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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 15

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Emmanuel Macron’s stark warning to Europe

Posted by fidest press agency su domenica, 10 novembre 2019

In his Elysée Palace office, the French president spoke to The Economist in apocalyptic terms. NATO, the transatlantic alliance, is suffering from “brain-death”, he says; Europe needs to develop a military force of its own. The European Union needs to act not just as a market but as a political bloc, with policies on technology, data and climate change. And it must embrace realpolitik, for example by rebuilding relations with Russia. With protectionism and authoritarianism on the rise, Europe needs to wake up and prepare itself for a tougher, less forgiving world. It is hard to overstate the scale of the change Mr Macron is asking from his fellow Europeans. Is he right? At the very least, he deserves an answer. (from The Economist)

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L’irriverente degli Stati Uniti d’Europa. Dimmi cosa fai e saprò chi sei

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 aprile 2018

Grande eco per l’intervento del presidente francese Emmanuel Macron al Parlamento europeo. Soprattutto perche’ in questi ultimi tempi, a parte gli “aficionados” che riescono a star dietro al procedere del pachiderma burocratico di Bruxelles cogliendo i non pochi aspetti e le altrettanto non poche ricadute sul nostro quotidiano, di Ue se ne sente parlar male e, ogni volta che c’e’ un qualche responso delle urne, gli europeisti non ne escono bene (vedi recenti elezioni in Ungheria). Macron ha esplicitato e fatto appello per “una sovranita’ reinventata dell’Europa per far fronte alle battute d’arresto nazionali”. “Una sorta di guerra civile sta emergendo. Stano venendo a galla i nostri egoismi nazionali e il fascino illiberale”. Belle parole. Una premessa per dei fatti che, nel prossimo giugno, dovrebbero portare all’introduzione di un ministro unico Ue per le Finanze, col compito di gestire nuove regole per i bilanci dei Paesi
dell’eurozona, con la prospettiva di un unico budget…. Con chi e come, e’ tutto da capire. Visto che il partner per eccellenza del presidente francese, il tedesco, considerando quello che sta accadendo nel partito della cancelliera Angela Merkel, non sembra molto disponibile. Ma e’ la politica, Vediamo come butta, visto che possiamo solo osservare pur essendo quotidiani fruitori delle decisioni degli esecutivi di Bruxelles.
Ma intanto, cerchiamo di capire, buttandola anche sull’irriverente, qual e’, e di quale portata, il messaggio del presidente Macron.
Sostanzialmente e’: diamoci da fare per meglio articolare e usare le politiche di Bruxelles, contrapponendole a quelli che, per vari motivi, le reputano negative e ce lo ripetono ogni giorno (anche ben ascoltati dai piu’) nelle forme tipiche della rabbia e del populismo: salva il mio piatto di lenticchie di oggi e domani (anche non dandone una piccolissima parte ai vari disperati del mondo che bussano ai nostri confini), che’ all’arrosto dei prossimi giorni ed anni non ci si crede, e per i piatti di lenticchie di dopodomani, ci pensino quelli a venire.
Quindi l’Europa e’ bella per questo e per quest’altro. Economia e diritti e sicurezza, essenzialmente. Che in quanto a lavoro si e’ tutti un po’ imbarazzati perche’ le spinte nazionali (vedi delocalizzazione di aziende in Paesi Ue con fiscalita’ meno rapaci e conseguenti destabilizzazioni lavorative di interi territori) riescono a farci impallidire anche i piu’ convinti europeisti.
Ma cosa fa nel frattempo il presidente Macron? Insieme ad americani e britannici bombarda le presunte industrie chimiche siriane che sarebbero colpevoli di aver gassatto non pochi civili pur di combattere gli avversari del regime di Assad. A parte l’azione in se’ (nel suo effetto a mo’ di cazzotto di risposta) che non si capisce, nella sua estemporaneita’, dove possa portare (il classico: e poi?), il Macron che ha perorato all’Europarlamento una “sovranita’ reinventata dell’Europa”, ha agito al di fuori di Onu, Nato e Ue. Proprio come aveva fatto, sempre la Francia anche se non c’era ancora Macron, qualche anno fa destabilizzando unilateralmente la Libia, con costi umani ed economici che si sono riversati sulle sponde italiane, con la scarsissima conseguenziale collaborazione dei partner Ue al nostro Paese.
Siamo noi molto irriverenti nel rilevare che ognuno si fa i fatti propri, anche dicendo e prospettando il contrario? Dove e come andiamo? E soprattutto, come si fa a far capire l’importanza e la determinazione dell’Ue?
Riguardo alla vicenda Embraco (https://it.wikipedia.org/wiki/Embraco), azienda “sfatta” nel tempo con contributi pubblici continui e che ha deciso di trasferirsi in Slovacchia, dove tutto “costa” meno, incluso il fisco, Emma Bonino ha dichiarato “Al momento le aziende delocalizzano perché adesso ogni Stato ha regole fiscali e del lavoro differenti. Per questo occorre Più Europa, per procedere verso armonizzazione, altrimenti gli imprenditori vanno dove conviene”. Dove si intuisce che la convenienza sia una sorta di aberrazione che uno Stato europeo dovrebbe correggere… alla faccia dell’economia di mercato e del federalismo (anche fiscale, come in Usa, dove sono proprio le differenze tra Stato e Stato che fanno si’ che l’economia tiri come non mai in quel Paese). (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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il Parlamento europeo e i cittadini sono al centro del progetto europeo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 aprile 2018

