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Monitor dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 luglio 2022

A cura di Sabrina Khanniche, Senior Economist di Pictet Asset Management. La rivoluzione digitale non è solo una manna dal cielo. Per i mercati emergenti potrebbe rivelarsi una vera e propria magia economica. La digitalizzazione, infatti, potrebbe consentire a questi Paesi di saltare a piè pari alcune lunghe fasi di sviluppo economico. In pochi anni, i Paesi emergenti stanno velocizzando interi decenni di investimenti di questo tipo, grazie a telecomunicazioni mobili efficienti e relativamente economiche e a fonti energetiche locali e sostenibili. Ciò, a sua volta, apre a un livello di efficienza economica senza precedenti, offrendo a un numero sempre crescente di persone accesso a informazioni (che si tratti di prezzi di mercato o di istruzioni su come riparare un motore) e servizi essenziali per la crescita economica, come quelli relativi al settore finanziario e bancario.La digitalizzazione ha visto accelerare l’adozione di nuove tecnologie. È facile dimenticare quanto tempo ci sia voluto prima che tecnologie che ora diamo per scontate si affermassero, anche nelle principali economie mondiali. Nel 1915, ad esempio, appena il 10% degli americani poteva permettersi un’automobile. Solo nel 1989 questa percentuale ha raggiunto il 90%. Per quel che riguarda l’energia elettrica, ci sono voluti 40 anni per raggiungere gli stessi livelli di adozione. Per la rete telefonica fissa, 66 anni. A confronto, la penetrazione dei telefoni cellulari ha richiesto solo 22 anni e i computer hanno impiegato poco più in termini di tempo per affermarsi allo stesso modo.La simultaneità tra questi progressi tecnologici e il calo dei costi ha avuto un forte impatto sulle economie emergenti. Secondo un’analisi condotta dai ricercatori di Our World in Data (Oxford University), l’adozione di una linea telefonica fissa è poco frequente in Paesi con redditi pro capite compresi tra i 7.000 e gli 8.000 dollari. Al contrario, non esiste una chiara soglia di reddito per l’adozione di dispositivi di telecomunicazione mobile. Nel 2017, non c’era nessun Paese dell’Africa subsahariana con più di 10 abbonamenti di telefonia fissa per ogni 100 persone e la maggior parte di essi ne aveva sostanzialmente meno di 1. A titolo di confronto, gli Stati Uniti ne avevano 36. Eppure, alla stessa data, quasi tutti i Paesi africani avevano più di 25 abbonamenti di telefonia mobile; molti ne avevano anche più di 100. In termini economici, l’età media inferiore e una solida infrastruttura tecnologica offrono un potenziale vantaggio competitivo ai Paesi meno sviluppati. Circa il 90% della popolazione mondiale con meno di 30 anni vive in questi Paesi. A livello globale, ad esempio, uno dei tassi più elevati di penetrazione di dispositivi mobili si trova nel sud-est asiatico. In effetti, la crescita dell’economia digitale ha guidato la ripresa dalla pandemia di COVID nel sud e nel sud-est asiatico, anche grazie alla forte diffusione degli smartphone in molti di questi Paesi.In questo nuovo mondo, fintech e big tech sostituiscono le banche come nuovi intermediari nell’offerta di credito. Le piattaforme fintech decentralizzate consentono ai singoli fornitori di prestiti online di interagire direttamente con chi riceve il prestito, sia che ciò avvenga in un contesto peer-to-peer, che in un marketplace dedicato. E c’è spazio per un’evoluzione tra i vari servizi. Con WeChat Pay, ad esempio, il gruppo tecnologico cinese Tencent ha ideato una superapp e un intero ecosistema in Cina, mentre Mercado Libre ha ideato il sito di e-commerce più popolare dell’America Latina, adottando un approccio simile. I governi di alcuni Paesi emergenti sono ben consapevoli dei vantaggi che può offrire il digital banking. Le autorità di regolamentazione brasiliane, ad esempio, si sono sforzate di aprire i propri mercati ad alternative digitali. Corea del Sud, Cina e Taiwan hanno un ruolo critico nel settore dei semiconduttori e in tutta la sua filiera: nel complesso, l’Asia orientale ospita tre quarti della produzione globale di chip.[8] La loro importanza sembra destinata a continuare, anche perché i governi dell’ASEAN sostengono gli investimenti in questo comparto e diversi Paesi si stanno specializzando in diverse aree di questo settore.[9] Ecco quindi che ricerca, sviluppo e progettazione di chip sono fortemente concentrati in Malaysia, Singapore, Vietnam, Filippine e Thailandia, la produzione di wafer in silicone avviene per lo più in Malaysia e a Singapore e la fabbricazione dei back-end avviene, per la maggior parte, negli stessi Paesi e in Indonesia.Il futuro digitale, però, non deve essere dominio esclusivo delle nuove economie: non è ancora tempo di mettere da parte gli operatori consolidati, soprattutto perché conoscono bene la loro clientela locale. Filiali e canali fisici rimangono importanti e, sebbene le banche stiano ridimensionando le proprie reti di penetrazione, non stanno affatto pensando di eliminarle del tutto. Neanche in Corea del Sud, in cui i tassi di diffusione di smartphone e banda larga sono tra i più alti al mondo, Internet costituisce l’unico canale di vendita di polizze assicurative per la casa o per l’auto, o ancora per la negoziazione di titoli. Nelle economie emergenti le criptovalute sono già state adottate in misura significativa nei flussi internazionali, tanto da preoccupare alcune banche centrali. Il Fondo Monetario Internazionale ha già sottolineato i rischi che le banche centrali dei mercati emergenti corrono a causa della dollarizzazione dei loro sistemi di pagamento e ha evidenziato gli ulteriori rischi posti dalle criptovalute. Ma ha anche sostenuto che le politiche macroeconomiche in questi Paesi potrebbero essere rafforzate qualora le singole banche centrali creassero le loro stablecoin (vale a dire criptovalute agganciate alle valute esistenti). Fonte https://am.pictet/it/italy/articoli/2022/idee-di-investimento/07/monitor-dei-mercati-emergenti#PAM_Section_7

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“Mercati emergenti: come cogliere le opportunità nella complessità”

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 aprile 2022

A cura di Paolo Paschetta, Country Head per l’Italia di Pictet Asset Management. Dalla pandemia alla guerra tra Russia e Ucraina, gli ultimi due anni hanno ricordato in modo drammatico quanto il mondo sia interconnesso. Ed è emersa con forza l’importanza dei mercati emergenti nella catena del valore mondiale, fra crisi energetica e scarsità di componenti fondamentali per i mercati occidentali, come i microchip. Tutto questo ha acceso i riflettori su Paesi di cui si aveva, e spesso si ha ancora, una conoscenza superficiale. I Paesi Emergenti sono ancora sottopesati negli indici mondiali come l’MSCI All Country World (MSCI ACWI, di cui rappresentano solo l’11,54%) rispetto ai loro fondamentali economici. E anche la scarsa attenzione degli investitori istituzionali stride con la crescente rilevanza economica di questi paesi, che secondo le stime Ocse oggi rappresentano il 40% del Pil mondiale e raggiungeranno il 60% entro la fine del decennio. La società di consulenza McKinsey, inoltre, prevede che entro il 2030 i Paesi in via di sviluppo rappresenteranno più della metà dei consumi a livello globale. Si tratta quindi di un mondo con molte opportunità da cogliere e premiato da tendenze di lungo periodo, ma da affrontare con i giusti strumenti. Il nostro DNA ci porta ad individuare le nuove frontiere delle opportunità di investimento nei Mercati Emergenti. Ad esempio in Africa, un continente con una moltitudine di Paesi, alcuni dei quali con caratteristiche molto interessanti. Il Kenya, per esempio, secondo il Global Innovation Index, è il secondo Paese africano per innovazione. Investe molto nella formazione degli studenti, ha un rapporto debito-PIL virtuoso pari al 60% e bond in dollari con rendimenti pari all’8%, in linea con le emissioni obbligazionarie delle migliori economie emergenti.O ancora il Vietnam, nel sud est asiatico, un paese di frontiera che oggi comincia a essere percepito come un’alternativa alla manifattura cinese ed è il terzo esportatore di pesce a livello mondiale. A livello di temi, poi, vediamo opportunità in settori come la logistica, il commercio dei beni e i trasporti sostenibili, oltre che in tutto quanto concerne i sistemi di pagamento. Gli investitori internazionali spesso sottovalutano i mercati emergenti a causa della loro instabilità e dei maggiori livelli di rischio che li contraddistinguono. Ci si dimentica però del loro dinamismo e dell’elevato tasso d’innovazione. I mercati emergenti, rispetto a quelli sviluppati, hanno la caratteristica di essere colpiti dalle crisi in modo più violento e profondo, ma hanno economie con capacità di recupero molto più rapide. In finanza, il tempo necessario affinché un’attività finanziaria o, in questo caso, un paese, possa tornare su nuovi massimi dopo un drawdown si chiama “time under water”. Prendendo ad esempio la crisi del 2008 e confrontando due indici azionari, l’MSCI World per i Paesi sviluppati e l’MSCI Emerging per gli emergenti, ci si accorge che il cosiddetto tempo sott’acqua per i primi è stato di 4 anni e 6 mesi, mentre per i secondi di soli 2 anni e 5 mesi. Ed è proprio dai mercati emergenti, e in particolare dalla Cina, che la crisi ha iniziato ad allentare la sua morsa, con l’allora premier Wen Jiabao che in breve tempo varò una manovra fiscale pari al 25% del Pil, salvando il mondo da una depressione secolare.In Pictet abbiamo iniziato ad analizzare e investire nei mercati emergenti oltre 30 anni fa. Risalgono infatti al 1989 i primi investimenti nell’azionario emergente, a solo un anno dalla creazione dell’indice MSCI EM. Una scelta che ha portato a lanciare la prima strategia azionaria dedicata ai mercati emergenti, il Pictet-Emerging Markets, già nel 1991, ben presto seguita dalla prima strategia fixed income (1995). Questo ci ha permesso di maturare nel tempo un ampio know-how di questo universo di investimento e di capire come cogliere opportunità in contesti spesso complessi. Tuttavia, bisogna tenere presente che durante crisi globali di grande portata la diversificazione può non essere sufficiente. Diventa allora necessario adottare un approccio attento al rischio, che offra un’ulteriore protezione anche al di fuori della cerchia degli emergenti. E va proprio in questo senso la filosofia del fondo d’investimento di Pictet-EMMA, una strategia multi-asset a gestione attiva che offre esposizione a tutto lo spettro delle asset class emergenti. Lanciata nel corso del 2021, EMMA permette all’investitore di risolvere due ordini di problemi: scegliere dove e come investire all’interno del vasto e diversificato universo emergente, e offrire un approccio disciplinato al contenimento del rischio, fondamentale per generare valore in modo duraturo. (abstract) fonte: http://www.bc-communication.it

