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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 265

Posts Tagged ‘economia’

Siamo in attesa del “Il Documento di Economia e Finanza”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 giugno 2018

“Doveva essere approvato dal Parlamento entro la fine di aprile, ma le faticose discussioni riguardo alla formazione del nuovo governo hanno fatto slittare questo termine, ben oltre quella data, tra l’altro andando fuori sincrono rispetto al quadro europeo. Ricordiamo che il Def non è solo un documento interno del nostro Paese. È una sorta di orientamento che il Parlamento dà al Governo in vista delle manovre di autunno, vale a dire della Nota di variazione al Def del 15 settembre e poi della Legge di Bilancio di metà ottobre. Questo documento, insieme alla sequenza degli ulteriori documenti, Nota di variazione e Legge di Bilancio, vanno consegnati alle autorità europee perché facenti parte del programma europeo di definizione del quadro di bilancio di tutti i Paesi, con i giudizi dell’Unione Europea sui singoli Paesi”.Così il deputato Renato Brunetta, in un’intervista a ‘Radio Radicale’, anticipando quello che dirà domani a Montecitorio al ministro Tria durante la discussione al Def. “Ricordiamo a noi stessi – prosegue – che il Def non è il solo documento che deve essere approntato e che i governi hanno l’obbligo di approntare, ma che allegato al Documento di Economia e Finanza c’è anche il PNR (Piano Nazionale per le Riforme), che è la base strategica che ciascun governo dà all’Europa spiegando i proprio conti pubblici (deficit, debito, avanzo, disavanzo, tassi di interesse) alla luce di un processo di riforma che deve migliorare l’efficienza strategica del Paese (produttività, investimenti, infrastrutture).Per cui l’Europa, semmai avesse avuto il Def approvato a fine aprile e il PNR per quella data, avrebbe valutato l’uno alla luce dell’altro, individuando nel Paese il sentiero ottimale. Ma il caso della nostra stagione vuole che, non essendoci entrambi i documenti approvati, ci presenteremo a fine giugno al Consiglio Europeo senza che l’Europa abbia potuto giudicare né le nostre riforme, che non conosciamo, né i nostri conti. Domani ci sarà l’esame parlamentare del Def. Vedremo cosa la maggioranza scriverà nella sua risoluzione per l’approvazione del Documento”.

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L’export italiano non arresta la sua crescita

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 giugno 2018

È un futuro di crescita e opportunità, nonostante le incertezze, quello che attende l’export italiano nei prossimi quattro anni. Forte della profonda evoluzione realizzata negli ultimi dieci anni e dell’eccellente performance del 2017, l’export italiano ha tutto il potenziale per non arrestare la sua crescita e cogliere le opportunità offerte dai mercati esteri anche in un contesto oggettivamente complesso.Questo è il quadro delineato da “Keep Calm & Made in Italy”, l’ultimo Rapporto Export del Polo SACE SIMEST, presentato oggi a Milano.Lo Studio, che include le previsioni 2018-2021 sull’andamento delle esportazioni italiane per Paesi e settori e fornisce approfondimenti sui fenomeni globali a maggiore impatto, prospetta un quadro di vigile ottimismo per le nostre imprese esportatrici e dedica un approfondimento al settore infrastrutturale, elemento chiave per rafforzare la proiezione internazionale dell’Italia.“La performance brillante delle esportazioni italiane nel 2017 non è un successo isolato, ma è la conferma della forza del nostro export, che dalla crisi del 2008 è stato in grado di riadattarsi, migliorare la qualità, aumentare la specializzazione e orientarsi sempre più verso mercati a maggior potenziale – ha dichiarato il Presidente di SACE, Beniamino Quintieri –. Per il 2018 prevediamo una crescita delle esportazioni italiane del 5,8%, un trend positivo che continuerà anche del triennio successivo a un tasso medio annuo del 4,5%: vero e proprio ‘patrimonio nazionale’, l’export continuerà a offrire un contributo decisivo alla crescita del Paese”.“L’incertezza e la volatilità che caratterizzano i mercati in questo momento storico sono importanti, ma dobbiamo abituarci a considerarle come la nuova normalità – ha spiegato Roberta Marracino, Direttore Area Studi e Comunicazione di SACE -. Sono fattori di complessità che devono essere affrontati senza cadere in allarmismi e senza perdere di vista le opportunità esistenti nei mercati esteri e le priorità per coglierle. Tra queste gli investimenti in infrastrutture, soprattutto in ambito portuale, marittimo e del trasporto intermodale, indispensabili per un’economia che basa più del 30% del proprio PIL sull’export e che potrebbero consentirci di recuperare ogni anno 70 miliardi di euro di export”.

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Giovanni Tria nuovo ministro economia e finanza

Posted by fidest press agency su domenica, 3 giugno 2018

GIOVANNI TRIA.jpgÈ il Professor Giovanni Tria, Preside della Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, il nuovo Ministro dell’Economia e Finanze. “Un economista di straordinarie capacità – è il commento del Rettore di “Tor Vergata” Giuseppe Novelli – fortemente impegnato nel processo di crescita e di internazionalizzazione del nostro Ateneo. Con grande equilibrio e attenzione, nell’ambito delle attività accademiche di questi ultimi anni e confermando l’indiscusso valore della nostra scuola di economisti, Tria ha saputo consolidare partnership istituzionali di alto livello e instaurare in maniera proficua relazioni strategiche con numerosi Paesi esteri. Non a caso, il Dipartimento di Economia e Finanza cui afferisce è stato riconosciuto dal MIUR come uno dei Dipartimenti di eccellenza in Italia. A nome di tutto l’Ateneo, faccio al neo Ministro Tria, collega di lunga data, le mie più sincere congratulazioni, certo che saprà offrire la sua esperienza e competenza a beneficio dell’intero Paese”. Giovanni Tria è anche membro dell’Advisory Board Tor Vergata, l’organo strategico di Ateneo presieduto dal Premio Nobel Aaron Ciechanover.

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Veto sulla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 maggio 2018

“Si dice che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia messo il veto sulla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia, se questa notizia fosse confermata avrebbe dell’incredibile. Perché la verità è che non esiste alcuna norma della Costituzione italiana che consente al Presidente della Repubblica di rifiutarsi di nominare un Ministro solamente perché non ne condivide le idee. E se questo veto fosse confermato sarebbe drammaticamente evidente che il Presidente Mattarella è troppo influenzato dagli interessi delle nazioni straniere e dunque Fratelli d’Italia nel caso in cui questo veto impedisca la formazione del nuovo Governo chiederà al Parlamento italiano la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica per alto tradimento a norma dell’articolo 90 della Costituzione perché di gente che fa gli interessi delle nazioni straniere e non degli italiani ne abbiamo vista fin troppa”. Lo ha detto in un video su Facebook il Presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

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Jacques Attali: Come finirà?

