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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Posts Tagged ‘emigrazione’

Nissoli (FI): La memoria di Marcinelle ci aiuti a capire l’importanza dell’emigrazione nella storia dell’Italia!

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 agosto 2019

“Domani ricorre l’anniversario della tragedia di Marcinelle, in Belgio. In quella tragedia mineraria del 1956 persero la vita duecentosessantadue minatori, tra cui centotrentasei italiani.La data di quella tragedia è diventata, dal 2001, la “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo” per ricordare e onorare l’importanza del lavoro che gli italiani hanno svolto e svolgono nel mondo.Marcinelle, oggi, quindi, rappresenta un simbolo, un luogo della memoria per tutti coloro che hanno perso la vita sui luoghi di lavoro, lontani da casa, e deve essere parte del nostro patrimonio culturale, assieme a Monongah, per farci comprendere i vari aspetti dell’emigrazione italiana nel mondo e le difficoltà incontrate dai nostri connazionali.Un simbolo che ci ricorda l’importanza dell’emigrazione affinché sappiamo inserirla pienamente nelle politiche elaborate per promuovere il nostro Sistema Paese e affinché sappiamo porre in essere politiche del lavoro sempre rispettose della dignità delle persone, di cui la sicurezza è premessa fondamentale.”Lo ha dichiarato l’on. Fucsia Nissoli Fitzgerald alla vigilia della “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo”.

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Festival delle Spartenze

Posted by fidest press agency su domenica, 14 luglio 2019

L’on. Fucsia Nissoli Fitzgerald (FI) è intervenuta alla presentazione del Festival delle Spartenze per rafforzare la cultura dell’emigrazione per arrivare a proposte concrete per gli italiani all’estero dichiarando: “sono intervenuta, con il collega Nicola Carè, nella Sala Stampa di Montecitorio, alla presentazione del “Piccolo Festival delle Spartenze. Migrazione e cultura. Ringrazio di vero cuore il Prof. Giuseppe Sommario e l’associazione “AsSud” per l’impegno profuso per realizzare il Festival. Sono convinta che dalla riflessione culturale che ne scaturirà possano derivare sia conoscenza che idee progettuali utili per il bene dell’Italia e degli italiani all’estero.Il Festival è incentrato sul tema della “casa” ed io ho sottolineato che la riflessione su questo tema ci deve portare a elaborare proposte politiche concrete, affinché si possano dare risposte, anche a partire dagli aspetti fiscali, come l’IMU, a quegli italiani all’estero che hanno conservato la propria casa in Italia come segno del loro legame con le radici. Essi possono essere al centro di un grande progetto di rivitalizzazione turistica che, a partire dal turismo di ritorno, potrebbe ridare vitalità a quelle realtà del Sud che rischiano la marginalità anche se caratterizzate da splendide condizioni paesaggistiche”.
Alla presentazione sono intervenuti, moderati dalla giornalista Sabrina Iadarola, anche gli on.li Fabio Porta e Vittoria Baldino e Mons. Gianni de Robertis, direttore della Fondazione Migrantes. Tutti sono stati concordi, maggioranza e opposizione, sull’importanza degli italiani all’estero e sulla necessità di una adeguata attenzione da parte delle Istituzioni ai temi che li riguarda e ci riguarda. Ora, si spera che si possa essere conseguenti anche durante l’attività parlamentare, nell’Aula di Montecitorio!

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L’emigrazione italiana raccontata da Marisa Fenoglio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 giugno 2019

A distanza di vent’anni dalla prima edizione Rubbettino lancia in libreria il libro – più attuale che mai – della scrittrice piemontese Marisa Fenoglio “Vivere altrove”
C’è una narrazione dell’emigrazione italiana oggi largamente diffusa che vede i nostri emigrati quasi delle icone di stile, portatori nel mondo del “made in Italy”, diffusori di cultura, civiltà e bellezza. È un racconto che non tiene conto delle storie (verissime) di clandestinità, di disagio sociale, di delinquenza, di emarginazione. Storie che renderebbero quella emigrazione fin troppo simile a quella moderna che ha nell’Italia uno dei Paesi di maggiore approdo (seppure spesso solo di passaggio).
C’è poi un aspetto che è spesso ignorato o, meglio, rimosso. Ed è quello del dolore e dello spaesamento di chi è partito (e spesso di chi è rimasto), della ricerca spasmodica di nuovi equilibri e nuove identità, sempre più difficili da raggiungere e che finiscono per identificarsi con l’instabilità stessa e lo spaesamento.
A narrare questa condizione è il libro della scrittrice piemontese Marisa Fenoglio “Vivere altrove”. L’autrice (sorella di Beppe Fenoglio) narra la sua di emigrazione, quando negli anni ’50, da “sposina”, segue il marito, funzionario di una nota azienda piemontese, in uno sperduto paesino della Germania, dove l’uomo è incaricato di seguire lo sviluppo di una succursale della casa madre.
Quella della Fenoglio è senza dubbio una forma di emigrazione privilegiata, non contrassegnata dallo spettro della miseria e del bisogno, ma, ciononostante, l’autrice è consapevole che la distanza tra la sua esistenza e quella dei tanti poveracci che lasciavano la stazione di Milano centrale con le loro valige di cartone è minore di quanto si possa pensare. Con i lavoratori che assiepano i treni in partenza verso il Nord Europa condivide quel senso di smarrimento, di solitudine di ogni emigrato. “Esiste un’emigrazione facile? – si chiede l’autrice. – Nessun emigrato conosce alla partenza la portata del suo passo, il suo sarà un cammino solitario, incontrerà difficoltà che nessuno gli ha predetto, dolori e tristezze che pochi condivideranno. L’emigrazione gli mostrerà sempre la sua vera faccia, il prezzo da pagare in termini di solitudine e di rinunce. E a ogni ritorno in patria scoprirà quanto poco sappiano coloro che restano di ciò che capita a coloro che sono partiti.” Quella dei primi anni, descritta dalla giovane Fenoglio, è una Germania minacciosa, una aliena entità geografica, ancora gravida dei tragici eventi della guerra, terra ostile per clima e paesaggi. Col tempo scoprirà che per ogni straniero l’indispensabile strumento di integrazione e di appartenenza al nuovo paese è la lingua: “La patria non è soltanto una casa, una famiglia, un paese, la patria è sopratutto una lingua. Ogni lingua è un confine territoriale che esclude chi non parla, un mondo a se stante che non rimpiange altri mondi perché tutto contiene, un tessuto connettivo che forgia i pensieri e fa di individui un popolo”. “Vivere altrove” è un libro che è oggi, paradossalmente più attuale di quando venne scritto e che merita pertanto di essere letto e conosciuto. http://www.rubbettinoeditore.it

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Emigrazione: Fratelli d’Italia chiede il blocco navale

