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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

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Il coronavirus rappresenta un chiaro shock per l’economia mondiale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 marzo 2020

A cura di Neil Robson, Responsabile azioni globali di Columbia Threadneedle Investments. La natura della malattia è molto diversa da altre patologie quali la SARS e l’influenza suina, poiché presenta un tasso di trasmissione nettamente superiore e, fortunatamente, un tasso di mortalità molto inferiore. L’altra differenza evidente è che l’infezione si è ormai diffusa al di fuori dell’Asia. Fino a circa 10 giorni fa, i cittadini europei e statunitensi si sentivano sollevati dal fatto che la problematica fosse circoscritta alla Cina, con alcuni focolai nel resto dell’Asia. Adesso, invece, a seguito degli sviluppi avvenuti in Corea, in Italia e in altri paesi europei, questa visione tranquillizzante dei mercati è stata infranta e l’S&P ha perso quasi il 7% rispetto ai massimi registrati alcune sessioni fa.
Trovo incoraggiante il successo di Singapore nel limitare i casi e nell’evitare decessi. Ovviamente, in prospettiva futura, riteniamo che l’epidemia di coronavirus andrà scemando: il caldo estivo dovrebbe ridurre i tassi di trasmissione, ma anche prima di allora, il successo delle strategie di contenimento dovrebbe determinare una riduzione dell’incidenza della malattia. Se si considerano le statistiche cinesi (presupponendo che siano accurate), è già possibile osservare i risultati della strategia di contenimento aggressiva. La crisi sarà dunque probabilmente superata nei prossimi mesi.Di conseguenza, quale sarà l’impatto economico? Finora, abbiamo potuto notare due effetti evidenti: consumi in calo e offerta in diminuzione. Sulla base di quanto avvenuto in Cina, si osserva che nel momento in cui la malattia diventa la preoccupazione centrale delle persone, i consumi calano. Un aggiornamento di mercato rilasciato da Adidas la scorsa settimana ha indicato che le attività cinesi della società erano scese dell’85%, un livello che lascia ben poco spazio a ulteriori commenti da parte degli analisti. Si tratta di un vero e proprio disastro, la cui natura è però temporanea. Nel giro di pochi mesi, e certamente entro la fine di quest’anno, con ogni probabilità torneremo in linea con l’andamento tendenziale. Tuttavia, sospetto che una quota significativa del calo dei consumi andrà persa definitivamente. Se da un lato è possibile che alla fine sostituiremo il nostro smartphone, è invece improbabile che acquisteremo quel nuovo abito primaverile.
Il secondo elemento consiste nella cosiddetta “supply disruption” ossia interruzione nelle catene di approvvigionamento: osserviamo chiari segnali di carenza di componenti critici con una conseguente sottoproduzione, un fenomeno già confessato da Apple circa 10 giorni fa e di cui sentiremo ancora parlare. Di nuovo, a causa della mancanza di scorte, la domanda dei consumatori non verrà soddisfatta e in definitiva una quota della stessa andrà perduta. In alcuni settori dove i cicli delle scorte sono la norma, entreremo in un periodo di adeguamento delle scorte. L’entità della fase di ribasso e l’ampiezza che questo fenomeno assumerà a livello globale determineranno il periodo di adeguamento necessario. È probabile che potremmo assistere a un’altra “recessione industriale” imputabile al coronavirus, simile alla crisi dell’eurozona del 2012, al crollo del prezzo del petrolio del 2014-15 e al rallentamento del 2018-19 dovuto alle controversie commerciali. Nessuno di questi eventi ha scatenato una recessione generalizzata e, data la natura transitoria del fenomeno del coronavirus, non prevediamo che ciò avvenga neanche in quest’occasione. Nel caso del Giappone e forse della Germania potremmo osservare una recessione, sebbene di lieve entità.Prevediamo che le società andranno però incontro a un periodo di revisioni negative degli utili, e che ciò contribuisca ad incidere sfavorevolmente sui mercati, anche se la sensibilità dei mercati stessi agli shock dovrebbe ridursi. Anche se non abbiamo ancora formulato una stima effettiva, è comunque possibile che vi siano revisioni al ribasso degli utili a doppia cifra. Questo è stato l’impatto dei suddetti rallentamenti imputabili al virus e sarebbe sufficiente ad annullare la crescita degli utili prevista per quest’anno.Un altro modo per dire la stessa cosa è che il contesto di crescita moderata che l’economia mondiale sta registrando fin dalla crisi finanziaria globale di sicuro perdurerà. Durante quel periodo, un’impresa media ha avuto difficoltà a far crescere gli utili. Ad esempio, la Figura 1 mostra lo sviluppo degli utili a livello mondiale rispetto alla crescita del settore tecnologico nello stesso periodo.
A causa del fenomeno del coronavirus, questa tendenza continuerà anche nel 2020. Ovviamente, in questa categoria non rientrano soltanto le società tecnologiche, ma anche le aziende medtech e tutte quelle società ad alta crescita in grado di far fronte a tutti i contesti economici. A metà febbraio Mastercard ha emesso un profit warning, riducendo le proprie previsioni di crescita dei ricavi di 2-3 punti percentuali. In un raffronto con l’andamento della società durante la crisi finanziaria globale, anche con le difficoltà dovute al rafforzamento del dollaro, la crescita dei ricavi si era attestata al 3%. Le società di qualità quindi sovraperformano e consolidano la propria posizione competitiva durante le fasi più difficili.Nel medio termine, uno degli effetti probabili del coronavirus potrebbe essere un’ulteriore spinta delle imprese a diversificare o persino ad accorciare le catene di approvvigionamento. Negli ultimi 30 anni, il modello di successo delle aziende occidentali ha comportato un allungamento delle catene di approvvigionamento, in modo da poter accedere a risorse meno care nelle economie a basso costo salariale, di cui la Cina rappresenta l’emblema. Il Presidente Trump ha già esplicitato varie resistenze a livello politico e a questo; il coronavirus aggiunge però importanti considerazioni riguardo alla sicurezza della catena degli approvvigionamenti.Nel prossimo decennio, con il crescente ricorso all’intelligenza artificiale, aumenterà ad esempio la frequenza con cui le imprese potranno elaborare le previsioni sulla domanda: le aziende potranno mettere sicuramente a frutto queste informazioni attraverso una catena di approvvigionamento più corta e più agile, mentre l’automazione potrebbe sicuramente aiutare a compensare le conseguenti pressioni sui costi. Per concludere, quanto discusso sopra fornisce un quadro di riflessione sull’impatto del coronavirus anche se la situazione rimane comunque in rapida evoluzione

