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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 259

Posts Tagged ‘ecosistemi’

Venture Thinking, acceleratore di ecosistemi

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 maggio 2020

Dopo il successo di due precedenti eventi in megastreaming (21 marzo e 4 aprile), che hanno raggiunto rispettivamente 2.1 e 1.5 milioni di visualizzazioni, Venture Thinking, accelleratore di ecosistemi, continua la sua corsa per affrontare il mondo Post-Covid. Il progetto fa parte di una iniziativa italiana più ampia e recente (https://venturethinking.it/) che ha come obiettivo quello di generare e accelerare ecosistemi imprenditoriali di soggetti piccoli e medi, condividere best practices e know-how così da uscire dall’attuale crisi in modo compatto e più forti di prima.Il prossimo evento digitale è in programma il 02 maggio ed è promosso dall’azienda eFM (http://www.efmnet.com) e dall’Università Campus Bio-Medico di Roma, in collaborazione con la IESE Business School, Barcellona con il contributo di Bnl, Toyota e Sogei.Il Prof. Riccardo Pietrabissa, Rettore della Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia, esperto di innovazione e past-President del Network della Valorizzazione della Ricerca – NETVAL, è stato invitato a partecipare alla tavola rotonda della sezione dedicata al tema Ricerca e Innovazione, che si svolgerà tra le 16.10 e le 16.30. In una fase storica dove la velocità e la complessità sono diventati caratteristica strutturale del sistema – e verosimilmente lo resteranno anche nel mondo post-COVID – sono necessari paradigmi e modelli alternativi – come il modello ecosistemico – che sappiano comprendere, governare e persino sfruttare la complessità in termini di innovazione.
Come si pone il mondo della ricerca e dell’innovazione davanti a questa sfida?Nel board degli speakers dell’evento del 2 maggio, trasmesso in diretta megastreaming all’indirizzo https://venturethinking.it/ ci sono eccellenze di varia estrazione (CEO di grosse compagnie italiane e di piccole aziende emergenti e innovative, economisti dal mondo accademico e non, docenti di scienze della vita, ingegneria e scienze sociali). L’evento andrà anche in onda sul Sky 507 e in streaming e sul sito di MilanoFinanza – http://www.milanofinanza.it. http://www.venturethinking.it.

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“Prossimi mesi decisivi per capire il futuro di specie ed ecosistemi minacciati”

Posted by fidest press agency su domenica, 15 dicembre 2019

Un piano ambizioso per fronteggiare la grave crisi climatica ma non sufficientemente definito sulla tutela della biodiversità e degli ecosistemi. Lo afferma la Lipu-BirdLife Italia nel giorno in cui la Commissione europea annuncia il suo atteso “Green Deal”. Il primo nel suo genere nella storia dell’Ue, che il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha promesso di finalizzare nei suoi primi 100 giorni di lavoro.Se sulla questione climatica il Documento europeo appare abbastanza ambizioso rispetto alle sfide poste dalla crisi, con target definiti e obiettivi integrati, molto più sfumata è la sezione relativa alla conservazione della biodiversità. Nonostante gli ormai numerosi, autorevoli e recenti studi pubblicati, che confermano una profonda crisi della diversità biologica, con un milione di specie animali e vegetali minacciate di estinzione, il Green Deal non affronta adeguatamente il tema, rimandandolo in gran parte ad una strategia apposita prevista per il prossimo mese di marzo.“La natura in Europa è stata degradata oltre ogni limite – dichiara Claudio Celada, direttore Area Conservazione Lipu-BirdLife Italia – e per questo le risposte non possono più attendere. Occorrono obiettivi chiari, rigorosi e vincolanti sulla protezione degli ecosistemi e sul restauro ambientale, ai quali gli Stati membri dovranno necessariamente e scrupolosamente attenersi. Con il Green Deal la Commissione europea cita esclusivamente le foreste e gli ambienti di acqua dolce, non menzionando alcun altro degli ecosistemi che richiedono urgenti interventi di restauro al fine di combattere i cambiamenti climatici ed arrestare il declino della biodiversità”.
“Sul fondamentale tema dell’agricoltura, – continua Celada –il Green Deal evidenzia la ormai improrogabile esigenza di ridurre drasticamente l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti e promuovere l’agricoltura biologica. Viene tuttavia riproposto il mantra secondo cui il 40% della Politica agricola comune (Pac) contribuirà all’azione per il clima: qualcosa che la stessa Corte dei Conti europea ha fortemente messo in discussione.”In definitiva, il segno culturale che arriva dall’Europa con il Green Deal – conclude Celada – lascia aperta una speranza. Almeno formalmente, le grandi istituzioni internazionali stanno ponendo il problema ai massimi livelli. Tuttavia, tanto sul clima quanto sulla conservazione della natura la Commissione europea e tutti gli Stati membri, Italia inclusa, dovranno fare molto di più e molto meglio nei prossimi mesi, se davvero vogliamo tracciare una via d’uscita dalla crisi ecologica e garantire al Pianeta un futuro accettabile “.

