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Capital Group: I mercati emergenti sono prossimi a un boom dei dividendi?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 settembre 2021

Commento a cura di Valeria Vine, Investment Director di Capital Group Uno dei principali sviluppi avvenuti durante la pandemia di COVID-19 è stato l’impegno delle banche centrali a mantenere politiche monetarie accomodanti e a sostenere le rispettive economie. Dato il contesto caratterizzato da tassi di interesse continuamente bassi, crescono le discussioni sulla necessità per chi investe in reddito di ampliare le proprie opzioni rivolgendosi ai titoli che corrispondono dividendi. L’esperienza del 2020 ha però evidenziato l’importanza della diversificazione. I classici terreni fertili come l’Europa e il Regno Unito hanno infatti registrato un crollo nella distribuzione dei dividendi nel 2020, mentre i ME si sono dimostrati molto più resilienti, con un calo dei dividendi limitato all’8,8%.Ciò è dovuto principalmente al fatto che l’Asia settentrionale, che costituisce circa il 65% dell’indice MSCI EM, si è ripresa dalla crisi dettata dal COVID-19 molto più velocemente del resto del mondo. Gran parte dell’Europa e del Nord America ha iniziato ad allentare le misure di restrizione solo negli ultimi mesi, mentre le attività commerciali e produttive in Cina, ad esempio, erano già prossime ai livelli pre-pandemia più di un anno fa. Le statistiche ufficiali del governo cinese indicano che il tasso nazionale di ripresa del lavoro delle piccole e medie imprese era dell’84% al 15 aprile 2020 (poco più di un mese dopo lo scoppio della pandemia in Europa e Nord America), mentre per le grandi imprese industriali il dato si attestava al 99%.Altro fattore alla base della resilienza dei dividendi dei ME è la netta solidità dei bilanci di molte delle loro società. Tali società tendono ad avere riserve di liquidità maggiori in considerazione dell’ambiente commerciale, sociale e politico più volatile in cui operano. Devono inoltre far fronte a mercati di finanziamento a breve termine meno sviluppati e alle fluttuazioni dei tassi di cambio. Il grafico sottostante mostra che dal 2006 le società dell’indice MSCI EM hanno costantemente detenuto un livello più elevato di liquidità in percentuale dei loro asset rispetto alle controparti globali (indice MSCI World). Infatti, secondo i dati di Capital Group, negli ultimi 15 anni le società dell’MSCI World non hanno mai registrato alla fine dell’anno solare più liquidità (in percentuale degli asset totali) rispetto alle società dell’MSCI EM. Questo impiego più conservativo della liquidità ha favorito le società dei ME nel contesto estremamente volatile dettato dalla pandemia.Le prospettive dei dividendi appaiono interessanti nel lungo termine, sostenute da rapporti di distribuzione relativamente bassi, in crescita rispetto a una base storicamente bassa. Ma la cultura dei dividendi sta acquisendo slancio, in particolare negli ultimi cinque anni, poiché il ritmo di crescita ha superato notevolmente le medie globali, statunitensi ed europee.Eppure, osservando solo gli indici si rischia di non capire appieno il potenziale d’investimento dei ME. I tradizionali benchmark, come l’indice MSCI EM, possono fornire agli investitori internazionali un quadro approssimativo delle opportunità offerte dai ME, ma non quello effettivo poiché circa il 23% dell’indice (in termini di capitalizzazione di mercato) è composto da imprese controllate dallo Stato. Queste ultime tendono a operare in settori più ciclici come il petrolio e il gas, gli industriali e i materiali, ma i maggiori successi negli ultimi anni si riscontrano tra le società private, in grado di sfruttare l’interessante profilo demografico della regione (popolazione giovane e vivace) e la rapida crescita del ceto medio.Nelle imprese di Stato, poi, gli interessi aziendali e quelli degli azionisti possono divergere, in particolare quelli degli azionisti di minoranza. Se a questo si aggiunge un contesto di scarso attivismo degli azionisti sul fronte interno e di limitato potere degli amministratori indipendenti e dei comitati di supervisione, gli azionisti di minoranza esteri possono essere esposti a ulteriori rischi. Questa incapacità di essere ascoltati può essere particolarmente dannosa per gli investitori in caso di decisioni strategiche o di asset allocation. La gestione di alcune imprese controllate dallo Stato è in parte dettata da obiettivi di politiche pubbliche; pertanto, il valore degli azionisti di minoranza può talvolta passare in secondo piano. Il grafico sottostante evidenzia tale situazione, poiché mostra l’enorme divario in termini di distribuzioni di dividendi effettuate dalle imprese statali e da quelle private nei ME. http://www.verinieassociati.com

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LGIM: la favola estiva dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 luglio 2021

I mercati emergenti sono un settore molto interessante e lo saranno anche in futuro: il dollaro è scambiato a valori al di sotto della media, la volatilità è contenuta e i prezzi delle materie prime stanno risalendo; inoltre, i flussi monetari verso i fondi sui mercati emergenti stanno aumentando (127 miliardi di dollari da inizio anno in questa asset class). Se questo trend dovesse continuare, gli inflow potrebbero arrivare a superare il totale annuo del 2019.A nostro avviso, le prospettive su questo punto sono positive: nei mesi estivi, prevediamo una robusta crescita dei rendimenti, in quanto giugno, luglio e agosto di solito fanno registrare buone performance ai mercati emergenti: negli ultimi 27 anni i rendimenti dell’indice Emerging Markets Bond Global Diversified sono state positive nel 63% dei casi a giugno, nel 74% a luglio e nel 78% ad agosto; mentre l’indice Emerging Markets Corporate Entities Bond negli ultimi 20 anni ha ottenuto il segno “+” nel 65% dei casi nel mese di luglio e nel 75% nel mese di agosto. Inoltre, quest’estate dovrebbe vedere altri effetti positivi, dovuti alle minori emissioni e ai flussi monetari in entrata in crescita.Le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI) indicano che i mercati emergenti dovrebbero crescere del 6% quest’anno – lo 0,8% in più rispetto a quanto predetto a inizio 2021. Ovviamente ci sono delle differenze interne alla categoria, con i due mercati principali, ovvero Cina e India, che registrano stime di crescita superiori all’8%, mentre quelle degli altri mercati sono comprese tra il 4% e l’8%. Andando oltre la crescita economica, i prezzi più elevati delle commodity significano un surplus di bilancio per gli EM per il terzo anno consecutivo, il quale, secondo il FMI, si attesterebbe a oltre 200 miliardi di dollari. Un ruolo di supporto molto importante lo giocano anche i fondi stanziati dallo stesso FMI, che accresceranno i volumi delle riserve di valute straniere all’interno dei mercati emergenti. Inoltre, continueranno anche i programmi di sospensione del debito previsto dal G20 e il programma di supporto a 84 economie emergenti del Fondo Monetario Internazionale, che dall’inizio della pandemia ha già portato nelle casse degli EM 110 miliardi di dollari. È molto importante ricordare che il FMI non elargisce prestiti a paesi il cui debito pubblico è considerato insostenibile o dove persistono evidenti gap finanziari.Infine, nei mercati emergenti sta diminuendo anche il numero di contagi da Covid-19 – anche se rimangono ancora problematici in America Latina – l’offerta di vaccini crescerà a partire dalla seconda metà di quest’anno e lo stesso farà la percentuale di vaccinati. Una volta sotto controllo il coronavirus, i tassi di default e di downgrade nel rating hanno già raggiunto l’apice. Fitch ha osservato che il tasso di default degli stati è salito al 4,2% dopo il collasso di Argentina, Ecuador, Libano, Suriname e Zambia – nessuno dei quali causato dal Covid-19 – e in un universo di oltre 70 nazioni che compongono l’indice Emerging Markets Bond Global Diversified.Il valore di un investimento e l’eventuale reddito da esso ricavato non sono garantiti e possono aumentare così come diminuire; si potrebbe non recuperare l’importo inizialmente investito.

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Tutto sembra sostenere le valute dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 luglio 2021

A cura di Kate Griffiths, Client Portfolio Manager del Team Emerging Debt di Pictet Asset Management. La domanda globale di prodotti dei mercati emergenti appare solida e ci aspettiamo un’ulteriore crescita. In presenza di una domanda interna debole e alla conseguente riduzione delle importazioni nelle aree emergenti, abbiamo assistito a un significativo miglioramento dei conti con l’estero delle economie emergenti. In questo modo, il posizionamento dei Paesi emergenti che già vantavano fondamentali solidi si è ulteriormente rafforzato e si sono registrati anche progressi degni di nota nella bilancia delle partite correnti delle nazioni invece strutturalmente più fragili. Ad esempio il Sudafrica e altri Paesi storicamente caratterizzati da un deficit delle partite correnti presentano ora un surplus. Inoltre, occorre considerare che le banche centrali dei Paesi emergenti sono un passo avanti a livello di inasprimento della politica monetaria: In Brasile, Russia e Turchia il ciclo di rialzo dei tassi è già cominciato e nel prossimo futuro ci saranno nuovi inasprimenti da parte delle autorità monetarie di questi o di altri Paesi. I differenziali di tasso di interesse rispetto ai mercati avanzati sono quindi in miglioramento, sostenendo le valute. Infine, l’avanzamento delle campagne vaccinali nei Paesi emergenti nel secondo semestre dell’anno si tradurrà in un miglioramento delle prospettive, più favorevoli alla crescita. Considerato che è stata riscontrata una forte correlazione tra l’evoluzione della situazione pandemica e l’andamento delle valute, notizie più incoraggianti sul fronte sanitario dovrebbero sostenere le divise emergenti. Il duplice mandato della Fed – adozione di un sistema di targeting dell’inflazione media asimmetrico e persistente focus sul raggiungimento di una forma più equa di pieno impiego – si tradurrà in un aumento dell’hurdle rate per l’inasprimento della politica della Fed e in una maggiore propensione a tollerare una risalita dell’inflazione. Per questo motivo, negli USA i rendimenti reali si manterranno su livelli depressi ancora per qualche tempo.A impattare sulle prospettive per la valuta nord-americana è anche il duplice deficit statunitense. Da un lato, il deficit fiscale è in costante aumento negli Stati Uniti per via delle misure accomodanti (programma di stimoli per l’emergenza causata dalla pandemia, investimenti infrastrutturali, ecc.) varate dall’amministrazione Biden in risposta alla situazione attuale. Dall’altro, il saldo commerciale appare sempre più ampio poiché i consumatori USA (destinatari di trasferimenti diretti di denaro da parte del governo) spendono per acquistare merci importate. Di conseguenza, si assiste a una fuoriuscita di dollari a livello globale che favorisce in particolare le aree emergenti, esportatrici di prodotti manifatturieri e questa crescente offerta di dollari in tutto il mondo alimenta le pressioni ribassiste sul biglietto verde. Infine, non possono essere ignorati i segnali di una tendenza generale alla de-dollarizzazione, seppur ancora nelle fasi iniziali. La progressiva affermazione della Cina sulla scena globale, infatti, sta accelerando il processo di de-dollarizzazione del commercio mondiale, che procede a ritmo sempre più rapido. Sempre più spesso le transazioni commerciali sono concluse al di fuori del “sistema del dollaro” e tale trend guadagnerà ulteriore slancio in seguito all’ascesa delle valute digitali delle banche centrali, tra cui la cinese CBDC sembra la più innovativa. L’egemonia del dollaro resta intatta (data l’attuale mancanza di alternative valide), ma il trend in atto è senza dubbio favorevole all’affermazione di monete di scambio alternative, anche alla luce della formazione di nuove alleanze politiche e regionali (relazioni UE/Cina, RCEP) e quindi del rifiuto di dipendere interamente dal “sistema del dollaro”.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 giugno 2021

