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Enrico Cisnetto sul dramma che ha colpito Genova

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 agosto 2018

Scrive Enrico Cisnetto su Lettera 43 e che noi riportiamo: Caro direttore, è con le lacrime agli occhi e la rabbia che mi sale dentro che, rispondendo ad una tua cortese sollecitazione, ti scrivo questa personale testimonianza sulla tragedia – che considero assolutamente annunciata – di Genova, la mia città. Sono di Sampierdarena, quel ponte l’ho visto nascere, ci sono passato milioni di volte e sotto ci sono le strade della mia infanzia e gioventù. Via Walter Fillak è dove stava la mia scuola. Ricordo l’orgoglio con cui da ragazzo consideravo – consideravamo tutti – quello che abbiamo sempre chiamato il «ponte di Brooklyn» come uno dei segni più tangibili della conquistata modernità della città e del Paese, percependo quanto fosse grande nel mondo l’ammirazione per quel viadotto in cemento armato così avveniristico. Mi piange il cuore per le vittime e le loro famiglie, ma la tristezza lascia il passo ad una rabbia irrefrenabile per Genova, brutalizzata da uno stupro inaccettabile, e per l’Italia, ancora una volta schiacciata sotto il peso di tragedie drammatiche come questa”. E soggiunge: “Sono convinto che si tratti di una tragedia annunciata. Ma attenzione, non perché abbia elementi specifici su eventuali deficienze nella manutenzione del viadotto. No, ciò che è annunciato, direi urlato da tanto che è evidente, sta nella deresponsabilizzazione diffusa ad ogni livello, nella cultura del non fare, nella ideologia del «no a tutto». Genova tagliata in due da 200 metri di ponte autostradale crollato è la fotografia, che più nitida non si può, dell’Italia che ha perso l’orgoglio di Paese che vuole stare sul confine della modernità, che vuole creare avanguardia e innovazione, e che invece rincula e si rinchiude autarchicamente in se stesso, dedito ora al rancore nichilista ora a leccarsi le ferite, morali e fisiche, della propria condizione vieppiù regressiva. Un Paese che si scandalizza per ciò che accade – dando sempre la colpa a qualcun altro – e che non si accorge, per ignoranza e idiosincrasia al senso di responsabilità, di ciò che sta per accadere.” E conclude amaramente: “Ma lo sai, caro direttore, che sono passati più di nove anni dal terribile sisma dell’aprile 2009 a l’Aquila e che, a proposito di autostrade, in questi 3.400 giorni che sono trascorsi non si è trovato il modo di approvare burocraticamente, nonostante che i finanziamenti ci siano, i progetti per la messa in sicurezza della A24 e A25 – lì i viadotti sono 170 – che pure la Protezione civile ha definito come collegamenti indispensabili per eventuali azioni di soccorso, considerato che da allora si sono succedute circa 50 mila scosse di terremoto all’anno? E non ti sfugga che se ora Genova rimarrà paralizzata per mesi è perché la famosa Gronda non solo non è stata ancora realizzata, ma continua ad essere oggetto di campagne di ripensamento di cui il “partito del No” porta la totale responsabilità.Secondo i dati dell’Ance, ci sono 270 opere pubbliche bloccate, per un valore di 21 miliardi che si aggiungono alle 670 che sono state certificate dal ministero dei Trasporti come definitivamente «incompiute». E come si fa a pensare che siano messe in sicurezza le tante strutture del nostro territorio se per terminare un’opera del valore di 100 milioni ci vogliono in media 15,7 anni? In queste ore esponenti del governo parlano dell’impellente necessità di una mappatura delle opere grandi e piccole e del loro stato di salute, ma in questi primi mesi di tutto si è sentito parlare, dall’emergenza migranti che non c’è (almeno non nei termini di cui si dice) ai vaccini passando per il ritorno della naia, e di altro ci si è occupati, a cominciare dai vertici della Rai, meno che di quello che ora, sull’onda dell’emozione e dell’attenzione mediatica, si definisce come prioritario. Inutile, anzi criminoso, piangere dopo, senza aver fatto nulla prima”. (fonte: Roma InConTra)

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Governo: La politica economica conquista la scena

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 luglio 2018

Finalmente. Sgombrato, o quasi, il campo dai temi civetta, la politica economica conquista la scena. Anche quando si è fatto finta che fosse diversamente, la sorte di tutti i governi è sempre dipesa dalla congiuntura economica e dalle scelte fatte, o non fatte, su quel fronte. Con ben tre giudici severi pronti ad emettere sentenze: i cittadini, l’Europa e i mercati. Berlusconi, pagando il conto in solido per l’intera Seconda Repubblica, nel 2011 fu sanzionato dai mercati attraverso lo spread per non aver saputo affrontare la recessione. Monti, che quei mercati doveva calmare e che verso l’Europa portava un rispetto eccessivamente acquiescente, fu punito dagli italiani per eccesso di rigore, finendo per fare di ogni erba un fascio tra rigore positivo (la legge Fornero) e rigore negativo (le manovre fiscali). Italiani che poi punirono Renzi – verso il quale fu rapido il cambiamento di umore tra il 40% di consensi conquistato alle elezioni europee del 2014 e i tonfi del referendum costituzionale del dicembre 2016, le amministrative di giugno 2017 e le politiche di quest’anno – per aver raccontato un risanamento che non c’è stato e millantato una ripresa che per quel po’ che c’è effettivamente stata, è dipesa da ben altro che dagli aiutini a pioggia tipo “80 euro” e “bonus cultura”.
E l’esecutivo gialloverde del “cambiamento”? Fin qui non si è ancora misurato con il nodo dell’economia. Non lo ha fatto in sede di programma, pardon contratto, di governo, laddove si è limitato a sommare scelte diverse, e tra loro largamente inconciliabili. E tantomeno lo ha fatto nel vivo dell’attività di governo, che non c’è stata, a parte il provvedimento sul lavoro voluto da Di Maio per tamponare l’eccesso di protagonismo di Salvini. Tocca quindi affidarci alle dichiarazioni programmatiche. E qui casca l’asino, perché di governi ce ne sono almeno due, se non molti di più, a seconda del grado di distinzione che si vuole applicare. Infatti, i confini sono mobili e non tracciati, ma volendo si possono distinguere: a) il governo Salvini; b) il governo Giorgetti (può sembrare lo stesso del segretario della Lega, ma non è così perché le differenziazioni, di carattere politico e personale, sono più di quelle che i due vogliano dar da vedere); c) il governo Di Maio, in crescente autonomizzazione da tutti, compreso Casaleggio; d) il governo dei 5stelle non allineati al vicepremier, a loro volta distinguibili in una componente movimentista (Grillo, Di Battista) e in una di sinistra (Fico); e) il governo Conte (il presidente del Consiglio, approfittando dei summit internazionali sta cercando di ritagliarsi quanti più spazi possibile, e mette crescente attenzione alla necessità di costruirsi una squadra tutta sua); f) il governo Tria-Moavero, cioè dei ministri fortemente voluti dal Quirinale e che alla presidenza della Repubblica guardano con sacrale attenzione.
Ma restiamo alla distinzione più evidente, e decisiva ai fini della politica economica: quella tra il ministro dell’Economia e i due leader della maggioranza penta-leghista. Non c’è dubbio che prima con un’intervista di grande respiro al Corriere della Sera, poi con interventi di spessore alle Commissioni Bilancio delle due Camere, il ministro Tria ha delineato una strategia tanto netta quanto, da parte nostra, condivisibile, che non sappiamo, perché nessuno si è espresso in merito, se sia condivisa dal presidente del Consiglio e dai due azionisti del governo. Sta di fatto che non risulta sia mai stata discussa in sede di governo – almeno non pubblicamente – né è stata commentata successivamente. Inoltre, usando il buonsenso, essa appare assai distante, o quantomeno distonica, rispetto alle affermazioni, seppur da campagna elettorale, di Salvini (soprattutto) e Di Maio.Cosa sostiene Tria e perché è interessante la sua linea? Semplice: il ministro dell’Economia non nega, anzi, la necessità del cambiamento rispetto ai fallimenti di chi ha guidato i governi degli anni indietro – e non solo l’ultimo, come abbiamo visto – ma rifiuta l’equazione che la crescita si può fare solo la spesa pubblica, equazione a cui si possono anche sacrificare i legami europei pur di fare deficit spending, e tende a coniugare risanamento finanziario e sviluppo attraverso una dialisi tra spesa corrente improduttiva e investimenti in conto capitale, chiedendo alla Ue flessibilità solo per questi ultimi. Tria lo ha sempre detto da economista e lo ha ribadito ora: bisogna invertire la logica che vuole il perno della politica economica nella domanda, e invece riqualificare l’offerta attraverso un piano di investimenti pubblici, volano e moltiplicatore di quelli privati, e alimentare lo sviluppo infrastrutturale del Paese.Naturalmente, è dal passaggio da una linea di principio al dettaglio delle misure concrete che si capisce la vera qualità di una politica. Ma già è importante che il principio sia giusto. E quello di Tria lo è. In una situazione come l’attuale, confermare la “permanenza dell’Italia nell’euro”, indicare “la riduzione del debito e il contenimento del deficit” come stelle polari, imbrigliare nella “gradualità” la realizzazione del programma, rinviando ad opportune verifiche tutte le misure, che comunque “devono rispettare i vincoli di bilancio” sapendo che “le risorse aggiuntive devono essere trovate entro i limiti della credibilità”, non sono affermazioni da poco. Sono paletti giganteschi, quelli che Tria ha voluto piantare. Certo, la sua consistenza politica è quella di un tecnico, seppur spalleggiato dal Quirinale. Ma ora qualcuno dovrà assumersi l’onere e la responsabilità di smentirlo, se vorrà cambiar strada. Vedremo se la linea Tria, che potremmo definire di “sviluppo & rigore”, terrà, sul fronte interno come in Europa. Certo, sarebbe importante che Ue e Bce facessero sentire la loro voce. E, soprattutto, che le opposizioni – ammesso che siano vive – considerassero “lungimiranti” gli impegni programmatici di Tria, e li sostenessero, facendo cosa utile al paese e a sé stesse. Sicuramente lo hanno fatto i mercati, che considerando quella di Tria una linea Maginot hanno messo in stand by le pressioni sulla Borsa e sullo spread dopo l’iniziale fiammata speculativa. In tutti i casi, sarà la prossima manovra di bilancio il banco di prova definitivo del governo. Ma, vivaddio, almeno abbiamo una certezza: il riformismo è cosa diversa dal populismo e dal sovranismo. Con tutto quel che ne deriva. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Votare per la chiarezza e la trasparenza è ancora possibile?

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 gennaio 2018

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

Enrico Cisnetto

Gira e rigira, si finisce sempre lì. Anche in queste elezioni, come per tutte quelle che si sono succedute dal 1994 in poi, il dilemma riguarda il grado di contrapposizione delle diverse forze in campo. È più opportuno che la lotta politica e il contrasto delle identità sia massimo, esaltato fino allo scontro (per quanto verbale), oppure è preferibile che sia manifesti una certa condivisione d’intenti, che si lasci la porta aperta a possibili collaborazioni, se non addirittura che le si auspichi anche in campagna elettorale? Per rispondere dobbiamo fare un passo indietro.
Per molti anni i cultori del bipolarismo ci hanno ammorbato con l’esaltazione della prima delle due ipotesi, salvo dover poi prendere atto – tardi e non tutti – che la contrapposizione “militare” (aggettivo) che ha caratterizzato la Seconda Repubblica ha prodotto inutili lacerazioni ma soprattutto ha generato alleanze, chiuse nel corpetto stretto dei due poli, del tutto spurie se non innaturali, pensate solo con l’obiettivo di battere l’avversario (in quel caso “nemico”) ma prive di quei denominatori comuni indispensabili per poter poi, una volta vinte le elezioni, governare. Certo, quel sistema ci ha regalato l’ebbrezza dell’alternanza che la Prima Repubblica – peraltro per precise ragioni storiche e geopolitiche – ci aveva negato. Ma, come noi ci siamo sforzati di ripetere senza sosta e, almeno inizialmente, in scarsissima compagnia, oltre ad essere una sensazione drogata, perché quella era un’alternanza “obbligata” – nel senso che centro-destra e centro-sinistra non casualmente hanno sempre perso l’elezione successiva a quella vinta, proprio perché incapaci di governare – si trattava di un regime politico che ha portato il Paese alla crisi più grave della sua storia repubblicana. Fallito quel sistema con l’emergere di una terza forza, i 5stelle, e per di più di “rottura”, e con la caduta traumatica del governo Berlusconi nel 2011, si è andati – purtroppo alla cieca – alla ricerca di un nuovo equilibrio, del tutto impropriamente chiamato Terza Repubblica, ancor più di quanto fosse improprio chiamare Seconda quella nata nel 1994. Il risultato di questa ricerca è stato fin qui improduttivo, per non dire disastroso. Infatti, questa stagione, che noi abbiamo chiamato “Seconda Repubblica bis”, ha generato nei sei anni della sua durata, una sequela di fallimenti o sciagure. Nell’ordine: la nascita e subitanea morte di una forza terza (Scelta Civica di Mario Monti); la rottamazione, causa giusta ma evocata male e praticata peggio; l’incontro tra forze diverse, sciupato dall’opacità del “patto del Nazareno” e dalla sua prematura scomparsa; la riforma costituzionale, altro giusto obiettivo rovinato con un referendum sbagliato nel metodo e nel merito; il suicidio del Pd renziano; la nuova legge elettorale, capace di riuscire nel difficile intento di sommare gli aspetti negativi del sistema proporzionale e di quello maggioritario, cancellando quelli positivi. Traiettoria che si conclude, ora, con un’assurda campagna elettorale che, inevitabilmente, porterà ad una fase di stallo carica di pesanti incognite.Ma proprio perché è diffusa la consapevolezza che il combinato disposto tra il discredito, ulteriormente cresciuto, di cui godono le forze politiche presso i cittadini e le cervellotiche contraddizioni delle norme di voto, non designerà il 5 marzo alcun vincitore, che è tornata prepotentemente sulla scena la domanda da cui siamo partiti: esaltare le differenze o cercare le convergenze? Noi, come si potrà immaginare, siamo per il secondo corno del dilemma – non per vocazione consociativa, anzi, ma per fredda analisi della realtà e delle necessità che da essa si ricavano – ma siamo costretti a constatare che tutti i politici battono la prima strada e che quasi tutti gli osservatori la prediligono. Tutti in nome della sacra avversione all’inciucio. I partiti dicono: ora dobbiamo prendere i voti distinguendoci, guai a evocare strani incroci. Gli analisti, con l’aria di voler fare i puristi, commentano: guai a produrre unioni eterogenee che scoppierebbero subito dopo le elezioni, meglio un maschio confronto-scontro tra diversi. Il risultato è che da un lato le alleanze disparate ci sono ugualmente – il centro-destra mette insieme un Berlusconi neo-merkeliano con i sovranisti anti euro di Salvini e della Meloni, impossibile connubio destinato o svanire il giorno dopo del voto o a costringere una delle due parti a tradire se stessa – e dall’altro, il più probabile esito elettorale, la mancanza di un vincitore e la conseguente paralisi che ne può derivare, resta privo di una qualunque risposta politica. Ma lasciare esclusivamente al dopo voto il compito di affrontare la questione se fare alleanze diverse da quelle elettorali, e quali, oltre ad essere segno di irresponsabilità e motivo di scarsa trasparenza verso gli elettori (proprio quella che si evoca quando si proclamano i no agli inciuci), è anche il miglior modo per renderle improbabili o, ammesso che si facciano, assai fragili.Ha dunque ragione da vendere l’inascoltato Sabino Cassese quando afferma che occorre saper ritrovare – perché la politica italiana possedeva questa qualità ma l’ha smarrita da oltre un quarto di secolo – il “talento per i patti di governo”, senza avere paura della negoziazione e del compromesso, senza cadere nella trappola, concettuale e semantica, della riduzione a inciucio deteriore e sconcio di qualunque forma di accordo. Il prossimo governo sarà, o non sarà, quel che le forze parlamentari elette sapranno costruire, incontrandosi, negoziando e “compromettendosi”. Da ciò ne discende che è stupida, oltre che costituzionalmente scorretta, la pratica dell’indicazione dei cosiddetti candidati premier che tutti fanno o vorrebbero fare (chi non lo indica è perché non ce l’ha). E questo non solo perché la scelta spetta al Presidente della Repubblica ed è scorretto far credere agli elettori che invece tocchi a loro (sono comunque sempre meno quelli che ci cascano, come dimostra l’aumento esponenziale del numero di astenuti consapevoli), ma perché è di ostacolo allo svolgimento positivo del dopo voto.In questi giorni in molti stanno cercando quella che potremmo chiamare la “condizione indispensabile” di voto: concedo il mio consenso solo a quelle forze che si impegnano senza se e senza ma per questa o quella questione. Per esempio, taluni stanno dicendo: votiamo solo chi è a favore dell’Europa. Poi si può discutere quale Europa e con quali mezzi la si raggiunge, ma si deve esprimere senza incertezza alcuna la preferenza all’integrazione continentale. Ecco, a noi viene la voglia dire: diamo il voto solo a chi smette di esaltare il proprio isolamento, di partito o di coalizione che sia, e dice fin d’ora che è disponibile senza riserve a dare un governo al Paese, accettando la filosofia dei “patti” come regola del gioco necessaria, rinunciando esplicitamente a demonizzarla come inciucio, e di conseguenza cercando fin dalla campagna elettorale, pur senza rinunciare a spiegare agli elettori le proprie specificità, i terreni di possibile convergenza e sottolineando le affinità che pure esistono. È una tentazione forte, quella che abbiamo. Sapendo però che rischia di farci scoprire che non c’è nessuno, ma proprio nessuno, che afferri questa bandiera e s’impegni a onorarla. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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La nuova legge elettorale comincia a far danno prima ancora di essere usata

