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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘epatite c’

Italia: Portatori cronici del virus dell’epatite C

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 dicembre 2018

“In Italia si stima che un milione di persone siano portatrici croniche del virus dell’epatite C e di queste almeno 330.000 presentino una cirrosi epatica. Un problema di salute pubblica, oltre che individuale che ormai deve essere affrontato in modo serio competente e sistematico”. E’ quanto afferma il dott. Claudio Cricelli, Presidente Nazionale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) durante il convegno HCV Working Together, dedicato alla patologia. L’evento si svolge oggi presso la sede dell’Alta Scuola di Formazione SIMG e vede un confronto aperto fra specialisti e medici di medicina generale. “Molti pazienti possono assumere le nuove terapie antivirali che consentono quasi nel 100% dei casi una guarigione completa dall’infezione da virus – aggiunge Cricelli -. Il costo del trattamento è elevato e impone una riflessione e il raggiungimento di un equilibrio fra il diritto alle cure costituzionalmente sancito, da un lato, e il governo complessivo del processo, in clima di risorse limitate, dall’altro. La maggioranza dei pazienti non manifesta alcun sintomo e non ottiene una diagnosi o un inquadramento clinico precoce – prosegue il presidente SIMG -. Il medico di medicina generale per la peculiarità del suo ruolo è fra i professionisti della salute più indicato per far emergere la patologia e per avviare il paziente ai nuovi trattamenti e al percorso specialistico più appropriato. Per questo è però necessaria una formazione specifica che deve basarsi non soltanto su aspetti puramente nozionistici, ma anche soprattutto su sistemi didattici basati sull’apprendimento attivo – sottolinea Cricelli -. L’approccio, però, globale al paziente con epatite cronica c ormai non può essere lasciato al singolo medico, ma va inquadrato in un lavoro di squadra in cui il paziente deve seguire un percorso ben preciso governato da un protocollo diagnostico terapeutico assistenziale che deve coinvolgere a vario titolo tutti gli attori dell’assistenza, dal medico, allo specialista, all’infermiere professionale, e altre figure non mediche”. “I modelli di presa in carico della cronicità, di reti integrate ospedale-territorio e di approccio evoluto alla gestione del paziente cronico ormai non possono non includere in questa categoria anche coloro che sono affetti da epatite cronica di tipo C – conclude il dott. Alessandro Rossi, Coordinatore dell’area progettuale Malattie Infettive della SIMG –. Lo screening per far emergere il sommerso trova nel medico di medicina generale italiano moderno la sua pratica applicazione, attraverso i sistemi informatici di cui è dotato. Una volta individuato un paziente candidato per la terapia con i farmaci retrovirali, prosegue l’assistenza anche nella fase di trattamento e successivamente, per una sorveglianza sanitaria continua, il monitoraggio di altri fattori di rischio e la diagnosi precoce dell’eventuale comparsa di epatocarcinoma”.

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Epatite C Zero: parte il ciclo di incontri aperti al pubblico

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 giugno 2018

Torino. L’obiettivo eliminazione dell’epatite C è sempre più vicino, grazie alla disponibilità di terapie antivirali efficaci e ben tollerate, che ha rivoluzionato l’approccio all’HCV, e all’apertura dei criteri di accesso da parte di AIFA che di fatto permetterebbe di trattare quasi tutti i pazienti. Tuttavia, resta ancora molto da fare per raggiungere questo traguardo, previsto per il 2030.
La strada per eliminare l’epatite C passa anche attraverso l’informazione: per questo la campagna educazionale Epatite C Zero, promossa da MSD Italia in collaborazione con EpaC Onlus e la supervisione scientifica di FIRE – Fondazione Italiana per la Ricerca in Epatologia, riparte con una serie di incontri aperti al pubblico che toccherà diverse città italiane per promuovere l’awareness su prevenzione e diagnosi dell’epatite C, sulle opportunità terapeutiche e sull’importanza di trattare ogni paziente con la terapia più appropriata.
La prima città ad ospitare la campagna è Torino, dove oggi medici specialisti, rappresentanti dei pazienti e delle istituzioni locali si confrontano tra loro e con i cittadini/pazienti per fare chiarezza sull’epatite C, fornire informazioni pratiche e fare il punto sull’obiettivo ‘zero epatite C’ sul territorio regionale. Le prossime ‘tappe’ a settembre e ottobre saranno Padova e Napoli.
Ai partecipanti agli incontri viene sottoposto un breve questionario a risposta multipla che valuta la loro conoscenza sulla malattia, dalle cause ai sintomi, da cosa fare in caso di diagnosi a chi rivolgersi per reperire informazioni: l’obiettivo primario è quello di promuovere la consapevolezza e far emergere il sommerso.
Fulcro della campagna è la web serie Epatite C Zero: 5 episodi, proiettati durante l’incontro, che raccontano l’epatite C dal punto di vista dei pazienti, attraverso la metafora del viaggio, a bordo di un van che attraversa l’Italia, dall’Adriatico al Tirreno. Fino a poco tempo fa infatti, l’epatite C era considerata un tunnel con poche vie d’uscita; oggi lo scenario è cambiato e la malattia può essere paragonata ad un viaggio con un inizio e con un finale positivo nella maggior parte dei casi, perché il virus HCV può essere eliminato.
L’obiettivo ‘zero epatite C’ non è così lontano, anche se c’è ancora molto da fare per diffondere al massimo la cultura della prevenzione e della diagnosi attraverso il test; la disponibilità di nuove terapie antivirali, efficaci per diverse categorie di pazienti, fa sì che questa prospettiva sia finalmente possibile. Per informazioni sulla campagna e sugli incontri e per vedere gli episodi della web serie: http://www.epatiteczero.it