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. Dopo la forte corsa dei mercati emergenti nell’ultimo anno, gli investitori devono ora affrontare due grandi preoccupazioni. Prima di tutto, la possibilità che nei prossimi sei trimestri o giù di lì le economie emergenti facciano meno bene rispetto a quelle sviluppate, un comportamento raro nella storia recente. In secondo luogo, i rendimenti dei Treasury USA paiono destinati ad aumentare, un fattore che, più in generale, può turbare i mercati. Normalmente, ognuno di questi fattori potrebbe suggerire un probabile ribaltamento delle sorti dei mercati emergenti (ME), ma non in questo momento. Il contesto economico, infatti, pare destinato a rimanere molto favorevole per le attività dei mercati emergenti. Come ci insegna la storia, le azioni e le obbligazioni dei mercati emergenti dovrebbero continuare a registrare un andamento eccezionalmente positivo.Le classi di attivi dei mercati emergenti offrono i risultati migliori in periodi di inflazione elevata e crescita robusta. Infatti, in questi contesti sono tra le classi di attivi con la performance migliore. Dal 1950, nei periodi in cui l’inflazione globale è stata superiore al 2% e la crescita del PIL globale al di sopra della media degli ultimi quattro anni, la performance delle azioni dei mercati emergenti ha superato in maniera significativa quella delle 25 principali classi di attivi, generando rendimenti annui medi ben superiori al 20%. Nell’ultimo decennio, gli investitori si sono talmente abituati ai timori di deflazione che in molti paiono dubitare di un ritorno significativo dell’inflazione. Eppure tutti i segnali indicano che l’inflazione potrebbe essere prossima a tornare. A marzo, l’inflazione basata sull’indice dei prezzi al consumo globale (CPI) è salita al 2,1% da un minimo dell’1% nel novembre dello scorso anno.A dire il vero, la maggior parte del recente balzo dei prezzi va ricondotta agli shock sul fronte dell’offerta: i lockdown hanno causato colli di bottiglia e tempi di consegna più lunghi, facendo aumentare i prezzi delle materie prime e di altri fattori produttivi essenziali. Tuttavia, anche se in parte queste pressioni inflazionistiche si ridurranno con la riapertura delle economie, le massicce misure di stimolo, soprattutto negli Stati Uniti, continueranno a sostenere la domanda. Stimare l’impatto finale di questi diversi fattori è complicato ma, a conti fatti, sembra sempre più probabile che l’epoca dell’inflazione bassa sia finita. Nel qual caso è sensato assumere posizioni contro tale rischio.Tuttavia, c’è la preoccupazione che la tesi a favore dei mercati emergenti non sia ancora del tutto scontata. Questo perché le economie dei mercati sviluppati sono destinate a superare quelle dei mercati emergenti nei prossimi trimestri. Allo stesso tempo, vi è il rischio di un aumento dei rendimenti dei Treasury USA e, poiché questi rappresentano il tasso privo di rischio del mercato, un simile movimento potrebbe essere un cattivo presagio per altre attività. È raro che i mercati sviluppati crescano più rapidamente delle economie emergenti nei periodi di forte crescita economica generale. Questo scenario si è però verificato nel 2010 e, in quel caso, ottennero buoni risultati sia le obbligazioni sia le azioni dei mercati emergenti: il debito in valuta locale rese il 12,7% annualizzato, mentre l’indice MSCI dei mercati emergenti generò un rendimento quasi del 19%, sovraperformando i mercati sviluppati di oltre 6 punti percentuali. Le esportazioni reali sono tornate alla loro media di lungo termine già a febbraio, crescendo del 5,2% su base annua: questo si deve quasi tutto ai mercati emergenti. È probabile che una forte crescita negli Stati Uniti e un’inflazione più elevata facciano salire i rendimenti obbligazionari dei Treasury USA, soprattutto sulle scadenze più lunghe. Gli investitori temono che tale aumento dei rendimenti possa danneggiare le attività rischiose di tutto il mondo. Storicamente, in effetti, ciò ha spesso danneggiato le attività dei mercati emergenti, ma solo quando la crescita in questi Paesi era relativamente debole o in calo. Questa, però, non è la situazione attuale.In genere, l’aumento dei rendimenti statunitensi comporterebbe un aumento dei costi di finanziamento per le economie emergenti, che a sua volta ne colpirebbe le valute. Le valute dei mercati emergenti non sono diverse dalle altre attività dei mercati emergenti in termini di performance nei diversi contesti economici. Una crescita debole in una fase di aumento dei rendimenti statunitensi è associata al deprezzamento della valuta. Una forte crescita, anche in un contesto inflazionistico, porta a un apprezzamento, in particolare nel caso delle valute asiatiche e latinoamericane. (abstract)

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Perché bisogna tornare a puntare sui mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 giugno 2021

A cura di Paolo Paschetta, Country Head Italia di Pictet Asset Management. I mercati emergenti rappresentano un’ottima opportunità d’investimento, anche se accostarsi a loro richiede un certo grado di conoscenza. Addentrarsi nel mondo degli emergenti, infatti, significa trovare all’interno un vasto numero di civiltà e mercati con caratteristiche uniche. Per questo è utile approfondirne i tratti salienti, senza fermarsi a luoghi comuni che potrebbero far perdere occasioni di rendimento interessanti o sottovalutare eventuali rischi. Queste aree del mondo – dall’Asia all’America Latina, passando per Africa, Est Europa e Medio Oriente – sono in alcuni casi caratterizzate da instabilità politica ed economica. Inoltre, lo shock esogeno causato dalla pandemia ha colpito duramente alcuni di questi mercati, ma l’avanzamento delle campagne vaccinali e la ripresa globale che tutti attendono per la seconda parte dell’anno permetterà agli emergenti di tornare velocemente ai trend di fondo che li vedevano come i protagonisti del futuro.Già prima dell’avvento della pandemia, infatti, i mercati emergenti davano la sensazione di essere sulla via di uno sviluppo particolarmente rilevante. Tant’è che secondo uno studio della società di consulenza McKinsey, pubblicato nel 2019, i Paesi in via di sviluppo entro il 2030 rappresenteranno più della metà di tutti i consumi globali. E stime della Commissione Europea ci dicono che, per allora, la classe media di Cina e India rappresenteranno il 66% del totale mondiale. Le prospettive di una graduale ripresa del commercio internazionale, poi, non potranno fare altro che tornare ad alimentare la crescita degli emergenti. A fare da volano all’area asiatica, inoltre, ci sarà la Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), un accordo di libero scambio di merci, servizi e investimenti tra 15 Paesi che rappresentano insieme il 30% della popolazione mondiale, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud e gli Stati del Sud Est Asiatico.Per quanto Cina e India abbiano economie dinamiche e in forte crescita, con il Paese del Dragone che si è ritagliato una leadership globale nel comparto digitale, ci sono anche altre aree del mondo emergente a cui vale la pena rivolgere l’attenzione. Una di queste è certamente l’Africa. Secondo un rapporto della Brooking Institutions, infatti, si stima che il continente abbia già superato l’India per numero di famiglie classificabili come classe media e avrà un mercato i cui consumi potrebbero salire fino a 2.500 miliardi di dollari entro il 2030. E dall’inizio di quest’anno, inoltre, è entrato in vigore l’accordo di libero scambio più grande al mondo in termini di Paesi partecipanti: l’African Continental Free Trade Area, con ben 54 firmatari. Una novità in grado di dare il via a uno sviluppo ancora più spedito, favorito anche dagli investimenti esteri che cominciano a fare capolino sull’area in maniera consistente. Il continente africano è pronto a crescere e lo farà con un modello differente da quanto fatto da altri. Chi vuole cercare opportunità di diversificazione, infatti, non potrà fare a meno di notare come, per esempio, in Kenya e Nigeria esistano già migliaia di società FinTech, con un ruolo degli istituti bancari tradizionali totalmente marginale.Anche l’America Latina è un mondo interessante e ricco di opportunità, sebbene in passato sia rimasto legato a un modello di sviluppo troppo dipendente dal commercio delle materie prime, fattore che ha contribuito a creare un elevato livello di diseguaglianza all’interno della popolazione, oltre a un’eccessiva fragilità dell’economia. Ora, però, l’abbattimento di molte barriere attraverso la digitalizzazione, l’aumento della fetta di popolazione rientrante nei canoni della classe media e la diffusione dei servizi su più ampia scala potrebbero dare slancio a un nuovo sviluppo dell’area che è, e rimane, una terra dalle mille opportunità, al pari dell’America del Nord. In America Latina, infatti, si nasconde un serbatoio di eccellenze e innovazione che non si mette mai abbastanza in evidenza. Si possono citare, per esempio, il sistema sanitario all’avanguardia del Cile, ai primi posti al mondo per numero di persone vaccinate contro il Covid. Oppure il caso del Costa Rica che, dal 2019, sfrutta quasi esclusivamente energia rinnovabile. Non è poi da trascurare la grande disponibilità di materie prime e di minerali. La Bolivia, per esempio, ha la più grande riserva di litio al mondo ed è pronta a produrre localmente batterie, una potenzialità da non sottovalutare in un mondo che si prepara al boom delle auto elettriche. Questi sono solo alcuni degli aspetti più interessanti di un’area del mondo ormai pronta a smarcarsi dagli stigmi attribuitigli negli anni di corruzione, instabilità economica e politica.Anche il Medio Oriente è un’area del mondo che dà segnali di maturità. Un Paese importante di quest’area, l’Arabia Saudita, ha intrapreso una politica per diventare sempre più indipendente dal petrolio con il piano di trasformazione Saudi Vision 2030. Paesi come Oman e Qatar hanno varato alcune riforme del mercato del lavoro favorevoli agli immigrati, con il probabile effetto di una maggiore capacità di attrarre e trattenere talenti e competenze dall’estero. Spostandoci, invece, sull’Est Europa, questa era l’area del Vecchio continente a crescita media più elevata prima della crisi, con una fetta consistente di popolazione che stava vedendo aumentare salari e capacità di spesa. La pandemia ha momentaneamente arrestato questo processo, ma con la ripresa dell’attività a livello mondiale è assai probabile che l’economia di questi Paesi riprenda il percorso interrotto. Paesi come la Russia, essendo comunque legati al mercato energetico, potrebbero riprendere slancio con la ripresa dei viaggi e del trasporto merci a livello mondiale. I Paesi sotto al cappello dell’Unione europea, infine, potranno presto beneficiare degli investimenti nell’ambito del Recovery Fund.Il quadro generale che si riesce a ricavare dal mondo degli Emergenti è, quindi, molto diversificato per aree regionali. Ma tutti questi Paesi, pur nelle loro diversità, hanno la caratteristica comune di offrire grande potenziale di rendimento, pur rimanendo soggetti a repentine correzioni. Quest’ultimo è un aspetto che tende a tenere lontani gli investitori più avversi al rischio, insieme al fatto che negli ultimi 10 anni si è verificata una grande dispersione di performance: tra le asset class migliori e quelle peggiori, infatti, c’è stata una differenza media del 30 per cento. Tuttavia, questo mondo complicato può rivelarsi una fonte preziosa di rendimento, se si adotta la giusta strategia. Con il fondo d’investimento Pictet-EMMA (Emerging Markets Multi Asset), Pictet ha messo in campo un approccio globale e diversificato, multi asset, che si pone l’obiettivo di andare a selezionare le varie eccellenze locali e, al contempo, controllare il rischio che caratterizza questi mercati.