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 maggio 2018

come finirà.jpgTraduzione di Fabrizio Saulini. Se la questione del debito pubblico non diventa una delle sfide-chiave, o la sfida principale delle prossime elezioni legislative, sarà inevitabile una crisi di proporzioni enormi. L’Italia è pronta a raccogliere questa sfida?».«Saremo ben presto rovinati? Stiamo portando alla rovina i nostri figli?». Cosa accadrà all’Italia, all’Europa e al mondo se la politica non sarà in grado di frenare la crescita del debito pubblico? Da queste domande parte Jacques Attali per spiegare il fenomeno più evidente nell’economia degli ultimi anni. Mai, se non in tempo di guerra, il debito dei paesi più sviluppati e potenti è stato così alto.
Questo saggio, bestseller in Francia, analizza le cause che hanno portato all’indebitamento e ne ripercorre la storia: dai sistemi di amministrazione fiscale dei governi dell’antica Grecia al primo “buco” nel bilancio nella Roma repubblicana (40 milioni di sesterzi spesi da Cesare per farsi eleggere Pontifex Maximus), dalla nascita del “Tesoro pubblico” nell’Italia del XIII secolo (il “Monte”, istituito nel 1262 a Venezia dal Doge) ai primi esattori delle tasse dell’età moderna (i Fermiers généraux in Francia), fino ad arrivare al XXI secolo.
Oggi si può ancora evitare la rovina dei risparmiatori, dei salariati e dei pensionati? Ma a che prezzo? Quali strategie saranno indispensabili? Come finirà? È un testo fondamentale per capire le difficoltà di un paese come il nostro: infatti come sostiene Attali nel capitolo scritto per l’edizione italiana “la situazione dell’Italia è resa ancor più preoccupante dal fatto che la popolazione non sembra essere in grado, quando sarà il momento, di rispondere agli sforzi richiesti per diminuire drasticamente il livello del debito pubblico».

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“Scalare il muro della paura: perché questo è il mercato rialzista più affannato di sempre”

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 maggio 2018

(By William Davies, Responsabile azionario globale, Columbia Threadneedle Investments) L’attuale fase rialzista dei mercati azionari è giunta al nono anno, un periodo straordinario per gli investitori. All’inizio del mese di marzo 2018, l’indice S&P 500 era quasi quadruplicato rispetto al minimo toccato a marzo 2009 durante la crisi finanziaria e aveva guadagnato il 66% sul massimo pre-crisi dell’ottobre 2007. Sono passati quasi dieci anni, ma non è stata una passeggiata.La correzione di febbraio è stato l’ultimo di una serie di allarmi che si sono susseguiti per quasi un decennio e che hanno visto gli investitori scalare continuamente un muro di paura, in un certo senso benaccetto: la compiacenza dei mercati non è voluta.La reazione alla crisi finanziaria mondiale è stata per lungo tempo incentrata sulla cautela. Una profonda recessione ha gravemente indebolito i bilanci delle società finanziarie, alimentando costantemente i timori sulla fragilità delle banche. I tassi di interesse sono stati ridotti all’osso e a novembre 2008 la Federal Reserve statunitense ha annunciato un programma di quantitative easing (QE) da 600 miliardi di dollari USA. Ad aprile 2009, il Regno Unito ha avviato un programma analogo da 50 miliardi di sterline.Ma la gravità della crisi ha richiesto ulteriori interventi e questi paesi hanno finito per acquistare titoli di Stato per importi, rispettivamente, di 4.500 miliardi di dollari USA e 435 miliardi di sterline. Nel 2015 l’Unione europea ha annunciato il suo programma di QE, che ad oggi ha raggiunto un importo di circa 2.300 miliardi di euro, mentre il Giappone ha rastrellato sul mercato attivi per 521.000 miliardi di yen (4.950 miliardi di dollari USA).
In seguito a questi programmi, le economie si sono gradualmente riprese, molto gradualmente: non ci sono mai stati periodi di espansione eccezionale, ma piuttosto un tasso di crescita nominale costante di circa il 3-4% negli Stati Uniti. I mercati erano in preda a un clima di persistente paura per l’economia e aleggiava sempre la sensazione che il treno stesse per deragliare: il mondo ripiomberà nella recessione? Le banche sono stabili? la Grecia trascinerà l’area euro al ribasso? Fino a quanto scenderanno i prezzi petroliferi? La Cina sarà costretta a svalutare? Gli utili smetteranno di crescere? Vi sono stati periodi di forte agitazione dei mercati negli Stati Uniti, in Europa, in Cina e nei mercati emergenti. Dal punto di vista geopolitico, è stato un periodo tumultuoso, caratterizzato, tra l’altro, dai timori per il fallimento dell’area dell’euro, culminato nella Brexit, la vittoria del Presidente Trump, continue tensioni politiche tra Stati Uniti e Corea del Nord e uno stuolo di elezioni in Europa. C’era sempre qualcosa da temere.
Poi è arrivato il 2017. Stranamente, i dati sulla crescita europea a inizio anno non hanno deluso le aspettative. Allo stesso tempo, i timori degli investitori riguardo al renminbi e al rischio si svalutazione si sono attenuati, anzi la moneta cinese si è persino rivalutata, e la Cina ha conseguito un tasso di crescita economica sostenuto e apparentemente più sostenibile. Tutto ciò ha avuto un effetto di ricaduta sui mercati emergenti, favoriti anche da un lieve indebolimento del dollaro USA.Intanto, le tensioni geopolitiche sono rimaste, ma senza mai evolversi secondo le aspettative: la questione della Brexit si è trascinata a lungo, Trump ha sovrinteso a 15 mesi consecutivi di rialzi del mercato, le elezioni in Francia e nei Paesi Bassi si sono concluse senza particolari incidenti e in Italia, nonostante le elezioni abbiano consegnato al paese un parlamento senza maggioranza, le probabilità di un’uscita dall’euro si stanno ridimensionando. Vi sono stati persino segnali di riconciliazione tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti. In un quadro così complesso, l’aspetto più sorprendente per gli investitori è stato che il peggio, di fatto, non è mai arrivato. Tutto considerato, si è verificato un consolidamento che apre a un contesto propizio alle azioni.
All’inizio del 2018, la paura residua è sembrata dissolversi. Gennaio è stato un mese molto positivo: a livello globale, le azioni hanno guadagnato circa il 7% in poche settimane, grazie al persistere della crescita globale sincronizzata già emersa nell’ultima parte dell’anno precedente. Le prospettive sono state addirittura riviste al rialzo: l’economia statunitense si è rinvigorita, Trump ha approvato un provvedimento di sgravi fiscali da 1.500 miliardi di dollari USA e ha concordato un massiccio incremento della spesa federale. La disoccupazione ha continuato a diminuire: negli Stati Uniti si è attestata al minimo degli ultimi 16 anni (4,1%), nel Regno Unito al minimo degli ultimi quattro decenni (4,3%) e in Europa, complessivamente, ai minimi degli ultimi nove anni.
Il contesto sopra descritto segna di norma l’inizio della fine del ciclo economico: il modesto tasso di disoccupazione e la crescita accelerata sfociano in una limitazione della capacità produttiva, la quale porta ad aumenti salariali che, a loro volta, alimentano i timori che le crescenti pressioni inflazionistiche comincino a farsi sentire. Aumentano le probabilità che siano necessari rialzi dei tassi di interesse più rapidi e consistenti. Quando a gennaio l’inflazione salariale statunitense è cresciuta del 2,9% su base annua, il rialzo più cospicuo dal 2009, la reazione dei mercati non si è fatta attendere: i rendimenti obbligazionari sono balzati in avanti, mentre gli indici azionari mondiali sono crollati. Improvvisamente, c’era di nuovo qualcosa di cui aver paura… e per fortuna.
Una delle tesi più accreditate è che numerosi fattori strutturali abbiano mantenuto basse le retribuzioni, dalle tecnologie rivoluzionarie che hanno fatto esplodere l’economia del precariato ai cambiamenti demografici a livello mondiale. Altri fattori in gioco possono essere il minor potere negoziale da parte dei lavoratori e l’indebolimento dei sindacati rispetto agli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Nel frattempo, l’inflazione si è mantenuta bassa perché l’innovazione tecnologica sconvolge i modelli economici tradizionali e inasprisce la concorrenza, costringendo i fornitori ad arginare i prezzi.In prospettiva, questo è il contesto che i mercati dovranno affrontare e da cui sorge spontanea una domanda: l’inflazione tornerà a crescere più di quanto non si sia previsto?
Con il passare del tempo, constatiamo che vi sono le premesse per un ulteriore periodo di crescita “più bassa più a lungo”, ma con i limiti esistenti già durante la turbolenza economica del 2009: incertezza e preoccupazione continue.La globalizzazione, o quanto meno il libero scambio, sono stati un bene per l’economia, un bene per l’Europa e un bene per i mercati emergenti, ma la loro messa in discussione ora è la principale fonte di preoccupazione per i mercati. I leader carismatici di alcuni paesi, come la Russia, la Cina e l’Arabia Saudita (e, secondo alcuni, gli USA), stanno adottando atteggiamenti sempre più dittatoriali. Anche le scelte che questi e altri governi stanno compiendo, su dazi doganali, guerre commerciali e Brexit, sono incentrate sulla limitazione del libero scambio. Questo non andrà a vantaggio dei mercati e il muro della paura continuerà a incombere su di noi. (Abstract) (grafico: titoli azionari)

