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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘elettori’

Il referendum distruttivo

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 gennaio 2019

di Pietro Di Muccio de Quattro. Tra i tanti referendum previsti dalla Costituzione, tra i quali in primo luogo il costituzionale e l’abrogativo, rischiamo drammaticamente di veder inserito l’inusitato referendum legislativo, che intendo oggi battezzare, come merita la sua enormità, “referendum distruttivo”. La Camera dei deputati, nella sostanziale disattenzione, se non indifferenza, dei media e dei cittadini, insomma di quel popolo evocato di continuo, ha iniziato la discussione della proposta di legge che modifica l’art.71 della Costituzione in materia di iniziativa legislativa popolare. L’intenzione di questa riforma, che vorrei giudicare solo dal punto di vista della ragione critica e della teoria politica, per cercare di sottrarmi alla pregiudiziale partitica, sarebbe quella, variamente elogiata pure dagli oppositori parlamentari, di avvicinare il popolo alle istituzioni. E’ scritto a riguardo nel parere della Commissione Esteri della Camera: “Il provvedimento è finalizzato a potenziare e rendere più effettivi nel nostro ordinamento gli strumenti della democrazia diretta e partecipativa, nonché ad assicurare trasparenza ed efficienza alle nostre istituzioni, così da gratificare innanzitutto la crescente domanda di partecipazione dei cittadini alla vita della nostra Repubblica e ricostruire il legame di fiducia tra i cittadini e, tra tutte, la più alta istituzione rappresentativa.” A parte la bolsa retorica (e il troppo vasto programma!), la riforma intende conferire a cinquecentomila elettori il diritto di presentare alla Camera e/o al Senato una proposta di legge ordinaria. E, fin qui, sembrerebbe solo un potenziamento del già esistente diritto di almeno cinquantamila elettori, diritto che nulla vieta di esercitare a più di cinquantamila elettori, come pure è accaduto. Sennonché la riforma aggiunge che, se le Camere non approvano la proposta popolare entro diciotto mesi dalla presentazione, “è indetto un referendum per deliberarne l’approvazione.” Voce dal sen fuggita o, se preferite, lapsus freudiano, questa disposizione sembra pure sbagliata. Dovrebbe essere espressa correttamente così: “è sottoposta a referendum”.Prescindendo dagli altri limiti di ammissibilità del referendum, opportunamente fissati, la proposta non è ammessa “se non provvede ai mezzi per far fronte ai nuovi o maggiori oneri che essa importi.” Facile immaginare quali e quante lotte dei comitati presentatori per spartirsi la torta del bilancio pubblico, prendendo per la propria lobby e togliendo alle altrui lobbies. La finanza pubblica messa nelle mani di gruppuscoli e fazioni! E per fortuna nella discussione parlamentare è stato accolto l’emendamento secondo cui l’approvazione della proposta risulta valida se ottiene la maggioranza dei voti validamente espressi nel referendum “purché superiori a un quarto degli aventi diritto.” Diversamente, la proposta avrebbe potuto essere approvata, per assurdo, anche soltanto dai cinquecentomila promotori, se tutti gli altri si fossero astenuti, oppure da minoranze infime, che così avrebbero prevalso sulla maggioranza parlamentare, come sto per chiarire.
La bomba atomica che verrebbe innescata sotto Palazzo Madama e Montecitorio sta in questo comma: “Se le Camere approvano la proposta in un testo diverso da quello presentato e i promotori non rinunziano, il referendum è indetto su entrambi i testi. In tal caso l’elettore che si esprime a favore di ambedue ha facoltà di indicare il testo che preferisce. Se entrambi i testi sono approvati, è promulgato quello che ha ottenuto complessivamente (complessivamente, sic!) più voti”. Anche di fronte a variazioni minime nel controprogetto parlamentare i promotori possono insistere sul referendum, al quale non è proprio sicuro se debbano essere sottoposte due o tre opzioni, comprendendovi il mantenimento della legislazione vigente, qualora esistesse. Chi respinge il progetto popolare e il controprogetto parlamentare dovrebbe avere il diritto di votare per il mantenimento dello status quo e non essere tagliato fuori dalla consultazione referendaria. Sebbene il giudizio di ammissibilità del referendum sia opportunamente attribuito alla Corte Costituzionale e varie e sostanziose norme applicative siano rimesse ad una successiva legge ordinaria “rinforzata, cioè da approvare a maggioranza assoluta, non ne viene meno né si attenua l’intrinseca distruttività della riforma.I motivi sono così evidenti che i sostenitori non si abbassano a confutarli ma affettano superiorità appollaiati sull’idolo della democrazia diretta. Ma conficcare nella ruota della democrazia rappresentativa il bastone della democrazia sedicente partecipativa, non rafforza la prima né realizza la seconda. Semplicemente blocca la democrazia tout court, forse neppure voluta. Introdurre un istituto che rende permanente, in potenza e in atto, il conflitto tra rappresentanti parlamentari, comitati presentatori, cittadini elettori, nel mentre il Parlamento siede nella pienezza dei poteri derivanti ad esso dalla sovranità popolare, sovverte il sistema del libero governo rappresentativo, conosciuto com’è dove viene praticato.
Parlando in generale, nelle questioni costituzionali lungo il corso della storia i riformatori improvvidi hanno sempre mostrato di essere supponenti ed impazienti. Come adesso, con questo farraginoso e stupefacente meccanismo di produzione legislativa. (fonte società libera)

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Ballottaggi: la risposta degli elettori è eloquente

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 giugno 2018

“Davanti a dati così netti, di fronte a una valanga di consensi e di fiducia per il Centrodestra da parte degli elettori tanto da far parlare a ragione di vittorie ‘storiche’ l’unica analisi possibile porta alla constatazione di un modello di coalizione vincente basata su credibilità e competenza.Complimenti e auguri dunque a tutti i nostri candidati e alle grande affermazione di Forza Italia.Con i ballottaggi di ieri, l’Italia esce finalmente da una campagna elettorale permanente. Il nostro Paese attende ora, finalmente, risposte dal governo. E se sull’immigrazione possiamo guardare a una svolta quantomeno nell’approccio alla questione, tutte le altre priorità segnano il passo.
Dal Movimento 5Stelle, non a caso punito alle amministrative (vedi il caso clamoroso di Ragusa), non si registra capacità di iniziativa su lavoro, contrasto alla povertà, infrastrutture, imprese. È tutto e solo ‘annuncite’, malattia cronica del nullismo pentastellato. Ma il tempo delle chiacchiere è finito, gli italiani lo hanno detto chiaro e tondo con il loro voto”.
Lo afferma in una nota Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia e portavoce unico dei gruppi azzurri di Camera e Senato.