Strasburgo. Il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha ricevuto ieri a Strasburgo il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron. L’incontro si è svolto nel quadro dell’iniziativa promossa dallo stesso Presidente Tajani di invitare i capi di Stato e di governo dell’Ue a dibattere in plenaria sul futuro dell’Europa.
La presenza di Macron a Strasburgo fa seguito a quella dei primi ministri di Irlanda, Croazia e Portogallo. Nei prossimi mesi sono previsti i primi ministri del Belgio, Charles Michel (3 maggio), del Lussemburgo, Xavier Bettel (29 maggio), della Polonia, Mateusz Morawiecki (luglio), della Grecia, Alexis Tsipras (settembre) e dell’Estonia, Jüri Ratas (ottobre). Il 23 ottobre interverrà il Presidente della Romania, Klaus Iohannis, e a novembre la cancelliera tedesca, Angela Merkel. In occasione dell’intervento di Macron in aula, il presidente Tajani ha dichiarato:
“Il dibattito in plenaria con Macron dimostra che il Parlamento e i cittadini sono al centro del progetto europeo’’. “Sono fiero che il cuore della democrazia europea sia stato teatro di una discussione animata e profonda sul futuro dell’Ue”. “L’iniziativa di invitare i leader europei in plenaria sta dando i suoi frutti con dei contributi preziosi per cambiare l’Europa e renderla più efficace e capace di rispondere alle attese dei suoi cittadini su sicurezza, immigrazione o lavoro per i giovani”.
“Condivido con il presidente Macron la necessità di un vero rinascimento europeo che parta dalla piena consapevolezza della nostra identità con al centro la libertà e la dignità della persona”.
Tajani ha avuto anche un incontro bilaterale con il Presidente francese, a seguito del quale ha dichiarato: “Abbiamo registrato identità di vedute su molte questioni, come la necessità di dotare l’Unione di un bilancio più ambizioso che rifletta le priorità dei cittadini, finanziato anche da risorse proprie, quali, ad esempio, una tassa sui giganti del web. Queste risorse devono servire, tra le altre cose, per un piano Marshall per l’Africa, per rafforzare il controllo delle frontiere esterne e per sostenere l’economia reale. Condividiamo anche l’urgenza della riforma del sistema di asilo e di arrivare a una vera politica estera e di difesa comune’’.