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“L’economia mondiale tra nuove minacce di protezionismo e rialzi dei tassi Usa”

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 luglio 2018

di Andrea Delitala, Head of Investment Advisory di Pictet Asset Management. Il protezionismo torna a dominare la scena macroeconomica, mentre si fa strada la possibilità che i tassi reali Usa non andranno oltre lo 0,5% in un biennio. Due elementi destinati a influenzare il modo in cui dovranno essere strutturati i portafogli nelle prossime settimane.Quanto al protezionismo, Pictet Asset Management aveva ipotizzato che Donald Trump usasse l’argomentazione come un espediente negoziale e che quindi non dovesse essere preso alla lettera: oggi lo scenario potrebbe essere mutato, anche se non è chiara la strategia che muove la rinnovata aggressività del presidente Usa; un proseguimento di questa politica di chiusura procurerebbe un danno tendenzialmente enorme. A febbraio 2016 l’Accordo di Shanghai aveva previsto che la Fed non alzasse i tassi troppo rapidamente se la Cina avesse evitato di svalutare aggressivamente. Attualmente siamo a un punto critico: da un lato lo yuan cinese sta vivendo una fase di rapido deprezzamento, dall’altra in Usa persino Powell ha assunto un atteggiamento da “America First”, negligendo il contesto internazionale nei suoi commenti.
Sul fronte macro questo contrasto è stato acuito da una serie di eventi:il Goldilocks (crescita elevata, inflazione moderata) di fine anno scorso ha lasciato il passo a uno scenario diverso: i leading indicators – una quarantina di indicatori economici elaborati dai nostri economisti – non lasciano adito a particolari dubbi interpretativi. Il momentum macro si è impoverito e questo fenomeno ha una dimensione piuttosto globale. Dunque anche dal punto di vista degli investimenti sostanzialmente dobbiamo rivedere le aspettative tenendo conto della debolezza osservata nei primi tre mesi del 2018;
è ricomparsa l’inflazione com’è tipico nelle fasi finali del ciclo economico ed è stata accolta come una sorpresa in quanto assente nello scenario Goldilocks caratterizzato appunto da una crescita sopra il potenziale e da variazioni dei prezzi che non superavano il target delle banche centrali. Adesso siamo di fronte a un mix in cui entrambi i termini sono deteriorati: dunque la ripresa rischia di rallentare, mentre l’inflazione è tornata – Pictet AM la stima a un livello ancora leggermente più elevato rispetto al consenso;
le Banche Centrali non possono più rimandare una normalizzazione della liquidità, sentiero su cui la Fed si è già incamminata dopo un 2017 anomalo per generosità, nella creazione di Base Monetaria. Il giro di boa è compiuto e gli analisti di Pictet AM temono che si sia intrapreso un sentiero così impegnativo per le condizioni finanziarie USA da potersi ipotizzare un ripensamento nella normalizzazione prevista dei tassi di interesse chiave (Fed funds) fissati da parte della FED.
E giungiamo al secondo punto: i tassi reali Usa. A inizio anno le previsioni sui tassi incorporata nei futures sui Fed funds era molto bassa e fissata al 2% dopo due anni (fine 2019): in quella situazione ritenevamo il mercato vulnerabile con una prospettiva di adeguamento verso la FED, cosa puntualmente avvenuta in gennaio. L’attuale spostamento delle previsioni FED verso l’alto, questa volta, non produrrà un allineamento del mercato: al contrario oggi è quest’ultimo che sembra poter esercitare maggior forza di attrazione e potrebbe indurre un