritta delle riforme legate al Pnrr che l’Europa ci chiede ma che sono da tempo indispensabili per l’Italia. Ha dato inoltre un’impostazione di coraggio e fermezza – che è sempre stata una delle sue doti- nell’impegno e nell’assunzione di responsabilità nella campagna di vaccinazione, assumendo posizioni molto dure e ferme rispetto ai no vax e a chi ritarda il percorso vaccinale. Ha quindi dimostrato con la fermezza nella posizione assunta nella riforma della giustizia, che è tra le prime riforme che ci chiede l’Europa, non solo la fermezza nelle decisioni in cui è riuscito ad ottenere il consenso di tutti i ministri, ma grandi doti politiche nella conduzione della riforma stessa, rispetto alla fibrillazione e ai giochi di una parte dei 5 stelle avallati da Conte, un po’ ancora vedovo rispetto al suo precedente ruolo di presidente del Consiglio». A Draghi, Tivelli ha dedicato il suo ultimo libro dal titolo “Dalla Brutte Époque al Governo Draghi. Le prospettive del Recovery Plan”, un libro che tramite un racconto incalzante, fatto di paragrafi brevi e documentati, racconta gli effetti dell’emergenza Covid-19 scoppiata dal febbraio del 2020 sul sistema politico-istituzionale italiano. La reazione principale ad opera dell’ex premier Giuseppe Conte è stata l’assunzione di poteri di emergenza, con una concentrazione mai vista in precedenza di poteri a Palazzo Chigi, dagli ormai famosi Dpcm alla forte estensione della mano pubblica nell’economia, col decisivo esautoramento del ruolo del Parlamento e la legiferazione solo tramite decreti legge. Segue poi il racconto della troppo lunga e troppo mal gestita crisi di governo aperta da Matteo Renzi, col perverso fenomeno della ricerca dei trasformisti e con tutti i tentativi di rianimare un Governo già praticamente morto. Fino alla ferma assunzione di responsabilità del Presidente della Repubblica Mattarella che con grande velocità e determinazione assegna l’incarico di formare un “Governo del Presidente”, senza formule politiche, a Mario Draghi. Nelle pagine del libro si esamina il significato e gli effetti che la formazione del Governo da parte dell’italiano più apprezzato e stimato nel mondo ha sul sistema politico, silenziando di colpo le sirene del populismo e del dilettantismo e conducendo al decollo di un Governo di unità nazionale, arricchito dalla presenza di ministri tecnici di alta levatura e basato su un programma concreto che risponde alle vere emergenze del Paese. La seconda parte del libro si diffonde su tutto l’iter complesso, faticoso e confuso che ha condotto alla seconda bozza del Recovery Plan, che si è sbloccata solo quando è uscita dalle segrete stanze di Palazzo Chigi e dell’ex Premier Giuseppe Conte. Mario Draghi ha quindi avviato subito, con il contributo dei ministri più competenti, l’impostazione di un Recovery Plan idoneo a cogliere questa opportunità storica per il Paese.

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E’ questa la nuova Rai nuova con l’intervento di Draghi?

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 luglio 2021

E’ saltata l’assemblea Rai per l’approvazione del bilancio. Azionisti: ministero Economia 99,56% e Siae 0,44%. Quindi niente bilancio approvato e indicazioni nuovo ad e presidente. Per questi ultimi pendono i nomi di Carlo Fuortes e Marinella Soldi che, indicati dal premier Mario Draghi, godono di un certo lasciapassare (“al di fuori dei partiti”, “sopra le parti”… che per un ente gestito e controllato dai partiti, non è auspicio di chissà quale gestione – 1), che però è soggetto al vaglio del Consiglio dei ministri (con maggioranza due terzi) e della Commissione parlamentare di vigilanza (40 membri per la quale in questi giorni Camera e Senato sono chiamati a votare 4 consiglieri di propria competenza).Già questo potrebbe bastare per capire come, per quanto si parli di nuova gestione, quest’ultima è più che altro un modo di dire, essendo la realtà organica come sempre alle logiche dei poteri dei partiti nel Parlamento.Ma aggiungiamo alcune informazioni apprese dai media. Si vuole scalzare il rappresentate di Fratelli d’Italia in cda per sostituirlo con persona vicina al segretario Pd Gianni Letta. Ma sembra che Draghi non abbia intenzione di inimicarsi ulteriormente la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Inoltre sembra che manchino i voti di Forza Italia e della Lega in Commissione di vigilanza e, per averli, si paventano nomine di direttori e altro in posti di responsabilità in Tg1, Rai1, Rai2 Rai Sport… a cui aggiungere la spartizione per il nascituro portale di informazione online e il canale in lingua inglese, molto sponsorizzato dalla Lega.Se chi legge è riuscito ad arrivare fin qui, oltre ad essersi stancato o incuriosito (i pastoni dei più importanti media nazionali sono pieni di queste notizie con tanto di nomi e cognomi), avrà avuto la conferma che la Rai è “cosa dei partiti”. Altro che “la Rai sei tu” o “la Rai di tutto e di più”. E’ informazione/intrattenimento di Stato, in regime di monopolio e abuso di posizione dominante (il cosiddetto canone che percepisce a differenza dei suoi concorrenti). Niente di nuovo, per carità. Importante è non farsi illusioni su ricette Draghi in materia. Almeno fino a quando non si sarà usciti dal non rispetto del referendum in cui gli italiani chiesero la privatizzazione, così come anche stabilito dalla legge Gasparri successivamente.Vincenzo Donvito, presidente Aduc

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Governo. Draghi e il Piano di ripresa. Riusciremo?

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 aprile 2021

Sono 191,5 i miliardi previsti per il Piano nazionale di ripresa e resilienza, articolato in progetti e riforme. A questi si aggiungono ulteriori miliardi europei e nazionali. Un totale di 248 miliardi da utilizzare nei prossimi anni. Cifra mai vista prima.Le aree di intervento del Piano sono: Transizione verde. Trasformazione digitale. Crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Coesione sociale e territoriale. Salute e resilienza economica, sociale e istituzionale. Politiche per le nuove generazioni, l’infanzia e i giovani.C’è un vincolo nell’accedere ai fondi del Piano: il rispetto degli impegni assunti. Non ci sono le condizionalità previste per il Meccanismo europeo di stabilità, che tanto ha spaventato i nostri governanti che, però, le avevano approvate in passato.Gli obiettivi e i tempi sono definiti dal Piano e, in base al rispetto degli impegni, arriveranno i fondi che, ricordiamo, sono debito europeo, cioè garantito da tutti i Paesi europei con la emissione di titoli. Oltre alla Commissione europea sarà, quindi, ciascun Stato che vigilerà il rispetto degli impegni assunti dagli altri Paesi. Altrimenti, niente soldi. Riusciremo? La chiamata di Draghi alla “virtù del carattere” della nostra classe politica e alle categorie che la esprimono lascia perplessi quanto alla risposta. Vero è che il Presidente del Consiglio è Mario Draghi, che ha posto sul piatto della bilancia la sua credibilità e che le persone da lui scelte offrono garanzie del fare. Non rimane che attendere. Primo Mastrantoni, segretario Aduc