Posted by fidest press agency su domenica, 3 dicembre 2017

ElezioniLogoLa quota maggioritaria, pur pesando solo per un terzo rispetto a quella proporzionale, ha indotto a riesumare le vecchie coalizioni che il combinato disposto del tripolarismo che ha soppiantato il bipolarismo della Seconda Repubblica, del ciclone Renzi che ha rotto la grande rete ulivista a sinistra e del cambio di guardia al vertice della Lega tra Bossi e Salvini che ha scompaginato gli equilibri a destra, aveva spazzato via. Solo che il centro-sinistra sconta rotture insanabili, mentre il centro-destra, pur spaccato, è stato in grado di rappresentare all’esterno una convergenza elettorale almeno apparente. È su questa base, per esempio, che si è costruita la pur fragile vittoria di Musumeci in Sicilia, creando una maggioranza basata sullo scarto di un solo consigliere. Peccato che nel giro di poche settimane quel voto in più si sia già dissolto, perché un consigliere fatto eleggere da Salvini è passato all’opposizione. A dimostrazione che i cartelli elettorali, ammesso e non concesso che si riescano a fare, sono una cosa, e la tenuta – politica e programmatica – delle maggioranze di governo che quei cartelli creano, è un’altra. I cartelli, tanto più se creati facendo finta che le differenze non esistano, non garantiscono nulla (di buono). Sarà per questo che Salvini ha chiesto a Berlusconi di andare da un notaio a sottoscrivere un patto in base al quale Forza Italia si dovrebbe impegnare a non andare mai al governo con il Pd, cosa che la Lega chiama “inciucio”. E sarà per questo che Berlusconi, facendo irritare Salvini, ha buttato lì, ovviamente dalle telecamere di un salotto televisivo, il nome di un generale dei Carabinieri come possibile prossimo presidente del Consiglio, se fosse il centro-destra dopo le elezioni a poter dare le carte. Ora, a parte la cattiva abitudine di definire imbroglio quella che sarebbe una normalissima coalizione di governo, e pure benemerita se dovesse servire a evitare il caos nel caso – molto probabile, peraltro – in cui dalle urne non uscisse alcun vincitore, ma da quando in qua un accordo politico deve diventare un atto notarile? La politica, quella con la P maiuscola, è dialettica – parola che viene dal greco, e significa arte di argomentare – ed è mediazione, nell’accezione aristotelica del trovare nel giusto mezzo la conciliazione di posizioni differenti. Non è trattativa da fare in gran segreto per poi consegnarne l’esito ad un pubblico ufficiale, che la vidima con la ceralacca e la chiude in cassaforte. Ma se fosse, non sarebbe la prima volta. Berlusconi e Bossi a suo tempo andarono da un professionista milanese a regolare i loro rapporti, anche se non lo hanno mai confermato ufficialmente. E quando il Pd romano decise di scaricare Ignazio Marino da sindaco, preferì far andare da un notaio i suoi consiglieri comunali per vincolarli alle dimissioni che portarono alla caduta della giunta capitolina, anziché farli esprimere in Campidoglio. Non solo. Molti partiti hanno, o hanno avuto, proprietà private e simboli depositati da un notaio. Anche i professionisti dell’antipolitica e dell’anticasta sono giuridicamente in mano a Grillo e alla ditta Casaleggio.
È la privatizzazione della cosa più pubblica che ci sia, la politica, inevitabile conseguenza di un’altra malattia, la personalizzazione della politica, che a sua volta ha generato la riduzione della politica alla comunicazione televisiva e la deriva di leaderismi esasperati. Cosa che induce non a formare una classe politica degna di questo nome, ma a mettersi alla ricerca di volti conosciuti e spendibili dentro la cosiddetta società civile. Lo specialista in materia è senza dubbio il Cavaliere, che sforna candidati premier come il Mulino Bianco i biscotti, e che seleziona parlamentari e dirigenti sulla base del curriculum come un qualsiasi capo delle risorse umane di un’azienda. Ma così si ammazza la partecipazione alla vita politica. Perché un cittadino si dovrebbe iscrivere a un partito, fare militanza e sudarsi la gavetta, per poi sentirsi dire che per governare, o anche solo per arrivare a Camera e Senato, ci vuole qualcuno detentore di altri meriti rispetto a quelli politici e che con il partito non ha mai avuto nulla a che fare? Ed ecco spiegato perché i partiti possono essere personali: sono aziende a cui si accede solo per soddisfare esigenze private.Tutto è iniziato con la fine della Prima Repubblica. Che, per carità, aveva tanti difetti, ma non quello di essere popolata di partiti privati regolati da scritture private. Dopo, la legittimazione democratica – sempre più formale e sempre meno sostanziale – si è basata esclusivamente sulla capacità di vendere un prodotto politico (ma sarebbe più giusto dire elettorale) seguendo un solo precetto di marketing: il rifiuto, o ancor meglio la demonizzazione, della politica e dei suoi simboli. Non è forse per avere meno politici tra i piedi che Renzi ha chiesto agli italiani (per fortuna inutilmente) di abolire i senatori? E non è forse bollandoli spregiativamente come “professionisti della politica” che Berlusconi ha battuto i suoi avversari? Ma tanto più i politici si appellano alla fantomatica società civile, tanto più ammettono di appartenere ad una razza “incivile”, perciò indegna di avere a che fare con il governo della cosa pubblica. E la massiccia, patologica astensione dal voto, non può che esserne la drammatica conseguenza. Ci si lamenta e si teme, a ragione, che prevalga il populismo. Ma non è forse di populismo che viviamo dall’ormai lontano 1994? Le parole d’ordine contro la casta, la demonizzazione delle élite equiparate a oscure lobby, la descrizione del politico come di un ladro o, ben che vada, di un inetto, l’annientamento dei corpi intermedi della società in nome del rapporto diretto con il popolo, la descrizione della mediazione parlamentare come cosa inutile che sottrae spazio e potere all’esecutivo, il sondaggio come unica bussola, l’esaltazione del nuovo diventata paranoia nuovista, sono altrettante tossine che sono state inoculate nel corpo (già malato di suo) del Paese.C’è forse da stupirsi, quindi, se il Censis, nella sua nuova radiografia dello stato di salute dell’Italia, ci definisce un popolo di rancorosi, per nulla mossi alla fiducia nonostante il consolidarsi della ripresa economica? Certo che no. Ma ci vorrà pur qualcosa e qualcuno che fermi questo maledetto gatto che si morde la coda.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Il caso Bankitalia

Posted by fidest press agency su sabato, 21 ottobre 2017

Banca d'ItaliaÈ sempre più chiaro che in Europa si va delineando una nuova tipologia di suddivisione politica. Come nel Novecento ci fu quella tra destra e sinistra, così oggi la linea di demarcazione separa il populismo dalla dimensione liberaldemocratica della responsabilità istituzionale. Il primo fronte si manifesta in varie modalità, dal giustizialismo giudiziario al sentimento che coltiva l’odio verso la casta politica (e non solo), dal localismo esasperato al sovranismo nazionalista, dal pauperismo anti-capitalista al peronismo del cattolicesimo che si riconosce culturalmente prima ancora che religiosamente in Papa Francesco. Tanti “ismi” legati da un sottile ma robusto filo rosso che riporta al comune denominatore della vocazione “antagonista” rispetto a quella “di governo”. Il secondo fronte è essenzialmente composto da due anime, quella popolar-conservatrice e quella riformista-progressista, entrambe europeiste (seppure con gradi e modalità molto diverse) e con cultura di governo.In questo quadro, è altrettanto chiaro che la frontiera che maggiormente può determinare la vittoria politica dell’uno o dell’altro fronte è ubicata in Italia. E non solo perché è il paese che, tra problematiche socio-economiche (lunghezza e profondità della recessione, peso del debito pubblico, alta disoccupazione) e sensibilità a temi come l’immigrazione, è più esposto alle fibrillazioni. Se fossero solo queste le origini del populismo, non si spiegherebbero certi fenomeni, seppur fortunatamente minoritari, come quelli emersi nelle ultime elezioni tedesche e austriache. No, l’atipicità italiana è dovuta soprattutto a due fenomeni, l’uno causa e conseguenza dell’altro: la fine dei partiti, o comunque la scomparsa di riferimenti culturali solidi nei caratteri fondativi di ciò che esiste, e l’alto – potremmo aggiungere, insopportabile – grado di contaminazione populista del fronte “di governo”. Cosa che rende molto labile la linea di demarcazione tra l’un campo e l’altro. L’ultimo esempio di questo maledetto contagio è il caso Banca d’Italia, epilogo conseguente della scelta unanime dei partiti, con l’istituzione di una inutile quanto potenzialmente pericolosa (per le distorsioni che può introdurre) commissione d’inchiesta, di volersi rappresentare agli occhi degli italiani in procinto di fare gli elettori (se andranno a votare) come i giustizieri buoni che sanzionano i banchieri cattivi e le autorità di controllo inette. Si può pensare ciò che si vuole della banca centrale e del suo governatore, così come delle vicende che negli ultimi anni hanno riguardato il nostro sistema bancario, ma da una cosa non si può prescindere: non è tollerabile, salvo non voler consegnare il paese nelle mani del populismo più becero, che temi complessi e delicati come questi vengano gestiti in una logica da “processo di piazza”. Mentre, invece, la ormai famosa (o famigerata) mozione parlamentare del Pd va esattamente nella direzione sbagliata. Sia chiaro, qui non si parla del merito di ciò che essa conteneva (prima e dopo le espunzioni realizzate in extremis dal Governo) e del suo evidente (e malcelato) intento di sgambettare la riconferma di Ignazio Visco, ma del metodo e del significato politico del suo uso, che l’amico Giacalone ha giustamente definito “uno sproposito istituzionale”. Che è tale non solo perché per norma e prassi la scelta del governatore della Banca d’Italia appartiene al capo dello Stato, previa proposta del Governo, dopo aver sentito il parere del Consiglio superiore della stessa banca centrale, cioè con una modalità in cui il Parlamento non recita alcun ruolo, ma anche e soprattutto perché essa produce un doppio strappo di cui rischiamo presto si vedere le non proprio positive conseguenze. Il primo riguarda chi, Visco o un altro la cosa non cambia, sarà chiamato a ricoprire il delicatissimo incarico di governatore. Il secondo strappo è di natura politica, e attiene sia all’attuale esecutivo sia alla possibilità che ne possa nascere uno (e nel caso, magari non di marca populista) dopo il voto della prossima primavera. Vediamole entrambe, queste lacerazioni.La Banca d’Italia è sempre stata posta al riparo dalle inframmettenze della politica per preservarne l’indipedenza, che non è un feticcio ma una garanzia che i delicati compiti che ha sempre avuto potessero essere svolti senza che gli appetiti dei partiti – ricordate tutto il tema della partitocrazia? – potessero varcare la soglia di palazzo Koch. Negli ultimi anni tali compiti sono diminuiti, ma se ne è aggiunto uno fondamentale: è l’anello di congiunzione con la Bce, che a sua volta è non solo l’architrave fondamentale su cui poggia l’euro (e quindi i nostri redditi e patrimoni) e il collante che ha tenuto unita l’Europa comunitaria, ma anche il detentore delle chiavi della politica monetaria, che è quella che ci ha consentito di sopravvivere alla crisi del 2011 e ultimamente di acchiappare la ripresa. Non solo. Alla Bce fa ormai capo la gran parte della vigilanza sulle banche, ed è stato evidente in questi ultimi tempi come quella funzione sia stata esercitata con modalità diverse a seconda della nazionalità degli istituti di credito che erano sotto banca centrale europeaosservazione. Ebbene, ora alla guida della Bce c’è un italiano, il cui mandato scadrà però tra due anni, ed è probabile che al suo posto vada un tedesco o un banchiere centrale filo-tedesco. Il governatore che sarà nominato sarà dunque colui che – per chi è e per il contesto in cui avverrà la sua nomina – potrà o meno difendere gli interessi italiani nella sede che più conta. Non entriamo qui nel merito delle previsioni e delle preferenze sul nome. Fa premio su tutto osservare che ora, dopo il deflagrare della polemica, chiunque venga nominato rischia di essere, o quantomeno di apparire agli occhi degli interlocutori europei, azzoppato. E osservare che più passano le ore rispetto ad una decisione che andava presa tempo fa e che va comunque presa entro la mezzanotte del 31 ottobre – ma nel frattempo il 26 ottobre ci sarà un importante consiglio direttivo della Bce (chi ci va?) e il 31 stesso si celebra la giornata mondiale del risparmio con un evento dell’Acri che si ripete ogni anno in cui da sempre parlano il ministro del Tesoro e il governatore di Bankitalia – e più il nominato si indebolisce. A tutto danno di quell’interesse dell’Italia in nome del quale tutti gli attori di questa sconsiderata partita dicono di muoversi. Italia a cui l’Europa è decisa – e come darle torto – a chiedere (imporre?) l’intervento che fin qui non c’è stato sull’enorme massa del suo debito pubblico. E quel debito è poggiato in modo decisivo sul nostro sistema bancario (è stato questo fatto una concausa della fragilità delle banche italiane).Non vi sfuggirà dunque, cari lettori, come si tratti di questioni delicatissime, e che farne oggetto del gioco al massacro della campagna elettorale sia un comportamento non solo nient’affatto meritorio, ma anche autolesionistico, perché gli italiani finiranno per punirlo nelle urne, facendo sì che si ritorca come un boomerang verso chi ha fatto l’incendiario. E qui veniamo alle considerazioni di natura più politica. Ci pare evidente che la mossa del Pd e le non meno improvvide dichiarazioni successive di Renzi (inevitabili viste le premesse) e di Berlusconi (demenziali e masochiste), combinate alle lentezze e incertezze mostrate dal Governo nonostante la fermezza del presidente della Repubblica – l’unico che esce a testa alta da questa da questa bruttissima pagina di storia repubblicana – pongano un problema politico difficilmente aggirabile. Perché delle due l’una: o prevale il veto politico del segretario del Pd, ma così si cancella la residua indipendenza di Bankitalia (e bene o male che sia stata fin qui esercitata, è cosa mortale come abbiamo visto), si mortifica Mattarella e l’istituzione che rappresenta e si certifica che Gentiloni non ha la statura del premier (bruciandolo anche per il futuro, cosa che probabilmente era negli intenti di Renzi, più che mai intenzionato a tornare a palazzo Chigi); oppure viene nominato Visco, e in questo caso il Pd dovrà prendere atto della inutilità del suo di partito di maggioranza relativa su cui questo Governo e a cui è attaccato il residuo tempo che rimane a questa legislatura, importante non fosse altro perché deve a breve licenziare la legge di Bilancio. Se fossimo nella Prima Repubblica ci sarebbero tutti gli elementi per una crisi di governo. Qui ci si accontenterà dello sputtanamento collettivo. Che avrà come conseguenza l’ulteriore avanzamento della linea populista. Cose che succedono quando i presunti anti-populisti usano le stesse armi degli avversari. Senza neppure capire che scrollato l’albero, i frutti (elettorali) finiranno nel campo del vicino. Perché se l’alternativa è tra l’originale e la copia, si sceglie sempre il primo.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Gli italiani ala guida del governo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 settembre 2017