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Emmanuel Macron difende l’idea di una “sovranità europea”

Posted by fidest press agency su martedì, 17 aprile 2018

· Il Parlamento europeo è la sede della legittimità europea, ha dichiarato Emmanuel Macron
· Il Presidente francese chiede una “sovranità reinventata” dell’Europa per far fronte alle battute d’arresto nazionali
Il Presidente francese Emmanuel Macron ha discusso martedì sul futuro dell’Europa con i deputati e con il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.
“A mio modo di vedere, il Parlamento europeo rappresenta la sede della legittimità europea, della sua responsabilità e, quindi, della sua vitalità. E’ qui che si gioca la partita del futuro dell’Europa (…), è qui che dobbiamo ancorare la rinascita di un’Europa guidata dallo spirito stesso dei suoi popoli. Auspico che si possano superare le scissioni tra il Nord e il Sud, l’Est e l’Ovest, i piccoli e i grandi, le battute d’arresto nazionali”, ha dichiarato il Presidente Emmanuel MacronA un anno dalle elezioni europee, “la nostra responsabilità nei prossimi mesi è quella di organizzare il vero dibattito europeo, di avere delle scadenze europee che consentano ai nostri popoli di operare una scelta”. “Per far fronte agli sconvolgimenti mondiali, abbiamo bisogno di una sovranità più grande della nostra, ma complementare, una sovranità europea”.
Porgendo il benvenuto a Macron, il Presidente del Parlamento, Antonio Tajani, lo ha ringraziato per la sua partecipazione a un vero dibattito con i deputati. “L’avvenire dell’Europa si gioca adesso e inizia qui, nel cuore della democrazia europea. E’ ora di trasformare questa visione in realtà: un’immigrazione controllata, una politica estera e di difesa forte per un’Europa in sicurezza”, ha dichiarato.La maggioranza dei leader dei gruppi politici del Parlamento ha accolto con favore lo slancio pro-europeo del Presidente Macron, come pure il ruolo della Francia nel recente intervento militare congiungo in Siria, chiedendo al contempo una maggiore unità europea e la creazione di un esercito europeo. Altri deputati hanno evidenziato le sfide che l’Unione europea deve fronteggiare attualmente: combattere il terrorismo, gestire la crisi migratoria, le tecnologie digitali e il completamento dell’Unione economica e monetaria.

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Caffè Europa per giornalisti e giornaliste

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 aprile 2018

Milano 13 aprile 2018 10.00-11.30 Sala Conferenze Corso Magenta, 59. L’Ufficio del Parlamento europeo in Italia organizza un caffè per la stampa per illustrare i temi principali all’ordine del giorno della prossima plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo (16-19 aprile).Il primo punto in agenda riguarderà la visita del Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, sul futuro dell’Europa, prevista per la giornata di martedì 17 aprile.
Si parlerà poi del voto finale con cui il Parlamento europeo darà il via libera al pacchetto di direttive sull’economia circolare (riutilizzo e riciclo dei rifiuti), la cui relatrice è l’eurodeputata italiana Simona Bonafè.Verranno successivamente illustrate le priorità della campagna elettorale del Parlamento europeo, in vista delle Elezioni europee 2019 e le opportunità, per i media partner del Parlamento europeo, di partecipare a progetti in cofinanziamento per l’autunno 2018 e i primi mesi del 2019.
Interverranno: Matteo Villa, research fellow dell’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e Maurizio Molinari, responsabile media del Parlamento europeo in Italia.
Possibile la presenza di alcuni eurodeputati delle circoscrizioni elettorali Nord Est e Nord Ovest che parleranno dei dossier che stanno attualmente seguendo o che seguiranno da qui a fine legislatura al Parlamento europeo.

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The French president acts on his promise to overhaul jobs laws