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Arriva la sfida delle band emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 aprile 2022

By Federica Rinaudo. Arriva la sfida delle band emergenti su Mediaset Infinity, la piattaforma streaming italiana già ricca di contenuti via Internet , sia in diretta che in modalità on demand. Da un‘idea di Bruno Frustaci e Vincenzo Sorrentino dal 21 aprile sarà in onda il format “IBand”, condotto da Claudio Guerrini e Crisula Stafida, con tre super giudici: Jimmy Sax, uno dei sassofonisti più apprezzati del panorama musicale internazionale, gli amatissimi cantanti Fiordaliso e Marco Carta. Un trio insolito che si prepara a dare filo da torcere ai ragazzi, e non solo, che saliranno sul coloratissimo palco e tra i quali potrebbero nascondersi i miti musicali del futuro. Un mix di brani originali e live per musicisti appassionati, selezionati grazie ad un contest che ha coinvolto gruppi da ogni regione italiana, che pone al centro la canzone e quella voglia di far vibrare gli strumenti. Oggi i canali sono digitali ma i ragazzi si ritrovano ancora nei garage e nelle salette per provare, scrivere, confrontarsi. “IBand” si trasforma, quindi, nell’opportunità di dare vita ad un sogno e di alimentarlo, con la speranza di vincere la sfida e, magari, affermarsi con i propri brani originali per portare in tour la propria identità musicale di fronte agli applausi della platea. Buona musica a tutti!

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Mercati emergenti: gli utili e i fondamentali guidano la crescita dell’azionario nel lungo periodo

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 aprile 2022

A cura di Dara White, Responsabile globale azioni mercati emergenti di Columbia Threadneedle Investments. Dalla fine del terzo trimestre del 2021, i mercati emergenti hanno registrato una fase di elevata volatilità. Di recente abbiamo assistito a una significativa rotazione dallo stile growth a quello value. Rassicura il fatto che abbiamo affrontato situazioni simili in passato e che la scelta di concentrarci sul nostro processo di investimento è stata cruciale per il nostro successo a lungo termine: verso la fine del 2016, all’indomani dell’elezione di Donald Trump, e nella seconda metà del 2018, sulla scia delle dichiarazioni in merito alle relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, i timori a livello macroeconomico hanno messo in ombra la solidità dei fondamentali aziendali e i mercati azionari emergenti hanno registrato un’analoga rotazione dai titoli growth a quelli value. Questi sono stati i soli periodi nella storia della nostra strategia in cui la mitigazione del rischio di ribasso è stata poco efficace. Tuttavia, grazie all’enfasi sulla qualità e sulle valutazioni mantenuta anche durante questi periodi, ci siamo trovati nella posizione ideale per beneficiare della ripresa del mercato e delle successive fasi di sovraperformance nel 2017 e nel 2019, a riprova della validità del nostro approccio d’investimento. In questo periodo, i mercati emergenti sono dominati dalla volatilità macroeconomica, che mette in ombra i fondamentali. Questa volatilità è il risultato di una varietà di eventi e questioni, compresa la stretta normativa in Cina, l’impatto delle politiche legate alla pandemia di Covid-19, il quadro macroeconomico brasiliano, i timori d’inflazione, l’inasprimento delle politiche monetarie e, più recentemente, l’invasione russa dell’Ucraina. Essendo investitori con approccio bottom-up, questa fase di volatilità è per noi impegnativa, ma restiamo fermamente convinti che siano gli utili a trainare i mercati azionari nel lungo periodo e che, sebbene la volatilità macro possa persistere nel breve termine, alla fine l’enfasi sui fondamentali sarà premiante. In Cina abbiamo ritenuto che la reazione del mercato alla stretta normativa fosse eccessiva, dato che molte misure sembrano riflettere la lista dei desideri dei governi dei mercati sviluppati, come le norme antitrust o la limitazione delle pratiche monopolistiche e dell’uso dei dati dei consumatori da parte dei colossi tecnologici. Crediamo che si sia conclusa la prima fase di regolamentazione in cui il premio per il rischio azionario legato alla regolamentazione interna sembrava già scontato e si stia passando alla fase successiva, in cui le disposizioni regolamentari vengono applicate, che sarà probabilmente caratterizzata da una minore volatilità. Le misure politiche nel settore immobiliare stanno mostrando segni di allentamento, ad esempio per quanto riguarda la disponibilità di mutui, e ciò rappresenta un ulteriore elemento positivo. Inoltre, poiché il 2022 è un anno di elezioni per la Cina, prevediamo politiche monetarie e fiscali moderatamente accomodanti piuttosto che vaste misure di stimolo – vale a dire ciò che abbiamo visto finora. A nostro avviso, la politica “zero Covid” perseguita da Pechino ha frenato l’economia, e stiamo monitorando i progressi su questo fronte. In Brasile, il contesto macroeconomico è stato particolarmente difficile nel 2021, e i timori per l’impatto della spesa legata alla pandemia sui conti pubblici, per l’inflazione e per i tassi d’interesse, uniti all’incertezza attorno alle elezioni, hanno pesato sul sentiment. Pur restando prudenti, date le turbolenze macroeconomiche e le loro ricadute sui singoli titoli, rimaniamo ottimisti sul Brasile nel lungo termine, alla luce dell’evoluzione dell’imprenditorialità e dei tipi di società e modelli di business in arrivo sul mercato. Le attuali valutazioni riflettono l’elevato rischio macroeconomico, che a nostro avviso è prossimo al picco. Riteniamo che la banca centrale abbia reagito in modo adeguato all’aumento dell’inflazione. È sufficiente guardare alla Turchia per osservare gli effetti della reazione opposta, ma l’azione dell’istituto centrale ha effettivamente frenato il mercato azionario. I segnali di un’imminente conclusione del ciclo di rialzo dei tassi di interesse, uniti ai commenti collaborativi di entrambi gli schieramenti, hanno attenuato i timori sulle elezioni. In retrospettiva, avremmo potuto ridurre prima il nostro sovrappeso sul Brasile lo scorso anno, ma è interessante notare che il mercato brasiliano ha messo a segno una delle migliori performance da inizio 2022. Il conflitto russo-ucraino è indubbiamente un cigno nero. È evidente che le variabili macroeconomiche pesano sul mercato nel breve termine, determinando un de-risking dell’universo investibile, con vendite che hanno causato ampi movimenti dei prezzi a livello di singole azioni. A sua volta, questo ha condotto a una performance azionaria deludente nel breve termine. Manteniamo il nostro focus sul nostro lavoro fondamentale e di valutazione. Il dopoguerra avrà un impatto sull’inflazione, spingendo al rialzo i prezzi dei generi alimentari e dei carburanti, con conseguenti pressioni sui consumatori sia nei mercati emergenti sia a livello globale. In questo contesto, stiamo rafforzando la nostra esposizione ai settori che beneficiano dell’inflazione, come i titoli finanziari e i produttori di materie prime; d’altro canto, continuiamo a concentrarci sulle opportunità di crescita strutturale, privilegiando un portafoglio “barbell” per beneficiare dell’attuale scenario. Ci siamo già trovati in questa situazione, e, sebbene essere nell’occhio del ciclone possa essere impegnativo, in periodi altrettanto volatili la nostra filosofia e il nostro processo d’investimento ci hanno guidato e alla fine hanno prevalso. Fonte: http://www.columbiathreadneedle.it

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L’importanza di un approccio attivo ai mercati emergenti

Posted by fidest press agency su domenica, 3 aprile 2022

A cura di Marco Piersimoni, Senior Investment Manager e Flora Dishnica, Product Specialist di Pictet Asset Management. I mercati emergenti sono un importante motore della crescita economica e demografica globale. Sono passati da rappresentare il 38% circa del PIL mondiale nel 1980 all’attuale 58% e arriveranno al 61% entro il 2026 secondo il FMI, mentre la loro popolazione rappresenta l’86% di quella mondiale. Tuttavia, rimangono ancora poco presenti nei portafogli degli investitori. In base alla nostra esperienza, vi sono due ragioni principali per questa diffusa sotto-esposizione: da un lato, la percezione dei rischi impliciti, la maggiore volatilità e i bruschi drawdown riducono la fiducia nelle asset class di questi Paesi; dall’altro, la varietà e la diversità degli strumenti disponibili (azioni, obbligazioni governative in valuta forte e locale, obbligazioni societarie, divise, ecc.) acuiscono l’incertezza degli investitori circa le tempistiche, le modalità e le aree di investimento. Come conseguenza di ciò, gli investitori hanno spesso optato per un approccio passivo vincolato a un benchmark, una soluzione che non presenta però il potenziale di diversificazione e rendimento proprio di un mix gestito attivamente di azioni, obbligazioni e valute emergenti. Dalla creazione della locuzione “mercati emergenti” negli anni ‘80 a oggi, essi sono diventati una vera e propria asset class passando dall’essere un investimento interessante ma molto volatile ad esibire segni di maturità e stabilità. Dalla crisi russa del 1998, nell’ultimo ventennio gli emergenti hanno dimostrato un’importante resilienza e si sono ridotti gli effetti domino per cui la crisi in un Paese soleva trascinare con sé tutto il resto dell’universo. Anche i fattori di crescita a guida delle principali economie emergenti si sono evoluti. In precedenza trainate prevalentemente da materie prime, industrie pesanti e utilities, queste economie attualmente sono dominate da sviluppo tecnologico, servizi e beni di consumo. Specialmente l’Asia e la Cina negli ultimi 20 anni sono diventate parte sempre più importante e integrata delle catene di fornitura globali, soprattutto in ambito tecnologico. Questa maturazione della crescita ha accresciuto anche l’eterogeneità dei cicli in cui si trovano i diversi Paesi emergenti. Si tratta di un elemento che ha portato a un’elevata dispersione dei rendimenti delle varie asset class dei diversi Paesi emergenti, fattore che un investimento passivo vincolato alla composizione dell’indice di riferimento finisce per subire. Per chi persegue un approccio multi-asset attivo, invece, la dispersione in termini di performance nelle aree emergenti offre una grande opportunità per creare valore sfruttando la dinamicità, la flessibilità e la libertà d’azione tipiche di tale tipologia di investimenti. (abstract by sito internet di Pictet Asset Management: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2022/idee-di-investimento/03/l-importanza-di-un-approccio-attivo-ai-mercati-emergenti)

