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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Posts Tagged ‘emigrante’

L’emigrante: storie di vita vissuta. Il viaggio in Australia

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Sono stato sul finire degli anni cinquanta in Australia, per circa un anno, da emigrante. Da allora sono trascorsi tanti anni e taluni particolari sono rimasti sfocati nella mia memoria tranne uno che oggi mi torna vivido e bruciante. E’ stato il momento in cui la nave della flotta Lauro che mi avrebbe portato in Australia lasciava lentamente la banchina del porto di Brindisi e lì tra i tanti, che assistevano alla partenza, vi era mio padre. Ci guardammo finché fu possibile ed io probabilmente in quell’istante non colsi in pieno il suo sguardo disperato, il suo dolore. Aveva cercato in tutti i modi d’indurmi a rinunciare a questa mia avventura ma con l’incoscienza dei giovani, la voglia di nuovo e di diverso mi avevano reso cieco e sordo. Oggi a differenza di allora quel suo sguardo è rimasto come un marchio indelebile sulla mia carne. Partivo con un regolare contratto di lavoro con le ferrovie dello stato del Victoria e quindi sapevo cosa sarei andato a fare a Melbourne come “station assistent” e mi fu anticipato il costo del viaggio e data una piccola somma in denaro per le mie prime spese. Ero insieme ad una ventina di altri giovani che con me avevano avuto a Napoli, dopo un’accura visita medica, un colloquio con un funzionario australiano e un suo collega del ministero del lavoro per siglare le clausole contrattuali e garantirne il rispetto. Esso prevedeva, tra l’altro, tre mesi di corso per conoscere il lavoro e migliorare il proprio inglese. Un corso d’inglese che già sulla nave fu avviato e durò per tutta la traversata di trentacinque giorni sia pure intervallati con brevi soste a Port Said, ad Aden e a Perth.
Mi resi conto solo anni dopo che la mia esperienza da emigrante, per quanto ne posso sapere, fu il primo tentativo in Italia per favorire una emigrazione qualificata essendo tutti i miei compagni di cordata laureati e diplomati. A Melbourne mi ero, invece, imbattuto in molti miei compatrioti partiti alla rinfusa, che non conoscevano una sola parola d’inglese e più dell’italiano parlavano un dialetto del loro paese d’origine che non riuscivo a comprendere del tutto. Ne conseguì un difficile rapporto con gli autoctoni e che talvolta sfociavano in fatti di sangue. Taluni giovani australiani erano pronti a far uso delle catene delle biciclette per aggredire una persona che attraversava un parco di sera ritornando dal lavoro e che rispondeva alla loro chiamata “paisà” per essere certi che fosse un italiano. E siccome tali fatti si ripetevano il “paisà” finì con il difendersi con il coltello e lascio immaginare le polemiche giornalistiche che ne seguirono con venature razziste. E noi che ci sentivamo più istruiti e pronti ad integrarci nell’ambiente locale venivamo, in pratica, accolti con diffidenza solo perché eravamo italiani, di quelli che fanno uso del “coltello” e quando vanno nei pub per bere una birra sono tanto morigerati da non ubriacarsi. La stessa discriminazione si ripeteva sul posto di lavoro e siccome eravamo in venti a fare lo stesso lavoro nelle stazioni di Melbourne fu inevitabile che spuntarono dei contrasti. In questo frangente ci parve legittimo coinvolgere il consolato italiano ma con un nulla di fatto. Alcuni di noi preferirono pagare la penale e scindere il contratto. Lo fecero, ovviamente quelli che avevano nel contempo trovato un altro lavoro: nella televisione locale, in banca e anche in proprio come importatore di prodotti orto frutticoli italiani. Restammo in pochi e fummo ancora di più vessati. Perché ne parlo oggi? Perché la storia delle migrazioni di massa è diventato un problema globale e se vogliamo governarla senza esserne travolti dobbiamo avere le idee chiare sul da farsi. Su questa falsariga continuerò a scrivere cercando le possibili vie d’uscita e in termini meno traumatici di quanto sta avvenendo ai giorni nostri. (Riccardo Alfonso)