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Medicina sociale 2016

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

medicina sociale1Prima parte (Italian Edition) Kindle Edition. Il tema conduttore di questa edizione riguarda l’epatite virale. E’ un argomento che stimola, per lo meno, una riflessione. Riguarda il valore che noi attribuiamo alla salute intesa più come una opportunità per fare soldi che per offrire un’occasione ai malati per una guarigione completa.
E più in generale la cura dei nostri mali, può diventare un potente strumento di ricerca biomedica per assicurarci, con strumenti validi, sotto il profilo farmaceutico e di tecniche chirurgiche o di altro genere, un benessere sicuro e duraturo.
Se non accade è perché abbiamo preferito la strada più agevole per stimolare i nostri egoismi e tutto questo non riguarda solo ciò che la scienza può offrirci a monte con studi più approfonditi sulla natura umana e i suoi rimedi, ma anche nel nostro operare quotidiano.Penso ai medici di famiglia che sono diventati in massima parte dei burocrati e si riducono sovente in prescrittori di medicinali e di accertamenti diagno-stici. Alcuni pazienti mi dicono che le loro visite allo studio si riducono per lo più alla descrizione di un malessere che avvertono e il medico che si limita, senza visitare, a prescrivere medicine o a stabilire vari tipi di accertamenti.E’ tempo che anche questo rapporto con i sanitari vada rivisto così come l’ho già prospettato in altri miei analoghi lavori ma credo non sia abbastanza e valga la pena di ribadirlo di nuovo e con più forza anche in questa sede. Qui non si tratta tanto di fare economie, anche se la circostanza di certo non dispiace, ma di rispondere meglio alle attese della parte dolente dell’umanità.
D’altra parte lo dobbiamo alla stessa conoscenza che noi acquisiamo attraverso il web e che ci permette d’interloquire meglio con il nostro medico ma anche di poter rettificare taluni errati giudizi che noi traiamo proprio per quella mancanza di uno studio sistematico della natura umana che è, invece, nella cultura dello specialista.
Ciò implica la necessità del dialogo tra le parti che non può limitarsi al binomio causa/rimedio in specie se la possibile soluzione si sposta nel tempo e resta “sospesa” finché non interverranno i vari accertamenti diagnostici che sono, tra l’altro, condizionati ai tempi lunghi previsti per prenotarli.
Il rischio è che si vada ad allargare la base della ricerca senza che vi sia una reale necessità mentre il tutto poteva essere ovviato con una più attenta e circostanziata indagine diagnostica nello studio del sanitario. (foto: medicina sociale1)

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Contrastare l’aumento delle epidemie di HIV, tubercolosi ed epatite C

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 luglio 2017

strasburgo-parlamento-europeoStrasburgo Parlamento europeo. Mercoledì, i deputati hanno chiesto alla Commissione di sviluppare un programma a livello UE e a lungo termine per affrontare l’aumento delle epidemie di HIV/AIDS, tubercolosi ed epatite C.Sono necessari programmi armonizzati di sorveglianza delle infezioni per individuare in modo tempestivo focolai di queste malattie contagiose, valutare l’andamento dell’incidenza della malattia, fornire stime sul carico della malattia e monitorare efficacemente e in tempo reale la sequenza di diagnosi, trattamento e cura, dicono i deputati. Poiché l’HIV rimane la malattia trasmissibile con la più elevata stigmatizzazione sociale, la Commissione e gli Stati membri dovrebbero facilitare l’accesso a trattamenti innovativi, anche per i gruppi più vulnerabili, e adoperarsi per combattere l’impatto sociale. Inoltre, i deputati chiedono agli Stati membri di rendere i test HIV disponibili gratuitamente al fine di garantire una diagnosi precoce.La tubercolosi (TB) costituisce la principale causa di decesso delle persone affette da HIV ed è diventata una seria minaccia per la salute a carattere transfrontaliero, in un mondo in cui la mobilità della popolazione è in aumento. Il numero di persone che hanno contratto la tubercolosi nel mondo è aumentato nel 2014 per il terzo anno consecutivo. Nel caso dell’epatite C, oltre il 90% dei pazienti non presenta sintomi al momento della contrazione della malattia. Non esiste attualmente negli Stati membri un protocollo standardizzato per lo screening e i dati sulle persone affette dalla malattia potrebbero essere sottostimati. La Commissione dovrebbero pertanto istituire un piano multidisciplinare finalizzato a standardizzare i protocolli di screening, di controllo e di cura per eradicare l’epatite C nell’UE entro il 2030.I deputati hanno infine sottolineato l’importanza di affrontare l’emergente crisi della resistenza antimicrobica esortando i leader UE a istituire misure transfrontaliere di prevenzione e avviare azioni congiunte.
· nel 2015, circa 30 mila nuovi casi di infezione da HIV sono stati segnalati da 31 Paesi EU/EEA.
· circa 120 mila persone in Europa hanno sviluppato una forma di tubercolosi multi farmacoresistente (MDR-TB)
· l’epatite virale (HCV) è considerata una delle principali minacce alla salute pubblica globale
· secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), 1 persona su 7 affetta da HIV non sa di essere sieropositiva
· il periodo stimato che intercorre tra l’infezione da HIV e la diagnosi è di quattro anni
· per il 2050, dei 10 milioni di decessi stimati nell’UE ogni anno e attribuiti alla resistenza ai farmaci, circa un quarto sarà dovuto a ceppi di TBC resistenti ai farmaci.

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Inizia la nuova era della lotta all’epatite C: obiettivo eliminazione