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L’avventura in politica

Posted by fidest press agency su domenica, 11 febbraio 2018

camera deputatiSento spesso ripetere in certi ambienti politici che votare cinque stelle è “un’avventura che non ci possiamo permettere”. Se chiedo loro il perché mi rispondono, non senza un’aria di compiacenza, come se si trattasse di un interlocutore un po’ vanesio, che sono privi d’esperienza, che sono troppo giovani, che spesso si contraddicono, che non hanno un titolo di studio adeguato e via di questo passo. E mentre sciorinano le loro “dotte” argomentazioni mi viene spontaneo chiedermi: ma chi sono gli illuminati che si contrappongono a questa “banda di dilettanti allo sbaraglio?” Mi viene in mente la risposta che qualche anno fa mi ha dato una ragazza alla mia domanda del perché aveva scelto la facoltà di “scienze politiche”: l’ho fatto perché intendo intraprendere la carriera “politica”. E’ così che funziona? Le rispondo. E anche lei mi guarda strano come se la domanda fosse di un’ingenuità disarmante e nemmeno degna d’essere presa in considerazione. Ma allora, mi chiedo, chi può rappresentarmi in Parlamento? Solo chi ha preso una laurea triennale in scienze politiche, che non proviene dalla società civile e meglio ancora se è figlio d’arte? Alla fine devo arguire che gli eleggibili e gli eletti sono davvero un’esigua minoranza e che solo a costoro è concesso sedersi sugli scranni delle aule parlamentari. Ma siamo davvero sicuri d’essere nel giusto? Se lo siamo come facciamo a spiegarci e a spiegare le decine d’indagati dalla giustizia “esperti della politica” che eleggiamo, e ancora quanti se ne avvalgono per trarne lauti profitti o proporre leggi ad personam, voti di scambio ecc. Ma non sono questi e non gli altri gli “avventurosi” che non vorremmo? (R.A.)

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Non abbiamo ancora imparato a votare i perdenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 dicembre 2017

voto elettronicoCredo che gli italiani hanno nel loro Dna la voglia di sentirsi dei “vincenti” e di considerare gli altri dei “perdenti” o quasi. Quando a scuola t’imbatti con un coetaneo debole di carattere e servile con i compagni ti diletti a stuzzicarlo e ad umiliarlo perché hai trovato qualcuno che ti fa sentire un vincente. Quando da grande rubi il lavoro o una promozione al collega meno pronto e reattivo, quando fai la cresta sulla spesa della casa o ti fai prestare dagli amici dei soldi senza restituirli, quando ti iscrivi a un partito e riesci a farti votare promettendo agli elettori di tutto, tanto chi se ne frega una volta eletto, quando smerci la droga a quei cretini che la usano, non ti senti un vincente?
Se accendo la televisione o mi sintonizzo su un canale radio o navigo sul web sento che un signore avendo solo pochi soldi a disposizione è riuscito in pochi anni a farsi una fortuna non pensi che è lui e non tu un vincente? Se segui le vicende di un politico sempre chiacchierato per le sue amicizie equivoche che a dispetto di tutto e di tutti continua ad essere eletto chi è il vincente se non lui? Avete mai provato a far emergere dalla massa un povero cristo, un perdente patologico, per farlo diventare un grand’uomo? Mai. Ma se per uno strano disegno della natura ci fosse un giorno un perdente che diventasse un grand’uomo e per giunta votato dai vincenti cosa potremmo dire di lui? Che anche in questo caso è e resta un perdente perché sarà sempre e comunque lo zerbino davanti la porta della casa del vincente. Dura lex sed lex. (Centro studi politici e sociali della Fidest)

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Voto, elettori e rappresentatività

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 novembre 2017

urne-voteIn Sicilia è stato a casa il 53% dei cittadini, e il fatto che sia la stessa percentuale di cinque anni fa è un aggravante, perché vuol dire che non si è riconquistato al voto nessuno. A Ostia al primo turno non hanno votato due su tre, e peggio andrà al ballottaggio. Prima di parlare di vincitori e di vinti, è questo il dato su cui dobbiamo soffermarci a riflettere: gli italiani sono così stanchi, disillusi, disperati, che non sono nemmeno più incazzati. I 5 Stelle, che pure sono nati soffiando sul fuoco della ribellione contro la politica e la casta, non riescono a vincere in Sicilia e ad Ostia vanno al secondo turno con il 30%, che vuol dire il 9% degli aventi diritto. Peggio ancora vanno le cose per i due partiti intorno a cui per vent’anni si sono costruite le coalizioni contrapposte della Seconda Repubblica: Forza Italia nell’isola con 315 mila voti non va oltre il 16,4% del 47% votante (pari al 6,8% del totale), mentre il Pd con 250 mila voti si ferma al 13% (pari al 5,4% degli aventi diritto).Insomma, questa politica non ha più alcuna rappresentatività reale. E quando manca, la rappresentanza, non c’è additivo che tenga da mettere nella legge elettorale per colmare il gap: vinci e vai al governo, ma non governi. Alla Regione siciliana, per esempio, Musumeci ha già perso quel misero seggio in più che la sua coalizione, complessivamente arrivata al 42%, ha conquistato grazie ad un meccanismo maggioritario di assegnazione dei deputati regionali, e che il suo predecessore Crocetta neppure aveva. E comunque, con questo tasso di rappresentatività della società, nessuno, con o senza maggioranza nelle aule deliberanti, sarebbe in grado di mettere in campo scelte capaci di conquistare un consenso sufficiente di coloro a cui quelle scelte sono rivolte. La democrazia rappresentativa funziona nella misura in cui o c’è un alto tasso di partecipazione alla vita politica da parte dei cittadini, oppure quel tasso è basso perché c’è una sostanziale continuità tra le diverse azioni di governo, tale per cui il non voto non è un segno di sfiducia o distacco, ma di relativa indifferenza di fronte alle diverse opzioni presenti sul mercato politico. Se invece l’astensionismo forma un fronte del “rifiuto consapevole” che va ben oltre la soglia fisiologica del disinteresse qualunquista fino a diventare di gran lunga il partito maggiormente rappresentativo, è evidente che il sistema politico non potrà funzionare e la democrazia diventerà sempre più solo formale.Ed è quello che rischia di accadere alle prossime elezioni nazionali, a marzo o maggio che sia: se il quadro presumibilmente sarà, come andiamo denunciando da tempo, di forte astensione, e quella metà o poco più dei voti espressi si dividerà tra partiti e aggregazioni elettorali (chiamarle coalizioni si fa torto al pudore) in modo tale che anche se qualcuno arriverà più avanti degli altri, nessuno avrà il 51%, ecco che si verificheranno due circostanze parimenti gravi: non ci sarà alcuna maggioranza, né si riuscirà a formarne una, per cui sarà inevitabile tornare alle urne (sperabilmente con un’altra legge elettorale); si formerà una qualche aggregazione di forze, ma il combinato disposto tra la loro eterogeneità, la reciproca demonizzazione urlata in campagna elettorale e la scarsa rappresentatività del corpo sociale che queste forze sapranno esprimere, finirà col creare una scarsa capacità di governo dei problemi e di prendere decisioni, nel migliore dei casi, o una totale ingovernabilità, nel peggiore.
Ma, si badi bene, il fatto che si esca dalle urne senza un chiaro e definito vincitore è condizione normale nelle democrazie occidentali. Peccato, però, che da un quarto di secolo in Italia si coltivi l’idea che dobbiamo addormentarci la sera del voto sapendo chi ha vinto e chi ha perso. E che se questo non succede trattasi di disastro biblico. La conseguenza inevitabile di questo pensiero (ma sarebbe meglio dire ossessione) è che si demonizzano le alleanze parlamentari, chiamandole spregiativamente “inciuci”, rendendole così impraticabili o prive di credibilità, nel caso si facciano. Se si vuole evitare che sia il Parlamento a organizzare le forze, occorre riformare (seriamente, però…) la Costituzione, adottando regimi istituzionali come il presidenzialismo e conseguenti sistemi elettorali e politici. Invece noi vorremmo l’una cosa senza l’altra, e facciamo disastri.Alla vigilia del test siciliano avevamo detto che esso avrebbe avuto una forte valenza nazionale, soprattutto per chi lo avrebbe perso, ipotizzando che quei panni li avrebbe indossati il Pd. Pronostico facile, e dunque azzeccato. Per il partito di Renzi, e per il suo segretario in particolare, la batosta è stata sonora. E per entrambi, partito e Renzi, sarebbe tosto ora che facessero una seria analisi della loro situazione. Non per rinculare su vecchie posizioni, rispolverando miti, tabù e parole d’ordine, come la sinistra vetero – che tra l’altro elettoralmente oltre la pura testimonianza non va – vorrebbe si facesse. Ma per aggiornare il riformismo ai tempi che viviamo, senza cedere di un millimetro alla tentazione del populismo.Ma pure il centro-destra che ha faticosamente vinto in Sicilia, farebbe bene a riflettere sui suoi destini, perché quella coalizione – peraltro destinata scollarsi subito dopo il voto per effetto delle sue contraddizioni, che è come pretendere di mettere e tenere insieme Angela Merkel e Marine Le Pen – potrà anche risultare prima alle elezioni politiche, ma difficilmente avrà la maggioranza. E lo stesso dovrebbero fare i grillini, visto che risulteranno quasi sicuramente il primo partito singolo, ma senza alleanze (che per ora continuano a rifiutare) non possono andare da nessuna parte.
Ricapitolando: elezioni senza elettori, forze politiche non rappresentative, legge elettorale sbagliata, vecchie coalizioni defunte o finte e nuove impraticabili, qualità infima delle classi dirigenti (si fa per dire). In queste condizioni il Paese – ha ragione Romano Prodi – è sull’orlo di un disastro senza precedenti. E in molti, specie nel mondo produttivo e degli affari, stanno dicendo che bisogna organizzarsi come se la politica non ci fosse. Una pia illusione, una china pericolosa. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Banche e fumogeni: Renzi e gli elettori gnoccoloni