cambiamento di rotta alle decisioni della Banca Centrale Usa.A supporto di questa convinzione, dobbiamo anche considerare elementi aggiuntivi che riteniamo non siano ancora totalmente a fuoco. Il più rilevante è la composizione del nuovo Board della Fed, composto oggi da personalità con idee piuttosto forti su come si debba misurare il tenore della politica monetaria. In particolare John Williams, economista a Berkeley, sostiene che i tassi di interesse debbano essere guidati da un tasso naturale che, nel caso dell’economia USA, è calato strutturalmente dopo la grande recessione e non mostra di fatto di voler risalire nel prossimo futuro. Secondo Williams, l’impatto delle manovre fiscali sul Natural rate non va oltre lo 0,25%. Se il professore diventasse un leader all’interno del FOMC, il punto di neutralità a cui si tendere non andrebbe oltre lo 0,5%, in termini di tassi reali, valore che si raggiungerebbe con due o tre rialzi e quindi nel giro di un anno. In Pictet AM ci attendiamo questo, insieme al dissolversi del paventato overshooting che, a queste condizioni, non è giustificato neppure dall’inflazione. Sulla base di queste attese, Pictet AM ha già ricomprato la parte centrale della curva americana e intende, in caso Williams comunicasse posizioni ancora più estremiste, aumentare in portafoglio la quota di inflation-linked, che sarebbero i grandi beneficiari delle idee del professore.Per la BCE la situazione è completamente diversa: abbiamo appreso che giunge a conclusione il quantitative easing ma il mercato ha interpretato, probabilmente correttamente, le parole di Mario Draghi come la promessa che il rialzo dei tassi non sarà mai contemplato nella sua politica economica.Su bond e azioni gli effetti sono i seguenti:
Le scommesse più aggressive, dal punto di vista degli investimenti, sono sulla conclusione del flattening della curva americana se la Fed rinuncia all’overshooting dei fed funds (previsti dalla stessa Fed al 3,375% prima di ripiegare verso il punto d’arrivo di lungo termine al 2,875%) come atteso; mentre sulla parte intermedia della curva si potrebbe tentare di trarre profitto da uno spread contro l’Europa.
Infine la normalizzazione delle politiche monetarie provoca un vento contrario alle valutazioni di tutti i risky asset: in particolare il price/earning che a inizio anno era quotato a 18 in America, è rientrato a fine febbraio a seguito della correzione del mercato indotta che ha accompagnato la crisi delle strategie venditrici di volatilità (VIX “squeeze”). I mercati emergenti (azionari e a reddito fisso) sono stati le vittime più vistose del 2018, penalizzati dal rialzo dei rendimenti americani, dal dollaro forte e, più recentemente, dall’escalation delle tensioni commerciali. Non è chiaro se il movimento correttivo dei mercati azionari sia del tutto esaurito. Riteniamo comunque le attuali valutazioni accettabili e pertanto la scommessa sull’azionario dovrebbe basarsi sulle attese in merito agli utili che restano però vulnerabili alla minaccia della guerra commerciale. Sul fronte dei mercati emergenti, riteniamo che ulteriori correzioni dai livelli attuali possano rappresentare interessanti opportunità di acquisto. In portafoglio l’esposizione ai mercati emergenti è al momento limitata mentre sull’equity globale appena al di sotto della neutralità (27% contro un 30% tipico di esposizione azionaria) ma con protezioni che derivano dalla duration americana, dallo Yen giapponese sul fronte valutario e da una quota, per ora non ancora rilevante, di volatilità.