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 settembre 2017

macronWHEN he launched his political movement last year, Emmanuel Macron said that he wanted to “unblock” France. Four months after he was elected president, his government on August 31st unveiled its first piece of legislation designed to do just that. It is a labour reform, consisting of 36 measures, which should help to loosen the labour code, encourage job creation and make it easier for firms to manage their headcount in France. “After decades of mass unemployment,” said Edouard Philippe, the prime minister, “nobody can seriously say that our labour law favours job creation.” The reforms, he said, would “make up for lost decades.” The changes are wide-reaching and impressive, and rest on a number of guiding principles. One is that industrial relations must be devolved to the level of the firm. Employers will get more freedom to negotiate working time and salaries within their firm, rather than having to stick to branch-level agreements. France’s rate of unionisation in the private sector is surprisingly low; but the role of unions is powerfully entrenched by a complex tangle of rules governing their representation in companies. Now, the various statutory works councils—the delégués du personnel, the comité d’entreprise and the comité d’hygiène, de sécurité et des conditions de travail—are to be merged into one, which will simplify union discussions. Small firms without union representatives will have greater freedom to negotiate agreements, if they can secure the backing of a majority of employees. Another underlying idea is to encourage firms to create more permanent staff, by minimising the uncertainty that hangs over redundancy plans in France. Under current law, cases for unfair dismissal can be brought against a company for up to two years after an employee has left a firm, and the awards made by labour tribunals in such cases vary hugely, making it difficult for small companies to plan their budgets. Mr Macron’s reform reduces the cut-off to one year and caps such awards to 20 months of salary for an employee with 30 years of service, thus greatly reducing the element of financial risk. (In return, the level of mandatory redundancy pay will be increased.) The rules governing the right to make redundancies for firms in economic difficulty will also be eased.A measure of how far all this touches some of the taboos about France’s eye-popping 3,500-page labour code was the reaction of certain union leaders. “All our worst fears have been confirmed,” declared Philippe Martinez, leader of the hard-line Confédération Générale du Travail (CGT). He had already called for a day of strikes on September 12th in protest. Even Laurent Berger, the leader of the more moderate Confédération Française Démocratique du Travail (CFDT), who has been a mostly constructive voice, called some of its measures “disappointing”. He added, though, that he would not back the strikes.This is a crucial moment for Mr Macron. In many ways, he has managed this reform deftly so far. He spelt out during the election campaign what he wanted to do (and has been as good as his word), and said in advance that his reform would go through under an accelerated parliamentary procedure. His government has held some 100 meetings, involving 300 hours of talks, with unions over the past couple of months. So nobody can say that they have been taken by surprise. As a result, the new rules should be written into law by the end of September. That minimises the amount of time that unions and other opponents of the reforms now have to mobilise against them.Still, over the summer Mr Macron’s approval ratings have slid precipitously. It will take time for the effects of the labour reform to feed into job creation. France’s unemployment rate is currently 9.8%—more than twice that in Germany—and has not dipped below 7% since 1983. Moreover, a worrying narrative is beginning to take hold in some quarters that the president, a former investment banker, is governing only for the bosses or the well-off. “Macron: president of the rich?” read the front cover of Libération, a left-leaning newspaper, last week. The government’s challenge will be to make the case that greater freedom for employers is not just about making it easier for bosses to shed staff, but about encouraging them to create jobs in the first place. (font The economist) (photo: macron)

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Emmanuel Macron confronts Vladimir Putin

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 giugno 2017

macron putinFOR a republican country, the welcome could scarcely have been more royal. Exactly 300 years after a young Louis XV hosted Peter the Great at the Chateau de Versailles, on a trip to admire French imperial splendour, France’s new president, Emmanuel Macron, chose the same setting for talks with his Russian counterpart, Vladimir Putin. The gold leaf on the palace shimmered in the spring sunlight. Plume-helmeted guardsmen lined the red carpet as Mr Putin stepped from his limousine. But if the symbolism on May 29th was friendly, the meeting itself hinted at an inner steeliness to the 39-year-old French president and diplomatic novice.After two hours of talks, Mr Macron described the encounter as “extremely frank and direct”, which is as close as diplomatic jargon gets to admitting that things were tense. With Mr Putin standing by his side, in the centre of the chateau’s long gallery of paintings depicting glorious French battles, Mr Macron warned that his “red line” in Syria would be the use of chemical weapons. France would show “no weakness” in the face of any such attacks, and would not hesitate to retaliate.The French president added that he had raised the question of gay rights in Chechnya with Mr Putin, and would be “constantly vigilant” about the matter. He said that he and the Russian president had agreed to fresh talks, along with Germany and Ukraine, over the implementation of the Minsk agreements on Ukraine. But the most revealing moment was when Mr Macron was asked by a Russian journalist why he had banned reporters from Sputnik and RT, two Russian news agencies, from his campaign headquarters. The answer, he snapped, was that they had behaved like “agents of influence and propaganda” and had spread “serious falsehoods” about him and his campaign. Mr Putin, next to him, was expressionless.
The meeting in Versailles was intended to reset Franco-Russian relations. Last year Mr Putin called off a trip to Paris, ostensibly to open a new Russian cultural centre, after François Hollande, Mr Macron’s predecessor, downgraded the visit following the Russian bombing of the Syrian city of Aleppo. Mr Hollande had previously cancelled the sale of two French-built warships after the Russian annexation of Crimea. Mr Macron stressed this week that voicing differences was an important way of taking things forward. His aides said that he wanted a “demanding dialogue”. “It’s important that Russia does not act in isolation; that’s when it becomes dangerous,” said one. They are particularly concerned to make sure Russia continues to receive international feedback while Germany is focused on domestic politics during its election campaign.Mr Macron is a novice at global diplomacy, and nobody has been sure what to expect from him. The contours of his approach are now beginning to emerge, after a few days of high-level summitry last week at the NATO mini-summit in Brussels and the G7 get-together in Sicily. One point is the French president’s attention to symbols and gestures. After engaging America’s president, Donald Trump, in a lengthy, muscular handshake, Mr Macron described his firm grip as “not accidental”. It was important, he said afterwards, to earn respect from those such as the leaders of America, Russia or Turkey whose diplomatic relations were based on a balance of power.The broader point is that Mr Macron wants to preserve and exploit France’s geostrategic independence, while restoring its global voice in a reinforced Europe. To almost any question for France, Germany will be the first answer. Mr Macron chose Berlin for his first foreign trip, and singled out Angela Merkel on arrival at the G7 meeting. He hopes to make his country once more a respected partner for Germany by carrying out economic reforms. But he also sees a global role for France, continental Europe’s only serious military power. His diplomatic inexperience could be less a disadvantage than an opportunity for a fresh start. As he showed this week with Mr Putin, Mr Macron is not just about charm. Now he needs to prove he can put a broader mix of skills to good use. (by The Economist)