Posted by fidest press agency su domenica, 29 ottobre 2017

banca-ditaliaFumogeni o, se si vuole fumo di copertura. La contrapposizione tra il Governo, con eccezioni, e il segretario del maggior partito di maggioranza, Matteo Renzi, per la nomina del Governatore della Banca d’Italia, sembra un gioco di squadra in vista della scadenza elettorale. Fumo di copertura, insomma, che lascia il tempo che trova, perché la data di scadenza del mandato del Governatore Ignazio Visco, era nota da tempo, per cui si poteva intervenire anticipatamente, accompagnando la nuova scelta senza i traumi provocati da una mozione parlamentare chiaramente anti Visco, accusato di insufficiente vigilanza sulle banche. Vero è che la Vigilanza della Banca d’Italia è impotente di fronte a condotte penali delle banche, ma ci sono aree di intervento che possono essere controllate, ostacolando, ad esempio, operazioni di ricapitalizzazione attraverso la emissione di obbligazioni subordinate. Alcune riforme del sistema bancario (banche popolari, banche di credito cooperativo, limite agli investimenti delle fondazioni), realizzate dai precedenti governi, sono certamente da apprezzare, ma rimangono problemi di fondo, oltre a quelli della carenza di vigilanza della Banca d’Italia. E’ il nostro sistema bancario che è insufficiente per i crediti deteriorati, per scarsa efficienza e redditività e per gli elevati costi operativi che sono scaricati sul consumatore. E’ questo il nodo centrale attorno al quale si fa fumo, cioè non si individua con chiarezza il tema, cioè l’organizzazione del nostro sistema bancario, e rimanere fermi, in un mondo globalizzato, significa essere travolti. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Prepariamoci ad essere elettori consapevoli

Posted by fidest press agency su martedì, 4 luglio 2017

urne-voteDa un dato statistico risulta che una buona percentuale di italiani cambia casacca politica da una tornata elettorale all’altra oppure non ricorda chi ha votato in precedenza. Se poi aggiungiamo che la disaffezione per la politica riduce sempre di più la frequentazione ai seggi elettorali dando la possibilità a chi va a votare di farlo anche per l’assenteista, diciamo che è la classica dimostrazione di chi si getta la zappa sui piedi. Ma vi è anche di più da parte di quanti sono attaccati al carro “ideologico” che non li schioda dall’idea di essere di destra, di centro e di sinistra come se queste tre collocazioni preservassero i poveri dal diventare più poveri e i cosiddetti “benestanti” dal diventare sempre più dei paperoni. E’ che i tempi sono cambiati e, purtroppo, non tutti ne hanno la consapevolezza. Perché non ci chiediamo il motivo per cui la povertà aumenta, le promesse dei politici restano sempre dei miraggi, la disoccupazione si sta cronicizzando, la sanità si sta privatizzando per farci spendere di più, i nostri risparmi non rendono e il fisco diventa sempre più esoso con i deboli e arrendevole con i forti? Eppure abbiamo un’arma che è quella del voto anche se non è facile adoperarla con efficacia per via delle cortine fumogene che si alzano intorno a noi per non farci vedere ciò che va visto e non ciò che vorrebbero farci vedere.
Ma vi è un modo per capire chi ciurla nel manico e chi no. Basta, tanto per cominciare, rendersi conto che le ideologie che ci collocavano a destra, al centro o a sinistra degli schieramenti partitici non esistono più. Al loro posto vi sono solo chi ha e chi è. Chi ha cerca di non sfarsi sfuggire il malloppo e s’ingegna ad impinguarlo sempre di più e chi è, ed è la maggioranza del paese, s’impoverisce sempre di più. Questo accade perché il voto ai ricchi lo danno proprio chi non ha nulla da spartire con loro in termini di ideali e di valori. E’ tempo d’uscire dal recinte delle sirene e d’entrare nel mondo reale e rendersi padrone del proprio destino di chi è ma non ha e ne deve trarne vanto e non elemosinare le briciole alla mensa del padrone di turno. (Riccardo Alfonso direttore del centro studi politici ed economici della Fidest)

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Non siamo contro Renzi, siamo contro la sua cultura politica

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 dicembre 2016

angelo_ceraE’ quella che non ha rispetto del Parlamento e toglie sovranità al popolo. Renzi immagina un Parlamento svuotato di ogni potere, dove poter salutare e abbracciare solo parlamentari emiliani e toscani, mentre io l’unico emiliano che voglio abbracciare è Michele, il presidente della Puglia. Questa la dichiarazione dell’on. Angelo Cera al termine del dibattito sulla riforma costituzionale, organizzato dall’UdC a San Nicandro Garganico (Fg). A Renzi non interessano i regionalismi, ma i ‘sindacismi’, ovvero una parcellizzazione del territorio secondo logiche di non rappresentanza della volontà degli elettori, d’altronde chi non è stato eletto non può avere a cuore il voto popolare. Sia chiaro non ci contrapponiamo al governo Renzi ma all’arroganza del premier che vuole spaccare gli italiani e i territori. Per questo diciamo di fermare tutto e di ragionare su basi condivise, evitando un inutile scontro politico e strumentale. (foto: angelo cera)

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Ritorno alla democrazia diretta?