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Brunetta: cattive notizie dall’economia italiana

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 maggio 2018

“Ancora cattive notizie provengono dall’economia italiana, nonostante il presidente del Consiglio Gentiloni e il ministro dell’economia senza poteri Pier Carlo Padoan abbiano sbandierato, anche in occasione della presentazione del Documento di Economia e Finanze, una situazione economica rosea e in crescita.L’ultimo dato, in ordine di tempo, a dimostrare come l’ottimismo di Gentiloni e Padoan sia del tutto fuori luogo, è l’Indice Pmi pubblicato oggi da Markit che ha certificato un rallentamento dell’attività manifatturiera in Italia nello scorso mese. L’Indice Pmi manifatturiero si è, infatti, attestato a 53,5 ad aprile dal 55,1 registrato a marzo e dal 56,8 di febbraio. Con il calo di oggi, l’Indice è sceso così al livello più basso dal gennaio 2017.
Un dato, quello italiano, in controtendenza rispetto a quello del resto delle economie europee. Il settore manifatturiero nell’Eurozona si è confermato, infatti, in crescita ad aprile. L’indice dei responsabili degli acquisti del settore ha segnato una risalita a 56,2, contro quota 56,0 segnalata nel mese precedente, al di sopra delle stime degli analisti che si attendevano un risultato invariato a 56,0.Anche nella manifattura, tradizionale punto di forza dell’economia italiana, il nostro Paese si conferma ormai tra le ultime ruote del carro in Europa. Anche la fiducia degli esperti del settore è cominciata a venir meno, per effetto della totale assenza di politiche industriali efficaci varate negli ultimi anni dai governi di centrosinistra”.Lo afferma in una nota Renato Brunetta, deputato di Forza Italia.

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La guerra doganale degli Usa. Perché e dove ci porta, in economia e libertà

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 aprile 2018

La guerra doganale che l’amministrazione del presidente Usa Donald Trump ha intrapreso (essenzialmente contro acciaio e alluminio cinesi nel suo Paese) dovrebbe coinvolgerci marginalmente, vista l’esenzione che ci e’ stata concessa (a noi Ue, insieme a Messico, Canada, Australia, Brasile, Argentina e Corea del Sud) dal nostro alleato di oltre Atlantico. Dovrebbe che, mai come in questo caso, e’ una declinazione al condizionale usata di rito. Nei fatti, siccome il mondo e’ ormai una girandola che, dal punto di vista economico e non solo, difficilmente si puo’ fermare, e’ garantito che le ritorsioni Usa ci cascheranno addosso, anche se non immediatamente.Non ci stupiamo piu’ di tanto, visto l’avanzare di istanze politiche protezioniste e nazionaliste (anche anti Ue, nel nostro piccolo territorio europeo). Che, a nostro avviso, se fossero spiegate al di la’ degli effetti immediati sulla bocca dello stomaco degli elettori, farebbero ricredere non pochi consensi verso questa sorta di filosofia che, in nome del “tutto e subito”, fa lo struzzo nei confronti delle nostre vite future e, soprattutto, nei confronti di quelle dei nostri figli e nipoti. In termini economici e in termini di sicurezza e liberta’.La questione necessita’ di approfondita e chiara analisi, levandosi tutti i paraocchi e pregiudizi. Quanti sono disposti a farla e a renderla fruibile anche ai piu’ riottosi e distratti? Quest’opera di informazione, da parte di coloro (analisti e politici) che riescono a guardare oltre la soglia del proprio uscio, c’e’ intenzione di farla, anche se questo potrebbe comportare non essere sulla cresta dell’onda di quella che (soprattutto a livello di informazione) sembra essere la causa giusta del momento? Qui cerchiamo di farlo, ovviamente, per grandi linee e, piu’ che altro, con spunti, suggerimenti, provocazioni e auspici.
Due, tra i tanti, sono gli aspetti che consideriamo: sicurezza e alimentazione (e non solo).
Sicurezza. Dovunque sentiamo dire che siamo invasi (soprattutto dagli immigrati piu’ o meno clandestini) e che la nostra sicurezza e’ costantemente in pericolo. Ma i reati sono in calo, con tendenze in diminuzione di ben oltre il 20% . Lo stesso dicasi per la corruzione. La fortuna politica di non pochi vincitori delle ultime elezioni politiche si basa su un assioma che viene ripetuto a cantilena: siamo un Paese corrotto. Ma i dati statistici non sono proprio in questo senso , e sta accadendo che la corruzione sopravvalutata ci sta portando alla delegittimazione della politica auspicando, con un fair play leggero quanto macabro, anche periodi (fino a quando? E chi decide?) di sospensione delle nostre liberta’ individuali acquisite pur di concedere ai presunti designati di fare le pulizie senza intoppi.
Alimentazione (e non solo). Prendiamo spunto da un articolo che abbiamo pubblicato sul web di Aduc dove, tra altre informazioni su frutti e verdure, si spiega anche come i dazi doganali hanno la loro importanza negli scambi commerciali e, di conseguenza, influiscono sulle scelte dei consumatori. Acciaio ed alluminio (la materia primaria del contendere da cui siamo partiti) che si muovono tra Cina e Usa, non sono lontani, e soprattutto non e’ lontana la ricaduta dei loro prezzi e scambi su tutta una serie di prodotti: vagheggiare sul fatto che i nostri (Italia e Ue) rapporti col resto del mondo possono anche eludere cio’ che accade in Usa, e’ -per l’appunto- vagheggiare, scambiare alcuni desideri per realta’. Ci rendiamo quindi conto di quale disastro economico e politico ci sarebbe con la riabilitazione di tutti quei muri doganali che negli ultimi secolo abbiamo cominciato a far crollare? C’e’ qualche autarchico disposto, per esempio, a fare a meno (o ad acquistare a prezzi piu’ alti) prodotti di consumo come grano (le importazioni dal Canada, se non ci fossero, avremmo grossi problemi), vari tipi di frutti e verdure, componenti assemblati o da assemblare dell’elettronica, abbigliamento, etc? E poi (qui ci viene anche da ridere…) ci sono anche quelli che vorrebbero i muri doganali anche con Francia, Spagna. Germania… cioe’ tutti quei Paesi dell’Ue nei confronti dei quali oggi le dogane non esistono piu’. Per fare un esempio banale: adoriamo gustare le migliaia di varianti dei pecorini italici, ma abbiamo altrettanta adorazione verso le migliaia di camembert et similia della Francia, e ci teniamo di poterlo continuare a fare non dovendoli trattare come prodotti di lusso. E altrettanto vale per i nostri parmigiani, pecorini e prosciutti oltre le Alpi. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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I giovedì dell’economia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 aprile 2018