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Gli investitori dovrebbero considerare i mercati emergenti in un’ottica diversa

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 febbraio 2022

A cura di Dara White, Responsabile globale azioni mercati emergenti, Columbia Threadneedle Investments. La “fragilità” che in passato ha caratterizzato questi mercati sta venendo meno grazie a un trend chiave di lungo periodo: la transizione da una crescita principalmente trainata dall’export a un’economia spinta dalla forza della domanda interna. Ciò non significa che il mercato non reagirà ai timori per il tapering della Fed e si porrà le domande solo dopo, ma quando si porrà le domande, troverà nei mercati emergenti risposte molto migliori che in passato. In Cina stiamo assistendo a un ciclo regolamentare che è iniziato fine 2020. Possiamo aspettarci che ciò continuerà fino alle elezioni dell’anno prossimo e che il governo si focalizzerà sull’idea di prosperità comune. Riteniamo che l’intenzione non sia quella di smantellare il settore privato e che molti degli obiettivi strategici corrispondano in realtà ai desiderata delle economie occidentali, ad esempio la riservatezza dei dati e la riduzione delle pratiche monopolistiche. Sul fronte delle relazioni USA-Cina, prevediamo che la posizione dell’amministrazione Biden rimanga invariata, dato il sostegno bipartisan accordato alla sua politica nei confronti di Pechino, e l’amministrazione dovrebbe avere anche il supporto dei paesi alleati. Monitoriamo anche le opzioni relative ai dazi USA-Cina, in quanto il Segretario al Tesoro USA Janet Yellen sta esplorando la possibilità di ridurre i dazi dell’era Trump per cercare di attenuare in parte le spinte inflazionistiche. Va detto che i timori legati al tapering da parte della Federal Reserve hanno ancora un impatto sul sentiment relativo alle economie emergenti. Nel 2013, i “5 fragili” sono stati identificati come i paesi più a rischio, in parte a causa dei loro ampi disavanzi correnti. Ciò pesa ancora sugli investitori in certa misura. Tuttavia, la nozione dei “5 fragili” è superata, in quanto ormai solo la Turchia sembra vulnerabile. Anche escludendo la Cina, che ha un ampio avanzo corrente, a livello aggregato le economie emergenti evidenziano un surplus delle partite correnti. Ciò non significa che il mercato non reagirà ai timori per il tapering della Fed e si porrà le domande solo dopo, ma quando si porrà le domande, troverà risposte molto migliori che in passato. Sul piano degli investimenti, utilizzeremo la reazione emotiva dei mercati come un’opportunità per aggiungere specifiche imprese che giudichiamo positivamente nel lungo termine. La dipendenza del mondo emergente da quello sviluppato sta venendo meno, grazie alla maggiore domande interna, che rafforza la capacità di tenuta nei confronti di forze esterne, allo sviluppo di mercati obbligazionari locali e alla stabilizzazione del differenziale dei tassi di interesse tra gli Stati Uniti e le economie emergenti. Pertanto, i punti di debolezza sono migliorati. Più in generale, crediamo che il principale trend di lungo periodo per i mercati emergenti sia la transizione da una crescita principalmente trainata dall’export a un’economia spinta dalla forza della domanda interna. Ciò si riflette nel cambiamento della composizione dell’universo, ormai dominato da società caratterizzate da una crescita strutturale di qualità più elevata e orientate al mercato nazionale. Nel 2008 oltre il 60% dell’universo era esposto alla crescita ciclica; oggi circa il 60% è esposto alla crescita strutturale. Inoltre, vi è stato un aumento di quasi il 90% del numero di imprese che si sono quotate nell’ultimo decennio. Crediamo che l’innovazione dell’universo, in termini sia di spessore che di qualità, sia ideale per gli stock picker ed è in quest’ambito che possiamo creare valore aggiunto con la gestione attiva. Gli investitori dovrebbero ormai considerare i mercati emergenti in un’ottica diversa. La creazione strutturale di ricchezza, l’ascesa del ceto medio e le conseguenti modifiche dei consumi e dei servizi sono il tema dominante per noi. Ciò dà luogo a diversi trend a nostro avviso, tra cui: la rivoluzione tecnologica, con l’emergere di società piattaforma con diverse integrazioni verticali (l’adozione della tecnologia in generale avviene di norma più rapidamente nei mercati emergenti in quanto l’infrastruttura non è così sviluppata ed è quindi più facile passare all’e-commerce); la penetrazione finanziaria, relativamente a cui osserviamo un incremento dell’inclusione e della partecipazione tradizionale, nonché sviluppi del fintech; e la localizzazione, con numerosi paesi decisi a creare marchi locali forti e a sviluppare industrie nazionali. (abstract http://www.columbiathreadneedle.it)

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I mercati emergenti nella fase del cambiamento

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 febbraio 2022

A cura di Gene Frieda, Global Strategist e Pramol Dhawan, Head of Emerging Markets Portfolio Management di PIMCO. Negli ultimi due decenni, i mercati emergenti sono stati tipicamente “condition takers”, ogni paese ha un certo grado di sensibilità alla crescita economica cinese e ai tassi di interesse statunitensi. Tuttavia, crediamo che questi tradizionali driver esterni vedranno diminuire la loro importanza. Infatti, prevediamo un rallentamento della crescita del PIL cinese che vedrà ridotta la propria influenza sulle congiunture economiche dei mercati emergenti. E il contesto di tassi d’interesse statunitensi “bassi per più tempo” dovrebbe ridurre l’influenza della Federal Reserve statunitense sui flussi di capitale verso i mercati emergenti, a nostro avviso. In futuro, riteniamo che i mercati emergenti dovranno probabilmente affrontare una serie più complessa di fattori esterni, tra cui la rivalità tra Stati Uniti e Cina, il cambiamento climatico e gli sforzi connessi a esso, la rapida diffusione della tecnologia e il populismo politico. Il risultato dovrebbe essere una crescita economica globale volatile e meno armonizzata, con opportunità d’investimento maggiormente differenziate tra i vari paesi. Di seguito delineiamo i rischi e le opportunità che intravediamo da alcuni fattori di disturbo secolari: Probabilmente guidato almeno in parte dalle preoccupazioni per le politiche di contenimento degli Stati Uniti, il governo cinese sembra allontanarsi da una rapida crescita guidata dal debito e dagli investimenti a favore di una crescita più lenta ma più equa. Anche se la Cina e gli Stati Uniti stanno iniziando ad affrontare la crescente disuguaglianza di reddito, ci aspettiamo che la disuguaglianza all’interno della maggior parte dei paesi emergenti, e tra paesi emergenti e paesi e mercati sviluppati, peggiori nel prossimo decennio. Una variabile da tenere d’occhio è la demografia. Essendo i paesi che riteniamo siano più colpiti dal riscaldamento globale, i mercati emergenti potrebbero avere tutto da guadagnare da una rapida transizione dal brown al green. Ci aspettiamo che maggiori investimenti privati e pubblici in fonti di energia pulita diventino un importante motore di dinamismo. Per alcuni, la portata della transizione verde può essere vista come analoga allo shock positivo della domanda dei primi anni 2000 che è risultato dal boom della Cina. Tuttavia, questo boom sarà probabilmente più duraturo e di portata molto più limitata. Le tecnologie verdi, tra cui l’energia rinnovabile, i veicoli elettrici, l’idrogeno e la cattura del carbonio, tendono ad avere un’intensità di metalli maggiore rispetto ai loro equivalenti basati sui combustibili fossili. Di conseguenza, è probabile che la transizione verso il verde intensifichi la domanda di metalli importanti, tra cui rame, nichel, cobalto e litio. Ancora una volta, cercheremo quei paesi e quelle aziende che potenzialmente ne trarranno i maggiori benefici. Tuttavia, è probabile che i costi di transizione delineati sopra comportino un aumento dei prezzi dell’energia e, data l’importanza degli input energetici per la produzione alimentare, dei prezzi dei prodotti alimentari in molti paesi dell’Europa orientale. Di conseguenza, ci aspettiamo una maggiore volatilità dell’inflazione e una tensione più forte tra gli obiettivi chiave tipici della politica monetaria di inflazione stabile e una piena occupazione. I tassi d’inflazione all’interno dei mercati emergenti potrebbero diventare meno sincroni, offrendo ancora una volta un’importante fonte potenziale di performance differenziata per i gestori attivi. Forse ci stiamo imbarcando in un nuovo sistema per gli investimenti nei mercati emergenti. Crediamo che i mercati locali emergenti continuino a offrire un’ampia gamma di opportunità. I paesi di frontiera di bassa qualità sono probabilmente diversi. Questi paesi, a nostro avviso, ricorreranno a programmi sostenuti da finanziamenti multilaterali e, in alcuni casi, da insolvenze del debito esterno? In questo caso, crediamo che la valvola di sfogo della pressione sarà costituita da programmi sostenuti da finanziamenti multilaterali e, in alcuni casi, da inadempienze del debito esterno. Il nostro quadro d’investimento incorpora quelli che riteniamo essere questi rischi da “buco nero”. Tuttavia, crediamo anche che si debba dare maggior peso al rischio di liquidità e al rischio politico, dato che varie forme di controllo dei capitali e di interventi non convenzionali sui mercati tornano a far parte degli strumenti dei politici dei paesi emergenti. In generale, riteniamo che i premi di rischio dei mercati emergenti si distinguano in positivo, sebbene ci si debba aspettare molta volatilità in futuro. (abstract)

