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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 318

Posts Tagged ‘economia’

L’economia della salute e la risposta dei consorzi

Posted by fidest press agency su sabato, 22 settembre 2018

“Abbiamo soluzioni immediatamente attuabili, ma servono finanziamenti strategici prima che si ripresenti l’ennesima emergenza, cui rimediare con costi decisamente superiori e con gravi rischi per le persone e le produzioni.”Ad affermarlo è Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI), contribuendo così all’attuale discussione sulle prossime scelte di bilancio per il Paese.“In sintonia con quando dichiarato dal Governo, ribadiamo che la messa in sicurezza del territorio è la prima e più grande opera infrastrutturale, di cui il Paese abbisogna e capace di creare decine di migliaia di posti di lavoro – ricorda Vincenzi – Il solo Piano Nazionale contro il Rischio Idrogeologico, redatto dall’ANBI ed in fase di aggiornamento, prevede circa 3.700 interventi, perlopiù definitivi ed esecutivi, per un importo complessivo di quasi 8 miliardi di euro, finanziabili con mutui quindicennali.” Non solo: a causa dei cambiamenti climatici in atto anche in Italia, le piogge sono calate del 10% negli scorsi 65 anni e le temperature medie sono in forte rialzo, causando 14 casi di siccità grave dal 1973 ad oggi; nei più recenti 15 anni si sono registrate ben 9 annate siccitose! “Per aumentare la resilienza dei territori – aggiunge il Direttore Generale ANBI, Massimo Gargano – i Consorzi di bonifica e di irrigazione hanno preparato il Piano Nazionale degli Invasi per la costruzione di circa 2000 bacini per conservare l’acqua, quando c’è e metterla a disposizione nei momenti di bisogno. Tale proposta è stata accolta nella Legge di Stabilità 2018 con un primo finanziamento, articolato in 5 anni, di 250 milioni di euro, ma l’iter procedurale è finalmente definito ed ora si parte con la determinazione che certe scelte meritano!” Anche per il territorio è necessario, invece, passare in tempi celeri dall’analisi dei dati, indispensabile per agire in modo coordinato, a quella realizzativa. “Emerge il bisogno impellente di avere una vision complessiva attraverso i big data, cioè i patrimoni di conoscenza forniti dalle rilevazioni con le tecnologie più innovative – conclude Adriano Battilani, Segretario Generale di “Irrigants d’Europe”, intervenuto al salone “Remtech Esonda” a Ferrara – La rete idraulica minore, fatta da 200.000 chilometri di canali e migliaia di opere idrauliche in tutto il Paese, è sotto continuo stress; sostenerla con adeguati investimenti darà impulso ai territori, sviluppando l’agricoltura del made in Italy agroalimentare ed incrementando la sostenibilità dell’ambiente, in cui viviamo.”

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Economia: “Prospettive globali – Agosto 2018”

Posted by fidest press agency su domenica, 26 agosto 2018

A cura di Adrian Hilton, Responsabile tassi globali e investimenti valutari, Reddito fisso di Columbia Threadneedle Investments. Quali sono stati gli avvenimenti principali del primo semestre per il mercato obbligazionario?
A inizio anno, i mercati mondiali sembravano coinvolti in una ripresa economica ampiamente sincronizzata, dopodiché il verificarsi di diversi eventi ha concorso a stemperare questo ottimismo. A dicembre 2017 gli Stati Uniti hanno varato un importante pacchetto di riforme fiscali, seguito a stretto giro dalla legge sulla spesa pubblica a febbraio 2018. Sebbene tali misure abbiano apportato forti stimoli fiscali negli USA, alcune delle principali economie hanno cominciato a indebolirsi.La fase di debolezza per l’eurozona è cominciata a febbraio. L’Europa era reduce da un inverno difficile, con una serie di scioperi dei dipendenti pubblici per motivi salariali. La produttività della Germania è stata frenata da un’ondata di influenza. Nel frattempo l’export dai paesi asiatici ha cominciato a decelerare, a riprova di un rallentamento del commercio globale che ha eroso la produzione manifatturiera europea. Di colpo gli Stati Uniti si sono ritrovati ad essere l’unica economia che viaggiava a pieno regime. All’inizio del secondo trimestre il biglietto verde, in calo per gran parte dello scorso anno, ha cominciato improvvisamente ad acquistare vigore. Di pari passo con l’arretramento dell’Europa, si è ampliato anche lo spread tra tassi d’interesse statunitensi ed europei. Questi avvenimenti hanno messo a dura prova la capacità degli investitori di formulare previsioni per il 2018.
Quali eventi erano prevedibili e quali sono state invece le sorprese per lei nei primi sei mesi dell’anno?
Una delle sorprese è stata la portata del rallentamento della crescita in Europa e Giappone. Va sottolineato, però, che a fine 2017 gli investitori nutrivano aspettative estremamente elevate, che sarebbe stato in ogni caso difficile soddisfare pienamente. È possibile che nella seconda metà del 2017 abbia avuto luogo un ciclo delle scorte e che gli sviluppi della prima metà del 2018 ne siano stati la conseguenza, con un esaurimento delle scorte costituite nel 2017. La durata e portata della fase di debolezza ci ha indotti a cambiare la nostra opinione precedentemente positiva sull’euro e i rendimenti obbligazionari tedeschi.Il fatto che le riforme USA siano risultate così ambiziose è stata una sorpresa di segno più positivo per le prospettive di crescita statunitensi, come pure la convinzione con cui i Repubblicani hanno appoggiato il pacchetto delle riforme fiscali al Congresso.Un’altra sorpresa è stata la rapidità del deterioramento del rischio politico in Europa. In chiusura del primo trimestre 2018, le elezioni italiane si sono dimostrate l’evento politico che ha colto maggiormente di sorpresa in ragione dell’orientamento populista.L’esito del voto in Italia ha letteralmente scosso i mercati. Se la terza maggiore economia europea decidesse di lasciare l’euro, ciò solleverebbe inevitabilmente domande esistenziali sul futuro della moneta unica.Le elezioni italiane hanno fatto riemergere il rischio di ridenominazione, di cui non ci eravamo più dovuti preoccupare fin dai giorni più bui della crisi dell’eurozona nel 2011 e 2012.
Quali sviluppi si aspetta per il mercato obbligazionario nei prossimi sei mesi?
A nostro parere la crescita negli Stati Uniti resta ragionevolmente solida. Finché la situazione resterà tale e i tassi di crescita potenziale rimarranno bassi, ci aspettiamo un appiattimento delle curve dei rendimenti statunitensi di pari passo con l’applicazione dei rialzi dei tassi d’interesse. Quest’anno si dovrebbe assistere a un moderato ritorno dell’inflazione, anche se negli Stati Uniti il picco dell’inflazione complessiva potrebbe essere vicino o già raggiunto. Il recupero dell’attività congiunturale in Giappone e nell’eurozona sta infine cominciando a mostrare i suoi effetti. Nella prima metà dell’anno gli USA hanno registrato un miglioramento marginale della crescita, che secondo le nostre previsioni dovrebbe però diminuire. Una eventuale lieve accelerazione della crescita nel resto del mondo potrebbe essere positiva per l’euro e le valute dei mercati emergenti rispetto al dollaro statunitense, e gioverebbe altresì ai rendimenti obbligazionari europei.Per quanto concerne le valute, il dollaro dovrebbe indebolirsi per più di una ragione. Sulla base dei nostri modelli di valutazione a lungo termine, riteniamo che il dollaro sia sopravvalutato. Anche le misure di stimolo fiscale dovrebbero comportare un aumento dei deficit gemelli, un fenomeno spesso associato a una flessione valutaria. Inoltre, una svolta più protezionistica da parte di Washington, intesa a rendere maggiormente vantaggiosi i propri scambi commerciali col resto del mondo, si tradurrebbe probabilmente in un dollaro più debole.
Quali saranno le principali opportunità e sfide per gli investitori nella seconda metà del 2018?
Attualmente è impossibile prevedere gli eventi su scala globale e la nostra propensione al rischio è piuttosto bassa, ma in caso di correzione di alcune valutazioni siamo in cerca di opportunità. Una di queste potrebbe essere il dollaro, un’altra il livello effettivo dei rendimenti tedeschi, che si colloca decisamente al di sotto del livello che ipotizziamo per i rendimenti neutrali nell’eurozona. Attualmente il valore non sembra in linea con le prospettive di inflazione o con il livello su cui il premio a termine dovrebbe attestarsi in Germania.
Le prospettive per i mercati emergenti dipendono molto dal contesto geopolitico. Pur mantenendo un orientamento prudente, riteniamo che gli attivi sia in dollari che in valuta locale celino buone opportunità di valore.
I fondamentali relativi alla crescita giapponese restano vantaggiosi, in un contesto in cui le condizioni tese nel mercato del lavoro dovrebbero esporre l’inflazione a pressioni salariali. A nostro avviso la Bank of Japan (BoJ) non dovrebbe modificare sostanzialmente il proprio orientamento favorevole agli attivi giapponesi, anche se potrebbe cercare di adeguare la forma della curva dei rendimenti. Un effetto collaterale del quantitative easing consiste nel fatto che, quando i rendimenti a lungo termine sono molto bassi, le banche hanno difficoltà a preservare i propri margini di profitto. Di conseguenza la BoJ potrebbe mirare a irripidire la curva dei rendimenti in Giappone al fine di migliorare l’attrattiva degli attivi giapponesi a più lunga scadenza, fattore che potrebbe a sua volta sostenere lo yen.Cominciamo inoltre a pensare che nei paesi periferici europei, inclusa l’Italia, potrebbero esservi sacche di valore.
L’appetibilità delle obbligazioni locali italiane, in particolare per gli investitori nazionali, è piuttosto elevata, e riteniamo che la possibilità di un esito politico catastrofico sia limitata.
Nel Regno Unito siamo alquanto pessimisti sulla capacità della Bank of England di inasprire la politica monetaria in linea con le sue aspettative. Secondo il nostro scenario di base a livello politico, è probabile una ”soft Brexit” ma con una volatilità molto elevata nel periodo di transizione. È difficile formulare previsioni rosee per la sterlina britannica o i rendimenti obbligazionari, soprattutto considerando che, a quanto pare, il picco d’inflazione è ormai alle nostre spalle e le ripercussioni dell’incertezza associata alla Brexit sugli investimenti aziendali restano ancora incerte. (il report è per sommi capi il testo integrale su: http://www.columbiathreadneedle.com)