Parma Giovedì 5 aprile (Aula K9 del Nuovo Polo Didattico di via Kennedy (vicolo Santa Maria – angolo via Kennedy) parte “I giovedì dell’economia”, un ciclo di incontri aperti al pubblico promosso dal Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Parma con cui si vogliono raccontare i profondi cambiamenti in atto nella società parmigiana, italiana ed europea, condividendo con la cittadinanza gli studi e le ricerche che si svolgono all’interno del Dipartimento.Relatori sono gli stessi docenti del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali, ma anche economisti e studiosi italiani e stranieri. Il taglio degli incontri vuole favorire la “disseminazione culturale” degli studi svolti in Ateneo proponendo temi di ricerca accademica che siano anche di stretta attualità.
Si comincia con Alberto Grandi che, riprendendo i temi del suo libro appena uscito per Mondadori, parlerà di prodotti tipici ed eccellenza agro-alimentare in una chiave non convenzionale. Con Denominazione di origine inventata svelerà quanto marketing e quanto storytelling ci sia dietro al meraviglioso racconto della tradizione gastronomica made in Italy. Di seguito il programma completo degli incontri:
– giovedì 5 aprile ore 16 Alberto Grandi Denominazione di origine inventata
– giovedì 19 aprile ore 16 Augusto Ninni e Sandro Arrighetti Italia Germania 3-3
– giovedì 3 maggio ore 16 Maura Franchi I social networks: una società tracciata?
– giovedì 17 maggio ore 16 Franco Mosconi Industria 4.0: che cosa sta cambiando lungo la Via Emilia?
– giovedì 31 maggio ore 16 Patrizio Bianchi Industria e politica alle origini dell’Italia contemporanea.

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Friuli terra ideale per sviluppare economia dal nuovo turismo e dalla cultura

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2018

Il Friuli, territorio piccolo ma con quattro siti Unesco molto vicini gli uni agli altri e vicini anche al grande catalizzatore Venezia, ha ottime opportunità di legare lo sviluppo economico alla proposta storico-culturale e turistica, intercettando anche, con una strategia integrata e di qualità, parte dei flussi che congestionano il capoluogo veneto e chiedono invece di poter trovare, oltre alla visita alla città lagunare, percorsi ulteriori, personalizzabili, legati alla passione per la scoperta di nuovi siti. Ma è necessario operare seguendo logiche collaborative, mettendo in rete i siti Unesco, le piccole realtà di qualità e il ricco e diffuso patrimonio storico, lavorando come sistema a livello di gestione e direzione, di istituzioni e di imprese, e sviluppando con forza la dimensione digitale, il linguaggio che oggi e domani, sempre più, sarà indispensabile alleato di un turismo che cresce. Francesco Palumbo, direttore generale turismo del Mibact, è convinto che questa sia la strada da percorrere.
Per il turismo «oggi abbiamo strumenti e risorse come mai il nostro Paese ha avuto, siamo in momento molto positivo in termini anche qualitativi», ha confermato Palumbo. Ma che tipo di offerta abbiamo? Siamo in una sorta di dilemma, ha detto: da un lato grandi destinazioni con indicatori positivi, anche talvolta con “eccesso” di turisti, dall’altro luoghi che soffrono di mancanza di flussi, pur esprimendo grande qualità. Ed è proprio questo uno degli elementi su cui basare crescita. «Se vogliamo portare in Italia la qualità vera dobbiamo gestire questo percorso», ha evidenziato Palumbo, cui ha fatto eco Guido, soffermandosi sull’importanza del brand Unesco per l’attrattività di un turismo di qualità, ma invitando a ragionare anche in termini di brand che evidenzino l’identità dei territori e presentando i progetti Mibact che stanno stimolando le partnership pubblico-private nel comparto. Perché, ha sottolineato ancora Palumbo, il piano strategico del turismo 2017-2022, adottato dall’Italia in un grande lavoro partecipato e declinato dalle Regioni, Fvg tra i primi, ha dato impulso anche i privati. Intesa San Paolo, per esempio, ha avviato una linea di credito sul tema, premiando gli interventi coerenti con il piano nazionale e mobilitando una massa ingente di risorse. «Fondamentale – ha aggiunto – anche far presente agli imprenditori che ci sono tantissimi strumenti, a partire dal digitale, esiste la linea “tax credit digitalizzazione” che per metà ogni anno non viene utilizzata. Bisogna far sentire alle imprese che partecipano a un processo, che non sono sole ma parte di un percorso territoriale e dell’esperienza complessiva del turismo e della cultura». E qui si è inserito l’assessore regionale Torrenti, che ha evidenziato l’importanza di «valorizzare le nostre tantissime diversità e particolarità, ma come elemento per unire e non per dividere e creare muri».

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Possibili scenari USA previsti da Candriam per il 2018-2019

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 febbraio 2018

A cura di Nadège Dufossé, CFA, Head of Asset Allocation di Candriam Investors Group. Dalla scorsa settimana, i mercati azionari hanno bruciato la maggior parte dei guadagni del 2018. La partenza a razzo delle borse a gennaio era stata troppo rapida e gli indicatori del sentiment erano diventati eccessivamente ottimistici. Tuttavia, il sell-off del mercato è più sistemico che basato sui fondamentali. Il crescente timore degli investitori che il cosiddetto scenario di Goldilocks stia per chiudersi è ingiustificato anzi, a nostro avviso, un contesto di fondamentali favorevoli finirà per prevalere.Dalla fine della scorsa settimana, gli investitori azionari hanno cominciato a monetizzare i loro guadagni del 2018, inizialmente perché preoccupati di una possibile fine dello scenario di Goldilocks, e in particolare, di un’improvvisa fiammata dell’inflazione statunitense. Tuttavia, il vero motivo alla base del crollo improvviso del mercato azionario americano di lunedì è stato un sell-off tecnico, non una paura legata all’inflazione, come dimostrato dal calo dei rendimenti obbligazionari durante il sell-off azionario. È stato il risultato di una vendita sistematica e del riacquisto di consistenti posizioni corte sull’indice di volatilità (Vix).Un’espansione molto più solida delle attese registrata qualche settimana fa, una rinnovata debolezza del dollaro statunitense e prezzi delle materie prime in crescita sono solo alcune delle molteplici ragioni che spingono a temere il ritorno dell’inflazione. Dopo quasi un decennio di sorprese deflazionistiche ininterrotte, la view generale di un prosieguo di un’inflazione al di sotto del trend sta vacillando. Noi concordiamo con la Fed sul fatto che quest’anno l’inflazione statunitense dovrebbe aumentare.Il ciclo statunitense è quello più avanzato a livello globale – come testimonia il tasso di disoccupazione – e ha ricevuto uno stimolo ulteriore dalla riforma fiscale. Ciò ha fatto sì che le percezioni cambiassero rapidamente. Da fine novembre, i rendimenti obbligazionari dei Treasury decennali, trainati da aspettative sull’inflazione in crescita, hanno registrato un netto rialzo. Tuttavia, i rendimenti reali statunitensi sono rimasti estremamente bassi, offrendo un forte supporto all’economia e alle azioni.Candriam prevede tre scenari per il 2018-2019 negli Stati Uniti:
Il mercato obbligazionario statunitense si rende finalmente conto che non è in arrivo alcuna recessione e si adatta rapidamente al percorso previsto dalla Fed di tre rialzi dei tassi per quest’anno e di altri tre nel 2019. In parte, i rendimenti obbligazionari in crescita sono maggiormente in sintonia con l’aumento del valore dei titoli azionari. Guardando al futuro, ci aspettiamo un’ulteriore normalizzazione, ma senza overshooting, con il rendimento dei titoli di Stato Usa a 10 anni che potrebbe raggiungere il 3% nel 2018, grazie alla forza dell’espansione.
La riforma fiscale induce le imprese a investire di più in modo stabile (+10% sia nel 2018 che nel 2019) con un forte aumento della produttività. In questo contesto, l’inflazione rimane contenuta e la Fed si attiene al suo piano. I mercati azionari continuano a crescere, sostenuti dagli incrementi degli utili. I tassi a lungo termine aumentano con l’incrementare del tasso di crescita potenziale e non provocano un rallentamento dell’economia.I mercati realizzano improvvisamente che la Fed sia dietro la curva e cominciano a temere un’impennata dell’inflazione: i tassi di interesse di lungo termine aumentano in maniera significativa, causando un calo nel mercato azionario. Questo timore si basa principalmente sulle aspettative inflazionistiche, piuttosto che su dati effettivi sull’inflazione.Al di fuori degli Stati Uniti, tuttavia, vi sono pochi segnali di pressioni inflazionistiche. In particolare, la situazione è molto diversa nell’Eurozona, dove è probabile che l’inflazione converga molto gradualmente verso l’obiettivo del 2% fissato dalla BCE. I dati pubblicati nel mese di gennaio, con l’indice annuale dei prezzi al consumo che è sceso all’1,3% (e quello core all’1%) hanno confermato un trend inflazionistico debole. Il movimento al rialzo della valuta negli ultimi 12 mesi sta allentando ulteriormente le tensioni.Per il momento, non c’è motivo di mettere in discussione il nostro scenario di base. Ci aspettiamo, infatti, che il contesto di Goldilocks prevarrà per tutto il 2018, grazie anche al perdurante sostegno dei fondamentali. Le azioni sono diventate ancora più interessanti dopo la recente correzione. I mercati azionari statunitensi scambiano, attualmente, a un multiplo di 17x gli utili per il 2018, mentre appena una settimana fa il P/E forward si attestava ancora al di sopra delle 20 volte. Infine, una forte crescita degli utili dovrebbe continuare a sostenere le performance dei mercati azionari. In questo contesto di mercato fondamentalmente solido, e sebbene potremmo assistere a una seconda ondata di vendite sistemiche, siamo in attesa di una stabilizzazione delle dinamiche di mercato e di un momento propizio per incrementare ulteriormente la nostra esposizione sull’azionario. (foto: Nadege_Dufosse)