Palazzo chigi1Tra i tanti sondaggi inutili che quotidianamente ci inondano, ce n’è uno, realizzato dalla Ipsos, sui risultati del quale è invece opportuno soffermarsi. La domanda più interessante riguarda il tipo di leader che servirebbe in questo momento. La risposta divide a metà il campione interpellato: il 51% dice soprattutto “moderato”, il 46% “dirompente”. Vince dunque il desiderio di una guida del Paese che sia inclusiva, felpata, capace di mediare, che pratichi l’understatement tanto sulla scena politica come nella vita privata. Nello stesso tempo, però, è molto alta la richiesta di qualcuno che sia innovativo, portatore di nuove idee, capace di rompere vecchie incrostazioni e fare scelte controcorrente. Un profilo, quest’ultimo, che fa scopa con i risultati di un’altra domanda sempre del sondaggio di Nando Pagnoncelli – “dopo le elezioni chi vorresti come presidente del Consiglio?” – alla quale ben il 63% degli interpellati ha risposto “una figura nuova”, cui si somma il 39% che vorrebbe anche un partito del tutto nuovo (solo il 40% voterebbe le forze politiche già esistenti).Non vi sfuggirà che al primo profilo di leadership sia facilmente sovrapponibile la figura di Paolo Gentiloni, le cui caratteristiche anche genetiche “opposte” a quelle di Matteo Renzi sono da qualche tempo oggetto di una strana esaltazione mediatica. Nello stesso tempo occorre evitare di cadere nell’errore di considerare Renzi corrispondente al secondo profilo. O meglio, se si scrive “leader dirompente” ma si legge “leader dividente”, allora sì, Renzi è uno spaccatutto. Ma se invece s’intende un uomo capace di un riformismo impetuoso e trascinante, quasi rivoluzionario sul piano programmatico per la capacità di andare in profondità, allora non solo non stiamo parlando di Renzi ma – ahinoi – di nessun uomo politico oggi sulla scena.Tuttavia, la riflessione più importante da fare è un’altra. A nostro avviso nella testa della stragrande maggioranza degli italiani, a cominciare dalla nostra, non c’è alcuna contrapposizione tra i due profili, nel senso che oggi all’Italia serve un “moderato dirompente” o un “dirompente moderato” – dipende se si preferisce l’un titolo come sostantivo e l’altro come aggettivo, o viceversa – che finiscono per essere grosso modo la stessa cosa. Sempre di decisionismo temperato parliamo. Ora, calando questo discorso teorico nella realtà, e andando pragmaticamente per approssimazioni, se ne ricava che degli attuali protagonisti della vita politica chi più si avvicina a questo identikit, o se si vuole ne è meno lontano, è proprio Gentiloni. Anche considerando che – come andiamo ripetendo da tempo – l’unico sbocco accettabile al prevedibile (a oggi) esito del voto non potrà che essere un’alleanza tra moderati del centro-destra e riformisti del centro-sinistra. E per un’operazione di quel tipo non è certo pensabile che possa andar bene un uomo dividente. D’altra parte, non diciamo niente di nuovo: sono settimane, ormai, che viene indicato l’attuale presidente del Consiglio (ecco, per esempio, lui non si definisce né ama essere chiamato premier, al contrario del suo predecessore) come la figura ideale per cucire quella difficile alleanza di governo. Da questo punto di vista, ci uniamo al (crescente) coro. Ciò che però si omette di dire, e su cui noi invece vorremmo insistere, è che Gentiloni così come lo conosciamo non basta. Certo soddisfa quella metà abbondante di italiani che chiede “dateci un moderato”, ma non quell’altra quasi metà che invoca il “dirompente”. E siccome abbiamo detto che quelle due parti del Paese in realtà sono una sola, divisa solo per le diverse aggettivazioni, ecco che il moderato Gentiloni se vuole farcela e se intende rendere un servizio vero al Paese, deve diventare anche dirompente. Non è tanto sul lato temperamentale – Paolo il freddo che deve diventare più caldo – quanto sul terreno delle scelte politiche e programmatiche. Vediamo come.Sul piano politico sono due le scelte che Gentiloni dovrebbe fare: accentuare la sua autonomia da Renzi e predisporre le condizioni, a cominciare dalla legge elettorale, per l’incontro post elettorale con Silvio Berlusconi. Sappiamo che ha fatto e sta facendo passi significativi in entrambe le direzioni. E non ci sfugge che il suo primo pensiero debba essere rivolto al mantenimento in vita di questo governo – fragile sotto il profilo dei numeri parlamentari – la cui continuità è la più importante risposta alle pretese (mai sopite) di Renzi di andare al voto anticipato. Tuttavia, occorre che queste posizioni, fin qui tenute solo nelle segrete stanze, trovino un minimo di eco nel Paese. In particolare, occorre che Gentiloni lavori a creare le condizioni perché il Pd si predisponga al dialogo con il centro-destra moderato. Il rischio, infatti, è che tanto i nemici giurati di Renzi quanto i suoi oppositori poco o per niente dichiarati commettano l’errore di mettere sotto accusa il segretario – ci aspettiamo che la cosa accada dopo le elezioni siciliane del prossimo 5 novembre – anche e soprattutto perché notoriamente ben disposto verso Berlusconi e Forza Italia. Con ciò costringendo il Cavaliere, che pure ha spento l’iniziale ardore verso il segretario del Pd, a trovare solo in Renzi un interlocutore possibile. Sappiamo che Gentiloni, auspice Mattarella, il filo del dialogo lo sta tessendo, ma occorre che tutto questo si trasformi in una linea politica dentro i Democratici. Agli italiani va detto con trasparenza e coraggio che chi definisce un inciucio quella che invece sarebbe l’unica soluzione capace di tenere il populismo di Grillo e Salvini lontano da palazzo Chigi, finisce per assumersi responsabilità gravi.Quanto alla dimensione programmatica, ci sono due passaggi a breve in cui il moderato Gentiloni dovrebbe diventare un pochino dirompente. Il primo è quello della prossima manovra di bilancio. Se sarà di tipo redistributivo – e magari anche di stampo elettoralistico – come lo sono state quelle dei bonus degli ultimi anni, più che moderato il presidente del Consiglio apparirà conservatore, e per di più di cattive abitudini. Se, al contrario, la manovra sarà di sviluppo, e quindi incentrata sugli investimenti, ricavati da un intervento “dirompente” sulla spesa pubblica corrente e da una prima iniziativa ad hoc sul debito, allora Gentiloni apparirà davvero come l’uomo che ci vuole, nuovo anche se non lo è per storia. Se poi farà una seconda mossa, e cioè stroncare tutti i movimenti subacquei intorno alla Banca d’Italia, nominando subito, senza aspettare la scadenza di fine ottobre, il Governatore, allora avrà fatto centro pieno. Renzi ha aperto il fuoco, dichiarando che l’unico errore che ha commesso sulle banche è stato di non prendere a schiaffi Bankitalia e facendo dire dai suoi che il primo che dovrà essere ascoltato dalla neo commissione d’inchiesta (sic) sul sistema bancario dovrà essere Ignazio Visco. Inoltre è noto che stia facendo il “cacciatore di teste”, selezionando numerosi possibili (ai suoi occhi) candidati. Nel passato abbiamo già visto dove portano queste incursioni della politica sulla banca centrale. Non sta a noi dire se vada confermato Visco o individuato un altro nome, interno o esterno a via Nazionale. Ma quel che è certo è che la legge e la prassi sono chiare: spetta al governo di concerto con il Capo dello Stato, e sondando il Consiglio Superiore di Bankitalia, individuare il nome giusto. Insomma, questa è materia che spetta a Gentiloni e Mattarella trattare. Lo facciano senza indugio e non guardando in faccia nessuno.Chiediamo troppo ad un uomo che volgarmente viene chiamato “er moviola” per accusarlo di muoversi al rallentatore? Speriamo di no. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Voto anticipato e possibili disastrose conseguenze

Posted by fidest press agency su martedì, 6 giugno 2017

quirinaleAmmesso, e non ancora concesso, che Renzi, Berlusconi e perfino Grillo (ci sarebbe da ridere se non fosse che c’è molto da piangere) siano davvero d’accordo, sulla legge elettorale “finto tedesca”, ma soprattutto su l’anticipo delle elezioni, qui comunque si stanno facendo i conti senza l’oste. Che nello specifico porta il nome di Sergio Mattarella. Il quale, pur non avendo affatto il profilo del predecessore, e sentendosi autenticamente una “autorità disarmata”, anzi proprio per questo, non intende per nulla al mondo cedere un centimetro delle sue prerogative costituzionali, a partire da quella che lo vede decisore assoluto e solitario dello scioglimento delle Camere. E chi pensasse diversamente, commetterebbe un errore di valutazione politica tanto marchiano quanto fuorviante.Ergo, non è affatto detto che se anche le nuove regole elettorali fossero approvate in tempo utile (tra fine giugno e luglio) per andare alle urne in autunno, il presidente della Repubblica proceda a chiudere la legislatura senza colpo ferire. Anzi, per dirla meglio, è assai probabile che giocherà ogni carta possibile per evitare quello che tutti o quasi pensano sia un passo avventato e per di più privo di ogni utilità (anche e forse soprattutto per chi lo sollecita) e logica politica. Perché finora, al di là della voglia di rivincita di chi ha perso il referendum dopo esserselo interamente intestato – questione che ha a che fare più con la psicanalisi che con la politica – nessuno ha mai spiegato perché dovremmo anticipare di 4-5 mesi la naturale scadenza della legislatura. Forse anche perché nessuno dell’attuale maggioranza ha mai esplicitamente rivendicato fino in fondo il presunto diritto.Ma quali carte ha in mano il capo dello Stato, oltre la (non trascurabile) moral suasion? Diverse. Intanto avrà buon gioco a respingere al mittente la valutazione secondo la quale una nuova legge elettorale deve necessariamente comportare l’immediato scioglimento delle Camere. Prima di tutto perché una manciata di mesi non sono un tempo indefinito, ma ragionevole, se con essi si completa la legislatura e si compie in modo regolare la sessione di bilancio autunnale (non è casuale che si voti sempre in primavera). E poi perché il sistema di conteggio dei voti di cui si parla è con tutta evidenza un rabberciamento dei due mozziconi di legge rivenienti dalle sentenze della Corte Costituzionale, non una nuova legge elettorale che segna una netta discontinuità nel sistema politico, come fu nel 1994 quando Scalfaro mandò a casa il governo Ciampi.
Al di là di questo, e di altro, la vera questione su cui Mattarella può far leva per frenare i pruriti del voto anticipato è quella della manovra economica. Mentre si consolidano i timidi segnali di ripresa – sia i segnali sia la loro timidezza – scompaginare la sessione di bilancio che prevede di essere presentata entro il 15 ottobre per poi essere ratificata entro la fine dell’anno, sarebbe puro avventurismo. Tanto più che stavolta, anche al netto di ulteriori dosi di flessibilità che l’Europa dovesse concederci, la manovra non potrà che essere molto impegnativa. Insomma, di quelle che nessun politicante ha voglia di intestarsi, abituati come si è a considerare le cose serie elettoralmente improduttive, se non dannose. Sbagliando, perché in realtà Monti aveva grande consenso quando all’inizio del suo governo aveva messo le mani sul sistema pensionistico, mentre lo ha perso in seguito quando non ha continuato e soprattutto non ha saputo dare una prospettiva politica alla sua azione; viceversa Renzi il 40% alle europee non lo prese per gli 80 euro, che non hanno cambiato la vita a nessuno, ma per aver saputo offrire una speranza di cambiamento, che poi, una volta delusa, ha determinato la sua sconfitta nonostante le varie elargizioni.In ogni caso, ora i nodi della finanza pubblica sono venuti al pettine, ed è nella prossima manovra finanziaria che andranno sciolti. Di qui l’idea di chi si sente già di ritorno a palazzo Chigi di procrastinare a dopo il voto il letale appuntamento con la verità. Peccato che questo sia pericoloso, e non tanto per l’Europa – il rapporto con la quale andrà una buona volta regolato diversamente da quello che ci vede alternativamente (quando non contemporaneamente) genuflessi o (e) strafottenti – quanto per i mercati, che non vedono l’ora di poter tornare a menare le mani come nel 2011. Anche perché, non è affatto detto che l’esito del voto garantisca una qualche governabilità. E se dovesse scattare l’esercizio provvisorio di bilancio, è evidente che saremmo messi nudi al cospetto della speculazione finanziaria, con tutto quello che può significare per la nostra già gracile ripresa economica.Per questo, ci permettiamo di indicare al presidente Mattarella una strada che può o evitare le elezioni anticipate perché spaventa chi le vuole, o rivelarsi una forma di tutela nel caso malaugurato che alla fine si sia costretti ad andare alle urne in autunno: far decidere l’aumento dell’Iva dal governo Gentiloni, subito. Detta così può suonare male, ma la proposta ha una sua logica. Come sapete, l’Italia ha accettato clausole di salvaguardia in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi di risanamento dei conti pubblici, tra cui un aumento dell’Iva pari a 19 miliardi per il 2018 e 23 per il 2019. A nostro avviso, piuttosto che cercare scappatoie o rabberciare manovrette, tanto vale riorganizzare le aliquote Iva, come peraltro hanno già fatto molti altri paesi, Germania in testa. Anche perché a Bruxelles indorare la pillola con la “narrazione”, stile #italiariparte, stavolta non ce lo fanno fare. E se proprio si deve rompere con l’Europa, tanto vale farlo sulle banche per sconfiggere il “partito del bail-in” che si annida tra Bruxelles, Francoforte e Berlino, ed evitare la catastrofe – non solo economica, ma anche politica – di dover mettere in risoluzione le due banche del Nordest o, peggio, il Montepaschi. Inoltre, qualcuno nel governo (i ministri Padoan e Calenda), Bankitalia e Confindustria avevano già rilanciato la proposta dell’Ocse di un innalzamento delle aliquote Iva anche ai fini di uno taglio del cuneo fiscale, anche se poi le barricate erette un po’ da tutti, Pd renziano in testa, hanno fatto accantonare l’idea.Eppure, l’aumento dell’Iva avrebbe il pregio di far lievitare un poco l’inflazione – ne abbiamo bisogno, dopo la ventata deflazionistica dei mesi scorsi – aiuterebbe a svalutare un pochino un debito pubblico che continua a crescere (nel 2017, secondo la Commissione Ue, ciò avverrà solo in Italia), rendendo meno onerosi gli interessi proprio ora che lo spread è tornato a 200 punti e che si intravede la fine della politica monetaria espansiva della Bce. Inoltre, graverebbe meno sui costi di produzione e dunque sull’export, unico vero traino della nostra economia. Certo, ritoccare le aliquote Iva non fa bene ai consumi. Su questo la Confcommercio ha ragione. Ma qui si tratta di valutare quale sia il male minore. Le simulazioni di Confindustria ci dicono che i danni maggiori derivano dal cuneo fiscale, non dall’Iva. E non dobbiamo nemmeno dimenticare che in Italia abbiamo quattro aliquote (al 4%, al 5%, al 10% e al 22%), mentre, per esempio, in Germania solo due (al 7% e al 19%) e che, quindi, una riorganizzazione è opportuna. E questa può essere l’occasione buona. Anche perché la differenza tra gettito Iva potenziale e reale è intorno ai 40 miliardi, e questa “tassa occulta” va in qualche modo colpita. Insomma, se per evitare il rincaro dell’Iva si tagliano gli investimenti pubblici, aumentano le tasse sul lavoro e sugli immobili, si (s)vendono i gioielli di Stato, per poi distribuire i soldi a pioggia per comprare consenso, ben venga l’Iva. E ben venga come argine alle follie di una politica che non ha ancora capito che prezzo gli italiani intendano farle pagare alle prossime elezioni. Tanto più se anticipate.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Elezioni: “La grande coalizione e il compromesso storico”

