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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

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Economisti a confronto: faccia a faccia tra Scacciavillani e Cottarelli

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 agosto 2019

Un’occasione offerta dagli Immoderati, sito di informazione politica ed economica, che ha messo di fronte il molisano Fabio Scacciavillani, a capo del Fondo sovrano dell’Oman e il lombardo Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani.Scacciavillani, nato a Campobasso ma cresciuto a Frosolone (Isernia), dopo la laurea in economia e commercio alla Luiss di Roma e il Ph.D a Chicago, ha lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte e a Goldman Sachs a Londra, per poi trasferirsi nella Penisola araba (in Qatar alla Gulf organization for industrial consulting, negli Emirati Arabi Uniti come direttore della ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat, in Oman).Cottarelli, nato a Cremona, dopo la laurea in scienze economiche e bancarie a Siena e il master in economia presso la London School of Economics, ha lavorato in Banca d’Italia ed Eni, approdando poi al Fondo monetario internazionale. Nel 2013 è stato nominato dal governo Letta commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica e dal 2017 è direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano.Cosa emerge dall’incontro tra i due economisti? Scacciavillani, nelle vesti di intervistatore, ha posizioni critiche sull’attuale esecutivo, ricordando in particolare le promesse disattese sulla mole di privatizzazioni per 18 miliardi di euro nel 2019. Cottarelli concorda, avvertendo che “vendere alla Cassa depositi e prestiti, che fa parte del settore pubblico, è un’operazione puramente contabile”.L’economista molisano provoca ricordando gli atteggiamento un po’ “guasconi” dell’esecutivo gialloverde sui temi economici. Il direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, pur ammettendo le difficoltà nel fare previsioni sulla prossima manovra autunnale, si spinge a dire che Salvini voglia calcare la mano sul deficit, “ma pure arrivando al 2,9, si recuperano 13-14 miliardi”, ben poca cosa rispetto “ad una cifra tra i 35 e i 40 miliardi, risultato dei 23 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva, più due miliardi di spese cosiddette ‘indifferibili’ ed altri 10-15 miliardi per la flat tax”.Cottarelli, pungolato da Scacciavillani, va nel dettaglio: “Pur scalando i miliardi della recente ‘manovrina’ per rimettere a posto i conti del 2019, beneficiando dei tassi d’interesse più bassi e della flebile spending review, restano da trovare una trentina di miliardi, una cifra enorme”. Secondo l’economista, quindi, si farà una flat tax non oltre i cinque miliardi e si spingerà in su il deficit, ma occorrerà valutare le reazioni della Commissione europea e dei mercati.La videointervista, di circa un quarto d’ora, si conclude con una linea saldamente comune tra i due economisti: la riduzione del debito dovrebbe costituire la vera priorità. “E’ l’unica strada per non trovarsi in balia dei mercati finanziari”.

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Stagnazione secolare: l’idea che fa impallidire gli economisti

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 Mag 2018

È stato Larry Summers, già Segretario al Tesoro nell’Amministrazione Clinton, ad evocare il concetto antico che notoriamente fa impallidire gli economisti: la stagnazione secolare.
Con il suo consueto tono asciutto, quasi brusco, nel suo intervento alla conferenza del FMI nel 2013 andò anche oltre, suggerendo l’ipotesi che potremmo trovarci in un’economia che ha bisogno di bolle speculative già solo per raggiungere un punto vicino alla piena occupazione. E che in assenza di bolle il sistema nel suo insieme ha un tasso naturale di interesse negativo.
In effetti le vicende degli ultimi anni assomigliano molto alla narrazione dell’economista americano Halvin Hansen, che, durante la Grande Depressione, per primo coniò il termine stagnazione secolare. Pensiamo a quanto accaduto negli ultimi 15-20 anni tralasciando quelli precedenti (che pure, come Krugman afferma, sono anch’essi in odore di bolla): la crisi dot.com del 2000, quella finanziaria, generata dai mutui sub – prime nel 2007, la crisi del debito sovrano in Europa del 2010 -2011. La crescita economica è davvero finita, almeno come l’abbiamo conosciuta nel 900? Hanno ragione quelli come Robert J. Gordon, della Northwestern University, quando afferma che dagli anni ’70 si sono esauriti gli effetti della seconda rivoluzione industriale e non c’è nulla all’orizzonte (nonostante Internet) che possa far pensare ad una ripresa a breve della produttività e dell’economia? Il sasso lanciato, da Summers ha alimentato soprattutto negli U.S.A. un dibattito che stenta ancora a sopirsi.Fabio Menghini, economista e uomo d’azienda, analizza il dibattito sulle origini e la durata della crisi economica in corso e sugli strumenti per affrontarla nel nuovo saggio La stagnazione secolare. Ipotesi a confronto, edito da goWare. In questa opera, dopo una rassegna dei principali temi emersi dal dibattito, un saggio seminale di Robert Gordon su crescita economica e sviluppo tecnologico anticipa i temi successivamente esposti nel libro The Rise and Fall of American Growth. Segue un importante contributo di Giulio Sapelli su progresso tecnico e classi medie. Nell’ampia sezione di extras, sono riportati gli interventi di Larry Summers e le osservazioni di Paul Krugman sul tema della stagnazione secolare.Sempre dello stesso autore, è stato appena pubblicato anche Industria 4.0. Imprese e distretti nella web economy. Percorsi per lo sviluppo della manifattura italiana dove Menghini esplora i temi connessi all’Industria 4.0 e si sofferma sulla capacità della manifattura italiana di adattarsi al nuovo contesto competitivo, a partire dai “vecchi” distretti.
La stagnazione secolare. Ipotesi a confronto, a cura di Fabio Menghini, goWare, 2018, pp.154 | Edizione digitale € 4,99 | Edizione a stampa € 11,99