Posted by fidest press agency su martedì, 19 aprile 2016

urne-voteIl mancato raggiungimento del quorum nel referendum sulle trivelle, consolida l’ipotesi di un invecchiamento del sistema democratico, giunto alle soglie del disinteresse popolare. Quando si parla di democrazia si deve sempre distinguere tra retorica politica e concreto coinvolgimento collettivo. Nelle democrazie un buon barometro dello stato di salute è costituito dal tasso di partecipazione elettorale. Ora, potrà anche sembrare esagerato, ma la bassa partecipazione degli elettori, oggi così diffusa, indica tre fatti:
· Primo: la salute “elettorale” della nostra democrazia è pessima, dal momento che un sistema che perde elettori rischia di perdere anche legittimità.
· Secondo: la depoliticizzazione è ormai un fenomeno di massa. E non c’è da gioire, perché una democrazia composta solo di individui dediti al “particulare” rischia di trasformarsi in fiera degli egoismi sociali.
· Terzo: per i due quarti degli elettori l’esercizio della libertà di voto è divenuto un peso. E purtroppo una democrazia in cui la libertà politica è disprezzata rischia, prima o poi, di aprire le porte al “buon tiranno“.
Quindi, riassumendo, il problema è più vasto e ha radici profonde. In primo luogo, le nostre sono democrazie “consumistiche: l’elettore è interessato a difendere solo il suo livello di consumi. Tutto ciò che esula dal mantenimento di un certo tenore di vita, come i grandi problemi costituzionali, morali e religiosi, non è tenuto in alcuna considerazione.
In secondo luogo, dietro l’ “assenteismo” elettorale c’è la cultura del disimpegno politico, così massicciamente diffusa a scopo preventivo dai cultori mediatici del divertentismo capitalistico. E con buoni risultati, purtroppo. Recenti ricerche mostrano che solo un giovane su cinque crede nella funzione democratica del voto. Che quattro giovani su cinque credono solamente nell’amicizia, nell’amore e nel lavoro: valori nobili e importanti, ma “privati” per eccellenza. Quanto agli adulti è noto che tre su cinque ritengono i politici e i partiti poco affidabili.
La vera risposta è far crescere la democrazia diretta, anche dal punto di vista propositivo. Certo, è innegabile che questa forma di democrazia sia più adatta alle piccole comunità (dalla città-stato greca al comune medievale, come mostra la storia). Inoltre, col moderno Stato-Nazione la democrazia diretta ha subito involuzioni plebiscitarie, basti pensare alla Germania hitleriana e alle “democrazie popolari” dell’Est europeo. Il caso svizzero, frutto di antiche tradizioni comunitarie, rare a riprodursi altrove, costituisce invece la classica eccezione che conferma la regola. Pertanto ci sono difficoltà e rischi. Ma varrebbe la pena di tentare, soprattutto per sottrarsi alla nostra attuale condizione di figli di una democrazia minore.
Come? Ripartendo dal basso. Ad esempio dai “municipi” circoscrizionali, puntando sui bilanci partecipativi.
In che modo? Facendo scegliere ai cittadini come e dove destinare le risorse che li riguardano localmente. E di lì, partendo dalla discussione dei piccoli problemi (asili, scuole, spazi ricreativi…), giovani e adulti potrebbero sottrarsi alla cultura dei consumi e del disimpegno, creando zone liberate. E così, per gradi, riacquistare fiducia nella politica, fondendo insieme partecipazione e amicizia, pubblico e privato… Si dirà: utopie. Ma non è altrettanto utopico, continuare a ritenere che una democrazia consumistica e priva di popolo sia il migliore dei mondi possibili? L’attuale crisi economica ha il suo terreno di coltura negli errori ideologici che l’hanno generata.
Essendosi perduta la differenziazione ideologica tra “destra” e “sinistra”, è emerso il solo motivo conduttore che produce una netta divisione tra le parti. I principi del liberalismo, perduti nei meandri del mercato, della concorrenza, della produzione e dei consumi, hanno subito una deriva etica trasformandosi in “liberismo”, che, abusivamente, tenta un collegamento con il liberalismo, facendo rivoltare nella tomba ideologi come Benedetto Croce. L’elemento caratterizzante delle profonda diversità tra liberalismo e liberismo e, quindi del decadimento etico, sta nella diversa valutazione del ruolo dello Stato: per il liberalismo lo Stato doveva essere il “capitalista collettivo” al servizio dell’economia nazionale, con conseguente equità economica spalmata sull’intera popolazione, senza differenze di classe, ma con differenze di ruoli; il liberismo, al contrario, contesta l’intervento dello Stato nell’economia, lasciando che prevalga la legge del più forte, che diventa il corollario di tutte le leggi del libero mercato, quando viene meno la funzione equilibratrice dello Stato che non esercita più il ruolo di controllo affinchè presso la popolazione sia rispettato l’equilibrio fra diritti e doveri che sta alla base delle norme di sussidiarietà, di mutualità e di solidarietà, o, per dirla in una formula dello “Stato sociale”.
Le conseguenze non sono più di portata ideologica ma economica, perché , la eliminazione dello Stato sociale produce tutta una serie di rielaborazioni della società “ a cascata”, perché tutti i servizi, considerati come costi sociali, tenderanno ad essere privatizzati per diventare motivo di sfruttamento e produzione di reddito. I servizi che dovrebbero essere rivolti all’intera popolazione, diventano così riservati alla classe dominante, in grado di permettersi quegli stessi servizi, come la sanità, l’istruzione, i trasporti, l’energia, e tutto ciò che la democrazia aveva identificato come “bene collettivo”, ricadendo nella sottomissione alle regole del mercato: privatizzazione dell’istruzione, della sanità, dei trasporti e dei servizi primari che dovrebbero appartenere a tutti. La democrazia perde ogni identità per trasformarsi sempre più in una forma autoritaria per bloccare, a monte, ogni ipotesi di legittima rivalsa. E’ la stessa democrazia che ha tollerato l’evoluzione del liberismo e l’affermazione del capitalismo, specie quando è mancata l’equidistanza tra ideologie contrapposte: infatti se la democrazia per realizzarsi accetta il capitalismo, il capitalismo, a sua volta, per affermarsi sempre più, rinnega la democrazia in favore dell’autoritarismo.
Nessuno si scandalizzi, è già successo, in Italia con Mussolini, in Germania con Hitler e in Russia, ma con evoluzione capovolta, con Stalin; in Italia la storia si sta riproponendo, con l’aggravante che a pilotare questa carrette del mare non è un argonauta ma un “marinaio della domenica”. E’ la prova dei reciproci errori, della destra e della sinistra, entrambi incapaci di programmare uno sviluppo equilibrato dell’economia; perché accanto agli errori della democrazia che finisce con il cedere all’autoritarismo richiesto dal capitalismo, c’è l’errore opposto e, direi, complementare dell’altro capitalismo, quello di Stato, che finisce con il precipitare nell’autoritarismo e nella dittatura del proletariato, che poi, sarà contrastato dallo stesso proletariato quando si sarà reso conto che la “rivoluzione” proletaria non ha fatto altro che “cambiare padrone”. Per questa ragione sono tantissime le analogie tra sistema economico liberista e sistema collettivista, la prima analogia che li accomuna è l’esigenza di uno Stato autoritario, con la funzione di tenere sotto controllo, e negarne la legittimazione, ogni forma di dissenso. Contemporanea alla disaffezione dell’esercizio democratico del voto, emerge, quotidianamente la raffica di scandali ad opera di una casta di privilegiati, che sopravvive proprio grazie alla disaffezione della stragrande maggioranza del popolo elettore e, costituzionalmente, detentore del solo potere che dovrebbe operare le scelte di uomini e di metodi. Ma questa democrazia tarlata non garantisce più le masse popolari, ma solamente le elite che si sono intrufolate nelle stanze del bottoni, trasformate in stanze dei bottini. Volendo tirare delle conclusioni circa gli ultimi e ultimissimi eventi, possiamo dedurre che in democrazia, in questa democrazia, avere una maggioranza schiacciante nei due rami del parlamento non basta per governare. Gli eletti, non dal popolo ma dalle segreterie dei partiti, per potere governare hanno bisogno di essere protetti da immunità; protetti da chi? Da se stessi! Nessuno li ha infatti obbligati a operare in maniera così scorretta da cadere nelle maglie della giustizia e, quindi, chiamati a rendere conto alla “legge uguale per tutti”. Ecco, quindi, la ragione delle varie immunità che la casta legifera a proprio favore. Per potere imporre il rigore legale e morale al popolo, piuttosto attonito, hanno bisogno di essere esonerati dal rispettare il rigore legale e morale che vogliono imporre agli altri.
Paradossale !!!!! Ma nel popolo si verifica un ritorno alla moralità, ma non per libera scelta o per imposizione, e neanche per convincimento, ma solo per l’austerità che incombe e che si è impadronita delle classi più disagiate (ormai alla miseria), ma anche di quelle mediane (che si affacciano alla povertà). Si erge, imponente, il muro che separa i privilegiati, (pochi ma….buoni), al riparo da tutto, dalla miseria, dal bisogno, dall’austerità, dai problemi quotidiani e, ora, financo dalle leggi “uguali per tutti”, dalla gran massa degli italiani assoggettati a tutto e a tutti, costretti a sperare, a immaginare, a credere, e tornare a vivere dentro i valori imposti dall’austerità incombente, senza convinzione, con sacrificio, con riluttanza, perché tutti vorrebbero (o vorremmo) fare il gran salto e superare quel muro dietro il quale si vive di privilegi immeritati ed abusi. Un muro in cemento robustissimo alla base, ma malleabile da un certo livello alla cima, per favorire i più intraprendenti a tentare la scalata; si tratta di quel ceto oltre il medio che vive di politica ma non nella politica, trae benefici dalla politica ma deve rendere conto, deve ubbidire, deve eseguire, non comanda, neanche a se stesso.
L’intero paese assiste a queste scalate, sogna oltre il muro ma deve fare i conti con la realtà che impone una classe politica inadeguata, inventiva, superficiale, interessata, coinvolta nelle più audaci ruberie, protetta anche, se non principalmente, da se stessa. (Rosario Amico Roxas)