Posted by fidest press agency su sabato, 24 giugno 2017

epatite CSono stati anni di profondi mutamenti nella lotta all’HCV e ora ci troviamo di fronte ad una svolta. Il recente ampliamento dei criteri di accesso alle nuove terapie da parte dell’AIFA ha aperto le porte della cura ad un numero sempre maggiore di pazienti infetti. Oggi per loro esiste un’arma che potrà rendere l’obiettivo dell’eliminazione dell’epatite C più facile da raggiungere. Si tratta della combinazione sofosbuvir + velpatasvir, un trattamento pangenotipico, ovvero efficace contro tutti i ceppi del virus dell’HCV, che agisce inoltre in un tempo più breve e con meno effetti collaterali rispetto agli altri trattamenti.“I farmaci antivirali ad azione diretta, di cui sofosbuvir è stato il capostipite, sono la terapia rivoluzionaria nella cura dell’epatite C perché permettono di svincolarsi dall’utilizzo dell’interferone, che era risolutivo solo nel 50% dei casi. Grazie a tali terapie, si possono guarire un maggior numero di pazienti, con effetti collaterali minori ed efficacia più elevata”, spiega Stefano Fagiuoli Direttore Unità Complessa di Gastroenterologia, Epatologia e Trapiantologia, ASST Papa Giovanni XXIII, Bergamo “In particolare, la nuova combinazione di sofosbuvir con velpatasvir (pangenotipico), da poco disponibile anche in Italia, rappresenta un’importante innovazione terapeutica perché agisce su tutti i genotipi del virus. È efficace infatti nel 99% dei casi nei genotipi 1, 2 e 4, nel 95% dei pazienti con genotipo 3.”Sofosbuvir + velpatasvir ha dimostrato di essere efficace in 12 settimane, dimezzando i tempi di terapia rispetto agli antivirali ad azione diretta (DAA) di prima generazione utilizzati fino adesso in pazienti con patologia avanzata. Il nuovo regime pangenotipico consente di iniziare a trattare i pazienti in tempi brevi. Fino ad oggi, infatti, i pazienti dovevano venire sottoposti a diversi test, sia prima di iniziare il trattamento che durante, con sistemi di monitoraggio; l’introduzione dello schema pangenotipico semplifica questa routine.La combinazione sofosbuvir e velpatasvir per 12 settimane è stata autorizzata per i pazienti senza cirrosi o con cirrosi compensata e in combinazione con ribavirina per i pazienti con cirrosi scompensata. Sofosbuvir + velpatasvir è anche il primo regime a singola compressa approvato per il trattamento dei pazienti con genotipo 2 e 3, senza l’ausilio di ribavirina.
Infine, l’introduzione di uno schema che agisce su tutti i genotipi permetterà di abbattere il problema delle resistenze, il fenomeno per cui i virus acquisiscono la capacità di sfuggire all’azione dei farmaci.“Il nuovo pangenotipico consente al medico di trattare tutti i tipi di pazienti nelle diverse fasi della malattia, con straordinaria efficacia in quelli con malattia avanzata” conclude Fagiuoli. ”Inoltre è l’unica terapia che è stata utilizzata con ottimi risultati nei pazienti post-trapianto.”L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha posto come obiettivo da raggiungere entro il 2030 il controllo delle epatiti virali. Un traguardo ambizioso che potrà essere centrato attraverso la riduzione del 90% dei nuovi casi di epatite B e C, trattando l’80% dei pazienti eleggibili per il trattamento e riducendo del 65% i decessi legati alle epatiti.[1] In questo contesto si colloca il Piano Nazionale per l’eradicazione dell’HCV voluto dall’Agenzia Italiana del Farmaco e dal Ministero della Salute che prevede di trattare 80.000 persone all’anno nei prossimi tre anni.
“Il nuovo farmaco pangenotipico semplificherà ulteriormente gli attuali schemi terapeutici ed è certamente interessante per la sua “maneggevolezza”, caratteristiche sicuramente apprezzate da medici e pazienti: è un contributo concreto all’eliminazione dell’epatite C nel nostro Paese”, dichiara Ivan Gardini, Presidente di EpaC Onlus.Che il vento sia cambiato per i pazienti con HCV lo testimoniano anche le conversazioni che avvengono in Rete, specchio contemporaneo dei sentimenti positivi e negativi che attraversano la società: rispetto al 2013, quando la rivoluzione dei farmaci DAA non era che agli albori, si respira un’aria di fiducia e di ottimismo, come testimonia l’analisi di oltre 1000 post pubblicati sui gruppi di pazienti con HCV presenti sul social network più diffuso, Facebook, condotta da Voices from the Blogs, spin-off dell’Università degli Studi di Milano specializzata nell’ascolto e nell’analisi delle conversazioni online. “Rispetto a quanto rilevato nel periodo precedente, nel 2017 i post su facebook ci restituiscono un sentiment più positivo: crescono del 5% i post che riportano emozioni positive”, spiega Andrea Ceron, Co-Fondatore di Voices from the Blogs, “rispecchiando così i cambiamenti avvenuti nello scenario degli ultimi mesi”.In Italia stime recenti collocano il numero di malati di epatite C tra un minimo di 250.000 a un massimo di 600.000.[3] “Di questi, si ritiene che il 20% non sappia di esserlo” afferma Salvatore Petta, Sezione di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Palermo. L’infezione, infatti, rimane silente per molti anni, tempo in cui il virus, però, danneggia l’organismo e spesso, quando si arriva alla diagnosi, la malattia è già in fase avanzata.[4] [5] [6]“L’obiettivo dell’eliminazione del virus dal nostro Paese” – prosegue Petta – “non potrà essere raggiunto fino a quando anche queste “sacche” di malati – pazienti presso i SERT, detenuti, coinfetti – non verranno curate. Allo stato attuale non serve uno screening di massa ma un’azione in sinergia con i medici di medicina generale per individuare i soggetti suscettibili, capire le ragioni di un eventuale rifiuto delle terapie in passato e spiegare i progressi medici compiuti”.Con l’avvento del farmaco universale, che può essere usato su tutti i genotipi, l’armamentario per la lotta all’HCV è completo. “Ora abbiamo praticamente tutto: un fondo dedicato, bravi specialisti, e farmaci disponibili. Ma la sola enunciazione di un “piano di eradicazione” non basta. Serve un serio impegno da parte delle Regioni per ridefinire le reti di cura, renderle capillari per prendere in carico tutti i pazienti già diagnosticati, rinforzare i centri che hanno in carico migliaia di pazienti, e creare dei percorsi terapeutici che coinvolgano tutti gli stakeholders”, conclude Gardini.

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L’epatite C è una questione prioritaria di salute pubblica

Posted by fidest press agency su sabato, 22 aprile 2017

medicina sociale parte primaAmsterdam. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono circa 170 milioni le persone infette. Solo nel nostro Paese la prevalenza di individui positivi all’HCV potrebbe sfiorare il 2% della popolazione, con una stima di circa 1,2 milioni di infetti, dei quali un numero importante con infezione in atto. Sono sei i genotipi che causano l’infezione cronica. Il GT1 è il più comune in Europa, rappresentando più del 66% dei casi, e il sottotipo 1b è il più diffuso nella maggior parte dei Paesi europei, tra i quali l’Italia, dove costituisce il 51% del totale dei casi. Da qualche mese, nel nostro Paese, il Servizio Sanitario Nazionale ha a disposizione una nuova opzione terapeutica per l’eradicazione dell’epatite C: la combinazione di due antivirali diretti (DAAs), elbasvir, inibitore della proteasi NS5A del virus HCV e grazoprevir, inibitore della proteasi NS3/4A, entrambe necessarie per la replicazione virale.
Il profilo di efficacia, sicurezza e tollerabilità del farmaco è stato dimostrato in un ampio corpus di studi clinici (oltre 2000 pazienti arruolati), nel quale il tasso di Risposta Virologica Sostenuta (SVR) è sempre risultato superiore al 92%, raggiungendo anche il 100%. Un altro dato significativo emerge dallo studio sui pazienti con malattia renale avanzata o terminale, o in attesa di trapianto di rene (abstract THU-234): in questi pazienti la SVR12 viene raggiunta nel 94% dei casi.
Migliaia di pazienti con epatite C cronica sono stati coinvolti nel programma di sviluppo clinico di elbasvir/grazoprevir, sia naïve che experienced al trattamento, con e senza cirrosi, con comorbidità o coinfezioni. L’obiettivo, infatti, è l’individuazione di una risposta terapeutica per il maggior numero di persone con HCV.In questa direzione si sta muovendo la ricerca MSD, che punta a un regime semplificato a tre farmaci con una sola pillola al giorno, senza ribavirina, ridotta tossicità e minore durata di trattamento. I risultati degli studi di fase III sulla terapia MK-3682/grazoprevir/ruzasvir (abstract PS-159) saranno presentati in anteprima al congresso EASL.“Le nuove triplici combinazioni sono un ulteriore passo avanti nel trattamento dell’HCV – dichiara il prof. Antonio Craxì, Ordinario di gastroenterologia presso l’Università degli Studi di Palermo. “Gli studi disponibili sono promettenti, anche per quanto riguarda il superamento del problema delle resistenze che possono svilupparsi nei pazienti experienced e che, anche in Italia, hanno già generato un pool consistente di pazienti da ritrattare”. (n.r. La Fidest ha trattato i vari aspetti dell’epatite C nella sua annuale pubblicazione di medicina sociale di cui riportiamo il frontespizio del testo)