Posted by fidest press agency su domenica, 23 aprile 2017

Berlinguer EnricoVi ricordate il “compromesso storico”? Era fine febbraio del 1975, tre mesi dopo che nel dicembre ’74 ebbe vita il quarto governo Moro (bicolore Dc-Pri), quando Ugo La Malfa al 32mo congresso del suo partito (allora i congressi si facevano con regolarità) pronunciò il famoso giudizio sulla “ineluttabilità” di un patto con i comunisti, imperniato sul rapporto tra Moro e Berlinguer intermediato dallo stesso leader repubblicano. L’idea, che creò inquietudine anche all’interno dello stesso Pri e valse a La Malfa l’accusa di resa al “nemico”, ebbe un percorso breve, non fosse altro per l’epilogo cruento della vita dello statista democristiano, e il conseguente irrigidimento del Pci, simboleggiato dal Berlinguer che nel settembre 1980 ai cancelli della Fiat arringava gli operai incitandoli alla serrata. Ma anche e soprattutto per l’ostinato rifiuto di Craxi a rendere partecipe il Psi di quella partita. Avesse ragione o torto, La Malfa fu incontestabilmente molto coraggioso a farsi carico di quel gesto politico.Ci è venuta alla mente quella stagione tormentata osservando l’oggi, e in particolare gli strali di cui sono oggetto tutti coloro che hanno “osato” dire che non solo non menerebbe scandalo un’eventuale intesa tra Pd e Forza Italia allargata a tutti coloro che si sentono alternativi al fronte populista-sovranista, ma anche che questa “grande coalizione”, in quanto necessaria ad evitare che la prossima legislatura finisca per essere un disastro – o per l’impossibilità che si formi una maggioranza o, peggio, che la costituiscano i 5stelle – sarebbe utile cominciare a costruirla fin da subito. Così si sono espressi prima il vicepresidente dei senatori Pd, Alessandro Maran, con una sorta di “meno male che Silvio c’è”, e poi il presidente dei medesimi, Luigi Zanda, secondo il quale i “partiti democratici che credono nella democrazia parlamentare rappresentativa” devono unitariamente contrapporsi a chi blatera di una non ben definita, e comunque malamente praticata, “democrazia diretta”. Non meno espliciti sulla necessità di un’alleanza anti-sovranista sono stati Pietro Ichino, uomo abituato ad andare controcorrente rispetto ai riflessi condizionati della sinistra, e il ministro Carlo Calenda, più che mai vittima degli acidi urici renziani. Anch’essi, come i primi due, meritoriamente fatti venire allo scoperto dal Foglio, giornale che sembra aver finalmente perso l’attitudine a tifare per i dividenti (intelligentemente con Giuliano Ferrara, sguaiatamente con il successore), a favore di posizioni politiche più sofisticate e costruttive. Cari amici del Foglio, benvenuti tra noi: meglio tardi che mai.Peccato che dal centro-destra, a parte Paolo Romani (“Ecco il manifesto di Fi per dialogare con il Pd”), siano arrivati o il silenzio dei più, o i bei di Renato Brunetta. Quest’ultimo, però, ha il merito di aver reso esplicito un ragionamento che, sottobanco, tendono a fare in molti, sia da una parte che dall’altra. Ci riferiamo al fatto che annunciare l’intenzione di formare una “grosse koalition” prima delle elezioni, e peggio ancora lavorarci fin d’ora subito per realizzarla, sarebbero altrettanti “assist fenomenali ai 5 Stelle” che, dice Brunetta, avrebbero buon gioco a bollarla come “grosse inciucien”, facendo peraltro intendere che anche lui non avrebbe migliore definizione da affibbiare a cotanta aberrazione.Ma anche tra gli osservatori più attenti e intelligenti questo ragionamento del “parliamone eventualmente dopo” va per la maggiore. L’altra sera, per esempio, lo abbiamo sentito fare in uno dei tanti talk da un uomo navigato come Paolo Mieli: “chi predica questa eventualità perde le elezioni”, ha detto con malcelato cinismo. Può darsi che sia vero – a suo tempo la “ineluttabilità del compromesso storico” non portò elettoralmente bene al Pri di La Malfa – ma in questa posizione c’è un’evidente contraddizione. Perché si può discutere se la prospettiva della “grande coalizione” sia opportuna o meno, sia utile al Paese o meno, ma una cosa è certa: dire per tempo che se sarà necessario che forze diverse ma accomunate dall’adesione ad alcuni principi cardine della democrazia rappresentativa e da alcune scelte di fondo, come la partecipazione dell’Italia all’Europa, non avranno remore a condividere un patto di governo, è un fattore di chiarezza e un’assunzione di responsabilità che può essere definito in tutti i modi meno che “inciucio”. Insomma, prima si dice che le forze politiche tradizionali perdono consenso perché si attardano a logorarsi, tra loro e al loro stesso interno, invece di governare e risolvere i problemi, e poi se qualcuno osa dire che il tempo di unire le forze, lo si tratta da inciucista o, volendogli fare lo sconto, da cretino che non capisce che così si fa il gioco dei grillini. Qui tocca dirci d’accordo – succede raramente, ma ciò aumenta il valore quando accade – con Gustavo Zagrebelsky, che in un’intervista al Fatto Quotidiano (e dove, sennò?) incita i pentastellati a fare subito alleanze per sconfiggere chi vuole farle contro di loro. Giusto professore: se con Grillo sono disposti ad intendersi una fetta della sinistra (Bersani lo ha detto apertis verbis) e la destra sovranista (che tace ma non smentisce), è bene che agli italiani si dica preventivamente se e con chi i 5 Stelle sono disposti ad allearsi.Dunque, le forze riformiste e moderate non si facciano né intimorire né irretire nel subdolo gioco del “marciamo separati perché così conviene, che poi l’accordo lo troviamo”. Al contrario, abbiano il coraggio sia di rimarcare con nettezza le differenze che le separano da quelle populiste-sovraniste-protezioniste, sia di prendere atto che, quale sia la legge elettorale (ma forse è il caso di usare il plurale) con cui si andrà a votare, oggi non è più in campo il vecchio bipolarismo e che ciò che rimane del vecchio centro-sinistra e del non meno vecchio centro-destra non hanno in entrambi i casi alcuna possibilità concreta di uscire dalle urne avendo conquistato autonomamente la maggioranza dei seggi parlamentari. Chi oggi racconta che il Pd può guardare al 40% dei voti e prendersi così il premio di maggioranza – che non a caso testardamente Renzi vuole mantenere a favore della lista anziché della coalizione – e chi continua parlare di centro-destra come se le posizioni assunte dal duo Salvini-Meloni fossero compatibili con chi sta nei Popolari europei e sogna la “remuntada” berlusconiana, è non solo matto, ma pericoloso. Giustamente Claudio Martelli evoca Sigmund Freud e la definizione, “coazione a ripetere”, che egli ebbe a dare a quella nevrosi che induce gli individui a perseverare nell’errore anziché ricordare e riconoscere il trauma subito per superarlo. L’ex leader socialista si riferisce a Renzi il superbo, al trauma del referendum e al suo pervicace rifiuto di imparare la lezione, per cui coltiva rancore e voglia di vendetta anziché tessere la tela delle alleanze. Ma lo stesso discorso vale i tanti centrodestrorsi che, come quei giapponesi che non si accorsero della fine della guerra, credono ancora che “appena Berlusconi torna in campo, glielo facciamo vedere noi…”. Noi, invece, crediamo nella “ineluttabilità della grande coalizione” fin da quando erano chiari i disastri che avrebbe provocato il bipolarismo all’italiana della Seconda Repubblica, e non abbiamo remora alcuna a ripeterlo. Nel frattempo facciamo un voto perché in Francia vinca il riformista moderato Macron, primo passo indispensabile per salvare la Francia stessa, l’Europa e in buona misura anche la nostra povera Italia.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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La politica del non fare favorisce i populismi

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 aprile 2017

Palazzo chigi1Qui è tutto maledettamente fermo. Bloccato il Governo, che fatica ad andare oltre la piacevole sensazione di compostezza, riservatezza e anti presenzialismo che genera il presidente del Consiglio. Addormentato il Parlamento, che neppure prova, a quattro mesi di distanza dalla disfatta dell’Italicum, a costruire uno straccio di legge elettorale. Paralizzata la politica, che attende di sapere se il Pd sarà ancora nelle mani di Renzi, e da questo sembra far discendere qualunque cosa. Stagnante l’economia, che si gioca con quella greca l’ultima posizione, la ventisettesima, nella classifica europea. Siamo solo alla fine del primo trimestre, ma già si capisce che il 2017 rischia di essere nello stesso tempo l’anno migliore e peggiore del decennio.Partiamo dall’economia, che alla fine è la cosa che più conta. L’Italia è imballata e non riesce a superare la crisi: dopo la crescita del pil, nel 2016, sotto l’1% (+0,9% per l’esattezza), quest’anno dovremmo superarlo (+1,1%), ma sarà comunque il punto più alto della curva, perché già nel 2018 rallenteremo. Confcommercio, per esempio, stima per l’anno prossimo lo 0,8% (contro una precedente ipotesi dell’1,2%) perché vede i consumi, che già ristagnano (+0,8% quest’anno), tornare a contrarsi (+0,7% nel 2018). Ma se a Confindustria chiedete la proiezione degli investimenti, troverete le stesse indicazioni sconfortanti. In sostanza, un po’ di effetto trascinamento dall’anno scorso mantiene la nostra economia intorno al punto percentuale di crescita, ma senza interventi radicali e in previsione di cambiamenti internazionali – la politica neo-protezionistica di Trump e, soprattutto, la fine della stagione della politica monetaria espansiva da parte della Bce – che certo non saranno dei tonici per noi, non è difficile immaginare che si torni allo “zero virgola”, con tutto quel che significa, sia in termini di vincoli più stringenti nelle politiche di bilancio che di ulteriore calo della fiducia da parte di imprese e famiglie. È, tutto questo, l’inevitabile conseguenza di una politica economica poco pensata, arrangiata, priva di un respiro strategico. Un surf, anche un po’ dilettantesco, sulla congiuntura, che te la fa subire proprio mentre ci vorrebbe la capacità di aggredirla e governarla.In questo quadro, occorrerebbe da parte del Governo e in generale della politica ben altro approccio dell’attuale “wait and see”. Parliamo dell’attendismo che lascia le banche italiane – e non solo il Montepaschi e le due venete – in un limbo che potrebbe rivelarsi l’anticamera di un inferno sistemico se non si dovessero battere le resistenze europee che rischiano di impedirci, per mancanza di attributi da parte nostra, di spendere i 20 miliardi che seppur tardivamente sono stati stanziati. Parliamo dell’attendismo che lascia marcire i problemi deflagranti – dall’Alitalia all’Ilva – e nasconde quelli latenti. Per non parlare delle decisioni drammaticamente sbagliate, come quella (che abbiamo già commentato) sui voucher. Insomma, ci riferiamo a tutto ciò che impedisce all’esecutivo di darsi un profilo che sia qualcosa di più del minor tasso di ansia collettiva che Gentiloni promana rispetto a Renzi. E non è sufficiente nemmeno la stabilità fine a se stessa, che se da un lato ha impedito di commettere il pur grave errore di correre alle urne per risarcire il danno subito dal Pd e dal suo leader in occasione del referendum, dall’altro finisce per far perdere tempo prezioso dopo che già tutto il 2016 se n’è andato dietro alle manie di grandezza (riforma costituzionale e legge elettorale) renziste.Guardate che diciamo queste cose a malincuore, visto che fin dall’inizio siamo stati molto favorevoli al governo Gentiloni. Tuttavia, di fronte all’empasse, non possiamo tacere. Se questo esecutivo è nato per evitare che il Paese rimanesse vittima del risultato del referendum e della sconsiderata voglia di rivincita di chi l’aveva perso, ora non può attardarsi ad aspettare i risultati delle primarie e del congresso del Pd, né tantomeno finire impantanato nelle guerre che tra scissione, scontro tra candidati alla segreteria e pratiche barocche per la ridefinizione della geografia interna, stanno trasformando quel partito in un caso di harakiri collettivo. Né può farsi inghiottire in queste sabbie mobili il Parlamento, cui spettava (spetta) come compito fondamentale quello di dare subito al Paese una normativa decente, e coerente, tra Camera e Senato, per poter votare. Domanda polemicamente il nostro amico Gianfranco Pasquino: il Pd alla Camera ha la maggioranza assoluta dei seggi, perché non avanza la proposta del Mattarellum? Noi non siamo convinti che sia quella la legge migliore, continuando a preferire, specie in questo bipolarismo bastardo che divide i populisti-sovranisti da coloro che, almeno sulla carta, non lo sono, uno schema alla tedesca. Ma capiamo, e approviamo, la provocazione di Pasquino: il Pd si assuma la responsabilità di prendere l’iniziativa. Si dirà: ma finché non si saprà in che mani finisce il Pd, come si fa a prendere un’iniziativa così importante? Per carità, è vero, ma non meno vero è che quella decisione spetta al Parlamento e che i parlamentari Democrat possono e devono avere una loro autonomia rispetto al partito. Tanto più su un tema così basilare per il buon funzionamento della democrazia.Vedete, questo impasto micidiale di inerzie, lentezze, indecisionismi, vacuità programmatiche e fragilità politiche, non solo impedisce di governare il Paese come la dimensione e profondità dei problemi richiederebbe, ma rappresenta il migliore terreno di coltura per far crescere elettoralmente l’albero storto del populismo. I sondaggi valgono quel che valgono, ma quando segnalano tendenze pericolose, dovrebbero scattare tutti i campanelli d’allarme possibili. Invece sembra prevalere un fatalismo narcotizzante. A cui, noi, testardamente, non vogliamo piegarci. (by Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it/)

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Gli errori del P.D.

Posted by fidest press agency su martedì, 21 marzo 2017

cisnettoSe il Pd crede di recuperare a sinistra ciò che ha perso nelle amministrative e nel referendum, si sbaglia di grosso. E se questo errore di miopia politica viene assecondato dal governo, l’effetto rischia di essere devastante. La decisione di varare un decreto legge per cancellare totalmente, tanto per le imprese come per le famiglie, i voucher, cioè i buoni utilizzati per pagare i lavoratori a ore evitando che finiscano in nero, con l’obiettivo di evitare il referendum che sul tema ha indetto la Cgil, modificando nel senso proposto dal quesito la disposizione riguardante la responsabilità solidale in caso di appalti, appartiene esattamente a questa categoria di bischerate. Tanto più se la condizione di necessità e urgenza per decretare, al di là dell’obiettivo strumentale di evitare il referendum, non si vede neppure al microscopio, e non viene certo salvata dal fatto che il decreto riprende il testo approvato dalla commissione Lavoro della Camera. A maggior ragione, tra l’altro, visto che la cancellazione dei voucher decorre dal 2018, con la scusa che i “buoni” già acquistati potranno essere usati (o rimborsati) fino alla fine dell’anno (con la conseguenza che in queste ore si è scatenata una corsa all’acquisto on line dell’ultimo voucher per fare scorta).Sia chiaro, di quella consultazione il Paese non sentiva certo l’esigenza, e la motivazione adotta dal presidente Gentiloni di non voler introdurre nuove fibrillazioni in una situazione che già risente di fin troppa esagitazione, non solo è perfettamente comprensibile, ma anche, almeno sulla carta, giusta. Diverso sarebbe, invece, se dietro questa motivazione “alta” ce ne fossero di più “basse”, e cioè la paura di perdere un altro referendum dopo quello del 4 dicembre e la preoccupazione di non spaccare ulteriormente il Pd in vista delle elezioni. Ansie legittime in casa Pd, meno in seno al governo che deve badare agli interessi generali. E che comunque non si placano scippando ai promotori la consultazione, perché si finisce con lo scontentare ugualmente quella parte del sindacato e della sinistra che volevano misurarsi – con buona probabilità perdendo (scala mobile docet), paradossalmente – e col perdere credibilità verso il mondo seriamente riformista e quello moderato, a cominciare dal mondo delle imprese (anche se Confindustria tace, ma ormai non fa più testo). Inoltre, questa scelta ha spaccato pure il sindacato, facendo battere le mani al governo alla Fiom di Landini e reagire con un “qui ritorna il lavoro nero” alla Cisl della Furlan. Bel colpo.Insomma, come hanno scritto Giuliano Cazzola e Pietro Ichino, si è di fronte ad una resa priva di condizioni di chi non ha neppure tentato di combattere, oltre che senza avere almeno provato a stabilire se i voucher hanno prodotto o no effetti positivi. Mentre, una strada alternativa c’era. Siccome è vero che la normativa aveva bisogno di una registrata, perché ci sono effettivamente stati degli abusi nell’uso dei voucher, si sarebbe potuto produrre una revisione restrittiva della disciplina. Si dice: ma la suprema Corte avrebbe potuto non considerare sufficienti le modifiche ai fini dell’annullamento del referendum, perché il quesito referendario richiedeva l’abrogazione totale. Vero, ma non doveva essere la certezza di evitare la consultazione lo scopo dell’azione del Governo, bensì quello di assicurare al Paese una normativa moderna ed efficiente e su quello farsi giudicare dagli italiani.Conosciamo l’obiezione, giunti a questo punto: scampato il referendum, dopo le elezioni politiche si potrà sempre tornare sul tema con un nuovo provvedimento che imponga le norme che non sono state messe in campo in questa circostanza. Sì, è vero, giuridicamente si può fare. Peccato, però, che valga molto di più la coerenza della furbizia politica, specie in questa fase. E, infatti, è proprio qui che casca l’asino. Credere, come sembra aver pensato Renzi influenzando la scelta di Gentiloni, che bisognava evitare un bis del referendum sulle trivelle, perché pur non avendo raggiunto il quorum, su quei Sì quel furbacchione di Michele Emiliano ha costruito la piattaforma della sua candidatura a segretario del Pd, è puerile. Ma questo è il meno. Ciò che è più grave è non capire che una scelta del genere favorisce il vero “nemico da battere” della prossima competizione elettorale (cui pure tutti guardano come unica stella polare): i grillini. Anzi, questa scelta rappresenta uno straordinario contributo alla “grillizzazione” del Paese, cioè alla affermazione di tutte quelle condizioni che rischiano di rendere inevitabile, e perfino travolgente, la vittoria dei populisti nostrani. Fateci caso: l’abolizione dei voucher era nell’agenda dei 5 stelle, ora è Gentiloni ad averla realizzata; alla proposta pentastellata denominata “reddito di cittadinanza” fanno pendant quella renziana del “lavoro di cittadinanza”, quella di Forza Italia (Brunetta) finalizzata a garantire un impiego (o indennità) trimestrale a tutti, e quella di Salvini di un “reddito di sussistenza”. E con le similitudini si potrebbe andare avanti all’infinito, perché sia a sinistra che a destra l’inconsistenza politica e programmatica ha creato un micidiale meccanismo di subordinazione culturale (si leggano Angelo Panebianco e Giovanni Orsina) al grillismo dilagante. Senza aver capito che Grillo non si batte sul suo terreno, perché più lo si insegue e lo si copia e più dilaga.E non ci si faccia troppe illusioni sull’esito delle elezioni in Olanda. Là a tener testa al PVV dello xenofobo e anti-Ue Geert Wilders, che pure ha preso 5 seggi in più di quelli che aveva, non sono stati i laburisti, miseramente crollati dando un po’ di ossigeno ai Verdi – se fossimo in quelli del Pd e della sinistra oltre i Democrat, rifletteremmo molto sul risultato olandese – ma i liberal-conservatori del premier uscente Marc Rutte, nonostante che di seggi ne abbiano persi otto. Sarà con tutta probabilità ancora lui a presiedere il governo olandese, facendo tirare un sospiro di sollievo a tutte le cancellerie continentali, ma al prezzo di aver inseguito sul loro terreno i populisti e grazie all’intemerata del turco Erdogan, che ha spaventato gli elettori spingendoli a preferire, pur in misura più ridotta, la continuità. In tutti i casi non è la sinistra che riesce a rispondere al mix montante di populismo, nazionalismo e neo-protezionismo, ma il centro-destra. Peccato che da noi sia diviso, e che una buona metà, Salvini più Meloni, abbia gli stessi contenuti, le stesse parole d’ordine e lo stesso linguaggio del fronte da battere. Qualcuno, a sinistra come a destra, invece di far finta di essere ancora nel teatrino del Berlusconi sì-Berlusconi no, vuole aprire gli occhi (e il cervello) e dare risposte? Possibilmente non dello stesso tenore del decreto sui voucher, grazie. (by Enrico Cisnetto direttore “Terza Repubblica)