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FI adesso è più forte!

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 luglio 2015

silvio-berlusconiE’ questa l’affermazione disperata di un Berlusconi seduto sul greto di un fiume essiccato, dove non scorre più un litro di acqua. Tecnicamente abbandonato anche da Verdini, nell’attuale pantomima che cerca un impossibile rilancio, Berlusconi vorrebbe convincere la sparuta pattuglia che, ancora, gli ruota intorno, dal prossimo settembre, quando riprenderà a frequentare le TV di sua proprietà, i consensi riservati al suo partito decolleranno per raggiungere i vertici che furono. Nella medesima occasione della consueta telefonata ad una delle tante riunioni nelle quali, al posto di giocare a tresette col morto, i partecipanti giocano ai “sogni proibiti”, quando l’illusione di facili promesse adescava una fascia di elettori fiduciosi e speranzosi; poi la magistratura ci ha messo le mani, anzi le sentenze e i sogni si infransero contro gli scogli della realtà. Per incoraggiare i fiduciosi rimasti, ecco l’affermazione salvifica: “Adesso FI è più forte !”, in una inconsapevole affermazione che stravolge la matematica dei numeri.
Il 10% dei consensi sarebbe un segnale di forza che si contrappone ai precedenti risultati che andavano dal 25 al 30%… contento lui…!
· Con la fuoruscita di Fini, FI sarebbe più forte!
· Con la fuoruscita di Alfano, FI sarebbe più forte!
· Con la fuoruscita di Fitto, FI sarebbe più forte!
· Con la transumanza di Verdini, FI sarebbe più forte!
· Con l’abbandono di Bonaiuti, Bondi & compagna, FI sarebbe più forte!
· Con la nuova gestione affidata a Francesca Pascale e Mariarosaria Rossi, FI sarebbe più forte!
Per trasformare tali sogni in nitide realtà la formula dichiarata dovrebbe essere rappresentata dal ritorno di Mr. Ex-tutto a Porta a Porta, con Bruno Vespa che gli organizza un ennesimo contratto con coloro che ancora pendono dalle labbra dei redivivo vate. Dall’alto delle sue TV, predicherà alla folla di telespettatori che non attendono altro che la sua salvifica predicazione. Esordirà con le sue personali beatitudini:
· Beati i senzatetto, perché possono ammirare l’universo.
· Beati gli affamati, perché non avranno bisogno di diete.
· Beati i carcerati, perché potranno godere della mia compagnia.
· Beati i trombati, perché avranno incarichi milionari.
· Beati i perseguitati, perché potranno profittare della riduzione dei termini di prescrizione. (Rosario Amico Roxas)

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Il bla, bla della politica

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 novembre 2013

Snake b n w

Snake b n w (Photo credit: Wikipedia)