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Commento sull’inflazione nei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su sabato, 4 dicembre 2021

A cura di Arjun Madan, Fixed income global portfolio strategist di Capital Group. L’inflazione più elevata e, in alcuni casi, le crescenti aspettative inflazionistiche sono state gli aspetti su cui gli investitori si sono concentrati maggiormente quest’anno, sia nei mercati emergenti sia in quelli sviluppati, alla luce di un contesto caratterizzato dagli importanti stimoli monetari e fiscali promossi dai governi di tutto il mondo, dalle molteplici varianti di COVID e dalla distribuzione graduale dei vaccini. I fattori alla base dell’accelerazione dell’inflazione sono diversi e includono effetti base legati allo shock della pandemia, strozzature sul fronte dell’offerta, prezzi delle materie prime elevati, tassi di cambio deboli (in alcuni casi) e ripresa della domanda interna. Prezzi dei prodotti alimentari: I prezzi degli alimenti rappresentano una componente dell’inflazione PCI (Indice dei prezzi al consumo) molto più ampia nelle economie emergenti rispetto ai mercati sviluppati; pertanto, tali economie sono più sensibili agli shock dell’offerta, a livello sia globale che locale. È probabile che molti di questi fattori siano transitori, quindi è ragionevole aspettarsi che l’inflazione degli alimenti si stabilizzi con l’apertura delle economie emergenti. Detto questo, dovremo prestare attenzione all’impatto a lungo termine che le condizioni meteorologiche e il prezzo dell’energia genereranno sui prezzi dei prodotti alimentari. Nel paniere PCI mediano di un’economia emergente i generi alimentari rappresentano il 25% circa, mentre questa quota è inferiore al 15% per il paniere mediano di un’economia sviluppata e inferiore al 10% per gli USA.L’inflazione dei generi alimentari è generalmente cresciuta nei ME a partire dalla pandemia, ma le cause non sono state le stesse nei diversi Paesi e anche le prospettive variano in base a fattori locali. Paesi come il Brasile e la Russia hanno visto l’inflazione dei prodotti alimentari alzarsi ben oltre l’inflazione primaria, mentre nell’Europa orientale e in Medio Oriente si sono registrate variazioni maggiori. In Asia, l’inflazione alimentare è stata elevata solo in alcuni Paesi, ad esempio in India, mentre altri come Thailandia e Cina hanno osservato una deflazione dei prezzi. Prezzi dell’energia: Tendenzialmente i prezzi dell’energia hanno un effetto particolarmente significativo sui ME, nonostante l’effetto finale sui consumatori vari dal momento che i prezzi dei combustibili rappresentano una questione politica in molti paesi emergenti. Di conseguenza, sono stati messi in atto numerosi interventi normativi per ridurre la volatilità dei prezzi dei carburanti. Inoltre, molti paesi emergenti sono importanti esportatori di petrolio; pertanto, traggono vantaggio dal miglioramento della bilancia commerciale e fiscale dovuto a un aumento del prezzo del petrolio.

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“Monitor dei Mercati Emergenti”

Posted by fidest press agency su sabato, 20 novembre 2021

A cura di Qian Zhang, Senior Client Portfolio Manager per il team Fixed Income Emerging Market Corporate and Greater China Debt di Pictet Asset Management. Dalle inondazioni lungo le coste ai potenziali crolli della produzione agricola, le economie emergenti sono più vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale rispetto alle controparti più ricche. Un recente studio della University of Oxford commissionato da Pictet Asset Management ha rilevato che, se non mitigato, il cambiamento climatico potrebbe ridurre il PIL pro capite mondiale di circa il 45% entro il 2100, e i Paesi emergenti che si trovano a latitudini già calde, come l’India, subirebbero perdite economiche ancora maggiori.Tuttavia, è altrettanto importante sottolineare il fatto che lo stesso studio abbia affermato che le nazioni in via di sviluppo potrebbero fornire molte delle soluzioni in grado di fermare o invertire il riscaldamento globale. In alcune aree, le economie emergenti sono ben posizionate per assumere un ruolo guida nella lotta contro il cambiamento climatico. La Cina, ad esempio, fa già la parte del leone nella produzione di cellule fotovoltaiche, è in prima linea nella ricerca e nello sviluppo ed è uno dei maggiori utilizzatori di questa tecnologia. L’India ha uno dei più vasti programmi al mondo di espansione della capacità energetica rinnovabile, con un obiettivo di avere 175 gigawatt di capacità energetica rinnovabile installata entro il 2022, un aumento di cinque volte rispetto ai livelli attuali.Il ruolo dei mercati emergenti in questa transizione sta già prendendo forma nel mercato delle obbligazioni societarie. Un numero crescente di aziende sta iniziando ad adottare pratiche sostenibili e, nel farlo, si avvale di un canale di finanziamento innovativo:le obbligazioni legate alla sostenibilità. Si tratta di strumenti di debito emessi con obiettivi specifici legati alla sostenibilità a livello aziendale (sustainability performance target, SPT), che vanno dalla riduzione delle emissioni di gas serra all’utilizzo delle risorse idriche.Le obbligazioni sono strutturate in modo tale da incentivare l’adozione di pratiche aziendali sostenibili. Se l’emittente non raggiunge i suoi obiettivi entro il termine predefinito, la cedola pagata all’investitore aumenta di almeno 25 punti base all’anno.Finora quest’anno le obbligazioni legate alla sostenibilità hanno mostrato una dinamica molto interessante sui mercati emergenti. Le emissioni di debito societario legato alla sostenibilità sono aumentate di quattro volte, raggiungendo i 70 miliardi di dollari nei primi otto mesi del 2021: il 18,5% delle emissioni totali Se paragonato alla quota inferiore al 5% di tre anni fa, vediamo come si vada colmando il divario con l’Europa, la regione dove è stato emesso il numero maggiore di questi titoli. L’International Capital Market Association (un ente di settore che fornisce una serie di linee guida che suggeriscono le migliori pratiche di strutturazione, divulgazione e rendicontazione secondo i principi SLBP, Sustainability-Linked Bond Principles), incoraggia gli emittenti a pubblicare, dove possibile, un documento standard informativo che illustri il loro allineamento alle componenti dell’SLBP.Tuttavia, riteniamo che per accrescere la fiducia degli investitori e sbloccare maggiori investimenti nelle economie emergenti, a volte carenti a livello di informazione aziendale e di trasparenza rispetto a quanto richiesto dagli investitori esteri, sia necessario un quadro informativo standardizzato, se non obbligatorio, e un monitoraggio più solido degli obiettivi.Un aiuto potrebbe giungere anche da un’approvazione della Banca Centrale. Nel gennaio 2021, la Banca Centrale Europea è diventata la prima autorità monetaria al mondo a classificare le obbligazioni legate alla sostenibilità come utilizzabili come garanzia e per il suo programma di acquisto di attività.La BCE ha affermato che le cedole su tale debito devono essere collegate a un obiettivo basato sugli obiettivi ambientali stabiliti dal Regolamento sulla Tassonomia dell’UE e dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.Un simile sviluppo nei mercati emergenti sarebbe benvenuto. Le obbligazioni legate alla sostenibilità offrono alle società dei mercati emergenti un percorso alternativo volto a finanziare la loro transizione verso la sostenibilità e la possibilità di attingere a un gruppo di investitori più ampio. Offrono inoltre agli investitori la possibilità di allineare i loro investimenti ai propri principi e obiettivi ESG. (abstract)

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Il rallentamento della Cina non fermerà i mercati emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 novembre 2021

By Uday Patnaik, Head of Emerging Markets Debt di LGIM. Negli ultimi mesi, si è assistito a un mutamento del quadro dei mercati emergenti (EM), che, da essere reflazionistico e favorevole, è diventato abbastanza preoccupante. Le ragioni sono l’indebolimento delle dinamiche di crescita, dovuto da una contrazione degli effetti di base e dall’impatto della variante delta. Quest’ultima ha colpito principalmente i mercati emergenti asiatici, che sono da sempre la locomotiva della crescita di tutto il comparto. Ulteriori motivi di preoccupazione sono arrivati dalla Cina. Non solo le misure estremamente severe contro i nuovi casi di Covid-19 hanno portato a lockdown localizzati, ma ha preso piede anche una repressione normativa che ha coinvolto molti settori, tra cui quello immobiliare, che ha sempre avuto un ruolo centrale nella crescita del Dragone, nel benessere delle famiglie, nel generare crediti e nel creare entrate per il governo centrale. Se a questo si aggiunge anche una serie di blackout, si può comprendere perché il consensus sulla crescita della Cina sia diminuito, posizionandosi tra il negativo e lo zero nel corso del terzo trimestre. Gli economisti di LGIM hanno ridotto le stime di crescita da +8% a +7,7% nel 2021 e da +4,5% a +4,1% nel 2022.Un altro fattore preoccupante è che la Cina non è l’unico mercato emergente in cui la crescita è rallentata. Nel suo ultimo update sull’Asia Orientale e Pacifica, la Banca Mondiale ha rivisto al ribasso le stime del 2021 per l’intera regione a causa della debolezza cinese, passate dal +4,4% di aprile al +2,2% odierno (lo studio non include la Cina). Da notare che i mercati emergenti asiatici rappresentano il 55%-60% del Pil di tutto il comparto EM e il 25%-30% dell’economia globale. Al di fuori dell’Asia, le prospettive di crescita degli EM si sono comunque ridotte a causa dell’inflazione crescente, dovuta a shock sul lato dell’offerta, della crescita della domanda interna e dei maggiori costi dell’energia. Tutto questo ha portato le banche centrali di molti di questi mercati ad alzare i tassi d’interesse. Come si evince dal grafico sottostante, 11 dei maggiori mercati emergenti hanno incrementato i tassi; un numero destinato a salire nel prossimo trimestre. Oltre alle scelte politiche molto discutibili e all’inflazione crescente, i rischi sui mercati emergenti derivano anche dai prezzi delle commodity, che potrebbero risentire delle prospettive di crescita ridotte, e da un dollaro più forte, supportato dai tassi d’interesse statunitensi più alti. Se a tutto questo aggiungiamo le preoccupazioni circa il tapering della Fed, si capisce come queste problematiche abbiano causato, nelle ultime 3 settimane, una fuga degli investitori dal settore del credito dei mercati emergenti. La price action è stata ulteriormente esacerbata dalla vendita degli ETF, una via sempre più diffusa tra gli agenti del mercato per esprimere le loro previsioni a ribasso, preferita alla vendita di obbligazioni, che potrebbero essere più difficili da riacquistare in un secondo momento. Pertanto, noi di LGIM manteniamo posizioni favorevoli verso i mercati emergenti. In quanto gestori attivi, abbiamo risposto velocemente al cambiamento del sentiment sul rischio, dato che abbiamo ridotto in anticipo la nostra esposizione al real estate cinese, abbiamo gestito con successo la nostra posizione verso Huarong e abbiamo sfruttato i crescenti prezzi delle commodity per aggiungere al nostro portafoglio realtà dai fondamentali solidi. Le nostre solide posizioni di liquidità, costruite in previsione di un sentiment più debole, ci consentiranno di sfruttare ulteriormente le numerose opportunità create dal recente selloff. Naturalmente, continuiamo a essere cauti nell’impiegare la nostra liquidità, ricorrendo sempre a un’analisi approfondita dei fondamentali nazionali e aziendali. Nonostante quanto detto sopra, riteniamo che l’impatto di tutti questi fattori sia transitorio.