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Economie emergenti: l’aumento dell’inflazione costringe le banche centrali a inasprire le politiche monetarie

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 Maggio 2021

Secondo le previsioni del FMI di aprile 2021, le economie emergenti saranno più penalizzate in maniera permanente dalla crisi attuale rispetto alle economie avanzate.Nel 2024, il PIL delle economie emergenti registrerà 4 punti percentuali in meno rispetto a quello che sarebbe stato osservato senza la crisi COVID. Per le economie avanzate, il divario sarà solamente di un punto (contro i 10% nel corso della crisi finanziaria mondiale). Molteplici ragioni spiegano questa discrepanza attesa tra la ripresa delle economie avanzate e quelle emergenti. In primo luogo, sul piano sanitario, la campagna vaccinale ha preso maggior piede nei paesi avanzati, con l’eccezione di qualche economia emergente: Emirati Arabi Uniti, Cile e, in misura minore, Turchia e Marocco, dove lo scorso 8 aprile almeno il 10% della popolazione aveva completato il ciclo di vaccinazione. A parte alcuni casi, l’acquisizione della maggior parte dei vaccini disponibili da parte di Stati Uniti ed Europa lascia poche dosi disponibili per gli altri. Tra le quattro principali aree produttrici di vaccini (Cina, Stati Uniti, Europa occidentale e India), la tentazione di attuare misure protezioniste è sempre più forte. Ad esempio, l’India ha già annunciato una chiusura temporanea dell’esportazione di vaccini allo scopo di privilegiarne la distribuzione sul territorio nazionale, dove il numero di casi è aumentato considerevolmente da inizio marzo. Oltre a queste incertezze sanitarie ancora elevate, buona parte delle economie emergenti resta ancora penalizzata dall’esposizione ai settori di attività, a lungo colpiti dalla crisi (turismo e trasporti in particolare).Quanto alle buone notizie, l’aumento dei prezzi del petrolio o delle principali materie prime agricole costituiscono una boccata di ossigeno per le economie che l’anno scorso sono state colpite dalla tendenza inversa. Le prospettive positive per i consumi americani dovrebbero alimentare forti volumi di esportazioni soprattutto per i produttori di beni di consumo.Al contrario, il peggioramento del deficit di bilancio americano favorisce fuoriuscite di capitali dai mercati emergenti, poiché le revisioni al rialzo delle prospettive di crescita del PIL americano, incoraggiano un incremento dei tassi di interesse a lungo termine negli Stati Uniti, una riduzione del divario con le sue controparti dei paesi emergenti e minor attrattiva per i mercati finanziari di quest’ultimi. Di conseguenza, questo porta a un deprezzamento delle valute emergenti, in particolare in Turchia e Brasile.

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Roma: Casa delle Tecnologie Emergenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 aprile 2021

Roma. La road map progettuale della Casa delle Tecnologie Emergenti va avanti nel pieno rispetto dei tempi. È stato infatti compiuto un altro passaggio amministrativo decisivo per la realizzazione del polo tecnologico nella Stazione Tiburtina.Il Dipartimento Patrimonio e Politiche Abitative ha stipulato con Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo FS) gli atti notarili con i quali Roma Capitale godrà gratuitamente per 30 anni del diritto d’uso di locali per oltre 1000 mq nel prestigioso hub ferroviario, nodo cruciale della mobilità capitolina e dell’intero Sistema Alta Velocità Torino-Milano- Salerno.In attuazione alla Delibera di Giunta n. 263 del 13 novembre 2020, l’Amministrazione capitolina avrà spazi rappresentativi e tecnologicamente avanzati in questa stazione emblema dell’architettura ferroviaria contemporanea, che si candida a “luogo per la città” in linea con le evoluzioni del concetto di infrastruttura ferroviaria e urbana impresse dal Gruppo FS Italiane anche a Roma. Stazioni sempre più protagoniste della vita cittadina: poli non solo di mobilità integrata e sostenibile, ma anche di servizi e di funzioni vitali al suo sviluppo sociale, economico e produttivo.Gli spazi che Roma Capitale ha ottenuto gratuitamente da RFI, in forza di una Convenzione del 2005 attualizzata e concretizzata con le stipule sottoscritte dall’Amministratrice Delegata di RFI Vera Fiorani, hanno una doppia valenza e sono ospitati in luoghi diversi della stazione ma tutti con valore strategico. Saranno consegnati all’Ufficio di Scopo del Dipartimento Sviluppo Economico e Attività Produttive due spazi per complessivi 805 mq da destinare alla “Casa delle Tecnologie emergenti”: uno all’interno di un avveniristico contenitore sospeso a doppio livello ovvero in una delle cosiddette “bolle” della grande galleria vetrata sopra la piattaforma dei binari, l’altro con ingresso da via di Pietralata. E proprio in questo “boulevard” urbano di stazione che unisce due quartieri, Pietralata e Nomentana, verrà realizzato questo moderno centro di sviluppo finanziato da risorse provenienti dal MISE. Un nuovo polo delle Tecnologie emergenti dedicato a creatività ed innovazione con progetti di ricerca/sperimentazione per start up e piccole medie imprese e con il trasferimento di know how tecnologico secondo il modello dello “Start up City”, dell’Internet of Things (IoT), del Blockchain e dell’Artificial Intelligence (AI).

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Mercati Emergenti: quando il diritto (di prelievo) è un compromesso