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 giugno 2018

“Il blocco navale è l’unico provvedimento che agisce all’origine del fenomeno dell’immigrazione clandestina e interrompe la catena della morte incentivata dagli scafisti che trafficano in esseri umani. Non è una presa di posizione ideologica, è la cronaca quotidiana a suggerircelo. Abbiamo di fronte a noi un’occasione formidabile, quella del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. Per questo Fratelli d’Italia nei prossimi giorni presenterà in Parlamento una risoluzione che impegni il governo Conte a chiedere ufficialmente in quella sede l’istituzione del blocco navale. Vediamo chi ci sta, e chi invece si limita a fare retorica sulla solidarietà europea, salvo poi chiudere le proprie frontiere in faccia agli immigrati”.E’ quanto scrive il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, in un suo intervento in merito alla proposta di blocco navale sul quotidiano Libero di oggi.”In queste ore – osserva Meloni – sta navigando nel Mediterraneo la nave Lifeline con il suo carico di oltre 200 immigrati, raccolti e trasportati in mare aperto contro qualunque regola, contro le indicazioni della Guardia costiera italiana e di quella libica. Siamo contenti che il ministro Salvini, ascoltando la nostra proposta, abbia annunciato in caso di attracco in un porto italiano il sequestro della nave e l’arresto dell’equipaggio, dal momento che ci troveremmo davanti a un palese caso di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Rimane il dato incontestabile che si tratta di (sacrosanti) palliativi, in attesa che parta il prossimo barcone. L’unica decisione che può affrontare di petto l’emergenza (che si tratti di emergenza ormai non lo negano più neppure la Merkel e Macron) è impedire le partenze stesse. La via è il blocco navale, che non si configurerebbe affatto come una minaccia nei confronti della Libia, anzi a nostro giudizio si può e si deve attuare in accordo con le autorità libiche, mettendo sul tavolo tutta la forza e l’autorevolezza negoziale dell’Unione Europea. In ogni caso, in punta di diritto internazionale, stiamo parlando di una non più procrastinabile reazione difensiva rispetto a un’ondata migratoria (600mila persone in 6 anni) che è in se stessa un atto d’aggressione. Oltre che, ovviamente, di un’azione di giustizia rispetto ai rifugiati autentici: il blocco navale sarebbe chiaramente da accompagnare con la creazione di hot spot funzionanti in Libia, che avrebbero come compito primario quello di individuare chi abbia effettivamente diritto all’asilo”.”Il confine Sud del Mediterraneo – sottolinea Meloni – è il confine di tutta l’Unione, non dell’Italia. Se la moneta è comune, se le regole del commercio sono comuni, anche le frontiere sono comuni, altrimenti non è un’Unione, è una presa in giro. Tra l’altro, è quello a cui ci richiamano il tanto vituperato Orban e tutto il gruppo di Visegrad: come noi difendiamo il confine a Est, ci dicono, non si capisce perché voi non difendiate il confine a Sud”.
“Mi pare il contrario di un approccio estremistico – conclude Meloni – mi pare un’idea di buon senso e soprattutto di buona politica, in difesa dei cittadini italiani che immagino non ne possano più di vedere la propria nazione trasformata nel campo profughi d’Europa”.

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Machiavelli, l’emigrazione e gl’illuministi Scozzesi

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 giugno 2018

Di Pietro De Muccio de Quattro. Nel capitolo XV del “Principe” il nostro Machiavelli pronuncia la celeberrima sentenza che ritengo basilare per la politica e la scienza sociale: “Ma sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa.” Nella sua famosa ‘versione italiana’ del capolavoro, Piero Melograni la traduce così: “Ma essendo il mio scopo quello di scrivere qualcosa di utile per chi vuol capire, mi è parso più conveniente inseguire la verità concreta, piuttosto che le fantasie.” Senza sminuire in nulla la lodevole fatica di Melograni, azzardo a dire che qui la potenza di scrittura di Machiavelli viene alquanto snervata dalla traduzione, altrimenti spesso indispensabile. Certo, la ‘verità effettuale’ è ‘concreta’, tuttavia anche più che concreta, cioè ‘necessaria’, ‘costante’, ‘ineluttabile’. Certo, ‘l’immaginazione di essa’ sono ‘fantasie’, ma soprattutto ‘illusioni’, perché, infatti, fantasticare in politica può risultare innocuo; illudersi, no. Pure ‘conveniente’ va meglio letto nel senso dell’epoca, cioè ‘concordante’, dunque ‘proporzionato’ e ‘corrispondente’. Machiavelli ci sta dicendo che egli richiama puramente e semplicemente quel che accade nel mondo reale. “Ma c’è una tale differenza tra come si vive e come si dovrebbe vivere, che colui il quale trascura ciò che al mondo si fa, per occuparsi invece di quel che si dovrebbe fare, apprende l’arte di andare in rovina, più che quella di salvarsi. E’ inevitabile che un uomo, il quale voglia sempre comportarsi da persona buona in mezzo a tanti che buoni non sono, finisca per rovinarsi. Ed è pertanto necessario che un principe, per restare al potere, impari a poter essere non buono, e a seguire o non seguire questa regola, secondo le necessità.” Facciamo adesso un salto di circa 250 anni e voliamo nelle braccia di quei maestri di libertà e sapienza che furono, e sono, gl’Illuministi scozzesi. Essi ci hanno insegnato alcune “verità effettuali”: le regole della morale non sono conseguenze della nostra ragione; esiste un ordine sociale spontaneo che nessuno ha progettato; la società può essere migliorata soltanto attraverso la comprensione delle conseguenze inintenzionali dell’azione umana, eccetera. Insomma, non basta volere il bene per ottenerlo. Come in effetti sta accadendo nel fenomeno dell’immigrazione, nel quale il buonismo latu sensu di sinistra si salda con il buonismo parareligioso e con il buonismo pseudointernazionalista. L’ennesima prova irrefutabile dei danni procurati da tale saldatura, che genera un ordine contrario alla verità effettuale perché buonista a prescindere oltre che riluttante a considerare e incapace di comprendere le conseguenze inintenzionali delle azioni pubbliche e private presuntamente a favore dei migranti in potenza e in atto, la ritrovo nell’articolo davvero eloquente di un giornalista serio come Lorenzo Imarisio (Corriere della Sera, 12 giugno), che intervista alcuni comandanti di organi militari di Tripoli. Ebbene, che dichiarano questi sorprendenti ufficiali, machiavelliani e illuministi inconsapevoli? Eccone alcuni scampoli: “Certo nell’immediato sono da prevedere ulteriori sofferenze per i migranti in mare. Ma le chiusure italiane indurranno chi è ancora a terra a pensarci sopra mille volte prima di imbarcarsi”; “oggi le centinaia di migliaia di africani che si assiepano sulle nostre coste, insieme alle bande criminali che li accompagnano, significano unicamente destabilizzazione e caos, ma voi europei con la vostra cieca politica umanitaria ci create problemi immensi”; “sappiamo che, almeno alcune Ong, sebbene non tutte, operano a fini umanitari, altri sono ‘criminali’ travestiti da Ong, però, anche nel caso di quelle più pulite, ogni volta che le loro navi si avvicinano alle nostre coste vediamo puntualmente la crescita esponenziale delle partenze dei migranti. Non so che grado di coordinamento esista con gli scafisti. Sta di fatto che gli umanitari inglesi, tedeschi, danesi, olandesi, spagnoli, facilitano le attività criminose.” Marco Imarisio sottolinea che i capi delle milizie, benché divisi e in lotta, “su di un punto concordano: vorrebbero bloccare gli arrivi degli africani nel loro Paese e accusano le organizzazioni non governative assieme ai governi europei di fungere da involontari fiancheggiatori del movimento migratorio, oltre che delle bande criminali di trafficanti d’esseri umani, che proprio grazie alla politica dei salvataggi in mare e dei porti aperti hanno enormemente facilitate le loro attività.” In conclusione, la verità può dirsi sotto gli occhi “di chi vuol capire”. E’ una verità così vera che la intende chiunque non sia pregiudizialmente disposto ad ignorarla. (fonte: Società Libera online Anno XVIII – n. 373 – 19 giugno 2018)