Possibile che non ci rendiamo conto che per anni siamo stati presi in giro? Abbiamo perso il primo appuntamento con la storia negli anni della ricostruzione, dopo la seconda guerra mondiale, dove potevamo dare una svolta seria al paese. Il secondo è venuto dopo la caduta del muro di Berlino e la stagione di “mani pulite”. Il terzo lo stiamo perdendo da quando ci siamo accorti anni fa che stavamo nutrendo in corpo un serpe che ci stava succhiando il nostro sangue rendendoci anemici e non abbiamo fatto nulla per strapparlo dalle nostre carni. Ora cosa vogliamo di più e di diverso se siamo proprio noi la causa dei nostri mali? C’è da chiedersi dove sono gli italiani? Che faccia di bronzo ci siamo ritrovati se andando all’estero ci ridono dietro citando un certo nome che pure ha rivestito cariche importanti nel nostro paese e il voto di milioni di elettori? Siamo diventati una sorta di muro di gomma dove sono rimbalzati gli scandali, i clientelismi, i voti di scambio, le corruzioni, gli abusi, gli sprechi e quant’altro e stiamo arrivando al punto che tutto non ci riguarda più come se si trattasse di fatti che accadono agli altri e non a noi. Cosa ci vuole per risvegliarci da questo torpore? Eppure vi è qualcosa di drammatico che pencola sul nostro capo. Penso ai milioni di disoccupati giovani e non giovani che siano, penso ai milioni di poveri resi ancora più miseri dalle attuali politiche governative, penso ai cassa integrati, esodati ma anche ai piccoli imprenditori costretti a chiudere bottega schiacciati da una burocrazia che avanza con il rullo compressore. Cosa deve capitarci di più? (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Agli elettori del M5S

Posted by fidest press agency su sabato, 15 giugno 2013

Con tutte le beghe, reali o presunte, che i media mettono in luce nei confronti del Movimento cinque stelle, vorrei chiedere ai suoi elettori perché lo avete votato nelle elezioni politiche e non lo avete fatto nelle amministrative e mi riferisco soprattutto alle comunali siciliane. Un’idea in proposito l’ho e vorrei semmai metterla in conto per una franca discussione di merito. Esiste, e qui nessuno può negarlo, un forte malessere sociale e politico. Un disagio che si avverte soprattutto a livello nazionale dove le ricadute delle decisioni prese dall’esecutivo e dal Parlamento riguardano tutti.
Grillo proponendo il suo movimento aveva inteso incanalare queste contrarietà e anche rabbia repressa in una forma democratica di risposta sostituendosi ai partiti che hanno dato e continuano a dare scarsa prova di cambiamento. Ora tutti sanno che con il 25% dei consensi non è possibile monetizzare il voto per una reale inversione di rotta del sistema Italia. Che fare allora? Non sarebbe stato, mi chiedo, tradire la protesta se il Movimento si fosse alleato con lo stesso partito considerato una delle cause principali del dissesto italiano? Non sarebbe stato facile per gli oppositori dire che davanti alla prospettiva di una poltrona “ministeriale” anche il movimento non sarebbe stato diverso dai partiti tradizionali? A me sembra che ci mettiamo nella stessa posizione del protagonista della favola dell’asino, del figlio e del padre che vanno al mercato. Se l’asino non ha nessuno in groppa è criticato e lo è anche se ci va il figlio, perché lascia il padre a piedi o vice versa in quanto non si tiene conto della tenera età dell’infante. Insomma comunque la giriamo la critica non manca. E allora cerchiamo di smetterla con questa caccia alle streghe. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Gli elettori tedeschi hanno dato un segnale chiaro alla Merkel

Posted by fidest press agency su martedì, 15 maggio 2012

Merkels Zukunft gesichert

Merkels Zukunft gesichert (Photo credit: dwarslöper)

“viene punita la politica di autosufficienza e cieco rigore che sta strangolando l’Europa. Chi con arroganza, insieme a Sarkozy, aveva irriso l’Italia, che chiedeva di unire l’attenzione sui conti pubblici a quella sulla crescita economica, ora piange lacrime amare. Avevano ragione i giovani del PdL a manifestare contro le scelte sbagliate imposte dalla Merkel in occasione della sua ultima visita in Italia. Ora tutto il PdL prenda atto che è necessario riprendere l’iniziativa politica, per proporre soluzioni efficaci per uscire dalla crisi. E Monti non nutra timori reverenziali in Europa nei confronti di nessuno”. È quanto dichiara, in una nota, il deputato del PdL, Marco Marsilio.

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Italia il paese degli “allocchi?”

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 aprile 2012

Un lettore mi scrive: “C’è il partito di quelli che non vogliono rinunciare a vivere da nababbi a spese degli allocchi (ovviamente nel pensiero dei politici) che li votano, e c’è il partito di quelli che non vogliono vivere da nababbi alle spalle degli elettori.” E’ un ragionamento che implica una riflessione più approfondita in quanto oggi più crudemente che in passato ci troviamo al cospetto di una realtà che tende sempre di più a radicalizzare la lotta tra due tendenze e a limare quelle parti più sfumate che ne fanno da contorno. Mi riferisco ovviamente a quella borghesia che nei secoli scorsi si agitava in cerca di una collocazione benestante a ridosso delle ricchezze capitalistiche adoperandosi per fare da cerniera tra i due estremi: il proletariato, i plebei dei tempi antichi e il padronato industriale e finanziario, i patrizi del nuovo corso storico. Diremmo a questo punto tertium non datur, ma tale consapevolezza ancora è dura ad essere recepita ai giorni nostri.
Questa è la forza di chi ha nell’illudere quella fascia “cuscinetto” che è ma vorrebbe avere e resta nel guado nella speranzosa attesa salvifica dalla sua condizione di “mezzo”.
Forse ragionando in questo modo si interpretò la rivoluzione francese sotto l’etichetta di “borghese” e quella leninista sotto l’egida della spinta proletaria. Due rivoluzioni che si sono sciolte nel tempo della mediocrità e delle speranze tradite.
Oggi le menti più sensibili e riflessive sono consapevoli che è un andazzo che non regge e che la società che abbiamo costruito in occidente come in oriente riesce solo a produrre un mero trasformismo camaleontico: dal colonialismo ai governi fantoccio del “colono” di turno, dalle dittature di comodo alle guerre chiamate di libertà e di giustizia, ma surrettizie alla logica della convenienza e del possesso. E l’Italia è figlia di tutto questo, perchè figlia del mondo e delle sue logiche capitalistiche. Ma per spezzare queste catene occorrono parecchi gradienti, nel corso opera, nella loro scalarità a partire da quelli culturali, in senso lato. E nel frattempo il nemico è sempre in agguato per fare mistificazione della verità, per instillare dubbi e generare allarmismi, per suscitare timori e infondere rassegnazione, nella logica del meno peggio rispetto al peggio che si prospetta. E ora posta così la questione dovremmo riprendere il discorso del lettore citato e chiederci quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Per quel Catilina, parafrasando il detto, che identifichiamo capitalista e vessatore. E alla fine chiederci: a quando il punto di rottura? (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Referendum abrogativi. E’ ormai impossibile farli