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Il sistema elettorale giusto

Posted by fidest press agency su martedì, 27 dicembre 2016

urne-voteSarà la saggezza degli Ottanta, anche se noi dubitiamo, o piuttosto la preoccupazione per l’attacco francese a Mediaset, che rende ragionevoli pure i recalcitranti incalliti, sta di fatto che in questa fase Silvio Berlusconi si sta guadagnando la palma di uomo politico più equilibrato e affidabile. Persino al Quirinale, dove è notorio che non godesse di particolare stima (e viceversa), la pensano così. Dunque, per quanto possa sembrare paradossale, è dal vecchio leader di Forza Italia che passa la possibilità che nei prossimi mesi l’asse Mattarella-Gentiloni abbia il sopravvento su quello Renzi-renzisti, che anche dopo l’assise generale del Pd si conferma il nemico numero uno del governo che pure, e non a torto, è stato definito “Renzi bis”. È infatti il Cavaliere ad aver imboccato la strada più giusta per arrivare ad una legge elettorale finalmente ragionevole, proponendo di adottare, senza correzioni all’italiana che finirebbero per storpiarlo, il sistema tedesco, che è un proporzionale corretto dalla soglia di sbarramento (5%) e dalla sfiducia costruttiva (non puoi buttar giù un governo se non ne hai già un altro pronto), così da coniugare in modo equilibrato la rappresentanza con la governabilità. Cioè il più adatto per l’Italia, in assoluto – lo era già al momento del referendum Segni, quando si volle forzare la mano imponendo il maggioritario – e a maggior ragione ora che il sistema politico è divenuto tripolare. Dunque, si colga la disponibilità di Berlusconi e si (ri)costruisca quell’alleanza riformisti-moderati che sia il Cavaliere sia Renzi hanno avuto il grave torto prima di ridurre a patto occulto di potere (Nazareno) e poi di rompere.Viceversa, Renzi ha offerto al Pd sia un’analisi povera e poco convincente del voto referendario – non basta riconoscere di aver perso, quello è il minimo, bisogna capirne i motivi e proporre soluzioni politiche, non mediatiche – sia la riesumazione del Mattarellum, che è strumento adatto solo ad uno schema bipolare della realtà politica, tant’è che fu inventato per regolare lo scontro tra centro-destra e centro-sinistra che ha tenuto banco nella cosiddetta Seconda Repubblica. Il gioco di Renzi è fin troppo chiaro, al di là della furbizia di buttar lì una legge che porta il nome del Presidente della Repubblica: da un lato, l’ex primo ministro vuole provare a forzare la mano per vedere se passa la sua proposta, dall’altro la usa per bloccare quelle altrui. Tutto deriva da un difetto di analisi, e cioè partire dal presupposto che il 40,8% di Sì referendari siano voti di Renzi, facilmente trasportabili (e magari pure aumentabili) alle prossime elezioni politiche. Cui si aggiunge l’errore di credere che il Pd vincerebbe sia se dovesse vedersela con il centro-destra sia con i grillini. Perché è ragionevolmente vera la prima cosa, ma trattasi di circostanza non data, sia perché il vecchio centro-destra non esiste più – Salvini ha scientemente deciso di rompere il giocattolo, ed è meglio così viste le posizioni lepeniste che la sua Lega è venuta assumendo – sia perché sarebbe comunque terzo nella corsa a tre. Mentre è assai probabile che la partita sia tra il Pd (o il centro-sinistra) e il M5S, ma dubitiamo che in quel caso a vincerla sia Renzi (o chi per lui alla guida del partito Democratico). Tra l’altro, se Renzi abbandonasse la linea “continuista” basata sull’affermazione, anche un po’ puerile, “abbiamo fatto scelte giuste comunicate in modo sbagliato”, e cercasse nel profondo della società italiana, troverebbe almeno due ragioni forti della sua sconfitta su cui varrebbe la pena di lavorare. La prima riguarda il motto, ormai consunto, de “l’uomo solo al comando”. Forse gli italiani, dopo tanti fallimenti, hanno capito che quella semplificazione non porta ad un più alto tasso, quantitativo e qualitativo, di governabilità. Anzi. La seconda ragione attiene all’economia. Il malcontento vero – e ce n’è molto anche tra chi ha votato Sì – sta su questo fronte, e nulla abbiamo ascoltato che ci faccia capire come la politica economica messa in campo nei mille giorni di Renzi sia stata oggetto di una revisione critica. Il fatto che il primo atto del governo Gentiloni ha dovuto essere quello a salvaguardia delle banche in difficoltà, per toglierle dalle grinfie del bail-in, la dice lunga sulla miopia dell’esecutivo precedente, che ha lasciato incancrenire le cose solo per evitare di pagare un prezzo elettorale in sede di referendum (che tra l’altro ha poi pagato lo stesso).
Naturalmente, se “Atene piange, Sparta non ride”. Lo spettacolo indecoroso prodotto dalla giunta pentastellare di Roma va ben al di là del Campidoglio, perché mostra come la protesta (fondata) verso l’establishment, politico e non solo, si sia indirizzata verso un “non partito” che manca dei requisiti democratici mentre non si fa mancare alcuno dei difetti delle forze politiche tradizionali. Il “continuismo” (anche qui) che Grillo ha scelto per non pagare dazio (ma prima o poi lo pagherà) ci restituisce un movimento che è rimasto al “vaffa” verso tutto e verso tutti, e non è stato capace – ma come poteva? – di accumulare un granello non si dice di saggezza politica, ma almeno amministrativa. Hanno voglia i nostri amici Bersani e Giulio Sapelli (a Roma Incontra del 12 dicembre) di spiegarci che è bene che la protesta sia stata incanalata dai grillini fuori da un quadro di violenta ribellione. Perché il tasso di populismo che è insito nel movimento e quei tratti che non abbiamo remore a definire “fascitoidi” che esso ha, rendono i vantaggi (ammesso e non concesso che davvero ci siano) decisamente inferiori agli svantaggi.Insomma, diranno i nostri lettori: Terza ci disegna un quadro da cui emerge la necessità di una vera e propria rifondazione della politica italiana, e questo cozza con l’auspicio, di cui abbiamo parlato già la settimana scorsa e che ora ribadiamo con ancor più forza, di lunga vita al governo Gentiloni. No, non c’è contraddizione. Primo perché uno dei compiti di questo governo è riformulare la legge elettorale, la quale è la base su cui poggia la nascita di una nuova stagione politica (la famosa Terza Repubblica). Secondo perché se si vuole voltar pagina occorre ridisegnare l’impianto istituzionale, e siccome l’unico modo per farlo senza commettere gli errori di Renzi è affidarne il compito ad un’Assemblea Costituente, questo può essere il governo giusto per assumersi la responsabilità di indicare questa strada al Paese e al Parlamento. E terzo perché il carattere necessariamente transitorio di questo esecutivo (se anche andasse a fine legislatura, avrebbe davanti poco più di un anno) è la sua debolezza ma anche la sua forza. Confidiamo che il 2017 sia un anno di novità positive. E per questo vi e ci facciamo tanti auguri. Terza torna dopo la Befana. (Enrico Cisnetto direttore Terza repubblica.it)

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Lettera aperta agli Amici che votano No

Posted by fidest press agency su domenica, 4 dicembre 2016

grillo1renato-brunettaCari Amici, prima di tutto Vi suggeriamo di non incoraggiare due tentazioni che, temiamo, avrà il cosiddetto “fronte del No” se dovesse prevalere, specie con un buon margine. Una è quella di maramaldeggiare, invocando “vendette, tremende vendette”. L’altra è quella che qualcuno dell’eterogeneo gruppo di soggetti che hanno sostenuto il No – la “accozzaglia”, come li ha definiti Renzi con la consueta eleganza – tenti di intestarsi la vittoria. Che, se sarà, non potrà con tutta evidenza che essere di nessuno. Non fosse altro perché almeno una di queste forze, il Movimento 5 Stelle, coltiva in segreto la speranza non tanto che vinca il Sì in quanto tale, ma che la conseguenza del Sì sia il mantenimento in vita dell’Italicum, modalità di voto fatta apposta per spianare a Grillo la strada verso la vittoria alle politiche.Dopodiché, si tratta di capire quale sia stata la motivazione principale che Vi ha indotto a scegliere di bocciare le riforme costituzionali. Potreste averlo fatto – com’è il nostro caso – semplicemente perché le riforme non vi piacciono e tantomeno vi piace il “purchessia”, anche se riconoscete che l’intento di ammodernare la Costituzione è sacrosanto e che alcune delle motivazioni di fondo delle riforme renziane – semplificazione delle procedure istituzionali, rafforzamento degli strumenti che garantiscono maggiore governabilità e ricentralizzazione di funzioni ora decentrate – sono corrette d'alemaancorché maldestramente perseguite. In questo caso vale ciò che abbiamo suggerito agli Amici che votano Sì: occorre invocare subito un’Assemblea Costituente. Potreste invece aver votato No, perché non volete nemmeno sentire parlare di modifiche alla Costituzione, che avete elevato a rango di inviolabile tabernacolo. In questo caso non abbiamo alcun suggerimento da darVi: siamo su sponde diverse destinate a non poter trovare alcun punto di mediazione. Perché un conto è voler tutelare la nostra Carta fondamentale da ferite inferte dal dilettantismo riformatore e sostenere che quel tipo di riforme richiedono momenti di condivisione e non di lacerazione, e altro è sostenere che abbiamo la Costituzione migliore del mondo e scagliare anatemi a chi osa soltanto pensare di sfiorarla. Amen.Infine, potreste aver fatto la Vostra scelta per ragioni (anche o solo) di natura più strettamente politiche. In questo caso a spingervi possono essere state due le motivazioni, solo apparentemente simili tra loro. La prima è che abbia prevalso se non l’odio, quantomeno una fortissima valutazione negativa su Renzi e il suo governo, magari accompagnato dal (pre) giudizio circa la sua iniziale ascesa al potere avvenuta senza la benedizione del voto popolare. Insomma, con il No volete cancellare dalla scena politica il giovanotto toscano. Per carità, scelta rispettabile e per alcuni versi comprensibile – d’altra parte Renzi è uno che non prevede il pareggio nel suo approccio alla politica, e dunque è dividente per definizione – ma che rischia, nel suo essersi diffusa e in qualche modo provocata dallo stesso oggetto dei Vostri strali, di portare acqua al mulino della sponda opposta. Inoltre Renzi, per quanto abbia commesso errori – e davvero molti ne ha fatti, di cui alcuni imperdonabili, specie se derivanti dal suo ego espanso e da una fin troppo evidente bramosia di potere – rimane pur sempre un protagonista da cui è difficile pensare di prescindere. Se poi lui reagirà ad un’eventuale sconfitta in modo scomposto o se nel Pd dovesse aprirsi una resa dei conti da cui uscisse perdente tanto da preferire altre strade, allora la sua giubilazione avrà altre cause che non quelle, stupide e sterili, della vendetta.La seconda motivazione è invece “moderata”: avete riserve sulle politiche concretamente messe in atto dal governo Renzi, non vi piacciono le sue riforme costituzionali né il modo con cui ha gestito il referendum, ma non per questo lo volete al patibolo. Anzi, ritenete che la “lezione” non potrà che fargli bene, costringendolo a qualche atto di modestia e spingendolo a fare senza volpi sotto l’ascella quel patto con Berlusconi che è, allo stato, l’unica modalità con cui portare a termine la legislatura. Ecco in questo caso, Vi chiediamo di vigilare perché il No ragionevole prevalga, nelle conseguenze del voto, su quello irragionevole.Se invece pensate che tutto questo non Vi quadra, allora potete sempre restare a casa, e godervi la domenica.Buon “dopo voto” a tutti.(By Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Lettera aperta agli Amici che votano Sì

Posted by fidest press agency su domenica, 4 dicembre 2016

Palazzo chigi1Cari Amici, prima di tutto Vi suggeriamo di diffidare del trionfalismo che l’eventuale vittoria del Sì quasi certamente comporterà, morbo di cui – temiamo – Renzi sarà il primo ad essere affetto. Occorre evitare – e abbiamo ragione di credere che una parte importante di Voi elettori del Sì coltiviate questa preoccupazione – che il presidente del Consiglio si svegli il 5 mattina novello Napoleone, come già fece all’esito delle elezioni europee, quando rigonfiando il petto commise l’errore di credere che quel 40,8% preso dal Pd, pur essendo inferiore come numeri di voti assoluti rispetto al precedente risultato conseguito da Bersani alle politiche, significasse l’avere in mano il Paese. Se c’è un prima (incoraggiante) e un dopo (deludente) che divide i mille giorni a palazzo Chigi di Renzi, il confine è situato proprio in quel lunedì 26 maggio 2014, e non è il caso di ripetere l’esperienza due anni e mezzo dopo.In particolare, è opportuno che si allontani dalla testa di Renzi e dei suoi la tentazione di far discendere dall’esito favorevole del referendum l’idea di non più cambiare l’Italicum, nonostante gli impegni assunti, e di andare il più velocemente possibile ad elezioni politiche. Se, come probabile, la Corte Costituzionale di fronte alla vittoria del Sì circoscriverà i suoi rilievi, Renzi sarà tentato lasciare intatta, se non per modifiche marginali, la legge elettorale – sbagliata – che lui stesso ha voluto così proprio dopo l’ubriacatura delle europee. Finendo per spalancare le porte di palazzo Chigi ai populisti (grillini più leghisti, che siamo pronti a scommettere si ritroveranno presto alleati), cioè favorendo proprio quell’esito politico del referendum più nefasto che, siamo sicuri, è stata la prima delle ragioni che Vi hanno indotto a scegliere il Sì.Siccome in questi mesi non abbiamo trovato nessuno che difendesse la qualità intrinseca delle riforme costituzionali (neanche gli autori) e neppure che giustificasse la scelta a favore del Sì per il merito di quei cambiamenti – di cui non si scorge nessun impatto epocale nonostante intervengano su quasi la metà degli articoli della seconda parte della Costituzione – è lecito di conseguenza ritenere che il Vostro sia un voto politico, in nome della stabilità e per la paura del vuoto politico- istituzionale che temete la vittoria del No possa produrre. Ma questo, a maggior ragione, Vi deve indurre a pretendere tre cose, dopo aver generosamente concesso il Vostro Sì. Primo: che nessuno osi dire che a primavera 2017 si vota. Secondo: che l’Italicum va rottamato e che si faccia una legge elettorale che consenta di sbarrare la strada ai populisti (noi proponiamo il modello tedesco, ma l’importante è evitare i pasticci e i velleitarismi). E se questo significa rifare un patto del Nazareno con Berlusconi, ben venga, salvo che questa volta deve essere rigorosamente alla luce del sole. Terzo: che si apra una vera fase costituente. Infatti, consapevoli che le riforme andranno riformate perché malfatte (Senato) e completate perché largamente incompiute (titolo V), si deve finalmente scegliere di convocare un’Assemblea Costituente dove riscrivere – senza furia ma neppure senza tabù e riserve – la Costituzione, prima parte compresa.Se pensate che tutto questo non Vi sarà mai concesso, allora cambiate idea e, se siete ancora in tempo, votate No.(By Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Referendum bugiardo