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Mercati emergenti: focus sul debito

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 novembre 2021

A cura di Kristin Ceva, responsabile strategie paesi emergenti di Payden & Rygel. Gli investitori generalmente percepiscono il debito dei mercati emergenti come altamente rischioso, ma, in realtà, questa asset class è abbastanza ampia da offrire opportunità di investimento che coprono l’intero spettro del rischio. Nell’universo dei mercati emergenti rientrano infatti 80 Paesi, il che consente di costruire portafogli con un’esposizione ad un’ampia gamma di Paesi in Africa, America Latina, Asia e anche in Europa.In effetti, il debito dei mercati emergenti non è così rischioso come molti tendono a credere: il rapporto rischio/rendimento è significativamente migliore rispetto alle azioni dei mercati emergenti e negli ultimi 20 anni gli investitori hanno ottenuto lo stesso rendimento totale annualizzato rispetto alle azioni, ma con un terzo della volatilità.Una questione che incoraggia alcuni investitori e sconcerta altri è rappresentata dal dominio della Cina nel panorama dei mercati emergenti: oggi affrontare il debito cinese è, infatti, una vera e propria sfida. Il debito corporate gioca un ruolo enorme nei portafogli investment-grade e i problemi di rimborso affrontati da China Evergrande Group, la più indebitata società immobiliare cinese, hanno sollevato non poche preoccupazioni.Da un punto di vista ESG, la Cina presenta un’interessante contraddizione. Alcune notizie riportate dai media internazionali sono profondamente inquietanti, ma le schede di valutazione ESG dovrebbero nel complesso sottolineare un miglioramento dei parametri, invece che il loro peggioramento. Detto ciò, la Cina rappresenta oltre il 30% dell’indice MSCI EM (azionario) e i primi cinque Paesi di quell’indice ne costituiscono il 75%, laddove i primi cinque Paesi degli indici di debito dei mercati emergenti ne costituiscono solo il 40%, a significare come ci siano molte altre opportunità da considerare.La chiave sta nel cercare quei Paesi in via di miglioramento. L’Ucraina, per esempio, si è dimostrata capace di approvare riforme davvero importanti per poter rimanere in un programma del FMI, dal momento che entrare in tali programmi è essenziale per attenersi ai progetti di riforma. Allo stesso modo l’Indonesia, che attualmente presenta un contesto politico molto positivo, è un Paese investment grade attraente dal punto di vista della valutazione e sta favorendo gli investimenti stranieri come mai prima d’ora.Anche Paesi più piccoli come l’Ecuador, che ha combattuto contro il Covid, ma che ora ha eletto un governo più market friendly, dovrebbero essere sul radar degli investitori. Inaspettatamente, le recenti elezioni hanno decretato la vittoria di Lasso, che ha aperto nuove opportunità per l’Ecuador per l’approvazione di alcune riforme necessarie ma politicamente difficili e anche per lo sblocco dei finanziamenti del FMI.Il debito dei mercati emergenti è sottorappresentato nei portafogli istituzionali e individuali, ma per via delle sue dimensioni, diversità e caratteristiche di rischio-rendimento, la maggior parte degli investitori potrebbe trarre vantaggio da un’allocazione, soprattutto in un contesto mondiale in cui circa 16,5 trilioni di dollari di debito hanno un rendimento negativo e dove i portafogli di titoli sovrani EM, per esempio, stanno rendendo il 5%-7% annuo. (abstract)

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Fixed Income – Le divergenze spalancano opportunità nei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su martedì, 12 ottobre 2021

A cura di Mary-Therese Barton, Head of Emerging Market Debt e Kate Griffiths, Client Portfolio Manager di Pictet Asset Management. Forze economiche eccezionalmente potenti stanno rivoluzionando il panorama per gli investitori nei mercati emergenti. Tuttavia, le divergenze di performance tra Paesi e attività che ne risultano, producono un terreno fertile per generare rendimenti per coloro che dispongono di adeguate capacità analitiche.Il contesto macroeconomico globale è eccezionalmente incerto. Da un lato, la pandemia di COVID-19 continua a fare brutte sorprese: la variante Delta, particolarmente infettiva, è la più recente, ma è improbabile che sia l’ultima. Dall’altro, la liquidità immessa dalle banche centrali globali rimane generosa, così come le misure di stimolo fiscale. Le pressioni inflazionistiche sono in aumento, alcune sono temporanee, altre potrebbero rivelarsi più persistenti. I governi sono sotto pressione e chiamati a rispondere. Altrove, in particolare in Cina, sembrano verificarsi cambiamenti politici epocali.Tutto ciò rende meno chiaro un quadro già complicato, visto che le economie dei mercati emergenti presentano enormi differenze. Spaziando nell’intero spettro dell’attività economica, dalle materie prime ai prodotti finiti di alta qualità, i Paesi emergenti stanno crescendo a diverse velocità. Allo stesso tempo, c’è una significativa differenziazione nelle attività in offerta anche all’interno di questi Paesi. Di conseguenza, in alcuni casi, quando il prezzo delle obbligazioni denominate in dollari di un Paese è elevato, sono le sue obbligazioni in valuta locale a offrire prospettive più interessanti a livello di rendimenti corretti per il rischio.Allo stesso tempo, la crescente popolarità dei green bond tra gli emittenti sovrani aggiunge un’ulteriore frontiera per gli investitori. Il diverso impatto del COVID-19, i diversi livelli di stimolo, le grandi divergenze nei fondamentali dei Paesi, l’introduzione di green bond oltre ai titoli denominati in valuta locale e in valuta forte, rendono la navigazione nell’universo delle obbligazioni dei mercati emergenti una sfida che richiede competenza ed esperienza. Sull’attrattiva degli investimenti nei mercati emergenti incide anche il paragone tra le loro performance in materia ambientale, sociale e di governance (ESG). I fattori sociali e di governance sono particolarmente importanti in alcune regioni dell’America Latina, dove assistiamo a una rinascita della politica e del populismo di sinistra. Ciò aumenta il rischio che questi Paesi subiscano un’erosione del loro merito creditizio a lungo termine, considerato che i politici tentano di eliminare i problemi con la spesa pubblica, provocando così un aumento delle pressioni fiscali. Allo stesso tempo, il peggioramento della disoccupazione giovanile, della povertà e dei risultati educativi rappresentano una minaccia per la formazione del capitale umano di queste nazioni; anche in questo caso l’America Latina risulta particolarmente a rischio. Gli investitori nei mercati emergenti hanno un bel da fare. Questi Paesi devono affrontare sfide più complesse che mai, molte delle quali sono state portate alla luce dalla pandemia, che ha aumentato l’impatto dei diversi gradi di sviluppo e dei diversi accessi alle risorse, naturali o artificiali, dalle infrastrutture al capitale umano e alla solidità delle istituzioni. Ha, inoltre, aggiunto un’ulteriore dimensione alla politica interna Pictet Asset Management ha un approccio d’investimento sfaccettato, che si avvale delle competenze di tutta l’azienda nel valutare le questioni macroeconomiche, politiche, ambientali e sociali. Prendiamo, ad esempio, il nostro approccio all’investimento in Cile. Vediamo un valore limitato nel debito decennale cileno denominato in dollari, che scambia con uno spread di appena 99 punti base al di sopra dei Treasury USA, e per questo in tutti i nostri portafogli abbiamo una posizione di sottopeso su queste attività rispetto al benchmark. Tra le obbligazioni in valuta forte, preferiamo i green bond nazionali scambiati in linea con le obbligazioni convenzionali. Per le obbligazioni denominate in peso cileno, la nostra tendenza recente è quella di prendere i tassi locali, in quanto riteniamo che la recente debolezza delle obbligazioni implichi l’aspettativa di troppi aumenti dei tassi ufficiali. Allo stesso tempo, abbiamo una propensione più strategica a sovrappesare la valuta, poiché la recente debolezza offre un punto di ingresso interessante. Come team, prestiamo sempre più attenzione ai rischi e alle opportunità connessi alle questioni ambientali e ai rischi di transizione. Riteniamo che i green bond rappresentino per i governi un buon modo di finanziare le iniziative legate al cambiamento climatico e, di conseguenza, abbiamo incoraggiato l’Ungheria ad avviare un programma di green bond, a cui potremmo partecipare al momento dell’emissione. La Romania è stata meno veloce nell’adottare misure simili, ma anche in questo caso abbiamo spinto il governo a riconoscere l’esistenza di una domanda per questi strumenti. La reazione è stata incoraggiante, con lo sviluppo di una struttura di green bond che dovrebbe contribuire a migliorare le sue credenziali in tema di sostenibilità. Abbiamo una portata globale, con un approccio regionale basato a Londra, Singapore e New York, che ci offre prospettive locali in tutto l’universo dei mercati emergenti e che uniamo con i nostri punti di forza nell’analisi macroeconomica e nella strategia globale. (abstract)