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La Genealogia delle origini: Radici ed Emigrazione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 febbraio 2018

Bojano venerdì 23 febbraio 2018 alle 18.00 al Palazzo Colagrosso – aula universitaria, si terrà il convegno dal titolo “La Genealogia delle origini. Radici ed Emigrazione”, condotto da Maurizio Varriano, referente nazionale di Borghi d’Eccellenza. Storie, volti, vicende; chi siamo, da dove veniamo, le partenze che hanno costruito l’Italia, per quello che si rivela un unicum nel panorama regionale, dove si parla per la prima volta di quella che è una scienza documentaria interdisciplinare che, coniugando in modo sistematico esperienze di carattere storico-sociale, archivistico e giuridico, nonché socio-linguistico e di storia della scrittura, fornisce gli strumenti idonei per reperire, leggere, comprendere e contestualizzare le fonti. Esattamente quello che è il focus di Molise Noblesse: un progetto che si sviluppa sul filo conduttore della “nobiltà” del Molise e dell’emigrazione, puntando tutto sul piano comunicativo, con l’intento di veicolare la realtà di una terra poco conosciuta, che potrebbe diventare interessante destinazione turistica. La Grande Bellezza, appunto, di una piccola regione! Ma siamo consapevoli della nobiltà della terra molisana? La genealogia è lo strumento che ci consente di tornare indietro nel tempo e ricostruire le storie.
Il convegno si aprirà con i saluti di Marco Di Biase, Sindaco di Bojano e di Vincenzo Cotugno, Presidente del Consiglio Regionale. Gli interventi saranno affidati a: Domenico Carriero, Esperto di Genealogia, con un intervento su “La ricerca genealogica: ricostruire la storia familiare”; Mina Cappussi, giornalista e docente all’Università Roma Tre, parlerà di “Genealogia nella ricerca di Emigrazione”; Giuseppe Pardini, docente di Storia contemporanea all’Università del Molise, ci diletterà con “L’emigrazione Molisana nel Novecento”; Giulio De Jorio Frisari, dell’Istituto Italiano Studi Filosofici, relazionerà su “Genealogia come modello ermeneutico” ed infine Nunzia Lattanzio, Pedagogista, Criminologa e Grafologa giudiziaria, affronterà un tema più specifico, quale “Grafologia e consanguineità”.
In chiusura la Tavola rotonda con la partecipazione di Ferdinando Pisco, Vicesindaco del comune di Morcone, che racconterà del “Modello di ricerca genealogica a Morcone”, Igor Picciano e Serena Valente, della Pro Loco “Agorà – Giulio Pittarelli” di Campochiaro, che ripercorreranno l’esperienza della “Ricerca genealogica a Campochiaro”. A seguire l’esibizione del costume tipico di Campochiaro.
Il convegno segue il successo del corso di Genealogia tenutosi di recente a Napoli, il 27 gennaio e il 17 febbraio, e mira ad incentivare lo studio degli antenati. (fonte: Agenzia Stampa, Casa Editrice, Giornale Quotidiano Internazionale direttore Mina Capussi)

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Dopo la pensione? La valigia

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 luglio 2017

viaggiatoriPerché di fronte alla prospettiva di assegni sempre più bassi, quasi due romani su tre (63%) si dicono disposti addirittura a trasferirsi all’estero per poter mantenere uno stile di vita simile a quello attuale e trovare un ambiente e servizi più adatti alla terza età, senza trascurare la possibilità di fare nuove, piacevoli esperienze. È il quadro che emerge dall’Osservatorio di Reale Mutua dedicato al welfare.
Più della metà dei romani (55%), infatti, teme che la propria pensione non sarà sufficiente a mantenere un tenore di vita adeguato una volta usciti dal mondo del lavoro, e un ulteriore 22% vede molta incertezza all’orizzonte. Fra i principali timori, quello di non poter sostenere le spese mediche di cui si potrebbe aver bisogno andando in là con gli anni (54%), o persino cadere in povertà assoluta (30%), non riuscire a dare sostegno economico a figli e nipoti (28%) e dover gravare economicamente sulla famiglia anche per le necessità quotidiane (15%).Non si tratta solo di pessimismo. A gettare ombre sul futuro pensionistico degli abitanti della capitale sono anche le difficoltà del presente, a partire dalla precarietà del lavoro (48%) e dall’instabilità dello scenario economico (48%). Incidono anche una generale difficoltà a risparmiare per la vecchiaia (46%), gli imprevisti e spese straordinarie, che costringano a metter mano al portafoglio anzitempo (41%) e l’incertezza del quadro normativo (26%) del momento.Ma quali sono le misure di welfare a cui guardano i romani per integrare la pensione e prepararsi agli anni della vecchiaia? Il 43% degli abitanti di Roma punterebbe sulla previdenza complementare: di questi, il 43% con un fondo pensione, una quota analoga con un piano individuale di risparmio e il restante 13% stipulerebbe una polizza assicurativa. Ciò che conta, dicono i romani, è pensarci per tempo, fin da giovani (30%) o da quando si inizia la propria carriera lavorativa (39%).Il 50% degli abitanti della capitale, invece, investirebbe i propri soldi nel mattone. Un dato interessante, che si discosta dalla media nazionale (25%), segno del fatto che a Roma la casa rappresenta ancora un bene rifugio in tempi incerti. Per il 24% infine la soluzione è investire i propri risparmi sul mercato finanziario, mentre per il 20% la soluzione è tenere i soldi sul proprio conto corrente.Ma a chi si rivolgono i romani per farsi consigliare? Il 44% si affiderebbe a un consulente, il 30% si muoverebbe in maniera autonoma, cercando informazioni sul web (17%) o decidendo da sé (13%). Se il 28% si rivolverebbe all’agente assicurativo, una quota analoga ricorrerebbe a familiari, colleghi o amici, mentre il 24% alla propria banca. “Integrare la pensione di base con una rendita complementare è sempre più una necessità per gli italiani”, afferma Marco Mazzucco, Direttore Distribuzione Marketing e Brand di Gruppo di Reale Mutua. “Occorre essere lungimiranti, giocare d’anticipo e quindi comprendere l’importanza di costruire per tempo, con una forma di welfare appropriata, una vecchiaia serena giorno dopo giorno. Ed è proprio questo uno dei punti chiave del nostro Osservatorio, l’iniziativa che abbiamo lanciato quest’anno per monitorare l’attenzione e la propensione degli italiani rispetto al macro tema del welfare. Analizzando i risultati della ricerca emerge come i nostri connazionali stiano in effetti sviluppando una sensibilità al tema del futuro pensionistico e agli strumenti e opportunità disponibili.”