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 aprile 2021

A cura di Pasquale Diana, Senior Macro Economist di AcomeA SGR. Questa settimana si svolgono a Washington i tanto attesi incontri del Fondo Monetario Internazionale (FMI), in forma ovviamente virtuale. Le ultime stime del Fondo vedono la crescita mondiale in miglioramento, con il PIL globale in crescita del 6% nel 2021, in rialzo dello 0.5% rispetto alle stime di gennaio. Questa stima nasconde però delle divergenze importanti: i paesi avanzati cresceranno del 5.1%, trainati dagli Stati Uniti (+6.4%). I paesi emergenti cresceranno del 6.7%, ma solo grazie alle performance della Cina (+8.4%) e dell’India (+12.5%). L’Africa Sub-sahariana, ad esempio, crescerà solo del 3.4%, l’America Latina del 4.6% e l’Europa Emergente del 4.4%. Questo gap di crescita è ancora più marcato se lo guardiamo da un altro punto di vista. Secondo le stime del Fondo, l’unico paese in cui nel medio periodo il livello stimato del PIL sarà superiore alle stime pre-Covid sono gli Stati Uniti. Nelle economie emergenti, la perdita totale di ricchezza rispetto alle stime pre-Covid è nell’ordine del 4-8% del PIL, con Asia (ex-Cina) e America Latina maggiormente colpite.Che cosa sta alla base del fenomeno che vede le economie ricche riprendersi dalla pandemia con un vigore superiore rispetto ai paesi emergenti? Due fattori: una politica fiscale più espansiva e una somministrazione di vaccini più efficace. Il primo fattore è legato alla possibilità che i paesi ricchi hanno di finanziare stimolo fiscale tramite emissione monetaria (quantitative easing), un privilegio legato al fatto di emettere reserve currencies. Il secondo fattore è legato agli accordi presi dai paesi sviluppati con le multinazionali farmaceutiche, grazie ai quali si sono assicurati la stragrande maggioranza delle dosi di vaccini disponibili nei primi mesi di inoculazioni. Questo vuol dire che i paesi sviluppati raggiungeranno l’immunità di gregge e riapriranno le loro economie quando alcuni paesi emergenti staranno appena iniziando a vaccinare su larga scala. In parole povere, i paesi emergenti continueranno a soffrire degli effetti della pandemia ben più a lungo degli altri. È palese che il Fondo Monetario debba giocare un ruolo importante per evitare una nuova crisi dei paesi emergenti, ma quale? Nel post-Covid, l’FMI ha messo in piedi programmi di vario genere con 86 paesi per un totale di 110 miliardi di dollari (vedi qui), ai quali vanno aggiunte altre linee preesistenti, per un totale di 250 miliardi. Questo è ancora poco rispetto al potenziale di erogazione del Fondo che ammonta a circa un trilione di dollari. Può il Fondo Monetario fare di più per aiutare i paesi emergenti? Certamente. Ma allora perché non lo fa? Non è così semplice. Per capire, dobbiamo fare un passo indietro.In sintesi, l’FMI di oggi è diverso rispetto a quello di 20 anni fa per due aspetti fondamentali. In primo luogo, il Fondo non insiste più con i paesi sul principio della libera circolazione del capitale. Al contrario, ritiene che i controlli di capitale possano, in certi casi, avere un senso. In secondo luogo, il Fondo ha abbandonato il dogma dell’austerità fiscale e spinge anzi i paesi a continuare a fare investimenti pubblici. In parole povere, il Fondo ha abbandonato la sua ortodossia economica per assumere una posizione più malleabile. Questa è senz’altro una buona notizia per i paesi emergenti, ma che dire degli investitori che hanno finanziato questi paesi? A pensarci bene, se il Fondo Monetario apre la porta a controlli di capitale (in uscita) ed è meno rigido sul consolidamento fiscale, sta implicitamente rendendo il default sul debito sovrano più probabile. Come mai? L’FMI – per suo stesso Statuto – può solo erogare prestiti ove il debito sia giudicato sostenibile. Se al paese viene richiesta meno austerità fiscale che in passato, è chiaro che uno sforzo aggiuntivo per ridurre il debito possa venir chiesto ai bondholders, tramite una ristrutturazione. In parole povere, se il debito non è sostenibile, qualcosa va fatta. Se non la fa il paese (tirando la cinghia) devono farla gli obbligazionisti (accettando una ristrutturazione). La linea dura del “proactive restructuring” è sostenuta con forza da molti accademici, i quali sostengono che i paesi emergenti devono a gran voce rinegoziare il debito con i bondholders all’interno di un programma con l’FMI. Paradossalmente però sono proprio i paesi emergenti, spesso, a non volersi avvicinare al Fondo Monetario per paura di essere obbligati dal Fondo stesso a ristrutturare il debito contratto con gli obbligazionisti privati. Questo perché temono di entrare in una spirale perversa di contenziosi legali, perdendo accesso al mercato dei capitali per diversi anni.Quindi, da un lato il “nuovo” Fondo Monetario è pronto ad aiutare i paesi, ma è comprensibilmente restio a offrire linee di credito che vengano usate per ripagare gli obbligazionisti privati. Dall’altro i paesi emergenti sono altrettanto comprensibilmente restii a iniziare un arduo processo di ristrutturazione del debito se pensano che la crisi sia in realtà solo passeggera. Nel dubbio, tendono a non avvicinarsi al Fondo. Appare poco ragionevole aspettarsi che investitori privati che hanno dato fiducia a mercati emergenti decidano di loro iniziativa di ristrutturare o condonare il debito. Sta, quindi, al Fondo stesso persuadere i paesi che è nel loro interesse prendere una linea di credito e iniziare (ove fosse necessario) un processo di ristrutturazione. Ma – per le ragioni esposte qui sopra – non è facile. Siamo quindi al punto di partenza. Che fare allora? Ecco che entrano in gioco le SDR (Special Drawing Rights), i famosi diritti speciali di prelievo. Sembra probabile che l’FMI annuncerà a breve l’emissione di 650 miliardi di dollari di SDR. Questi diritti di prelievo sono un tipo di valuta, scambiabile sul mercato con dollari o altre valute forti. Un’emissione di SDR da parte del FMI equivale, quindi, a un’immissione di liquidità nelle riserve di tutti i paesi membri del Fondo Monetario. Un paese che ha poche riserve auree e riceve SDR può scambiarle con dollari sul mercato e far fronte a pagamenti verso esteri, ad esempio. Ogni paese riceve SDR in base alla sua quota nel Fondo Monetario. I critici di questa misura sostengono che le SDR andrebbero principalmente ai paesi ricchi, che detengono la maggior parte delle quote – il che è vero. Detto questo, un’emissione da 650 miliardi di dollari equivale a un aumento significativo delle riserve in molti paesi, tra cui ad esempio Sri Lanka, Pakistan, Ecuador, Ghana, Argentina, Ucraina ed Egitto. Inoltre, non è da escludere che l’FMI possa incoraggiare in qualche modo i paesi più ricchi a cedere la loro quota a paesi più poveri.Il Fondo ha ovviamente altre opzioni, tra cui la creazione di nuove e originali linee di credito, con scadenze più lunghe e tassi più bassi. Ciò detto, per una parte significativa dei paesi rimane il timore che chiedere aiuto all’FMI possa voler dire dover ristrutturare il proprio debito. Uscire da questa impasse è difficile, e in fondo sono mesi che le posizioni non cambiano. Un’emissione di SDR rappresenta quindi una scelta facile e immediata, un compromesso non certo ideale ma che tutto sommato non scontenta nessuno. http://www.acomea.it

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È il momento di guardare ai mercati emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 aprile 2021

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset, e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. Il primo anno di pandemia ci restituisce un mondo che va a due velocità. Per una parte del pianeta, infatti, è per il momento confermata la dinamica di recupero a “V”, peraltro una “V” alquanto pronunciata. Per il resto dei Paesi, invece, la ripresa pare meno netta. Prendiamo l’Europa continentale, dove i rallentamenti sia nel processo di implementazione del piano fiscale comunitario da €750 miliardi sia nel programma delle vaccinazioni stanno gravando pesantemente sulle prospettive della regione. Tanto che abbiamo di recente rivisto al ribasso le nostre stime per la crescita economica dell’eurozona nel 2021, portandole al 4,6%. La parte di mondo virtuosa è guidata da quelle che già prima del COVID erano le prime due economie del pianeta: Stati Uniti e Cina. Due Paesi che, nonostante le divergenze e le tensioni che ne hanno minato le relazioni negli ultimi anni, paiono ancora oggi strettamente connessi dal punto di vista economico.Infatti, se da un lato l’economia del colosso asiatico marcia speditamente, sostenuta in particolare dalla produzione industriale e dalle esportazioni , al contrario quella statunitense è trainata dai consumi, con la ripartenza della produzione che è stata sinora più lenta. Di conseguenza, per essere soddisfatta questa domanda massiccia si rivolge ai beni importati e, principalmente, a quelli provenienti dalla Cina. Una domanda destinata ad aumentare ulteriormente con il nuovo piano fiscale dell’amministrazione Biden e con l’impiego della liquidità accumulata negli ultimi mesi. Torna quindi di estrema attualità il tema dell’interdipendenza economica tra Cina e USA, a dimostrazione di come il commercio globale giocherà un ruolo fondamentale anche nella ripresa post-COVID. Si tratta di un elemento che non potrà che portare beneficio ai Paesi emergenti, le cui economie da sempre sono fortemente legate alla dinamica del commercio internazionale.Questo fattore si aggiunge alle motivazioni che spingono a guardare con particolare interesse ai mercati emergenti. Tali Paesi si trovano su un percorso di crescita tendenziale strutturalmente più elevato rispetto a quello dei Paesi avanzati e il differenziale si è ampliato ancora di più nell’ultimo anno: molti Stati del mondo in via di sviluppo, soprattutto asiatici, sono stati infatti capaci di gestire in modo più efficace la pandemia e le loro economie ne stanno giovando..Se nel 2020 i mercati emergenti sono arrivati a contribuire per il 50% al PIL globale, questa quota pare dunque indirizzata a incrementarsi ulteriormente negli anni a venire: secondo le nostre stime, arriverà al 57% entro il 2030. Non solo, già oggi nell’area emergente viene realizzato il 53% dei profitti aziendali e questi Paesi sono abitati dall’84% della popolazione mondiale, fonte di una poderosa spinta demografica. Il sorpasso economico è, quindi, ormai prossimo, mentre più lento è quello sui mercati finanziari.Gli strumenti di investimento dei mercati emergenti, infatti, presentano un grande potenziale di rendimento, ma sono anche soggetti a repentine brusche correzioni. Tali episodi, che tendono a ripetersi con una certa frequenza, ogni 2-3 anni, scoraggiano gli investitori che approcciano questi mercati.Nelle ultime settimane ne abbiamo avuto un assaggio, con le azioni cinesi che hanno perso circa il 17% in un mese (in valuta locale). Nello stesso periodo le obbligazioni cinesi hanno invece guadagnato quasi l’1%. Un altro elemento che complica le scelte di investimento è appunto la grande dispersione di performance che si registra tra le attività finanziarie dei mercati emergenti. Fonte: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2021/idee-di-investimento/03/e-il-momento-di-guardare-ai-mercati-emergenti

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“I mercati emergenti globali acquistano slancio”