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Pubblicato il documento “Riforma del Terzo Settore: le erogazioni liberali e il social bonus”

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 gennaio 2018

reti impresaLa Fondazione Nazionale dei Commercialisti ha pubblicato il documento “Riforma del Terzo Settore: le erogazioni liberali e il social bonus”. Come noto quest’estate ha trovato attuazione la riforma del Terzo settore, avviata con la legge delega del 2016 (legge 6 giugno 2016, n. 106). Nell’agosto scorso sono stati infatti pubblicati i relativi decreti attuativi: il D.Lgs. 6 marzo 2017, n. 4, contenente la disciplina del servizio civile universale; il D.Lgs. 3 luglio 2017, n. 111, che riforma la disciplina di destinazione del cinque per mille; il D.Lgs. 3 luglio 2017, n. 112, di revisione della disciplina dell’impresa sociale e, probabilmente il più rilevante per importanza, il D.Lgs. 3 luglio 2017, n. 117 che ha introdotto nel nostro ordinamento il Codice del Terzo settore. Si è così realizzata la codificazione della normativa del Terzo settore, fornendo finalmente una disciplina unitaria che regola gli enti del Terzo settore sotto il profilo civilistico, aziendalistico e fiscale. Il Codice del Terzo Settore, infatti, istituisce un Registro unico nazionale del Terzo settore, strutturato per diversi sotto-settori, definisce la categoria degli ETS, ne individua diverse tipologie, specifica le attività di interesse generale che i medesimi possono svolgere, delinea le diverse forme di finanziamento cui possono accedere e regola gli adempimenti fiscali, contabili e gestionali cui sono chiamati. La rilevanza della riforma in atto, nonché l’ampiezza dei temi affrontati, ha suggerito l’opportunità di effettuare degli approfondimenti monotematici dei principali contenuti della riforma, mediante la pubblicazione di alcuni documenti della Fondazione Nazionale dei Commercialisti. Data la diversa tempistica di entrata in vigore delle disposizioni che compongono il quadro normativo delineato dal legislatore delegato, si è ritenuto utile prendere le mosse da quella parte di disciplina di prossima applicazione e, in particolare, dal nuovo regime di agevolazioni fiscali riconosciute a fronte di erogazioni liberali. La riforma del Terzo settore ha, infatti, riservato particolare attenzione alla razionalizzazione e incentivazione del sistema delle agevolazioni fiscali riconosciute ai soggetti che scelgono di sostenere finanziariamente gli enti del Terzo settore, favorendo l’afflusso verso enti particolarmente meritevoli di beni e risorse finanziarie derivanti da liberalità. Questo argomento é di estremo interesse per la categoria dei dottori commercialisti e degli esperti contabili visto l’impegno nel mondo del no profit in quanto coprono vari ruoli: come consulenti, come componenti degli organi di controllo interno, come revisori legali e spesso anche come amministratori.Il documento completo é disponibile online sul sito della Fondazione Nazionale dei Commercialisti (www.fondazionenazionalecommercialisti.it)

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Sondaggio sulla situazione attuale dell’economia italiana

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 gennaio 2018

industria-mecspe1E’ stato effettuato presso i suoi Soci tra il 18 ed il 31 dicembre 2017. Ha visto la partecipazione di 48 intervistati. Circa il 90% degli operatori finanziari ritengono positiva e stabile la situazione attuale dell’economia Italiana. In termini di aspettative sui prossimi sei mesi, la differenza tra coloro che risultano ottimisti sulle prospettive dell’economia italiana, rispetto ai pessimisti, è pari a 27,7, un valore che rappresenta il “CFA Italy Radiocor Sentiment Index” per il mese di gennaio 2018. Il dato di sintesi scende rispetto alla precedente rilevazione di 34,5, mantenendosi comunque su valori superiori alla prima metà del 2017.
I risultati del sondaggio relativo alla situazione macroeconomica attuale ed attesa italiana vanno letti nel quadro di una crescita globale che nel corso del 2017 ha sorpreso in positivo, manifestandosi più sostenuta e sincronizzata di quanto non fosse atteso da molti analisti, e le attese sull’Italia non hanno fatto eccezione seguendo la stessa tendenza. Infatti, se ad inizio 2017 gli “ottimisti” sulla crescita italiana nel sondaggio rappresentavano poco più del 20%, con un Sentiment Index che si attestava a valori inferiori al 10%, nel corso dell’anno la tendenza è stata per una progressiva revisione al rialzo, complici anche una stringa di dati positivi di sia dal lato della produzione che della domanda interna. Ad oggi, nonostante una inflessione nell’ultimo dato di dicembre, probabilmente dettata anche dall’effetto legato al recente annuncio dell’appuntamento elettorale di marzo, il Sentiment Index sembra comunque confermare l’attesa di una situazione economica in consolidamento che si inserisce in un contesto generalmente favorevole. Guardando nel dettaglio della survey, infatti, i partecipanti all’indagine sembrano avere attese molto positive nei confronti dell’economia europea in aggregato, se vogliamo anche migliori rispetto all’economia americana, benché nell’ultimo mese l’approvazione del Tax Cut and Jobs Act negli U.S.A. abbia probabilmente determinato un lieve upgrade delle previsioni di crescita americane, come si può evincere dal miglioramento del sondaggio su questa area. Sull’altro tema macroeconomico “caldo”, l’inflazione, i partecipanti sembrano prendere una posizione molto netta e condividere generalmente l’opinione che nei prossimi sei mesi, in primis negli Stati Uniti ma con notevole e rinforzata fiducia anche in Eurozona e in Italia, rivedremo l’inflazione risalire, verosimilmente diretta conseguenza delle attese di crescita che porteranno l’economia americana ed europea a crescere sopra potenziale per un altro anno in un contesto globale in cui l’output gap dovrebbe anch’esso approssimarsi a chiusura. Pressioni domestiche (crescita sopra potenziale), riduzione dell’overcapacity globale (global output gap in restringimento) e attese di petrolio in crescita sono verosimilmente il quadro che i partecipanti al sondaggio si attendono per giustificare queste attese di inflazione al rialzo.Coerentemente con questo contesto macroeconomico positivo, i partecipanti propongono view di tassi a tre mesi in salita, scontando da un lato una Federal Reserve che nel rispetto del proprio mandato, continuerà un tightening graduale e probabilmente una Banca Centrale Europea che progressivamente inizierà a mostrarsi meno dovish di quanto non sia attualmente prezzato. Un rialzo è inoltre scontato sulla parte a lunga della curva, verosimile riflesso delle citate condizioni economiche, attese di inflazione e variazione dei tassi a breve.In questo contesto, i partecipanti al sondaggio continuano a vedere un modesto apprezzamento del dollaro USA vs Euro, sebbene la percentuale sia in diminuzione, ed un deprezzamento più marcato dello Yen.Relativamente alle performance attese del mercato azionario, i partecipanti sembrano suggerire una preferenza relativa per il mercato italiano ed europeo rispetto a quello americano. Con riferimento invece alla redditività delle società italiane, nei prossimi sei mesi il re-rating delle aspettative di crescita, inflazione e politica monetaria hanno prodotto rispetto al mese passato una riallocazione delle preferenze per il settore petrolifero, con il maggiore incremento, seguito dal settore Assicurativo e poi Bancario. In discesa le attese di redditività del settore Automobilistico, delle Costruzioni e delle Comunicazioni.