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Ecosistemi a confronto: l’Europa sta crescendo

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 giugno 2019

Brussels. Attraverso un approfondito confronto dei migliori ecosistemi del mondo, vediamo che gli Stati Uniti guidano la classifica internazionale in termini numerici con 22.910 scaleup a fine 2018, di cui 6.496 nella sola Silicon Valley. La Cina segue con 9.935, l’Europa con 7.034 e Israele con 1.159. La classifica è praticamente la stessa se guardiamo al capitale raccolto: le scaleup statunitensi hanno raccolto 731 miliardi di dollari, di cui solo 304 nella Silicon Valley, seguita da Cina (337), Europa (126) e Israele (19).Tuttavia, lo scenario cambia davvero quando si osserva gli indicatori di densità e di investimento nelle scaleup (density and scaleup investing ratio*). Rispetto a questi 2 indicatori, la Silicon Valley mostra senza sorprese i valori più alti con 83,3 scaleup per ogni 100.000 abitanti e il 60,7% del PIL investito. L’ecosistema israeliano è al 2° posto con il 13,6 e il 5,6%, seguito dagli Stati Uniti con 7 scaleup e il 3,6%. La Cina è in ritardo con lo 0,7 e l’1,3% insieme all’Europa, che mostra un punteggio di 1,2 (un aumento dello 0,2 rispetto all’anno precedente) e 0,53% (anche questo in aumento rispetto allo 0,45%).”Non sorprende che la Silicon Valley sia inarrivabile. Più della metà (61%) del PIL della regione viene investito in tecnologia” ha commentato Alberto Onetti, Presidente Mind the Bridge e Coordinatore SEP, aggiungendo che” Anche i dati di Israele sono impressionanti. Questo piccolo paese di soli 8 milioni di abitanti produce più innovazione di Germania e Francia. Altra notizia è che il dragone cinese si è definitivamente risvegliato – dal 2014 gli investimenti in scaleup tecnologiche in Cina sono aumentati di un ordine di grandezza – e ha preso il volo, per continuare la metafora. La buona notizia per l’Europa è che, finalmente, si è innescato un percorso di crescita esponenziale. Tuttavia, il divario con gli Stati Uniti e la Cina rimane enorme e difficilmente verrà colmato”.Le medie regionali confermano che il Regno Unito e i paesi nordici stanno mostrando le migliori performance. Le isole britanniche superano il resto d’Europa rappresentando circa il 35% di scaleup e capitali raccolti, il 12% della popolazione e il 14% del PIL sul totale europeo. Gli Stati centrali guidati da Francia e Germania rappresentano invece il 27% delle scaleup e il 30% degli investimenti, sebbene rappresentino il 28% della popolazione europea e il 36% del PIL. All’estremo opposto, i paesi nordici rappresentano il 16% delle scaleup e il 19% del capitale investito, sebbene coprano solo il 5% della popolazione europea e il 6% del PIL. I Paesi baltici producono l’1,5% delle scaleup e l’1,2% del capitale, anche se rappresentano meno dell’1% del PIL e della popolazione del continente. L’Europa meridionale è ancora fanalino di coda nell’ondata dell’innovazione con il 10% delle scaleup e il 6% del capitale raccolto, nonostante la quota del 20% del PIL e della popolazione europea. L’Europa orientale deve invece ancora sfruttare il suo potenziale.