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Credito sovrano, opportunità nei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 ottobre 2021

Richard Briggs, Investment Manager, Mercati emergenti e debito in valuta forte di GAM Investments. “Nel credito sovrano, i mercati emergenti hanno oggi dei prezzi bassi su base relativa rispetto al resto dell’universo del reddito fisso. Rispetto al debito societario dei mercati sviluppati, gli spread di credito sul debito sovrano USA in dollari sono molto ampi e sono ancora significativamente al di sopra dei livelli pre-Covid-19. Inoltre, i fondamentali sono generalmente di supporto e un rimbalzo della crescita globale tipicamente porta a spread più stretti. Ancora, meno del 5% dell’indice di riferimento sovrano in valuta forte, il JP Morgan EMBI Global Diversified, è diviso tra emittenti cinesi (che sono tutti sovrani o quasi sovrani), il che significa legami limitati con la proprietà cinese. Bottom-up, i crediti che riteniamo offrano un valore particolarmente interessante includono Egitto, Ecuador, Ucraina e Pakistan, che dovrebbero essere in grado di migliorare gradualmente nel contesto attuale e sono meno vulnerabili a una crisi nel medio termine. Tra gli EM in difficoltà, lo Zambia e la Tunisia sembrano interessanti. A nostra volta, ci stiamo tenendo lontani da Sri Lanka, Etiopia, Turchia, Mozambico e soprattutto da El Salvador, dove riteniamo che i rischi non siano compensati nonostante gli alti rendimenti”.

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Capital Group: I mercati emergenti sono prossimi a un boom dei dividendi?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 settembre 2021

Commento a cura di Valeria Vine, Investment Director di Capital Group Uno dei principali sviluppi avvenuti durante la pandemia di COVID-19 è stato l’impegno delle banche centrali a mantenere politiche monetarie accomodanti e a sostenere le rispettive economie. Dato il contesto caratterizzato da tassi di interesse continuamente bassi, crescono le discussioni sulla necessità per chi investe in reddito di ampliare le proprie opzioni rivolgendosi ai titoli che corrispondono dividendi. L’esperienza del 2020 ha però evidenziato l’importanza della diversificazione. I classici terreni fertili come l’Europa e il Regno Unito hanno infatti registrato un crollo nella distribuzione dei dividendi nel 2020, mentre i ME si sono dimostrati molto più resilienti, con un calo dei dividendi limitato all’8,8%.Ciò è dovuto principalmente al fatto che l’Asia settentrionale, che costituisce circa il 65% dell’indice MSCI EM, si è ripresa dalla crisi dettata dal COVID-19 molto più velocemente del resto del mondo. Gran parte dell’Europa e del Nord America ha iniziato ad allentare le misure di restrizione solo negli ultimi mesi, mentre le attività commerciali e produttive in Cina, ad esempio, erano già prossime ai livelli pre-pandemia più di un anno fa. Le statistiche ufficiali del governo cinese indicano che il tasso nazionale di ripresa del lavoro delle piccole e medie imprese era dell’84% al 15 aprile 2020 (poco più di un mese dopo lo scoppio della pandemia in Europa e Nord America), mentre per le grandi imprese industriali il dato si attestava al 99%.Altro fattore alla base della resilienza dei dividendi dei ME è la netta solidità dei bilanci di molte delle loro società. Tali società tendono ad avere riserve di liquidità maggiori in considerazione dell’ambiente commerciale, sociale e politico più volatile in cui operano. Devono inoltre far fronte a mercati di finanziamento a breve termine meno sviluppati e alle fluttuazioni dei tassi di cambio. Il grafico sottostante mostra che dal 2006 le società dell’indice MSCI EM hanno costantemente detenuto un livello più elevato di liquidità in percentuale dei loro asset rispetto alle controparti globali (indice MSCI World). Infatti, secondo i dati di Capital Group, negli ultimi 15 anni le società dell’MSCI World non hanno mai registrato alla fine dell’anno solare più liquidità (in percentuale degli asset totali) rispetto alle società dell’MSCI EM. Questo impiego più conservativo della liquidità ha favorito le società dei ME nel contesto estremamente volatile dettato dalla pandemia.Le prospettive dei dividendi appaiono interessanti nel lungo termine, sostenute da rapporti di distribuzione relativamente bassi, in crescita rispetto a una base storicamente bassa. Ma la cultura dei dividendi sta acquisendo slancio, in particolare negli ultimi cinque anni, poiché il ritmo di crescita ha superato notevolmente le medie globali, statunitensi ed europee.Eppure, osservando solo gli indici si rischia di non capire appieno il potenziale d’investimento dei ME. I tradizionali benchmark, come l’indice MSCI EM, possono fornire agli investitori internazionali un quadro approssimativo delle opportunità offerte dai ME, ma non quello effettivo poiché circa il 23% dell’indice (in termini di capitalizzazione di mercato) è composto da imprese controllate dallo Stato. Queste ultime tendono a operare in settori più ciclici come il petrolio e il gas, gli industriali e i materiali, ma i maggiori successi negli ultimi anni si riscontrano tra le società private, in grado di sfruttare l’interessante profilo demografico della regione (popolazione giovane e vivace) e la rapida crescita del ceto medio.Nelle imprese di Stato, poi, gli interessi aziendali e quelli degli azionisti possono divergere, in particolare quelli degli azionisti di minoranza. Se a questo si aggiunge un contesto di scarso attivismo degli azionisti sul fronte interno e di limitato potere degli amministratori indipendenti e dei comitati di supervisione, gli azionisti di minoranza esteri possono essere esposti a ulteriori rischi. Questa incapacità di essere ascoltati può essere particolarmente dannosa per gli investitori in caso di decisioni strategiche o di asset allocation. La gestione di alcune imprese controllate dallo Stato è in parte dettata da obiettivi di politiche pubbliche; pertanto, il valore degli azionisti di minoranza può talvolta passare in secondo piano. Il grafico sottostante evidenzia tale situazione, poiché mostra l’enorme divario in termini di distribuzioni di dividendi effettuate dalle imprese statali e da quelle private nei ME. http://www.verinieassociati.com

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LGIM: la favola estiva dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 luglio 2021

I mercati emergenti sono un settore molto interessante e lo saranno anche in futuro: il dollaro è scambiato a valori al di sotto della media, la volatilità è contenuta e i prezzi delle materie prime stanno risalendo; inoltre, i flussi monetari verso i fondi sui mercati emergenti stanno aumentando (127 miliardi di dollari da inizio anno in questa asset class). Se questo trend dovesse continuare, gli inflow potrebbero arrivare a superare il totale annuo del 2019.A nostro avviso, le prospettive su questo punto sono positive: nei mesi estivi, prevediamo una robusta crescita dei rendimenti, in quanto giugno, luglio e agosto di solito fanno registrare buone performance ai mercati emergenti: negli ultimi 27 anni i rendimenti dell’indice Emerging Markets Bond Global Diversified sono state positive nel 63% dei casi a giugno, nel 74% a luglio e nel 78% ad agosto; mentre l’indice Emerging Markets Corporate Entities Bond negli ultimi 20 anni ha ottenuto il segno “+” nel 65% dei casi nel mese di luglio e nel 75% nel mese di agosto. Inoltre, quest’estate dovrebbe vedere altri effetti positivi, dovuti alle minori emissioni e ai flussi monetari in entrata in crescita.Le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI) indicano che i mercati emergenti dovrebbero crescere del 6% quest’anno – lo 0,8% in più rispetto a quanto predetto a inizio 2021. Ovviamente ci sono delle differenze interne alla categoria, con i due mercati principali, ovvero Cina e India, che registrano stime di crescita superiori all’8%, mentre quelle degli altri mercati sono comprese tra il 4% e l’8%. Andando oltre la crescita economica, i prezzi più elevati delle commodity significano un surplus di bilancio per gli EM per il terzo anno consecutivo, il quale, secondo il FMI, si attesterebbe a oltre 200 miliardi di dollari. Un ruolo di supporto molto importante lo giocano anche i fondi stanziati dallo stesso FMI, che accresceranno i volumi delle riserve di valute straniere all’interno dei mercati emergenti. Inoltre, continueranno anche i programmi di sospensione del debito previsto dal G20 e il programma di supporto a 84 economie emergenti del Fondo Monetario Internazionale, che dall’inizio della pandemia ha già portato nelle casse degli EM 110 miliardi di dollari. È molto importante ricordare che il FMI non elargisce prestiti a paesi il cui debito pubblico è considerato insostenibile o dove persistono evidenti gap finanziari.Infine, nei mercati emergenti sta diminuendo anche il numero di contagi da Covid-19 – anche se rimangono ancora problematici in America Latina – l’offerta di vaccini crescerà a partire dalla seconda metà di quest’anno e lo stesso farà la percentuale di vaccinati. Una volta sotto controllo il coronavirus, i tassi di default e di downgrade nel rating hanno già raggiunto l’apice. Fitch ha osservato che il tasso di default degli stati è salito al 4,2% dopo il collasso di Argentina, Ecuador, Libano, Suriname e Zambia – nessuno dei quali causato dal Covid-19 – e in un universo di oltre 70 nazioni che compongono l’indice Emerging Markets Bond Global Diversified.Il valore di un investimento e l’eventuale reddito da esso ricavato non sono garantiti e possono aumentare così come diminuire; si potrebbe non recuperare l’importo inizialmente investito.