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Economia sotto l’ombrellone. Investire in tempi di incertezza: cautela, non panico

Posted by fidest press agency su sabato, 25 agosto 2018

Lignano Sabbiadoro (Udine) L’incertezza domina sui mercati, in particolare su quello italiano, per cui per i risparmiatori è fondamentale affidarsi a persone esperte e fare attenzione alle modalità di investimento prescelte. Nel dettaglio, gli esperti consigliano di utilizzare piani d’accumulo o switch programmati, e diversificare i propri investimenti non solo per tipologia, facendo un mix adeguato di strumenti prudenti e strumenti più “aggressivi”, ma anche per area geografiche, settori economici e valute di riferimento degli asset su cui si investe. In particolare, nel prossimo periodo sembrano interessanti l’azionario, soprattutto europeo, legato alle materie prime, all’immobiliare, le aziende che hanno flussi di cassa abbastanza costanti e pagano dividendi discreti, i mercati emergenti in particolare asiatici e, fra qualche tempo, l’oro se dovesse in questi mesi subire un ulteriore discesa. Bisognerà, invece, fare più attenzione ai titoli più volatili e alle obbligazioni, soprattutto a lungo termine, visto un probabile periodo di rialzo dei tassi a livello mondiale.
Nel corso dell’incontro i relatori hanno anche affrontato nel dettaglio la situazione italiana, dove l’incertezza sulle decisioni di politica economica del nuovo governo ha avuto come conseguenza un, ancora contenuto, aumento dello spread, un significativo calo di Piazza Affari e ingenti vendite sui titoli di Stato italiani.
Per Fumei: «I proclami fatti finora, l’idea che spread sia stato inventato dai cattivi o da un complotto internazionale e la continua campagna elettorale, hanno una forte incidenza sull’andamento attuale e potenziale del nostro mercato borsistico. Per fortuna, però, l’Italia è un grande Paese, con grandi imprenditori capaci di lavorare fra i marosi creati dalla politica, per cui sul nostro Paese rimango positivo anche se mi aspetto per i prossimi mesi un andamento della nostra borsa e di quelle europee in stile ottovolante, per cui sarà necessario prestare molta attenzione a come ci si muove». «Lo stock del debito pubblico nazionale – ha osservato Balconi –, seppur altissimo, negli ultimi tre anni è calato e ha visto aumentare la sua durata media, il che è positivo.
«L’aspetto dei controlli e della mancanza di conflitti di interessi da parte di chi propone gli investimenti – è fondamentale – ha sottolineato Fumei – e per questo la nuova Mifid 2 è molto importante perché introduce una maggior trasparenza. Bisogna, però che gli italiani da un lato si informino un po’ di più sui temi finanziari, dall’altro che quando investono, prima di decidere come farlo, si rivolgano a più consulenti e li mettano in concorrenza fra loro analizzando attentamente le diverse proposte, esattamente come fanno fra i vari commercianti quando decidono di comprare un’automobile o una lavatrice». In conclusione, i relatori hanno affrontato i cambiamenti generati nel mondo finanziario dalla digitalizzazione sia nell’operatività quotidiana, sia per la prospettiva di nuovi lavori che sta generando nel mondo della finanza. (in abstract)
L’ottava edizione di Economia sotto l’Ombrellone è organizzata da Eo Ipso – comunicazione ed eventi, ha il patrocinio del Comune di Lignano Sabbiadoro e di Turismo FVG. Main sponsor: Sky Gas & Power, CrediFriuli, Bcc Pordenonese, Bcc Staranzano e Villesse, Banca di Udine. La rassegna ha il contributo di: Confindustria Udine, Ramberti attrezzature balneari, GLP – intellectual property office, Gruppo Greenway Bionenergie, San Daniele bioenergia, Real Comm, Idea Prototipi, SecurBee e Servizi 4.0. Sponsor tecnici: Scriptorium Foroiuliense, Fondazione Villa Russiz, Beach Aurora, Lignano Pineta, Hotel Ristorante President e Porto Turistico Marina Uno.

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Ottava edizione di Economia sotto l’Ombrellone

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Lignano Sabbiadoro (Ud) lunedì 20 agosto inizio alle 18.30, ingresso libero affronta i temi finanziari. “Come investire i propri risparmi in un mondo che cambia” questo il titolo del terzo incontro in programma al Beach Aurora sul Lungomare Alberto Kechler in località Lignano Pineta che si propone, attraverso esperti di primissimo livello, non solamente di dare utili consigli in un clima di grande incertezza, dal crollo della lira turca, alla rivoluzione digitale in essere, ma anche di fare educazione finanziaria e tracciare le possibilità occupazionali che questo ambito può dare.
Se è vero che l’Italia continua a posizionarsi come fanalino di coda tra i principali Paesi più industrializzati per “financial literacy”, letteralmente alfabetizzazione finanziaria, è però innegabile che il mondo finanziario sta vivendo un forte passaggio verso la sua digitalizzazione, il che impone non solamente conoscenza ma soprattutto protezione. Il dato di partenza è piuttosto allarmante: da un rapporto Consob del 2016 emerge che poco più del 40% degli italiani è in grado di definire correttamente alcune nozioni di base, come inflazione. Tendenza confermata dall’indagine dell’Ente Einaudi del 2017 sul risparmio, anch’esso focalizzato sull’educazione finanziaria. I confronti internazionali evidenziano poi un ulteriore elemento di debolezza: fra le economie del G7, l’Italia si colloca all’ultimo posto per l’alfabetizzazione finanziaria. Se il digitale è la direttrice principale della crescita, in cima alla classifica delle competenze finanziarie tra le nuove generazioni c’è la Cina: guida con una media di tre studenti su dieci con livelli di eccellenza, rispetto ad una media OCSE di uno su dieci.
Ad affrontare questi temi sono stati chiamati quattro esperti: Leonardo Balconi, responsabile Area finanza di Credifriuli; Mario Fumei, consulente finanziario; Andrea Paderni, consulente finanziario di Copernico SIM e Nicola Rotondo direttore generale Investitori Associati Consulenza SIM. L’incontro, che ha inizio alle 18.30 ed è ad ingresso libero, è moderato dal giornalista e responsabile editoriale Nordest di EoIpso Carlo Tomaso Parmegiani. Al termine è previsto un aperitivo per consentire di incontrare, in maniera informale e conviviale i relatori.L’ottava edizione di Economia sotto l’Ombrellone è organizzata da Eo Ipso – comunicazione ed eventi, ha il patrocinio del Comune di Lignano Sabbiadoro e di Turismo FVG. Main sponsor: Sky Gas & Power, CrediFriuli, Bcc Pordenonese, Bcc Staranzano e Villesse, Banca di Udine. La rassegna ha il contributo di: Confindustria Udine, Ramberti attrezzature balneari, GLP – intellectual property office, Gruppo Greenway Bionenergie, San Daniele bioenergia, Real Comm, Idea Prototipi, SecurBee e Servizi 4.0. Sponsor tecnici: Scriptorium Foroiuliense, Fondazione Villa Russiz, Beach Aurora, Lignano Pineta, Hotel Ristorante President e Porto Turistico Marina Uno. L’ultimo appuntamento di Economia sotto l’Ombrellone è in programma lunedì 27 agosto
“Occasioni di lavoro dal recupero di antichi mestieri”