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Attuazione Recovery Fund va oltre governo Draghi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 aprile 2021

“L’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) deve proseguire anche dopo la fine del governo guidato dal presidente del Consiglio Mario Draghi”. Lo ha detto il sottosegretario agli Affari europei Enzo Amendola a 24 Mattino su Radio24. “Si deve proseguire sulla stessa linea. Questo piano funziona con degli anticipi di cassa dello Stato che vengono poi rimborsati dall’Ue sulla base degli avanzamenti”, ha spiegato Amendola a Radio 24, secondo cui bloccare provocherebbe “oltre al danno una beffa perchè perderemmo risorse del bilancio dello Stato”. “Non credo che un governo lo passa fare, sarebbe un delitto ai danni del Paese”, ha detto il sottosegretario agli Affari Europei.“I fondi stanziati nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) cambieranno la faccia del nostro Paese”. Lo ha detto il sottosegretario agli Affari europei Enzo Amendola a 24 Mattino su Radio 24. “Questa filiera di risorse europea, cui si aggiungono altri 100 miliardi del bilancio Ue per il periodo 2021-27, serve a superare alcune diseguaglianze, come l’occupazione femminile e il divario fra nord e sud; dalla dotazione di asili, allo spreco d’acqua, sino alle fratture piu’ imponenti aggravate del Covid-19”, ha detto Amendola. Il Pnrrr “serve per dare forza alle imprese, anche attraverso la transizione ecologica e digitale, su cui l’Italia e’ in fondo alle classifiche europee”, ha detto ancora il sottosegretario a Radio 24, secondo cui si tratta di “una sfida che deve unire il paese”.

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Nomina coordinatrice studenti per Draghi

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 marzo 2021

Ester Diodovich, studentessa di Amministrazione, Finanza e Controllo alla Luiss Guido Carli, è oggi stata nominata coordinatrice di Studenti per Draghi Roma Capitale e afferma in una nota: “E’ un onore prendere parte a questo grande progetto che da valore alle proposte concrete che noi giovani possiamo formulare” – spiega Ester- “ perché oggi più che mai è necessario entrare nel merito di come possiamo arricchire la classe dirigente, il tessuto imprenditoriale e la società civile tutta”.La carica è stata affidata dal Fondatore di Studenti per Draghi Kevin Pimpinella, studente della Luiss Guido Carli di Roma: “Ester rappresenta competenza, energia e dinamismo per espandere i confini del nostro movimento ed abbracciare la fantastica Roma ” – riferisce Kevin – “che si merita di essere influente nelle proposte che porteremo all’attenzione del Presidente del Consiglio”. “Il nostro obiettivo è attrarre giovani capaci che possano esprimere sé stessi nel nostro team, dove meritocrazia e gioco di squadra sono valori su cui fondiamo la nostra missione”- conclude Ester -“ diamo luce e centralità ai bisogni di noi giovani , dal mio canto ci sarò sempre per dare voce alle giovani eccellenze del nostro territorio”

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Vaccini: Rojc (Pd), no a “rivolta” Fedriga contro Draghi

Posted by fidest press agency su domenica, 28 marzo 2021

“Davvero incredibile e inaccettabile la ‘rivolta’ di Fedriga contro il presidente Draghi. Chi guida una Regione come il Friuli Venezia Giulia in testa ai primati negativi in Italia per morti, contagi e intasamento delle terapie intesive, non può permettersi il lusso di indignarsi, né di deformare la realtà spacciando per successo un fallimento: meglio sarebbe un dignitoso silenzio. Ognuno si prenda le sue responsabilità, non si usino le classifiche e i numeri solo quando fanno comodo”. Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc (Pd), replicando al presidente Fvg Massimiliano Fedriga, il quale, in relazione alle parole del premier Draghi in Senato sulle responsabilità delle Regioni nella campagna vaccinale, ha detto che “è inaccettabile mettere le Regioni sul banco degli imputati”. “Tre su quattro delle nostre ex province – precisa Rojc – sono al vertice in Italia per nuovi contagi giornalieri su 100mila abitanti, il Fvg negli ultimi 7 giorni il FVG è primo in Italia per deceduti sul milione di abitanti, peggioriamo anche nelle vaccinazioni finendo 14^. Tutte le Regioni hanno problemi ma qualcuno fa meglio e altri devono impegnarsi di più. L’umiliazione non va su operatori sanitari e tecnici che stanno dando l’anima, ma su chi per incapacità e arroganza peggiora la tragedia della pandemia”.

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Che avverrà dopo il governo Draghi?