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Tutto sembra sostenere le valute dei mercati emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 luglio 2021

A cura di Kate Griffiths, Client Portfolio Manager del Team Emerging Debt di Pictet Asset Management. La domanda globale di prodotti dei mercati emergenti appare solida e ci aspettiamo un’ulteriore crescita. In presenza di una domanda interna debole e alla conseguente riduzione delle importazioni nelle aree emergenti, abbiamo assistito a un significativo miglioramento dei conti con l’estero delle economie emergenti. In questo modo, il posizionamento dei Paesi emergenti che già vantavano fondamentali solidi si è ulteriormente rafforzato e si sono registrati anche progressi degni di nota nella bilancia delle partite correnti delle nazioni invece strutturalmente più fragili. Ad esempio il Sudafrica e altri Paesi storicamente caratterizzati da un deficit delle partite correnti presentano ora un surplus. Inoltre, occorre considerare che le banche centrali dei Paesi emergenti sono un passo avanti a livello di inasprimento della politica monetaria: In Brasile, Russia e Turchia il ciclo di rialzo dei tassi è già cominciato e nel prossimo futuro ci saranno nuovi inasprimenti da parte delle autorità monetarie di questi o di altri Paesi. I differenziali di tasso di interesse rispetto ai mercati avanzati sono quindi in miglioramento, sostenendo le valute. Infine, l’avanzamento delle campagne vaccinali nei Paesi emergenti nel secondo semestre dell’anno si tradurrà in un miglioramento delle prospettive, più favorevoli alla crescita. Considerato che è stata riscontrata una forte correlazione tra l’evoluzione della situazione pandemica e l’andamento delle valute, notizie più incoraggianti sul fronte sanitario dovrebbero sostenere le divise emergenti. Il duplice mandato della Fed – adozione di un sistema di targeting dell’inflazione media asimmetrico e persistente focus sul raggiungimento di una forma più equa di pieno impiego – si tradurrà in un aumento dell’hurdle rate per l’inasprimento della politica della Fed e in una maggiore propensione a tollerare una risalita dell’inflazione. Per questo motivo, negli USA i rendimenti reali si manterranno su livelli depressi ancora per qualche tempo.A impattare sulle prospettive per la valuta nord-americana è anche il duplice deficit statunitense. Da un lato, il deficit fiscale è in costante aumento negli Stati Uniti per via delle misure accomodanti (programma di stimoli per l’emergenza causata dalla pandemia, investimenti infrastrutturali, ecc.) varate dall’amministrazione Biden in risposta alla situazione attuale. Dall’altro, il saldo commerciale appare sempre più ampio poiché i consumatori USA (destinatari di trasferimenti diretti di denaro da parte del governo) spendono per acquistare merci importate. Di conseguenza, si assiste a una fuoriuscita di dollari a livello globale che favorisce in particolare le aree emergenti, esportatrici di prodotti manifatturieri e questa crescente offerta di dollari in tutto il mondo alimenta le pressioni ribassiste sul biglietto verde. Infine, non possono essere ignorati i segnali di una tendenza generale alla de-dollarizzazione, seppur ancora nelle fasi iniziali. La progressiva affermazione della Cina sulla scena globale, infatti, sta accelerando il processo di de-dollarizzazione del commercio mondiale, che procede a ritmo sempre più rapido. Sempre più spesso le transazioni commerciali sono concluse al di fuori del “sistema del dollaro” e tale trend guadagnerà ulteriore slancio in seguito all’ascesa delle valute digitali delle banche centrali, tra cui la cinese CBDC sembra la più innovativa. L’egemonia del dollaro resta intatta (data l’attuale mancanza di alternative valide), ma il trend in atto è senza dubbio favorevole all’affermazione di monete di scambio alternative, anche alla luce della formazione di nuove alleanze politiche e regionali (relazioni UE/Cina, RCEP) e quindi del rifiuto di dipendere interamente dal “sistema del dollaro”.

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Monitor dei Mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 giugno 2021

A cura di Patrick Zweifel, Chief Economist di Pictet Asset Management. Dopo la forte corsa dei mercati emergenti nell’ultimo anno, gli investitori devono ora affrontare due grandi preoccupazioni. Prima di tutto, la possibilità che nei prossimi sei trimestri o giù di lì le economie emergenti facciano meno bene rispetto a quelle sviluppate, un comportamento raro nella storia recente. In secondo luogo, i rendimenti dei Treasury USA paiono destinati ad aumentare, un fattore che, più in generale, può turbare i mercati. Normalmente, ognuno di questi fattori potrebbe suggerire un probabile ribaltamento delle sorti dei mercati emergenti (ME), ma non in questo momento. Il contesto economico, infatti, pare destinato a rimanere molto favorevole per le attività dei mercati emergenti. Come ci insegna la storia, le azioni e le obbligazioni dei mercati emergenti dovrebbero continuare a registrare un andamento eccezionalmente positivo.Le classi di attivi dei mercati emergenti offrono i risultati migliori in periodi di inflazione elevata e crescita robusta. Infatti, in questi contesti sono tra le classi di attivi con la performance migliore. Dal 1950, nei periodi in cui l’inflazione globale è stata superiore al 2% e la crescita del PIL globale al di sopra della media degli ultimi quattro anni, la performance delle azioni dei mercati emergenti ha superato in maniera significativa quella delle 25 principali classi di attivi, generando rendimenti annui medi ben superiori al 20%. Nell’ultimo decennio, gli investitori si sono talmente abituati ai timori di deflazione che in molti paiono dubitare di un ritorno significativo dell’inflazione. Eppure tutti i segnali indicano che l’inflazione potrebbe essere prossima a tornare. A marzo, l’inflazione basata sull’indice dei prezzi al consumo globale (CPI) è salita al 2,1% da un minimo dell’1% nel novembre dello scorso anno.A dire il vero, la maggior parte del recente balzo dei prezzi va ricondotta agli shock sul fronte dell’offerta: i lockdown hanno causato colli di bottiglia e tempi di consegna più lunghi, facendo aumentare i prezzi delle materie prime e di altri fattori produttivi essenziali. Tuttavia, anche se in parte queste pressioni inflazionistiche si ridurranno con la riapertura delle economie, le massicce misure di stimolo, soprattutto negli Stati Uniti, continueranno a sostenere la domanda. Stimare l’impatto finale di questi diversi fattori è complicato ma, a conti fatti, sembra sempre più probabile che l’epoca dell’inflazione bassa sia finita. Nel qual caso è sensato assumere posizioni contro tale rischio.Tuttavia, c’è la preoccupazione che la tesi a favore dei mercati emergenti non sia ancora del tutto scontata. Questo perché le economie dei mercati sviluppati sono destinate a superare quelle dei mercati emergenti nei prossimi trimestri. Allo stesso tempo, vi è il rischio di un aumento dei rendimenti dei Treasury USA e, poiché questi rappresentano il tasso privo di rischio del mercato, un simile movimento potrebbe essere un cattivo presagio per altre attività. È raro che i mercati sviluppati crescano più rapidamente delle economie emergenti nei periodi di forte crescita economica generale. Questo scenario si è però verificato nel 2010 e, in quel caso, ottennero buoni risultati sia le obbligazioni sia le azioni dei mercati emergenti: il debito in valuta locale rese il 12,7% annualizzato, mentre l’indice MSCI dei mercati emergenti generò un rendimento quasi del 19%, sovraperformando i mercati sviluppati di oltre 6 punti percentuali. Le esportazioni reali sono tornate alla loro media di lungo termine già a febbraio, crescendo del 5,2% su base annua: questo si deve quasi tutto ai mercati emergenti. È probabile che una forte crescita negli Stati Uniti e un’inflazione più elevata facciano salire i rendimenti obbligazionari dei Treasury USA, soprattutto sulle scadenze più lunghe. Gli investitori temono che tale aumento dei rendimenti possa danneggiare le attività rischiose di tutto il mondo. Storicamente, in effetti, ciò ha spesso danneggiato le attività dei mercati emergenti, ma solo quando la crescita in questi Paesi era relativamente debole o in calo. Questa, però, non è la situazione attuale.In genere, l’aumento dei rendimenti statunitensi comporterebbe un aumento dei costi di finanziamento per le economie emergenti, che a sua volta ne colpirebbe le valute. Le valute dei mercati emergenti non sono diverse dalle altre attività dei mercati emergenti in termini di performance nei diversi contesti economici. Una crescita debole in una fase di aumento dei rendimenti statunitensi è associata al deprezzamento della valuta. Una forte crescita, anche in un contesto inflazionistico, porta a un apprezzamento, in particolare nel caso delle valute asiatiche e latinoamericane. (abstract)

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Perché bisogna tornare a puntare sui mercati Emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 giugno 2021