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Andamenti dell’economia mondiale

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 maggio 2011

Dal bollettino economico della Banca d’Italia emerge che: “la ripresa dell’economia mondiale è sempre più generalizzata nei diversi settori e meno dipendente dal sostegno pubblico. Nel contempo, esistono differenze tra paesi e regioni in termini di posizione rispetto al ciclo e ritmo di recupero. Molte economie emergenti sono prossime al pieno utilizzo della capacità produttiva e, nonostante il graduale ritiro delle misure di stimolo, avvertono pressioni di surriscaldamento crescenti, Nelle economie avanzate, invece, l’esigenza di proseguire l’azione di risanamento dei bilanci del settore privato e i livelli di disoccupazione persistentemente elevati continuano a frenare la ripresa. Gli indicatori risultanti dalle indagini disponibili segnalano nell’insieme che l’attività economica mondiale ha acquisito ulteriore slancio agli inizi del 2011. L’indice composito mondiale dei responsabili degli acquisti (pmi) relativo alla produzione è salito a 59,4 a febbraio (da 58,3 in gennaio), a suggerire una solida espansione dell’economia internazionale. L’aumento è stato accompagnato da un livello relativamente elevato della componente dei nuovi ordinativi, il che indica prospettive piuttosto favorevoli.
Le pressioni inflazionistiche a livello mondiale sono anch’esse in crescita, in un momento in cui l’aumento dei prezzi del petrolio e delle materie prime non energetiche si trasmettono lungo la catena di approvvigionamento. Nel paesi dell’Ocse l’inflazione complessiva sui 12 mesi è, di conseguenza, salita al 2,4% in febbraio, dal 2,2% in gennaio. Le spinte inflazionistiche sono rimaste particolarmente pronunciate nelle economie emergenti più dinamiche e contraddistinte da consumi più elevati di energia, che affrontano crescenti vincoli di capacità. A febbraio, il tasso d’inflazione calcolato al netto dei beni alimentari ed energetici è stato pari all’1,3% nell’area dell’Ocse, invariato rispetto al mese precedente.

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L’economia mondiale si riprende e l’Italia?

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 gennaio 2011

Editoriale. Nella riunione annuale del Foro economico mondiale a Davos di qualche giorno fa si rileva che In tutti i continenti si è diffusa una nuova fiducia, con i CEO in India, Austria, Colombia, Perù, Cina, Tailandia e Paraguay particolarmente ottimisti riguardo alla crescita a breve termine. Non solo. Si attestano, in tale ambito, nuove opportunità lavorative in specie per i giovani. Questa ripresa oramai generalizzata non è certo la dimostrazione che tutti i problemi connessi alla recente crisi siano stati risolti ma che si sta andando verso la giusta strada. La domanda più ovvia, a questo punto è di chiedermi: e l’Italia? Per il presidente della Confindustria Marcegaglia la nostra situazione non è delle più rosee. La produzione industriale ristagna, le imprese stentano al rilancio del mercato e la disoccupazione rischia d’estendersi. In questo stato di cose si avverte forte l’assenza di una strategia politico-economica dello Stato italiano che sembra appiattito su posizioni di stallo ancora più gravi se si pensa che i nostri partner europei, Germania in testa, prevedono nei prossimi mesi una ripresa alla grande delle esportazioni e delle attività industriali. A questo punto rischiamo di perdere grosse fette di mercato internazionale e la ricaduta, in primis, sull’occupazione, diventerà una tragica conseguenza. Dobbiamo fare qualcosa prima che l’irreparabile ci porti su posizioni di non ritorno. Per farlo dobbiamo, innanzi tutto, mettere da parte le nostre beghe interne, i mesi pervasi di scandali, reali o supposti che siano, gli annunci e le promesse propagandistiche poiché ne va del nostro futuro che è fatto, in una economia globale, di lavoro, di stimoli imprenditoriali, di efficienza amministrativa e burocratica, di potenziamento delle infrastrutture nei trasporti e delle telecomunicazioni. E se i politici non sembrano accorgersene devono essere i cittadini a muoversi con determinazione se vogliamo che le cose cambino realmente e realisticamente. Dobbiamo essere noi i primi a rendercene conto e ad essere di stimolo alla politica del fare. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Prospettive per l’economia mondiale