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La mobilità dei cervelli sotto la lente dell’Europa

Posted by fidest press agency su martedì, 11 luglio 2017

cervelloIl Vecchio Continente, in mancanza di adeguate strategie per arginare le migrazioni intellettuali verso Stati Uniti, Canada e Australia, rischia di trovarsi impoverito, nel giro di un decennio, di conoscenze. E’ lo scenario già descritto dal progetto Brain Drain – Emigration Flows of Qualified Scientists, che però evidenzia anche le misure adottate: dalle apposite normative ad un programma comunitario di monitoraggio a cui, per l’Italia, partecipa il Consiglio nazionale delle ricerche. Quest’iniziativa rappresenta il primo tentativo della Commissione Europea di tradurre in cifre il fenomeno della mobilità intellettuale europea. Per quanto riguarda gli occupati in professioni scientifiche, anche se l’incidenza degli europei negli Usa non supera il 4,5%, i numeri assoluti sono consistenti. I lavoratori ad altissima qualificazione (con visto H1B) provenienti dall’Europa ed immigrati negli Usa se andiamo a ritroso a partire dal 2003 erano oltre 100.000; tra i cinque paesi che forniscono questo capitale umano, l’Italia occupa il quarto posto con 5.900 persone, dopo Regno Unito (31.000 persone), Francia (15.000), Germania (13.000), e prima della Spagna (5.800). Nel solo 2013 tale numero è stato quasi triplicato e continua in un crescendo impressionante. Dagli studi si deduce che gli europei vanno in Usa, in Canadà e in Australia non solo per svolgere una ricerca migliore, ma anche per avere più opportunità di lavoro, carriera, e finanziamenti più alti: tra le loro motivazioni, la possibilità di fare carriera prevale con il 78%, seguita dal prestigio dell’istituzione che li ospita con il 74,6%, dalle possibilità di accesso alle tecnologie di punta (73%), dai maggiori fondi disponibili per la ricerca (69%), dalle opportunità di contatto con le reti di ricercatori e professionisti (68%). In coda alla graduatoria delle motivazioni, la mera opportunità occupazionale, che conta per il 56%, e i miglioramenti retributivi (54%). Molto diversa la spinta degli studiosi statunitensi a lasciare il loro paese: il prestigio dell’ente destinatario prevale con il 61%, seguito dalle condizioni di vita del paese ospitante (60%). Speculari le motivazioni che portano al rientro in patria: prevalgono per i ricercatori europei le condizioni di vita del paese di origine (80%) e il desiderio di ricongiungersi alla famiglia (71%). Per i colleghi americani il rientro in patria è motivato soprattutto da ambizioni di carriera (71%), dai miglioramenti salariali (63%) e dall’esigenza di maggiori fondi per la propria attività (61%). Ora che siamo nel 2017 ci troviamo in Italia con il più alto indice di migrazione giovanile dopo gli anni postbellici, oltre 200mila unità in un anno e la loro stragrande maggioranza è laureata e con un alto livello di professionalità mentre con gli attuali immigrati ci ritroviamo con un numero elevato di analfabeti o con un livello modesto d’istruzione. (Riccardo Alfonso direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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Emergenza immigrazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 aprile 2017

immigrazione-via-mareProsegue anche nel 2017 il massiccio flusso di ingressi via mare in Europa, in particolare verso l’Italia che ha visto sbarcare sulle proprie coste oltre 24mila migranti in tre mesi. Tra gli sbarcati, 2.293 minori non accompagnati (consulta la pagina dedicata ai MSNA). Questa la situazione al 5 aprile: per il nostro Paese si tratta di un nuovo aumento, il 30% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Oltre 10mila arrivi nel mese di marzo appena concluso. Il confronto con gli arrivi sulle isole Greche, limitati dopo l’accordo UE- Turchia, è notevole: in Grecia il flusso anche in questi primi tre mesi dell’anno resta contenuto, con 4mila sbarcati al 3 aprile. E in Spagna il numero è ancor più ridotto (1.500 arrivi via mare in tre mesi). Complessivamente sono dunque oltre 30mila i migranti giunti via mare in Europa attraverso il Mediterraneo. Rispetto alle provenienze prevalgono in Italia tra gli arrivi più recenti i migranti originari della Nigeria, della Guinea e del Bangladesh, quest’ultimo in notevole crescita.L’impatto degli sbarchi sul sistema di accoglienza italiano resta considerevole: al 5 aprile risultano presenti più di 176.470 migranti. In particolare il 78% dei migranti è ospitato in strutture di accoglienza temporanee, il 13,5 % nei centri del sistema SPRAR e il restante 8% negli hotspot e centri di prima accoglienza nelle regioni di sbarco.Continua seppur a rilento il meccanismo di ricollocamento dei richiedenti asilo in altri Paesi Membri: la situazione al 30 marzo indica che complessivamente sono stati ricollocati 16.025 migranti, di cui 4.746 dall’Italia (su un totale di 34.953 previsti) e 11.279 dalla Grecia (su 63.302 previsti per settembre 2017).E’ già molto significativo anche il numero dei morti e dispersi nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno sino al 4 aprile scorso: 663 migranti hanno perso la vita nel viaggio verso l’Europa – 7 persone ogni giorno- e principalmente sulla più pericolosa rotta del Mediterraneo Centrale dal Nord Africa- Libia in particolare all’Italia (602 le vittime).
Nei primi due mesi del 2017 i richiedenti asilo nel nostro Paese sono stati 24mila, in aumento del 60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Nel 2016 si era già registrato un record con il più alto numero di richieste mai registrato in un ventennio: oltre 123mila – 10mila ogni mese, il 47% in più rispetto al 2015 (consulta la pagina dedicata). Nel 2016 le Commissioni Territoriali hanno esaminato oltre 90mila domande, e per il 60% dei casi l’esito è stato negativo (nel 2015 la percentuale di dinieghi era stata del 39%).Le domande di asilo in Europa nel 2016 sono state 1.204.300. In Germania, il Paese che accoglie di più sia in termini assoluti che rispetto alla popolazione, si è registrato un vero e proprio boom: 722mila richiedenti, il 63% in più rispetto al 2015. In Italia migranti che hanno fatto richiesta di asilo per la prima volta sono stati oltre 121mila, + 46% rispetto al 2015. Il nostro Paese è al secondo posto come numeri assoluti, ma solo decimo in base al numero di abitanti (consulta i dati Eurostat)
Sono quasi 5milioni i siriani che hanno abbandonato il proprio paese: 2 milioni e 910mila sono rifugiati in Turchia, 1.011mila in Libano, e 656mila in Giordania: secondo l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati si tratta della più grave crisi umanitaria degli ultimi 25 anni. In tutta Europa le richieste d’asilo presentate da siriani da aprile 2011 a ottobre 2016 sono state 885mila, di cui 867mila nei paesi dell’Unione più Svizzera e Norvegia. Tra i Paesi UE Germania e Svezia insieme rappresentano i due terzi delle domande presentate da siriani.