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“Progetto ENEHIDE: Informazione, Educazione e Prevenzione sull’Epatite C negli Istituti Detentivi”

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 marzo 2017

epatite CENEHIDE è promosso dall’Associazione EpaC Onlus e SIMSPe Onlus (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria) ed è patrocinato dal Ministero della Giustizia, dal Consiglio regionale del Lazio e dall’Asl di Viterbo. Negli istituti di detenzione italiani, infatti, vive una comunità di persone particolarmente esposta all’infezione da HCV: la prevalenza di epatite C è stimata tra il 7,4% e il 38% su un totale di 56mila detenuti. Percentuali che salgono ancora di più se consideriamo la popolazione femminile: le donne detenute, pur essendo di meno degli uomini, hanno più spesso problemi di tossicodipendenza, che aumenta il rischio di trasmissione del virus.
“L’epatite C è un problema di salute collettiva: si tratta di persone che una volta tornate in libertà rientreranno nella società ed è importante che siano consapevoli dei rischi connessi a determinati comportamenti e della possibilità di prevenire il diffondersi dell’infezione”, ha dichiarato Giulio Starnini, direttore dell’U.O. di Medicina Protetta Malattie Infettive presso l’Ospedale di Belcolle (VT), Viterbo e coordinatore del progetto per SIMSPe.
Per cercare di dare una risposta concreta a questo bisogno di maggiore tutela della salute dei detenuti, EpaC onlus e SIMPSe hanno dato vita a ENEHIDE, una serie di attività, eventi di formazione e azioni concrete di distribuzione di materiale, rivolte a tutta la comunità che vive negli istituti penitenziari. “La conoscenza è alla base della possibilità di compiere delle scelte informate: è quindi fondamentale che tutti abbiano gli strumenti per prevenire e limitare l’infezione da HCV”, ha dichiarato Massimiliano Conforti, vice-presidente dell’Associazione EpaC Onlus e responsabile del progetto. “L’obiettivo di ENEHIDE è aiutare a migliorare le condizioni di salute delle persone detenute, per spezzare la catena del contagio e per combattere lo stigma che ancora avvolge le persone con HCV”.
La Casa Circondariale di Viterbo, che ha accolto con entusiasmo la proposta di condurre il pilota non è nuova a progetti di informazione e formazione a favore di tutte le persone che trovano in carcere a qualsiasi titolo, che siano detenuti o che ci lavorino “perché ENEHIDE è strutturato in maniera solida e rigorosa per ottenere risultati in termini di prevenzione e di informazione”, come ha spiegato Teresa Mascolo, direttore della Casa Circondariale di Viterbo.
ENEHIDE non vuole rivolgersi solamente alle persone detenute, ma prevede il coinvolgimento di tutti quelli che ruotano intorno alla realtà detentiva, come il personale di Polizia Penitenziaria. “La Polizia Penitenziaria, per le sue specialistiche funzioni, svolge un ruolo ad alta valenza umanitaria che va oltre gli aspetti connessi alla sicurezza. In sinergia con tutte le altre componenti, garantisce l’attivazione e il buon andamento dei percorsi trattamentali rivolti alle persone detenute. L’efficacia dei progetti rieducativi è il risultato dell’intelligente lavoro comune, che guarda alla persona detenuta nella sua complessità”, ha sottolineato Santi Consolo, Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
La Casa Circondariale di Viterbo è uno dei 14 istituti detentivi del Lazio, terza fra le Regioni in quanto a numero di detenuti ospitati: a gennaio 2017, la popolazione carceraria laziale era di 6.211 persone (su un massimo di detenuti previsti di 5.235), di cui il 43,6% stranieri.
Il progetto ENEHIDE prevede 20 incontri di formazione e informazione rivolti alle persone detenute, al personale sanitario operante nell’istituto detentivo (circa 50 tra medici e personale infermieristico), per migliorare la loro conoscenza dell’HCV, oltre che ai 400 agenti circa di polizia penitenziaria operanti in Istituto. Accanto a queste attività, il progetto prevede anche la diffusione di strumenti di prevenzione, come la distribuzione di opuscoli informativi tradotti in sei lingue, e la messa in pratica di buone abitudini che interrompano la catena del contagio e la reinfezione. In particolare, verranno distribuiti strumenti di igiene personale (oltre 2.000 spazzolini e 2.000 tubetti di dentifricio), sostituiti con regolarità.
Il progetto pilota durerà sei mesi e vuole dimostrare per prima cosa che un’azione di questo genere è realizzabile. “Abbiamo stabilito degli indicatori di efficacia che ci aiuteranno a capire cosa funziona e cosa no”, ha concluso Conforti.

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“Vogliamo Zero Epatite C”

