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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘economia’

Primo incontro di Economia sotto l’Ombrellone

Posted by fidest press agency su domenica, 5 agosto 2018

Lignano Sabbiadoro (UD) prende il via lunedì 6 agosto l’ottava edizione della rassegna di incontri dedicati ai temi economici al Beach Aurora (Lungomare Alberto Kechler – località Lignano Pineta). Inizio alle 18.30, ingresso libero.
Lo sguardo va diretto al futuro, a quello prevedibile e quello non prevedibile perché c’è una grande “fame” di lavoro. E davanti a un’industria 4.0 che ha scardinato i paradigmi del mondo del lavoro, è necessario ripensare le professionalità. Molti sono gli studi che parlano delle nuove competenze richieste dalle industrie moderne. Ha guardato al passato recente l’Osservatorio dei Consulenti del Lavoro che ha individuato le qualifiche più richieste dalle imprese nell’ultimo quinquennio: davanti a tutti, analisti e progettisti di software, seguiti da disegnatori industriali, professioni sanitarie riabilitative e tecnici programmatori. Guardando invece al prossimo quinquennio, nel maggio scorso Confindustria aveva lanciato l’allarme: analizzando solamente i settori della meccanica, dell’agroalimentare, della chimica, della moda e dell’ICT, aveva rilevato la carenza di ben 280mila figure supertecniche all’impresa manifatturiera italiana. Ma non è solamente una questione di formazione. Accanto alle hard skill, ovvero competenze ben identificabili e altamente specialiste, vengono sempre più apprezzate le cosiddette soft skill, cioè quelle abilità trasversali che hanno a che fare con la comunicazione e con la sfera interpersonale. Secondo un’indagine di LinkedIn infatti, per quasi 6 imprenditori su 10 queste competenze avrebbero un’importanza maggiore rispetto a quelle tecniche. La più apprezzata tra le soft skill è la capacità di leadership, quindi di guidare in modo efficace un team. Subito dietro si piazzano le capacità comunicative, la capacità di lavorare in gruppo e il sempre più ricercato time management, qualità cruciale nell’epoca dello smart working. Che la rivoluzione 4.0 sia un’opportunità, anche occupazionale, pare non ci siano dubbi. Il tema oggi è come cogliere queste opportunità?
Lunedì 6 agosto ad Economia sotto l’Ombrellone intervengono quattro specialisti: il triestino Cristiano Ercolani vicepresidente del Comitato Nazionale di Coordinamento Territoriale di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici (CSIT); Manuel Cacitti, Ceo di SecurBee giovane società che si occupa di consulenza e servizi nell’ambito della cyber security; Marco Giacomini, amministratore delegato di Real Comm realtà che si propone di rendere accessibile a tutti le tecnologie dell’informazione; Alberto Miotti, fondatore di Servizi 4.0 esperto dei percorsi di digitalizzazione ed innovazione delle aziende. A moderare l’incontro ci sarà il giornalista e direttore editoriale Nordest di EoIpso Carlo Tomaso Parmegiani.
L’ottava edizione di Economia sotto l’Ombrellone è organizzata da EoIpso – comunicazione ed eventi, ha il patrocinio del Comune di Lignano Sabbiadoro e di Turismo FVG. Main sponsor: Sky Gas & Power, CrediFriuli, Bcc Pordenonese, Bcc Staranzano e Villesse, Banca di Udine. La rassegna ha il contributo di: Confindustria Udine, Ramberti attrezzature balneari, GLP – intellectual property office, Gruppo Greenway Bionenergie, San Daniele bioenergia, Real Comm, Idea Prototipi, SecurBee e Servizi 4.0. Sponsor tecnici: Scriptorium Foroiuliense, Fondazione Villa Russiz, Beach Aurora, Lignano Pineta, Hotel Ristorante President e Porto Turistico Marina Uno.

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L’eurozona che ci fa soffrire

Posted by fidest press agency su domenica, 29 luglio 2018

Un inciso vorrei dedicarlo all’euro nato per unire una comunità di stati lasciati troppo a lungo al loro destino, ma che sta dimostrando nel tempo i suoi limiti non per incapacità propria di farsi valere ma per la miopia dei suoi membri che non sono riusciti a completare il quadro entro il quale la moneta doveva muoversi in termini di unione politica, economica e sociale. E’ stata una scommessa per chi ha sostenuto questo progetto. L’euro, non dimentichiamolo, è nato con la ragionevole speranza di diventare la seconda moneta del mondo ma, in itinere, sta lasciando solo molti dubbi e incertezze.
Il trattato di Maastricht prevede che l’Uem cammini su due gambe, quella economica e quella monetaria. Se una delle due è forte e l’altra debole, l’Uem zoppica. E’ forse un modo elegante per escludere la “politica” da questo disegno egemone e significa, per noi, la terza gamba. Ma sia chiaro. La politica alla quale intendiamo riferirci è quella che può meglio d’ogni altro strumento mediare le ragioni dell’economia con le attese del sociale. L’Europa della moneta unica si porta dietro un pesante fardello. Non si tratta tanto di garantire che le regole sull’equilibrio dei bilanci non siano valide solo nell’anno dell’esame di passaggio, ma che restassero durature, significa pure prendere atto che vi sono diciotto milioni di disoccupati, sette milioni di sotto occupati, quarantaquattro milioni di poveri ed enormi differenze nel modo di definire il rapporto giustizia, previdenza, assistenza e istruzione tra i vari paesi della comunità. Va in primo luogo ricordato, che l’obiettivo ultimo dell’Uem non è la costruzione astratta di un sistema monetario unificato fine a se stesso. Tutto deve essere, invece, al servizio del benessere del cittadino. Lo scopo non è di aiutare i disoccupati e gli emarginati sociali con un’assistenza supplementare, anche se nella fattispecie è necessaria. Lo scopo è, invece, di ridefinire e orientare in modo nuovo tutte le attività comunitarie e di armonizzare, nella stessa direzione, quelle nazionali. Tanto per cominciare la pressione fiscale sul lavoro deve diminuire, compensando la riduzione delle entrate con l’aumento della fiscalità sull’energia e sulle attività inquinanti in genere, e soprattutto sui redditi del risparmio. L’iva stessa potrebbe essere ridotta su certe attività ricche di offerte di lavoro. Gli stessi finanziamenti dei Fondi strutturali dell’Ue devono essere maggiormente orientati verso gli investimenti in cui l’intensità del capitale abbia meno importanza dell’intensità occupazionale. I disoccupati vanno preparati ad attività nuove e non abbandonati a se stessi come accade oggi. Solo in questo modo saranno in grado di ottenere impieghi per i quali esiste domanda e talora addirittura penuria di mano d’opera. Il contrappeso politico o, se vogliamo il “pendant politico” oggi è indirizzato esclusivamente alla responsabilità nazionale. E’ un grossolano errore. Nel momento in cui ci prefiguriamo un’economia e una finanza capaci di offrirci uno sviluppo armonioso della Comunità, noi dimentichiamo che la battaglia in atto la stiamo facendo azienda dopo azienda, e non tanto e non solo per la quadratura di uno o più bilanci, ma per dare a esse uno spazio vitale, per farle prosperare, per offrire maggiori opportunità lavorative, per restituire dignità agli esseri umani attraverso un corretto impegno di lavoro. Tenere separata la politica dagli affari economici e finanziari significa perseguire una logica consumistica e capitalista d’altri tempi. Significa riversare sull’uomo il prezzo di un successo che appartiene ad altri e non è il frutto di un impegno comune, per marciare insieme uniti e non divisi da interessi contrapposti e dialetticamente inconciliabili. (Riccardo Alfonso)

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Le forme imprenditoriali di crescita economica