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Macron e l’italiana del suo staff

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 maggio 2017

eliseoCaterina Avanza, giovane ed unica italiana dello staff di Emmanuel Macron, oggi è stata ospite di Un Giorno da Pecora, il programma di Rai Radio1 condotto da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. Al talk show di Radio1, la Avanza, che fa parte del dipartimento Studi ed Opinioni del Presidente francese, ha raccontato della festa per la vittoria di Macron, rispondendo a molte domande sull’uomo del momento.“Stanotte ho dormito pochissimo, praticamente dopo ieri sera non siamo proprio andati a letto…”, ha esordito l’italiana. Come avete festeggiato? “Dopo il Louvre siamo tornati al quartier generale e abbiamo chiuso le telecamere, zero giornalisti, e siamo rimasti solo coi volontari, lo staff e gli esperti che hanno partecipato alla campagna”. Quanti eravate? “Più o meno cinquecento”. La festa era ‘free drink’? “Si. Almeno questo, dopo un anno di lavoro…” Il Presidente Macron ha bevuto con voi? “Il Presidente – ha detto la Avanza a Un Giorno da Pecora – non beve mai davanti a noi”. E’ astemio? “Non è astemio. Immagino che in famiglia beva, però davanti a noi no. Ha fatto un brindisi a Natale ma di solito no. Nelle foto de ‘la Rotonde’ lo si vedeva con la coppa di champagne, c’è stato tutto uno scandalo quindi evitiamo”. Cosa ha fatto? “E’ stato un po’ con noi, ho l’impressione che, da ieri, sia diventato più inaccessibile”. Che soprannome aveva Macron per voi dello staff? “Lo chiamavamo lo ‘chef’, il capo”. Come ha visto ieri la sua compagna, Brigitte? “Molto commossa, molto umana, molto bella e vera. Alla festa, con lei, c’era tutta la sua famiglia”. Quale politico italiano le fa venire in mente Macron? “Come programma non è molto lontano da quello di Renzi: molto pro europeo e social democratico. La differenza tra i due – ha spiegato la Avanza a Rai Radio1 – e che Macron ha avuto il coraggio politico di non ‘surfare’ mai sul populismo”. E che differenza di stile c’è tra i due? “Macron è molto francese, ieri ha fatto un occhiolino chiaro a Mitterand, con la camminata. Lui è un Presidente ‘En Marche’, quindi ci voleva la ‘marche’”.