Posted by fidest press agency su domenica, 5 febbraio 2017

medicina sociale parte primaLe stime più aggiornate dicono che in Italia circa 300.000 persone hanno una diagnosi di Epatite C; ogni anno sono circa 1.200 i nuovi casi di contagio diagnosticati. Dal 2015 sono finalmente disponibili cure efficaci e risolutive, ma il virus dell’Epatite C è ancora diffuso. In Italia sono circa 10.000 le persone che ogni anno muoiono a causa dell’Epatite C e delle gravi complicanze che da essa derivano (come cirrosi e tumore del fegato). La campagna sarà veicolata su tutti i mezzi di informazione e supportata da uno spot istituzionale e da video appelli realizzati grazie all’impegno a sostegno di EpaC di numerosi testimonial: il capitano del Milan e centrocampista della Nazionale, Riccardo Montolivo; l’attaccante della Lazio e della Nazionale Italiana Ciro Immobile; l’allenatore ed ex calciatore Hernán Crespo, il campione olimpico, oro nel Fioretto a Rio 2016, Daniele Garozzo, il giornalista sportivo Gianluca di Marzio e la conduttrice e scrittrice Rosanna Lambertucci. Alla campagna informativa è legata la raccolta fondi con sms solidale al 45544 dal 3 al 20 febbraio. I fondi raccolti contribuiranno a realizzare un Numero Verde EpaC a disposizione dei cittadini, promosso dall’Associazione come strumento fondamentale per essere ancora più vicina e raggiungibile per le persone colpite da Epatite C, dai loro familiari che necessitano di un’informazione accurata e autorevole sulla malattia, sulle possibili cure e sui modi e luoghi dove ottenerle.
Oggi il 95% delle persone con questa malattia può essere completamente guarito dall’infezione con un ciclo terapeutico di 3-6 mesi attraverso la somministrazione di farmaci per via orale, chiamati antivirali ad diretta, con effetti collaterali minimi se non assenti.
In Italia, negli ultimi due anni su un totale stimato di 300.000 pazienti con Epatite C circa 66 mila malati hanno potuto accedere alle cure con i nuovi farmaci garantite dai protocolli del Servizio Sanitario Nazionale, guarendo totalmente dall’infezione. Si tratta di una vera rivoluzione scientifica. Ma non basta.
Proprio in virtù di questa rivoluzione terapeutica, l’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità ha recentemente messo a punto una strategia globale per l’eliminazione dell’Epatite C nel mondo e si è posta importanti obiettivi per il 2030: ridurre le nuove infezioni di epatite virale del 90% e ridurre il numero di morti a causa di epatite virale del 65%.
locandina-epacDal 1999 Epac onlus è il punto di riferimento in Italia per migliaia di malati di epatite. L’associazione ha due sedi (Roma e Monza): collabora senza vincoli di subordinazione, con Istituzioni, Centri Specializzati, Aziende; con Ministero della Salute, Regioni, Società Scientifiche, ASL, Agenzia del Farmaco ed altri stakeholders. E’ membro fondatore della European Liver Patients Association (ELPA), della World Hepatitis Alliance (WHA) e Fondatore di Alleanza contro l’Epatite (ACE).
Le principali attività svolte dall’Associazione sono relative a 3 grandi aree:
la consulenza ai malati e ai loro famigliari: il cuore dell’attività, della quale beneficiano decine di migliaia di cittadini che vengono “accolti” da persone qualificate e consigliati, informati e indirizzati ai centri di cura più idonei vicini a loro;
l’informazione e la prevenzione: diffusione di manuali cartacei, video, notiziari e una newsletter mensile. Campagne Informative Nazionali di prevenzione e lotta con spot TV, radio, conferenze e articoli stampa, screening nelle piazze per il controllo delle transaminasi e test salivari. (n.r. Siamo orgogliosi d’aver preso l’iniziativa di dedicare la prima parte dell’edizione di Medicina sociale 2016 al tema dell’epatite di cui riportiamo il frontespizio del libro e che è possibile richiederlo gratuitamente alla Fidest e lasciamo alla disponibilità di chi lo legge d’effettuare donazioni online con carte di credito o usare il circuito PayPal alla benemerita associazione EpaC onlus http://www.epac.it)

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Farmaci per l’epatite C

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 dicembre 2016

medicina sociale parte primaDue anni serviti per curare quasi 60.000 pazienti gravi affetti dall’epatite C. Due anni di dibattiti serrati sulla sostenibilità dei nuovi farmaci innovativi ad alto costo, il cui prezzo è rimasto di fatto ancora ‘segreto’. E ora che i primi due anni di programma in Italia sono giunti al termine, si affaccia una nuova sfida per il Servizio Sanitario Nazionale: avviare la cura per tutti i pazienti rimasti fino ad oggi esclusi dalle nuove terapie. E attrezzarsi per farlo. Di questo tema, complesso e quanto mai all’ordine del giorno in questo periodo, si parla al XXXVII Congresso nazionale SIFO, la Società dei farmacisti ospedalieri e dei servizi farmaceutici territoriali delle aziende sanitarie, in corso in questi giorni a Milano. Se ne parla oggi nel corso della sessione “La cronicità, modelli assistenziali ed esiti”, a cui sono intervenuti docenti e medici esperti tra cui il professor Alfredo Alberti, direttore dell’Unità Operativa di Terapia delle epatiti croni che virali dell’Università di Padova.
Sono arrivati in commercio alla fine del 2014 ed è stata una vera e propria ‘rivoluzione ‘della cura . Al di là dell’altissimo costo, la vera novità rivoluzionaria di questi nuovi medicinali sono la rapidità e risolutività del trattamento: le cure durano 12-24 settimane (dai tre ai sei mesi) al termine delle quali i pazienti trattati guariscono definitivamente. La percentuale di riuscita della cura si aggira infatti tra il 95 e il 96% dei casi. Con i farmaci precedenti- che costavano meno ma non erano certo economici- questo non succedeva. “In Italia sono stati trattati circa 62.000 pazienti, molti con cirrosi anche avanzata e i risultati sono stati straordinari”, afferma il professor Alfredo Alberti, professore ordinario di Gastroenterologia dell’Università di Padova. “Prendendo ad esempio la coorte di circa 4.000 pazienti trattati in Veneto- prosegue il docente- è stato possibile eradicare il virus in oltre il 90% dei casi e si è osservato già nel primo anno una significativa riduzione de lle complicanze più gravi della malattia, della mortalità e dei casi che hanno richiesto un trapianto di fegato”.
Sul prezzo dei farmaci per l’epatite, ufficialmente secretato da Aifa, in questi due anni sono state dette tante cose e sono circolate tante cifre. Il dato attuale più vicino alla certezza, a cui ha fatto cenno lo stesso ex direttore generale di Aifa, Luca Pani, è di 14.000 euro pagati in media dal Ssn per ogni trattamento. Quello del prezzo, però, a ben guardare la questione, non è in ogni caso l’unico elemento su cui focalizzare l’attenzione. Il prezzo è sicuramente alto, ma non è più alto di quello di un farmaco antitumorale. Un dato: per i farmaci antivirali dell’epatite il Servizio Sanitario nazionale ha speso, nel 2015, un miliardo e 722 milioni, pari al 7,8% della spesa complessiva. La spesa per gli oncologici è stata di due miliardi e 372 milioni, mentre per immunomodulatori di un miliardo e 803 milioni. A rendere ‘problematico’ il prezzo dei farmaci per l’epatite è l’alto numero dei pazienti da trattare, dato anche questo- in realtà- molto controverso. In ogni caso l’elevat o numero di pazienti da trattare richiede un impegno economico molto consistente per il SSN.
Quanti sono davvero? Il numero esatto non si conosce e sono circolate le cifre più diverse, compresi numeri altissimi. L’associazione di pazienti Epac onlus, di recente, come ha reso noto il suo presidente Ivan Gardini, ha realizzato uno studio andando a individuare 300.000 pazienti ad oggi noti al Ssn. Un dato che appare abbastanza certo, visto che lo studio ha preso le mosse dal numero delle esenzioni Ausl dei pazienti. Se per trattarne all’incirca 60.000 ci sono voluti due anni (il 2015 e 2016), la ‘nuova’ sfida cui si trova di fronte il Servizio sanitario nazionale è mettere mano alla cura di tutti i pazienti rimasti esclusi fino a oggi. Lo chiedono gli stessi pazienti, che non hanno mai del tutto condiviso il criterio stabilito da Aifa di dare priorità ai casi più gravi, sostenendo da sempre la necessità di abbattere i limiti nell’accesso alle cure.
Secondo l’associazione EpaC onlus, poi, paradossalmente la soluzione del problema alla sostenibilità della spesa in un certo senso starebbe proprio nell’avvio delle cure a tutti i pazienti malati di epatite. In questo senso: investire oggi nelle terapie anti Hcv sarebbe una scelta valida per portare, un domani, un grande risparmio per il Servizio sanitario nazionale, tanto in termini di farmaci quanto in termini di cure future ai malati di epatite che non vengono trattati oggi. Nessuno, infatti, pensa mai ai ‘costi’ delle complicanze delle epatiti non trattate, che vanno dal trapianto di fegato ai tumori, fino alle morti premature.
COSA SI PUO’ FARE? – “Dopo questi primi due anni di trattamenti mirati ai casi più gravi, è ora di cominciare a trattare i pazienti meno gravi, allargando – ma non eliminando- gli attuali criteri AIFA – dice Giovanna Scroccaro, dirigente del Servizio farmaceutico della Regione Veneto e past President SIFO-. Per farlo, occorre abbassare il prezzo del farmaco, cosa per cui si sta muovendo Aifa, intenzionata a chiedere alle aziende farmaceutiche un ribasso. Il prezzo di 14.000 euro è infatti troppo alto per pensare di curare altri 300.000 pazienti”. La svolta, però, deve essere anche e soprattutto organizzativa, aggiunge Scroccaro. “E’ necessario anche che le Regioni, attraverso i centri di cura, si riorganizzino per essere in grado di curare tutti i nuovi pazienti. Serve un miglior collegamento tra Centri Specialistici autorizzati alla prescrizione e Centri periferici che hanno in cura i pazienti affetti da Epatite C, così come è indispensabile la collaborazione con i Medici di Medicina Generale – che sono a stretto contatto con i loro assistiti- per individuare precocemente i pazienti infetti quando ancora non sanno di esserlo. E’ quindi necessario riorganizzare le cure e serve una forte coesione tra i diversi professionisti coinvolti. (n.r. La Fidest ha dato il suo contributo informativo editando la sua pubblicazione di Medicina sociale 2016 al problema dell’epatite.)