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 febbraio 2021

A cura di Dara White, Responsabile globale azioni mercati emergenti di Columbia Threadneedle Investments. Malgrado il suo notevole impatto su salute e benessere pubblici, la pandemia di Covid-19 non ha stravolto i poderosi trend strutturali che trainano la crescita nei mercati emergenti. Ci aspettiamo che tali tendenze acquistino ulteriore slancio nel nuovo anno e che i mercati emergenti si confermino i principali propulsori indiscussi della crescita economica globale.Il quadro macroeconomico in questo inizio di 2021 appare estremamente positivo. Alcune delle maggiori economie mondiali, Cina e Corea del Sud in testa, sono state tra le prime ad essere colpite dalla pandemia, ma le efficaci strategie di contenimento del virus hanno consentito loro di recuperare fortemente quota e di posizionarsi favorevolmente per proseguire tale ripresa. Più in generale, i mercati emergenti stanno beneficiando dell’ondata globale di tagli dei tassi d’interesse e iniezioni di liquidità. Inoltre, queste economie godono di un maggior margine di manovra rispetto ai paesi sviluppati per aumentare l’entità dell’accomodamento in ragione dei tassi d’interesse reali più elevati.Visto il contesto economico favorevole e la prospettiva di vaccini anti-Covid disponibili su larga scala nel corso del 2021, riteniamo che il principale trend di lungo termine che sostiene i mercati emergenti – la transizione da un modello di crescita basato sulle esportazioni ad uno incentrato sulla vivacità della domanda interna – si riaffermerà in maniera ancora più vigorosa.L’ascesa del ceto medio globale è la riprova più evidente di tale cambiamento strutturale. Lo scorso ottobre Brookings Institution, con sede a Washington, ha sottolineato come la Cina stia registrando l’espansione del ceto medio più veloce della storia, specificando che ciò sta avvenendo “in un momento in cui la classe media globale sta già ampliandosi a un ritmo senza precedenti, in parte grazie ad alcuni paesi limitrofi come l’India”. Il rapporto della Brookings stima che il ceto medio cinese conterà 1,2 miliardi di persone entro il 2027, rappresentando un quarto del totale mondiale. A titolo di raffronto, negli anni Cinquanta più del 90% del ceto medio mondiale viveva in Europa e in Nord America.Questa continua ascesa alimenterà una vivace domanda interna di beni e servizi, che verrà in gran parte soddisfatta da aziende nazionali in rapida espansione. Riteniamo che temi quali l’innovazione digitale, la penetrazione del commercio elettronico e dei pagamenti digitali, l’allargamento finanziario e lo sviluppo ambientale – tutti trend rinforzati dagli effetti della pandemia – si riveleranno fonti proficue di opportunità d’investimento nel 2021 e oltre.Al fine di cogliere tali opportunità continueremo a concentrarci sulle società dei mercati emergenti che si rivolgono ai consumatori nazionali. Individuiamo notevoli opportunità nei settori dei beni voluttuari, dell’informatica e dei servizi di comunicazione, dove il potenziale di crescita globale è molto promettente in quanto le imprese continuano a sviluppare prodotti e servizi in grado di soddisfare le mutevoli esigenze dei consumatori.Quello della sanità è un altro settore che ha registrato un’accelerazione durante la pandemia. Se pensiamo che la spesa sanitaria cinese è pari ad appena il 5% del PIL contro il 17% degli Stati Uniti, le potenzialità di questo settore risultano evidenti. La popolazione della Cina sta diventando più vecchia, più ricca e più malata. Le riforme rivoluzionarie hanno fatto da volano per le aziende del settore, e l’ingresso del paese nell’International Council for Harmonisation of Technical Requirements for Pharmaceuticals for Human Use (ICH) ha contribuito ad armonizzare le procedure cliniche cinesi e a renderle conformi agli standard internazionali. Di conseguenza, i tempi di approvazione e rimborso dei farmaci sono drasticamente diminuiti, il mercato è stato aperto e ciò ha sbloccato sia la domanda che la capacità produttiva. Non ci sorprenderebbe vedere il settore sanitario raddoppiare le sue dimensioni nei prossimi anni.
“Molti investitori mantengono il sottopeso sui Mercati Emergenti, ma le motivazioni per detenere questa asset class stanno diventando più forti – un numero crescente di società presentano i requisiti richiesti dal nostro stile d’investimento “quality growth” Altrove, il settore finanziario presenta sacche di crescita grazie all’innovazione digitale. In Brasile, ad esempio, i tassi d’interesse sui minimi storici stanno promuovendo gli investimenti azionari e creando nuove opportunità. Con la continuazione della deregolamentazione finanziaria, delle riforme strutturali e dell’adozione tecnologica, ci aspettiamo che aree quali le intermediazioni e i pagamenti digitali si rivelino le più promettenti sul fronte della crescita. Inoltre, benché la pandemia abbia rallentato l’agenda di riforme nei mercati emergenti, il trend di lungo termine rimane intatto. Brasile, Indonesia, India e Cina, ad esempio, stanno portando avanti importanti riforme.Molti investitori restano sottoesposti ai mercati emergenti, mentre i vantaggi di un’esposizione a questa classe di attivi diventano sempre più evidenti. Sta aumentando il numero di aziende che soddisfa i nostri criteri di investimento basati sulla “crescita di qualità”, dotate di team dirigenti solidi e favorevoli agli investitori, nonché della capacità di finanziare la propria crescita internamente, incrementando al contempo la redditività del capitale investito.Riteniamo che questa classe di attivi offra solidi vantaggi in termini di crescita e diversificazione e che il 2021 fornirà opportunità interessanti per incrementare l’esposizione.

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“Monitor dei Mercati Emergenti”

Posted by fidest press agency su sabato, 13 febbraio 2021

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. A nostro avviso, la crescita del PIL reale dei mercati emergenti, dopo una contrazione nel 2020 molto inferiore rispetto a quella dei mercati sviluppati, è destinata a una decisa risalita nel 2021, con un conseguente maggiore divario rispetto ai mercati sviluppati. La crescita sarà trainata dall’Asia, Giappone escluso (8,5%), seguita dalla regione EMEA (4,5%) e dall’America Latina (+3,6%). Cosa ci spinge a credere che sia il momento giusto per i mercati emergenti? Dopotutto, i mercati emergenti hanno resistito a un decennio sprecato in termini di rendimenti, mentre l’economia statunitense, alimentata dagli stimoli, ha fatto passi avanti. Molti attivi dei mercati emergenti − azioni, obbligazioni, valute − appaiono oggi estremamente convenienti. In effetti, abbiamo questa visione sui mercati emergenti da un po’ di tempo, quindi perché riteniamo che questo sia il momento giusto? Di seguito riportiamo i cinque motivi per cui riteniamo che i mercati emergenti possano questa volta offrire risultati concreti.Le valute dei mercati emergenti si trovano ai minimi storici rispetto al dollaro (si veda il grafico sottostante). Il nostro scenario di base prevede l’indebolimento del dollaro USA, il che agevolerà i mercati emergenti, soprattutto quelli con debiti denominati nella valuta statunitense. Quella sull’indebolimento del dollaro USA è un’opinione di consenso, che potrebbe deragliare in due possibili scenari: uno in cui il contesto globale peggiora molto e uno in cui gli Stati Uniti performano meglio del resto del mondo.
Per quanto riguarda la prima ipotesi, crediamo che a livello globale il momento peggiore sia alle spalle, soprattutto per i mercati emergenti. La diffusione dei vaccini favorisce una prospettiva economica costruttiva, allontanando la possibilità di un altro “cigno nero” esogeno.Il secondo scenario, che prevede che gli Stati Uniti surclassino la crescita globale sotto l’amministrazione Biden, è una possibilità. Dopo il pacchetto di aiuti da 900 miliardi di dollari del 2020, è probabile che nel primo trimestre venga varata una seconda tranche di circa 1000 miliardi di dollari. In conseguenza di ciò, abbiamo aggiornato le nostre previsioni di crescita del PIL reale statunitense al 5,5% per il 2021. Tuttavia, è ancora un dato inferiore alla nostra stima del 6% per la crescita globale. Una forte crescita statunitense potrebbe spingere verso l’alto i tassi statunitensi e rafforzare il dollaro, incidendo sul debito dei Paesi emergenti più vulnerabili. Questo rischio rimane in ogni caso contenuto, poiché la Fed si sta impegnando a mantenere bassi i tassi per lungo tempo e gli squilibri dei mercati emergenti sono generalmente bassi, con vulnerabilità solo in due Paesi: Turchia e Sudafrica.
La produzione industriale dei mercati emergenti è in ripresa, mentre quella dei mercati sviluppati è ancora depressa, come mostrato dal grafico sottostante (a sinistra). Riteniamo che ciò sia in parte dovuto al fatto che tali mercati hanno soddisfatto la domanda di beni proveniente dai Paesi sviluppati mentre questi erano in lockdown e l’aiuto dei governi sosteneva i consumi al dettaglio.
Un altro driver fondamentale alla base della sovraperformance dei mercati emergenti è il ruolo sempre maggiore della Cina in termini di relazioni commerciali e finanziarie. Tutti i principali indicatori di attività cinesi sono al di sopra dei livelli pre-pandemici, trainati da una forte domanda interna ed estera. I consumi, che erano in ritardo, hanno guadagnato slancio grazie a condizioni di mercato del lavoro decisamente migliori. Allo stesso tempo, l’impulso al credito rimane espansivo. Prevediamo che la crescita del PIL reale salirà al 9,5% nel 2021 dal 2,3% del 2020.Il 14° piano quinquennale del Presidente Xi e gli obiettivi a lungo termine per il 2035 mostrano che l’ambizione della Cina è raggiungere uno status di “reddito elevato” entro il 2025 e raddoppiare il PIL reale pro capite entro il 2035. (abstract)

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“Individuare buone opportunità di alfa nel debito dei mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 febbraio 2021

A cura di Adrian Hilton, Responsabile tassi globali e debito dei mercati emergenti di Columbia Threadneedle Investments. Ci sono buoni motivi per ritenere che la distribuzione del vaccino nei paesi emergenti sarà più lenta e meno capillare che nei paesi più ricchi, e le ripercussioni fiscali su bilanci pubblici già fragili potrebbero rendere questi paesi ancora più vulnerabili.La graduale ripresa di questa classe di attivi dal secondo trimestre è stata tuttavia altrettanto notevole quanto lo shock iniziale che hanno conosciuto gli spread a marzo. Gran parte dell’universo dei titoli emergenti con rating più elevati presenta attualmente differenziali rispetto ai Treasury USA sostanzialmente analoghi ai livelli di inizio anno.Tenuto conto che le valutazioni dei titoli di Stato emergenti si trovano a livelli prossimi alle medie di lungo periodo, e che i bilanci sono esposti a maggiori rischi, ci muoviamo con cautela nel reddito fisso in valuta forte dato il potenziale di un ulteriore, significativo restringimento dei rispettivi spread. Il prossimo anno continuerà ad offrire interessanti opportunità di rendimento totale, soprattutto se si opererà un’oculata selezione del credito. Il debito emergente non ha ancora del tutto colmato il divario con altre aree del reddito fisso.Dopo l’assottigliamento strutturale degli spread nei primi anni del 21° secolo, è subentrata una fase in cui i mercati hanno seguito andamenti decisamente più ciclici; il credito emergente presenta una stretta correlazione con le obbligazioni societarie dei mercati sviluppati ed è ben posizionato per trarre vantaggio da una ripresa anche modesta della crescita globale nel 2021. Il contesto globale dei tassi continua inoltre a fornire supporto al debito emergente grazie all’inflazione favorevole, alle banche centrali che dovrebbero mantenere un orientamento accomodante e alla quantità di attivi con rendimenti negativi, pari all’incirca a USD 15.000 miliardi.1 Le allocazioni degli investitori internazionali in questa classe di attivi restano basse, il che fa prevedere afflussi continui negli anni a venire. Come sempre, il fatto che i mercati del debito dei paesi emergenti non siano del tutto maturi crea buone opportunità di alfa nell’ambito dei titoli di Stato e delle obbligazioni societarie in valuta sia locale che forte. Continuiamo a porre l’enfasi sull’abbinamento di analisi fondamentale rigorosa e ricerca macroeconomica per individuare le migliori opportunità in termini di rischio/rendimento. (abstract)

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Mercati emergenti: trade di breve o di lungo termine?