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 marzo 2021

di Giuseppe Bianchi. Il metodo Draghi è un metodo decisionista e, a quanto rilevano i sondaggi, piace alla maggioranza degli italiani. L’interrogativo è quanto durerà questo gradimento se teniamo conto di quanto capitato nel passato ai Presidenti del Consiglio che hanno voluto esprimere una leadership forte. A loro danno, al di là delle responsabilità individuali, è scattato l’istituto dell’ostracismo che nella democratica Atene si faceva carico di allontanare quanti percepiti come un pericolo per la società. Nel nostro Paese l’ostracismo si è applicato soprattutto per via giudiziaria.Questo venticello della delegittimazione non risparmia lo stesso Governo Draghi cui viene rimproverato, da certi ambienti, di avere “militarizzato” la crisi mettendo a rischio la democrazia. La prova provata sarebbe la nomina del Capo della Polizia alla guida dei servizi segreti e di un generale a capo del piano di vaccinazione, a complemento di una storia personale del leader vissuta nei templi della grande finanza.Si rinnova la contraddizione di sempre: da una parte un Paese sprofondato in una palude di immobilismo, prigioniero di una consociazione oligarchica; dall’altro le resistenze ai cambiamenti che rompono questo groviglio di interessi ridando vita ad una democrazia governate. Un nodo gordiano che risale ai tempi della Costituente: una classe politica preoccupata di prevenire ogni rigurgito autoritario, dopo l’esperienza fascista, che ha diluito i poteri del Presidente del Consiglio in un sistema assembleare che ne fa un “primus inter pares” senza le prerogative proprie del Cancelliere in Germania o del Premier in Gran Bretagna; una classe politica ancora legata ad una concezione mitica di democrazia per la quale il Governo non decide ma esegue ciò che il popolo sovrano rappresentato nel Parlamento ha deciso.L’irrealismo di questa concezione è divenuto evidente nel percorso successivo di sviluppo del Paese che ha progressivamente dilatato il perimetro di intervento dello Stato e la responsabilità del Governo nel rispondere ai bisogni dei cittadini in una società in continua evoluzione. Al governo i cittadini chiedono di promuovere lo sviluppo, di ridurre le diseguaglianze sociali, di rendere efficienti le strutture pubbliche che erogano servizi sociali di prossimità. Allo stesso tempo è emersa la finzione che la volontà popolare coincida con l’attività legislativa dei suoi rappresentanti e che il popolo decide solo in quanto rappresentato, cessando di essere politicamente attivo. La crisi dei partiti è un segnale di questo allontanamento fra popolo e il modello politico che lo deve rappresentare. In questo contesto è nato il Governo Draghi promosso dal Presidente della Repubblica. Un governo legittimato dal Parlamento ma che presenta l’anomalia, sconosciuta a Francia, Germania, Spagna di ricorrere ad un “podestà straniero” nel senso di un Governo non espresso dall’interno del sistema politico. Una pratica sperimentata nell’Alto Medioevo dai nostri progrediti Comuni cittadini che, per sanare i conflitti interni, ricorsero ad una tale Autorità per rimediare all’incapacità di riadattare i loro sistemi di autogoverno alle esigenze di comunità in forte evoluzione. L’inizio di un percorso che portò poi alle Signorie con cui si spense ogni forma di partecipazione dei cittadini al governo delle cose pubbliche. La fragilità dei sistemi democratici è stata oggetto di importanti riflessioni nei secoli successivi evidenziando come la sopravvivenza di tale modello politico fosse condizionata dalla crescita del benessere dei cittadini. E come tale crescita fosse, a sua volta, sostenuta dal punto di vista istituzionale, dalla stabilità dei Governi e dalle vitalità delle organizzazioni destinate a produrre partecipazione e consenso. Inutile evocare il caso italiano che in 75 anni di vita democratica ha sperimentato 65 governi e il progressivo esaurimento dei canali della partecipazione democratica.Ora però c’è il Governo Draghi sul quale si accentrano le speranze italiane di una fuoriuscita dall’attuale stato di crisi. Ma il Governo Draghi è un governo d’emergenza ed ha una missione a tempo. Farà quanto possibile, imposterà più che risolvere i problemi critici del Paese facendo leva sulle risorse finanziarie irripetibili che l’Europa ha messo a disposizione. La domanda sospesa è che avverrà quando il Governo Draghi arriverà alla sua scadenza? La liquidità della situazione non consente di fare previsioni. Si può anticipare, rispetto al precedente storico prima richiamato, che la nostra costituzione democratica è ben radicata nella cultura del popolo mettendo in sicurezza il nostro stato di diritto. Cioè l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Ma non basta l’osservanza delle regole democratiche con cui si legittima la titolarità del potere: libere elezioni, pluralità dei partiti. Il problema da risolvere riguarda il grado di partecipazione dei cittadini all’esercizio di tale potere.L’alternativa che si presenta può essere così riassunta: o si recupera una democrazia governante e partecipata o si prolungherà nel tempo un signoraggio tecnocratico del Governo dei migliori.La crisi in atto è sistemica: politiche economiche e sociali devono convergere con un riassetto delle istituzioni e il tasso di democraticità delle soluzioni adottate influirà sul futuro del Paese. (fonte: http://www.isril.it)

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I bottoni di Draghi

Posted by fidest press agency su sabato, 13 marzo 2021

di Marco Patriarca. I nostri ex sovranisti, ex anti-europei, ex democristiani ed ex comunisti, dopo la dissoluzione della loro politica, ancora orbi dell’ultimo governo Conte, ancora disquisiscono sulla natura tecnica o politica del governo Draghi; sperando comunque che duri poco. Intanto il governo si annuncia europeista, liberal-democratico, promosso e ispirato da Sergio Mattarella, dunque, del tutto politico. La scelta dei ministri e dei sottosegretari sembra assicurare che, nel pieno di una recessione economica e sociale difficile, lunga e pericolosa, Draghi si trovi pronto ad operare il paziente Italia dal centro della stanza dei bottoni governativi. Il problema però, come ha osservato Lucio Caracciolo, non è il governo. Il problema sono i bottoni. Anche spingendo bene quello giusto potrebbe non succedere nulla. Infatti la massima parte delle riforme degli interventi a valere sui fondi del New Generation-EU, che il governo dovrà guidare, hanno carattere pubblico e i mille bottoni che dovranno attivarlo sono in mano alle amministrazioni pubbliche, molte delle quali sono burocrazie lente, rigide e fatiscenti. Riformare significa anche cambiare mentalità, procedure e spesso persone. In Italia non si cambia mai nulla e le misure governative, per quanto necessarie ed utili, appena scendono giù per li rami delle pubbliche amministrazionisi impantanano. I ranghi intermedi della PA infatti ritengono (ovunque nel mondo) di avere una superiorità tecnica sui cambiamenti delle loro aree di competenza: il governo -essi affermano- ci può dire “che cosa” ma siamo noi competenti a dire “come”. È in quel “come” che annidano emendamenti, dettagli, interessi, malintesi e trucchi. Inoltre, anche l’Italia è una democrazia compiuta, è però una democrazia feudale: castelli, fortezze e palazzi, scambio economico e baratto politico, autarchia locale, privilegi di casta, litigiosità interna al feudo e guerra tra feudi; tutti uniti però nell’assalto (soprattutto economico) al potere e all’autorità centrale. Oggi in Italia i feudi sono di un altro tipo: partiti, banche, enti statali ed aziende pubbliche, grandi imprese, sindacati, ordini professionali, authority ed enti locali che hanno altrettanti diritti ed obblighi verso masse di cittadini anonimi, verso grandi e piccole aziende industriali, di servizi e di comunicazione di cui regolano in vario modo le vicende economiche. Ma mentre nel primo caso i vassalli avevano un rapporto diretto, stretto e quasi organico con il feudatario locale, al quale dovevano rispondere, i secondi oggi ne hanno uno lontano e politicamente mediato con lo stato italiano e rispondono solo ad elettori spesso ingannati; di conseguenza i vassalli ne perdono la fiducia e studiano, quasi sempre con successo, come aggirarlo. Nella gestione del NG- EU questo non dovrà avvenire e Draghi, con tutta la sua autorità dovrà impiegare anche tutta la sua soft power per battere le resistenze dei partiti; i quali continuano a ritenere di essere gli esclusivi maestri della politica politicante, quella vera, quella loro.
Di Salvini, Meloni, Zingaretti, Bersani, Di Maio e Conte ormai conosciamo il passato prossimo, ed i rispettivi curricula, abbastanza per indovinare il loro futuro politico. Draghi è diverso, il suo ruolo sarà anche quello, di dare l’esempio agli altri, come predicava Luigi Einaudi, lavorando per il futuro dell’Italia e non per accontentare partiti che lo sostengono. Oltre alla sua competenza, è questa la soft power che potrà fare del suo governo un successo per l’Italia e per l’Europa. Come scriveva Fyodor Dostoevsky “Ai nostri tempi non si sa più affatto chi s’ha da stimare in Russia. E bisogna riconoscere -concludeva amaramente- che, per un paese, non saper più chi s’ha da stimare è un’atroce calamità.” fonte: http://www.societalibera.org