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Codacons su sanità farmaco epatite C

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 settembre 2016

epatite C ospedale cardarelliIl Codacons ha presentato un esposto alla Corte dei Conti sul controverso caso del farmaco contro l’epatite C “Sofosbuvir”. Come noto la vicenda è stata al centro di numerose proteste, sfociate in interrogazioni parlamentari al Ministero della salute, ma della questione sembra non si riesca a venirne a capo.In Italia un ciclo completo di cura con il Sofosbuvir varia dai 40 ai 45mila euro – spiega l’associazione nell’esposto – Un costo che non ha eguali nel mondo: basti pensare che in Egitto la stessa cura costa circa 800 euro: questo perché il Ministero della salute egiziano è riuscito a stipulare un accordo con la casa farmaceutica produttrice del farmaco. Il prezzo del medicinale in questione appare inoltre abnorme rispetto al costo di produzione dello stesso, che non supererebbe i 300 euro.Nonostante da più parti siano arrivate richieste di interventi per abbassare il prezzo del farmaco contro l’epatite C, malattia che coinvolge circa 800mila italiani, da Ministero e Aifa non sono giunte adeguate risposte, e oggi la situazione è la seguente: da un lato un immenso spreco di risorse pubbliche e un enorme arricchimento per l’azienda farmaceutica produttrice del Sofosbuvir, considerato che la cura per i casi più gravi è interamente a carico del SSN. Dall’altro una violazione del diritto alla salute per chi, non rientrando nei casi in cui il farmaco è a carico dello Stato, è costretto ad acquistarlo privatamente con costi proibitivi.Per tale motivo il Codacons si è rivolto alla Corte dei Conti, chiedendo di aprire una indagine urgente allo scopo di verificare eventuali sprechi di risorse pubbliche a danno della collettività, e ripercussioni negative per l’Erario, e le connesse responsabilità di Aifa e del Ministero della salute.

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Immissione in commercio di ZEPATIER per il trattamento dell’epatite C cronica