Posted by fidest press agency su domenica, 29 luglio 2018

L’epoca attuale non è soltanto caratterizzata dalla meccanizzazione dei metodi produttivi. Oggi prevale il concetto del lavoro cooperativo. “Nel passato l’artigiano specializzato controllava il processo produttivo dal principio alla fine, mentre nella moderna tecnica esso si articola in una molteplicità di operazioni, divise in varie fasi, ciascuna delle quali è trattata come un processo indipendente.” “L’intero ciclo di produzione dalla materia prima al prodotto finito è suddiviso in un certo numero di fasi distinte e ciascun prodotto finito deve passare attraverso non poche di quelle fasi.” Lo stesso ragionamento vale per l’agricoltura attraverso la formazione di cooperative, di consorzi e d’imprese per la trasformazione industriale ed energetica delle risorse della terra. Ciò permetterebbe, tra l’altro, di ridurre la filiera distributiva per favorire, in questo modo, un maggior guadagno del produttore e una minore spesa del consumatore. Si afferma, non certo impropriamente, che creare valore significa determinare benessere. D’altra parte un’impresa per dimensionare la sua effettiva performance economica deve misurarsi con la sua capacità di creare valore. Questo, pur se è innegabile come risultato finale, dà per scontato che l’azienda abbia in precedenza garantito lungo la catena produttiva e di sbocco un valore aggiunto per tutti gli attori da lei coinvolti: fornitori, clienti, dipendenti ecc. E’ un concetto tipico assimilato dall’azionista che stima il reddito ottenuto dal suo investimento in ragione della ricchezza che è stata creata per lui.
Una ricchezza acquisita se il valore del capitale non è stato mortificato, in altre parole la perdita non ha compromesso la sua tenuta complessiva. Non si tratta di un concetto nuovo. Già anni fa la performance economica aziendale, il cosiddetto residual income, calcolava il valore economico aggiunto (Vea) con la differenza tra il reddito di esercizio (Re) e il costo del capitale investito (Coc).
Questo rapporto costo/beneficio è oggi molto avvertito giacché è aumentata la fascia dell’azionariato diffuso accrescendo, di pari passo, l’attesa d’investimenti capaci di recuperare i margini di profitto del passato. In ciò s’innesta sempre di più l’evidente ragione che il valore del capitale è funzione del futuro: un capitale vale, infatti, in misura pari al valore attuale dei redditi che promette di governare in futuro. D’altra parte imparare a gestire il proprio capitale, a ripartirne i rischi, è spesso impresa non facile. Penso alle aziende quotate in borsa e a capitale diffuso (public companies), per cui la quotazione azionaria può essere intesa come misura sufficientemente rappresentativa del valore come non potrebbe essere per imprese che, pur quotate in borsa, hanno una proprietà concentrata e il valore di Borsa esprime al meglio il valore attribuibile a quote marginali di proprietà. Come si può agevolmente notare tale impatto non è agevole se il risparmiatore vuole scendere in campo e misurarsi con l’investimento azionario con l’intento di recuperare il calo dei tassi dei titoli pubblici. Questa è pur sempre da considerarsi una possibilità che provocherà grossi spostamenti di capitali dal pubblico al privato, man mano che si prenderà coscienza di tale realtà. Nello stesso tempo imporrà un miglioramento e un rapporto di fiducia più marcato tra l’investitore-risparmiatore e il suo intermediario. (Riccardo Alfonso)

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L’Europa si divide sui migranti mentre l’economia frena

Posted by fidest press agency su domenica, 1 luglio 2018

Siamo sicuri che l’Italia e l’Europa stiano affrontando le loro vere priorità? C’è grande pathos intorno al tema dei migranti e della loro accoglienza (o meno), cui è stato dedicato il tanto atteso Consiglio europeo, che non sembra aver prodotto alcun risultato significativo, tanto che le regole del gioco cosidette di Dublino sono destinate a rimanere pressoché intatte. Nonostante i numeri ci dicano chiaramente come negli ultimi tempi siano rallentati i flussi migratori – dei profughi e dei migranti per ragioni economiche – nessuno può certo negare che si tratti di un problema strategico, cui è doveroso dare risposte serie e concrete. Ma ci permettiamo di dubitare che la questione meriti la preminenza che gli viene attribuita – da noi pare essere l’unica voce all’ordine del giorno dell’esecutivo gialloverde – e soprattutto che si giustifichi la concitazione con cui se ne discute a livello di governi e con cui viene data in pasto all’opinione pubblica. Tanto che ha ragione Berlusconi – pensate un po’… – quando afferma che la politica estera italiana “non può ridursi ad un’esibizione muscolare”.
Guardiamo per un momento all’Italia. La nostra economia non era ancora pienamente uscita dalla lunga e drammatica fase recessiva, passando dalla ripresina congiunturale alla crescita strutturale di dimensione pari a quella media europea, che già le polveri si sono bagnate. Nel primo trimestre 2018 il pil è cresciuto dello 0,3% in termini congiunturali (cioè rispetto al trimestre precedente), e del’1,4% sul piano tendenziale. Poco in assoluto, e questo spiega perchè in questi giorni la Confindustria, disponendo dei dati semestrali, ha previsto che alla fine dell’anno non andremo oltre il +1,3%. E poco in confronto a quanto accade nell’area euro, che sempre a livello trimestrale cresce dello 0,4% congiunturale e del 2,5% tendenziale (2,3% la Germania, 2,2% la Francia). Ma ciò che più conta è il trend, e tutti gli indicatori fanno presumere che quella che ci aspetta dovrà essere descritta come la fase della frenata, tanto che il già poco esaltante 1,3% di crescita del 2018 per il prossimo anno è destinato a peggiorare. Sono soprattutto le aspettative a tirarci brutti scherzi. Lasciamo perdere per un attimo quelle relative alla stabilità politica, che pure incidono molto, specie sullo spread. La vera doccia fredda verrà dalla fine, ormai annunciata e conclamata, della politica monetaria espansiva. La Bce ha confermato il piano di rientro dal Quantitative Easing, cioè il programma di acquisti netti di titoli di Stato per calmierare tassi e spread: 30 miliardi fino a settembre, poi 15 miliardi da settembre a dicembre e infine la definitiva archiviazione della misura (salvo interventi straordinari, da farsi, però, solo con i rendimenti dei titoli già emessi, e quindi in misura molto limitata). Dunque, i tassi torneranno a salire, seppur gradualmente, e nell’autunno del 2019 finirà anche il mandato di Mario Draghi, l’unico italiano che in sede europea conta davvero. Ergo, via la rete di protezione, altro che piani di spesa per almeno 100 miliardi. Attenzione, tutte cose previste e scontate, e per certi versi pure necessarie. Ma proprio per questo è ancor più grave che nessuno in Italia – né governo, né opposizioni, né classi dirigenti diffuse – si sia posto e si ponga il problema di come affrontare per tempo le conseguenze di questo cambio di paradigma. Che, sia chiaro, non inciderà solo sulla finanza pubblica e quindi sulle politiche di bilancio, ma anche sulla carne viva dell’economia reale.
Peraltro, non può accontentare neppure la tendenza complessiva dell’Eurozona, la cui economia – tra una frenatina nel 2018 e un miglioramento per il 2019 – staziona intorno ad una crescita annuale del 2%. Cioè un punto in meno di quanto è stimato facciano gli Stati Uniti, nonostante un piccolo colpo di freno nel primo trimestre di quest’anno, e di due punti inferiore alla previsione che il Fondo Monetario fa per il pil globale. Tutto questo dovrebbe indurre anche l’Europa a riprogrammare la sua agenda e riformulare i suoi piani. Invece, codardamente si spera che siano gli animal spirit del mercato, da soli, a giocare la partita della nuova fase della globalizzazione, quella dell’industria 4.0 e dell’internet delle cose, mentre assistiamo ad un progressivo avvitamento dei governi e dei parlamenti verso politiche a forte connotazione elettorale, senza che le istituzioni centrali europee siano minimamente in grado, per strumentazione e credibilità, di opporsi.Il tutto mentre le opinioni pubbliche europee, drogate dall’emotività delle parole d’ordine, sembrano plaudire, contente di partecipare alla tenzone. E quando la politica muscolare vellica i bassi istinti popolari, mala tempora currunt. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Consiglio europeo: Opporsi alla creazione di un super ministro unico dell’economia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 giugno 2018