A cura di Paolo Paschetta, Country Head Italia di Pictet Asset Management. I mercati emergenti rappresentano un’ottima opportunità d’investimento, anche se accostarsi a loro richiede un certo grado di conoscenza. Addentrarsi nel mondo degli emergenti, infatti, significa trovare all’interno un vasto numero di civiltà e mercati con caratteristiche uniche. Per questo è utile approfondirne i tratti salienti, senza fermarsi a luoghi comuni che potrebbero far perdere occasioni di rendimento interessanti o sottovalutare eventuali rischi. Queste aree del mondo – dall’Asia all’America Latina, passando per Africa, Est Europa e Medio Oriente – sono in alcuni casi caratterizzate da instabilità politica ed economica. Inoltre, lo shock esogeno causato dalla pandemia ha colpito duramente alcuni di questi mercati, ma l’avanzamento delle campagne vaccinali e la ripresa globale che tutti attendono per la seconda parte dell’anno permetterà agli emergenti di tornare velocemente ai trend di fondo che li vedevano come i protagonisti del futuro.Già prima dell’avvento della pandemia, infatti, i mercati emergenti davano la sensazione di essere sulla via di uno sviluppo particolarmente rilevante. Tant’è che secondo uno studio della società di consulenza McKinsey, pubblicato nel 2019, i Paesi in via di sviluppo entro il 2030 rappresenteranno più della metà di tutti i consumi globali. E stime della Commissione Europea ci dicono che, per allora, la classe media di Cina e India rappresenteranno il 66% del totale mondiale. Le prospettive di una graduale ripresa del commercio internazionale, poi, non potranno fare altro che tornare ad alimentare la crescita degli emergenti. A fare da volano all’area asiatica, inoltre, ci sarà la Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), un accordo di libero scambio di merci, servizi e investimenti tra 15 Paesi che rappresentano insieme il 30% della popolazione mondiale, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud e gli Stati del Sud Est Asiatico.Per quanto Cina e India abbiano economie dinamiche e in forte crescita, con il Paese del Dragone che si è ritagliato una leadership globale nel comparto digitale, ci sono anche altre aree del mondo emergente a cui vale la pena rivolgere l’attenzione. Una di queste è certamente l’Africa. Secondo un rapporto della Brooking Institutions, infatti, si stima che il continente abbia già superato l’India per numero di famiglie classificabili come classe media e avrà un mercato i cui consumi potrebbero salire fino a 2.500 miliardi di dollari entro il 2030. E dall’inizio di quest’anno, inoltre, è entrato in vigore l’accordo di libero scambio più grande al mondo in termini di Paesi partecipanti: l’African Continental Free Trade Area, con ben 54 firmatari. Una novità in grado di dare il via a uno sviluppo ancora più spedito, favorito anche dagli investimenti esteri che cominciano a fare capolino sull’area in maniera consistente. Il continente africano è pronto a crescere e lo farà con un modello differente da quanto fatto da altri. Chi vuole cercare opportunità di diversificazione, infatti, non potrà fare a meno di notare come, per esempio, in Kenya e Nigeria esistano già migliaia di società FinTech, con un ruolo degli istituti bancari tradizionali totalmente marginale.Anche l’America Latina è un mondo interessante e ricco di opportunità, sebbene in passato sia rimasto legato a un modello di sviluppo troppo dipendente dal commercio delle materie prime, fattore che ha contribuito a creare un elevato livello di diseguaglianza all’interno della popolazione, oltre a un’eccessiva fragilità dell’economia. Ora, però, l’abbattimento di molte barriere attraverso la digitalizzazione, l’aumento della fetta di popolazione rientrante nei canoni della classe media e la diffusione dei servizi su più ampia scala potrebbero dare slancio a un nuovo sviluppo dell’area che è, e rimane, una terra dalle mille opportunità, al pari dell’America del Nord. In America Latina, infatti, si nasconde un serbatoio di eccellenze e innovazione che non si mette mai abbastanza in evidenza. Si possono citare, per esempio, il sistema sanitario all’avanguardia del Cile, ai primi posti al mondo per numero di persone vaccinate contro il Covid. Oppure il caso del Costa Rica che, dal 2019, sfrutta quasi esclusivamente energia rinnovabile. Non è poi da trascurare la grande disponibilità di materie prime e di minerali. La Bolivia, per esempio, ha la più grande riserva di litio al mondo ed è pronta a produrre localmente batterie, una potenzialità da non sottovalutare in un mondo che si prepara al boom delle auto elettriche. Questi sono solo alcuni degli aspetti più interessanti di un’area del mondo ormai pronta a smarcarsi dagli stigmi attribuitigli negli anni di corruzione, instabilità economica e politica.Anche il Medio Oriente è un’area del mondo che dà segnali di maturità. Un Paese importante di quest’area, l’Arabia Saudita, ha intrapreso una politica per diventare sempre più indipendente dal petrolio con il piano di trasformazione Saudi Vision 2030. Paesi come Oman e Qatar hanno varato alcune riforme del mercato del lavoro favorevoli agli immigrati, con il probabile effetto di una maggiore capacità di attrarre e trattenere talenti e competenze dall’estero. Spostandoci, invece, sull’Est Europa, questa era l’area del Vecchio continente a crescita media più elevata prima della crisi, con una fetta consistente di popolazione che stava vedendo aumentare salari e capacità di spesa. La pandemia ha momentaneamente arrestato questo processo, ma con la ripresa dell’attività a livello mondiale è assai probabile che l’economia di questi Paesi riprenda il percorso interrotto. Paesi come la Russia, essendo comunque legati al mercato energetico, potrebbero riprendere slancio con la ripresa dei viaggi e del trasporto merci a livello mondiale. I Paesi sotto al cappello dell’Unione europea, infine, potranno presto beneficiare degli investimenti nell’ambito del Recovery Fund.Il quadro generale che si riesce a ricavare dal mondo degli Emergenti è, quindi, molto diversificato per aree regionali. Ma tutti questi Paesi, pur nelle loro diversità, hanno la caratteristica comune di offrire grande potenziale di rendimento, pur rimanendo soggetti a repentine correzioni. Quest’ultimo è un aspetto che tende a tenere lontani gli investitori più avversi al rischio, insieme al fatto che negli ultimi 10 anni si è verificata una grande dispersione di performance: tra le asset class migliori e quelle peggiori, infatti, c’è stata una differenza media del 30 per cento. Tuttavia, questo mondo complicato può rivelarsi una fonte preziosa di rendimento, se si adotta la giusta strategia. Con il fondo d’investimento Pictet-EMMA (Emerging Markets Multi Asset), Pictet ha messo in campo un approccio globale e diversificato, multi asset, che si pone l’obiettivo di andare a selezionare le varie eccellenze locali e, al contempo, controllare il rischio che caratterizza questi mercati.

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Economie emergenti: l’aumento dell’inflazione costringe le banche centrali a inasprire le politiche monetarie

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 Maggio 2021

Secondo le previsioni del FMI di aprile 2021, le economie emergenti saranno più penalizzate in maniera permanente dalla crisi attuale rispetto alle economie avanzate.Nel 2024, il PIL delle economie emergenti registrerà 4 punti percentuali in meno rispetto a quello che sarebbe stato osservato senza la crisi COVID. Per le economie avanzate, il divario sarà solamente di un punto (contro i 10% nel corso della crisi finanziaria mondiale). Molteplici ragioni spiegano questa discrepanza attesa tra la ripresa delle economie avanzate e quelle emergenti. In primo luogo, sul piano sanitario, la campagna vaccinale ha preso maggior piede nei paesi avanzati, con l’eccezione di qualche economia emergente: Emirati Arabi Uniti, Cile e, in misura minore, Turchia e Marocco, dove lo scorso 8 aprile almeno il 10% della popolazione aveva completato il ciclo di vaccinazione. A parte alcuni casi, l’acquisizione della maggior parte dei vaccini disponibili da parte di Stati Uniti ed Europa lascia poche dosi disponibili per gli altri. Tra le quattro principali aree produttrici di vaccini (Cina, Stati Uniti, Europa occidentale e India), la tentazione di attuare misure protezioniste è sempre più forte. Ad esempio, l’India ha già annunciato una chiusura temporanea dell’esportazione di vaccini allo scopo di privilegiarne la distribuzione sul territorio nazionale, dove il numero di casi è aumentato considerevolmente da inizio marzo. Oltre a queste incertezze sanitarie ancora elevate, buona parte delle economie emergenti resta ancora penalizzata dall’esposizione ai settori di attività, a lungo colpiti dalla crisi (turismo e trasporti in particolare).Quanto alle buone notizie, l’aumento dei prezzi del petrolio o delle principali materie prime agricole costituiscono una boccata di ossigeno per le economie che l’anno scorso sono state colpite dalla tendenza inversa. Le prospettive positive per i consumi americani dovrebbero alimentare forti volumi di esportazioni soprattutto per i produttori di beni di consumo.Al contrario, il peggioramento del deficit di bilancio americano favorisce fuoriuscite di capitali dai mercati emergenti, poiché le revisioni al rialzo delle prospettive di crescita del PIL americano, incoraggiano un incremento dei tassi di interesse a lungo termine negli Stati Uniti, una riduzione del divario con le sue controparti dei paesi emergenti e minor attrattiva per i mercati finanziari di quest’ultimi. Di conseguenza, questo porta a un deprezzamento delle valute emergenti, in particolare in Turchia e Brasile.

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Roma: Casa delle Tecnologie Emergenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 aprile 2021

Roma. La road map progettuale della Casa delle Tecnologie Emergenti va avanti nel pieno rispetto dei tempi. È stato infatti compiuto un altro passaggio amministrativo decisivo per la realizzazione del polo tecnologico nella Stazione Tiburtina.Il Dipartimento Patrimonio e Politiche Abitative ha stipulato con Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo FS) gli atti notarili con i quali Roma Capitale godrà gratuitamente per 30 anni del diritto d’uso di locali per oltre 1000 mq nel prestigioso hub ferroviario, nodo cruciale della mobilità capitolina e dell’intero Sistema Alta Velocità Torino-Milano- Salerno.In attuazione alla Delibera di Giunta n. 263 del 13 novembre 2020, l’Amministrazione capitolina avrà spazi rappresentativi e tecnologicamente avanzati in questa stazione emblema dell’architettura ferroviaria contemporanea, che si candida a “luogo per la città” in linea con le evoluzioni del concetto di infrastruttura ferroviaria e urbana impresse dal Gruppo FS Italiane anche a Roma. Stazioni sempre più protagoniste della vita cittadina: poli non solo di mobilità integrata e sostenibile, ma anche di servizi e di funzioni vitali al suo sviluppo sociale, economico e produttivo.Gli spazi che Roma Capitale ha ottenuto gratuitamente da RFI, in forza di una Convenzione del 2005 attualizzata e concretizzata con le stipule sottoscritte dall’Amministratrice Delegata di RFI Vera Fiorani, hanno una doppia valenza e sono ospitati in luoghi diversi della stazione ma tutti con valore strategico. Saranno consegnati all’Ufficio di Scopo del Dipartimento Sviluppo Economico e Attività Produttive due spazi per complessivi 805 mq da destinare alla “Casa delle Tecnologie emergenti”: uno all’interno di un avveniristico contenitore sospeso a doppio livello ovvero in una delle cosiddette “bolle” della grande galleria vetrata sopra la piattaforma dei binari, l’altro con ingresso da via di Pietralata. E proprio in questo “boulevard” urbano di stazione che unisce due quartieri, Pietralata e Nomentana, verrà realizzato questo moderno centro di sviluppo finanziato da risorse provenienti dal MISE. Un nuovo polo delle Tecnologie emergenti dedicato a creatività ed innovazione con progetti di ricerca/sperimentazione per start up e piccole medie imprese e con il trasferimento di know how tecnologico secondo il modello dello “Start up City”, dell’Internet of Things (IoT), del Blockchain e dell’Artificial Intelligence (AI).

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