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I giovani europei: Emarginati dalla crisi ma pochi vanno a studiare o lavorare all’estero

Posted by fidest press agency su sabato, 21 Mag 2016

parlamento europeoIn Italia il 78% dei giovani tra i 16 e i 30 anni (quasi otto su dieci) si sente emarginato dalla crisi, oltre 20 punti percentuali in più rispetto alla media europea. Allo stesso tempo, più della metà non è interessata a trasferirsi in un altro Paese UE per studiare o lavorare.Sono solo alcuni dei dati che emergono dall’ultimo Eurobarometro commissionato dal Parlamento europeo, condotto tra il 9 e il 25 aprile su un campione di 10,964 giovani.
In 20 Paesi su 28 dell’Unione Europea, la stragrande maggioranza dei giovani si sente emarginata dalla crisi, con i Paesi più colpiti che fanno registrare i dati più negativi: si va infatti dagli oltre nove greci su dieci (93%) a meno di tre tedeschi su dieci (27%). Tuttavia, soltanto il 15% degli intervistati tra tutti i Paesi UE riferisce di essersi sentito obbligato a lasciare il proprio Paese a causa della crisi.Il 61% dei giovani in Europa non vuole studiare o lavorare in un altro Paese europeo, una cifra che si abbassa al 52% se vengono presi in considerazione soltanto gli italiani.Per quanto riguarda l’Italia, il 41% esprime invece il desiderio di fare un’esperienza all’estero, un dato ben più alto rispetto alla media UE del 32%. Eppure il nostro paese ha la maglia nera per quanto riguarda i giovani tra i 16 e i 30 anni a non aver mai fatto un’esperienza accademica o lavorativa in un altro Paese europeo (ben il 95%, contro l’88% della media Ue).
Nove giovani europei su dieci ritengono che sia importante studiare il funzionamento dell’UE e delle sue istituzioni.Il 51% crede che votare alle elezioni europee sia la miglior maniera di partecipare alla vita pubblica nell’UE, mentre in Italia è dello stesso parere soltanto il 44% dei giovani. I giovani italiani sono tra i più ottimisti d’Europa per quanto riguarda l’impatto dei social media sulla democrazia: il 63% ritiene che con il loro avvento si sia fatto un passo avanti considerevole, permettendo a tutta la popolazione di prendere parte al discorso pubblico.

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Dall’Inghilterra segnali preoccupanti per i giovani italiani residenti

Posted by fidest press agency su martedì, 1 settembre 2015

Paola-Binetti“Con la fine dell’estate il dibattito sulla immigrazione comincia ad assumere una diversa forma: appaiono nuovi problemi, nuove ipotesi di soluzione e nuove preoccupazioni per tutti”.Lo dichiara in una nota Paola Binetti, deputato di Area Popolare (Ncd- Udc).”Dall’Inghilterra giungono notizie che ci toccano direttamente, non come Paese in cui sostano e in parte rimangono migranti che vengono da situazioni drammatiche ma come nazione da cui partono giovani italiani neolaureati, determinati, ambiziosi, quel tanto che rende loro insopportabile la disoccupazione nazionale, le lunghe attese, i fenomeni ancora perduranti di privilegi e raccomandazioni.
Sono almeno 250.000 gli italiani presenti a Londra e impegnati nelle più diverse occupazioni, una intera città italiana di medie dimensioni che si è ricollocata a Londra per fare di tutto: dalla ristorazione al mondo dell’arte, dalla moda alla finanza, dalla ricerca all’attività sanitaria. Lavorano, si fanno apprezzare, fanno esperienza, e danno al loro futuro una dimensione costruttiva. Ci hanno messo del tempo per raggiungere posizioni discrete e sono passati come è logico dalla fase del precariato giovanile, flessibile e ancora incerto nella strada da intraprendere. Ma è proprio ai giovani appena arrivati che Cameron si rivolge e che vorrebbe rispedire indietro, il no all’immigrazione a Londra significa anche questo. Ci sono drammi diversi- spiega Binetti- c’è chi fugge dalla fame e dalla persecuzione, dalla guerra e dalla morte, chi lotta per la sopravvivenza. Ma c’è anche chi fugge dalla disoccupazione e dall’inerzia, dal rischio della depressione e dalla paura di sprecare la sua gioventù. Per tutti questi giovani occorrerebbe trovare soluzioni creative, nuove nella formula burocratico-istituzionale, ma ancor più nuove sul piano delle opportunità professionali. Casa, Lavoro, Famiglia sono ancora te valori cardini nella vita di tutti. Renzi in questi giorni- commenta la Parlamentare- ha lanciato una sorta di formula magica: un passaporto europeo per i migranti che consenta loro di spostarsi serenamente nel rispetto delle regole del vivere civile e delle leggi nazionali, finchè non trovano una situazione in cui diritti e doveri si amalgamano opportunamente. Una risposta europea ai bisogni delle nuove generazioni: non sarà certo facile da realizzare, ma è un’ottima sollecitazione per rinnovare il dibattito sui fenomeni migratori del prossimo autunno”.

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Quando l’emigrazione era il prolungamento di potenza dell’Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 agosto 2015