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 gennaio 2012

referendum 001

Image by Fantake via Flickr

Con la odierna bocciatura dei due referendum elettorali da parte della Corte Costituzionali, e’ piu’ che mai d’attualita’ riproporre un problema che avevamo gia’ sollevato nel 2009, facendo depositare in Senato due disegni di legge: perche’ il giudizio di ammissibilita’ della Corte Costituzionale sia espresso prima della raccolta firme e per l’abolizione del quorum del 50%+1 degli aventi diritto. Negli ultimi anni, di fatto, i referendum che sono risultati scomodi al potere nel suo complesso, non sono mai stati ammessi, e mobilitazioni e soldi di migliaia e milioni di cittadini sono finiti al macero. E’ questa la democrazia diretta referendaria che vogliamo? Cioe’ quella fatta di finzioni e di sperpero di energie civiche e civili che potrebbero, altrimenti, contribuire all’assetto e alla crescita democratica del nostro Paese. Purtroppo sembra che cosi’ voglia il potere costituto quando esso stesso viene rimesso in discussione a 360 gradi. Non a caso, infatti, il recente referendum “bidone” che avrebbe dovuto rendere pubblica l’acqua… che era gia’ pubblica, pur vinto dai proponenti, continua a non essere applicato (le s.p.a. continuano a gestire gli acquedotti e non ci sono avvisaglie di modifiche).. un referendum che nei fatti era per far contare l’opposizione al governo di quel tempo. Mentre il referendum contro il nucleare trovava di fatto favorevole maggioranza e opposizione di governo… quindi si sarebbe potuto anche non fare. I referendum bocciati oggi, invece, avrebbero dato fastidio all’attuale e complessivo assetto di potere delle Camere, basato sulle scelte dei capi di partito e non direttamente degli elettori. E una volt perche’ non si raggiunge il quorum (fecondazione assistita), un’altra volt perche’ la Corte Costituzionale non li ammette (quelli odierni), ecco che i referendum non servono piu’ a niente… ma solo a scemare la forza e le energie dei proponenti. Si dica chiaramente che i referendum non sono armonizzabili col nostro sistema di governabilita’ e si abbia la capacita’ di abrogare le leggi di attuazione (lasciando inattuato lo specifico articolo costituzionale che li prevede), ma non si continui in questo gioco al massacro. Ne va della credibilita’ delle istituzioni verso se stesse e verso coloro che dovrebbero dar loro sostanza, gli elettori.

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La “memoria” degli italiani

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 dicembre 2011

Italiano: Lilli Gruber

Image via Wikipedia

Giorni fa mi ha colpito un passaggio del discorso del giornalista Travaglio tenuto ad “Otto e mezzo” nel rispondere alla conduttrice Lilli Gruber riguardo il suo timore che gli italiani, dopo l’attuale buriana, si ritrovino con la riedizione del personaggio Berlusconi mondato dalla “cattiva fama” di questo governo tecnico e con la possibilità di promettere meno tasse e più prosperità per il popolo degli elettori. Non vi è dubbio che in tema di “memoria” i timori di Travaglio mi sembrano validi. Non è la prima volta che mi stupisco come il voto degli italiani abbia mostrato quasi indifferenza nei riguardi dei torti subiti, delle promesse mancate, delle umiliazioni subite. Anche di recente, pensando alle “malefatte” di questo governo e a quelle che ritengo più gravi del Pd, del Pdl e del terzo polo che hanno umiliato la volontà popolare non dando un governo politico al paese, pur essendo maggioranza schiacciante, e che hanno lasciato ad un governo tecnico di togliere le castagne dalla brace al suo posto e con la doppiezza di criticarlo in pubblico e di lodarlo in privato, mi sono sorpreso nel leggere i sondaggi d’opinione ancora favorevoli a questi stessi partiti. Qui non si è trattato tanto di “memoria lontana”, ma di “breve” anzi “brevissima” e, quindi, ancora più grave e preoccupante. Allora dissi che mi sarei aspettato un vero e proprio crollo di consensi con il Pd, il Pdl e il terzo polo ridotti nel complesso ad un misero 15% e quello che ora dico ad un 60% di astensionisti. Un’astensione che mi sarei prefigurata come forza di rinnovamento per la costruzione di un modello di governance politica fondata su altre basi e che avrebbe potuto scaricarsi in un voto o per i partiti minori e più contrari ai protagonisti dell’attuale inciucio o con la costituzione di un movimento che avesse come obiettivo la formazione di una classe politica nuova di zecca. Tutto questo non è avvenuto e mi chiedo, a questo punto, se è solo una questione di memoria. Allora pensai agli italiani “gnoccoloni”. E’ ancora valida questa ipotesi? (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Come si costruisce il consenso

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 ottobre 2011

(cominciamo bene #2)

Image by l3m4ns via Flickr

Non sono di certo i risultati elettorali che oggi dimostrano chi vince o chi perde. Lo sono, a monte, le tattiche per confondere, vanificare, disinformare l’elettorato che fanno la differenza. Nel caso italiano due sono gli aspetti più eclatanti. Il primo nel demonizzare la politica associandola al mal governo, agli intrallazzi, agli scandali e quel che ne segue per spingere gli elettori all’astensinismo. In questo modo si possono meglio controllare i voti e concentrarsi su coloro che si sanno fedeli. L’altro è nel frazionare le forze opposte. Un esempio tipico lo abbiamo avuto nel 2006 allorchè il partito pensionati lasciò l’area del centro destra per passare all’altra sponda. Subito si attivarono le contromisure costituendo un partito antagonista e in questo modo i voti si dispersero vanificandoli. Oggi la tecnica è ancora più raffinata costituendo partiti filo meridionali, di protesta ecc. e con il solo intento di dimostrare all’elettorato che se si scende dallAventino e si ha in uggia i partiti tradizionali vi possono essere quelli alternativi. Ma non si dice loro che sono solo dei masticatori di voti per poi sputarli nella pattumiera. Infatti con il premio di maggioranza basta un solo partito per incassare un risultato record a scapito del perdente, sia pure di poco. E il laboratorio molisano di queste ore lo ha dimostrato ampiamente. Hanno funzionato sia l’astensionismo, sia le liste di disturbo ma capaci di attrarre un elettorato scontento ma speranzoso di poter dare, comunque, un contributo ad una causa che hanno creduto di riscatto e di cambiamento. Più in generale la tecnica è quella di far affiorare il dissenso non dall’altra parte della barricata ma al proprio interno facendo apparire personaggi che protestano, che dissentono e che in questo modo riescono ad individuare per poi neutralizzarli. Lo stiamo verificando in maniera “scientifica” con le esternazioni di Bossi che dal martedì alla domenica tuona contro il governo e il lunedì sera si riallinea con lo stesso oppure lascia intendere che vi sia un’opposizione maroniana all’interno della Lega e così riesce ad individuare e poi ad isolare i dissensi. Il risultato che gran parte del popolo leghista resta ancorato al proprio partito convinto che se le cose non funzionano vi è, comunque, un dissenso che potrebbe raddrizzare le sorti del movimento e resta ben lungi dal pensare che è uno “scontento pilotato”. Se noi non impariamo a fare dei distinguo e a seguire meglio la politica è difficile che con il solo esercizio del voto o, peggio ancora, astenendosi si possa ottenere ciò che dal voto intendiamo esprimere. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Lettera aperta ai parlamentari