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La maledizione dell’emigrante

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 giugno 2018

68 milioni di fuggiaschi ogni anno lasciano le loro terre per sfuggire alle guerre, alle carestie e alla povertà. E’ un dato davvero ragguardevole che genera destabilizzazioni e ricadute sociali nei paesi ospitanti che non sono necessariamente ai confini delle terre disastrate. C’è chi, in Africa, attraversa il deserto per affacciarsi lungo le coste del Mediterraneo e, prima di tentare su esili imbarcazioni il grande balzo verso l’Europa, resta vittima dei mercanti d’esseri umani che li schiavizzano e li trattano come merce di scambio per lucrosi affari. E’ un esodo di massa che coinvolge tutti i continenti e gran parte delle nazioni del mondo. Porvi riparo è un dovere che non possiamo disattendere come cittadini e istituzioni. Eppure questa catena solidaristica che dovrebbe trovarci tutti concordi si scontra con la natura più perversa ed egoista di chi vive la sua avventura terrena in condizioni di prosperità e non pensa di spezzare il suo pane per dividerlo con chi ne è privo. Ma vi è anche un aspetto più grave se pensiamo che le guerre sono foraggiate dai mercanti di armi, dai governi corrotti e dai fanatismi religiosi e tribali. A tutto questo vi aggiungiamo il pietismo di maniera che esalta la povertà per sfruttarla con bambini con abiti laceri e sporchi che questuano un obolo agli angoli delle strade o invalidi di tutte le età. L’Italia più degli altri paesi Europei sta vivendo questo dramma esistenziale e a dispetto di quanti cercano di alleviare le sofferenze dei più deboli da parte, per lo più, delle associazioni di volontariato, non ha avuto il doveroso sostegno da parte dei governi che si sono succeduti in questi ultimi anni. I loro rappresentanti sono pronti a stracciarsi le vesti per le conclamate miserie altrui ma di là delle parole non vanno oltre. Non cercano di risolvere i problemi ma sono pronti solo a criticare asetticamente e a vedere il fuscello nell’occhio del vicino e non la trave che penetra nel proprio. Ma noi cerchiamo di non imitarli e ci siamo impegnati a continuare a corroborare una proposta per la costruzione di “trenta cittadelle del sapere”, sotto il protettorato dell’Onu, lungo le coste africane che si affacciano nel Mediterraneo e prevedendo che il progetto fosse finanziato con il 5% dei profitti ricavati dalla produzione di armi e la loro vendita. La nostra iniziativa già da tempo è stata sottoposta all’Onu, ai governi di alcuni paesi occidentali ma sono ormai trascorsi dieci anni e nessuno ha provato a risponderci se non qualche funzionario a titolo personale lodando la nostra iniziativa ma anche avvertendoci che l’idea era troppo buona perché l’egoismo degli stati e l’avidità dei privati potessero dare un qualche sostegno. (Riccardo Alfonso)

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Tremaglia contro il reato di immigrazione clandestina