colonialismo popolareE’ uscito il quarto libro della collana di studi storici e sociali sull’emigrazione italiana “Italia nel mondo” coordinata da Gian Luigi Ferretti e Stefano Pelaggi.La collana, nata su iniziativa del quotidiano “L’Italiano”, si propone di dare spazio a studi e ricerche di carattere storico, politico e sociale sul tema dell’emigrazione. Lo scopo è quello di rendere disponibile ad un pubblico vasto una serie di lavori per favorire la comprensione storica del fenomeno migratorio italiano, le prospettive degli organismi che si occupano degli italiani nel mondo, le possibilità di interazione tra i discendenti italiani e le istituzioni che si occupano della promozione della cultura italiana all’estero e dell’internazionalizzazione dei mercati.Il titolo del volume è “Colonialismo popolare – L’emigrazione e la tentazione espansionistica italiana in America Latina” ed è incentrato sulla ricerca delle molteplici influenze che contribuirono a creare il mito del “colonialismo popolare”, un modello politico e culturale che riuscì a catturare l’immaginario collettivo di molti italiani e costituì un grande incentivo nella scelta dell’emigrazione transoceanica verso America latina. L’analisi e la genesi storica dell’idea di un espansionismo politico e commerciale nella regione attraverso i flussi migratori hanno costituito i prodromi delle successive spinte coloniali italiane in terra africana. La politica del Regno d’Italia, diretta a costruire e mantenere un continuo rapporto con le comunità oltreoceano, è strettamente collegata alla volontà di sfruttare le stesse in un disegno di espansionismo da attuare tramite un processo di nazionalizzazione culturale ed economico dei paesi dell’America latina. Gli eventi ricostruiti nel volume rappresentano diverse interpretazioni del colonialismo popolare e prassi distinte della Marina militare nella tutela delle comunità italiane all’estero. Alcuni episodi si ascrivono alla volontà del Regno d’Italia di conquistare uno spazio tra le potenze internazionali mentre la difesa degli interessi degli emigranti resta una semplice modalità per alimentare le velleità italiane in politica estera. In altri casi le azioni della Regia Marina si rifanno alle spinte espansionistiche dell’epoca, che interpretano i protagonisti dei flussi migratori come gli epigoni dei mercanti rinascimentali. Il quadro ideologico del colonialismo popolare è illustrato da un’analisi dell’azione della Società Geografica Italiana e dell’industria marittima genovese all’interno del dibattito politico e culturale dell’epoca.
Stefano Pelaggi è Dottore di ricerca in Storia dell’Europa presso Sapienza Università di Roma. È vicedirettore del quotidiano L’Italiano, svolge attività di ricerca presso il Centro di Ricerca “Cooperazione con l’Eurasia, il Mediterraneo e l’Africa sub.sahariana” (CEMAS) di Sapienza Università di Roma e presso il Centro Studi Geopolitica.info. Si occupa di migration studies, ha pubblicato numerosi saggi e articoli dedicati ai flussi migratori italiani in America latina e in Europa e alla proiezione coloniale del Regno d’Italia. Autore del volume L’altra Italia. Emigrazione storica e mobilità giovanile a confronto (Edizioni Nuova Cultura, Roma 2011).

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Rifugiati: integrazione

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 novembre 2013

refugee

refugee (Photo credit: my stification)

Il 30 novembre convegno nazionale organizzato dall’Ausl con il ministro Kyenge per confrontare le sperimentazioni dei territori ed elaborare un sistema nazionale condiviso. Quando avviene una tragedia in mare, si risveglia l’attenzione sull’accoglienza dei migranti sopravvissuti. Ma per gli ospiti dei centri di accoglienza esiste un problema successivo: quello dell’integrazione. In Italia, si sono affermati numerosi percorsi innovativi in questa direzione, ma si tratta di esperienze per lo più episodiche e transitorie, legate a realtà locali. Ora, anche per rispondere ai vincoli delle Direttive europee, si tratta di metterle a sistema per costruire, su questa base, una risposta nazionale comune e condivisa.È questo l’obiettivo del convegno nazionale “Italia terra d’asilo” che si svolgerà a Parma il prossimo 30 novembre, dalle 9 alle 18, presso la Sala Aurea della Camera di commercio (via Verdi 2/a). Organizzato dall’Ausl di Parma, l’appuntamento sarà aperto dai saluti del direttore generale dell’Ausl Massimo Fabi, dei presidenti di Ciac onlus Emilio Rossi, Provincia di Parma Vincenzo Bernazzoli e Regione Emilia-Romagna Vasco Errani e vedrà la partecipazione degli assessori regionali Lucenti e Marzocchi, di amministratori, volontari e di esperti nazionali ed europei. Le conclusioni, alle 17.30, saranno affidate al ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge.Il recente recepimento anche nel nostro Paese della Direttiva europea che stabilisce misure a favore dell’integrazione dei beneficiari di protezione internazionale dovrà provocare cambiamenti importanti. La normativa stabilisce in particolare che venga riservata un’attenzione specifica all’assistenza sanitaria e alla riabilitazione psico-fisica ai rifugiati in situazione di particolare fragilità quali “le donne in stato di gravidanza, i disabili, le vittime di torture, stupri o altre gravi forme di violenza psicologica, fisica o sessuale, o i minori che abbiano subito qualsiasi forma di abuso, negligenza, sfruttamento, tortura, trattamento crudele, disumano o degradante o che abbiano sofferto gli effetti di un conflitto armato”.Durante il convegno saranno così presentati, tra l’altro, il ruolo dei servizi territoriali sanitari e sociali nei percorsi di integrazione nei titolari di protezione con particolare riferimento alle esperienze realizzate dallo Spazio salute immigrati dell’Ausl, Ciac onlus e CISS Parma. La mattinata si concluderà con il racconto di esperienze realizzate a Roma, Trieste e Milano. Nel pomeriggio le proposte per rendere sistematico e uniforme questo impegno formulate dal Comitato scientifico saranno discusse in una tavola rotonda con rappresentanti delle istituzioni, tra cui il Capo di gabinetto del Ministero dell’Integrazione Angelo Carbone, l’assessore regionale alla Promozione politiche sociali e politiche per l’accoglienza Teresa Marzocchi, il delegato all’Immigrazione dell’ANCI Giorgio Pighi, sindaco di Modena.L’appuntamento è organizzato dall’Azienda Usl con il patrocinio di Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), Regione Emilia-Romagna, Provincia di Parma, Conferenza territoriale sociale e sanitaria, Rete nazionale per i diritti dei rifugiati Europasilo, Società italiana di medicina delle migrazioni (SIMM) e Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), in collaborazione con Sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati (SPRAR) e con il sostegno di Camera di commercio di Parma e Camst.La media annua di domande d’asilo in Italia si aggira attorno alle 18mila unità. In Emilia-Romagna – raccontano i dati delle nove Questure – si è registrata una crescita pari al 14% dalle 3.914 del 2011 alle 4.476 dell’anno successivo. In provincia di Parma – sempre secondo i dati della Questura – i permessi di soggiorno a fine 2011 erano 559 (446 uomini e 113 donne): 201 per protezione sussidiaria, 186 come rifugiati, 164 per richiesta d’asilo (di cui 9 con possibilità di svolgere attività lavorativa), 4 per motivi umanitari e 4 in base alla Convenzione di Dublino.

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CdR: Emigrazione e Asilo, il CIVEX apre un dibattito

Posted by fidest press agency su sabato, 5 Mag 2012

Emigrazione e asilo sono al centro del dibattito della Commissione per la cittadinanza, la governabilità, gli affari istituzionali ed esteri (CIVEX) tenutasi a Bruxelles lo scorso 27 aprile. Al centro della discussione i finanziamenti della Commissione europea in materia di Affari locali, Giustizia e Servizi al cittadino per il 2014-2020. Il governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha presentato un disegno sull’approccio globale all’emigrazione e alla mobilità in cui ha indicato gli enti locali come protagonisti in quanto promotori e realizzatori delle politiche di sviluppo sociale partendo da una valutazione delle cause dell’emigrazione con particolare riferimento ai cambiamenti climatici. Altra proposta è venuta dal consigliere della città di Pallini, il greco Theodoros Gkotsopoulos, che si è focalizzata sulla Commissione comunicazione, ovvero su come potenziare la solidarietà nel campo dell’asilo in Europa. Il sistema di asilo è attualmente sotto sforzo, specie in seguito alla Primavera araba. Solidarietà e condivisione delle responsabilità sono la chiave delle politiche comunitarie che mirano alla gestione dei confini europei nell’ottica della libertà, della sicurezza e della giustizia. Occorre quindi realizzare un Sistema comunitario di asilo già a partire dalla fine del 2012 così come previsto dal Programma di Stoccolma. Pertanto, gli enti locali hanno un ruolo determinante nell’accogliere i rifugiati e i richiedenti asilo. Il CIVEX ha altresì discusso e votato un disegno sugli strumenti di finanziamento europei in materia di Affari locali e di Giustizia. Tale disegno ha evidenziato il ruolo che gli enti locali hanno nel campo della giustizia, della libertà e della sicurezza, ha espresso una raccomandazione affinché il Comitato delle Regioni sia maggiormente coinvolto nella fase programmatica che si avvierà dal 2014. (Valeriano Valerio) (fonte aiccre)