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Giovanni Soldini al politecnico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 giugno 2011

Torino Mercoledì 22 giugno – ore 14,30 Sala Consiglio di Facoltà del Politecnico di C.so Duca degli Abruzzi, 24 Come applicare conoscenze e abilità tecniche durante la navigazione? In che modo matematica e fisica sono utili se ci si trova in alto mare? E, soprattutto, come fare a salvaguardare l’ambiente, godendosi la natura, senza danneggiare gli ecosistemi? A queste e ad altre domande si cercherà di rispondere durante “Navigare: arte, tecnica, rispetto dell’ambiente”. Nonostante Il Politecnico di Torino non fornisca, all’interno dell’offerta didattica, un corso di laurea specifico in Ingegneria Navale, l’incontro ha l’obiettivo di dare spunti importanti su tematiche interdisciplinari, da sempre considerate di primaria importanza dall’Ateneo. In questo senso verranno approfonditi i temi della fisica applicata, del rispetto ambientale e delle fonti di energia rinnovabile e pulita, il tutto nell’ottica della navigazione a vela. Intervengono:
Giovanni Soldini: ecosostenibilità nella navigazione da diporto ed esperienze di un grande navigatore
Carlo Pettinelli, Anthony Massobrio, CD-adapco: simulazione numerica e sperimentazione virtuale nella definizione della forma della carena e delle vele
Paolo Maggiore, Politecnico di Torino: l’interfaccia aria – acqua e gli studi del prof. Lausetti
Marco Bianucci, CNR: utilizzo responsabile delle risorse disponibili: la barca come metafora del mondo
Gilberto Francesini, Azimut: progettazione e fabbricazione delle imbarcazioni da diporto nel rispetto dell’ecologia
Renzo Porro: l’esperienza di scrivere un libro di divulgazione tecnica sulle manovre e la conduzione delle barche a vela.
Moderatore: Fabio Pozzo, La Stampa

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La durata della vita delle piante