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 luglio 2009

Dichiara Mirko Tremaglia del Pdl: “Oggi è stato inventato il “reato di immigrazione clandestina” che vuole colpire emigranti che non hanno commesso alcun reato specifico contro la legge e che non hanno offeso alcun diritto altrui.  Come parlamentare ed a nome del CTIM – Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo, reagisco con estremo vigore per impugnare questa decisione che suona offesa a quanti nel mondo sono costretti a vivere ed operare al di fuori dei loro Paesi di origine. Scendiamo in campo per difendere i diritti di chi è costretto a lasciare il proprio Paese di origine per ragioni di sopravvivenza sua e della propria famiglia. Reagiamo ai maltrattamenti ed alla privazione dei diritti di ciascun emigrante che rispetta in ogni parte del mondo i diritti altrui e quelli della convivenza.  Per questi motivi di fondo abbiamo considerato sacrosanto il nostro impegno in difesa dei lavoratori italiani emigrati all’estero e ci impegniamo oggi per fare revocare questa “distorsione legislativa” che ha “inventato” una norma assurda che vuol colpire milioni di persone che lavorano o vogliono lavorare in Italia.  Quando ero Ministro per gli Italiani nel Mondo, quale mio primo atto ufficiale, sono stato a rendere omaggio agli Italiani emigrati in Belgio morti a Marcinelle in Belgio l’8 agosto 1956, 136 lavoratori periti nella miniera di Bois du Cazier, ed ho presentato come Ministro per gli Italiani nel Mondo una direttiva, divenuta decreto, ove si considera la rilevanza sociale della riscoperta dei valori storici e culturali che hanno accompagnato il processo di emigrazione di massa dall’Italia, in particolare per il riconoscimento e la valorizzazione del lavoro e del sacrificio dei connazionali emigrati.  Questa diviene la premessa di un discorso di fondo che ci impegna, così come abbiamo fatto per gli Italiani, a difendere le ragioni di quanti si sono trovati in Italia per tutelare e difendere le ragioni della loro esistenza.  Da allora, con la data dell’8 agosto è stata emanata questa direttiva:  La giornata dell’8 agosto di ogni anno è designata “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo”. In tale data, le Amministrazioni pubbliche assumono e sostengono, nell’ambito delle rispettive competenze, iniziative volte a celebrare il ricordo del sacrificio dei lavoratori italiani nel mondo, al fine di favorire l’informazione e la valorizzazione del contributo sociale, culturale ed economico recato con il proprio impegno dai lavoratori italiani operanti all’estero. Tali iniziative potranno essere avviate anche precedentemente all’8 agosto.

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Il prezzo di una vita

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 giugno 2009

Scrive  Rosario Amico Roxas: “ L’odierna considerazione della vita è scaduta ai livelli più infimi, inferiori alle stesse considerazioni animalesche. Qual’ è il “prezzo” di una vita ? Eccoci nel pieno dei relativismo, quello stesso relativismo che, a parole, ci dicono di voler combattere, a cominciare dalla stessa Chiesa.Il “prezzo” di una vita cambia dall’emigrante che attraversa il mare in una carrette e, impietosamente annega, al suonatore di fisarmonica che in dignitosa povertà non si arrende ad appellarsi alla pubblica carità, ma offre il meglio di sè, con qualche nota musicale, in cambio dei mezzi di sostentamento per sé e la moglie che lo segue, con amore e dedizione, condividendone le sorti. Abbiamo dimenticato che ognuna di quelle vite ha un valore assoluto, quindi ne cerchiamo il prezzo. Il paradosso è che tale prezzo di eleva se riferito ai pubblici ladroni,  ai truffatori, ai lenoni, agli sfruttatori, ai pedofili,…a tutta quella fetta indegna di umanità che Cristo cacciò furori dal Tempio. Ma oggi non esiste nemmeno un Tempio dal quale scacciarli; nel tempio  del potere hanno asilo solamente i degni compari di quanti già lo occupano; nel Tempio di Dio viene valutata l’utilità, il rendimento che offre la resa senza condizioni all’immediato utile, decretando “chi è dentro” e “chi è fuori” non per ciò che rappresenta, ma per quanto apporta. La vita inesorabilmente continua, e lascia dietro di sé una scia di dolore; non possiamo far molto, sovrastati dall’indifferenza generale, ma, anche se poco, va fatto.  Dobbiamo aiutare la moglie di quel disgraziato, colpevole solo di vivere in un mondo sbagliato, a sopportare l’assurdo castigo che le è stato inflitto; lenire il dolore non può più essere limitato ad un dovere cristiano, ma deve diventare un dovere universale, nel segno della solidarietà e dell’Amore, i soli Valori che ci restano, perché risorgano dalle loro ceneri. (Rosario Amico Roxas)

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