Sulla questione del completamento dell’unione bancaria, invitiamo sempre il presidente del Consiglio e il ministro dell’economia a prendere tempo sulle proposte che l’asse franco-tedesco metterà sul tavolo. In particolare, ci riferiamo alla volontà, più volte espressa soprattutto da alti esponenti francesi, come la direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde e la responsabile della vigilanza europea Daniele Nouy, di voler accelerare il percorso di eliminazione dai bilanci degli istituti di credito europei dei non-performing loans (NPL), introducendo un tetto quantitativo molto restrittivo che le banche dovrebbero rispettare.Dal momento che gli istituti italiani detengono circa un terzo di tutti gli NPL dell’Eurozona, è evidente che essi verrebbero colpiti maggiormente dall’obbligo di eliminare questi crediti, che per evidenza empirica non è detto, tra le altre cose, che siano del tutto irrecuperabili, riducendo l’attività di credito e diventando facile preda dei colossi finanziari internazionali, francesi in primis. A fronte di questo, consigliamo invece al presidente Conte e al ministro Tria di formulare proposte sull’abbattimento dai bilanci degli istituti di credito (soprattutto tedeschi) degli strumenti finanziari di Livello 2 e 3 (cosiddetti “titoli tossici”), che ammontano a circa 6.800 miliardi di euro, circa 12 volte l’ammontare totale degli NPL.Questi strumenti finanziari, per lo più contratti derivati, sono reputati i veri veicoli di rischio finanziario all’interno dell’eurozona e sono soprattutto detenuti dalle banche tedesche e francesi. L’introduzione di politiche per la riduzione di questi strumenti sarebbe la vera priorità che l’unione bancaria dovrebbe perseguire al fine di eliminare il rischio sistemico all’interno del Vecchio Continente”.Lo afferma in una nota Renato Brunetta, deputato di Forza Italia.

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Affari Beyond Borders

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 giugno 2018

Teheran. La Commissione europea (CE) ha costituito un fondo iniziativa Affari Beyond Borders, attualmente avendo le sue sessioni di matchmaking di punta per le PMI e cluster a AMB Iran (fino al 30 giugno, Teheran), è stato elogiato come “una grande iniziativa” durante la cerimonia di apertura della fiera.Alla cerimonia di apertura di AMB Iran, Eric Mamer, Direttore del semestre UE e la competitività all’interno della DG crescere, si è rivolto direttamente l’Unione europea e le PMI iraniani presenti in fiera: “l’UE, e la DG crescere, in particolare, sono a AMB Iran per sostenere il vostro internazionalizzazione sforzi attraverso l’iniziativa business Beyond Borders. E ‘nostro compito di cooperare e creare il miglior ambiente di business possibile per le aziende iraniane UE e”. Allo stesso modo, il bulgaro ambasciatore in Iran, Christo Stefanov Polendakov, ha elogiato Affari Beyond Borders come “una grande iniziativa promuovendo la cooperazione del settore privato tra le imprese comunitarie e internazionali”.Partecipare Mr. e Mr. Mamer Polendakov alla cerimonia di apertura AMB Iran sono stati anche il dottor Amir Hossein Shiravi, il generale-direttore del settore delle lavorazioni presso il Ministero dell’Industria, Miniere e del Commercio iraniano; Mr. Bernhard Müller, Vice Presidente e Membro del Consiglio di Amministrazione di Messe Stuttgart internazionale; Dr. Wilfried Schäfer, amministratore delegato di VDW – Macchina tedesca Associazione utensili per costruzioni; e il dottor Pedram Soltani, primo vicepresidente della ICCIMA.La fiera anche assistito la firma dell’accordo amministrativo tra la Commissione europea Direzione generale per il mercato interno, industria, imprenditorialità e le PMI (DG CRESCERE) e l’Organizzazione promozione del commercio presso il Ministero dell’Industria, Miniere e del commercio l’Iran sul lancio di un dialogo normativo e industriale.Più di 200 piccole e medie imprese europee e internazionali nel settore della lavorazione dei metalli sono ora in corso parte a riunioni di intermediazione su misura e la sessione tecnica UE-Iran Forum.L’evento business Beyond Borders alla AMB Iran è organizzato in collaborazione con la Fiera di Stoccarda e la Camera di Commercio di Iran, industrie, miniere e l’agricoltura.Affari Beyond Borders, un progetto finanziato dalla Commissione europea, consente alle aziende, in particolare le PMI e cluster, al commercio attraverso i confini ed esplorare mercati terzi. Ha tenuto sette eventi internazionali di successo (a Madrid, Città del Capo, Parigi, Milano, Cannes, Santiago e Sydney), dove sono stati concordati oltre 250 nuove partnership commerciali.

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Siamo in attesa del “Il Documento di Economia e Finanza”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 giugno 2018

“Doveva essere approvato dal Parlamento entro la fine di aprile, ma le faticose discussioni riguardo alla formazione del nuovo governo hanno fatto slittare questo termine, ben oltre quella data, tra l’altro andando fuori sincrono rispetto al quadro europeo. Ricordiamo che il Def non è solo un documento interno del nostro Paese. È una sorta di orientamento che il Parlamento dà al Governo in vista delle manovre di autunno, vale a dire della Nota di variazione al Def del 15 settembre e poi della Legge di Bilancio di metà ottobre. Questo documento, insieme alla sequenza degli ulteriori documenti, Nota di variazione e Legge di Bilancio, vanno consegnati alle autorità europee perché facenti parte del programma europeo di definizione del quadro di bilancio di tutti i Paesi, con i giudizi dell’Unione Europea sui singoli Paesi”.Così il deputato Renato Brunetta, in un’intervista a ‘Radio Radicale’, anticipando quello che dirà domani a Montecitorio al ministro Tria durante la discussione al Def. “Ricordiamo a noi stessi – prosegue – che il Def non è il solo documento che deve essere approntato e che i governi hanno l’obbligo di approntare, ma che allegato al Documento di Economia e Finanza c’è anche il PNR (Piano Nazionale per le Riforme), che è la base strategica che ciascun governo dà all’Europa spiegando i proprio conti pubblici (deficit, debito, avanzo, disavanzo, tassi di interesse) alla luce di un processo di riforma che deve migliorare l’efficienza strategica del Paese (produttività, investimenti, infrastrutture).Per cui l’Europa, semmai avesse avuto il Def approvato a fine aprile e il PNR per quella data, avrebbe valutato l’uno alla luce dell’altro, individuando nel Paese il sentiero ottimale. Ma il caso della nostra stagione vuole che, non essendoci entrambi i documenti approvati, ci presenteremo a fine giugno al Consiglio Europeo senza che l’Europa abbia potuto giudicare né le nostre riforme, che non conosciamo, né i nostri conti. Domani ci sarà l’esame parlamentare del Def. Vedremo cosa la maggioranza scriverà nella sua risoluzione per l’approvazione del Documento”.

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L’export italiano non arresta la sua crescita

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 giugno 2018

È un futuro di crescita e opportunità, nonostante le incertezze, quello che attende l’export italiano nei prossimi quattro anni. Forte della profonda evoluzione realizzata negli ultimi dieci anni e dell’eccellente performance del 2017, l’export italiano ha tutto il potenziale per non arrestare la sua crescita e cogliere le opportunità offerte dai mercati esteri anche in un contesto oggettivamente complesso.Questo è il quadro delineato da “Keep Calm & Made in Italy”, l’ultimo Rapporto Export del Polo SACE SIMEST, presentato oggi a Milano.Lo Studio, che include le previsioni 2018-2021 sull’andamento delle esportazioni italiane per Paesi e settori e fornisce approfondimenti sui fenomeni globali a maggiore impatto, prospetta un quadro di vigile ottimismo per le nostre imprese esportatrici e dedica un approfondimento al settore infrastrutturale, elemento chiave per rafforzare la proiezione internazionale dell’Italia.“La performance brillante delle esportazioni italiane nel 2017 non è un successo isolato, ma è la conferma della forza del nostro export, che dalla crisi del 2008 è stato in grado di riadattarsi, migliorare la qualità, aumentare la specializzazione e orientarsi sempre più verso mercati a maggior potenziale – ha dichiarato il Presidente di SACE, Beniamino Quintieri –. Per il 2018 prevediamo una crescita delle esportazioni italiane del 5,8%, un trend positivo che continuerà anche del triennio successivo a un tasso medio annuo del 4,5%: vero e proprio ‘patrimonio nazionale’, l’export continuerà a offrire un contributo decisivo alla crescita del Paese”.“L’incertezza e la volatilità che caratterizzano i mercati in questo momento storico sono importanti, ma dobbiamo abituarci a considerarle come la nuova normalità – ha spiegato Roberta Marracino, Direttore Area Studi e Comunicazione di SACE -. Sono fattori di complessità che devono essere affrontati senza cadere in allarmismi e senza perdere di vista le opportunità esistenti nei mercati esteri e le priorità per coglierle. Tra queste gli investimenti in infrastrutture, soprattutto in ambito portuale, marittimo e del trasporto intermodale, indispensabili per un’economia che basa più del 30% del proprio PIL sull’export e che potrebbero consentirci di recuperare ogni anno 70 miliardi di euro di export”.