Posted by fidest press agency su sabato, 23 gennaio 2021

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. Tra i molti trend finanziari del 2021 troviamo sicuramente una rinnovata attenzione per il mondo emergente. Proprio questa settimana la Cina ha confermato la crescita positiva nel 2020, rinvigorendo il dibattito sull’evoluzione della geografia degli investimenti. Gli ultimi dieci non sono stati particolarmente favorevoli per chi avesse deciso di investire sui mercati emergenti. La performance di questo particolare indice, che comprende ormai un gruppo molto eterogeneo di Paesi, è rimasta stagnante. Ma quali sono le prospettive di questa particolare asset class nel mondo post-pandemia?
Andando a valutare con maggiore granularità la performance dell’indice si nota come gli ultimi 10 anni siano stati caratterizzati da una graduale divergenza tra la performance dell’Asia e quella dei Paesi Emergenti Europei (indice dominato dalla Russia che ha sofferto il crollo del prezzo del petrolio) e Sudamericani. Questa divergenza si è accentuata ancor di più nel 2020: le economie asiatiche hanno gestito la crisi legata alla pandemia in modo piuttosto ordinato e la relativa maturità di queste economie le ha rese più preparate a uno scenario recessivo globale. Questa dinamica di prezzo si è accompagnata a un significativo scostamento della composizione dell’indice “emergente”, un’etichetta che inizia a essere forse troppo eterogenea e poco idonea a rappresentare la realtà dei fatti. L’indice MSCI Emerging Markets è ormai composto per oltre l’80% da paesi asiatici. A livello settoriale, i comparti tradizionali (Financials, Materials, Energy) che pesavano quasi il 60% nel 2010 e giustificavano il raggruppamento di questi Paesi in un’unica asset class, a oggi occupano solo il 25% dell’indice, a vantaggio di settori growth e dei tecnologici. In un certo senso la dinamica in atto nell’indice emergente di MSCI è simile a quella dell’azionario americano, dove poche società muovono l’intero indice. Alibaba, Tencent, Taiwan Semiconductor e Samsung pesano per il 23% dell’intero indice. Anche il panorama obbligazionario appare molto cambiato. Se negli anni Novanta le emissioni di debito provenivano principalmente dai paesi dell’America Latina, nel corso degli ultimi 15 anni Cina e l’Asia hanno assunto una quota dominante in questo mercato.
Il 2021 sarà probabilmente caratterizzato da un rimbalzo del Pil molto significativo e ciò potrebbe giocare a favore delle prospettive di questa asset class, soprattutto per quanto riguarda la componente asiatica. I fattori che possono aiutare nel breve termine la performance, soprattutto in un’ottica relativa sono: dollaro debole, che storicamente favorisce la stabilità finanziaria e la performance economica di molti di questi Paesi, buon momentum delle materie prime che potrebbero mettere in atto una sorta di rimbalzo nel 2021, buona gestione della pandemia nei paesi più importanti dell’indice (Taiwan, Corea del Sud, Cina) e quindi conseguente rimbalzo economico più veloce e, infine, ripresa economica anche nei Paesi sviluppati.
Andando ad allungare l’orizzonte delle nostre valutazioni, non si possono ignorare questioni politiche dirimenti che andranno a definire la narrativa dominante della politica globale nei prossimi decenni. La Cina mostra un sempre maggiore attivismo per quel che riguarda la costruzione della propria egemonia regionale (e globale), con l’obiettivo di medio-lungo termine di affrancarsi sempre più dal sistema politico ed economico occidentale. Dall’altra parte gli Stati Uniti vedono la crescita del gigante asiatico con sempre maggiore diffidenza e stanno prendendo delle contromisure di tipo difensivo per limitare l’accesso delle aziende cinesi, soprattutto quelle tecnologiche, nel proprio sistema di riferimento. Per quanto concerne gli investitori è indubbio che esiste un nodo cinese ancora da sciogliere. Si tratta di un’economia sempre più matura, nella quale sono presenti aziende tra le più avanzate e promettenti a livello globale ma l’accessibilità del mercato cinese, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista finanziario, sembra sempre più legata nel lungo termine alla risoluzione delle tensioni internazionali: da una parte la Cina che proverà a utilizzare l’apertura selettiva di alcuni settori della propria economia come strumento politico di negoziazione, dall’altra lo spettro di tensioni commerciali e altre crisi politiche che resteranno un fattore di rischio concreto.
La crescita cinese (e indiana, per il prossimo decennio) in rallentamento, export stabili o in calo unitamente a una sorta di deglobalizzazione e le materie prime continueranno a pesare al ribasso sui risultati dell’area emergente. Tuttavia, i cambiamenti di cui abbiamo parlato, potrebbero in qualche modo isolare alcuni paesi dell’indice da queste dinamiche internazionali, e favorire un affrancamento dai fattori economici più tradizionali. Si impone una riflessione su quanto sia effettivamente utile considerare questo indice come un asset class univoca. Come gestori, siamo impegnati a ragionare su questa area geografica riconoscendone prima di tutto le diversità e le complessità ma siamo convinti che questo blocco di paesi ricoprirà un ruolo più importante nei portafogli multi-asset, soprattutto oggi che le geografie tradizionali sembrano offrire spunti di rendimento attesi limitati.

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Debito societario dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 gennaio 2021

Nonostante tutti i danni economici provocati a livello globale dalla pandemia di COVID, il credito societario dei mercati emergenti ha dimostrato una notevole resilienza. Non solo ha chiuso il 2020 con un guadagno del 7,1%, con le obbligazioni societarie high yield dei mercati emergenti che hanno generato un rendimento del 6,6%, ma i suoi fondamentali continuano anche a essere più interessanti di quelli delle obbligazioni societarie dei Paesi sviluppati.1 L’utilità della classe di attivi come fonte di reddito affidabile – e come alternativa alle obbligazioni speculative dei mercati sviluppati – è evidente sotto diversi aspetti. Prendiamo ad esempio i tassi di default. Nonostante le turbolenze economiche a cui abbiamo assistito nel 2020, le obbligazioni societarie dei Paesi emergenti hanno registrato il tasso di default più basso tra tutte le principali tipologie di emissioni creditizie. Solo il 3,5% degli emittenti societari high yield dei mercati emergenti è stato insolvente nel 2020, secondo i dati di JPMorgan. Per contestualizzare, tale tasso è in linea con la media di lungo termine ed è solo la metà di quello registrato dal mercato obbligazionario high yield statunitense nel 2020. È anche ben al di sotto di quello del mercato high yield europeo. Inoltre, anche i tassi di recupero per il debito societario dei Paesi emergenti sono nettamente più alti – al 42% contro il 20% delle obbligazioni high yield statunitensi per il 2020, secondo i dati di JP Morgan. La maggior parte di tali società è entrata nella crisi pandemica con livelli considerevoli di liquidità nei propri bilanci e molte di queste hanno protetto ulteriormente i propri free cash flow riducendo le spese in conto capitale.
Per contro, le società dei mercati sviluppati hanno offerto dividendi aggressivi ed effettuato significativi riacquisti di azioni. Molte sono coinvolte in attività di fusione e acquisizione sempre più frenetiche. Tutto ciò ha eroso i saldi di cassa per tutti, tranne che per i colossi high-tech, e ha portato a un incremento del debito societario in tutte le principali economie. Il tasso di insolvenza delle società dei Paesi emergenti continuerà a essere inferiore a quello delle omologhe dei mercati sviluppati per tutto il 2021. Ciò rende particolarmente interessanti i rendimenti che le obbligazioni societarie dei Paesi emergenti offrono: a metà dicembre il credito societario dei mercati emergenti investment grade offriva il 2,8%, rispetto all’1,8% e allo 0,2% del debito investment grade statunitense ed europeo. Per quanto riguarda le emissioni high yield, il credito dei Paesi emergenti rendeva il 5,5% rispetto al 4,5% delle obbligazioni statunitensi e al 2,9% di quelle europee. Considerato che, a parità di rating creditizio, lo spread sul credito high yield dei Paesi emergenti è ancora più ampio di quello sull’high yield statunitense, prevediamo un ulteriore restringimento del divario, a vantaggio del credito dei mercati emergenti. Considerati i rendimenti irrisori disponibili altrove nel mercato delle obbligazioni societarie a livello globale, gli investitori farebbero bene a considerare l’inclusione del credito dei mercati emergenti nei loro portafogli. Infatti, il credito dei mercati emergenti pare un’alternativa interessante a quello dei mercati sviluppati. (abstract by https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2021/analisi-dei-mercati-e-asset-allocation/01/fixed-income-debito-societario-mercati-emergenti-prospettive-interessanti-grazie-buoni-fondamentali)

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 dicembre 2020

A cura di Sabrina Khanniche e Mary-Therese Barton di Pictet Asset Management.Prima della pandemia il rallentamento della crescita economica di alcune economie dei mercati emergenti era stato dettato dalla loro vulnerabilità. Come mostra la Fig. 1, i Paesi in basso a destra (Brasile, Egitto, Ucraina, Sudafrica) hanno avuto uno spazio fiscale limitato per affrontare la crisi sanitaria, considerati i rapporti debito pubblico-PIL già elevati.Dall’inizio dell’attuale crisi abbiamo assistito a un’impennata dei rapporti debito/PIL come conseguenza della recessione. Al momento, i mercati sono relativamente tolleranti verso deficit fiscali e livelli di debito pubblico più elevati (che monitoriamo attentamente), ma saranno necessari alcuni interventi per ripristinare la sostenibilità fiscale una volta avviata la ripresa.Il nostro modello proprietario per il “Punteggio di sostenibilità del debito” ricerca una potenziale deviazione negativa dell’indebitamento pubblico prima che diventi irreversibile, utilizzando una serie di dati verificati. In aggiunta, il “Punteggio del debito a breve termine” rileva i cambiamenti di dinamiche a breve termine in base ai dati trimestrali. Nella Fig. 2 riportata di seguito combiniamo le ultime rilevazioni di entrambi i modelli.In secondo luogo evidenzia i mercati che stanno registrando cambiamenti a breve termine che potrebbero indicare miglioramenti o peggioramenti nel loro punteggio di sostenibilità del debito a lungo termine. Cile e Turchia presentano margini in miglioramento.Al contrario, molti mercati stanno assistendo a deterioramenti a breve termine con possibili conseguenze a lungo termine: soprattutto le Filippine, ma anche Malesia, Cina e Romania. L’opinione sul Brasile di Mary-Therese Barton, Head of Emerging Market Debt. Il Brasile è stato uno dei Paesi più colpiti durante la crisi del COVID-19 con un grande numero di contagi, rigide limitazioni e significativi problemi economici. La risposta della politica fiscale e monetaria è stata tempestiva e molto importante, con ingenti sussidi sociali e un consistente ampliamento dei bilanci fiscali, accompagnati dall’allentamento della politica monetaria e dall’immissione di liquidità.Il grande stimolo fiscale in Brasile presentato di seguito, occorso durante un periodo di crescita del rapporto debito/PIL, ha destabilizzato gli operatori di mercato. Inoltre, i tassi di interesse molto bassi hanno penalizzato la valuta, già penalizzata da un contesto complessivamente difficile per le valute dei mercati emergenti.Negli ultimi tempi, tuttavia, è innegabile che il real brasiliano (BRL) sia diventato oggetto di una vicenda sempre più nazionale/idiosincratica, fortemente incentrata sui risultati della politica fiscale. Sebbene prevediamo un miglioramento del contesto estero grazie a una ripresa globale graduale, per quanto irregolare, e la prospettiva di un vaccino nel 2021, riteniamo che il real continuerà a essere dominato dal flusso di notizie sulla politica fiscale nazionale e dal quadro politico.In particolare, riteniamo che il Brasile debba definire politiche chiare per il mantenimento del tetto massimo di spesa fiscale prevedendo un graduale ritiro delle misure fiscali temporanee, identificando tagli alla spesa e promuovendo un programma di riforme più ambizioso. Se questo scenario dovesse avverarsi, con ogni probabilità nei prossimi mesi, riteniamo che il premio di rischio specifico per il Brasile possa essere scontato dalla valuta, consentendo al real di rafforzarsi.Il ripristino della credibilità fiscale in Brasile, insieme al miglioramento dei dati sulla crescita e sull’andamento del Coronavirus, al contesto favorevole alle materie prime e a un saldo estero positivo dovrebbero tradursi in un’inversione della significativa sottoperformance di quest’anno. Naturalmente, se il limite di spesa non dovesse essere rispettato, ciò potrebbe comportare un’ulteriore debolezza della valuta, dal momento che il problema della sostenibilità del debito diventerebbe lo stimolo principale degli attivi brasiliani. Fonte Pictet Asset Management: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2020/idee-di-investimento/11/monitor-dei-mercati-emergenti