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Aumento debito pubblico

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 ottobre 2017

Washington. Dichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia:“Secondo le ultime previsioni macroeconomiche redatte dal Fondo Monetario Internazionale, il debito pubblico italiano salirà quest’anno al 133% in rapporto al Pil, in rialzo rispetto al 132,6% registrato nel 2016. Gli economisti di Washington smontano quindi l’ennesima bufala raccontata dal premier Gentiloni e dal ministro dell’economia Padoan, che nella recentissima Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza appena votata dal Parlamento hanno stimato un valore del debito ben più basso, pari al 131,6% nel 2017.Il prossimo anno, quindi, l’errore di sottovalutazione del Tesoro risulta pari a 1,4 punti percentuali. Questo risultato fortemente negativo non è nient’altro che l’effetto del costante ricorso, da parte degli ultimi governi di centro-sinistra, a manovre finanziarie finanziate in deficit, come quella per il 2018, che il Governo si appresta a varare.Da sempre sosteniamo che un maggior deficit si traduce sempre in un maggior debito futuro, un peso imposto alle generazioni future che quel debito saranno tenute a ripagare. Ricordiamo che, attualmente, lo stock di debito pubblico italiano ammonta alla cifra monstre di oltre 2.300 miliardi di euro, record storico toccato lo scorso luglio, quando è aumentato di ben 18,6 miliardi in un solo mese.Soltanto nei primi 6 mesi del 2017, infatti, l’aumento è stato di 63 miliardi, pari a 10,5 miliardi al mese. Questo aumento avviene in un contesto monetario straordinariamente favorevole, che, grazie al Quantitative Easing promosso dalla Banca Centrale Europea, ha permesso al Tesoro di spuntare rendimenti di emissione ai minimi storici, producendo un forte risparmio nella componente interesse.Il vero problema è che questo programma di stimoli monetari eccezionali sta per finire, come annunciato dalla stessa BCE. E quando Francoforte smetterà di acquistare i BTP italiani in dosi massicce i rendimenti torneranno a salire, così come gli interessi sul debito, che contribuiranno a creare nuovo deficit e così via.Se soltanto Gentiloni e Padoan capissero questa semplice regola, si precipiterebbero subito ad effettuare misure di riduzione della spesa pubblica inefficiente, piuttosto che comprarsi il consenso in vista delle prossime elezione attraverso costose mance elargite a pioggia”.

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Tutti economisti nel partito democratico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 ottobre 2017