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Giovanni Tria nuovo ministro economia e finanza

Posted by fidest press agency su domenica, 3 giugno 2018

GIOVANNI TRIA.jpgÈ il Professor Giovanni Tria, Preside della Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, il nuovo Ministro dell’Economia e Finanze. “Un economista di straordinarie capacità – è il commento del Rettore di “Tor Vergata” Giuseppe Novelli – fortemente impegnato nel processo di crescita e di internazionalizzazione del nostro Ateneo. Con grande equilibrio e attenzione, nell’ambito delle attività accademiche di questi ultimi anni e confermando l’indiscusso valore della nostra scuola di economisti, Tria ha saputo consolidare partnership istituzionali di alto livello e instaurare in maniera proficua relazioni strategiche con numerosi Paesi esteri. Non a caso, il Dipartimento di Economia e Finanza cui afferisce è stato riconosciuto dal MIUR come uno dei Dipartimenti di eccellenza in Italia. A nome di tutto l’Ateneo, faccio al neo Ministro Tria, collega di lunga data, le mie più sincere congratulazioni, certo che saprà offrire la sua esperienza e competenza a beneficio dell’intero Paese”. Giovanni Tria è anche membro dell’Advisory Board Tor Vergata, l’organo strategico di Ateneo presieduto dal Premio Nobel Aaron Ciechanover.

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Veto sulla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 maggio 2018

“Si dice che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia messo il veto sulla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia, se questa notizia fosse confermata avrebbe dell’incredibile. Perché la verità è che non esiste alcuna norma della Costituzione italiana che consente al Presidente della Repubblica di rifiutarsi di nominare un Ministro solamente perché non ne condivide le idee. E se questo veto fosse confermato sarebbe drammaticamente evidente che il Presidente Mattarella è troppo influenzato dagli interessi delle nazioni straniere e dunque Fratelli d’Italia nel caso in cui questo veto impedisca la formazione del nuovo Governo chiederà al Parlamento italiano la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica per alto tradimento a norma dell’articolo 90 della Costituzione perché di gente che fa gli interessi delle nazioni straniere e non degli italiani ne abbiamo vista fin troppa”. Lo ha detto in un video su Facebook il Presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

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Jacques Attali: Come finirà?

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 maggio 2018

come finirà.jpgTraduzione di Fabrizio Saulini. Se la questione del debito pubblico non diventa una delle sfide-chiave, o la sfida principale delle prossime elezioni legislative, sarà inevitabile una crisi di proporzioni enormi. L’Italia è pronta a raccogliere questa sfida?».«Saremo ben presto rovinati? Stiamo portando alla rovina i nostri figli?». Cosa accadrà all’Italia, all’Europa e al mondo se la politica non sarà in grado di frenare la crescita del debito pubblico? Da queste domande parte Jacques Attali per spiegare il fenomeno più evidente nell’economia degli ultimi anni. Mai, se non in tempo di guerra, il debito dei paesi più sviluppati e potenti è stato così alto.
Questo saggio, bestseller in Francia, analizza le cause che hanno portato all’indebitamento e ne ripercorre la storia: dai sistemi di amministrazione fiscale dei governi dell’antica Grecia al primo “buco” nel bilancio nella Roma repubblicana (40 milioni di sesterzi spesi da Cesare per farsi eleggere Pontifex Maximus), dalla nascita del “Tesoro pubblico” nell’Italia del XIII secolo (il “Monte”, istituito nel 1262 a Venezia dal Doge) ai primi esattori delle tasse dell’età moderna (i Fermiers généraux in Francia), fino ad arrivare al XXI secolo.
Oggi si può ancora evitare la rovina dei risparmiatori, dei salariati e dei pensionati? Ma a che prezzo? Quali strategie saranno indispensabili? Come finirà? È un testo fondamentale per capire le difficoltà di un paese come il nostro: infatti come sostiene Attali nel capitolo scritto per l’edizione italiana “la situazione dell’Italia è resa ancor più preoccupante dal fatto che la popolazione non sembra essere in grado, quando sarà il momento, di rispondere agli sforzi richiesti per diminuire drasticamente il livello del debito pubblico».

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“Scalare il muro della paura: perché questo è il mercato rialzista più affannato di sempre”