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 agosto 2016

molecola epatite1MSD, nota come Merck & Co. in USA e in Canada, ha annunciato oggi che la Commissione Europea ha approvato ZEPATIERTM (elbasvir/grazoprevir) con o senza ribavirina (RBV) per il trattamento dell’epatite cronica da virus C (HCV) genotipo (GT)1 oppure GT4 negli adulti. Il farmaco, una compressa combinata a dose fissa, da assumere una volta al giorno, contiene elbasvir, un inibitore di NS5A (50mg) e grazoprevir, un inibitore della proteasi NS3/4A (100mg). L’approvazione ottenuta oggi consente la commercializzazione del farmaco nei 28 Paesi membri dell’Unione Europea, così come negli Stati membri dell’Area Economica Europea, Islanda, Liechtenstein e Norvegia.«L’approvazione di elbasvir/grazoprevir nell’Unione Europea, che segue le approvazioni già ottenute all’inizio del 2016 negli Stati Uniti e in Canada, è un passo importante nel trattamento di questa devastante patologia» dichiara Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratore Delegato di MSD Italia. “Da oltre 25 anni MSD è impegnata nella lotta all’epatite C cronica: una lunga storia di lavoro e di ricerca, finalizzata a rendere disponibili opzioni terapeutiche dall’elevato profilo di efficacia, tollerabilità e sicurezza al maggior numero di pazienti, con l’obiettivo ambizioso di aiutare a ridurre in tutto il mondo il carico della malattia».
MSD continua a lavorare per rifornire il mercato europeo. I lanci del prodotto cominceranno tra l’ultimo trimestre 2016 e il primo trimestre 2017, e continueranno in Europa per tutto il 2017. Migliaia di pazienti con epatite C cronica in tutto il mondo hanno partecipato al programma di sviluppo clinico del farmaco, che è stato progettato per rispondere anche ai bisogni terapeutici di pazienti fragili: con cirrosi compensata o con precedente fallimento al trattamento con peg-interferone più RBV, con o senza un inibitore della proteasi. Nei trial clinici, la risposta virologica sostenuta (SVR) a 12 settimane dopo il completamento della terapia (SVR 12, considerata “cura virologica” basata su livelli non rilevabili di HCV RNA) è stata raggiunta nel 96% (301/312) dei pazienti con infezione da HCV GT1b trattati con elbasvir/grazoprevir per 12 settimane. Nei pazienti con infezione cronica da HCV GT1a, il 93% (483/519) e il 95% (55/58) ha raggiunto la cura seguendo il trattamento, rispettivamente, con elbasvir/grazoprevir per 12 settimane o con elbasvir/grazoprevir più RBV per 16 settimane. Inoltre, il 94% (61/65) e il 100% (8/8) dei pazienti con infezione cronica da HCV GT4 ha raggiunto la cura seguendo il trattamento, rispettivamente, con elbasvir/grazoprevir per 12 settimane o elbasvir/grazoprevir più RBV per 16 settimane.L’infezione cronica da HCV, causata dalla presenza del virus dell’epatite C nel sangue, è una delle maggiori criticità per la salute pubblica, e colpisce globalmente più di 170 milioni di persone, 15 milioni delle quali vivono in Europa. Dei sei genotipi di HCV che causano infezione cronica, il GT1 è il più comune in Europa rappresentando circa il 66% dei casi e il genotipo 1b è il più diffuso sub-genotipo nella maggior parte dei Paesi Europei. Inoltre, la diffusione dell’infezione da GT4 in Europa è in aumento. «Data la complessità dell’epatite C cronica, è fondamentale avere una varietà di opzioni di trattamento efficaci, per garantire ai diversi tipi di pazienti epatite2la più alta probabilità di raggiungere la guarigione» continua Nicoletta Luppi. «Nei trial clinici, il nostro farmaco ha dimostrato alti tassi di guarigione in una vasta gamma di pazienti con epatite cronica da HCV genotipo 1 o 4, dai pazienti naïve al trattamento a quelli in cui l’infezione cronica da HCV è stata storicamente sempre difficile da trattare, fornendo una nuova importante opzione nella lotta contro questa epidemia che interessa la salute pubblica globale».
Per i pazienti con epatite C cronica da HCV GT1 e GT4 è raccomandato un regime di terapia di una compressa al giorno per 12 settimane. Per alcune categorie di pazienti, deve essere considerato un regime di terapia con elbasvir/grazoprevir più RBV per 16 settimane. Nel grafico sottostante sono inclusi i regimi e le durate raccomandate per il trattamento dell’epatite C cronica in pazienti con o senza cirrosi compensata (solo Child Pugh A). Non sono necessari adattamenti del dosaggio quando si usa il farmaco con agenti anti-acido.
L’efficacia e la sicurezza di elbasvir/grazoprevir sono state valutate in otto studi clinici in circa 2.000 pazienti. Il programma di sviluppo è stato progettato per studiare elbasvir/grazoprevir in pazienti con epatite C cronica, compresi quelli in terapia con agonisti oppioidi, quelli con insufficienza renale cronica o con co-infezione HCV/HIV-1. L’endpoint primario di efficacia in tutti gli studi era la SVR 12. Segue una panoramica degli studi clinici. Per tutti i dettagli sugli studi, vedere il sommario delle caratteristiche del prodotto su http://www.ema.europa.eu. Fallimento a trattamenti precedenti con boceprevir, telaprevir, o simeprevir in combinazione con pegIFN + RBV MSD Italia è la consociata di Merck & Co., leader mondiale nel settore della salute, con un fatturato superiore ai 44 miliardi di dollari, il 18% dei quali investiti in Ricerca e Sviluppo. L’azienda è conosciuta come MSD in tutto il mondo, ad eccezione di Stati Uniti e Canada, dove opera con il nome di Merck.
Attraverso i suoi medicinali soggetti a prescrizione, i vaccini, le terapie biologiche e i prodotti per la salute animale, MSD opera in oltre 140 Paesi con 73.000 dipendenti, fornendo soluzioni innovative in campo sanitario, impegnandosi nell’aumentare l’accesso alle cure sanitarie attraverso politiche, programmi e partnership mirate. MSD è orgogliosa del suo impegno nella Responsabilità Sociale dove arriva ad erogare ogni anno 1.8 miliardi di dollari.MSD è presente in Italia dal 1956, con oltre 1.100 dipendenti, un fatturato di 800 milioni di euro e forti investimenti in Ricerca non solo per numero di studi clinici condotti nel Paese (oltre 130 con quasi 1.000 centri e 6.000 pazienti coinvolti), ma anche grazie ad un solido piano pluriennale a sostegno della ricerca indipendente e dei giovani. MSD Italia è stata recentemente premiata, per il secondo anno consecutivo, come Best Digital Healthcare Company in Italia, come Società Leader per la CSR ed è entrata nella lista delle 10 migliori Aziende per le quali lavorare secondo la classifica stilata da Top Employer Institute 2015. Per maggiori informazioni, visitare il sito http://www.msditalia.it.

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ACE, Epatite C: “Medici e pazienti per cambiare il sistema