renato-brunettaDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia:“Divertente: tutti economisti nel Partito democratico! All’amico Rosato, che ha tante qualità ma non quella di essere attrezzato con le cifre e i numeri della politica economica, e agli improbabili esperti Rotta, già brava giornalista di Telearena, e Lattanzi, esperto in accoglienza profughi – che con le loro dichiarazioni fatte con lo stampino provano a difendere l’indifendibile trio Renzi-Gentiloni-Poletti e il produttore di debito Padoan – ricordiamo quello che ha certificato nel 2005 l’università di Siena sulla creazione di posti di lavoro dei governi Berlusconi.Il quarto punto del contratto con gli italiani del 2001, da cui tutto ebbe inizio, prevedeva il dimezzamento del tasso di disoccupazione con la creazione di almeno 1 milione e mezzo di nuovi posti di lavoro. E in effetti, nel 2003 la riforma del Lavoro (Legge Biagi) ha creato 1.560.000 nuovi posti di lavoro (di cui 2 su 3 a tempo indeterminato) e ridotto il tasso di disoccupazione dal 9,6% al 7,1% .
Più tutele, più stabilità per i rapporti di lavoro precari. Con la riforma Biagi, donne, giovani, disoccupati di lunga durata, lavoratori sopra i 55 anni e disabili hanno avuto più possibilità di inserirsi o di tornare nel mercato del lavoro. Nuovi tipi di contratto per conciliare il lavoro e le esigenze di ciascuno: a tempo parziale, a progetto, a coppia, di formazione per le neo-mamme, di inserimento per i disabili. Part-time più conveniente per i lavoratori e per le imprese. Sostegno alle agenzie private di collocamento e servizi privati gratuiti per chi cerca lavoro: ecco quello che abbiamo fatto.Per quanto riguarda gli anni 2008-2011, ricordiamo infine che quelli sono gli anni della grande crisi che ha colpito l’Europa e che il nostro Paese ha comunque retto anche in quel difficile frangente. E che l’ultimo governo Berlusconi ha lasciato un tasso di disoccupazione pari all’8,7% (ottobre 2011), sotto la media dell’eurozona che era al 10,2%, con quello giovanile al 29,3%. Mentre ad agosto 2017 sono rispettivamente all’11,2% e al 35,1%, nonostante la congiuntura favorevole. E le ultime previsioni della Commissione europea riportano un tasso di disoccupazione per l’Italia nel 2017 pari all’11,5%, ben al di sopra della media dell’eurozona, che è al 9,4%.Le comparazioni, miei improbabili critici del Pd, si fanno per periodi di congiuntura omogenea e relativamente alle performance di tutti i Paesi dell’Eurozona. Mettetevi l’anima in pace, il Jobs act di Renzi è stata una politica fallimentare e costosa. Chiedetelo ai tanti giovani precari che non vi votano più. Non me ne vogliano, per questa lezioncina, la brava giornalista di Telearena, Rotta, e il bravissimo esperto in accoglienza, Lattanzi. Quanto all’amico Rosato, nulla se non bene”.

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Crisi, come uscirne: summit a Ferrara

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 settembre 2009

Ferrara, 25 e sabato 26 settembre a partire dalle 9:15 al Ridotto Teatro Comunale (corso Martiri della Libertà 5). Sarà il rettore Patrizio Bianchi, uno dei più grandi economisti italiani ad accogliere, tra gli altri, Romano Prodi, ex presidente del consiglio e ora ai vertici della Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli, Domenico Siniscalco, già ministro del Tesoro e oggi managing director e vicepresidente di Morgan Stanley International, Gian Maria Gros-Pietro, già presidente dell’Iri, oggi patron di Autostrade spa e docente alla Luiss di Milano, e Giorgio Barba Navaretti, docente di economia all’Università di Milano e noto editorialista de “Il Sole 24 ore”. “Industrie, governi e crisi globale”: questo il titolo scelto per un evento di carattere nazionale, con oltre 50 presentazioni che vedranno la partecipazione, in qualità di relatori, di docenti provenienti dalle migliori università italiane ed estere. Sullo sfondo la crisi finanziaria che, negli Stati Uniti come in Europa, si intreccia con l’inflazione e la gelata dei consumi. In questa situazione, imprese, investitori e autorità si domandano quanto profondo e quanto lungo sarà il ciclo negativo. E se i timidi segnali di ripresa di queste ultime settimane possano essere davvero considerati come “la fine del tunnel”.  Domande naturali per chi deve prendere decisioni in campo economico e finanziario, a cominciare dai Capi di Stato e di Governo e dai responsabili dei dicasteri economici. Eppure, anche alla luce delle previsioni mancate o sbagliate, sono sempre di più gli analisti convinti che questa crisi non sia ciclica ma strutturale, e che il sistema economico e finanziario non sia destinato a tornare sulle tendenze precedenti, ma stia attraversando una vera metamorfosi.  Rafforzare la capacità di lettura dell’industria italiana, analizzando nel dettaglio – questo il tema della prima mattinata di lavori – quanto sta accadendo nelle realtà estere “a consolidata industrializzazione”. Guardare fuori dall’Italia per comprendere meglio il nostro Paese, insomma: un tema generale – di cui si discuterà – che sarà poi misurato con la realtà concreta, cioè con alcune significative “testimonianze d’impresa” portate da rappresentanti di Gruppi industriali del calibro di Isagro, Miroglio, CRC/VM, Biesse (l’appuntamento per questa sessione è alle 14.30 a Palazzo Renata di Francia, via Savonarola 9, sede del Rettorato dell’ateneo ferrarese). Alle 16.30 i lavori si trasferiscono poi a Palazzo Bevilacqua Costabili (via Voltapaletto 11), sede della Facoltà di Economia, dove si terranno una serie di sessioni parallele di approfondimento – a partire dalle 16:30 e per l’intera mattinata di venerdì – corrispondenti ad altrettante possibili nuove linee di ricerca: politica industriale, dinamiche di sviluppo locale, nuova industria

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