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Primo incontro di Economia sotto l’Ombrellone

Posted by fidest press agency su domenica, 5 agosto 2018

Lignano Sabbiadoro (UD) prende il via lunedì 6 agosto l’ottava edizione della rassegna di incontri dedicati ai temi economici al Beach Aurora (Lungomare Alberto Kechler – località Lignano Pineta). Inizio alle 18.30, ingresso libero.
Lo sguardo va diretto al futuro, a quello prevedibile e quello non prevedibile perché c’è una grande “fame” di lavoro. E davanti a un’industria 4.0 che ha scardinato i paradigmi del mondo del lavoro, è necessario ripensare le professionalità. Molti sono gli studi che parlano delle nuove competenze richieste dalle industrie moderne. Ha guardato al passato recente l’Osservatorio dei Consulenti del Lavoro che ha individuato le qualifiche più richieste dalle imprese nell’ultimo quinquennio: davanti a tutti, analisti e progettisti di software, seguiti da disegnatori industriali, professioni sanitarie riabilitative e tecnici programmatori. Guardando invece al prossimo quinquennio, nel maggio scorso Confindustria aveva lanciato l’allarme: analizzando solamente i settori della meccanica, dell’agroalimentare, della chimica, della moda e dell’ICT, aveva rilevato la carenza di ben 280mila figure supertecniche all’impresa manifatturiera italiana. Ma non è solamente una questione di formazione. Accanto alle hard skill, ovvero competenze ben identificabili e altamente specialiste, vengono sempre più apprezzate le cosiddette soft skill, cioè quelle abilità trasversali che hanno a che fare con la comunicazione e con la sfera interpersonale. Secondo un’indagine di LinkedIn infatti, per quasi 6 imprenditori su 10 queste competenze avrebbero un’importanza maggiore rispetto a quelle tecniche. La più apprezzata tra le soft skill è la capacità di leadership, quindi di guidare in modo efficace un team. Subito dietro si piazzano le capacità comunicative, la capacità di lavorare in gruppo e il sempre più ricercato time management, qualità cruciale nell’epoca dello smart working. Che la rivoluzione 4.0 sia un’opportunità, anche occupazionale, pare non ci siano dubbi. Il tema oggi è come cogliere queste opportunità?
Lunedì 6 agosto ad Economia sotto l’Ombrellone intervengono quattro specialisti: il triestino Cristiano Ercolani vicepresidente del Comitato Nazionale di Coordinamento Territoriale di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici (CSIT); Manuel Cacitti, Ceo di SecurBee giovane società che si occupa di consulenza e servizi nell’ambito della cyber security; Marco Giacomini, amministratore delegato di Real Comm realtà che si propone di rendere accessibile a tutti le tecnologie dell’informazione; Alberto Miotti, fondatore di Servizi 4.0 esperto dei percorsi di digitalizzazione ed innovazione delle aziende. A moderare l’incontro ci sarà il giornalista e direttore editoriale Nordest di EoIpso Carlo Tomaso Parmegiani.
L’ottava edizione di Economia sotto l’Ombrellone è organizzata da EoIpso – comunicazione ed eventi, ha il patrocinio del Comune di Lignano Sabbiadoro e di Turismo FVG. Main sponsor: Sky Gas & Power, CrediFriuli, Bcc Pordenonese, Bcc Staranzano e Villesse, Banca di Udine. La rassegna ha il contributo di: Confindustria Udine, Ramberti attrezzature balneari, GLP – intellectual property office, Gruppo Greenway Bionenergie, San Daniele bioenergia, Real Comm, Idea Prototipi, SecurBee e Servizi 4.0. Sponsor tecnici: Scriptorium Foroiuliense, Fondazione Villa Russiz, Beach Aurora, Lignano Pineta, Hotel Ristorante President e Porto Turistico Marina Uno.

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L’eurozona che ci fa soffrire

Posted by fidest press agency su domenica, 29 luglio 2018

Un inciso vorrei dedicarlo all’euro nato per unire una comunità di stati lasciati troppo a lungo al loro destino, ma che sta dimostrando nel tempo i suoi limiti non per incapacità propria di farsi valere ma per la miopia dei suoi membri che non sono riusciti a completare il quadro entro il quale la moneta doveva muoversi in termini di unione politica, economica e sociale. E’ stata una scommessa per chi ha sostenuto questo progetto. L’euro, non dimentichiamolo, è nato con la ragionevole speranza di diventare la seconda moneta del mondo ma, in itinere, sta lasciando solo molti dubbi e incertezze.
Il trattato di Maastricht prevede che l’Uem cammini su due gambe, quella economica e quella monetaria. Se una delle due è forte e l’altra debole, l’Uem zoppica. E’ forse un modo elegante per escludere la “politica” da questo disegno egemone e significa, per noi, la terza gamba. Ma sia chiaro. La politica alla quale intendiamo riferirci è quella che può meglio d’ogni altro strumento mediare le ragioni dell’economia con le attese del sociale. L’Europa della moneta unica si porta dietro un pesante fardello. Non si tratta tanto di garantire che le regole sull’equilibrio dei bilanci non siano valide solo nell’anno dell’esame di passaggio, ma che restassero durature, significa pure prendere atto che vi sono diciotto milioni di disoccupati, sette milioni di sotto occupati, quarantaquattro milioni di poveri ed enormi differenze nel modo di definire il rapporto giustizia, previdenza, assistenza e istruzione tra i vari paesi della comunità. Va in primo luogo ricordato, che l’obiettivo ultimo dell’Uem non è la costruzione astratta di un sistema monetario unificato fine a se stesso. Tutto deve essere, invece, al servizio del benessere del cittadino. Lo scopo non è di aiutare i disoccupati e gli emarginati sociali con un’assistenza supplementare, anche se nella fattispecie è necessaria. Lo scopo è, invece, di ridefinire e orientare in modo nuovo tutte le attività comunitarie e di armonizzare, nella stessa direzione, quelle nazionali. Tanto per cominciare la pressione fiscale sul lavoro deve diminuire, compensando la riduzione delle entrate con l’aumento della fiscalità sull’energia e sulle attività inquinanti in genere, e soprattutto sui redditi del risparmio. L’iva stessa potrebbe essere ridotta su certe attività ricche di offerte di lavoro. Gli stessi finanziamenti dei Fondi strutturali dell’Ue devono essere maggiormente orientati verso gli investimenti in cui l’intensità del capitale abbia meno importanza dell’intensità occupazionale. I disoccupati vanno preparati ad attività nuove e non abbandonati a se stessi come accade oggi. Solo in questo modo saranno in grado di ottenere impieghi per i quali esiste domanda e talora addirittura penuria di mano d’opera. Il contrappeso politico o, se vogliamo il “pendant politico” oggi è indirizzato esclusivamente alla responsabilità nazionale. E’ un grossolano errore. Nel momento in cui ci prefiguriamo un’economia e una finanza capaci di offrirci uno sviluppo armonioso della Comunità, noi dimentichiamo che la battaglia in atto la stiamo facendo azienda dopo azienda, e non tanto e non solo per la quadratura di uno o più bilanci, ma per dare a esse uno spazio vitale, per farle prosperare, per offrire maggiori opportunità lavorative, per restituire dignità agli esseri umani attraverso un corretto impegno di lavoro. Tenere separata la politica dagli affari economici e finanziari significa perseguire una logica consumistica e capitalista d’altri tempi. Significa riversare sull’uomo il prezzo di un successo che appartiene ad altri e non è il frutto di un impegno comune, per marciare insieme uniti e non divisi da interessi contrapposti e dialetticamente inconciliabili. (Riccardo Alfonso)