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su domenica, 25 ottobre 2020

A cura di Anjeza Kadilli, Senior Economist e Lola Saugy, Quantitative Economic Analyst di Pictet Asset Management La disoccupazione in Perù e Colombia si è impennata a seguito della crisi causata dal COVID. Esaminiamo come i rispettivi governi stanno affrontando questa sfida.Colombia e Perù si distinguono tra i mercati emergenti per l’impennata del tasso di disoccupazione (Fig.1). Circa un lavoratore su cinque è disoccupato in Colombia, mentre in Perù, la disoccupazione è passata dal 6,8% a dicembre 2019 al 17,1 % in base agli ultimi dati disponibili.Riteniamo che le previsioni sull’occupazione siano destinate a deteriorarsi in quanto: i dati attuali non tengono in considerazione la sottoccupazione, o solo in parte; i tassi partecipazione al lavoro più bassi hanno condizionato al ribasso i tassi di disoccupazione. In altre parole, se il tasso di partecipazione fosse stato costante, il tasso di disoccupazione sarebbe stato molto più elevato. In Colombia, la partecipazione della manodopera è precipitata (Fig. 2), dal 63,2% di febbraio al 51,8% di aprile, escludendo molti lavoratori dai dati sulla disoccupazione. Ad agosto, si stimavano 2,7 milioni di posti di lavoro in meno e 1,7 milioni di lavoratori inattivi in più rispetto a febbraio, a livello nazionale. Se tutti i lavoratori fossero rimasti attivi, con questi livelli di occupazione il tasso di disoccupazione sarebbe stato superiore al dato attuale del 19,6%. In Perù 7 milioni di persone hanno perso il posto di lavoro tra febbraio e giugno, spingendo il tasso di disoccupazione al 16,7% a giugno. Contemporaneamente, 6,8 milioni di persone sono uscite dal mercato del lavoro. La disoccupazione toccherebbe attualmente il 43% se quei lavoratori fossero ancora considerati disoccupati.Le aziende più piccole (fino a 10 lavoratori) sono state le più colpite, con un crollo del 65,5% dell’occupazione rispetto a un anno fa. A confronto, l’occupazione è crollata del 36,5% rispetto a un anno fa nelle aziende più grandi (con oltre 50 dipendenti). In Colombia, l’indebolimento della domanda di lavoro è legato all’attività economica, ostacolata da ulteriori lockdown nelle città, che rendono più volatile la ripresa dell’occupazione nelle aree urbane.Un terzo dello stimolo fiscale (2,5% del PIL) è diretto verso piani di tutela dei posti di lavoro (Fig.3), ed è attuato tramite credito alle PMI in difficoltà e rinvio del pagamento delle tasse sul reddito; sono previsti, inoltre, fino a tre mesi di sovvenzioni per gli stipendi alle società con una perdita di fatturato del 20%.I dati dell’indagine nazionale sull’occupazione di agosto mostrano un miglioramento del tasso di partecipazione, che è attualmente risalito al 59,3%, più vicino al livello pre-pandemia. La riapertura di diversi settori ha chiaramente prodotto un impatto positivo sull’occupazione.In Perù, solo il 5% dello stimolo fiscale (4,6% del PIL) finanzia i piani di tutela dei posti di lavoro. Oltre agli sgravi fiscali e altre misure introdotte per sostenere le società e gli strati meno abbienti della popolazione, il governo ha lanciato il programma “Arranca Peru” (Il Perù riparte), da 1,8 miliardi di dollari. Lo scopo è quello di creare oltre un milione di posti di lavoro nel settore pubblico in aree quali i trasporti, la comunicazione e l’edilizia residenziale.Le perdite di posti di lavoro durante la crisi sanitaria sono state significative. Solo una parte di quei posti di lavoro persi è stata recuperata negli scorsi mesi, e non alle medesime condizioni. È probabile che la normalizzazione dell’occupazione continuerà per il resto del 2020, ma il peggioramento della situazione pesa sui salari e sulla spesa delle famiglie.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 settembre 2020

A cura di Nikolay Markov, Senior Economist di Pictet Asset Management. Nei mesi scorsi, la maggior parte delle banche centrali dei mercati emergenti ha operato tagli netti dei tassi di riferimento, per contrastare lo shock economico causato dalla pandemia. Ma è stata una scelta sostenibile? E cosa possiamo aspettarci in futuro? In base ai calcoli eseguiti con il nostro modello proprietario, quattro tra le principali banche centrali dei mercati emergenti hanno tagliato i tassi di riferimento in modo troppo aggressivo: Sudafrica, India, Indonesia e, in certa misura, Turchia.Grazie al nostro modello proprietario basato sulla regola di Taylor, abbiamo stimato il valore equo per il tasso di riferimento della Turchia al 14% (non all’8,25%) in base al recente aumento dell’inflazione e al deprezzamento della valuta nazionale. Per contro, la Bank of Russia e la Bank of Korea paiono aver reagito con politiche più adeguate.Cosa succederà nei prossimi 12 mesi? Per molti dei mercati emergenti il valore equo stimato del tasso di riferimento sarà superiore per il 2021. Questo indica che la maggior parte delle banche centrali non avrà spazio di manovra per ulteriori tagli e dovrebbe anzi tornare gradualmente verso tassi superiori, man mano che lo shock provocato dalla pandemia svanirà. I casi più eclatanti riguardano la Corea del Sud, il Sudafrica e la Russia. Sebbene riteniamo che questi mercati siano intervenuti in modo adeguato a livello di taglio dei tassi di riferimento durante l’epidemia, crediamo anche che debbano riprendere ad aumentarli più rapidamente nel 2021, in quanto si prevede un rimbalzo delle loro economie ad un ritmo più sostenuto.Per altre banche centrali, invece, potrebbe essere conveniente mantenere la politica monetaria sostanzialmente invariata nel 2021. Ciò vale in particolare per il Messico.La Turchia è ancora una volta un caso interessante, in quanto il nostro modello prevede significativi tagli dei tassi nel 2021, in netto contrasto con la raccomandazione di politica monetaria per il trimestre in corso.Ciò è spiegato dal significativo processo di disinflazione e dalla prevista ripresa graduale della crescita economica, che dovrebbe avvenire nel corso del prossimo anno, se le autorità adotteranno le misure idonee per stabilizzare la lira, evitando così una crisi totale della bilancia commerciale. Se si dovesse verificare questo scenario positivo, dovrebbe essere favorevole agli attivi in lira turca nel prossimo anno. In conclusione: la situazione dapprima peggiorerà e poi andrà meglio. Molte delle principali banche centrali dei mercati emergenti (Cina, India, Corea, Turchia, Russia, Brasile e Messico) non hanno ancora un vero e proprio programma di quantitative easing. Tuttavia, questi Paesi hanno introdotto diversi meccanismi di rifinanziamento per fornire ampia liquidità al mercato interbancario, sostenendo in questo modo l’attività di credito bancario e l’economia reale.Si prevede che quasi metà delle principali banche centrali dei mercati emergenti possa allentare ulteriormente la politica monetaria nei prossimi mesi. È il caso di Cina, Indonesia, Russia, Brasile e Messico, a suggerire che gli operatori di mercato, e verosimilmente anche le banche centrali stesse, non ritengono di essere rimaste effettivamente a corto di munizioni. Ma, come indica il nostro modello, riteniamo che un ulteriore allentamento della politica monetaria sarà molto impegnativo nel breve termine, in particolare per il Sudafrica e la Russia, oltre che per la Turchia.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 agosto 2020

A cura di Sabrina Khanniche, Senior Economist di Pictet Asset Management. Questo mese, la Senior Economist Sabrina Khanniche analizza le principali 12 economie esportatrici di petrolio per individuare quelle più vulnerabili a causa del crollo del prezzo dell’oro nero.I prezzi del petrolio hanno perso il 36% nel primo semestre del 20201, a causa del calo vertiginoso della domanda di greggio determinato dalla pandemia di COVID-19. Questo non solo porta con sé il rischio di una recessione per i principali Paesi esportatori di petrolio, ma aumenta anche il rischio che il deficit delle partite correnti aumenti in modo significativo.Il nostro indice della vulnerabilità ai prezzi del petrolio individua Oman, Kazakistan e Colombia come i Paesi più vulnerabili. Gli esportatori di petrolio potrebbero essere colpiti in maniera diversa dalle oscillazioni del prezzo del petrolio. La loro reazione dipenderà in larga misura dal relativo prezzo di breakeven estero, ovvero il prezzo del petrolio necessario a coprire le spese legate alle importazioni. Esportatori di petrolio con un breakeven basso: Iran, Kuwait, Qatar, Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti
Questi Paesi mantengono un livello di risparmi alto, come dimostra il surplus del saldo delle partite correnti usato per l’acquisto di asset stranieri. Le partite correnti del Kuwait si sono attestate al 7% del PIL nel 20192, ma sono destinate a un calo netto nel 2020. Un prezzo di breakeven estero inferiore al prezzo attuale del petrolio offre al governo la possibilità di allentare la politica fiscale o di assistere a un apprezzamento della valuta. Questi Paesi rappresentano il 39,4% di tutto il petrolio fornito nel mondo dalle nazioni esportatrici. Esportatori di petrolio con un breakeven alto: Algeria, Angola, Colombia, Kazakistan, Nigeria e Oman Questi Paesi incanalano i proventi del petrolio verso maggiori importazioni. In assenza di riserve finanziarie, corrono il rischio di tagli alla spesa o di un deprezzamento della valuta, soprattutto se il prezzo del petrolio scende al di sotto del prezzo di breakeven estero. I Paesi in questione rappresentano il 9,4% di tutto il petrolio fornito nel mondo dalle nazioni esportatrici. Il prezzo di breakeven estero globale raggiunse il picco nel 2013.
Tutti i Paesi hanno corretto al ribasso il prezzo di breakeven estero tagliando le spese legate alle importazioni. Il risultato è stato il miglioramento del saldo delle partite correnti dal -1,1% del PIL nel 2015 al 4,8% nel 20185. Chiaramente, il cambiamento è stato più marcato per gli esportatori di petrolio con un breakeven estero elevato.
Oggi, i Paesi esportatori di petrolio più vulnerabili al calo del prezzo del greggio sono quelli con un breakeven alto. Il breakeven estero di questi Paesi era già superiore al prezzo globale del petrolio nel 2019 e dovrebbe continuare a salire nel 2020 (fig. 3). Il gap sarà invece inferiore per gli esportatori con un breakeven basso, la cui posizione è in ogni caso peggiorata rispetto al 2019.
Il prezzo di breakeven estero è un indicatore chiave della resilienza di quei Paesi a un calo del prezzo del petrolio. Poiché quest’anno è destinato a rimanere al di sopra del prezzo del petrolio, la pressione sulle economie con un breakeven più elevato aumenterà.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 giugno 2020