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Macron: Nuovo presidente dei francesi

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 maggio 2017

macronParigi. “La vittoria di Macron è un’opportunità per l’Europa di diventare quello che oggi ancora non è: un’Unione tenuta assieme dai valori della politica e della democrazia”. Lo ha dichiarato Debora Serracchiani, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, commentando l’affermazione al ballottaggio di Emmanuel Macron nella corsa all’Eliseo contro Marine Le Pen. Per Serracchiani “questo non è solo un voto ‘contro’ Marine Le Pen: i francesi hanno scelto di continuare a essere protagonisti di un progetto coraggioso, di essere degni testimoni dei principi fondamentali della Republique, che sono indissolubilmente legati all’idea d’Europa. Hanno detto che chiusura e isolazionismo non soluzioni ai problemi del loro Paese e del continente” “L’Europa e i suoi valori di pace e libertà – ha aggiunto – non sono passati di moda, ma per essere realizzati richiedono una proposta di cambiamento radicale. E Macron ha offerto i contenuti e i toni giusti per trasmettere ai francesi questa fiducia – ha concluso Serracchiani – in un futuro liberale e solidale”.

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Cercasi il Macron italiano

Posted by fidest press agency su martedì, 2 maggio 2017

ParigiSalvo sorprese, sempre possibili ma alquanto improbabili, tra poche ore Matteo Renzi tornerà ad essere il segretario del Pd, e tra una settimana Emmanuel Macron sarà il nuovo presidente della Repubblica francese. C’è una relazione, al di là della coincidenza temporale, tra queste due cose? Purtroppo no. Basterebbe mettere a confronto la mestizia dell’unico appuntamento televisivo dei tre candidati al vertice Democrat – risposte imbarazzanti a domande deludenti – con le scene della campagna elettorale transalpina, per avere la plastica rappresentazione non solo di come l’Italia sia ferma e la Francia “en marche”, ma anche del fatto che a questo punto il nostro rischi di diventare l’unico paese europeo in cui prevalgono le forze populiste-sovraniste-protezioniste-cyberfasciste.
Dalle presidenziali francesi, giustamente definite storiche, emergono infatti una serie di indicazioni importanti anche per l’Italia, oltre che per l’Europa intera. La prima è la fine del vecchio bipolarismo continentale – sancita a Parigi, ma iniziata a Roma e Madrid come pure con l’esplosione del bipartitismo inglese – sostituito, come su TerzaRepubblica andiamo sostenendo da tempo, da un nuovo bipolarismo, che divide le forze di governo, siano esse di sinistra, di centro o di destra, da quelle anti-sistema. Poli che si scontrano non solo su temi decisivi come Europa, economia e immigrazione, ma anche sulla concezione stessa della democrazia, per cui a quella rappresentativa si contrappone una non meglio definita (e peggio praticata) democrazia diretta. L’unico paese fuori da questo schema è la Germania – non a caso quello più solido ed economicamente in buona salute – che da anni ha risolto l’involuzione della vecchia alternanza tra socialdemocratici e popolari con l’adozione della “grande coalizione”, lasciando che la competizione sia solo per chi la guida. Ma la seconda indicazione, fortemente correlata alla prima, è non meno importante: la consacrazione della crisi dei grandi partiti tradizionali, da cui discende quella non meno dirompente delle famiglie politiche europee. Qualcuno, come Massimo Cacciari, ha parlato di “fine della socialdemocrazia europea, come prima forza organizzata di massa della storia moderna”. È un’analisi corretta, sempre con l’eccezione tedesca. Ma anche le altre forze che hanno fatto la storia del Novecento non se la passano molto meglio. E Macron vince anche, se non soprattutto, perché ha rinunciato a stare con un partito, quello socialista, che lui ha giustamente giudicato troppo compromesso nella pratica del potere e troppo consunto nella capacità di elaborazione programmatica, per poter avere idee vincenti e comunque la credibilità per affermarle. Qui scatta una terza considerazione, che Riccardo Perissich ha efficacemente sintetizzato così: “le famigerate élites possono battere i populisti misurandosi con i problemi che ne alimentano il consenso, affrontandoli a viso aperto e non rincorrendoli sul loro terreno”. E già, cara intellighenzia nostrana, cara borghesia illuminata che in Italia hai da tempo ammainato le vele e abdicato alle tue funzioni di guida come un Vittorio Emanuele III qualsiasi, la vicenda Macron dimostra che se la partita politica si gioca lungo il crinale “nazionalismo-europeismo”, “localismo-globalizzazione”, “chiusura-apertura”, “nostalgia del passato-ricerca del futuro”, e dunque in ballo ci sono gli interessi – economici, ma anche culturali – che la modernità rappresenta, le élites hanno il dovere di prestare dei propri figli al Paese e di costringere moderati e riformisti a trovare un programma comune. Ma se dopo le elezioni olandesi e alla fine del doppio turno francese si potrà dire che la minacciosa marea populista che negli ultimi tempi ha invaso l’Europa e l’intero Occidente, avrà cominciato a regredire, si potrà fare analoga affermazione dopo le elezioni italiane? Il nostro timore – lo sanno coloro che ci seguono da tempo – è che l’Italia faccia eccezione. E la stessa ridicola pantomima stile “specchio, specchio delle mie brame, chi assomiglia di più a Macron nel reame?” che si è scatenata da noi dopo il primo turno francese, la dice lunga sui pericoli che corriamo. Perché le forze anti-sistema, sia in Olanda che in Francia, hanno incrementato la loro forza, ma per fortuna c’è stato chi ha saputo contrastarle e batterle. Da noi, invece, rischia di non essere così. Da un lato Berlusconi non ha posto un argine al duo sovranista Salvini-Meloni e continua a blaterare di centro-destra unito. Il centro montiano si è da tempo liquefatto e resiste solo quello alfaniano, che da solo fatica a presidiare un’area che dovrebbe essere il perno di una “grande alleanza”. Mentre nel centro-sinistra, Renzi finirà per vincere senza convincere la corsa alla segreteria del Pd, che avrebbe dovuto invece lasciare al suo destino (non diverso da quello dei socialisti francesi) per costruire una nuova “casa della modernità”. Come ha fatto – con i tempi giusti – Macron.
Nel 2012 suggerimmo all’allora figlio della prima Leopolda e candidato premier del Pd – poi battuto da Bersani – di cogliere l’occasione del cambiamento in corsa delle regole di competizione interna per uscire da partito e crearne uno nuovo, basato sul presupposto del superamento dei vecchi ancoraggi di sinistra e destra. Renzi, che pure aveva alcune delle caratteristiche che sarebbero servite per quell’impresa, preferì restare dentro il Pd, illudendosi che conquistarne la leadership avrebbe significato potersi comunque permettere un approccio post-ideologico. Ma un partito nato dall’unione di post comunisti e post democristiani di sinistra non avrebbe mai potuto, né potrà oggi o domani, tollerare di perdere le stigmate dei suoi fondatori, tant’è che è proprio con la sua gestione che il Pd approda nella casa socialista europea. Ora, dopo la batosta del referendum e gli errori marchiani commessi nella gestione della sconfitta – a cominciare dall’idea di ricandidarsi alla segreteria per essere di nuovo indicato premier, come se la stagione del maggioritario non fosse finita – imitare Macron è troppo tardi. Anche perché del francese gli mancano due cose: la statura personale e la straordinaria preparazione – Macron è un uomo colto, un economista sofisticato, vanta solide esperienze professionali – e l’appoggio, a nostro avviso determinante nella corsa all’Eliseo, di un Francois Bayrou, che con il suo MoDem è l’unico alleato della prima ora di “En Marche”. O per meglio dire, il Bayrou di Renzi c’è, e si chiama Francesco Rutelli – che del francese è fraterno amico e con lui condivide la guida del Partito Democratico Europeo – ma oggi è fuori dall’agone politico e soprattutto trova molto più ascolto in Gentiloni che in Renzi. Non a caso Rutelli dice che oggi “non c’è bisogno di un Renzi bis, ma di un Renzi nuovo, inclusivo, aperto, che non abbia un gruppo dirigente troppo ristretto e che non finisca per scegliere persone pescandole da vari ambienti e che poi nella gran parte dei casi lui stesso sconfessa”. Parole sante, ma che con tutta probabilità rimarranno inascoltate.Ecco, se dopo le primarie, Renzi sarà tentato di scimmiottare l’esperimento liberal-democratico di Macron asserendo di aver liberato il Pd dalle zavorre del passato, deve sapere fin d’ora che, a parte ciò che gli manca per recitare quel ruolo, comunque glielo impediranno. E che il tentativo di portare quel partito altrove non solo segnerà per lui una nuova e forse decisiva sconfitta, ma sarà l’ennesimo pantano in cui farà bloccare la politica italiana, proprio mentre avrebbe bisogno di trovare intorno ad un nuovo centro la forza di costruire la coalizione capace di sconfiggere gli anti-sistema. Non ci si fa Macron da dentro il Pd. Né da dentro Forza Italia. Ma di un Macron abbiamo disperatamente bisogno. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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«Il Front National da Jean Marie a Marine Le Pen»