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 gennaio 2011

Per i rampicanti si aggira sui cento anni. Il loro spessore può raggiungere quello della gamba di un uomo. Vi sono delle piante carnose chiamate bromellacee (ce ne sono da 2000 a 3000 specie) che vivono aggrappate ai rami e ai tronchi degli alberi più alti. Esse svolgono una funzione molto rilevante. Sono degli ecosistemi in miniatura e d’importanza vitale per le molte creature che vivono nello strato superiore della giungla. Queste bromellacee, appartenenti alla famiglia delle ananas, hanno, al centro della rosetta delle foglie, una piccola ma profonda pozzanghera di acqua piovana. Essa permette agli uccelli tropicali, il colibri e il trogone, ai ranocchi e ad una miriade di altri animali, dall’opossum ai coleotteri, dal serpente arboricolo alle formiche, dalle libellule alle lumache e salamandre di bere, bagnarsi ed allevare la prole. All’interno di queste “pozzanghere” soggiornano stabilmente non meno di 300 specie diverse tra  vermi, granchi, larve di zanzare, microbi e protozoi.  Ma gli alberi anche da “morti” non cessano di sorprende¬rci. Un albero caduto ha la corteccia ancora intatta. E’ una con¬dizione che muta assai presto man mano che i coleotteri scavano i loro tunnel nella corteccia. Preparano le gallerie riempendole anche di funghi e batteri che serviranno da cibo e da nitrogeno per i futuri invasori. Successivamente la corteccia diventa spugnosa e i tessuti vengono divorati nel giro di qualche anno. Il turno successivo spetta all’alburno, che quando l’albero era vivo ospitava le strutture che conducevano l’acqua in tutta la pianta, dette xilemi. In questa fase è notevole l’attività delle formiche. La loro dieta include farfalle e melata di afidi. Inoltre le termiti, con i loro corpi sgranocchiatori di legno, digeriscono la cellulosa ed i batteri che catturano il nitrogeno contenuto nell’atmosfera. Si entra così nel terzo stadio allorché la corteccia si stacca ed altre piante metteranno le loro radici. I loro semi in fase di germogliazione invadono l’alburno e il tronco comincia a rom¬persi in grossi pezzi ancora solidi. L’alburno soccomberà agli insetti e ai funghi nel giro di dieci-venti anni sebbene la  corteccia rimarrà ancora in giro per dei secoli. Al quarto stadio il durame, composto da xilemi morti che formano il grosso del tronco dell’albero, si frantuma in blocchetti più soffici man mano che le radici lo invadono. In tale fase, la più lunga del processo di decadimento, l’albero ospita le quantità maggiori di fauna di tutti i generi, compresi acari, centipedi, lumache, salamandre, topi ragno e campagnoli ecc.
Gli scheletri degli acari a loro volta servono da incubatrici per le spore dei funghi  e questi ultimi provvedono al sostentamento di altri invasori costituiti da piante ed animali. Il ragno è fra i molti artropodi che vivono in queste condizioni. Esso costruisce un tunnel di un materiale simile alla seta, all’interno di una delle molte crepe dello strato esterno dell’albero morto. I topi, inoltre, si nutrono principalmente  di funghi, licheni e tartufi. A loro volta insieme agli scoiattoli vengono cacciati dal gufo maculato e da altri carnivori.
Subentra alla fine un ultimo stadio dove non rimane altro che una semplice massa polverosa ma ricca di sostanze nutrienti. I funghi invasori sprigionano gli enzimi che liberano il nitrogeno degli alberi per consentire l’utilizzazione ad altri organismi. I batteri, a loro volta, forniscono altro idrogeno estraendolo dall’aria. Seguono i piccoli organismi che abitano nel ceppo lo fertilizzano con i propri escrementi. E tanto per completare l’opera, ad arricchire l’albero morto di so¬stanze nutritive, ci pensano le foglie secche e le piogge che cadono dal tetto della foresta.
Come possiamo ben notare gli alberi morti e le foreste ancora in vita diventano elementi fondamentali per il conteni¬mento del calore della crosta terrestre. Infatti un albero morto lasciato sul terreno della foresta trattiene il carbonio che contiene per decenni, persino per secoli. Non succede la stessa cosa se viene tagliato.  In tal caso subisce vari processi per farlo diventare carta o legno da combustione. Diventa in tal modo una logica di sfruttamento che esce dal corso normale degli eventi e si carica di artificiosità. James Seddel, un biologo acquatico, condusse anni fa un interessante esperimento. Furono tagliati 800 grossi alberi e de¬posti, un anno dopo, nell’acqua dei fiumi in prossimità delle correnti. L’operazione consentì di ripristinare gli habitat necessari alla sopravvivenza dei salmoni “coho” e della trota argentata. Ciò avviene in quanto il contatto dell’acqua con un grosso tronco crea attorno una piccola piscina naturale dove rimane intrappolato altro legno. Si forma così una poltiglia di detriti. I pesci si rifugiano dentro la piscina per ripararsi sia dal freddo invernale che dalla siccità estiva.
Vi è poi un altro aspetto, questa volta determinato dagli alberi in “vita” per lo più sottovalutato. Il fatto, ad esempio, che gli alberi lasciano cadere le foglie non è stato visto come una conseguenza del loro modo di controllare naturalmente l’ambiente circostante. In effetti i prodotti derivanti dalla loro decomposizione sono ingredienti indispensabili dell’humus ma ne derivano anche sostanze antibiotiche ed ormonali esterne che possono impedire a piante competitrici di venire ad insediarsi troppo vicino. Nelle foglie che si staccano vengono inoltre con¬centrate delle sostanze di rifiuto dell’attività biochimico-fisiologica della pianta e soprattutto, come si è visto recentemente, vengono scaricate così delle concentrazioni di metalli pesanti diventati pericolosi all’interno dell’organismo vegetale. E’ un modo come espellere “escrementi” così come fanno, per altri versi, gli animali.
Ma non sempre. Nelle piante annuali e biennali questa operazione ha delle componenti materne. In questo modo una pianta madre restituisce al suolo, facendo morire le sue foglie e poi se stessa, le sostanze nutrienti indispensabili per lo sviluppo della generazione successiva. D’altro canto la caduta delle foglie in autunno si è evoluta come adattamento ad ambienti molto mutevoli. Il tappeto di foglie può difendere il terreno da un eccessivo dilavamento delle piogge. Il riciclaggio dell’azoto è determinante negli ambienti che ne siano intrinsecamente poveri e le foglie finiscono con il mettere progressivamente in ombra le piante e compromettere la fotosintesi. In tal modo le foreste  diventano non solo una miracolosa fonte energetica e di conservazione di sostanze vitali per la sopravvivenza delle specie animali e vegetali, ma al loro interno riescono a stabilire un equilibrio biologico delicato che non deve essere turbato e che, normalmente, si calmiera con la catena alimentare. L’uomo è forse l’unico a pretendere di volersi sottrarre da queste logiche esistenziali. Assistiamo, ad esempio, agli effetti distorsivi delle emigrazioni di massa e che tendono a concentrarsi nelle grandi città.
Una siffatta massiva invasione e consolidamento in un’area circoscritta, anche se meglio organizzata rispetto alle altre, determina come prima conseguenza diffusi fenomeni di incompatibilità ambientale facendo esplodere conflitti di varia natura. Lo dobbiamo alla disoccupazione e alle varie ragioni di sopravvivenza che portano a devianze  quali l’incremento della delinquenza, l’intolleranza razziale ecc. In effetti già oggi il progresso, come moltiplicazione di macchine e sovrabbondanza di beni, rischia continuamente l’auto-fagocitazione e la paralisi.
Se mettiamo un campo a coltura, se tagliamo gli alberi, se costruiamo le città, noi finiamo con l’annul-lare gli ecosistemi causando la distruzione degli habitat naturali e le specie che vi vivono sono condannate all’estinzione. E’ un problema serio se consideriamo che le diverse forme di vita interagiscono con l’atmosfera e gli oceani nella re¬golazione del clima, per ripulire l’acqua dagli inquinamenti e nel mantenere un bilanciamento microbico e controllare gli agenti patogeni dan¬nosi. (dal libro di Riccardo Alfonso “L’ultima frontiera” Edizioni fidest)