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Antonella Colonna Vilasi ci parla dell’Albania

Posted by fidest press agency su martedì, 21 febbraio 2012

L’Albania, il paese delle aquile, è il nostro vicino meno conosciuto. Da severo custode dell’ortodossia comunista è diventato un paese neoliberista. Un Paese affacciato al futuro, pur restando legato ad un passato antico.
Gli albanesi parlano quasi tutti italiano, visto che ricevono i canali RAI, e sono un popolo molto ospitale. L’Albania è divisa tra un sud dove si concentrano i poli dello sviluppo ed il nord espressione della tradizione rurale.
E’ un paese in crescita. L’economia albanese non è più legata solo agli aiuti internazionali e alle rimesse degli emigrati, ma si sta collocando positivamente nel consesso internazionale. Membro della Nato dal 2009, è in attesa dello status di candidato all’Unione Europea. L’oggi dell’Albania è composito, veloce, è una quotidiana collisione di tempi. Nell’immaginario collettivo gli albanesi sono percepiti come emigranti e non come cittadini di un paese vivo e affascinante, realtà di un paese in continua evoluzione. Una nazione che, dopo la Seconda guerra mondiale, ha costruito un comunismo rigorosissimo. Un paese rimasto tagliato fuori dal mondo per quasi 50 anni. Il 1991 è stato l’anno che ha segnato la caduta del comunismo in Albania. Evento che ha avviato un vero e proprio stravolgimento nella società albanese. A partire dal 1991 fortissimo è stato il fenomeno dell’emigrazione; sono circa 700.000 gli albanesi all’estero. La specificità albanese è la convivenza pacifica esistente tra le diverse religioni presenti nel Paese, che si riassume nel concetto di “shqiptaria”, forma sui generis di nazionalismo, insito nello spirito del popolo albanese, per la sua storia chiuso ad influenze esterne ed auto-referenziale. L’Albania ha subito continue invasioni: dai greci ai romani, dai goti ai bizantini, ai bulgari, ai serbi, ai normanni, ai veneziani, agli svevi, agli angioini e infine ai turchi, una successione di popoli diversi per origine etnica e per civiltà. Giorgio Castriota, detto Skandeberg, principe di Kruja, capeggiò una lega di nobili albanesi in una eroica e accanita lotta contro i turchi.
Dopo la breve dominazione italiana all’inizio della II Guerra Mondiale, la resistenza portò il paese, nel dopoguerra, ad abbracciare il marxismo sovietico. Nel 1961 si verificò una brusca rottura con Mosca e l’ avvicinamento alla Cina di Mao che portò squadre di tecnici cinesi nel Paese. Il dittatore Hoxha chiuse per decenni il paese in assoluto isolamento,con pochi contatti anche con gli altri stati comunisti. (antonella)

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Gli italiani tornano ad emigrare

Posted by fidest press agency su sabato, 24 dicembre 2011

Paese vecchio

Image by jerik0ne via Flickr

Una delle normali conseguenze delle crisi economiche è l’emigrazione, e gli italiani che sono un popolo di migranti, lo sanno bene. Erano decenni, però, che i flussi migratori dall’Italia avevano intrapreso una costante flessione, eccettuata da qualche timida ripresa negli anni ’90, ma l’aggravarsi della situazione ci ha fatto tornare indietro con migliaia di cittadini italiani che hanno ripreso la via dell’emigrazione. Una delle mete per non dire la principale in questo particolare momento storico che intraprendono i nostri concittadini alla ricerca di un lavoro e di un futuro migliore, sembrerebbe ancora una volta la vicina Svizzera.
Molti tra questi migranti del terzo millennio sono giovani che nonostante una formazione superiore non riescono a trovare la prima occupazione stabile e l’opportunità di un lavoro dignitoso che quasi di certo troveranno al di là delle Alpi. Fatalmente, quindi, la storia si ripete, ma questa volta l’epoca drammatica ma quasi romantica delle valige di cartone è un ricordo sbiadito e le lacrime d’addio vengono sparse nei terminal degli aeroporti e non più nelle stazioni ferroviarie. Sono oltre 6.200, secondo gli ultimi dati dell’Ufficio federale della migrazione del paese elvetico solo nei primi otto mesi dell’anno, i cittadini italiani giunti in Svizzera, che hanno scelto di abbandonare il Belpaese ed il saldo tra immigrazione ed emigrazione è rispettivamente di 2.800 italiani in più residenti in Svizzera. Un trend che quasi certamente verrà confermato a fine anno e che segna una nuova impennata dell’immigrazione, dopo il calo registrato a partire dagli anni Settanta, la leggera ripresa della fine degli anni Novanta ed il nuovo costante declino sino al 2007 quando molti emigranti europei della prima generazione erano tornati al loro paese di origine alla scadenza del termine previsto per ritirare il capitale accumulato per il secondo pilastro. Alcuni sono partiti sulla scia di familiari o amici, altri più “modernamente”, si sono affidati ad agenzie interinali, ma i più a causa della crisi economica. Molte le difficoltà di questi nuovi migranti: tra le più rilevanti da una parte la mancata padronanza di una delle lingue nazionali e dall’altra, sorprendentemente, il non raro eccesso di qualificazione. Perché non emigrano solo segretarie ed operai ma soprattutto laureati finanche con due o più master e ricercatori. Ma se per questi è già difficile trovare un lavoro, figuriamoci per quelli che non conoscono la lingua del luogo.
A chi va bene, riesce a trovare ospitalità presso case di amici, conoscenti o familiari, mentre pare che non pochi finiscano per dormire in automobile. Quasi tutti giungono con pochi spiccioli, senza avere la cognizione del più elevato tenore di vita di quel paese. Per non parlare poi delle istituzioni e organizzazioni con funzione assistenziale per gli emigranti italiani che sono state soppresse o sciolte dopo la fine dei più importanti flussi migratori.
Al di là della drammaticità sia delle ragioni che spingono ad emigrare che delle condizioni di vita di questa nuova generazione di migranti, il danno più grande lo subisce proprio il nostro Paese con la fuga di cervelli che ha un impatto notevole sull’economia e che quindi aggrava le prospettive di una rapida uscita dalla crisi dell’euro: un recente rapporto dell’Istituto per la competitività in Italia ha dimostrato che la partenza di ricercatori costa al Paese tre miliardi di euro in brevetti mancati. Per Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, la ripresa del fenomeno migratorio verso luoghi già meta dei nostri concittadini, dovrebbe costituire un campanello d’allarme ulteriore per questo nuovo governo, facendo comprendere la necessità di evitare qualsiasi impulso al taglio dei settori strategici di formazione e ricerca come ha fatto il precedente esecutivo ed anzi dovrebbe costituire una spinta a riattivare con misure incentivanti quel circuito virtuoso dell’investimento in questi comparti che secondo illustri economisti dovrebbe essere un prezioso volano per la nostra economia.