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 maggio 2018

(By William Davies, Responsabile azionario globale, Columbia Threadneedle Investments) L’attuale fase rialzista dei mercati azionari è giunta al nono anno, un periodo straordinario per gli investitori. All’inizio del mese di marzo 2018, l’indice S&P 500 era quasi quadruplicato rispetto al minimo toccato a marzo 2009 durante la crisi finanziaria e aveva guadagnato il 66% sul massimo pre-crisi dell’ottobre 2007. Sono passati quasi dieci anni, ma non è stata una passeggiata.La correzione di febbraio è stato l’ultimo di una serie di allarmi che si sono susseguiti per quasi un decennio e che hanno visto gli investitori scalare continuamente un muro di paura, in un certo senso benaccetto: la compiacenza dei mercati non è voluta.La reazione alla crisi finanziaria mondiale è stata per lungo tempo incentrata sulla cautela. Una profonda recessione ha gravemente indebolito i bilanci delle società finanziarie, alimentando costantemente i timori sulla fragilità delle banche. I tassi di interesse sono stati ridotti all’osso e a novembre 2008 la Federal Reserve statunitense ha annunciato un programma di quantitative easing (QE) da 600 miliardi di dollari USA. Ad aprile 2009, il Regno Unito ha avviato un programma analogo da 50 miliardi di sterline.Ma la gravità della crisi ha richiesto ulteriori interventi e questi paesi hanno finito per acquistare titoli di Stato per importi, rispettivamente, di 4.500 miliardi di dollari USA e 435 miliardi di sterline. Nel 2015 l’Unione europea ha annunciato il suo programma di QE, che ad oggi ha raggiunto un importo di circa 2.300 miliardi di euro, mentre il Giappone ha rastrellato sul mercato attivi per 521.000 miliardi di yen (4.950 miliardi di dollari USA).
In seguito a questi programmi, le economie si sono gradualmente riprese, molto gradualmente: non ci sono mai stati periodi di espansione eccezionale, ma piuttosto un tasso di crescita nominale costante di circa il 3-4% negli Stati Uniti. I mercati erano in preda a un clima di persistente paura per l’economia e aleggiava sempre la sensazione che il treno stesse per deragliare: il mondo ripiomberà nella recessione? Le banche sono stabili? la Grecia trascinerà l’area euro al ribasso? Fino a quanto scenderanno i prezzi petroliferi? La Cina sarà costretta a svalutare? Gli utili smetteranno di crescere? Vi sono stati periodi di forte agitazione dei mercati negli Stati Uniti, in Europa, in Cina e nei mercati emergenti. Dal punto di vista geopolitico, è stato un periodo tumultuoso, caratterizzato, tra l’altro, dai timori per il fallimento dell’area dell’euro, culminato nella Brexit, la vittoria del Presidente Trump, continue tensioni politiche tra Stati Uniti e Corea del Nord e uno stuolo di elezioni in Europa. C’era sempre qualcosa da temere.
Poi è arrivato il 2017. Stranamente, i dati sulla crescita europea a inizio anno non hanno deluso le aspettative. Allo stesso tempo, i timori degli investitori riguardo al renminbi e al rischio si svalutazione si sono attenuati, anzi la moneta cinese si è persino rivalutata, e la Cina ha conseguito un tasso di crescita economica sostenuto e apparentemente più sostenibile. Tutto ciò ha avuto un effetto di ricaduta sui mercati emergenti, favoriti anche da un lieve indebolimento del dollaro USA.Intanto, le tensioni geopolitiche sono rimaste, ma senza mai evolversi secondo le aspettative: la questione della Brexit si è trascinata a lungo, Trump ha sovrinteso a 15 mesi consecutivi di rialzi del mercato, le elezioni in Francia e nei Paesi Bassi si sono concluse senza particolari incidenti e in Italia, nonostante le elezioni abbiano consegnato al paese un parlamento senza maggioranza, le probabilità di un’uscita dall’euro si stanno ridimensionando. Vi sono stati persino segnali di riconciliazione tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti. In un quadro così complesso, l’aspetto più sorprendente per gli investitori è stato che il peggio, di fatto, non è mai arrivato. Tutto considerato, si è verificato un consolidamento che apre a un contesto propizio alle azioni.
All’inizio del 2018, la paura residua è sembrata dissolversi. Gennaio è stato un mese molto positivo: a livello globale, le azioni hanno guadagnato circa il 7% in poche settimane, grazie al persistere della crescita globale sincronizzata già emersa nell’ultima parte dell’anno precedente. Le prospettive sono state addirittura riviste al rialzo: l’economia statunitense si è rinvigorita, Trump ha approvato un provvedimento di sgravi fiscali da 1.500 miliardi di dollari USA e ha concordato un massiccio incremento della spesa federale. La disoccupazione ha continuato a diminuire: negli Stati Uniti si è attestata al minimo degli ultimi 16 anni (4,1%), nel Regno Unito al minimo degli ultimi quattro decenni (4,3%) e in Europa, complessivamente, ai minimi degli ultimi nove anni.
Il contesto sopra descritto segna di norma l’inizio della fine del ciclo economico: il modesto tasso di disoccupazione e la crescita accelerata sfociano in una limitazione della capacità produttiva, la quale porta ad aumenti salariali che, a loro volta, alimentano i timori che le crescenti pressioni inflazionistiche comincino a farsi sentire. Aumentano le probabilità che siano necessari rialzi dei tassi di interesse più rapidi e consistenti. Quando a gennaio l’inflazione salariale statunitense è cresciuta del 2,9% su base annua, il rialzo più cospicuo dal 2009, la reazione dei mercati non si è fatta attendere: i rendimenti obbligazionari sono balzati in avanti, mentre gli indici azionari mondiali sono crollati. Improvvisamente, c’era di nuovo qualcosa di cui aver paura… e per fortuna.
Una delle tesi più accreditate è che numerosi fattori strutturali abbiano mantenuto basse le retribuzioni, dalle tecnologie rivoluzionarie che hanno fatto esplodere l’economia del precariato ai cambiamenti demografici a livello mondiale. Altri fattori in gioco possono essere il minor potere negoziale da parte dei lavoratori e l’indebolimento dei sindacati rispetto agli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Nel frattempo, l’inflazione si è mantenuta bassa perché l’innovazione tecnologica sconvolge i modelli economici tradizionali e inasprisce la concorrenza, costringendo i fornitori ad arginare i prezzi.In prospettiva, questo è il contesto che i mercati dovranno affrontare e da cui sorge spontanea una domanda: l’inflazione tornerà a crescere più di quanto non si sia previsto?
Con il passare del tempo, constatiamo che vi sono le premesse per un ulteriore periodo di crescita “più bassa più a lungo”, ma con i limiti esistenti già durante la turbolenza economica del 2009: incertezza e preoccupazione continue.La globalizzazione, o quanto meno il libero scambio, sono stati un bene per l’economia, un bene per l’Europa e un bene per i mercati emergenti, ma la loro messa in discussione ora è la principale fonte di preoccupazione per i mercati. I leader carismatici di alcuni paesi, come la Russia, la Cina e l’Arabia Saudita (e, secondo alcuni, gli USA), stanno adottando atteggiamenti sempre più dittatoriali. Anche le scelte che questi e altri governi stanno compiendo, su dazi doganali, guerre commerciali e Brexit, sono incentrate sulla limitazione del libero scambio. Questo non andrà a vantaggio dei mercati e il muro della paura continuerà a incombere su di noi. (Abstract) (grafico: titoli azionari)

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Brunetta: cattive notizie dall’economia italiana

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 maggio 2018

“Ancora cattive notizie provengono dall’economia italiana, nonostante il presidente del Consiglio Gentiloni e il ministro dell’economia senza poteri Pier Carlo Padoan abbiano sbandierato, anche in occasione della presentazione del Documento di Economia e Finanze, una situazione economica rosea e in crescita.L’ultimo dato, in ordine di tempo, a dimostrare come l’ottimismo di Gentiloni e Padoan sia del tutto fuori luogo, è l’Indice Pmi pubblicato oggi da Markit che ha certificato un rallentamento dell’attività manifatturiera in Italia nello scorso mese. L’Indice Pmi manifatturiero si è, infatti, attestato a 53,5 ad aprile dal 55,1 registrato a marzo e dal 56,8 di febbraio. Con il calo di oggi, l’Indice è sceso così al livello più basso dal gennaio 2017.
Un dato, quello italiano, in controtendenza rispetto a quello del resto delle economie europee. Il settore manifatturiero nell’Eurozona si è confermato, infatti, in crescita ad aprile. L’indice dei responsabili degli acquisti del settore ha segnato una risalita a 56,2, contro quota 56,0 segnalata nel mese precedente, al di sopra delle stime degli analisti che si attendevano un risultato invariato a 56,0.Anche nella manifattura, tradizionale punto di forza dell’economia italiana, il nostro Paese si conferma ormai tra le ultime ruote del carro in Europa. Anche la fiducia degli esperti del settore è cominciata a venir meno, per effetto della totale assenza di politiche industriali efficaci varate negli ultimi anni dai governi di centrosinistra”.Lo afferma in una nota Renato Brunetta, deputato di Forza Italia.

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La guerra doganale degli Usa. Perché e dove ci porta, in economia e libertà