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 ottobre 2016

renzi-berlusconiAdesso basta, fermiamoci in tempo. La più lunga campagna elettorale della storia repubblicana, quella per il referendum costituzionale, che invece di iniziare oggi e durare due mesi (e già sarebbero troppi) è in atto da almeno un semestre, si è via via caricata di una quantità industriale di fesserie che è urgente e indispensabile gettare al macero – nella speranza che di qui al 4 dicembre non se ne producano di nuove – se si vuole che quale sia il risultato della consultazione non si producano nefaste conseguenze per il Paese. Proviamo a sgombrare il campo, elencandone schematicamente alcune, nell’auspicio che serva ad una riflessione più meditata in vista del voto.
La prima e più grave scempiaggine che circola, alimentata in egual misura da entrambi i fronti, è che la vittoria del Sì e del No produrrà effetti a dir poco drammatici. Non è così: non cadrà la democrazia se vincerà il Sì, l’Italia non precipiterà nel caos se prevarranno i No. Sono entrambe forzature propagandistiche indegne di un paese moderno (per quanto anche quelle cui assistiamo per merito di Donald Trump e Hillary Clinton non scherzano). La posta in palio del referendum non è la fine del mondo. Tra l’altro si tratta di argomenti così forzati da suscitare l’effetto opposto a quello che ciascuno di quelli che li maneggiano si propongono di ottenere. Per dirla più brutalmente: il rancore di D’Alema e la difesa della Costituzione così com’è in nome dei valori della Resistenza (vedi il ruolo giocato dall’Anpi) portano acqua al mulino del Sì; l’evocazione di una nuova Brexit che procurerà all’Europa il collasso definitivo, con le Borse che crollano e gli spread che volano, porta acqua al mulino del No. A questo è collegata una seconda bufala che circola allegramente: votate a favore perché altrimenti rimarremo senza governo e a Renzi non c’è alternativa. A parte che anche quest’argomento (ricatto) ci sembra più favorire la tesi avversa che quella per la quale milita, ma la cosa è priva di fondamento. Il giorno dopo il referendum, se vincerà il “no”, ci sarà crisi di governo se e nella misura in cui Renzi d'alemaavrà fatto coincidere la traiettoria sua e del suo esecutivo con questa riforma – ed è scelta sua, che non può essere messa moralmente in conto a chi ha intenzione di votare No – e se riterrà di rimettere il mandato nelle mani del Capo dello Stato. Il quale, per cultura istituzionale e stile personale, non ha alcuna intenzione di imporglielo. Si dice: ma così Renzi sarà comunque debole, e gli italiani non hanno interesse ad avere un presidente del Consiglio debilitato. Vero. Ma pensate forse che un politico che avesse imposto al Paese una riforma di tale portata (e che sia di grande portata lo sostiene Renzi stesso, ricordandocelo un giorno sì e l’altro pure) non perché sia convincente nel merito ma perché da essa si fa ricavare la sopravvivenza del governo (anche questa per scelta del medesimo) sia davvero un leader forte? E non c’è argomento come quello della (presunta) insostituibilità per certificarne l’estrema debolezza: sto al governo perché non c’è nessun altro. Come a dire che appena si palesasse uno che dicesse “eccomi qui” (come fece Renzi dopo aver detto di stare sereno a Letta) giocoforza lui si dovrebbe fare da parte. No, non è così che si costruisce la stabilità e la governabilità.
Un’altra “forzatura doppia” è poi quella di dire che chi vota No è a favore dell’attuale bicameralismo (leggi Angelo Panebianco) e, viceversa, quella di dire che chi vota Sì intende violentare la Costituzione, che invece va assolutamente mantenuta così com’è (leggi Gustavo Zagrebelsky). Nel primo caso valga la nostra posizione: noi siamo più che favorevoli al superamento dell’attuale sistema parlamentare, ma riteniamo che il modo proposto per cambiarlo sia sbagliato e che possa produrre danni maggiori di quelli che pure si hanno a conservarlo. Non è un caso che ben prima che a Renzi venisse in mente di fare questa (sgrammaticata) riforma abbiamo proposto (e continuiamo a proporre) un’Assemblea Costituente con lo scopo di rivedere – organicamente, non a pezzi – l’intero impianto istituzionale, ormai obsoleto. Dunque, caro Panebianco, non ci sentiamo affatto conservatori, né per il solo fatto che rispondiamo No all’appello referendario dobbiamo essere messi a forza nello stesso “partito” di coloro che votano contro perché ritengono che comunque la carta fondamentale sia inviolabile. Tra l’altro, è falsa sia la storia che se non si fa questa riforma non ce ne potrà più essere un’altra per secoli – non si fa questa per farne una migliore – sia la favola dell’irreversibilità del nuovo sistema se dovesse prevalere il Sì, perché una revisione più ampia della Costituzione e degli assetti istituzionali rimarrebbe comunque necessaria. Basti pensare a questo: se passa la riforma, avremo (giustamente, anche se debolmente) controriformato in chiave meno federalista il titolo V della Carta, ma ci saremmo inventati il Senato delle autonomie locali. Una contraddizione che andrebbe comunque sanata.Infine, una riflessione attenta merita la questione della legge elettorale e del suo incrocio con la riforma costituzionale. Anche qui si sparano balle a raffica. Dai sostenitori del Sì abbiamo sentito dire sia che le due cose sono assolutamente disgiunte e indipendenti, sia l’esatto contrario. Altrettanto da quelli del No. Inoltre si ipotizza che il fronte del No sia proporzionalista (anche questa è un’apodittica affermazione di Panebianco) e quello del Sì favorevole al sistema maggioritario. Forse questo vale per i partiti – fermo restando che da ciascuno di loro nel corso degli anni abbiamo sentito proporre ogni tipo di modalità di voto – ma non certo per gli elettori, che solo in un’esigua minoranza hanno interesse a tecnicalità da addetti ai lavori. Ma al di là di questo, vorremmo che qualcuno ci spiegasse quale relazione c’è tra un cattivo bicameralismo, come quello che uscirebbe dalla riforma, e il maggioritario, e viceversa quale tra il bicameralismo paritario di oggi e il aula senatoproporzionale (che oggi non c’è). Noi per esempio, siamo per una Camera e un Senato elettivi e con funzioni differenziate, e per una legge elettorale alla tedesca, in cui la rappresentanza piena viene mitigata da una soglia di sbarramento alta (che rappresenta la migliore e più equa forma di premio di maggioranza, seppure indiretto): dove stiamo nello schema rigido che ci viene propinato? Da nessuna parte.La realtà è che il dibattito politico odierno, anche quando coinvolge esimi professori, è intriso di preconcetti e falsità. Il referendum non è affatto una svolta epocale. In nessuno dei due casi, e a maggior ragione se il Sì e il No dovessero prevalere per un pugno di voti, magari con la quota di astensioni ancor più alta delle ultime consultazioni. Né può esserlo, epocale o anche solo importante, un appuntamento in cui una parte ci chiede di votare Sì usando biechi argomenti dell’anti-politica e l’altra di votare No per regolare i conti con l’attuale inquilino di palazzo Chigi o, peggio ancora, del Nazareno. Noi, come dimostra la livida condizione della nostra economia, ci stiamo sempre più avviluppando in un declino inesorabile, ma ci viene raccontato – e taluni ci credono – che la chiave per fermarlo stia nella scheda in cui dovremo rispondere ad un quesito, peraltro scritto in modo ridicolo. Non è così. Anzi, la pochezza della riforma e degli argomenti pro e contro che la circondano è il segno che il declino prosegue inarrestabile.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it

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I limiti del nuovo “corso” di Renzi

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 settembre 2016

andrea franceschi-enrico cisnetto-iole cisnetto  DSC_1326

Il centro-destra, con il tentativo Parisi, ha ridato segnali di esistenza in vita, ma, come dimostrano le guerre interne sia dentro Forza Italia che nella Lega con il ritorno di Bossi (che al cospetto di Salvini appare saggio…), è ancora ben al di là anche della sola decente presentabilità. I 5stelle mostrano in modo inequivocabile tutti i loro limiti di forza populista inadatta a ricoprire ruoli di governo. In particolare a Roma, dove è a dir poco clamorosa la dimostrazione di incapacità della dilettantesca classe dirigente rabberciata da Beppe Grillo, fino al punto da rendere plausibile la battuta circolata al loro stesso interno durante la campagna elettorale per il Campidoglio “c’è un complotto per farci vincere…”. A sinistra, dentro il Pd come ancor peggio fuori, non alberga uno straccio di idea, ma solo consunti riflessi condizionati d’antan e tanta voglia di consumar vendette. Insomma, non essendoci (ancora) una seria alternativa al presidente del Consiglio, la ripresa politica dopo la pausa d’agosto è tutta incentrata sulla valutazione della cosiddetta “conversione di Renzi”. Cioè di quel cambiamento – non si sa se reale o di mera facciata, ed è questo (in mancanza d’altro) l’argomento di discussione – che l’unico mattatore della vita politica italiana ha deciso di fare da qualche tempo a questa parte. Il Paese perde colpi, soprattutto sotto il profilo economico, con la fiducia di famiglie e imprese in netto e preoccupante calo, e il dopo terremoto ha ben presto assunto, come si temeva, i contorni della querelle mediatico-giudiziaria, con l’aggiunta dell’immancabile vescovo che trasforma l’omelia in comizio (Domenico Pompili a Rieti). Ma pur di fronte a problemi di questa portata, il nocciolo della questione su cui tutti s’interrogano finisce per essere se siamo al cospetto di un nuovo Renzi o se abbiamo ancora a che fare con quello vecchio.Il busillis, per la verità, l’ha alimentato lo stesso primo ministro: facendo pubblicamente ammenda per aver personalizzato la campagna referendaria (se avesse aggiunto di aver anche sbagliato ad anticipare così tanto i tempi, l’autocritica sarebbe stata più credibile); rettificando (molto nelle intenzioni, assai meno nella sostanza) la modalità della comunicazione, rendendola meno aggressiva, polemica e strafottente; cogliendo l’occasione del terremoto per essere (o apparire) più inclusivo. La stessa decisione di andare a Cernobbio, portandosi dietro mezzo governo, quando due anni fa agli esordi aveva fatto un punto d’onore e di distinzione non essere presente a quella parata di establishment, la dice lunga sul fatto che molte cose sono davvero cambiate (anche se il discorso al Forum Ambrosetti è stato privo di novità). È ormai lontano il tempo del Renzi rottamatore, della ricerca del nemico a tutti i costi, della polemica a sinistra e nei confronti dei sindacati, dell’irrisione verso l’opposizione interna al suo partito. Pure del (misterioso) partito della nazione non si sente più parlare. Bene, per molti versi nella “rupture” di Renzi, accanto ai promettenti strappi nei confronti dei vecchi tabù d’origine sessantottesca, c’erano dosi troppo massicce di populismo e di pressapochismo per dover piangere sul latte versato. Ma è il fatto è che il dopo non s’intravede, è il disegno che sembra mancare.A noi qui non interessa indagare se il “nuovo Renzi” c’è o solo ci fa, è mestiere che lasciamo al giornalismo gossiparo e dietrologico. Interessa, invece, capire se il ragazzo è maturato e diventato uomo, se il politico sfacciato si è trasformato non si dice in uno statista (in giro non ce ne sono, e non solo in Italia, da molto tempo) ma almeno un governante serio e preparato. Che è poi quello che vuole la maggioranza degli italiani, quella silenziosa e laboriosa, senza badare più di tanto a distinzioni tra destra e sinistra.Una risposta piena e definitiva non c’è. Ma una cosa è sicura: non può bastare che l’alternativa non esista o comunque sia peggio. L’Italia ha bisogno di cambiamenti strutturali – politici, istituzionali, economici, sociali, culturali – troppo vasti e profondi, e attesi ormai da un quarto di secolo, per poterci accontentare del “meno peggio”. La questione del dopo terremoto lo testimonia: aver colto che la risposta non può essere solo il programma di intervento nelle zone colpite, ma una generale messa in sicurezza dell’intero territorio nazionale, sia dai rischi sismici sia da quelli idrogeologici, è andare nella direzione giusta. Ma perché quel “casa Italia” non si risolva in uno slogan vuoto, occorre saper mettere in campo un vero e proprio “piano Marshall” di modernizzazione del Paese, trovando le risorse nell’ambito di una ristrutturazione del debito pubblico – mettendo in gioco il patrimonio pubblico e chiamando a concorrere quello privato – e saper raccogliere il consenso e organizzare le forze necessarie a sostenerlo. Cose vere, non chiacchiere televisive. Le scelte di figure come Vasco Errani, amministratore pubblico di lungo corso, e di Renzo Piano, star mondiale dell’architettura e senatore a vita, sono indiscutibili. Ma nello stesso tempo paiono viziate da furbizia comunicazionale, che rischierebbe di prendere il sopravvento se sotto quei bei vestiti rimanesse il niente.Romano Prodi ha scritto che serve un “piano trentennale”. Niente di più vero. È il respiro dei progetti, resi impermeabili alle crisi politiche e al succedersi delle legislature, che distingue il politicante dall’uomo di governo serio. E su questo non ci siamo ancora. Così come mancano chiarezza e coraggio nella revisione che sembra essere in corso, ma nella quale Renzi come minimo eccede in tatticismo, della posizione del governo su legge elettorale e riforme costituzionali. Perché aspettare la sentenza della suprema Corte per dire che l’Italicum è una schifezza e che va accantonato a favore di una legge di stampo europeo, tedesca (come noi preferiamo) o francese che sia? Perché non cogliere il senso profondo del suggerimento di rinunciare al referendum – cancellarlo, non spostarlo in avanti di qualche settimana – del Nobel Joseph Stiglitz, di certo non tacciabile di biechi interessi o collusione con il nemico, e aprire una fase politica veramente e completamente nuova? Stiamo parlando di un cambio di strategia, non di mutamenti solo tattici. Anche perché è ancora troppo forte, nel mondo politico ma anche nell’elettorato, il ricordo del renzismo d’assalto perché di fronte al gioco tattico non prevalga la diffidenza, sia di chi fino a ieri non ha amato il suo disprezzo per il dialogo sia di chi teme il suo ripiegamento dal decisionismo muscolare verso il consociativismo e l’appiattimento sui poteri più forti (meno deboli, sarebbe meglio dire). È il momento di sposare il coraggio intelligente del cambiamento con la solidità di comportamenti credibili. Se il “nuovo Renzi” se ne dimostrerà capace, bene, altrimenti non sarà la mancanza di alternative a salvarlo.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it

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Italia: Verso una nuova recessione?