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Seminario giovani su crisi e emigrazione

Posted by fidest press agency su sabato, 10 dicembre 2011

Marseille

Image by -eko- via Flickr

Terminato il Congresso del Partito Popolare Europeo, che si è tenuto a Marsiglia, è iniziato il Seminario dei Giovani Italiani del Ppe (G.I.P.P.E.), che si riuniscono a Bruxelles per redigere dei documenti programmatici e per eleggere il nuovo Segretariato Nazionale. “Un’esperienza importante per i 300 giovani delegati che, nelle sale del Parlamento europeo, simulano i lavori d’aula degli eurodeputati adulti.” Lo dichiara Carlo De Romanis, Consigliere regionale del Lazio e Fondatore del Gippe, il quale aggiunge: “Dopo il Congresso di Marsiglia, al quale ho avuto l’onore di coordinare la delegazione del Pdl, ho capito ancora di piú che abbiamo bisogno di creare una nuova generazione che si senta realmente europea, altrimenti gli egoismi nazionali continueranno a prevalere. Allo stesso tempo, ispirandosi ai valori fondanti del Ppe, nessuno di noi dovrà rinunciare alle caratteristiche culturali e identitarie della propria regione. Per rispondere agli euroscettiscismi, dobbiamo rispondere con piú Europa. Ma un’Europa dei popoli e dei cittadini, non un’Europa dei burocrati.” Quest’anno le Commissioni tematiche del Seminario Giovanile sono: Crisi economica, New Economy, Primavera Araba e Immigrazione. Vi è anche una mozione d’urgenza sul dissesto idrogeologico, a seguito dei tragici fatti accaduti nel mese scorso in Liguria e in Sicilia. Dopo la loro approvazione, i testi verranno inviati agli europarlamentari popolari, affinché possano prenderne spunto nelle loro azioni politiche quotidiane.
Ad aprire l’Assemblea plenaria del GIPPE sarà, questo pomeriggio, il Presidente del Partito Popolare Europeo Wilfried Martens. Ultima curiosità: i giovani italiani si riuniscono nel palazzo di fronte quello del Consiglio europeo, proprio in contemporanea alla riunione dei Capi di Stato e di Governo dell’UE. “Chissà che le decisioni prese dai giovanissimi, per affrontare la crisi, non siano in fin dei conti migliori di quelle che prenderanno questo pomeriggio gli adulti che ci governano.” commenta De Romanis in conclusione.

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“Il Lazio nel mondo. Immigrazione ed emigrazione”

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 luglio 2011

Roma 19 luglio 2011, ore 11.30 Sala Monte Paschi di Siena in Via Minghetti 30 (Piazza Colonna) Rapporto Caritas/Migrantes con la Regione Lazio. “Il Lazio nel mondo. Immigrazione ed emigrazione” è il rapporto realizzato dal Centro Studi Idos della Caritas/Migrantes in collaborazione con la Regione Lazio che verrà presentato il prossimo 19 luglio, alle ore 11.30, presso la Sala Monte Paschi di Siena in Via Minghetti 30 (Piazza Colonna). L’incontro, che verrà introdotto dal direttore della Caritas romana, monsignor Enrico Feroci, vedrà la partecipazione di Aldo Forte, assessore regionale alle Politiche sociali e alla Famiglia, Franco Pittau, coordinatore del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes, di alcuni dei ricercatori che hanno realizzato il rapporto e di rappresentanti delle associazioni di immigrati.

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Mantica incontra la comunità d’affari di Sydney

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 giugno 2011

A panoramic view of the Sydney skyline as view...

Image via Wikipedia

East Sydney Australia Italian Chamber of Commerce and Industry in Australia Inc. Ground Floor, 140 William Street. Il Senatore Alfredo Mantica sottosegretario con delega per gli Italiani nel Mondo, in visita in Australia, ha preso parte a un Boardroom Luncheon organizzato dalla Camera di Commercio di Sydney, intervenendo su economia ed emigrazione. http://www.icciaus.com.au (Luigi Mariani)

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Libia: stabilità in crisi

Posted by fidest press agency su sabato, 16 aprile 2011

“Lega Araba, Unione Africana e Brics condannano l’intervento militare in Libia che risulta, inoltre, sempre meno condiviso in larga parte dell’opinione pubblica europea. Così come afferma il Vescovo di Tripoli mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, passare armi agli oppositori di Gheddafi significherebbe allungare la scia di sangue all’infinito, spingere decine di migliaia di altri civili all’emigrazione verso l’Italia e condannare al definitivo fallimento le centinaia tra piccoli, medi e gradi imprenditori italiani che già hanno dovuto abbandonare le proprie attività private avviate in Libia. La Nato ed i Paesi impegnati nei raid dovrebbero ripensare la strategia nel suo complesso ed invece indicare, con i loro comportamenti, la strada del cessate il fuoco e della diplomazia così come chiedono tutta l’Africa, il Brasile, la Russia, l’India e la Cina”. Per l’ing. Alfredo Cestari, presidente della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale-Unioncamere (e Console in Italia della Repubblica Democratica del Congo) “all’odierno no del Governo ad un mutamento nella natura della missione italiana in Libia” dovrebbe seguire “un immediato abbandono di ogni iniziativa militare con il ritiro della disponibilità a concedere le basi”. Per una ragione ben precisa. Spiega: “Come l’Eni, centinaia di grandi e PMI italiane in questi anni si sono radicate in Libia. Imprese attive nei settori import/export, alimentari, infrastrutture, forniture di tecnologie, edilizia, agricoltura, abbigliamento, sanitario ecc… Da due mesi ogni attività è ferma ed il danno complessivo già subito dal sistema-Italia, finora stimato in decine di miliardi di euro, potrebbe diventare incalcolabile se non si mettesse fine alle ostilità e se non si riallacciasse un rapporto proficuo con quel territorio”. Parlando in qualità di Console, l’ing. Cestari vede inoltre “il pericolo della strumentalizzazione della posizione interventista della Nato da parte delle opposizioni interne in alcuni degli altri Paesi africani che, come ad esempio quelli della fascia subsahariana, nel corso dell’ultimo decennio si sono faticosamente avviati sulla strada della piena democrazia. Questa guerra e le scelte fatte dall’Occidente mettono a repentaglio la stabilità in tutto il continente con conseguenze inimmaginabili.

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