Posted by fidest press agency su sabato, 29 aprile 2017

Layout 3Esce in libreria la nuova edizione de «Il Front National da Jean Marie a Marine Le Pen» di Nicola Genga (Rubbettino). Il primo turno delle presidenziali francesi non ha smentito i pronostici della vigilia. A confrontarsi nel ballottaggio del 7 maggio prossimo saranno Emmanuel Macron e Marine Le Pen.In questi anni il Front national ha conosciuto una ascesa innegabile, risultando per tre volte consecutive il primo partito su scala nazionale, sebbene in elezioni di second’ordine (europee, dipartimentali e regionali) caratterizzate da livelli di affluenza attorno al 50 per cento o addirittura meno.
L’elezione presidenziale è l’unica che i francesi prendono davvero sul serio e in cui si recano alle urne con elevati tassi di partecipazione, superiori al 70 per cento degli aventi diritto. Ed è in questa significativa cornice che il 23 aprile scorso il Front national ha fatto registrare il proprio massimo storico, superando per la prima volta la soglia di 7 milioni di voti. In che modo questo partito di destra radicale, fondato nel 1972 e a lungo relegato ai margini del sistema politico francese, è arrivato a simili livelli di consenso? E quali sono le sue reali possibilità di installarsi al centro della scena, conquistando il governo del paese? Se ne parla nel libro di Nicola Genga “Il Front national da Jean Marie a Marine Le Pen. La destra nazional-populista in Francia”, uscito il 16 marzo scorso per Rubbettino nella sua seconda edizione.
Il secondo turno delle presidenziali 2017 aprirà prospettive inedite per la Quinta repubblica, in vista delle legislative di giugno in cui si completerà il riallineamento del sistema politico-istituzionale. Nessuno dei due candidati in lizza può infatti contare sul sostegno di un partito radicato capillarmente nel territorio e dotato di una classe dirigente robusta.Il FN di Marine Le Pen, in particolare, sta conoscendo un crescente successo di opinione e il suo elettorato pare sempre più ampio e profondo, dal punto di vista geografico e socio-demografico. Tuttavia continua a non sfondare nelle regioni ovest della Francia e nelle grandi città, ed è tutt’ora carente sul versante organizzativo e del personale politico, tant’è che spesso fatica a correre in tutti i collegi e nell’Assemblea nazionale di oggi è presente con soli due deputati su un totale di 577.
La scommessa del FN è la costruzione di un polo sovranista che riesca a scardinare il blocco storico gollista e a conquistare un numero significativo di seggi nel nuovo parlamento. Ma il sistema elettorale a doppio turno rende più difficile questo compito nel medio periodo. E allora, se anche riuscisse a conquistare l’Eliseo con una vittoria che avrebbe del clamoroso, Marine Le Pen dovrebbe probabilmente confrontarsi con lo scenario della coabitazione e con una possibile crisi di regime. Il libro di Genga cerca di illustrare le ragioni di lungo periodo di questa difficile scalata al potere della Quinta repubblica da parte di un suo storico outsider.Nicola Genga è direttore del CRS-Centro per la Riforma dello Stato e collabora con il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza Università di Roma. Ha svolto attività di ricerca nell’università “Paris-Est Créteil”. Tra le sue pubblicazioni: Le parole dell’Eliseo. I discorsi dei presidenti francesi da Giscard d’Estaing a Sarkozy (Roma, 2012) e (curato con F. Marchianò), Miti e realtà della Seconda Repubblica (foto: fronte nazionale)

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