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Le forme imprenditoriali di crescita economica

Posted by fidest press agency su domenica, 29 luglio 2018

L’epoca attuale non è soltanto caratterizzata dalla meccanizzazione dei metodi produttivi. Oggi prevale il concetto del lavoro cooperativo. “Nel passato l’artigiano specializzato controllava il processo produttivo dal principio alla fine, mentre nella moderna tecnica esso si articola in una molteplicità di operazioni, divise in varie fasi, ciascuna delle quali è trattata come un processo indipendente.” “L’intero ciclo di produzione dalla materia prima al prodotto finito è suddiviso in un certo numero di fasi distinte e ciascun prodotto finito deve passare attraverso non poche di quelle fasi.” Lo stesso ragionamento vale per l’agricoltura attraverso la formazione di cooperative, di consorzi e d’imprese per la trasformazione industriale ed energetica delle risorse della terra. Ciò permetterebbe, tra l’altro, di ridurre la filiera distributiva per favorire, in questo modo, un maggior guadagno del produttore e una minore spesa del consumatore. Si afferma, non certo impropriamente, che creare valore significa determinare benessere. D’altra parte un’impresa per dimensionare la sua effettiva performance economica deve misurarsi con la sua capacità di creare valore. Questo, pur se è innegabile come risultato finale, dà per scontato che l’azienda abbia in precedenza garantito lungo la catena produttiva e di sbocco un valore aggiunto per tutti gli attori da lei coinvolti: fornitori, clienti, dipendenti ecc. E’ un concetto tipico assimilato dall’azionista che stima il reddito ottenuto dal suo investimento in ragione della ricchezza che è stata creata per lui.
Una ricchezza acquisita se il valore del capitale non è stato mortificato, in altre parole la perdita non ha compromesso la sua tenuta complessiva. Non si tratta di un concetto nuovo. Già anni fa la performance economica aziendale, il cosiddetto residual income, calcolava il valore economico aggiunto (Vea) con la differenza tra il reddito di esercizio (Re) e il costo del capitale investito (Coc).
Questo rapporto costo/beneficio è oggi molto avvertito giacché è aumentata la fascia dell’azionariato diffuso accrescendo, di pari passo, l’attesa d’investimenti capaci di recuperare i margini di profitto del passato. In ciò s’innesta sempre di più l’evidente ragione che il valore del capitale è funzione del futuro: un capitale vale, infatti, in misura pari al valore attuale dei redditi che promette di governare in futuro. D’altra parte imparare a gestire il proprio capitale, a ripartirne i rischi, è spesso impresa non facile. Penso alle aziende quotate in borsa e a capitale diffuso (public companies), per cui la quotazione azionaria può essere intesa come misura sufficientemente rappresentativa del valore come non potrebbe essere per imprese che, pur quotate in borsa, hanno una proprietà concentrata e il valore di Borsa esprime al meglio il valore attribuibile a quote marginali di proprietà. Come si può agevolmente notare tale impatto non è agevole se il risparmiatore vuole scendere in campo e misurarsi con l’investimento azionario con l’intento di recuperare il calo dei tassi dei titoli pubblici. Questa è pur sempre da considerarsi una possibilità che provocherà grossi spostamenti di capitali dal pubblico al privato, man mano che si prenderà coscienza di tale realtà. Nello stesso tempo imporrà un miglioramento e un rapporto di fiducia più marcato tra l’investitore-risparmiatore e il suo intermediario. (Riccardo Alfonso)

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L’Europa si divide sui migranti mentre l’economia frena

Posted by fidest press agency su domenica, 1 luglio 2018

Siamo sicuri che l’Italia e l’Europa stiano affrontando le loro vere priorità? C’è grande pathos intorno al tema dei migranti e della loro accoglienza (o meno), cui è stato dedicato il tanto atteso Consiglio europeo, che non sembra aver prodotto alcun risultato significativo, tanto che le regole del gioco cosidette di Dublino sono destinate a rimanere pressoché intatte. Nonostante i numeri ci dicano chiaramente come negli ultimi tempi siano rallentati i flussi migratori – dei profughi e dei migranti per ragioni economiche – nessuno può certo negare che si tratti di un problema strategico, cui è doveroso dare risposte serie e concrete. Ma ci permettiamo di dubitare che la questione meriti la preminenza che gli viene attribuita – da noi pare essere l’unica voce all’ordine del giorno dell’esecutivo gialloverde – e soprattutto che si giustifichi la concitazione con cui se ne discute a livello di governi e con cui viene data in pasto all’opinione pubblica. Tanto che ha ragione Berlusconi – pensate un po’… – quando afferma che la politica estera italiana “non può ridursi ad un’esibizione muscolare”.
Guardiamo per un momento all’Italia. La nostra economia non era ancora pienamente uscita dalla lunga e drammatica fase recessiva, passando dalla ripresina congiunturale alla crescita strutturale di dimensione pari a quella media europea, che già le polveri si sono bagnate. Nel primo trimestre 2018 il pil è cresciuto dello 0,3% in termini congiunturali (cioè rispetto al trimestre precedente), e del’1,4% sul piano tendenziale. Poco in assoluto, e questo spiega perchè in questi giorni la Confindustria, disponendo dei dati semestrali, ha previsto che alla fine dell’anno non andremo oltre il +1,3%. E poco in confronto a quanto accade nell’area euro, che sempre a livello trimestrale cresce dello 0,4% congiunturale e del 2,5% tendenziale (2,3% la Germania, 2,2% la Francia). Ma ciò che più conta è il trend, e tutti gli indicatori fanno presumere che quella che ci aspetta dovrà essere descritta come la fase della frenata, tanto che il già poco esaltante 1,3% di crescita del 2018 per il prossimo anno è destinato a peggiorare. Sono soprattutto le aspettative a tirarci brutti scherzi. Lasciamo perdere per un attimo quelle relative alla stabilità politica, che pure incidono molto, specie sullo spread. La vera doccia fredda verrà dalla fine, ormai annunciata e conclamata, della politica monetaria espansiva. La Bce ha confermato il piano di rientro dal Quantitative Easing, cioè il programma di acquisti netti di titoli di Stato per calmierare tassi e spread: 30 miliardi fino a settembre, poi 15 miliardi da settembre a dicembre e infine la definitiva archiviazione della misura (salvo interventi straordinari, da farsi, però, solo con i rendimenti dei titoli già emessi, e quindi in misura molto limitata). Dunque, i tassi torneranno a salire, seppur gradualmente, e nell’autunno del 2019 finirà anche il mandato di Mario Draghi, l’unico italiano che in sede europea conta davvero. Ergo, via la rete di protezione, altro che piani di spesa per almeno 100 miliardi. Attenzione, tutte cose previste e scontate, e per certi versi pure necessarie. Ma proprio per questo è ancor più grave che nessuno in Italia – né governo, né opposizioni, né classi dirigenti diffuse – si sia posto e si ponga il problema di come affrontare per tempo le conseguenze di questo cambio di paradigma. Che, sia chiaro, non inciderà solo sulla finanza pubblica e quindi sulle politiche di bilancio, ma anche sulla carne viva dell’economia reale.
Peraltro, non può accontentare neppure la tendenza complessiva dell’Eurozona, la cui economia – tra una frenatina nel 2018 e un miglioramento per il 2019 – staziona intorno ad una crescita annuale del 2%. Cioè un punto in meno di quanto è stimato facciano gli Stati Uniti, nonostante un piccolo colpo di freno nel primo trimestre di quest’anno, e di due punti inferiore alla previsione che il Fondo Monetario fa per il pil globale. Tutto questo dovrebbe indurre anche l’Europa a riprogrammare la sua agenda e riformulare i suoi piani. Invece, codardamente si spera che siano gli animal spirit del mercato, da soli, a giocare la partita della nuova fase della globalizzazione, quella dell’industria 4.0 e dell’internet delle cose, mentre assistiamo ad un progressivo avvitamento dei governi e dei parlamenti verso politiche a forte connotazione elettorale, senza che le istituzioni centrali europee siano minimamente in grado, per strumentazione e credibilità, di opporsi.Il tutto mentre le opinioni pubbliche europee, drogate dall’emotività delle parole d’ordine, sembrano plaudire, contente di partecipare alla tenzone. E quando la politica muscolare vellica i bassi istinti popolari, mala tempora currunt. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Consiglio europeo: Opporsi alla creazione di un super ministro unico dell’economia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 giugno 2018