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 aprile 2018

La guerra doganale che l’amministrazione del presidente Usa Donald Trump ha intrapreso (essenzialmente contro acciaio e alluminio cinesi nel suo Paese) dovrebbe coinvolgerci marginalmente, vista l’esenzione che ci e’ stata concessa (a noi Ue, insieme a Messico, Canada, Australia, Brasile, Argentina e Corea del Sud) dal nostro alleato di oltre Atlantico. Dovrebbe che, mai come in questo caso, e’ una declinazione al condizionale usata di rito. Nei fatti, siccome il mondo e’ ormai una girandola che, dal punto di vista economico e non solo, difficilmente si puo’ fermare, e’ garantito che le ritorsioni Usa ci cascheranno addosso, anche se non immediatamente.Non ci stupiamo piu’ di tanto, visto l’avanzare di istanze politiche protezioniste e nazionaliste (anche anti Ue, nel nostro piccolo territorio europeo). Che, a nostro avviso, se fossero spiegate al di la’ degli effetti immediati sulla bocca dello stomaco degli elettori, farebbero ricredere non pochi consensi verso questa sorta di filosofia che, in nome del “tutto e subito”, fa lo struzzo nei confronti delle nostre vite future e, soprattutto, nei confronti di quelle dei nostri figli e nipoti. In termini economici e in termini di sicurezza e liberta’.La questione necessita’ di approfondita e chiara analisi, levandosi tutti i paraocchi e pregiudizi. Quanti sono disposti a farla e a renderla fruibile anche ai piu’ riottosi e distratti? Quest’opera di informazione, da parte di coloro (analisti e politici) che riescono a guardare oltre la soglia del proprio uscio, c’e’ intenzione di farla, anche se questo potrebbe comportare non essere sulla cresta dell’onda di quella che (soprattutto a livello di informazione) sembra essere la causa giusta del momento? Qui cerchiamo di farlo, ovviamente, per grandi linee e, piu’ che altro, con spunti, suggerimenti, provocazioni e auspici.
Due, tra i tanti, sono gli aspetti che consideriamo: sicurezza e alimentazione (e non solo).
Sicurezza. Dovunque sentiamo dire che siamo invasi (soprattutto dagli immigrati piu’ o meno clandestini) e che la nostra sicurezza e’ costantemente in pericolo. Ma i reati sono in calo, con tendenze in diminuzione di ben oltre il 20% . Lo stesso dicasi per la corruzione. La fortuna politica di non pochi vincitori delle ultime elezioni politiche si basa su un assioma che viene ripetuto a cantilena: siamo un Paese corrotto. Ma i dati statistici non sono proprio in questo senso , e sta accadendo che la corruzione sopravvalutata ci sta portando alla delegittimazione della politica auspicando, con un fair play leggero quanto macabro, anche periodi (fino a quando? E chi decide?) di sospensione delle nostre liberta’ individuali acquisite pur di concedere ai presunti designati di fare le pulizie senza intoppi.
Alimentazione (e non solo). Prendiamo spunto da un articolo che abbiamo pubblicato sul web di Aduc dove, tra altre informazioni su frutti e verdure, si spiega anche come i dazi doganali hanno la loro importanza negli scambi commerciali e, di conseguenza, influiscono sulle scelte dei consumatori. Acciaio ed alluminio (la materia primaria del contendere da cui siamo partiti) che si muovono tra Cina e Usa, non sono lontani, e soprattutto non e’ lontana la ricaduta dei loro prezzi e scambi su tutta una serie di prodotti: vagheggiare sul fatto che i nostri (Italia e Ue) rapporti col resto del mondo possono anche eludere cio’ che accade in Usa, e’ -per l’appunto- vagheggiare, scambiare alcuni desideri per realta’. Ci rendiamo quindi conto di quale disastro economico e politico ci sarebbe con la riabilitazione di tutti quei muri doganali che negli ultimi secolo abbiamo cominciato a far crollare? C’e’ qualche autarchico disposto, per esempio, a fare a meno (o ad acquistare a prezzi piu’ alti) prodotti di consumo come grano (le importazioni dal Canada, se non ci fossero, avremmo grossi problemi), vari tipi di frutti e verdure, componenti assemblati o da assemblare dell’elettronica, abbigliamento, etc? E poi (qui ci viene anche da ridere…) ci sono anche quelli che vorrebbero i muri doganali anche con Francia, Spagna. Germania… cioe’ tutti quei Paesi dell’Ue nei confronti dei quali oggi le dogane non esistono piu’. Per fare un esempio banale: adoriamo gustare le migliaia di varianti dei pecorini italici, ma abbiamo altrettanta adorazione verso le migliaia di camembert et similia della Francia, e ci teniamo di poterlo continuare a fare non dovendoli trattare come prodotti di lusso. E altrettanto vale per i nostri parmigiani, pecorini e prosciutti oltre le Alpi. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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I giovedì dell’economia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 aprile 2018

Parma Giovedì 5 aprile (Aula K9 del Nuovo Polo Didattico di via Kennedy (vicolo Santa Maria – angolo via Kennedy) parte “I giovedì dell’economia”, un ciclo di incontri aperti al pubblico promosso dal Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Parma con cui si vogliono raccontare i profondi cambiamenti in atto nella società parmigiana, italiana ed europea, condividendo con la cittadinanza gli studi e le ricerche che si svolgono all’interno del Dipartimento.Relatori sono gli stessi docenti del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali, ma anche economisti e studiosi italiani e stranieri. Il taglio degli incontri vuole favorire la “disseminazione culturale” degli studi svolti in Ateneo proponendo temi di ricerca accademica che siano anche di stretta attualità.
Si comincia con Alberto Grandi che, riprendendo i temi del suo libro appena uscito per Mondadori, parlerà di prodotti tipici ed eccellenza agro-alimentare in una chiave non convenzionale. Con Denominazione di origine inventata svelerà quanto marketing e quanto storytelling ci sia dietro al meraviglioso racconto della tradizione gastronomica made in Italy. Di seguito il programma completo degli incontri:
– giovedì 5 aprile ore 16 Alberto Grandi Denominazione di origine inventata
– giovedì 19 aprile ore 16 Augusto Ninni e Sandro Arrighetti Italia Germania 3-3
– giovedì 3 maggio ore 16 Maura Franchi I social networks: una società tracciata?
– giovedì 17 maggio ore 16 Franco Mosconi Industria 4.0: che cosa sta cambiando lungo la Via Emilia?
– giovedì 31 maggio ore 16 Patrizio Bianchi Industria e politica alle origini dell’Italia contemporanea.

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Friuli terra ideale per sviluppare economia dal nuovo turismo e dalla cultura

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 marzo 2018

Il Friuli, territorio piccolo ma con quattro siti Unesco molto vicini gli uni agli altri e vicini anche al grande catalizzatore Venezia, ha ottime opportunità di legare lo sviluppo economico alla proposta storico-culturale e turistica, intercettando anche, con una strategia integrata e di qualità, parte dei flussi che congestionano il capoluogo veneto e chiedono invece di poter trovare, oltre alla visita alla città lagunare, percorsi ulteriori, personalizzabili, legati alla passione per la scoperta di nuovi siti. Ma è necessario operare seguendo logiche collaborative, mettendo in rete i siti Unesco, le piccole realtà di qualità e il ricco e diffuso patrimonio storico, lavorando come sistema a livello di gestione e direzione, di istituzioni e di imprese, e sviluppando con forza la dimensione digitale, il linguaggio che oggi e domani, sempre più, sarà indispensabile alleato di un turismo che cresce. Francesco Palumbo, direttore generale turismo del Mibact, è convinto che questa sia la strada da percorrere.
Per il turismo «oggi abbiamo strumenti e risorse come mai il nostro Paese ha avuto, siamo in momento molto positivo in termini anche qualitativi», ha confermato Palumbo. Ma che tipo di offerta abbiamo? Siamo in una sorta di dilemma, ha detto: da un lato grandi destinazioni con indicatori positivi, anche talvolta con “eccesso” di turisti, dall’altro luoghi che soffrono di mancanza di flussi, pur esprimendo grande qualità. Ed è proprio questo uno degli elementi su cui basare crescita. «Se vogliamo portare in Italia la qualità vera dobbiamo gestire questo percorso», ha evidenziato Palumbo, cui ha fatto eco Guido, soffermandosi sull’importanza del brand Unesco per l’attrattività di un turismo di qualità, ma invitando a ragionare anche in termini di brand che evidenzino l’identità dei territori e presentando i progetti Mibact che stanno stimolando le partnership pubblico-private nel comparto. Perché, ha sottolineato ancora Palumbo, il piano strategico del turismo 2017-2022, adottato dall’Italia in un grande lavoro partecipato e declinato dalle Regioni, Fvg tra i primi, ha dato impulso anche i privati. Intesa San Paolo, per esempio, ha avviato una linea di credito sul tema, premiando gli interventi coerenti con il piano nazionale e mobilitando una massa ingente di risorse. «Fondamentale – ha aggiunto – anche far presente agli imprenditori che ci sono tantissimi strumenti, a partire dal digitale, esiste la linea “tax credit digitalizzazione” che per metà ogni anno non viene utilizzata. Bisogna far sentire alle imprese che partecipano a un processo, che non sono sole ma parte di un percorso territoriale e dell’esperienza complessiva del turismo e della cultura». E qui si è inserito l’assessore regionale Torrenti, che ha evidenziato l’importanza di «valorizzare le nostre tantissime diversità e particolarità, ma come elemento per unire e non per dividere e creare muri».