Posted by fidest press agency su martedì, 2 giugno 2009

Nota economica Centri studi fidest. Il dato che emerge, valutando l’andamento dell’interscambio mondiale del primo quadrimestre di quest’anno, è che la domanda estera, di beni e servizi dell’area dell’euro, resta molto debole. Dello stesso tenore è l’indicatore dell’Ocse che mostra un forte rallentamento per tutte le economie principali. Ciò non di meno si rilevano, in taluni paesi, segnali di stabilizzazione. Nel complesso le prospettive per l’economia mondiale rimangono incerte e il timore maggiore che vi possa essere una ulteriore ricaduta delle turbolenze dei mercati finanziari sull’economia reale. Ciò potrebbe comportare, come effetto domino, l’accrescersi delle spinte protezionistiche, ma anche speculative. Oggi una boccata d’ossigeno l’abbiamo con il calo delle materie prime e dalle iniziative delle imprese sul piano delle misure di politica economica. Ma l’imprevedibile resta dietro l’angolo. Un segnale di questo genere l’abbiamo con la tendenza delle quotazioni petrolifere a salire in conseguenza della forte richiesta cinese. Ciò potrebbe provocare nelle economie occidentali una ripresa inflattiva con delle ricadute gravi soprattutto in quelle aree del disagio che proprio in seguito alla crisi di sistema in atto ha creato nuove forme di povertà e di emarginazione. Su questo fronte, infatti, la crescita del reddito nominale delle famiglie ha già subito, nei primi quattro mesi del corrente anno, un marcato rallentamento. Le ragioni si possono spiegare con la repentina decelerazione dei redditi da lavoro sia dipendente sia autonomo sia per la brusca contrazione dei redditi da capitale. Significa, in pratica, che la ricchezza finanziaria delle famiglie ha subito un brusco calo e ciò ha imposto loro la riduzione dei consumi reali con il conseguente avvitamento della produzione industriale. Ma se sul fronte delle famiglie si restringono gli spazi di manovra vi fa il paio il rapido deterioramento dei conti delle amministrazioni pubbliche in conseguenza del rallentamento economico e dai suoi effetti con un netto calo delle imposte dirette e sui disavanzi effettivi in conseguenza di ingenti acquisizioni di attività effettuati nel quadro di piani di salvataggio finanziario. Si calcola che la perdita netta si possa quantificare per il primo quadrimestre di quest’anno in non meno di 200 miliardi di euro. L’Italia, nello specifico, ha tra i paesi dell’Eu il più alto debito pubblico. E’ necessitata, quindi, a non dilatarlo ulteriormente anche se ciò significa la drastica riduzione della sua area di manovra per il sostegno alle imprese, al mondo del lavoro e al welfare nel suo complesso. S’impongono, a questo punto, scelte virtuose nel senso che è giunto il momento, come accade per una famiglia che vede ridursi il proprio reddito complessivo, di recidere i rami secchi e di sfrondare quelli che mostrano d’essere eccessivi, attraverso una seria politica di risanamento, e che sia, soprattutto, credibile per l’opinione pubblica. Ci riferiamo, sia chiaro, a quella logica tutta italiana del predicare bene e del razzolare male. I rimedi ci sono e sono praticabili, ciò che manca è che ciascuno di noi faccia la sua parte a cominciare dal governo e dalle istituzioni. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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L’Africa in ginocchio