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“Giappone economia: tre motivi di uno scenario positivo”

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 dicembre 2017

Nomoto_DaisukeNelle ultime settimane abbiamo ulteriormente incrementato la nostra esposizione alle azioni giapponesi, alla luce di catalizzatori di breve periodo quali: l’accelerazione degli utili societari bottom-up; indicazioni che la riforma a livello aziendale in atto accresce il rendimento per gli azionisti; aspettative economiche solide; il calo dei rischi politici in seguito alla netta vittoria del premier Abe alle recenti elezioni anticipate; e il fatto che il settore privato nipponico sia fortemente esposto, da un punto di vista operativo, al miglioramento generalizzato della congiuntura mondiale.
In prospettiva, intravediamo tre trend principali che, a nostro giudizio, favoriranno le azioni giapponesi nel 2018 e negli anni successivi.
1) La riforma della corporate governanceI temi di discussione con i dirigenti delle società giapponesi sono cambiati significativamente nell’ultimo decennio, spostandosi verso la strategia aziendale a lungo termine, le relazioni mandante/mandatario, ecc. Questo sviluppo positivo è il risultato dell’introduzione della riforma della corporate governance due anni fa e ha gradualmente contribuito a incrementare la redditività del capitale proprio (Return on Equity, ROE) delle società nipponiche. Crediamo che una migliore corporate governance continuerà a contribuire a liberare il valore inespresso nelle azioni giapponesi.Due dei principali obiettivi degli incentivi di corporate governance sono: 1) eliminare i conflitti d’interesse che esistono tra il management e gli azionisti; 2) assicurare che gli asset della società vengano utilizzati in modo efficace nel migliore interesse degli stakeholder. Vi è una correlazione positiva tra il livello della governance societaria migliorata e il ROE delle società giapponesi. La Figura 1 indica che il ROE medio delle aziende nipponiche è stato decisamente inferiore a quello delle società statunitensi ed europee nel 2011, ma il divario risulta nettamente ridotto nel 2017.La Financial Services Agency giapponese ha proposto uno “Stewardship Code”, che intende promuovere una crescita sostenibile delle aziende in aggiunta al conseguimento di rendimenti d’investimento equi per i clienti e i beneficiari. Stiamo quindi osservando un netto incremento dei dividendi da parte delle società nipponiche nonché il lancio di programmi di riacquisto di azioni proprie. A fronte di una liquidità totale nei bilanci delle aziende giapponesi pari a un livello senza precedenti di oltre 250.000 miliardi di yen (2.300 miliardi di dollari), è probabile che queste ultime continueranno a incrementare i dividendi, effettueranno maggiori operazioni di fusione e acquisizione (M&A) e avvieranno ulteriori programmi di riacquisto di azioni proprie per attenuare l’impatto negativo sul ROE dell’eccessiva liquidità in bilancio.
Redditività del capitale proprio2) Il miglioramento della produttività: la riforma del mercato del lavoro. La produttività è un concetto molto più importante per l’economia giapponese e le sue aziende rispetto alla semplice crescita sostenuta. Il premier Abe ha portato avanti riforme del mercato del lavoro con l’obiettivo di incentivare le donne e i pensionati a tornare al lavoro, incrementando il tasso di partecipazione alle forze di lavoro. Le diverse iniziative del governo stanno iniziando a portare i frutti sperati: circa 1,5 milioni di donne giapponesi si sono aggiunte alle forze di lavoro negli ultimi quattro anni e il tasso di partecipazione femminile è salito al 68%, ossia di otto punti percentuali negli ultimi 15 anni, colmando il divario con gli Stati Uniti, stando ai dati OCSE. Inoltre, il numero totale di dipendenti è cresciuto di oltre 2,4 milioni negli ultimi quattro anni.
La deregolamentazione della struttura del lavoro in Giappone è in atto e ha l’obiettivo di incrementare i salari e fornire migliori opportunità di carriera ai lavoratori non a tempo pieno. Nell’ambito delle riforme strutturali di Abe, il governo ha introdotto il concetto di “pari remunerazione a parità di lavoro”, chiamato “Hatarakikata-Kaikaku” con l’obiettivo di migliorare la produttività del lavoro. Stando al rapporto di McKinsey intitolato “The Future of Japan: Reigniting Productivity and Growth” (“Il futuro del Giappone: rilanciare la produttività e la crescita”), se il Giappone riuscirà a raddoppiare il suo tasso di produttività, potrebbe spingere la crescita del PIL a circa il 3% e ottenere un incremento del PIL che potrebbe arrivare fino al 30% entro il 2025. Si noti che l’obiettivo del governo giapponese consiste nell’incrementare il PIL a 600.000 miliardi di yen (attualmente è pari a 546.000 miliardi), ossia 5.500 miliardi di dollari, entro il 2020. 3) Le società riusciranno a mantenere la loro competitività? (foto: Redditività del capitale proprio, Nomoto_Daisuke)

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L’Italia rischia il commissariamento europeo