Posted by fidest press agency su domenica, 24 luglio 2016

paesaggio industrialeCi risiamo: stiamo lentamente ma inesorabilmente scivolando verso una nuova recessione. I bruttissimi dati di maggio relativi all’industria, fatturato e soprattutto ordinativi, fanno intravedere una seconda parte dell’anno pesante, dopo che nel secondo trimestre la produzione industriale ha chiuso in rosso. Siamo partiti prevedendo di crescere dell’1,6% – che già sarebbe stato troppo poco – e ora le ultime stime che ci avevano già portato sotto l’1% (l’ultima quella di Bankitalia) dovranno essere inevitabilmente riviste al ribasso. Considerato che si è calcolato che la politica monetaria espansiva della Bce produce circa mezzo punto all’anno di pil, ecco che se a fine 2016 avremo il segno più davanti all’indicatore di crescita, sappiamo fin d’ora che quella miseria di incremento del pil sarà da ascrivere tutto a Mario Draghi. Altro che l’Italia che ha svoltato! E non ci si venga a raccontare dell’effetto Brexit, di Nizza o della Turchia, perché ammesso e non concesso che questi avvenimenti producano effetti significativi sull’economia, sono ancora tutti da vedere. E non si attacchi il solito refrain su “anche l’Europa rallenta”, perché la Bce ha appena confermato la stima di una crescita del pil dell’eurozona dell’1,6%, a questo punto oltre il doppio del dato italiano. La verità è che già dal deludente 2015 l’Italia, per ragioni tutte sue, non ha agganciato la ripresa, se non in modo disomogeneo e parziale, e viaggia – al netto delle politiche e dei fattori extra nazionali, al confine tra la stagnazione e il ritorno alla recessione. Tutto questo mentre da mesi l’economia è uscita dall’agenda del governo e dall’attenzione dei media – se non per le questioni bancarie, osservate più dal buco della serratura che soppesate per le valenze sistematiche di cui portatrici – a favore di tematiche, referendum costituzionale e legge elettorale, che sono certo decisive – noi proponiamo da anni la convocazione di un’Assemblea Costituente, figuriamoci se ci sfugge l’importanza di dare una risistemata al nostro vetusto sistema istituzionale – ma che non possono in alcun modo rendere subordinata la politica economica, anche perché non ve n’è nessuna ragione logica e pratica.
Le difficoltà (autoctone) dell’economia, sottaciute, hanno tra l’altro risvolti più diretti di quanto non si pensi (o di quanto non pensi Renzi) proprio sulla cifra delle due riforme di governance cui il governo annette importanza vitale. Essa consiste nel credere possibile governare il Paese costruendo una maggioranza parlamentare in provetta, attraverso gli additivi del premio di maggioranza e del doppio turno da un lato e della riduzione ad una sola camera del vaglio del voto di fiducia, pur non corrispondendo, quella maggioranza artificiale, ad una sostanziale nella società? In altri termini, è pensabile che avendo il consenso di circa un quinto degli italiani si riesca a imporre, senza subire crisi di rigetto, le proprie scelte (o non scelte) agli altri quattro quinti? Forse, ma è un forse sottolineato con la matita rossa, si può in un paese normale – cioè stabile e ben organizzato – che vive una condizione storica normale, cioè una congiuntura, prima di tutto economica ma non solo, fatta di certezze e consolidata nel tempo. È inutile dire che l’Italia è dalla fine degli anni Ottanta che non ha il piacere di potersi definire così, e tantomeno in questi anni di trapasso al buio dalla Seconda Repubblica a qualcosa che non ben definito. L’Italicum, legge elettorale senza precedenti nel mondo occidentale e che è parente stretta di quel Porcellum che la Corte Costituzionale ha bocciato senza remissioni, pretende, grazie al premio di maggioranza del 15% nell’unica Camera che vota la fiducia al governo, di creare la governabilità. Attenzione, non ci stiamo stracciando le vesti in nome della democrazia calpestata e del pericolo autoritario (tema non infondato ma paradossalmente meno importante), stiamo dicendo che senza consenso diffuso e pazientemente costruito, la società rifiuta le scelte di governo che non sente proprie. Una volta erano i corpi intermedi a fare da cuscinetto, spesso imponendo rituali di confronto paralizzanti che di fatto si trasformavano in diritti di veto. Oggi è l’antipolitica che raccoglie lo scontento e in un batter d’occhio trasforma in casta anche chi si è imposto e affermato come rottamatore. Non capirlo, credere che un governo di minoranza sostenuto da deputati nominati e con il contorno di senatori non eletti in dopolavoristica missione cui sono affidate materie delicate e decisive come le normative europee possa reggere alla prova del fuoco dei fatti, significa – specie in un contesto economico che richiede invece scelte ben più radicali che la distribuzione a pioggia di soldi che si spera (invano) si trasformino in consumi e investimenti – portare il Paese allo sfascio.
Un uomo di grande esperienza come Giorgio Napolitano non poteva non aver capito che Renzi si è infilato in un cul de sac, e pur avendolo appoggiato anche oltre ogni ragionevolezza, alla fine è uscito allo scoperto suggerendogli apertamente di cambiar strada. Cioè quello che, privatamente e con parole più sorvegliate, gli ha fatto capire il successore di Napolitano al Colle. Solo che nel farlo, il presidente emerito – probabilmente sentendo l’esigenza di salvare la dignità del suo vecchio endorsement per l’Italicum e la riforma costituzionale – ha indicato la strada dell’eliminazione del ballottaggio per sottrarre ai Cinque Stelle il loro vero punto di forza. Così come ieri la sinistra interna del Pd e i centristi chiedevano il passaggio dal premio alla lista a quello alla coalizione, oggi Bersani, con il suo Bersanellum, propone una versione aggiornata e corretta del sistema a collegi uninominali previsto dal Mattarellum, in cui il premio di maggioranza arriverebbe a un massimo di 90 deputati, si tratta pur sempre di aggiustamenti che non superano (pur limitandone la portata e quindi il danno) il nodo di fondo di quel maledetto premio di governabilità, scorciatoia che consente di vincere ma non di governare. E finchè l’illusione della maggioranza artificiale non sarà sgombrata dal campo, vedrete che saranno i populisti di ogni risma a fare bottino pieno. (Enrico Cisnetto direttore di http://www.terzarepubblica.it)

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Il Brexit ha favorito Renzi

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 luglio 2016

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

Matteo Renzi è un uomo (apparentemente) fortunato. La Brexit, con tutta quella carica dirompente degli avvenimenti che colgono di sorpresa, ha sparigliato le carte in Europa e cambiato la scena – quantomeno mediatica – in Italia, rivoluzionando la gerarchia delle percezioni e delle attese. E siccome le pagine che sono state voltate dal vento inglese erano cariche di cattive notizie per Renzi e brutti presagi per il cammino del suo governo, specie dopo l’esito finale delle amministrative, ecco che dire che le ultime novità internazionali siano state un vero e proprio colpo di fortuna per il nostro presidente del Consiglio, non è affatto esagerato. Compreso il voto spagnolo, che ha inequivocabilmente dimostrato che quando scatta nei cittadini la consapevolezza dei rischi che si corrono a dar troppo sfogo alle proprie rabbie premiando le forze anti-sistema (in questo caso sono bastate le 48 ore di panico post-Brexit per ridimensionare Podemos), è automatico il ritorno all’ovile dei partiti tradizionali. Motivo di rassicurazione per Renzi, che era partito rottamatore e ora, dopo solo due anni, rischia di essere rottamato come uomo di establishment per mano di chi, in preda a paura per la caduta di consolidate certezze, vuole affidarsi ad altro e ad altri. E la fortuna di Renzi è misurabile anche dal fatto che Berlino e Bruxelles, pur con molti limiti, gli hanno dato il via libera al sistema di difesa delle banche che (tardivamente) l’Italia si è data. Anzi, avendolo concesso obtorto collo, e per di più platealmente, gli hanno persino consentito di apparire colui che finalmente ha messo a tacere quella cattivona della Merkel.
Ma la fortuna, si sa, va saputa gestire, perché fa presto a trasformarsi in un boomerang. Specie se, per presunzione e arroganza, non la si riconosce come tale e la si confonde con le proprie capacità e astuzie. E Renzi, ahinoi, il rischio di credersi non in debito con la dea bendata, lo corre. Eccome, se lo corre. Molti sostengono che al di là della solita ostentazione di sicurezza, l’uomo avrebbe perfettamente capito la lezione, e si starebbe orientando a cambiare modalità comunicativa, in modo da recuperare l’iniziale profilo di chi è lì per cambiare le cose, costi quel che costi. Altri aggiungono che potrebbe fare un passo in più, e fare un bel ricambio di ministri, prendendo atto che una delle sue maggiori debolezze è la (insipida) squadra di governo. Qualcuno si spinge persino a ipotizzare una discontinuità politica, sia sotto il profilo del programma di governo (“se ha vinto le europee con gli 80 euro, da là occorre ricominciare”) sia sotto il profilo delle alleanze (apertura alle minoranze interne al Pd, ripresa del dialogo nazareno con Berlusconi, secondo lo schema Confalonieri). Infine, il partito degli ottimisti pronostica che alla fine Renzi su referendum (spostare la data più avanti) e Italicum (premio alla coalizione e non più alla lista) finirà per essere il classico cane che abbaia (“non si cambia niente”) ma non morde, acconsentendo alle richieste che gli piovono un po’ da tutte le parti.Non sappiamo se sarà così. Molti argomenti militano a favore della tesi che vuole, quantomeno dopo la pausa estiva, un Renzi “nuovo”. Mentre contro ne milita uno solo, ma di gran peso: il carattere di Renzi, quell’infantile arroccarsi intorno alle proprie incrollabili certezze, quell’esser vittima di una presunzione pressoché infinita. Nell’uno come nell’altro caso, però, non sono queste le strade che possono consentire al premier di capitalizzare la fortuna. Anzi. Perché se anche dovessero avere ragione coloro che si dicono sicuri che Renzi, facendo violenza a se stesso, si spoglierà delle vesti di superman calzate finora, ci vuole ben altro per invertire la tendenza negativa certificata dal risultato delle amministrative e ipotizzata dai sondaggi sul referendum. Cosa? Renzi dovrebbe fare almeno cinque mosse. Una da segretario del Pd, una da leader in quanto tale, le altre tre da presidente del Consiglio. La prima è semplice: ammettere di avere sbagliato a voler accorpare le due funzioni, e dimettersi da capo del partito. Aprendo una fase congressuale vera, in modo da far assorbire dalle dinamiche interne tutte le spinte e controspinte fin qui concentrate su di lui, e che fino a ieri facevano capo ad una smandrappata minoranza mentre oggi, invece, vanno pericolosamente raccogliendo anche i suoi amici (più o meno fidati, leggi Franceschini). La seconda è una vera rivoluzione copernicana: passare da escludente a inclusivo. Glielo ha chiesto, in un bel intervento al Senato, Maurizio Sacconi, che pure milita nella sua maggioranza, suggerendogli di essere “inclusivo ed aperto all’ascolto” perché “in luogo del circolo vizioso che sta esaltando tutto ciò che ci divide si aprirà il circolo virtuoso che fa riconoscere ciò che ci unisce”. Il riferimento di Sacconi è a quel fenomeno di polarizzazione del consenso che il renzismo dividente ha generato, finendo col favorire la creazione di un anti-renzismo dilagante, di cui i 5stelle sono diventati i maggiori beneficiari.E veniamo al governo. Se noi fossimo in Renzi faremmo come prima mossa una radicale modifica della politica economica. Basta con la pia illusione che mettere una manciata di quattrini nelle tasche dei cittadini significhi riattivare i consumi e da lì la ripresa. La crescita del pil si ottiene solo con gli investimenti, pubblici (trasformando spesa corrente in spesa in conto capitale) e privati (abbassando il carico fiscale). Dunque, rovesciare il paradigma, e di conseguenza attrezzare una manovra sul debito (mettendo in gioco il patrimonio pubblico) che ci consenta di avere ampi margini di sforamento del deficit corrente. Su questa base, acquisendo la credibilità che oggi l’Italia non ha (a prescindere da chi la governa), sempre se fossimo in Renzi, costruiremmo una proposta strutturale di reset dell’Unione Europea. Non le intemerate (a parole), non le richieste con il cappello in mano (dateci un briciolo di flessibilità in più), ma un’iniziativa poggiata su una leadership forte e autorevole.
Infine, il capitolo riforma costituzionale e legge elettorale. Anche qui, se Renzi vuole davvero dimostrare di aver capito le diverse lezioni che gli sono venute in questi ultimi tempi, a cominciare dallo scriteriato uso del referendum fatto da Camerun, non può e non deve semplicemente metterci qualche pezza, magari accompagnata da uno stizzito “se proprio insistete…”. Naturalmente, non siamo così sciocchi da pensare che dopo aver spiegato per mesi che i suoi cambiamenti istituzionali rappresentano l’antidoto al declino del Paese, ora ci rimetta mano ricominciando tutto daccapo. Lo vorremo, perché pensiamo che l’intervento sul Senato sia una bestialità, ma sappiamo che siamo nel campo dell’impossibile. Ci basterebbe che per depotenziare i dirompenti effetti politici del referendum – che la sua ostinata (e autolesionistica) personalizzazione della consultazione ha messo in moto – facesse propria la proposta che i radicali hanno formalizzato e che noi stessi abbiamo lanciata tempo fa, di uno “spacchettamento” del quesito referendario, in modo da consentire agli italiani di scegliere entrando nel merito dei diversi aspetti della riforma. Siamo pronti a scommettere, per esempio, che la controriforma del titolo V sarebbe votata a grande maggioranza, compresi noi, che pure la avremmo preferita maggiormente accentuata in chiave di riduzione non solo delle funzioni ma anche del numero degli enti locali. Così, se anche dovesse essere battuta – come noi speriamo – la trasformazione del Senato in un dopolavoro per consiglieri regionali, per di più con il delicato compito – come ha spiegato Giulio Tremonti in un efficace articolo sul Fatto Quotidiano – di maneggiare le fondamentali normative comunitarie, ecco che politicamente la cosa avrebbe un effetto limitato, perché compensata da altro di segno opposto. Sarà così furbo Renzi da usare l’umiltà necessaria per fare questa mossa? Sì, se sarà altrettanto scaltro da uscire dal vicolo cieco dell’Italicum, perche le due cose si tengono. Come ha scritto con crudo ma sano realismo Peppino Caldarola, “la sua legge elettorale fa talmente schifo che, per eterogenesi dei fini, lo consegnerà alla sconfitta”. Ecco, Renzi ne prenda atto e, come gli può spiegare bene il professor Pasquino, cambi completamente strada, recuperando nella modalità di voto quella capacità di rappresentare la grande maggioranza della società. Che, oltre ad essere un basilare principio democratico, è una imprescindibile necessità se, oltre a vincere le elezioni e conquistare la maggioranza dei seggi parlamentari, si vuole anche avere un minimo di possibilità e capacità di governare.Insomma, Renzi smetta di recitare se stesso, prima che sia troppo tardi. (by Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Il calcolo “politico” dell’ex cavaliere