Posted by fidest press agency su sabato, 2 maggio 2009

Mario Lettieri, sottosegretario all’Economia del governo Prodi e  Paolo Raimondi, economista hanno scritto: Costretto ad una terminologia negativa anche quando vorrebbe prospettare un po’ di ottimismo, come “la velocità di declino dell’economia si è rallentata”, il summit dei ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche Centrali del G7 del 25-26 aprile a Washington rivela di essere ossessionato dall’emergenza finanziaria e dalla necessità di dare risposte alle  insolvenze dei banchieri.  Liquidità a tutti i costi, sembra essere il programma che dalla Federal Reserve si propaga in tutti i centri decisionali dell’economia mondiale. Ma qual è l’effetto sull’economia reale?   Il G20 di Londra e il G7 di Washington si sono anche impegnati a “realizzare l’iniziativa di immettere almeno 250 miliardi di dollari per finanziare il commercio”. E’ una piccola percentuale a confronto con i trilioni di dollari di impegni finanziari per i salvataggi delle banche in crisi, ma può essere comunque un passo importante se viene realizzato subito, prima che prodotti, merci e tecnologie restino impantanate nelle sabbie mobili della recessione.   Intanto alcuni settori chiave del commercio mondiale hanno già perso più del 20%, come i traffici commerciali aerei. Ci sono centinaia di navi porta container ferme in vari porti. Il commercio marittimo rischia il collasso totale, con crolli dei prezzi, fallimenti di armatori, paralisi dei trasporti per mancanza di merci da trasportare. Per il 2009 il WTO prevede una contrazione del 9% del commercio mondiale, mentre per l’OCSE la perdita di commercio sarà del 13,2%.   Nei dieci mesi che vanno da aprile 2008 a febbraio 2009 il commercio internazionale – secondo il premio Nobel ed economista americano Paul Krugman – ha subito un crollo di gran lunga superiore a quello che si ebbe in un simile periodo durante la crisi del ’29. A rimetterci drammaticamente sono innanzitutto i paesi più poveri. I ministri dell’economia dei paesi africani riuniti lo scorso fine settimana nella sede del Fondo Monetario Internazionale a Washington hanno dato una quadro devastato e allarmante delle loro economie.   Dall’inizio della crisi l’Africa, e in particolare quella sub-sahariana, sta soffrendo per i cambiamenti nella domanda globale, per il tracollo dei prezzi delle materie prime e per l’ulteriore scarsità di investimenti e di fondi verso il continente.  L’Africa ha perso importanti produzioni per l’export in quanto i mercati dei paesi cosiddetti avanzati si sono contratti. La Costa d’Avorio ha perso il 22,4 % del suo commercio, soprattutto del legno; la Tanzania ha 25% in meno di ordini per la sua produzione di cotone e in forte diminuzione è anche il caffè e altri prodotti agricoli; il Ghana chiude miniere di rame e di altre materie prime, mentre un terzo del suo budget annuale scompare nei pagamenti degli interessi sul debito estero.   Di conseguenza sono crollati la produzione, l’occupazione e i già precari livelli di vita. La Banca Mondiale ha denunciato che nel mondo, dall’inizio della crisi, i poveri con meno di 1,5 dollari al giorno sono aumentati di 50 milioni che si aggiungono al miliardo di persone che vivono nell’indigenza estrema. “L’economia globale si è deteriorata drasticamente. I paesi in via di sviluppo sono di fronte a conseguenze serie, mentre la crisi finanziaria ed economica si sta trasformando in una calamità umana.”   Quando si parla di nuove regole non ci si può limitare alla finanza ma occorre ridefinire un nuovo modello di sviluppo economico e sociale che non lasci nessuno ai margini.   Negli Anni Quaranta l’incipiente guerra fredda aveva lasciato i paesi del blocco sovietico e i paesi in via di sviluppo fuori dagli accordi di Bretton Woods e dalla ricostruzione e cooperazione internazionale.   Guai se la nuova Bretton Woods escludesse i paesi più deboli che sono poveri di potere ma ricchi di quelle risorse e materie prime tanto ambite dai grandi paesi. Se non si affronta contestualmente al problema finanziario anche la “questione Africa”si rischia un altro fallimento sistemico che perpetuerebbe squilibri e ingiustizie!”

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