Posted by fidest press agency su domenica, 19 novembre 2017

europa-comunitariaMentre la campagna elettorale è ormai in pieno svolgimento, il bollettino della congiuntura economica offre armi alle diverse fazioni per continuare la stupida guerra della delegittimazione reciproca. Da un lato, l’aggiungersi di qualche decimale alla previsione di incremento del pil, che potrebbe chiudere l’anno a +1,6% (sicuramente +1,5%), consente alla maggioranza di governo, e in particolare al Pd, di affermare che in questa legislatura è stato tolto il Paese dalla recessione e portato ad un tasso di crescita che, come ha detto Gentiloni, ci toglie dalla scomoda posizione di fanalino di coda dell’Europa. Per la verità siamo solo passati dal penultimo al quintultimo posto, e rimane fissato al 2021, buoni ultimi, il pieno recupero della ricchezza perduta dal 2007 in poi. Comunque, sarà pure una piccola corsa, quella del pil, ma tanto basta per far dire che sono state le politiche di questi anni, specie quelle renziane, a spingere l’economia ad una progressione inattesa. Sull’altro fronte, quello dell’opposizione, sono i dati non ancora confortanti dell’occupazione (è scesa un pochino la disoccupazione, ma il livello degli occupati sul totale della popolazione attiva rimane di una decina di punti più basso della media Ue e addirittura di una ventina rispetto alla Germania) a fornire munizioni per sparare contro il governo, con la solita tiritera sul jobs act come legge liberticida e affamatrice del popolo.
Come sempre, si tratta di puro populismo, alimentato da un ragguardevole livello di ignoranza. La situazione reale è assai più complessa, e va letta con ben altri occhiali che non quelli della propaganda. Il dato da cui partire, infatti, è un altro: quanto ha inciso la politica monetaria espansiva della Bce (di concerto con la Federal Reserve e le altre banche centrali del mondo) sulle dinamiche del pil. Un lavoro di Economia Reale, il centro studi diretto dall’ex viceministro Mario Baldassarri, ci offre uno spunto importante: senza Quantitative Easing, quest’anno così come nei due anni precedenti, l’Italia sarebbe stata e sarebbe rimasta in recessione. Nel 2017 dello 0,3%, l’anno scorso dello 0,9% (contro +1%) e nel 2015 dell’1,8% (contro +0,7%). Esagerato? Può anche darsi che lo scarto sia eccessivo, ma certo senza Draghi avremmo avuto un percorso ben diverso. E dunque a ben poco sono servite le scelte (poche) e le chiacchiere (tante) in cui si sono tradotte le politiche economiche interne.
Lo dimostrano due cose. La prima è rappresentata dalla differenza tra l’andamento congiunturale (il pil) e quello strutturale dell’economia. Un esempio, per capirci. Una variabile fondamentale per misurare lo stato di salute non momentaneo di un paese è la produttività. Ora, l’Istat ci ha appena fatto sapere che tra il 1995 ed il 2016 la produttività del lavoro è salita di appena 0,3 punti percentuali, il più basso incremento in Europa. Grave, molto grave. La seconda spia rossa accesa è data dallo scarto abissale che separa l’economia formale da quella percepita. Oggi la ripresa c’è, sta migliorando e supera le attese. Ma nel paese non la si vede, non la si tocca. Non incide sulla psicologia collettiva: gli italiani rimangono depressi come quando incombeva la recessione. E infatti i consumi rimangono tirati e gli investimenti centellinati, mentre è dall’export, dalla domanda di beni durevoli e dal mercato immobiliare che vengono i segnali confortanti.
Ma sapete qual è il vero elemento di discrimine, la cosa che fa la reale differenza? La politica. Da un lato, come abbiamo visto, non è servita a far crescere l’economia, anzi, e dall’altro è percepita dagli imprenditori e dagli investitori nazionali e internazionali come un fattore di freno ma soprattutto di rischio. Pensate solo all’attacco che qualcuno ha creduto bene di sferrare al presidente (italiano) della Bce circa la crisi delle banche e il suo precedente ruolo di governatore di Bankitalia. Materiale organico nel ventilatore, che rischia di sporcare chi, in un contesto complesso come quello del governo dei tassi d’interesse che divide i paesi ricchi e relativamente poco indebitati (Germania e nordici) da quelli peggio messi (Italia e mediterranei), ha scelto di tenere il rate a zero e ha comprato a piene mani titoli di Stato spegnendo il fuoco dello spread. Un autolesionismo che certo non aiuta ad accrescere la già bassa credibilità italiana.
Non stupisce, quindi, che in un quadro così contraddittorio – l’economia che, seppur grazie a fattori esogeni, va meglio, e la politica che, invece, si muove sull’orlo del baratro – il mondo produttivo e degli affari sostenga, seppure sottovoce, che bisogna organizzarsi come se la politica non ci fosse, che bisogna farne a meno. Così come non stupisce che tante persone comuni, in numero crescente, non facciano mistero di auspicare l’arrivo dell’uomo forte capace di “sistemare le cose”. Naturalmente la prima è una pia illusione, la seconda una china pericolosa. Ma sono realtà, che non vanno sottovalutate. Anche il fascismo, che veniva da sinistra vista l’origine nazional-socialista di Mussolini, è nato così. Il clima era lo stesso. Uguali le parole d’ordine: “qui bisogna fare la rivoluzione, se si vogliono rimettere le cose a posto”. Come sia andata a finire, e come andrebbe a finire se la storia si ripetesse, lo sappiamo. Meglio fermarsi per tempo.
Rimane il fatto che cambiare, anzi cambiare radicalmente – il sistema istituzionale, il sistema politico, la classe dirigente – sia indispensabile. Qualcuno ha pensato di farlo con la “rottamazione generazionale”. Ma ha clamorosamente fallito. Per questo crediamo che adesso occorra una “contro-rottamazione”. Che consiste, da un lato, nel rottamare i rottamatori senza idee e con troppa presunzione, e dall’altro, nel convincere le migliori intelligenze, le esperienze più consolidate e credibili del Paese, a rendersi disponibili all’impegno politico. La nostra, sia chiaro, non è nostalgia del passato – anche se, ad essere sinceri, ne abbiamo – ma è sincero desiderio di guardare al futuro, nella speranza che i padri della patria e le riserve della Repubblica si facciano avanti. Siamo sicuri che gli italiani che non vanno più a votare, o quelli che si sfogano premiando i professionisti del “vaffa”, di fronte a gente seria che ha progetti seri, non farebbero mancare il necessario consenso. L’alternativa è il commissariamento da parte dell’Europa.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Le bugie economiche del ministro Pier Carlo Padoan

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 novembre 2017

pier-carlo-padoanDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia: “Ormai sulle bugie economiche raccontante dal ministro Pier Carlo Padoan si potrebbe scrivere un libro. Davvero stupisce vedere come il titolare di via XX Settembre, l’illustre professor Padoan, perseveri incessantemente ad inventarsi una falsità dietro l’altra sullo stato dei conti pubblici italiani. L’ultima è giusto di questa mattina, in risposta alle dichiarazioni allarmate rilasciate ieri dal vice-presidente della Commissione Europea Jyrki Katainen, che ha accusato esplicitamente il Governo Gentiloni di ‘non dire la verità agli italiani sul reale stato dei conti pubblici’. Cosa che, ha aggiunto l’alto funzionario europeo, i politici sarebbero invece tenuti a fare.Il ministro Padoan avrebbe dovuto, a quel punto, rendere noti agli italiani i veri numeri della nostra finanza pubblica. Invece, non solo ha dichiarato che non ha alcuna intenzione di rispondere al vice-presidente della Commissione ma, in una intervista all’emittente CNBC, ha favoleggiato una ‘decisa riduzione del debito italiano in tempi brevi, grazie alla più alta crescita del Pil nominale’. Nessun problema debito per lui, quindi. Evidentemente, il ministro Padoan ignorava però che nella stessa mattina la Banca d’Italia avrebbe pubblicato i dati sull’andamento del debito italiano. Ecco che, allora, pochi minuti dopo le sue dichiarazioni, via Nazionale lo ha subito sbugiardato, riportando come lo stock di debito, lo scorso settembre, sia salito a 2.283 miliardi di euro, in aumento di +4,4 miliardi rispetto al mese precedente. Altro che diminuzione! Un dato che, probabilmente, condannerà l’Italia ad una procedura di infrazione per debito eccessivo, soprattutto se il Governo Gentiloni non sarà in grado di fornire le giuste rassicurazioni, cosa che il ministro Padoan ha, appunto, deciso di non fare.La Commissione Europea ha già dichiarato di voler rinviare al prossimo maggio il giudizio, a questo punto quasi certamente negativo, sullo stato dei conti pubblici italiani, per evitare una potenziale svendita di titoli di Stato da parte dei mercati finanziari prima delle prossime elezioni. Tuttavia, una tale scelta potrebbe mettere il nuovo Governo nell’obbligo di dover varare subito una manovra finanziaria correttiva, che a Bruxelles già stimano in 3,5 miliardi. Da questo punto di vista, sarebbe il caso che anche la Commissione punisca subito le bugie del Governo Gentiloni, evitando al prossimo esecutivo di dover rimediare ai buchi lasciati da questo irresponsabile governo”.