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Draghi preservi l’autonomia gestionale della S.p.A. Borsa italiana da ingerenze straniere

Posted by fidest press agency su sabato, 6 marzo 2021

“Draghi preservi l’autonomia gestionale della S.p.A. Borsa italiana. A fronte dell’acquisizione della Borsa da parte di Parigi, con tutte le conseguenze immaginabili per i titoli di Stato e per le imprese italiane, ho presentato una mozione finalizzata ad impegnare il governo nella tutela della governance dell’istituto, soprattutto nei confronti di possibili ingerenze francesi. L’Italia deve garantire che la Borsa possa consentire l’avvio di un’adeguata strategia di lungo termine nel settore dell’innovazione tecnologica, una ricerca azionaria trasparente, l’attuazione di un procedimento di semplificazione del processo di quotazione, in particolare per le società di piccole e medie dimensioni. Se si vuole dare un futuro economico all’Italia bisogna inoltre rafforzare il mercato telematico dei titoli di Stato, evitare che i tagli e le razionalizzazioni vadano a danneggiare la società e quindi l’Italia, mantenendo allo stesso tempo il livello occupazionale di Borsa italiana e verificando l’assenza di clausole volte ad escludere dal vertice di Euronext amministratori delegati italiani. Queste garanzie sono fondamentali se si vuole preservare la sovranità economica e la stabilità finanziaria dell’Italia, dei nostri titoli pubblici e la sicurezza degli asset strategici, anche attraverso il corretto e tempestivo utilizzo delle norme sulla golden power, oltre ad un utilizzo appropriato dei fondi del Recovery Plan, che devono mantenere e accrescere la competitività della piazza finanziaria italiana in termini di attrattività internazionale, indotto e capacità di convogliare investimenti internazionali e risparmio italiano verso imprese strategicamente rilevanti per il sistema economico nazionale”. Lo dichiara il sen. Adolfo Urso responsabile del Dipartimento Impresa e Attività produttive di Fratelli d’Italia e vicepresidente del Copasir.

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I mali italiani vengono da lontano e i limiti del governo Draghi