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. Nella nostra ultima edizione abbiamo trattato la risposta monetaria alla pandemia di Covid-19 nei mercati emergenti. Questa volta consideriamo l’aspetto fiscale: quali mercati stanno attuando le manovre maggiori, e quali sembrano più a rischio? Il travagliato trio costituito da Brasile, Turchia e Sudafrica pare particolarmente vulnerabile.Come nei casi precedenti di forte avversione al rischio, le valute dei Paesi emergenti più dipendenti dai finanziamenti da parte degli investitori esteri sono quelle che hanno sofferto maggiormente. Le valute di questi Paesi con deficit delle partite correnti (CAD, current-account-deficit) sono infatti in flessione del -13% da inizio anno. Esaminiamo più da vicino questi mercati: India, Indonesia, Malaysia, Brasile, Messico, Colombia, Turchia e Sudafrica.
A prima vista, i pacchetti fiscali totali per gli otto Paesi in esame paiono di dimensioni importanti (ad es. 8,5% del PIL per il Brasile o 7,1% per la Colombia). Tuttavia, una porzione importante di tali stimoli è costituita dai prestiti garantiti – prestiti ponte alle società per consentire loro di sopravvivere alla crisi – che non necessariamente si sommeranno al debito pubblico in quanto dovrebbero essere ripagati. “Dovrebbero” è la parola chiave in questo caso, in quanto si ipotizza che queste aziende non saranno insolventi o che i governi non abbuoneranno i loro prestiti.
Concentrandosi solo sulla spesa fiscale che inciderà sul livello di debito, questi mercati emergenti paiono aver nel complesso raggiunto un buon equilibrio tra necessità e convenienza – tutti tranne il Brasile. Ma il debito pubblico è solo uno degli indicatori che a nostro avviso andrebbe considerato. Utilizzando sei criteri per stilare il nostro punteggio di sostenibilità del debito, possiamo confrontarlo nella fig.2 sotto riportata con lo stimolo fiscale nei diversi mercati. Ciò mostra che i maggiori stimoli fiscali sono giunti da quei Paesi con un debito più sostenibile o, per contro, maggiore è il rischio sovrano, più debole è lo stimolo fiscale. Esempi di un debito elevato e bassi stimoli comprendono il Sudafrica e l’India. Di nuovo l’eccezione degna di nota è il Brasile, che è da poco diventato il secondo Paese con il bilancio più vasto dopo la Thailandia, tra i mercati emergenti, pari a 380 miliardi di BRL.A parte il Brasile, il deterioramento fiscale dovrebbe essere molto inferiore nei mercati emergenti rispetto alle economie avanzate. Lo stimolo fiscale diretto mediano nei mercati emergenti è dell’1,6% del PIL, confrontato con il 4,2% delle economie avanzate. Inoltre, i mercati emergenti sono di norma molto più cauti nel fornire prestiti garantiti al settore privato rispetto ai mercati sviluppati.
Ma si può essere troppo cauti? Un rischio evidente è che pacchetti fiscali più piccoli siano inefficaci e in ultimo conducano a costi maggiori per l’economia in generale. Questo perché il deterioramento fiscale arriva in ogni caso quando il collasso dell’attività porta alla perdita di ricavi fiscali attraverso gettiti fiscali inferiori. Ad esempio, prevediamo che in Sudafrica una flessione nominale del PIL del -3,7% nel 2020 dovrebbe determinare una contrazione del 5% dei ricavi fiscali. Questo è il delicato percorso che alcuni mercati emergenti con deficit delle partite correnti dovranno percorrere nei prossimi mesi. Un eccessivo stimolo fiscale rischierebbe di aumentare l’indebitamento a livelli insostenibili e di distruggere la valuta e l’economia, ma con stimoli fiscali ridotti si può scatenare una crisi economica in grado di ridurre i ricavi fiscali e di annientare la valuta.
Un fattore chiave da considerare è la percentuale di investitori nazionali rispetto a quelli esteri. Come indicato nella fig. 3 sotto riportata, i mercati che hanno ottenuto buoni punteggi con oltre l’85% del debito pubblico detenuto internamente sono il Brasile, l’India e la Malaysia. Altri, come la Colombia, l’Indonesia, il Sudafrica e soprattutto la Turchia, hanno una base di investitori estera superiore alla mediana dei mercati emergenti.Nel complesso, il Brasile ha le esigenze di finanziamento maggiori, mentre la Turchia è il paese più esposto agli investitori esteri. Il Sudafrica, tuttavia, pare il Paese più vulnerabile, in quanto ha un deficit cospicuo da finanziare e una porzione rilevante del suo debito in mani estere.

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Come investiamo sui mercati azionari emergenti?

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 giugno 2020

A cura di Giovanni Buffa, Portfolio Manager di AcomeA SGR. Nelle ultime settimane, i mercati azionari emergenti hanno vissuto un forte rally dai livelli minimi di marzo. Dopo aver perso quasi un terzo del valore da inizio anno al 23 marzo, in meno di 3 mesi l’indice MSCI Emerging Market ha recuperato buona parte di quanto perso nel primo trimestre. Certamente, in questa fase, i dati positivi in Cina e Europa dal rilassamento delle misure di restrizione uniti al flusso di liquidità delle banche centrali e al sostegno fiscale dei governi stanno sostenendo le performance dei mercati azionari globali. Tuttavia, l’outlook macro appare ancora debole: le ultime stime di giugno della Banca Mondiale vedono l’economia mondiale contrarsi del -5,2% quest’anno, con i paesi emergenti in contrazione del 2,5%.
Il cambiamento della policy stance globale ha favorito il recupero di quei mercati che hanno oltremodo subito l’ondata di vendita indiscriminata che si è manifestata a marzo. Il panic selling però ha generato occasioni di investimento a prezzi molto interessanti che non vedevamo da decenni. Nel momento più critico di marzo, abbiamo infatti acquistato nuovi titoli azionari nel comparto emergente, con un incremento netto dell’esposizione al rischio pari al 14.5%. Dai minimi di marzo (23 marzo) ad oggi la performance del fondo AcomeA Paesi Emergenti è stata positiva del 46%, battendo del 20% la performance del mercato. I fattori che hanno portato a questa overperformance sono stati lo stock picking e la country allocation. Il nostro focus si è concentrato sui mercati più penalizzati nella prima fase della pandemia e sui settori più value. Abbiamo incrementato il peso complessivo in portafoglio di Brasile (+5.5%), Messico (+1,5%), Australia (+2%), Grecia (+2,5%), Russia (+1,5%), Korea (+1,5%). È stato determinante in questo senso, il sottopeso di Cina e Taiwan in portafoglio e il sovrappeso di paesi più periferici come Brasile, Grecia, Sud Africa che sono stati quelli che hanno maggiormente rimbalzato dai minimi. A livello settoriale, abbiamo trovato le maggiori opportunità all’interno dei consumer discretionary, industrial e in qualche titolo finanziario. Per fare qualche nome abbiamo investito in aziende come Embraer (Brasile), Cemex e Televisa (Messico), Myer e Seven West Media (Australia), Hankook Tire (Sud Corea), Opap e Ellaktor (Grecia), Mail Ru (Russia), Pge (Polonia), Samsonite (Hong Kong) e Teva (Israele).Se guardiamo all’andamento storico del rapporto del Price to Earnings (P/E) negli emergenti, ci troviamo oggi in linea con la media storica. A prima vista, questo potrebbe far pensare che non ci siano particolari opportunità di investimento in quest’area. Eppure, se guardiamo alla differenza tra lo stile value e growth, si può vedere che mai come oggi negli ultimi 25 anni, il value si trova a sconto rispetto al growth. Generalmente, il value nei mercati emergenti tratta a circa la metà dei livelli di valutazione del growth. A nostro avviso, nei prossimi anni il value potrà tornare in auge e ridurre il gap accumulato rispetto al growth. Il nostro posizionamento rimane fortemente connotato da uno stile value. Il fondo AcomeA Paesi Emergenti rimane altamente sottopesato di Cina rispetto al benchmark (26.5% vs 43%), e sovrapesato di Brasile, Sud Africa, Russia e Grecia. Il motivo per cui manteniamo un forte sottopeso sulla Cina è perché non abbiamo in portafoglio i titoli più capitalizzati del mercato cinese (Alibaba, Tencent, Baidu etc…). In Cina, preferiamo esporci a titoli più a sconto che appartengono ad altri settori (consumer discretionary, financials, industrials, telecomunicazioni). L’India rimane un mercato che non trova rappresentazione nel nostro portafoglio poiché non troviamo opportunità interessanti di ingresso. Negli ultimi anni, la crescita del PIL indiano non si è riflessa nella crescita degli utili aziendali. A livello settoriale il fondo è ben diversificato e si caratterizza per un forte sottopeso del finanziario rispetto al benchmark e per un sovrappeso nei settori telecom e industrials. Infine, il fondo rimane strutturalmente legato a titoli small cap e mantiene una rilevante differenza di posizioni rispetto al benchmark (circa il 95%).

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