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Progetto “FutMon”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 luglio 2009

Camerino Il Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Camerino si è aggiudicato un contratto per il coordinamento di un’Azione internazionale del progetto Life+, denominato FutMon. Il progetto, coordinato dall’Istituto Federale di Ricerca forestale della Germania, intende costituire un sistema di riferimento Pan-Europeo per il monitoraggio degli ecosistemi forestali.Gli esperti UNICAM, con l’Azione C1-GV-15(IT), coordineranno tutti gli aspetti legati alla qualità dei rilevamenti della biodiversità vegetale, forniranno esperenzienze e punto di riferimento per la consulenza verso i 37 Paesi partecipanti e nei confronti del Corpo Forestale dello Stato in quanto partner FutMon.  “Si tratta di un riconoscimento per le competenze maturate negli anni da Unicam ” – spiega il prof. Canullo responsabile del progetto – “grazie all’esperienza ultradecennale nel monitoraggio della componente vegetale degli ecosistemi forestali ed all’apprezzata partecipazione al Panel di esperti del Programma di Cooperazione Internazionale ICP-Forests della Convenzione UN/ECE Inquinamento Transfrontaliero a lungo raggio (LRTAP)”.“Durante questi anni abbiamo introdotto come innovazione nazionale, – continua il Professor Roberto Canullo –  e insieme alla Francia a livello Europeo, una procedura di qualità nella raccolta dei dati relativi alla biodiversità forestale. In queste operazioni abbiamo sempre avuto rilevatori laureati in UNICAM (nelle discipline delle Scienze Naturali) e, data la richiesta che inizia a palesarsi da parte dei portatori d’interesse, introdurremo le procedure di qualità dei dati ambientali tra le attività professionalizzanti del nuovo Corso di Laurea in Scienze della Terra, dell’Ambiente e del Territorio”.  Il prof. Canullo ed i suoi collaboratori organizzeranno un corso internazionale (1st Trans-national training and field inter-comparison course in Ground Vegetation. Pian Cansiglio, 20-23 luglio) coordinando le attività di campo attraverso un protocollo originale che verrà sperimentato in 4 aree campione da esperti di 12 Paesi europei (http://www.futmon.org/allevents.htm), con la partecipazione dell’Ufficio CONECOFOR del CFS (MiPAAF) e grazie alla collaborazione del CFS regionale del Veneto.

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