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 marzo 2021

By Enrico Cisnetto.Presi come siamo a discutere di quanto siano assordanti i silenzi e vistosi i comportamenti normali di Draghi – certo entrambi inediti per un inquilino di palazzo Chigi – e viceversa di come non lascino il segno i (disperati) tentativi dei politici di riempire i vuoti apparenti del nuovo dominus della politica italiana, nessuno si è accorto o ha dato peso ad uno studio del Sole 24Ore, secondo cui l’Italia negli ultimi 20 anni ha perso il 18,4% rispetto al pil dell’intera Eurozona. Nel 2001 il nostro “peso economico” in Europa dell’euro era pari al 17,7%, oggi è del 14,5%, mentre il reddito pro-capite italiano è crollato all’82,8% della media Ue e al 67,6% rispetto di quello tedesco. Ora, che fossimo secondi solo alla Grecia nella classifica della peggiore recessione era cosa conosciuta ai più, ma che la nostra regressione economica duri da un quarto di secolo – visto che l’ultima accelerazione l’abbiamo avuta nel lontano 1996 – è questione meno nota, o volutamente dimenticata. Lo dico perché sembra che tutti i nostri guai siano nati con il Covid, e che le responsabilità del ceto politico e delle classi dirigenti del Paese al massimo siano circoscrivibili alla reazione messa in campo per combattere la pandemia. Sembra, cioè, che Draghi sia stato chiamato sulla scena per fronteggiare l’emergenza sanitaria, che in quanto eccezionale ed imprevista ha colto di sorpresa un sistema politico e istituzionale che, altrimenti, in assenza del Covid, avrebbe potuto dare il meglio di sé.Invece, quei numeri impietosi snocciolati dall’ottimo Giovanni Trovati sul quotidiano diretto da Fabio Tamburini, così come molti altri con cui potremmo misurare il declino italiano iniziato – non a caso – con la fine della Prima Repubblica, ci dicono che le cose stanno assai diversamente. E che credere che Draghi sia e debba essere una parentesi emergenziale, chiusa la quale tutto tornerà felicemente come prima, sia un delitto prima ancora che una corbelleria. Al pari di quelle uscite dalla bocca (e dalla penna) dei Conte boy’s, che a giorni alterni da un lato inveiscono contro il banchiere usurpatore longa manus dei poteri forti europei e planetari, da un altro lo descrivono con in mano il manuale Cencelli (ma a favore di chi, se non prima di tutto dei partiti che sostenevano Conte?) intento ad essere in perfetta continuità con il predecessore (ma allora che senso ha essergli contro?), e da un altro ancora lo vogliono impotente perché sostenuto da un’armata Brancaleone mentre per fare le riforme occorrono maggioranze solide e omogenee come se quelle che si sono avvicendate dal 1994 in poi fossero state tali (ammesso, perché allora non sono state fatte queste benedette riforme?). La verità, invece, è che Draghi a capo di un governo che al massimo potrà durare due anni, offre ai partiti e al sistema nel suo complesso una (insperata e immeritata) occasione last minute per ripensarsi e ridisegnarsi. Persa eventualmente la quale, una nuova ondata populista e qualunquista, ancor più grande di quella che ha prodotto il declino di questi anni, travolgerà tutto e tutti, lasciando solo macerie. Certo, lo scenario che abbiamo davanti agli occhi non genera troppe speranze. Il partito più strutturato e potenzialmente perno del sistema politico, il Pd, è vittima di una “vocazione minoritaria” (Giorgio Gori dixit) che lo ha reso subordinato ai 5stelle (nonostante la loro disgregazione) e indotto al suicidio al grido di “o Conte o elezioni”. Guidato (si fa per dire) da un segretario che scambia l’avvocato del popolo per De Gasperi e Barbara d’Urso per Walter Cronkite, è totalmente privo di identità politica, che deve necessariamente venir prima delle alleanze, e di conseguenza è dilaniato al suo interno nonostante abbia smesso di discutere di politica e non pratichi più i congressi per selezionare il suo ceto dirigente (ammesso che lo abbia mai fatto). È vero che si assiste al risveglio della componente riformista – interessante il fatto che Enrico Morando abbia costretto il “santone” Goffredo Bettini a contraddirsi negando di aver mai parlato di “alleanza strategica” con i grillini, così come sono da sottolineare le recenti sortite del sindaco di Bari Decaro e del presidente emiliano Bonaccini – ma resta il fatto che l’improvvida decisione di formare un intergruppo parlamentare con 5stelle e Leu è passata senza colpo ferire nonostante quell’alleanza fosse nata per sbarrare le porte al Salvini sovranista che, almeno formalmente, non c’è più. A proposito, si potrà anche provare soddisfazione nel vedere che la Lega, nata secessionista e poi diventata nazionalista, sia stata capace di compiere, nel giro di 48 ore, una svolta europeista. Ma non si può far finta di non vedere come questa straordinaria parabola politica da guinness dei primati sia stata realizzata senza alcuna discussione interna né maturazione culturale, e che quindi con altrettanto rapido trasformismo domani questa linea possa virare verso chissà quale altro approdo. Insomma, se nel Pd e nella Lega ci sono due o più anime, sarebbe indispensabile che venissero allo scoperto, quantomeno creando articolazioni interne codificate dalla distinzione delle idee ma anche fino al punto – sano ai fini di una rigenerazione del sistema politico malato – di una separazione in forze distinte (sovranisti ed europeisti, pur se organizzati in correnti, non possono coesistere in un unico partito).
Ancorché scandito dall’odioso sistema delle espulsioni, paradossalmente pare più serio (pardon, meno infruttuoso) il lacerante scontro tra bande rivali in atto nel mondo pentastellato. Non fosse altro perché questa guerra fratricida è assai probabile che alla fine ci consegni il definitivo annientamento del cosiddetto “movimento”, con la più che auspicabile conseguenza che la parte maggiormente qualunquista dell’elettorato italiano torni alla sua storica vocazione dell’astensione dal voto, e che le miserevoli bandiere dell’antipolitica, dell’incompetenza al potere e del giustizialismo – che troppo hanno sventolato in questi anni di declino – lascino il posto a quelle del merito, del dovere e del garantismo. Anche perché se qualcuno crede davvero all’evoluzione moderata, liberale, europeista e atlantista di chi a suo tempo è stato partorito (da un comico fin troppo furbo e da una società di consulenza nata per far business) con il dna peronista, illiberale, no euro, pro decrescita (in)felice, filo Putin-Xi-Maduro – e sono convinto che Di Maio, di animo doroteo, sia uno dei pochissimi a prestarci fede sinceramente – ha il dovere di testimoniarlo uscendo e andando altrove (e magari lasciando allo smanioso Conte l’ingrato compito di rimanere sotto le macerie). Altrimenti la contraddizione, anzi la contrapposizione, tra il punto di partenza e quello di arrivo è troppo stridente per rendere credibile il percorso. Infine, produce horror vacui osservare gli infiniti tentativi da parte delle moltitudini che sono o credono di essere il “centro politico” di cercare un “centro di gravità permanente”, per dirla alla Battiato, in cui ciascuno possa prendere il sopravvento sugli altri. Fallendo così ogni possibilità di aggregazione: Renzi e (ora) Salvini in competizione nel tentativo di annettersi le spoglie di Forza Italia, le diaspore laiche e cattoliche, radicali e moderate che s’incontrano e si lasciano alla velocità della luce, la società civile che produce sigle promettenti ma che hanno un po’ tutte il difetto (letale) dell’eccesso di personalizzazione a discapito delle matrici culturali e basi programmatiche. Ecco, se questa è la cornice politico-parlamentare entro cui giocoforza agisce Draghi, deve essere chiaro dove iniziano e dove finiscono le sue responsabilità e quelle degli altri. Al presidente del Consiglio spettano essenzialmente due compiti, che corrispondo ad altrettanti “buchi” (voragini, per meglio dire) che il governo precedente gli ha lasciato in eredità: predisporre il piano vaccinale che non c’è, unica possibilità che ci è rimasta per vincere la pandemia dopo il sostanziale fallimento del piano sanitario che ha rincorso il virus senza mai acchiapparlo; riscrivere i contenuti del piano per il Recovery e ridefinire la governance chiamata a gestirlo, impegnando investimenti e imbastendo riforme per i prossimi sei anni in modo tale che qualunque governo successivo non possa mettere in discussione nulla. Non sarà facile, ma la corrispondenza tra la dimensione europea di questi passaggi e la caratura internazionale della sua personale credibilità è un’arma di cui l’Italia non disponeva e che ora è finalmente a nostra disposizione.
A tutti gli altri – personalità e forze politiche esistenti e potenziali – spetta il resto: auto-riformarsi, morire e nascere (politicamente parlando), riscrivere le regole (la legge elettorale, ma non solo) in coerenza con il ridisegno della architettura istituzionale. Ripensare il sistema, insomma. O se si vuole, passare finalmente ad una vera Terza Repubblica (concedendo, magnanimamente, che la Seconda avesse titolo di definirsi tale). Compito non meno difficile di quello di Draghi. Ma se si sciupa l’occasione, ha ragione Enrico Letta a denunciarlo con forza, la conseguenza sarà una nuova, ancor più spaventosa ondata di populismo. E sarà così che ci risveglieremo in Venezuela. Enrico Cisnetto direttore sito http://www.terzarepubblica.it

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“Con scelta Draghi su governance a Franco poteri assoluti. Parlamento è ancora luogo sovrano?”

Posted by fidest press agency su martedì, 23 febbraio 2021

“Con la scelta di affidare al Mef l’interezza della governance sul Recovery plan si danno a Franco poteri enormi e assoluti su centinaia di miliardi. Il principale documento di politica economica del prossimo decennio deve essere concertato dal Parlamento, luogo sovrano, e non dalle tecnostrutture dei ministeri. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza manca di aspetti cruciali, con nessun ruolo per lo spettacolo e pochi incisi per la cultura, lo sport e l’editoria. La reale entità dei fondi destinati alla digitalizzazione è pari a 3 miliardi, nemmeno l’investimento di base per una Nazione del G7. La riscrittura dovrà mettere al centro questi temi.”Così il Responsabile Nazionale Innovazione di FDI capogruppo di FDI in commissione VII, deputato Federico Mollicone.