Sulla questione del completamento dell’unione bancaria, invitiamo sempre il presidente del Consiglio e il ministro dell’economia a prendere tempo sulle proposte che l’asse franco-tedesco metterà sul tavolo. In particolare, ci riferiamo alla volontà, più volte espressa soprattutto da alti esponenti francesi, come la direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde e la responsabile della vigilanza europea Daniele Nouy, di voler accelerare il percorso di eliminazione dai bilanci degli istituti di credito europei dei non-performing loans (NPL), introducendo un tetto quantitativo molto restrittivo che le banche dovrebbero rispettare.Dal momento che gli istituti italiani detengono circa un terzo di tutti gli NPL dell’Eurozona, è evidente che essi verrebbero colpiti maggiormente dall’obbligo di eliminare questi crediti, che per evidenza empirica non è detto, tra le altre cose, che siano del tutto irrecuperabili, riducendo l’attività di credito e diventando facile preda dei colossi finanziari internazionali, francesi in primis. A fronte di questo, consigliamo invece al presidente Conte e al ministro Tria di formulare proposte sull’abbattimento dai bilanci degli istituti di credito (soprattutto tedeschi) degli strumenti finanziari di Livello 2 e 3 (cosiddetti “titoli tossici”), che ammontano a circa 6.800 miliardi di euro, circa 12 volte l’ammontare totale degli NPL.Questi strumenti finanziari, per lo più contratti derivati, sono reputati i veri veicoli di rischio finanziario all’interno dell’eurozona e sono soprattutto detenuti dalle banche tedesche e francesi. L’introduzione di politiche per la riduzione di questi strumenti sarebbe la vera priorità che l’unione bancaria dovrebbe perseguire al fine di eliminare il rischio sistemico all’interno del Vecchio Continente”.Lo afferma in una nota Renato Brunetta, deputato di Forza Italia.

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Affari Beyond Borders

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 giugno 2018

Teheran. La Commissione europea (CE) ha costituito un fondo iniziativa Affari Beyond Borders, attualmente avendo le sue sessioni di matchmaking di punta per le PMI e cluster a AMB Iran (fino al 30 giugno, Teheran), è stato elogiato come “una grande iniziativa” durante la cerimonia di apertura della fiera.Alla cerimonia di apertura di AMB Iran, Eric Mamer, Direttore del semestre UE e la competitività all’interno della DG crescere, si è rivolto direttamente l’Unione europea e le PMI iraniani presenti in fiera: “l’UE, e la DG crescere, in particolare, sono a AMB Iran per sostenere il vostro internazionalizzazione sforzi attraverso l’iniziativa business Beyond Borders. E ‘nostro compito di cooperare e creare il miglior ambiente di business possibile per le aziende iraniane UE e”. Allo stesso modo, il bulgaro ambasciatore in Iran, Christo Stefanov Polendakov, ha elogiato Affari Beyond Borders come “una grande iniziativa promuovendo la cooperazione del settore privato tra le imprese comunitarie e internazionali”.Partecipare Mr. e Mr. Mamer Polendakov alla cerimonia di apertura AMB Iran sono stati anche il dottor Amir Hossein Shiravi, il generale-direttore del settore delle lavorazioni presso il Ministero dell’Industria, Miniere e del Commercio iraniano; Mr. Bernhard Müller, Vice Presidente e Membro del Consiglio di Amministrazione di Messe Stuttgart internazionale; Dr. Wilfried Schäfer, amministratore delegato di VDW – Macchina tedesca Associazione utensili per costruzioni; e il dottor Pedram Soltani, primo vicepresidente della ICCIMA.La fiera anche assistito la firma dell’accordo amministrativo tra la Commissione europea Direzione generale per il mercato interno, industria, imprenditorialità e le PMI (DG CRESCERE) e l’Organizzazione promozione del commercio presso il Ministero dell’Industria, Miniere e del commercio l’Iran sul lancio di un dialogo normativo e industriale.Più di 200 piccole e medie imprese europee e internazionali nel settore della lavorazione dei metalli sono ora in corso parte a riunioni di intermediazione su misura e la sessione tecnica UE-Iran Forum.L’evento business Beyond Borders alla AMB Iran è organizzato in collaborazione con la Fiera di Stoccarda e la Camera di Commercio di Iran, industrie, miniere e l’agricoltura.Affari Beyond Borders, un progetto finanziato dalla Commissione europea, consente alle aziende, in particolare le PMI e cluster, al commercio attraverso i confini ed esplorare mercati terzi. Ha tenuto sette eventi internazionali di successo (a Madrid, Città del Capo, Parigi, Milano, Cannes, Santiago e Sydney), dove sono stati concordati oltre 250 nuove partnership commerciali.

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Siamo in attesa del “Il Documento di Economia e Finanza”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 giugno 2018

“Doveva essere approvato dal Parlamento entro la fine di aprile, ma le faticose discussioni riguardo alla formazione del nuovo governo hanno fatto slittare questo termine, ben oltre quella data, tra l’altro andando fuori sincrono rispetto al quadro europeo. Ricordiamo che il Def non è solo un documento interno del nostro Paese. È una sorta di orientamento che il Parlamento dà al Governo in vista delle manovre di autunno, vale a dire della Nota di variazione al Def del 15 settembre e poi della Legge di Bilancio di metà ottobre. Questo documento, insieme alla sequenza degli ulteriori documenti, Nota di variazione e Legge di Bilancio, vanno consegnati alle autorità europee perché facenti parte del programma europeo di definizione del quadro di bilancio di tutti i Paesi, con i giudizi dell’Unione Europea sui singoli Paesi”.Così il deputato Renato Brunetta, in un’intervista a ‘Radio Radicale’, anticipando quello che dirà domani a Montecitorio al ministro Tria durante la discussione al Def. “Ricordiamo a noi stessi – prosegue – che il Def non è il solo documento che deve essere approntato e che i governi hanno l’obbligo di approntare, ma che allegato al Documento di Economia e Finanza c’è anche il PNR (Piano Nazionale per le Riforme), che è la base strategica che ciascun governo dà all’Europa spiegando i proprio conti pubblici (deficit, debito, avanzo, disavanzo, tassi di interesse) alla luce di un processo di riforma che deve migliorare l’efficienza strategica del Paese (produttività, investimenti, infrastrutture).Per cui l’Europa, semmai avesse avuto il Def approvato a fine aprile e il PNR per quella data, avrebbe valutato l’uno alla luce dell’altro, individuando nel Paese il sentiero ottimale. Ma il caso della nostra stagione vuole che, non essendoci entrambi i documenti approvati, ci presenteremo a fine giugno al Consiglio Europeo senza che l’Europa abbia potuto giudicare né le nostre riforme, che non conosciamo, né i nostri conti. Domani ci sarà l’esame parlamentare del Def. Vedremo cosa la maggioranza scriverà nella sua risoluzione per l’approvazione del Documento”.

