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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 344

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Trattamento dell’epatite B

Posted by fidest press agency su domenica, 29 agosto 2010

II 99% dei pazienti in cura con entecavir, molecola di nuova generazione e antivirale orale per il trattamento dell’epatite B cronica, non ha sviluppato resistenza al virus nel corso di cinque anni di terapia. Il tasso di probabilità cumulativa di resistenza è infatti attorno all’1%, risultato mai raggiunto nella storia farmacologica di questa malattia cronica, nei pazienti che non hanno seguito alcun trattamento con antivirali orali in precedenza. I dati confermano l’alta barriera genetica di entecavir e il bassissimo rischio di sviluppare resistenza. Infatti, per sfuggire ad entecavir il virus dell’epatite B cronica deve sviluppare almeno tre mutazioni. Al contrario, per gli altri antivirali oggi disponibili la perdita di efficacia si sviluppa con una o due sole mutazioni del virus. Queste importanti notizie giungono dal più autorevole appuntamento di epatologia in Europa in corso a Milano, il 43° congresso della European Association for the Study of the Liver (EASL). Per Alfredo Alberti, professore di Medicina Interna e Gastroenterologia dell’Università di Padova, “I risultati confermano la potenza di entecavir e l’efficacia a lungo termine, dati essenziali per impostare una strategia iniziale di trattamento e superare i timori di insorgenza di resistenze comuni con le terapie disponibili fino ad oggi. Questo significa poter iniziare a trattare i pazienti prima e meglio, così da ridurre i rischi di insorgenza di cirrosi o di epatocarcinoma.”

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45° Congresso per lo studio del fegato

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 aprile 2010

Vienna. Entecavir, antivirale orale ad alta barriera genetica per il trattamento dell’epatite B cronica, è efficace, non dà resistenza virale e riduce i danni a carico del fegato. Per la prima volta sono disponibili i dati sull’uso della molecola dopo due anni di trattamento nella pratica clinica quotidiana, cioè su pazienti diversi (più anziani, con malattie più severe) rispetto a quelli arruolati negli studi registrativi. Ed è proprio l’Italia a presentare i risultati  a Vienna dove è in corso il 45° Congresso dell’Associazione europea per lo studio del fegato (European Association for the Study of the Liver – EASL), il più importante appuntamento continentale sulle malattie epatiche, che vede la partecipazione di circa 7.500 esperti. Lo studio multicentrico italiano, che durerà cinque anni, ha riunito 311 pazienti HBeAg negativi mai trattati prima (il 50% con cirrosi in stadio iniziale), provenienti da 17 centri coordinati dalla Unità Operativa di Gastroenterologia I della Fondazione Policlinico di Milano, diretta dal prof. Massimo Colombo. “La risposta virologica, cioè la capacità di entecavir di bloccare il virus – spiega il prof. Pietro Lampertico dell’Università degli Studi di Milano, responsabile della ricerca – si è dimostrata efficace nel 95% dei pazienti dopo due anni di trattamento, la stessa percentuale emersa negli studi registrativi. Questo significa che il virus non è più rilevabile nel sangue. Inoltre solo l’1% (3 pazienti su 311) ha evidenziato un aumento della viremia in corso di trattamento. In questi casi però non si è determinata una resistenza alla molecola, perché l’incremento della carica virale è stato causato dalla scarsa aderenza alla terapia da parte dei pazienti”. Bloccare il virus ha inoltre permesso di arrestare i danni a carico del fegato. “Nell’85% dei pazienti – continua il prof. Lampertico – le transaminasi hanno raggiunto livelli normali. Siamo così riusciti a spegnere l’infiammazione del fegato. Ed in assenza di infiammazione, la progressione della malattia viene arrestata”. Infine i dati sulla sicurezza: nessun paziente ha interrotto la terapia o ha ridotto la dose a causa di effetti collaterali.
Entecavir, scoperto nei centri di ricerca di Bristol-Myers Squibb, è disponibile in Italia da tre anni. La molecola ha raggiunto questi risultati grazie alla sinergia fra la potenza nell’abbattere la carica virale e l’alta barriera genetica con la necessità per il virus di sviluppare almeno tre mutazioni per sfuggire all’effetto della molecola. Tutte le persone arruolate nello studio erano colpite da una forma particolare di epatite B cronica, detta HBeAg negativa, che, oltre ad essere la più diffusa in Italia, sta diventando dominante anche nel resto del mondo. In questo senso la ricerca italiana può diventare paradigmatica anche per altri Paesi. Si stima che in Italia vi siano circa 700mila persone con epatite B cronica (14 milioni in Europa e 350 milioni nel mondo). Purtroppo la percezione della gravità della malattia è ancora scarsa e preoccupa la mancanza di ricorso a cure appropriate. Nel nostro Paese, solo venticinquemila persone sono in terapia, anche se molte di più potrebbero trarre beneficio da trattamenti efficaci per arrestare l’evoluzione della malattia. Il 15-25% delle persone con epatite B cronica muore a causa di una malattia epatica: l’HBV (Hepatitis B Virus) è responsabile dell’80% dei tumori epatici primari che si sviluppano nel mondo.

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