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Draghi e Brunetta vogliono velocizzare il Pubblico Impiego

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 febbraio 2021

Anche se siamo ancora ad un livello di pura enunciazione, ci sembra possibile e anche sensato iniziare a porci qualche domanda sulla direzione strategica che il nuovo esecutivo imprimerà alla funzione della pubblica amministrazione e al suo funzionamento. Per dirla con una battuta, sarà l’anno del Dragone? Dalle dichiarazioni di Draghi in Parlamento, finalizzate alla fiducia per il proprio governo, emergono alcuni elementi che vanno analizzati con attenzione se si vuol capire l’idea di Stato di questo governo e i progetti per la Pubblica Amministrazione e per i lavoratori pubblici. Difficile parlare di delusione, dal momento che sembra si vada proprio nella direzione che avevamo temuto e annunciato.
Una delle parole chiave è stata “Velocizzazione”: velocizzare lo “smaltimento del lavoro arretrato accumulato durante la pandemia”. A parte il fatto che non legare la parola alla situazione degli organici e alle necessarie assunzioni in una PA sempre più carente di personale risulta a dir poco velleitario, è senz’altro molto significativo che tra l’arretrato non venga nemmeno citata la situazione più grave che riguarda l’allungamento delle liste d’attesa in sanità e la conseguente impossibilità di curarsi per milioni di cittadini. Una circostanza che non viene citata nemmeno nel passaggio specifico sulla sanità che è apparso come una mera enunciazione di intenti, ma non supportata da elementi concreti, a partire dalle risorse necessarie alle assunzioni delle decine di migliaia di operatori necessari alla nostra sanità, come l’epidemia in corso ha ampiamente dimostrato.Velocizzazione anche per il processo di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, ma non una parola sulla necessità di regolarizzare il cosiddetto “Smart Working” all’interno del quale milioni di dipendenti si sono ritrovati catapultati in modo assolutamente casuale e che al momento è vissuto soprattutto come un trasferimento di postazione di lavoro e di tutti i costi correlati (connessione, riscaldamento, dispositivi, corrente, buoni pasto) sui lavoratori e le loro famiglie, senza alcuna ipotesi di redistribuzione delle ingenti somme risparmiate dalle amministrazioni per la nuova situazione logistica. Importante anche il passaggio sulla velocizzazione dei processi di assunzione su base meritocratica, che sembrano tanto richiamare la volontà di creare una Pubblica Amministrazione impostata con criteri aziendali e manageriali secondo un’idea che si allontana – e molto- da quella di uno Stato che garantisca servizi essenziali e di qualità (gratuitamente), a cominciare da sanità scuola e ricerca, riprendendo nelle proprie mani quelle funzioni strategiche che sempre più sono state abbandonate per affidarle alle avide attenzioni dei privati.Infine, nessun passaggio sulla necessità di porre fine al sempre più diffuso precariato dentro la P.A., determinato dai processi di esternalizzazione e di privatizzazione.In tutto questo, la scelta di Brunetta come ministro della Funzione Pubblica non è certo rassicurante. Bisogna però stare attenti a non immaginare riproposizioni identiche di stagioni politiche con caratteristiche diverse da quella attuale – nessuno pensa alla riedizione di una stagione di pura austerità di montiana memoria – , ma allo stesso tempo bisogna avere il coraggio e l’ambizione di definire sempre meglio gli scenari nei quali combatteremo, insieme ai lavoratori pubblici, uno scontro decisivo sulla loro funzione complessiva e sulle finalità del loro lavoro.

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Il programma di Draghi e scenari nuovi per l’Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 febbraio 2021

“Le parole pronunciate nelle sedi parlamentari dal Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ci riempiono di speranza per un diverso futuro dell’Italia, che ponga concretamente la salvaguardia del territorio ed un diverso modello di sviluppo fra gli asset strategici per il Paese”: questo il commento di Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) agli obbiettivi programmatici indicati dal Premier.“In particolare – prosegue il Presidente di ANBI – ci confortano i precisi riferimenti alla fragilità idrogeologica ed alla necessità di coniugare il futuro dell’ambiente con il progresso ed il benessere sociale, così come sono importanti l’individuazione della produzione di energia da fonti rinnovabili e l’abbattimento dell’inquinamento di acqua ed aria fra gli obiettivi strategici del Programma di Governo. Sono questi i temi, sui quali riteniamo di avere esperienze, progettualità e competenze da mettere al servizio del Paese nello spirito di unità nazionale, che deve caratterizzare il non facile percorso verso la ripresa post pandemia.”

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Perché Draghi ha citato nel suo discorso la Danimarca

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 febbraio 2021

Al modello scandinavo è dedicato il nuovo libro di Fabrizio Tassinari “La stella polare” edito da Rubbettino “Le riforme… dovrebbero essere affidate a esperti” ha detto ieri Mario Draghi nel suo primo discorso al Senato “Ad esempio la Danimarca, nel 2008, nominò una Commissione di esperti in materia fiscale.” Fabrizio Tassinari ha diretto per quasi un decennio il dipartimento di politica estera dell’istituto studi del governo danese e ha partecipato a diverse di queste commissioni in Danimarca.
Come spiega nel saggio “La Stella Polare” (appena pubblicato da Rubbettino), queste commissioni sono una metafora di un modo molto diverso di intendere la democrazia. In Scandinavia, il contratto sociale è basato in parte su una delega dell’autorità a gruppi tenuti a debita distanza dalla democrazia e protetti dalle sue deformazioni. L’esempio più calzante sono proprio le commissioni di esperti. Mentre spesso queste commissioni rappresentano un sotterfugio dei parlamenti per schivare decisioni impopolari, il presupposto è che i contenziosi più spinosi debbano essere sciolti dai vincoli dell’agone politico e portati al tavolo degli esperti.
Il ruolo degli esperti non è tecnocratico, ma più simile a quello del medico di famiglia, il cui parere viene regolarmente richiesto e le cui indicazioni non sono messe in dubbio.Come può una democrazia in crisi – si chiede Tassinari – tornare a soddisfare il nostro legittimo bisogno di buongoverno? Ne “La Stella Polare”, l’autore va a scovare ai confini dell’Occidente, in Scandinavia, gli indizi di una lettura inedita del nostro futuro. Una frontiera geografica, i nordici, ma anche esistenziale: la metafora della società virtuosa. Prendendo le mosse da questo caso a suo modo limite, Tassinari intravede le luci e le ombre di quello che sarà il vero compromesso storico del Ventunesimo secolo. Non fra destra e sinistra, ma fra il conformismo cieco delle regole che piovono dall’alto e l’intolleranza rabbiosa che rigurgita dal basso, fra la tecnocrazia e il populismo. Attraverso aneddoti e casi studio, dal mercato del lavoro all’istruzione, dall’ambiente alle pari opportunità, emerge così la sagoma del buongoverno di domani.