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L’export italiano non arresta la sua crescita

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 giugno 2018

È un futuro di crescita e opportunità, nonostante le incertezze, quello che attende l’export italiano nei prossimi quattro anni. Forte della profonda evoluzione realizzata negli ultimi dieci anni e dell’eccellente performance del 2017, l’export italiano ha tutto il potenziale per non arrestare la sua crescita e cogliere le opportunità offerte dai mercati esteri anche in un contesto oggettivamente complesso.Questo è il quadro delineato da “Keep Calm & Made in Italy”, l’ultimo Rapporto Export del Polo SACE SIMEST, presentato oggi a Milano.Lo Studio, che include le previsioni 2018-2021 sull’andamento delle esportazioni italiane per Paesi e settori e fornisce approfondimenti sui fenomeni globali a maggiore impatto, prospetta un quadro di vigile ottimismo per le nostre imprese esportatrici e dedica un approfondimento al settore infrastrutturale, elemento chiave per rafforzare la proiezione internazionale dell’Italia.“La performance brillante delle esportazioni italiane nel 2017 non è un successo isolato, ma è la conferma della forza del nostro export, che dalla crisi del 2008 è stato in grado di riadattarsi, migliorare la qualità, aumentare la specializzazione e orientarsi sempre più verso mercati a maggior potenziale – ha dichiarato il Presidente di SACE, Beniamino Quintieri –. Per il 2018 prevediamo una crescita delle esportazioni italiane del 5,8%, un trend positivo che continuerà anche del triennio successivo a un tasso medio annuo del 4,5%: vero e proprio ‘patrimonio nazionale’, l’export continuerà a offrire un contributo decisivo alla crescita del Paese”.“L’incertezza e la volatilità che caratterizzano i mercati in questo momento storico sono importanti, ma dobbiamo abituarci a considerarle come la nuova normalità – ha spiegato Roberta Marracino, Direttore Area Studi e Comunicazione di SACE -. Sono fattori di complessità che devono essere affrontati senza cadere in allarmismi e senza perdere di vista le opportunità esistenti nei mercati esteri e le priorità per coglierle. Tra queste gli investimenti in infrastrutture, soprattutto in ambito portuale, marittimo e del trasporto intermodale, indispensabili per un’economia che basa più del 30% del proprio PIL sull’export e che potrebbero consentirci di recuperare ogni anno 70 miliardi di euro di export”.

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Giovanni Tria nuovo ministro economia e finanza

Posted by fidest press agency su domenica, 3 giugno 2018

GIOVANNI TRIA.jpgÈ il Professor Giovanni Tria, Preside della Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, il nuovo Ministro dell’Economia e Finanze. “Un economista di straordinarie capacità – è il commento del Rettore di “Tor Vergata” Giuseppe Novelli – fortemente impegnato nel processo di crescita e di internazionalizzazione del nostro Ateneo. Con grande equilibrio e attenzione, nell’ambito delle attività accademiche di questi ultimi anni e confermando l’indiscusso valore della nostra scuola di economisti, Tria ha saputo consolidare partnership istituzionali di alto livello e instaurare in maniera proficua relazioni strategiche con numerosi Paesi esteri. Non a caso, il Dipartimento di Economia e Finanza cui afferisce è stato riconosciuto dal MIUR come uno dei Dipartimenti di eccellenza in Italia. A nome di tutto l’Ateneo, faccio al neo Ministro Tria, collega di lunga data, le mie più sincere congratulazioni, certo che saprà offrire la sua esperienza e competenza a beneficio dell’intero Paese”. Giovanni Tria è anche membro dell’Advisory Board Tor Vergata, l’organo strategico di Ateneo presieduto dal Premio Nobel Aaron Ciechanover.

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Veto sulla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 maggio 2018

“Si dice che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia messo il veto sulla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia, se questa notizia fosse confermata avrebbe dell’incredibile. Perché la verità è che non esiste alcuna norma della Costituzione italiana che consente al Presidente della Repubblica di rifiutarsi di nominare un Ministro solamente perché non ne condivide le idee. E se questo veto fosse confermato sarebbe drammaticamente evidente che il Presidente Mattarella è troppo influenzato dagli interessi delle nazioni straniere e dunque Fratelli d’Italia nel caso in cui questo veto impedisca la formazione del nuovo Governo chiederà al Parlamento italiano la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica per alto tradimento a norma dell’articolo 90 della Costituzione perché di gente che fa gli interessi delle nazioni straniere e non degli italiani ne abbiamo vista fin troppa”. Lo ha detto in un video su Facebook il Presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

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Jacques Attali: Come finirà?

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 maggio 2018

come finirà.jpgTraduzione di Fabrizio Saulini. Se la questione del debito pubblico non diventa una delle sfide-chiave, o la sfida principale delle prossime elezioni legislative, sarà inevitabile una crisi di proporzioni enormi. L’Italia è pronta a raccogliere questa sfida?».«Saremo ben presto rovinati? Stiamo portando alla rovina i nostri figli?». Cosa accadrà all’Italia, all’Europa e al mondo se la politica non sarà in grado di frenare la crescita del debito pubblico? Da queste domande parte Jacques Attali per spiegare il fenomeno più evidente nell’economia degli ultimi anni. Mai, se non in tempo di guerra, il debito dei paesi più sviluppati e potenti è stato così alto.
Questo saggio, bestseller in Francia, analizza le cause che hanno portato all’indebitamento e ne ripercorre la storia: dai sistemi di amministrazione fiscale dei governi dell’antica Grecia al primo “buco” nel bilancio nella Roma repubblicana (40 milioni di sesterzi spesi da Cesare per farsi eleggere Pontifex Maximus), dalla nascita del “Tesoro pubblico” nell’Italia del XIII secolo (il “Monte”, istituito nel 1262 a Venezia dal Doge) ai primi esattori delle tasse dell’età moderna (i Fermiers généraux in Francia), fino ad arrivare al XXI secolo.
Oggi si può ancora evitare la rovina dei risparmiatori, dei salariati e dei pensionati? Ma a che prezzo? Quali strategie saranno indispensabili? Come finirà? È un testo fondamentale per capire le difficoltà di un paese come il nostro: infatti come sostiene Attali nel capitolo scritto per l’edizione italiana “la situazione dell’Italia è resa ancor più preoccupante dal fatto che la popolazione non sembra essere in grado, quando sarà il momento, di rispondere agli sforzi richiesti per diminuire drasticamente il livello del debito pubblico».

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“Scalare il muro della paura: perché questo è il mercato rialzista più affannato di sempre”