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Italia ultimo posto per livello di crescita

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 novembre 2017

Il premier Paolo Gentiloni al termine del Cdm

“Il governo di Paolo Gentiloni e del suo ministro Pier Carlo Padoan si congedano dall’Europa lasciando l’Italia all’ultimo posto per livello di crescita. Secondo i dati appena pubblicati dalla Commissione Ue, infatti, il nostro paese si conferma il peggiore a livello europeo per tasso di crescita del Pil per tutto il periodo di previsioni preso in considerazione da Bruxelles. Una crescita che, fra l’altro, è già destinata a ridursi già dal prossimo anno, quando gli effetti delle politiche monetarie ultraespansive della BCE cesseranno. Purtroppo non è l’unica cattiva notizia che arriva da Bruxelles. Sempre secondo le previsioni d’autunno della Commissione, infatti, anche la finanza pubblica non migliorerà. Nonostante i proclami del Governo e le fantascientifiche previsioni inserite nei documenti di programmazione economica, la Commissione certifica, purtroppo, che il debito pubblico italiano scenderà ‘solo marginalmente’, nonostante la fase di espansione dell’economia. Tra le cause ricordate da Bruxelles c’è quella relativa al denaro pubblico che il Tesoro ha stanziato per salvare il disastrato sistema bancario italiano, conclamando il salasso finanziario che i contribuenti hanno dovuto sopportare per rimediare agli errori compiuti dai governi di centrosinistra nella penosa gestione della questione banche.Ancora peggiore è la situazione del deficit, dal momento che i funzionari della Commissione hanno previsto un peggioramento del saldo strutturale per quest’anno, che migliorerà solo ‘marginalmente’ nel 2018.L’Italia osserva quindi con tristezza i dati economici sull’andamento del resto dell’Europa, dove la crescita raggiunge i massimi da 10 anni e la disoccupazione i minimi dal 2009. Nel nostro paese, invece, il tasso di disoccupazione sarà ancora sopra il 10% nel 2019, mentre l’occupazione rallenterà dell’1% nel 2017 dopo ‘il phasing-out degli sgravi per le assunzioni’, a 0,9% nel 2018 e 0,5% nel 2019. Un modo molto elegante per dire quello che noi abbiamo sempre affermato, ovvero che gli sgravi contributivi sono soltanto dei palliativi fiscali che non contribuiscono a creare occupazione di lungo periodo.Ultimi per crescita, con un debito che non cala, un deficit che aumenta e una occupazione che si riduce. La Commissione Europea ha certificato così il disastro finale dell’operato del duo Gentiloni-Padoan. C’è solo una considerazione positiva da farsi, dopo aver letto questi dati: abbiamo almeno la certezza che questa è l’ultima Legge di Bilancio scritta dal ministro Padoan, che forse riuscirà a proseguire la sua carriera in Europa, mentre in Italia si lascia dietro soltanto disastri”.

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Economia in nero vale 208 miliardi

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 ottobre 2017

istatCi sarebbe da sobbalzare sulla sedia a leggere i dati di Istat su quella che eufemisticamente è definita “economia non osservata”, che noi traduciamo in economia in nero. Il totale fa 208 miliardi (non milioni) per il 2015. L’evasione fiscale e contributiva, nel 2014 ammontavano a 214 miliardi (non milioni), vale a dire che non si pagano le tasse e non si fanno versamenti per le pensioni per questa cifra astronomica.I due dati, 208 e 214 miliardi, sono sfalsati di un anno e in parte sovrapponibili. Lo scorso anno sono stati evasi 11 miliardi di contributi per le pensioni.Non pagare le tasse e i contributi dovuti o ricorrere al lavoro nero, significa essere frodatori, cioè sottrattori di denaro pubblico, in poche parole ladri. Ma non erano ladri solo i politici? (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Non c’è peggior sordo…

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 ottobre 2017

orecchioDi chi non vuol sentire. Mi sembra la classica commedia di Goldoni: “un sordo, due sordi, tutti sordi. Alla fine si scopre che tutti ci sentivano bene. Ciò sta accadendo in questi giorni in Italia nella convulsa ricerca di una quadratura del cerchio ma che di convulso ha solo il non voler sentire la voce degli altri. Ci stracciamo le vesti nel declamare la crisi del sistema Italia, e a ragione, ma ci guardiamo bene a ricercare la soluzione sebbene sia a portata di mano poiché ciò significherebbe perdere il controllo nella stanza dei bottoni. E allora di quale interesse nazionale parliamo?
Non è certo dell’economia del paese, dell’industria, del lavoro, della giustizia, del fisco, della salute e della scuola. Discettiamo, semmai, sul modo come mercanteggiare una presidenza del consiglio e della repubblica, un posto di ministro e di sottogoverno o di fare una legge elettorale che svantaggi l’avversario.
Questa è, per costoro, la priorità del paese mentre altri tremano alla sola idea che qualcuno possa votare la sua ineleggibilità che lo costringerebbe a presentarsi “nudo” davanti alla giustizia. Una giustizia che è stata presa a sberleffi per venticinque anni e costretta a fare da cassa di risonanza a quanti hanno cercato di sfuggire a un giudizio ma a servirsene per presentarsi da vittima al suo elettorato.
Un’Italia che per colpa di questi sordi per vocazione fa perdere il senso della misura a tutti gli altri. Usque tandem… (Riccardo Alfonso)

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La Merkel e la “locomotiva europea”

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 ottobre 2017

Germany Parliament Merkel

Germany Parliament Merkel

“Ottenere un quarto mandato è stato il compito più facile per Angela Merkel. Ora il mondo si aspetta molto di più: che la cancelliera faccia l’Europa, non solo gli interessi della Germania. Forse il responso delle urne tedesche paradossalmente potrebbe aiutare”.Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in un intervento su “Il Foglio”.“Per questo diciamo ‘no’ al ministro delle Finanze europee se esso dovesse rappresentare l’egemonia dell’asse franco-tedesco, ormai fuori dal tempo. Come scandiamo un sonoro ‘no’ alla definizione di una nuova governance economico-finanziaria dell’Eurozona. Sarebbe un mettersi nelle mani di potenze indifferenti al nostro interesse nazionale, accomodandoci nel presepe come pecorelle.No, questa nuova governance esige per essere accettata che si costruiscano prima l’unione bancaria, l’unione di bilancio, l’unione economica, l’unione politica. Non è un discorso improvvisato quello che faccio, ma un impegno che dal 2012 si è assunto il Consiglio europeo sulla base dei rapporti dei quattro, e poi cinque, presidenti. Di queste unioni, purtroppo, nessuno parla più quale dato strategico.Non di un ministro delle Finanze Ue abbiamo bisogno (quasi un super guardiano dei bilanci degli stati), quanto di un ministro dello sviluppo Ue. La nuova governance economico-finanziaria dell’Europa deve, cioè, essere finalizzata alla crescita e allo sviluppo e non deve essere un nuovo strumento nelle mani dei più forti per commissariare i più deboli.Un’Europa senza crescita non è più possibile e non verrebbe accettata dai cittadini. Senza crescita si blocca anche la trasmissione della politica monetaria all’economia reale, come è avvenuto negli anni dell’ultima lunga crisi. Finora le richieste del presidente della Bce, Mario Draghi, perché i governi collaborino stimolando la crescita nell’eurozona, sono rimaste inascoltate. Oggi può e deve essere l’intera Unione europea a rispondere all’esigenza di sviluppo. Solo così si giustificherebbe un ministro dell’Economia unico”.

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