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La sfida di Draghi: un’Italia europea per un’Europa federale

Posted by fidest press agency su domenica, 21 febbraio 2021

Il governo che nasce sotto la guida di Mario Draghi, il terzo nel corso di questa legislatura, dimostra la possibilità che dalla peggiore crisi dal secondo dopoguerra nascano un sistema e una politica in grado di costruire un futuro migliore per il Paese e per il mondo. Questo governo è il frutto della svolta politica dell’Unione europea con il Next Generation EU e dell’impossibilità per l’Italia democratica di rinunciare alla scelta europea; ma è anche la condizione per costruire un’Europa più unita e più forte, in cui gli Stati membri “cedono sovranità nazionale nelle aree definite dalla loro debolezza per acquistare sovranità condivisa”, indispensabile per affrontare le sfide epocali che ci sovrastano.Il Governo guidato da Mario Draghi che ha appena ricevuto un’amplissima fiducia dalle due Camere, è il frutto di un percorso in base al quale la crisi provocata dall’emergenza pandemica, insieme alla capacità europea di dare una risposta unitaria forte e solidale, ha portato ad un’assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche italiane, chiamate, nelle parole del Presidente del Consiglio, a “rispondere alle necessità del Paese….. perché prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza”.Con questo passaggio l’Italia conferma di essere un laboratorio della politica europea, in grado di incubare le tendenze e l’evoluzione della politica “nella vecchia Europa”. Basta ricordare i fatti. Nel momento della maggiore virulenza delle forze sovraniste, mentre l’Unione europea era dilaniata e paralizzata da tensioni interne, il Parlamento italiano eletto nel marzo del 2018 ha espresso, primo tra i Paesi fondatori, un governo ferocemente anti-europeo, sovranista e orgogliosamente populista, la cui forza distruttiva è stata contenuta solo grazie alla fermezza del Presidente Mattarella; poi, dopo le elezioni europee e l’esito del voto nel Parlamento europeo, si sono riaperti i giochi anche in Italia ed è nato un governo che ha scelto con nettezza l’ancoraggio e l’impegno europei, contribuendo positivamente alla svolta dell’Unione, che sarebbe stata impossibile con un’Italia nazional-populista; infine, di fronte alla ineludibile necessità di riforme profonde del nostro sistema Paese e di costruire l’Italia e l’Europa per le prossime generazioni, questo stesso Parlamento ha avuto la forza di esprimere un governo di unità nazionale che segna il ritorno della convergenza delle forze politiche attorno ad un quadro politico democratico condiviso, irreversibilmente ancorato all’appartenenza all’Unione europea e al suo sviluppo. Si tratta di un passaggio assolutamente indispensabile per l’evoluzione in senso positivo dell’Italia e dell’Europa, che le forze politiche devono ora saper confermare e consolidare.Il programma presentato alle Camere dal Presidente Draghi è pienamente incentrato sulla consapevolezza del valore della sfida cui è stato chiamato per garantire le nostre prospettive future e, insieme, quelle dell’Unione europea. Per questo Draghi ha sottolineato con forza che, mentre si devono affrontare la risposta alla crisi sanitaria, sociale ed economica e si deve procedere all’elaborazione e attuazione del Recovery Plan – anche per dimostrare che la solidarietà europea funziona, e produce convergenza vera, rafforzando l’area euro e il Mercato europeo –, si deve, insieme, giocare in Europa il ruolo storico che compete alla tradizione dell’Italia quale Paese fondatore. “Senza l’Italia non c’è l’Europa” ha sottolineato Mario Draghi; così come “fuori dall’Europa c’è meno Italia” e “non c’è sovranità nella solitudine”. Al tempo stesso è indispensabile che l’Europa possa agire in modo efficace, e per farlo deve essere solida e unita. Come ricordava Draghi da Presidente della BCE, “l’Euro è irreversibile, ma non indistruttibile”. Per questo, sostenere oggi il governo “significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro” e insieme “condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione”.Draghi sottolinea che è giunto il momento che gli Stati membri “cedano sovranità nazionale nelle aree definite dalla loro debolezza per acquistare sovranità condivisa”. La creazione di un bilancio federale con una capacità fiscale autonoma europea dovrà necessariamente essere il primo passo, sia per creare lo strumento indispensabile per far convergere e stabilizzare l’area euro, sia per rendere possibile la costruzione di quel “vero governo comune” che deve essere l’obiettivo del processo che si va ad aprire in Europa con la Conferenza sul futuro dell’Europa. Spetta ora alle forze politiche che sostengono il governo rendersi conto della posta in gioco ed essere all’altezza degli impegni che hanno assunto rispondendo positivamente all’appello del Presidente Mattarella.

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Draghi: campagna vaccini sia veloce. La filiera risponde alla chiamata

Posted by fidest press agency su sabato, 20 febbraio 2021

«Ottenute le quantità sufficienti di vaccino, la nostra prima sfida» sono le parole di Mario Draghi, presidente del Consiglio, nel suo discorso programmatico «eÌ distribuirlo rapidamente ed efficientemente. Abbiamo bisogno di mobilitare tutte le energie su cui possiamo contare» e «non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private. Facendo tesoro dell’esperienza fatta con i tamponi che, dopo un ritardo iniziale, sono stati permessi anche al di fuori della ristretta cerchia di ospedali autorizzati. E soprattutto imparando da Paesi che si sono mossi più rapidamente di noi, disponendo subito di quantità di vaccini adeguate. La velocitaÌ eÌ essenziale non solo per proteggere gli individui e le loro comunità sociali, ma ora anche per ridurre le possibilità che sorgano altre varianti del virus». A essere centrale nel prossimo periodo, è il commento di Andrea Mandelli, presidente Fofi, «è la necessità di accelerare la campagna di vaccinazione anti Covid e di sfruttare a pieno regime gli spazi pubblici e privati già oggi a nostra disposizione e su questo da Draghi è stato giustamente posto l’accento. È una visione che condividiamo e al riguardo ribadiamo che i 60mila farmacisti che esercitano nelle oltre 19mila farmacie sono da subito a disposizione. La rete delle farmacie rappresenta infatti una infrastruttura con una straordinaria capillarità sul territorio, già pronta e operativa perché ha al suo interno le professionalità necessarie, come stabilito dalla legge di Bilancio di quest’anno, per somministrare in sicurezza le vaccinazioni anti Covid alla popolazione generale». Sul punto arriva il plauso anche da Antonello Mirone, presidente di Federfarma Servizi che a Farmacista33 commenta: «È un’apertura importante che attribuisce valore e riconoscimento alla capacità della farmacia di rappresentare un punto di accesso sanitario per i cittadini, tanto da poter qualificarsi come elemento fondamentale nell’efficienza di una campagna che ha la necessità di essere rapida e capillare. La rete delle farmacie e della distribuzione intermedia hanno dimostrato in questi mesi di emergenza tutta la loro importanza nella garanzia della continuità dell’assistenza farmaceutica e, ancora di più di fronte a questa sfida, non possiamo che ribadire la nostra disponibilità ad attivarci celermente». Alla luce di questo, diventa ancora più importante anche che «i farmacisti, il personale della farmacia e, in generale, tutti gli operatori della filiera, compresi magazzinieri e corrieri delle aziende della distribuzione intermedia, come abbiamo più volte indicato a Ministero della Salute e Assessori regionali, siano tutelati e vaccinati già in questa prima fase».Da Draghi arriva poi una riflessione sulla «sanità territoriale, che va rafforzata e ridisegnata realizzando una forte rete di servizi di base (case della comunità, ospedali di comunità, consultori, centri di salute mentale, centri di prossimità contro la povertà sanitaria)». Non solo: «la casa come principale luogo di cura eÌ oggi possibile con la telemedicina, con l’assistenza domiciliare integrata». «La farmacia dei servizi» commenta ancora Mandelli «rappresenta già oggi un’esperienza assolutamente in linea con questa impostazione. Con i servizi assistenziali e sanitari erogati al suo interno ma anche al domicilio del paziente, questo presidio sanitario polifunzionale costituisce infatti un pilastro fondamentale di quella “casa come luogo principale di cura” indicata come prospettiva futura di una sanità moderna, efficace e vicina al cittadino». By Francesca Giani fonte: Farmacista33