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 maggio 2018

(By William Davies, Responsabile azionario globale, Columbia Threadneedle Investments) L’attuale fase rialzista dei mercati azionari è giunta al nono anno, un periodo straordinario per gli investitori. All’inizio del mese di marzo 2018, l’indice S&P 500 era quasi quadruplicato rispetto al minimo toccato a marzo 2009 durante la crisi finanziaria e aveva guadagnato il 66% sul massimo pre-crisi dell’ottobre 2007. Sono passati quasi dieci anni, ma non è stata una passeggiata.La correzione di febbraio è stato l’ultimo di una serie di allarmi che si sono susseguiti per quasi un decennio e che hanno visto gli investitori scalare continuamente un muro di paura, in un certo senso benaccetto: la compiacenza dei mercati non è voluta.La reazione alla crisi finanziaria mondiale è stata per lungo tempo incentrata sulla cautela. Una profonda recessione ha gravemente indebolito i bilanci delle società finanziarie, alimentando costantemente i timori sulla fragilità delle banche. I tassi di interesse sono stati ridotti all’osso e a novembre 2008 la Federal Reserve statunitense ha annunciato un programma di quantitative easing (QE) da 600 miliardi di dollari USA. Ad aprile 2009, il Regno Unito ha avviato un programma analogo da 50 miliardi di sterline.Ma la gravità della crisi ha richiesto ulteriori interventi e questi paesi hanno finito per acquistare titoli di Stato per importi, rispettivamente, di 4.500 miliardi di dollari USA e 435 miliardi di sterline. Nel 2015 l’Unione europea ha annunciato il suo programma di QE, che ad oggi ha raggiunto un importo di circa 2.300 miliardi di euro, mentre il Giappone ha rastrellato sul mercato attivi per 521.000 miliardi di yen (4.950 miliardi di dollari USA).
In seguito a questi programmi, le economie si sono gradualmente riprese, molto gradualmente: non ci sono mai stati periodi di espansione eccezionale, ma piuttosto un tasso di crescita nominale costante di circa il 3-4% negli Stati Uniti. I mercati erano in preda a un clima di persistente paura per l’economia e aleggiava sempre la sensazione che il treno stesse per deragliare: il mondo ripiomberà nella recessione? Le banche sono stabili? la Grecia trascinerà l’area euro al ribasso? Fino a quanto scenderanno i prezzi petroliferi? La Cina sarà costretta a svalutare? Gli utili smetteranno di crescere? Vi sono stati periodi di forte agitazione dei mercati negli Stati Uniti, in Europa, in Cina e nei mercati emergenti. Dal punto di vista geopolitico, è stato un periodo tumultuoso, caratterizzato, tra l’altro, dai timori per il fallimento dell’area dell’euro, culminato nella Brexit, la vittoria del Presidente Trump, continue tensioni politiche tra Stati Uniti e Corea del Nord e uno stuolo di elezioni in Europa. C’era sempre qualcosa da temere.
Poi è arrivato il 2017. Stranamente, i dati sulla crescita europea a inizio anno non hanno deluso le aspettative. Allo stesso tempo, i timori degli investitori riguardo al renminbi e al rischio si svalutazione si sono attenuati, anzi la moneta cinese si è persino rivalutata, e la Cina ha conseguito un tasso di crescita economica sostenuto e apparentemente più sostenibile. Tutto ciò ha avuto un effetto di ricaduta sui mercati emergenti, favoriti anche da un lieve indebolimento del dollaro USA.Intanto, le tensioni geopolitiche sono rimaste, ma senza mai evolversi secondo le aspettative: la questione della Brexit si è trascinata a lungo, Trump ha sovrinteso a 15 mesi consecutivi di rialzi del mercato, le elezioni in Francia e nei Paesi Bassi si sono concluse senza particolari incidenti e in Italia, nonostante le elezioni abbiano consegnato al paese un parlamento senza maggioranza, le probabilità di un’uscita dall’euro si stanno ridimensionando. Vi sono stati persino segnali di riconciliazione tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti. In un quadro così complesso, l’aspetto più sorprendente per gli investitori è stato che il peggio, di fatto, non è mai arrivato. Tutto considerato, si è verificato un consolidamento che apre a un contesto propizio alle azioni.
All’inizio del 2018, la paura residua è sembrata dissolversi. Gennaio è stato un mese molto positivo: a livello globale, le azioni hanno guadagnato circa il 7% in poche settimane, grazie al persistere della crescita globale sincronizzata già emersa nell’ultima parte dell’anno precedente. Le prospettive sono state addirittura riviste al rialzo: l’economia statunitense si è rinvigorita, Trump ha approvato un provvedimento di sgravi fiscali da 1.500 miliardi di dollari USA e ha concordato un massiccio incremento della spesa federale. La disoccupazione ha continuato a diminuire: negli Stati Uniti si è attestata al minimo degli ultimi 16 anni (4,1%), nel Regno Unito al minimo degli ultimi quattro decenni (4,3%) e in Europa, complessivamente, ai minimi degli ultimi nove anni.
Il contesto sopra descritto segna di norma l’inizio della fine del ciclo economico: il modesto tasso di disoccupazione e la crescita accelerata sfociano in una limitazione della capacità produttiva, la quale porta ad aumenti salariali che, a loro volta, alimentano i timori che le crescenti pressioni inflazionistiche comincino a farsi sentire. Aumentano le probabilità che siano necessari rialzi dei tassi di interesse più rapidi e consistenti. Quando a gennaio l’inflazione salariale statunitense è cresciuta del 2,9% su base annua, il rialzo più cospicuo dal 2009, la reazione dei mercati non si è fatta attendere: i rendimenti obbligazionari sono balzati in avanti, mentre gli indici azionari mondiali sono crollati. Improvvisamente, c’era di nuovo qualcosa di cui aver paura… e per fortuna.
Una delle tesi più accreditate è che numerosi fattori strutturali abbiano mantenuto basse le retribuzioni, dalle tecnologie rivoluzionarie che hanno fatto esplodere l’economia del precariato ai cambiamenti demografici a livello mondiale. Altri fattori in gioco possono essere il minor potere negoziale da parte dei lavoratori e l’indebolimento dei sindacati rispetto agli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Nel frattempo, l’inflazione si è mantenuta bassa perché l’innovazione tecnologica sconvolge i modelli economici tradizionali e inasprisce la concorrenza, costringendo i fornitori ad arginare i prezzi.In prospettiva, questo è il contesto che i mercati dovranno affrontare e da cui sorge spontanea una domanda: l’inflazione tornerà a crescere più di quanto non si sia previsto?
Con il passare del tempo, constatiamo che vi sono le premesse per un ulteriore periodo di crescita “più bassa più a lungo”, ma con i limiti esistenti già durante la turbolenza economica del 2009: incertezza e preoccupazione continue.La globalizzazione, o quanto meno il libero scambio, sono stati un bene per l’economia, un bene per l’Europa e un bene per i mercati emergenti, ma la loro messa in discussione ora è la principale fonte di preoccupazione per i mercati. I leader carismatici di alcuni paesi, come la Russia, la Cina e l’Arabia Saudita (e, secondo alcuni, gli USA), stanno adottando atteggiamenti sempre più dittatoriali. Anche le scelte che questi e altri governi stanno compiendo, su dazi doganali, guerre commerciali e Brexit, sono incentrate sulla limitazione del libero scambio. Questo non andrà a vantaggio dei mercati e il muro della paura continuerà a incombere su di noi. (Abstract) (grafico: titoli azionari)

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Brunetta: cattive notizie dall’economia italiana

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 maggio 2018

“Ancora cattive notizie provengono dall’economia italiana, nonostante il presidente del Consiglio Gentiloni e il ministro dell’economia senza poteri Pier Carlo Padoan abbiano sbandierato, anche in occasione della presentazione del Documento di Economia e Finanze, una situazione economica rosea e in crescita.L’ultimo dato, in ordine di tempo, a dimostrare come l’ottimismo di Gentiloni e Padoan sia del tutto fuori luogo, è l’Indice Pmi pubblicato oggi da Markit che ha certificato un rallentamento dell’attività manifatturiera in Italia nello scorso mese. L’Indice Pmi manifatturiero si è, infatti, attestato a 53,5 ad aprile dal 55,1 registrato a marzo e dal 56,8 di febbraio. Con il calo di oggi, l’Indice è sceso così al livello più basso dal gennaio 2017.
Un dato, quello italiano, in controtendenza rispetto a quello del resto delle economie europee. Il settore manifatturiero nell’Eurozona si è confermato, infatti, in crescita ad aprile. L’indice dei responsabili degli acquisti del settore ha segnato una risalita a 56,2, contro quota 56,0 segnalata nel mese precedente, al di sopra delle stime degli analisti che si attendevano un risultato invariato a 56,0.Anche nella manifattura, tradizionale punto di forza dell’economia italiana, il nostro Paese si conferma ormai tra le ultime ruote del carro in Europa. Anche la fiducia degli esperti del settore è cominciata a venir meno, per effetto della totale assenza di politiche industriali efficaci varate negli ultimi anni dai governi di centrosinistra”.Lo afferma in una nota Renato Brunetta, deputato di Forza Italia.

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La guerra doganale degli Usa. Perché e dove ci porta, in economia e libertà