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 maggio 2016

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

Enrico Cisnetto

“Dietro la decisione di appoggiare Marchini c’è un calcolo politico che per la prima volta porta Berlusconi a scegliere la ragione invece dell’istinto, l’identità piuttosto che la rendita di posizione”. Pur chiamandola “la scappatoia del funambolo”, persino uno dei suoi più implacabili accusatori come Ezio Mauro riconosce al Cavaliere il merito della “svolta moderata” fatta a Roma, in funzione anti-populisti, sia quelli di stampo secessionista (non più il Nord dal Sud ma l’Italia dall’Europa) di Salvini sia quelli post (?) fascisti della Meloni. Si tratta di un riconoscimento inappropriato. Non perché la scelta di portare Bertolaso e Forza Italia a convergere su Marchini sia sbagliata. Tutt’altro. Pur colpevolmente tardiva, era l’unica cosa sensata che si potesse fare. Ma il merito, se così si può chiamare, non è di Berlusconi, bensì di Salvini. È lui che, “usando” la Meloni, ha scelto di rompere il vecchio centro-destra, con il preciso scopo di emanciparsi definitivamente da Berlusconi. Al quale non è rimasto altro che prendere atto della scelta dell’ex alleato e delle sue ripercussioni elettorali certificate dai sondaggi (l’unica cosa che il Cavaliere legge e capisce). Anzi, il ritardo con cui si è deciso a tirare le conseguenze dei comportamenti altrui, conferma che il vecchio leader questo strappo non avrebbe proprio voluto farlo. Ci è stato tirato per i capelli (si fa per dire).
La verità è che Berlusconi non ha affatto imparato la (amara) lezione della Seconda Repubblica. Non ha capito che per governare il consenso è condizione necessaria ma non sufficiente, e non ha fatto mai, neppure in questa circostanza, una seria autocritica per aver imposto al Paese – lui e gli anti-berlusconiani, uniti dalla stupidità politica e nell’incultura istituzionale – un bipolarismo strabico, preda delle ali a scapito dei “centri”, basato su due poli pensati per vincere le elezioni e realizzare l’agognata alternanza (quella osannata dai Panebianco come una cosa buona in sé, a prescindere dai risultati prodotti) ma strutturalmente impossibilitati a produrre capacità di governo. Si dice: ma le forze più radicali ed estreme, comprese quelle populiste anti-sistema, è più opportuno che stiano dentro alleanze che possano limitarne l’azione (dannosa) piuttosto che libere di agire senza vincoli di coalizione. A parte il fatto che, come ha fatto notare Antonio Polito sul Corriere, un conto è che le leadership di queste coalizioni allargate, tanto a destra come a sinistra, siano saldamente in mani moderate, e un altro è che, come sarebbe nel caso che prevalesse il duo Salvini-Meloni, siano sbilanciate verso le estreme. Ma la vera osservazione da fare è che la crescita del consenso a forze “anti”, così come il moltiplicarsi dell’astensionismo, è fenomeno dovuto proprio ai disastri compiuti dal bipolarismo concepito per vincere e non per governare. Quindi riparare alle conseguenze del malgoverno o del non governo pensando di ricostituire alleanze larghe pur di vincere a questo punto non solo rappresenta la reiterazione di un delitto, ma neppure paga più dal punto di vista elettorale. Anzi, se c’è una cosa che gli italiani hanno apprezzato di Renzi (compresi i moderati che non lo hanno votato) è stata la sua capacità di rompere il tabù per cui i riformisti dovevano per forza tenere unita tutta la sinistra, anche al prezzo di una defatigante e quasi sempre improduttiva ricerca del compromesso politico. Mauro, su Repubblica, si domanda – pur senza convinzione – se dunque quella di Berlusconi sia una scelta matura, basata sulla convinzione che sia bene separare i moderati dai lepenisti. La risposta gli è arrivata in diretta dall’ex premier, che ha invitato gli (ex?) alleati a superare le divisioni in vista delle elezioni politiche “perché solo uniti si vince altrimenti si consegna il Paese alla sinistra”. Una solfa ripetuta come un disco rotto dal 1994. Altro che scelta consapevole!
Tuttavia, nella virata su Marchini c’è del buono che trascende la volontà di Berlusconi. E che può aprire una stagione politica nuova. Perché se nella mossa del Cavaliere c’è solo il disperato tentativo di riacchiappare i suoi vecchi elettori in libera uscita per poi sperare di potersi ripresentare al cospetto degli alleati momentaneamente scappati con un rapporto di forza tale da consentirgli di tornare leader indiscusso, in Marchini c’è ben altra consapevolezza. L’imprenditore romano ha più volte detto che dalla corsa al Campidoglio sarebbe emerso un quadro politico nazionale nuovo, e a quello lavora. Se abbiamo capito il suo pensiero e le ambizioni che lo animano, a Marchini interessano ben più le dinamiche politiche nazionali che quelle romane. Se ci saranno le condizioni ovviamente farà il Sindaco capitolino, ma se così non dovesse essere, uscirà comunque vincente dalla partita. Perché attorno a lui – non a Berlusconi – si potranno coagulare forze, esistenti e potenziali, che guardano al centro del palcoscenico politico e che si possono alleare più facilmente con i riformisti che a loro volta avranno posto delle definitive barriere di separazione dalle varie anime della sinistra old style, dentro e fuori il Pd. Che poi questi riformisti siano capeggiati da Renzi o da altri (Letta?), dipende da Renzi stesso (sta facendo di tutto per autoevirarsi) e dalla capacità (finora quasi nulla) dei suoi antagonisti. Ma non c’è dubbio che la futura governabilità dipende dalla possibilità che le forze di governo battano quelle strutturalmente d’opposizione, e cioè che il futuro Pd (quello attuale ci sembra destinato a perire) e la futura casa dei moderati che Marchini potrebbe costruire si alleino avendo la capacità di far tornare alle urne quegli italiani (tra cui noi) che se ne sono allontanati non per becero qualunquismo ma per il combinato disposto del desiderio di dare una lezione ad un sistema politico nato sbagliato e cresciuto peggio e dell’imperativo categorico di impedire a se stessi di tradurre il voltastomaco in un voto populista purchessia. Alcuni di voi obietteranno: ma non vi sembra una riedizione del centro-sinistra della Prima Repubblica? Risposta: e allora? A quel tempo si chiamavano democristiani, socialisti e laici, oggi riformisti e moderati, ma la base sociale dei potenziali elettori è, pur con tutti i distinguo dovuti alle trasformazioni socio-culturali, la stessa. Immaginiamo anche un’altra obiezione: ma non sarebbe meglio che il moderato Marchini contendesse al riformista Renzi (o chi per esso) lo scettro del comando, costituendo l’un l’altro un’alternativa costruttiva che tiene lontano gli estremisti dei due schieramenti? Teoricamente. Ma veniamo da due decenni di bipolarismo muscolare e strabico e dal fallimento di larghe intese realizzate senza convinzione (anzi, sotto il ricatto morale che si stesse consumando un atto impuro), cose che unite allo tsunami di otto anni di recessione hanno messo il Paese in ginocchio, svuotandolo di ogni energia reattiva. Ci aspettano, pena una decadenza senza ritorno, quelle riforme strutturali e quei cambiamenti epocali che da un quarto di secolo rifiutiamo ostinatamente. Dunque, più che di virtuose contrapposizioni – che per essere tali comunque richiedono leggi elettorali che certo non sono l’Italicum e riassetti istituzionali che certo non sono l’attuale riforma costituzionale – abbiamo bisogno di volonterose convergenze. Prima ce ne facciamo una ragione, prima usciremo dalla melma. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Renzi double face

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 aprile 2016

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

Enrico Cisnetto

Ma perché fa così? Mannaggia, Matteo Renzi non aveva fatto in tempo a stupirci positivamente con la sua coraggiosa sortita nei confronti della magistratura sulla vicenda degli affari petroliferi lucani, perfettamente coerente con la giusta rivendicazione del primato della politica da lui sempre evocata (e non sempre praticata), facendoci sperare che avrebbe finalmente aperto il dossier della giustizia da riformare di cui finora si è dimenticato, che eccolo (ri)cadere nella solita trappola del consenso comprato con una manciata di euro, questa volta accarezzando l’idea di concedere il bonus da 80 euro già distribuito ai lavoratori dipendenti anche ai pensionati con assegno minimo. Commettendo così più errori (gravi) in uno, e proprio mentre nel Paese monta un clima di stanchezza e ribellione che è il perfetto terreno di coltura di un’alleanza all’insegna del populismo più sfrenato tra Movimento 5stelle e Lega, intesa finora non si dice indagata, ma neppure nominata (se non da Terza Repubblica e da qualche sparuto commentatore “cane sciolto”), eppure più che mai in corso di organizzazione.
Partiamo dal “caso Guidi”. Dopo avervi detto la settimana scorsa, a caldo, che riteniamo giusto e opportuno il famoso emendamento “Guidi-Boschi”, non esserci vergognati di evocare la giustizia ad orologeria per la scelta di aver reso note intercettazioni fatte nel 2014 e tenute nel cassetto in attesa del loro “miglior uso” e aver rivendicato il buon diritto di praticare la “astensione consapevole” (per far vincere il no) nel referendum del 17 aprile che si è voluto condizionare montando ad arte questo caso “ambientalistico-mediatico-giudiziario”, non potevamo che cogliere con sollievo la scelta del presidente del Consiglio di attribuirsi la paternità del provvedimento. E di sfidare i magistrati – quelli del “traffico di influenze illecite” e del “disastro ambientale” di questa vicenda, come di tutti – a portare a conclusione le indagini e condannare gli eventuali colpevoli in tempi ragionevoli.
Se non fosse che l’accostamento è un po’ blasfemo, vi confessiamo che ci è venuto alla mente quando negli anni Settanta scoppiò lo scandalo per il finanziamento dei petrolieri (sempre loro) ai partiti e Ugo La Malfa chiese di essere ricevuto dalla Procura della Repubblica per dire “Quei soldi li ho presi io, li ho dati al partito e ne rispondo io perché il segretario del Pri sono io”. Non venne neanche ascoltato, ma in quelle parole – ribadite a Oriana Fallaci in un’intervista in cui spiegò: “l’importante è non accettare condizionamenti” – c’era tutta la forza di una rivendicazione ben lontana dall’invertebrato atteggiamento della classe politica degli anni di Tangentopoli all’insegna del “speriamo che il mio nome non esca”.
Insomma, bene o male il Renzi “arrogante” (Brunetta), “stalinista” (D’Alema), “cattivo” (Berlusconi), “ubriaco” (Pansa), lasciava il passo al Renzi “statista”. Certo, è d’obbligo ricordare al presidente del Consiglio che è in carica da oltre due anni e che finora nulla ha fatto per cancellare la cattiva giustizia – quella che non riesce quasi mai ad arrivare a sentenza “definitiva, cioè vera” (sono parole di Renzi) – e superare l’ormai venticinquennale il conflitto tra politica e magistratura, ripristinando un ordinato rapporto tra poteri dello Stato. Non basta auspicare che la giustizia sia veloce, che la carcerazione sia effettiva post sentenza e non preventiva e poi inesistente, che le intercettazioni (specie di natura privata) non finiscano in pasto all’opinione pubblica, e così via. Occorre – specie se ci si presenta come rottamatori della vecchia politica – mettere al centro della propria azione di governo un tema che non solo merita priorità per quel vale in sé, ma per gli effetti sistemici – si pensi all’economia – che è destinato ad avere.
Tuttavia, dicevamo, non si fa in tempo a coltivare un germoglio di speranza – magari sforzandosi di allontanare da sé l’idea che la sortita su Potenza fosse solo finalizzata a difendere se stesso e il suo clan, così come il giudizio che sbloccare lavori fermati da vincoli e pastoie amministrative assurde non mediante un cambio delle regole ma caso per caso, infilando codicilli fra centinaia di comma illeggibili, non è il massimo del buon governo – ed ecco spuntare come un fungo la sortita sulle pensioni minime. Un’operazione da circa 4 miliardi, che non ci sono e che se anche ci fossero andrebbero spesi diversamente se si vuole un minimo di ripresa economica decente. “È solo un depistaggio mediatico”, hanno detto in molti. Se è così, peggio che andar di notte: con le pensioni e le aspettative delle persone non si gioca. Se invece fosse un altro tassello della già inefficace politica economica renziana, sarebbe un “diabolico perseverare”. Perché finanziare gli italiani sperando che aumentino i loro consumi e che di conseguenza si rimetta in moto l’economia, è speranza vana, oltre che insana. Due tentativi sono già falliti, farne un terzo sarebbe suicida. E ha ragione da vendere Enrico Zanetti, che dall’interno del governo (è viceministro all’Economia) della maggioranza (è leader di quel che resta di Scelta Civica), non le manda a dire a Renzi: “si rischia di affiancare all’esasperato populismo di opposizione, un populismo di governo di cui non abbiamo bisogno”. Renzi, per riprendere una suggestione di Galli della Loggia, deve smettere di rappresentare a se stesso e agli italiani un’Italia che non c’è perché “non ha né rimesso in moto il Paese né risvegliato il senso dell’interesse nazionale contro privilegi e corporativismi”. Il Def, il documento che dovrebbe essere di programmazione economica e che ormai è ridotto ad una inutile sequela di slide, presentato ieri sera fotografa una realtà in regressione rispetto agli annunci e alle aspettative create, ma – ahinoi – è ancora troppo ottimista quando riduce “solo” di un quarto (da +1,6% a +1,2%) la stima di crescita del pil quest’anno. Perché, a parte la congiuntura internazionale in via di peggioramento e l’assenza di uno straccio di politica europea (a parte quella di Draghi, che comunque fatica a dispiegare i suoi benefici effetti), è proprio la mancanza di una politica economica nazionale coraggiosa e rigorosa al tempo stesso, che ci mantiene in sostanziale stagnazione.Per questo nuvole minacciose si stanno addensando sull’orizzonte del governo, e Renzi farebbe bene a preoccuparsi di resettare la panoplia delle sfide lanciate, ad adottare finalmente un progetto programmatico di respiro, rivoluzionando il quadro delle priorità, e a riannodare il dialogo con quella parte del Paese, la maggioranza, che gli ha dato fiducia o vorrebbe tanto dargliela per non essere costretta a cadere nelle spire del populismo arrembante. Sappia che se si va o si andrà a votare in queste condizioni, Grillo (o chi per lui) e Salvini si alleeranno, e saranno dolori. (Enrico Cisnetto direttore TerzaRepubblica Il quotidiano online di Società aperta)

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Politica: Moderati senza leadership

Posted by fidest press agency su domenica, 20 marzo 2016

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

Enrico Cisnetto

Una maledizione. Le elezioni amministrative disgiunte da quelle politiche in Italia sono sempre state motivo di verifiche politiche generali, fin dai tempi della Prima Repubblica. Ma nella stagione bipolare, e ancor più in questa Seconda Repubblica bis senza né capo né coda che dura da quattro anni e mezzo, il voto nelle regioni e nelle città è diventato una vera e propria dannazione, capace di bloccare per mesi l’attività dei governi, ferma nell’attesa che i partiti regolino i loro conti, interni e tra di essi. Non fa eccezione il prossimo turno che vede coinvolte città come Milano, Torino e Napoli oltre che la Capitale. Anzi, è almeno dall’inizio dell’anno – a Roma anche prima, visto che Ignazio Marino ha lasciato il Campidoglio lo scorso ottobre – che la vita politica ruota intorno a candidature, primarie, equilibri, scontri e inciuci vari, e a maggior ragione sarà così fino a giugno. Uno stallo intollerabile, per il tempo buttato e per le scene disgustose che vanno in onda al cospetto dei cittadini, sempre più stomacati. Questa volta, però, nella disgrazia sembra almeno esserci un vantaggio: i protagonisti di questo inverecondo spettacolo non ne usciranno vivi. Prendete il centro-destra. Non solo le diverse candidature che vanno dal centro alla destra non sono il segno di una ricchezza di posizioni pronte a unirsi al secondo turno (eventuale, ma in questo caso inevitabile) bensì la certificazione di una disastrosa implosione, ma dietro di esse è ben visibile (anche agli orbi) il profilo di uno scontro tra una leadership tramontata e una impossibile, per di più con il contorno di ambizioni malriposte.
Parliamoci chiaro: Berlusconi non solo non è più un leader spendibile, per enne ragioni di cui l’età non è la principale, ma rappresenta un vero e proprio impedimento alla formazione di quel partito liberale di massa che avrebbe voluto essere Forza Italia (e che mai è stato) e di cui il Paese sente un grande bisogno. Certo, la doppia debolezza del Cavaliere – quella propria e quella derivante dall’essere uno scoglio per la rigenerazione della dirigenza – non è l’unica causa se il soggetto politico che per sua natura sarebbe la forza potenzialmente di maggioranza relativa è invece ridotto ai margini della scena politico-parlamentare. Conta, non meno, l’aver del tutto perso quel poco (troppo poco) di capacità progettuale e programmatica, l’aver lasciato prevalere – come bene ha scritto Davide Giacalone – “linguaggi e idee di tono e di sostanza estremista”, l’aver “abusato nel carezzare sentimenti popolari come la paura e la rabbia” per inseguire il consenso, senza capire che così facendo si faceva perdere ruolo e credibilità alla politica, finendo col premiare chi meglio sbraita nel comunicare. Errore grosso, perchè l’Italia che si sente violentata negli interessi (legittimi) e ribolle d’indignazione, non riempie le piazze ma svuota le urne. Da una forza moderata che vuole rappresentare i moderati ci si aspetta un programma di governo in cui si dica dove si taglia la spesa pubblica corrente, come si semplificano le strutture e le amministrazioni pubbliche, in che modo e in quanto tempo si sconfigge la burocrazia inutile e si proceda alla delegificazione, come si afferma il merito e si affiancano i doveri ai diritti. Una forza che rifiuta la logica bipolare se questa significa doversi coalizzare con le forze estreme, populiste e forcaiole, per vincere e invece si confronta e si allea – apertamente, non attraverso patti nazareni occulti – con la parte riformista della sinistra, aiutandola a fare a meno delle componenti massimaliste e giustizialiste, incontrandosi con essa su un programma di governo di stampo liberal-keynesiano – in modo da rendere più efficiente il comparto pubblico e più competitivo quello privato, come ha ben scritto Michele Salvati – per la rinascita del Paese dopo la penosa stagione del declino e della decadenza.
Proprio per questo, non solo non è concepibile che la leadership del centro-destra sia nelle mani di Salvini, tanto più nella versione lepenista (ma presto ci aspettiamo anche trumpista), ma non è opportuno che i moderati abbiano la Lega e i nazionalisti ex fascisti come alleati. Che meglio stanno vicini ai 5stelle – e forse presto li vedremo, da quelle parti – in una sorta di santa alleanza del populismo e dell’anti-europeismo. Le evocazioni accorate all’unità – “uniti si vince, divisi si perde” – che si sentono continuamente fare dai berlusconiani della prima e dell’ultima ora, sono dunque sbagliate sia in via di principio che in via di fatto, e dimostrano la pochezza di una classe dirigente (si fa per dire) totalmente incapace di compiere uno straccio di analisi politica, economica e socio-culturale.
Noi lo abbiamo detto e ridetto, che non si poteva né riprovarci con Berlusconi né provarci con Salvini, da solo o in compagnia della Meloni. E che se si voleva che il partito della nazione di Renzi non fosse una (cattiva) riedizione della Democrazia Cristiana, bensì la nascita di un moderno partito socialista-riformista, bisognava costringere Berlusconi e Renzi a restare alleati alla luce del sole – anziché per il tramite di Verdini – e fare in modo che nuove forze occupassero la scena sul lato centrale destro del palcoscenico politico. Tutto, invece, è andato e sta andando per il verso opposto. Certo, qualche segnale c’è che la controtendenza è organizzabile: la candidatura di Parisi a Milano, il buon esito dell’esperimento Toti in Liguria, il gioco a tutto campo di Tosi, il ruolo terzista di Marchini e Passera. Ma è ancora troppo poco, e spesso troppo personalizzato. Occorrono luoghi di pensiero, strumenti di dibattito, gruppi impegnati in elaborazioni programmatiche nuove. Per i moderati come per i riformisti. Altrimenti prevarrà la disgregazione. E saranno dolori. (Enrico Cinnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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