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Possibili scenari USA previsti da Candriam per il 2018-2019

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 febbraio 2018

A cura di Nadège Dufossé, CFA, Head of Asset Allocation di Candriam Investors Group. Dalla scorsa settimana, i mercati azionari hanno bruciato la maggior parte dei guadagni del 2018. La partenza a razzo delle borse a gennaio era stata troppo rapida e gli indicatori del sentiment erano diventati eccessivamente ottimistici. Tuttavia, il sell-off del mercato è più sistemico che basato sui fondamentali. Il crescente timore degli investitori che il cosiddetto scenario di Goldilocks stia per chiudersi è ingiustificato anzi, a nostro avviso, un contesto di fondamentali favorevoli finirà per prevalere.Dalla fine della scorsa settimana, gli investitori azionari hanno cominciato a monetizzare i loro guadagni del 2018, inizialmente perché preoccupati di una possibile fine dello scenario di Goldilocks, e in particolare, di un’improvvisa fiammata dell’inflazione statunitense. Tuttavia, il vero motivo alla base del crollo improvviso del mercato azionario americano di lunedì è stato un sell-off tecnico, non una paura legata all’inflazione, come dimostrato dal calo dei rendimenti obbligazionari durante il sell-off azionario. È stato il risultato di una vendita sistematica e del riacquisto di consistenti posizioni corte sull’indice di volatilità (Vix).Un’espansione molto più solida delle attese registrata qualche settimana fa, una rinnovata debolezza del dollaro statunitense e prezzi delle materie prime in crescita sono solo alcune delle molteplici ragioni che spingono a temere il ritorno dell’inflazione. Dopo quasi un decennio di sorprese deflazionistiche ininterrotte, la view generale di un prosieguo di un’inflazione al di sotto del trend sta vacillando. Noi concordiamo con la Fed sul fatto che quest’anno l’inflazione statunitense dovrebbe aumentare.Il ciclo statunitense è quello più avanzato a livello globale – come testimonia il tasso di disoccupazione – e ha ricevuto uno stimolo ulteriore dalla riforma fiscale. Ciò ha fatto sì che le percezioni cambiassero rapidamente. Da fine novembre, i rendimenti obbligazionari dei Treasury decennali, trainati da aspettative sull’inflazione in crescita, hanno registrato un netto rialzo. Tuttavia, i rendimenti reali statunitensi sono rimasti estremamente bassi, offrendo un forte supporto all’economia e alle azioni.Candriam prevede tre scenari per il 2018-2019 negli Stati Uniti:
Il mercato obbligazionario statunitense si rende finalmente conto che non è in arrivo alcuna recessione e si adatta rapidamente al percorso previsto dalla Fed di tre rialzi dei tassi per quest’anno e di altri tre nel 2019. In parte, i rendimenti obbligazionari in crescita sono maggiormente in sintonia con l’aumento del valore dei titoli azionari. Guardando al futuro, ci aspettiamo un’ulteriore normalizzazione, ma senza overshooting, con il rendimento dei titoli di Stato Usa a 10 anni che potrebbe raggiungere il 3% nel 2018, grazie alla forza dell’espansione.
La riforma fiscale induce le imprese a investire di più in modo stabile (+10% sia nel 2018 che nel 2019) con un forte aumento della produttività. In questo contesto, l’inflazione rimane contenuta e la Fed si attiene al suo piano. I mercati azionari continuano a crescere, sostenuti dagli incrementi degli utili. I tassi a lungo termine aumentano con l’incrementare del tasso di crescita potenziale e non provocano un rallentamento dell’economia.I mercati realizzano improvvisamente che la Fed sia dietro la curva e cominciano a temere un’impennata dell’inflazione: i tassi di interesse di lungo termine aumentano in maniera significativa, causando un calo nel mercato azionario. Questo timore si basa principalmente sulle aspettative inflazionistiche, piuttosto che su dati effettivi sull’inflazione.Al di fuori degli Stati Uniti, tuttavia, vi sono pochi segnali di pressioni inflazionistiche. In particolare, la situazione è molto diversa nell’Eurozona, dove è probabile che l’inflazione converga molto gradualmente verso l’obiettivo del 2% fissato dalla BCE. I dati pubblicati nel mese di gennaio, con l’indice annuale dei prezzi al consumo che è sceso all’1,3% (e quello core all’1%) hanno confermato un trend inflazionistico debole. Il movimento al rialzo della valuta negli ultimi 12 mesi sta allentando ulteriormente le tensioni.Per il momento, non c’è motivo di mettere in discussione il nostro scenario di base. Ci aspettiamo, infatti, che il contesto di Goldilocks prevarrà per tutto il 2018, grazie anche al perdurante sostegno dei fondamentali. Le azioni sono diventate ancora più interessanti dopo la recente correzione. I mercati azionari statunitensi scambiano, attualmente, a un multiplo di 17x gli utili per il 2018, mentre appena una settimana fa il P/E forward si attestava ancora al di sopra delle 20 volte. Infine, una forte crescita degli utili dovrebbe continuare a sostenere le performance dei mercati azionari. In questo contesto di mercato fondamentalmente solido, e sebbene potremmo assistere a una seconda ondata di vendite sistemiche, siamo in attesa di una stabilizzazione delle dinamiche di mercato e di un momento propizio per incrementare ulteriormente la nostra esposizione sull’azionario. (foto: Nadege_Dufosse)

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Pubblicato il documento “Riforma del Terzo Settore: le erogazioni liberali e il social bonus”

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 gennaio 2018

reti impresaLa Fondazione Nazionale dei Commercialisti ha pubblicato il documento “Riforma del Terzo Settore: le erogazioni liberali e il social bonus”. Come noto quest’estate ha trovato attuazione la riforma del Terzo settore, avviata con la legge delega del 2016 (legge 6 giugno 2016, n. 106). Nell’agosto scorso sono stati infatti pubblicati i relativi decreti attuativi: il D.Lgs. 6 marzo 2017, n. 4, contenente la disciplina del servizio civile universale; il D.Lgs. 3 luglio 2017, n. 111, che riforma la disciplina di destinazione del cinque per mille; il D.Lgs. 3 luglio 2017, n. 112, di revisione della disciplina dell’impresa sociale e, probabilmente il più rilevante per importanza, il D.Lgs. 3 luglio 2017, n. 117 che ha introdotto nel nostro ordinamento il Codice del Terzo settore. Si è così realizzata la codificazione della normativa del Terzo settore, fornendo finalmente una disciplina unitaria che regola gli enti del Terzo settore sotto il profilo civilistico, aziendalistico e fiscale. Il Codice del Terzo Settore, infatti, istituisce un Registro unico nazionale del Terzo settore, strutturato per diversi sotto-settori, definisce la categoria degli ETS, ne individua diverse tipologie, specifica le attività di interesse generale che i medesimi possono svolgere, delinea le diverse forme di finanziamento cui possono accedere e regola gli adempimenti fiscali, contabili e gestionali cui sono chiamati. La rilevanza della riforma in atto, nonché l’ampiezza dei temi affrontati, ha suggerito l’opportunità di effettuare degli approfondimenti monotematici dei principali contenuti della riforma, mediante la pubblicazione di alcuni documenti della Fondazione Nazionale dei Commercialisti. Data la diversa tempistica di entrata in vigore delle disposizioni che compongono il quadro normativo delineato dal legislatore delegato, si è ritenuto utile prendere le mosse da quella parte di disciplina di prossima applicazione e, in particolare, dal nuovo regime di agevolazioni fiscali riconosciute a fronte di erogazioni liberali. La riforma del Terzo settore ha, infatti, riservato particolare attenzione alla razionalizzazione e incentivazione del sistema delle agevolazioni fiscali riconosciute ai soggetti che scelgono di sostenere finanziariamente gli enti del Terzo settore, favorendo l’afflusso verso enti particolarmente meritevoli di beni e risorse finanziarie derivanti da liberalità. Questo argomento é di estremo interesse per la categoria dei dottori commercialisti e degli esperti contabili visto l’impegno nel mondo del no profit in quanto coprono vari ruoli: come consulenti, come componenti degli organi di controllo interno, come revisori legali e spesso anche come amministratori.Il documento completo é disponibile online sul sito della Fondazione Nazionale dei Commercialisti (www.fondazionenazionalecommercialisti.it)

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Sondaggio sulla situazione attuale dell’economia italiana