Posted by fidest press agency su martedì, 27 settembre 2011

Palazzo Chigi

Image by agenziami via Flickr

Egregio onorevole, mi consenta rivolgerle una mia riflessione. Esiste un disagio diffuso nell’opinione pubblica che non può essere sottaciuto. Lo riscontriamo non solo tra chi sdegnosamente dichiara di non voler andare a votare (e siamo già al 30% dell’elettorato), ma anche tra chi non vuole sottrarsi dal diritto-dovere di votare. In tutti questi casi si guarda al “palazzo” (dalle aule parlamentari a Palazzo Chigi) come ad un qualcosa di estraneo alla volontà popolare. Tutto ciò mi appare un non senso se è vero, come è vero, che chi siede sugli scranni delle aule parlamentari e lì per esplicita volontà popolare. E allora, mi chiedo, cosa ci sta accadendo? Cosa non sta funzionando? Di certo vi è uno scollamento di costume prima ancora dall’essere politico. Ed è una morale che non è solo frutto di un’etica religiosa. E allora è d’obbligo chiederci se esiste in questa nostra società un partito che vuole sposare il malcostume per calcolo e farne un porta bandiera ed indirizzarci ad un diverso modo d’interpretare l’etica della vita. Sarebbe, per davvero, una velenosa e insidiosa mistificazione della verità, contrabbandata per gli spiriti semplici come una invenzione mediatica, e che sta minando nel profondo le coscienze, i valori che sono la parte costituente del nostro essere e del nostro divenire. Occorre spezzare questa spirale che produce “comportamenti licenziosi e relazioni improprie e determina un danno sociale e ne ammorba l’aria…” Sono le parole del cardinale Bagnasco e non è per questo richiamo dell’autorità religiosa che si risveglia in me un profondo disagio quanto nella convinzione che non esistono confini laici o confessionali nel rispetto della persona umana, nella sacralità dei valori, nell’etica della politica e del sociale. Allora egregio onorevole, se vuole che si riconcili con la politica quella parte che la vede snaturata ne tragga le conseguenze e compia quel passo verso il riavvicinamento del rapporto eletto-elettore restituendo dignità alle istituzioni se non altro perché noi tutti abbiamo una forte responsabilità nel dover consegnare il testimone alle generazioni future senza lordarlo di infamie e di miserie e questo dovere non possiamo subordinarlo al calcolo, alla plageria e alla cortigianeria per 30 miseri denari. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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I governi li scelgono gli elettori?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 settembre 2011

Altero Matteoli, Italian politician. Festival ...

Image via Wikipedia

“I governi li scelgono gli elettori. E’ la grande conquista del bipolarismo. Non possiamo quindi condividere la proposta del senatore Pisanu”. Lo dichiara il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli”. Abbiamo strabuzzato gli occhi increduli. La legge elettorale con la quale l’attuale maggioranza ci governa, caro ministro, ha impedito di fatto ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti e li ha costretti a votare a scatola chiusa. La stessa legge elettorale ha permesso al Pdl di avvantaggiarsi con il premio di maggioranza raggiungendo una maggioranza alla camera dei deputati notevole ma che ha sprecato non ponendo mano alle riforme strutturali. Oggi questo governo si regge non con il consenso popolare, ma con il voto di un manipolo di transfughi in parte premiati con incarichi ministeriali. Negare questa evidenza è uno stile che non possiamo accettare. Conosco il senatore Pisanu e pur non condividendo le sue posizioni politiche mi sento oggi di difenderlo perché dobbiamo smettere di parlare del popolo sovrano. Oggi più che mai diventa una sonora presa in giro. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Le due chioccioline

Posted by fidest press agency su domenica, 10 luglio 2011

Chioccioline al pepe e lamponi 3

Image by Elga73 via Flickr

Renato Pierri mi scrive commentando il voto bipartisan sull’abolizione delle province proposto dall’Idv: “Il Pd, astenendosi dal voto riguardo alle legge che mirava ad abolire le province, ha mostrato la sua vera faccia, vale a dire quella molto somigliante alla faccia del Pdl. Mi viene da pensare ad uno dei tanti proverbi napoletani che mia madre, che era nativa di Aversa, ci regalava ogni tanto: “So’ ddoje maruzze: una fete e n’ata puzza”. Tali sono il Pdl e il Pd, due chioccioline puzzolenti. Può darsi che una puzzi lievemente meno, ma per gli elettori diventa sempre più difficile votare”. Un giudizio severo ma condivisibile. Da tempo, oramai, questi due partiti si somigliano negli scandali nei quali sono stati coinvolti i loro leader e i relativi quaquaraquà. Si somigliano ma una differenza dobbiamo annotarla. Il Pdl è più consapevole del Pd sulla necessità di restare unito e per farlo ha trovato il suo collante: Silvio Berlusconi. Sull’altro versante la lite continua. E’ una storia vecchia e una lezione che nessuno vuole imparare. Nel 1922 l’abbiamo pagata cara aprendo la strada al fascismo. Abbiamo rischiato grosso nel 1948 e qui non mi riferisco tanto alla vittoria degli uni contro gli altri quanto alle paure, reali o supposte che fossero, che ci hanno portato a scelte di un certo tipo. Abbiamo continuato a dividerci ma non più di tanto sapendo che a tenere le file e a costringerci a stare uniti vi erano forti interessi internazionali. Poi è venuta la caduta del muro di Berlino e la stagione di “mani pulite”. Fu come se avessimo stappato una bottiglia di spumante. E forse proprio perché eravamo brilli abbiamo creduto ad una dittatura comunista che non esisteva più. Da quel momento abbiamo accettato la “dittatura” come il minore dei mali rispetto alla litigiosità degli altri. Ora il collante che tiene unito il Pdl sta perdendo aderenza e riaffiora il “vizietto” di sempre che pensavamo aver esorcizzato. A questo punto resta il discorso di fondo: l’Italia non si governa mettendo a nudo le nostre debolezze. Il paese vuole seriamente il partito degli onesti. E’ una onestà non tanto e solo di costumi ma di buon governo dove al primo posto vi è la lotta agli interessi partigiani, ai facili guadagni, alla corruzione e per sostenere una diversa scrematura delle risorse perché se vi sono 20 milioni di italiani che se la passano bene ve ne sono 40 che vivono modestamente. E questo è un discorso che non è solo italiano poiché nel mondo mentre ci avviciniamo a grandi passi ad avere 7 miliardi di abitanti ci stiamo accorgendo che sono troppi ed è troppo grande l’avidità di pochi. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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