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 aprile 2018

La guerra doganale che l’amministrazione del presidente Usa Donald Trump ha intrapreso (essenzialmente contro acciaio e alluminio cinesi nel suo Paese) dovrebbe coinvolgerci marginalmente, vista l’esenzione che ci e’ stata concessa (a noi Ue, insieme a Messico, Canada, Australia, Brasile, Argentina e Corea del Sud) dal nostro alleato di oltre Atlantico. Dovrebbe che, mai come in questo caso, e’ una declinazione al condizionale usata di rito. Nei fatti, siccome il mondo e’ ormai una girandola che, dal punto di vista economico e non solo, difficilmente si puo’ fermare, e’ garantito che le ritorsioni Usa ci cascheranno addosso, anche se non immediatamente.Non ci stupiamo piu’ di tanto, visto l’avanzare di istanze politiche protezioniste e nazionaliste (anche anti Ue, nel nostro piccolo territorio europeo). Che, a nostro avviso, se fossero spiegate al di la’ degli effetti immediati sulla bocca dello stomaco degli elettori, farebbero ricredere non pochi consensi verso questa sorta di filosofia che, in nome del “tutto e subito”, fa lo struzzo nei confronti delle nostre vite future e, soprattutto, nei confronti di quelle dei nostri figli e nipoti. In termini economici e in termini di sicurezza e liberta’.La questione necessita’ di approfondita e chiara analisi, levandosi tutti i paraocchi e pregiudizi. Quanti sono disposti a farla e a renderla fruibile anche ai piu’ riottosi e distratti? Quest’opera di informazione, da parte di coloro (analisti e politici) che riescono a guardare oltre la soglia del proprio uscio, c’e’ intenzione di farla, anche se questo potrebbe comportare non essere sulla cresta dell’onda di quella che (soprattutto a livello di informazione) sembra essere la causa giusta del momento? Qui cerchiamo di farlo, ovviamente, per grandi linee e, piu’ che altro, con spunti, suggerimenti, provocazioni e auspici.
Due, tra i tanti, sono gli aspetti che consideriamo: sicurezza e alimentazione (e non solo).
Sicurezza. Dovunque sentiamo dire che siamo invasi (soprattutto dagli immigrati piu’ o meno clandestini) e che la nostra sicurezza e’ costantemente in pericolo. Ma i reati sono in calo, con tendenze in diminuzione di ben oltre il 20% . Lo stesso dicasi per la corruzione. La fortuna politica di non pochi vincitori delle ultime elezioni politiche si basa su un assioma che viene ripetuto a cantilena: siamo un Paese corrotto. Ma i dati statistici non sono proprio in questo senso , e sta accadendo che la corruzione sopravvalutata ci sta portando alla delegittimazione della politica auspicando, con un fair play leggero quanto macabro, anche periodi (fino a quando? E chi decide?) di sospensione delle nostre liberta’ individuali acquisite pur di concedere ai presunti designati di fare le pulizie senza intoppi.
Alimentazione (e non solo). Prendiamo spunto da un articolo che abbiamo pubblicato sul web di Aduc dove, tra altre informazioni su frutti e verdure, si spiega anche come i dazi doganali hanno la loro importanza negli scambi commerciali e, di conseguenza, influiscono sulle scelte dei consumatori. Acciaio ed alluminio (la materia primaria del contendere da cui siamo partiti) che si muovono tra Cina e Usa, non sono lontani, e soprattutto non e’ lontana la ricaduta dei loro prezzi e scambi su tutta una serie di prodotti: vagheggiare sul fatto che i nostri (Italia e Ue) rapporti col resto del mondo possono anche eludere cio’ che accade in Usa, e’ -per l’appunto- vagheggiare, scambiare alcuni desideri per realta’. Ci rendiamo quindi conto di quale disastro economico e politico ci sarebbe con la riabilitazione di tutti quei muri doganali che negli ultimi secolo abbiamo cominciato a far crollare? C’e’ qualche autarchico disposto, per esempio, a fare a meno (o ad acquistare a prezzi piu’ alti) prodotti di consumo come grano (le importazioni dal Canada, se non ci fossero, avremmo grossi problemi), vari tipi di frutti e verdure, componenti assemblati o da assemblare dell’elettronica, abbigliamento, etc? E poi (qui ci viene anche da ridere…) ci sono anche quelli che vorrebbero i muri doganali anche con Francia, Spagna. Germania… cioe’ tutti quei Paesi dell’Ue nei confronti dei quali oggi le dogane non esistono piu’. Per fare un esempio banale: adoriamo gustare le migliaia di varianti dei pecorini italici, ma abbiamo altrettanta adorazione verso le migliaia di camembert et similia della Francia, e ci teniamo di poterlo continuare a fare non dovendoli trattare come prodotti di lusso. E altrettanto vale per i nostri parmigiani, pecorini e prosciutti oltre le Alpi. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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I giovedì dell’economia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 aprile 2018

Parma Giovedì 5 aprile (Aula K9 del Nuovo Polo Didattico di via Kennedy (vicolo Santa Maria – angolo via Kennedy) parte “I giovedì dell’economia”, un ciclo di incontri aperti al pubblico promosso dal Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Parma con cui si vogliono raccontare i profondi cambiamenti in atto nella società parmigiana, italiana ed europea, condividendo con la cittadinanza gli studi e le ricerche che si svolgono all’interno del Dipartimento.Relatori sono gli stessi docenti del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali, ma anche economisti e studiosi italiani e stranieri. Il taglio degli incontri vuole favorire la “disseminazione culturale” degli studi svolti in Ateneo proponendo temi di ricerca accademica che siano anche di stretta attualità.
Si comincia con Alberto Grandi che, riprendendo i temi del suo libro appena uscito per Mondadori, parlerà di prodotti tipici ed eccellenza agro-alimentare in una chiave non convenzionale. Con Denominazione di origine inventata svelerà quanto marketing e quanto storytelling ci sia dietro al meraviglioso racconto della tradizione gastronomica made in Italy. Di seguito il programma completo degli incontri:
– giovedì 5 aprile ore 16 Alberto Grandi Denominazione di origine inventata
– giovedì 19 aprile ore 16 Augusto Ninni e Sandro Arrighetti Italia Germania 3-3
– giovedì 3 maggio ore 16 Maura Franchi I social networks: una società tracciata?
– giovedì 17 maggio ore 16 Franco Mosconi Industria 4.0: che cosa sta cambiando lungo la Via Emilia?
– giovedì 31 maggio ore 16 Patrizio Bianchi Industria e politica alle origini dell’Italia contemporanea.

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Friuli terra ideale per sviluppare economia dal nuovo turismo e dalla cultura

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2018

Il Friuli, territorio piccolo ma con quattro siti Unesco molto vicini gli uni agli altri e vicini anche al grande catalizzatore Venezia, ha ottime opportunità di legare lo sviluppo economico alla proposta storico-culturale e turistica, intercettando anche, con una strategia integrata e di qualità, parte dei flussi che congestionano il capoluogo veneto e chiedono invece di poter trovare, oltre alla visita alla città lagunare, percorsi ulteriori, personalizzabili, legati alla passione per la scoperta di nuovi siti. Ma è necessario operare seguendo logiche collaborative, mettendo in rete i siti Unesco, le piccole realtà di qualità e il ricco e diffuso patrimonio storico, lavorando come sistema a livello di gestione e direzione, di istituzioni e di imprese, e sviluppando con forza la dimensione digitale, il linguaggio che oggi e domani, sempre più, sarà indispensabile alleato di un turismo che cresce. Francesco Palumbo, direttore generale turismo del Mibact, è convinto che questa sia la strada da percorrere.
Per il turismo «oggi abbiamo strumenti e risorse come mai il nostro Paese ha avuto, siamo in momento molto positivo in termini anche qualitativi», ha confermato Palumbo. Ma che tipo di offerta abbiamo? Siamo in una sorta di dilemma, ha detto: da un lato grandi destinazioni con indicatori positivi, anche talvolta con “eccesso” di turisti, dall’altro luoghi che soffrono di mancanza di flussi, pur esprimendo grande qualità. Ed è proprio questo uno degli elementi su cui basare crescita. «Se vogliamo portare in Italia la qualità vera dobbiamo gestire questo percorso», ha evidenziato Palumbo, cui ha fatto eco Guido, soffermandosi sull’importanza del brand Unesco per l’attrattività di un turismo di qualità, ma invitando a ragionare anche in termini di brand che evidenzino l’identità dei territori e presentando i progetti Mibact che stanno stimolando le partnership pubblico-private nel comparto. Perché, ha sottolineato ancora Palumbo, il piano strategico del turismo 2017-2022, adottato dall’Italia in un grande lavoro partecipato e declinato dalle Regioni, Fvg tra i primi, ha dato impulso anche i privati. Intesa San Paolo, per esempio, ha avviato una linea di credito sul tema, premiando gli interventi coerenti con il piano nazionale e mobilitando una massa ingente di risorse. «Fondamentale – ha aggiunto – anche far presente agli imprenditori che ci sono tantissimi strumenti, a partire dal digitale, esiste la linea “tax credit digitalizzazione” che per metà ogni anno non viene utilizzata. Bisogna far sentire alle imprese che partecipano a un processo, che non sono sole ma parte di un percorso territoriale e dell’esperienza complessiva del turismo e della cultura». E qui si è inserito l’assessore regionale Torrenti, che ha evidenziato l’importanza di «valorizzare le nostre tantissime diversità e particolarità, ma come elemento per unire e non per dividere e creare muri».

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