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 gennaio 2018

industria-mecspe1E’ stato effettuato presso i suoi Soci tra il 18 ed il 31 dicembre 2017. Ha visto la partecipazione di 48 intervistati. Circa il 90% degli operatori finanziari ritengono positiva e stabile la situazione attuale dell’economia Italiana. In termini di aspettative sui prossimi sei mesi, la differenza tra coloro che risultano ottimisti sulle prospettive dell’economia italiana, rispetto ai pessimisti, è pari a 27,7, un valore che rappresenta il “CFA Italy Radiocor Sentiment Index” per il mese di gennaio 2018. Il dato di sintesi scende rispetto alla precedente rilevazione di 34,5, mantenendosi comunque su valori superiori alla prima metà del 2017.
I risultati del sondaggio relativo alla situazione macroeconomica attuale ed attesa italiana vanno letti nel quadro di una crescita globale che nel corso del 2017 ha sorpreso in positivo, manifestandosi più sostenuta e sincronizzata di quanto non fosse atteso da molti analisti, e le attese sull’Italia non hanno fatto eccezione seguendo la stessa tendenza. Infatti, se ad inizio 2017 gli “ottimisti” sulla crescita italiana nel sondaggio rappresentavano poco più del 20%, con un Sentiment Index che si attestava a valori inferiori al 10%, nel corso dell’anno la tendenza è stata per una progressiva revisione al rialzo, complici anche una stringa di dati positivi di sia dal lato della produzione che della domanda interna. Ad oggi, nonostante una inflessione nell’ultimo dato di dicembre, probabilmente dettata anche dall’effetto legato al recente annuncio dell’appuntamento elettorale di marzo, il Sentiment Index sembra comunque confermare l’attesa di una situazione economica in consolidamento che si inserisce in un contesto generalmente favorevole. Guardando nel dettaglio della survey, infatti, i partecipanti all’indagine sembrano avere attese molto positive nei confronti dell’economia europea in aggregato, se vogliamo anche migliori rispetto all’economia americana, benché nell’ultimo mese l’approvazione del Tax Cut and Jobs Act negli U.S.A. abbia probabilmente determinato un lieve upgrade delle previsioni di crescita americane, come si può evincere dal miglioramento del sondaggio su questa area. Sull’altro tema macroeconomico “caldo”, l’inflazione, i partecipanti sembrano prendere una posizione molto netta e condividere generalmente l’opinione che nei prossimi sei mesi, in primis negli Stati Uniti ma con notevole e rinforzata fiducia anche in Eurozona e in Italia, rivedremo l’inflazione risalire, verosimilmente diretta conseguenza delle attese di crescita che porteranno l’economia americana ed europea a crescere sopra potenziale per un altro anno in un contesto globale in cui l’output gap dovrebbe anch’esso approssimarsi a chiusura. Pressioni domestiche (crescita sopra potenziale), riduzione dell’overcapacity globale (global output gap in restringimento) e attese di petrolio in crescita sono verosimilmente il quadro che i partecipanti al sondaggio si attendono per giustificare queste attese di inflazione al rialzo.Coerentemente con questo contesto macroeconomico positivo, i partecipanti propongono view di tassi a tre mesi in salita, scontando da un lato una Federal Reserve che nel rispetto del proprio mandato, continuerà un tightening graduale e probabilmente una Banca Centrale Europea che progressivamente inizierà a mostrarsi meno dovish di quanto non sia attualmente prezzato. Un rialzo è inoltre scontato sulla parte a lunga della curva, verosimile riflesso delle citate condizioni economiche, attese di inflazione e variazione dei tassi a breve.In questo contesto, i partecipanti al sondaggio continuano a vedere un modesto apprezzamento del dollaro USA vs Euro, sebbene la percentuale sia in diminuzione, ed un deprezzamento più marcato dello Yen.Relativamente alle performance attese del mercato azionario, i partecipanti sembrano suggerire una preferenza relativa per il mercato italiano ed europeo rispetto a quello americano. Con riferimento invece alla redditività delle società italiane, nei prossimi sei mesi il re-rating delle aspettative di crescita, inflazione e politica monetaria hanno prodotto rispetto al mese passato una riallocazione delle preferenze per il settore petrolifero, con il maggiore incremento, seguito dal settore Assicurativo e poi Bancario. In discesa le attese di redditività del settore Automobilistico, delle Costruzioni e delle Comunicazioni.

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“Giappone economia: tre motivi di uno scenario positivo”

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 dicembre 2017

Nomoto_DaisukeNelle ultime settimane abbiamo ulteriormente incrementato la nostra esposizione alle azioni giapponesi, alla luce di catalizzatori di breve periodo quali: l’accelerazione degli utili societari bottom-up; indicazioni che la riforma a livello aziendale in atto accresce il rendimento per gli azionisti; aspettative economiche solide; il calo dei rischi politici in seguito alla netta vittoria del premier Abe alle recenti elezioni anticipate; e il fatto che il settore privato nipponico sia fortemente esposto, da un punto di vista operativo, al miglioramento generalizzato della congiuntura mondiale.
In prospettiva, intravediamo tre trend principali che, a nostro giudizio, favoriranno le azioni giapponesi nel 2018 e negli anni successivi.
1) La riforma della corporate governanceI temi di discussione con i dirigenti delle società giapponesi sono cambiati significativamente nell’ultimo decennio, spostandosi verso la strategia aziendale a lungo termine, le relazioni mandante/mandatario, ecc. Questo sviluppo positivo è il risultato dell’introduzione della riforma della corporate governance due anni fa e ha gradualmente contribuito a incrementare la redditività del capitale proprio (Return on Equity, ROE) delle società nipponiche. Crediamo che una migliore corporate governance continuerà a contribuire a liberare il valore inespresso nelle azioni giapponesi.Due dei principali obiettivi degli incentivi di corporate governance sono: 1) eliminare i conflitti d’interesse che esistono tra il management e gli azionisti; 2) assicurare che gli asset della società vengano utilizzati in modo efficace nel migliore interesse degli stakeholder. Vi è una correlazione positiva tra il livello della governance societaria migliorata e il ROE delle società giapponesi. La Figura 1 indica che il ROE medio delle aziende nipponiche è stato decisamente inferiore a quello delle società statunitensi ed europee nel 2011, ma il divario risulta nettamente ridotto nel 2017.La Financial Services Agency giapponese ha proposto uno “Stewardship Code”, che intende promuovere una crescita sostenibile delle aziende in aggiunta al conseguimento di rendimenti d’investimento equi per i clienti e i beneficiari. Stiamo quindi osservando un netto incremento dei dividendi da parte delle società nipponiche nonché il lancio di programmi di riacquisto di azioni proprie. A fronte di una liquidità totale nei bilanci delle aziende giapponesi pari a un livello senza precedenti di oltre 250.000 miliardi di yen (2.300 miliardi di dollari), è probabile che queste ultime continueranno a incrementare i dividendi, effettueranno maggiori operazioni di fusione e acquisizione (M&A) e avvieranno ulteriori programmi di riacquisto di azioni proprie per attenuare l’impatto negativo sul ROE dell’eccessiva liquidità in bilancio.
Redditività del capitale proprio2) Il miglioramento della produttività: la riforma del mercato del lavoro. La produttività è un concetto molto più importante per l’economia giapponese e le sue aziende rispetto alla semplice crescita sostenuta. Il premier Abe ha portato avanti riforme del mercato del lavoro con l’obiettivo di incentivare le donne e i pensionati a tornare al lavoro, incrementando il tasso di partecipazione alle forze di lavoro. Le diverse iniziative del governo stanno iniziando a portare i frutti sperati: circa 1,5 milioni di donne giapponesi si sono aggiunte alle forze di lavoro negli ultimi quattro anni e il tasso di partecipazione femminile è salito al 68%, ossia di otto punti percentuali negli ultimi 15 anni, colmando il divario con gli Stati Uniti, stando ai dati OCSE. Inoltre, il numero totale di dipendenti è cresciuto di oltre 2,4 milioni negli ultimi quattro anni.
La deregolamentazione della struttura del lavoro in Giappone è in atto e ha l’obiettivo di incrementare i salari e fornire migliori opportunità di carriera ai lavoratori non a tempo pieno. Nell’ambito delle riforme strutturali di Abe, il governo ha introdotto il concetto di “pari remunerazione a parità di lavoro”, chiamato “Hatarakikata-Kaikaku” con l’obiettivo di migliorare la produttività del lavoro. Stando al rapporto di McKinsey intitolato “The Future of Japan: Reigniting Productivity and Growth” (“Il futuro del Giappone: rilanciare la produttività e la crescita”), se il Giappone riuscirà a raddoppiare il suo tasso di produttività, potrebbe spingere la crescita del PIL a circa il 3% e ottenere un incremento del PIL che potrebbe arrivare fino al 30% entro il 2025. Si noti che l’obiettivo del governo giapponese consiste nell’incrementare il PIL a 600.000 miliardi di yen (attualmente è pari a 546.000 miliardi), ossia 5.500 miliardi di dollari, entro il 2020. 3) Le società riusciranno a mantenere la loro competitività? (foto: Redditività del capitale proprio, Nomoto_Daisuke)

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