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Covid. Draghi: ampliare punti di accesso a vaccini

Posted by fidest press agency su sabato, 20 febbraio 2021

Tra le priorità per far ripartire il Paese, secondo Mario Draghi, presidente del Consiglio, nel suo primo discorso al Senato, al primo posto c’è una «veloce» campagna vaccinale, «non solo per proteggere gli individui, ma ora anche per ridurre le possibilità che sorgano altre varianti del virus». Se «gli scienziati in soli 12 mesi hanno fatto un miracolo mai accaduto prima», adesso tocca alla distribuzione del vaccino, che deve essere «rapida ed efficiente». E su questo punto Draghi guarda a «tutte le strutture disponibili, pubbliche e private», anche «al di fuori della cerchia ristretta di ospedali autorizzati». Un obiettivo, questo, che è stato accolto positivamente e indicato come una «importante apertura» verso farmacie e farmacisti dalla filiera.

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Draghi e la questione del debito

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 febbraio 2021

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. La pandemia e il 2020 hanno cambiato in modo profondo, forse definitivo, alcune idee di un certo liberismo economico, che è stato dominante nei passati quattro decenni. Per far fronte all’emergenza, si è dovuto mettere da parte l’approccio del rigore a tutti i costi e dell’austerità come toccasana dei bilanci. Si è riscoperto, invece, il ruolo centrale e fondante dell’economia reale e del credito produttivo, quale motore di sviluppo, di avanzamento tecnologico e anche di ampliamento dell’occupazione. Molte annose questioni, come quella riguardante il debito pubblico degli Stati, dovranno, quindi, essere rivisitate e affrontate con metodologie e programmi diversi. Ciò dovrebbe essere ovvio per tutti. Particolarmente dopo che nel 2020 l’emergenza sanitaria, economica e finanziaria ha dettato l’agenda ai governi costringendoli a mettere in campo aiuti e stimoli fiscali per 12.000 miliardi di dollari. E le stesse banche centrali sono state costrette a creare almeno 8.000 miliardi di nuova liquidità. Ovviamente, sono tutte risorse create contraendo nuovi debiti. Secondo l’Istituto di finanza internazionale di Washington, il debito aggregato, pubblico e privato, che era già tre volte il Pil mondiale, nel 2021 dovrebbe mediamente aumentare del 20% nelle cosiddette economie avanzate e in quelle di altri Paesi emergenti. Mario Draghi, sorprendendo molti, in verità anche noi, è stato forse l’economista che, avendo avuto ruoli istituzionali assai rilevanti a livello mondiale, per primo ha riconosciuto il cambiamento di paradigma. Al Meeting di Rimini, tenutosi il 18 agosto dello scorso anno, in merito al debito disse: ”La ricostruzione, in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve, è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi, ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. se è cioè debito buono. La sua sostenibilità verrà meno se, invece, verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato debito cattivo.” A dire il vero, Draghi su questo tema era già intervenuto all’inizio del lockdown. Nella sua lettera, pubblicata il 25 marzo dal Financial Times, affermava: “I diversi paesi europei hanno strutture finanziarie e industriali diverse, l’unico modo efficace per rispondere immediatamente a un crack dell’economia è quello di mobilitare completamente i loro interi sistemi finanziari. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici… I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia ed eventualmente per il credito pubblico.” Giustamente, egli ha sollecitato un modo differente di pensare e di intervenire. “Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra”, ha affermato, aggiungendo che “ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per la creazione del Fondo Monetario Internazionale”.Questa è la ragione e l’inudibile necessità di riflettere in modo nuovo e innovativo anche sulla gestione e su una possibile riduzione, se non cancellazione, di almeno parte del debito pubblico. Nei mesi scorsi, in verità, ci sono state delle proposte rilevanti.Recentemente oltre 100 economisti, soprattutto francesi, italiani e spagnoli, hanno scritto un manifesto in cui si sostiene che “Il debito detenuto dalla Bce si può e si deve annullare”. Il 25% del debito pubblico europeo è detenuto dalla Banca centrale europea, cioè una quota di debiti pari a circa 2.500 miliardi di euro, che i cittadini europei devono a loro stessi. Nella storia, la cancellazione del debito non è sempre stata un tabù: alla Conferenza di Londra del 1953, per esempio, i partecipanti, guidati dagli Stati Uniti, decisero la cancellazione di due terzi del debito pubblico della Germania, che iniziò così il suo percorso di ripresa e di prosperità. La loro proposta è chiara. I paesi europei e la Bce siglano un accordo in cui quest’ultima si impegna a cancellare il debito pubblico che detiene (o a trasformarlo in debito perpetuo senza interessi), mentre gli Stati si dovrebbero impegnare a investire lo stesso importo nella ricostruzione ambientale e sociale. Ricetta semplice, impegnativa ed efficace.
Vi sono anche altre proposte simili, come quella che prevede che i debiti accesi per far fronte alla crisi attuale siano nella forma di titoli irredimibili, senza scadenza e senza interessi, garantiti dalla Bce. Del resto, anche un grande paese come il Giappone ha dovuto e deve fare i conti con la sua situazione debitoria. Pur essendo un paese avanzato e tecnologizzato forse più dell’Europa, ha il più grosso debito pubblico al mondo, pari a 252% del suo Pil. Nel 2020 ha aumentato il suo bilancio del 20% attraverso l’emissione di nuovi titoli di Stato. Ma in Giappone oltre il 40% di tutto il debito pubblico è in mano alla Banca centrale e il resto, in maggioranza, è posseduto dalle banche e dalle famiglie giapponesi. Non è in una situazione idilliaca, ma controllando il suo debito, il Giappone non è soggetto a pressioni esterne o a speculazioni da parte dei mercati internazionali. In conclusione, la cosa decisiva è che il “debito buono” venga utilizzato per la crescita economica. In tal modo aumentando il denominatore, il tasso debito/Pil inevitabilmente si abbassa. Ma non è la frazione matematica che interessa. Con la ripresa economica si possono finalmente affrontare i problemi reali delle famiglie e delle imprese.Il fatto che Draghi, nel frattempo, sia diventato capo del governo del nostro paese, ci fa ben sperare. Certo, anche noi, come cittadini e come singoli, dovremmo modificare i nostri comportamenti, ispirandoli al rispetto delle leggi e dei valori costituzionali.
Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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