Posted by fidest press agency su sabato, 30 luglio 2016

epatite CRimuovere ogni limitazione di accesso oggi in vigore affinché i medici curanti possano programmare le terapie con tutti i loro pazienti, e non solo quelli con malattia grave o gravissima. Con questi obiettivi, ACE, Alleanza Contro l’Epatite, ha voluto condividere e confrontarsi con tutti gli stakeholders coinvolti nel processo di diagnosi, cura e assistenza del paziente, per cercare di garantire uniformità di accesso alle cure a tutti i pazienti affetti da epatite C. “Epac ha recentemente avviato un sondaggio rivolto ai medici dei centri autorizzati per scattare una fotografia sullo stato dell’arte in merito all’accesso ai nuovi farmaci innovativi per l’epatite C. Il sondaggio è stato lanciato il 15/06/2016 e tuttora aperto. Hanno risposto sinora 70 clinici autorizzati alla prescrizione, per un complessivo 25% delle strutture nazionali (21-31%), con un bacino di pazienti interessati dall’analisi di circa 41.000 individui. Il risultato del sondaggio appare chiaro: il 63% dei medici prevede di riuscire a mettere in terapia tutti i pazienti che rientrano nei criteri AIFA entro fine anno e, sulla scorta di ciò, il 79% dei medici si dice favorevole alla totale eliminazione delle restrizioni di accesso, auspicando l’estensione del trattamento a tutti i pazienti, istituendo delle linee guida nazionali di priorità. Impressionanti le risposte giunte riguardo ai farmaci generici: l’84% dei medici si è dovuto confrontare con pazienti attualmente esclusi dalla terapie alla ricerca del farmaco generico, il 40% ha tra i suoi pazienti chi lo ha acquistato, e 1 medico su 5 afferma di seguire almeno un paziente in cura con farmaci generici. Abbiamo per la prima volta una chiara conferma rispetto a un fenomeno inedito, dilagante, sottostimato e frutto delle attuali limitazioni di accesso. Le informazioni raccolte portano a una sola conclusione: già dai prossimi mesi molti centri autorizzati rischiano di restare con pochissimi pazienti da curare e quindi occorre urgentemente intervenire sui criteri di accesso, rimodulando il sistema in funzione delle esigenze emergenti; NON LO CHIEDONO SOLO I PAZIENTI, MA ora ANCHE I MEDICI ED IL SISTEMA E’ PRONTO AL CAMBIAMENTO”. Afferma Ivan Gardini, Presidente dell’Associazione EpaC Onlus. “Con l’utilizzo degli antivirali di seconda generazione contro il virus C aumentano ulteriormente le nostre possibilità di eradicare il virus, offrendoci la possibilità di personalizzare le terapie in base alle caratteristiche del paziente, e allo stesso tempo si ridurranno col tempo gli elevatissimi costi della malattia. Ma non smetterò mai di insistere sull’importanza della prevenzione, con campagne educative per i più giovani in modo da individuare fin da subito, i soggetti a rischio di avere contratto il virus”. Spiega Antonio Gasbarrini, Professore di Gastroenterologia ‘Università Cattolica del Sacro Cuore’ Roma
“La Regione Sicilia ha creato un database formidabile per i pazienti, la rete di 41 centri creata dalla sinergia dell’istituzione e dei clinici garantisce equità di accesso alla diagnosi ed alle terapie: sono stati inseriti dai centri prescrittori e non prescrittori tutti i pazienti, affetti da malattia da HCV, ad oggi 9000, di cui 4500 eleggibili alla terapia e dei quali 4000 l’hanno già avviata; la rete garantisce anche un coinvolgimento degli utenti, nel contatore presente sulla homepage del sito http://www.registrohcvsicilia.it è possibile sapere in tempo reale quanti pazienti siano stati inseriti per la terapia, e quanti debbano ancora essere messi in terapia pur rientrando nei criteri dell’AIFA, e quanti sono in attesa perché esclusi dai criteri AIFA. Nella regione Sicilia sono ancora 500 i pazienti da inserire in terapia, il modello è anche uno strumento di programmazione continua per l’Assessorato alla Salute che può conoscere di quante risorse necessita nel prossimo futuro, ci sono 4500 già registrati pronti ad essere trattati appena termineranno i pazienti eleggibili, cosa presumibile entro l’anno in corso e non appena l’AIFA deciderà di aprire a nuovi pazienti che hanno una malattia meno grave”. PrecisaFabio Cartabellotta, Epatologo, Coordinatore del network “Rete HCV Sicilia”, Dirigente Medico Ospedale “Buccheri La Ferla” di Palermo.

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Interventi urgenti per garantire cure salva vita per epatite C a oltre 100.000 pazienti

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 maggio 2016

epatite-CLettera aperta al Presidente del Consiglio
In nome e per conto di migliaia di pazienti affetti da Epatite C, con La presente vogliamo esprimere profonda preoccupazione per la grave situazione in cui versano almeno 100.000 pazienti che tuttora non posso accedere ai nuovi e potenti farmaci salva vita che curano l’epatite C nel 95-100% dei casi.
Il primo dei farmaci innovativi in oggetto è stato autorizzato nel Dicembre 2014, ma reso rimborsabile solo ed esclusivamente per i pazienti con malattia grave o gravissima, attraverso limitazioni di accesso decise dall’Agenzia del Farmaco.
Tali limitazioni furono elaborate sulla scorta di un presunto impatto economico “devastante”, calcolato sul costo medio per terapia, ma soprattutto su un numero di pazienti da curare ancora indefinito.
Il solo fatto che nessuna Istituzione pubblica abbia provveduto a stimare con precisione il numero di pazienti con epatite C da curare rappresenta un primo fatto sorprendentemente negativo e che impedisce la elaborazione di qualunque stima di investimento necessario nel breve e medio periodo per garantire la cura per tutti i pazienti.
A una tale mancanza, ha cercato di provvedere l’associazione EpaC onlus, che attraverso la raccolta delle esenzioni per patologia di tutte le regioni Italiane, ha tentato di stimare il numero totale di pazienti diagnosticati ed eleggibili a un trattamento antivirale, in circa 160/180.000.Se le nostre stime sono epatite C ospedale cardarelliveritiere, e in virtù di imminenti rinegoziazioni dei prezzi dei farmaci con le aziende farmaceutiche, è assolutamente fattibile un piano di intervento pluriennale sostenibile per garantire la cura a tutti, da subito.
Vogliamo sottolineare che altri Paesi al mondo hanno già deciso di non porre alcun limite di accesso alle cure per l’epatite C, come l’Australia, il Portogallo, Olanda, Croazia ed altri Paesi.Le limitazioni di accesso stanno generando una serie di storture e anomalie incredibili a cui stiamo assistendo da diversi mesi.
Parliamo del fenomeno del turismo farmaceutico, ovvero cittadini italiani che si recano nelle farmacie di Paesi come India, Marocco, Egitto per acquistare di tasca propria la formula generica di tali farmaci, disponibili per qualche migliaio di euro e altrettanto efficaci.Nei fatti, per quello che ci riguarda siamo in presenza della fine dell’universalismo sanitario, da più parti sbandierato, poichè lo Stato non è più in grado di garantire l’assistenza farmaceutica necessaria a un esercito di pazienti.
Eppure, Signor Primo Ministro,Ci viene detto che per curarci dobbiamo attendere che la malattia si aggravi, nonostante la letteratura scientifica e ogni elementare assunto sulla prevenzione, affermi chiaramente che le malattie infettive trasmissibili e cronico degenerative debbano essere bloccate e curate il prima possibile;ma, soprattutto, ci viene detto che non ci sono le risorse per curare tutti.Tuttavia nessuno sa quanti sono questi “tutti”.Vogliamo e pretendiamo che questa follia cessi.Noi, in rappresentanza di migliaia di pazienti affetti da epatite C, le chiediamo un intervento immediato per garantire la cura a tutti i pazienti attraverso uno stanziamento pluriennale ragionevole e che consenta all’Agenzia del Farmaco di eliminare immediatamente le restrizioni di accesso tuttora vigenti.

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Campagna di informazione “Una malattia con la C”

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 aprile 2016

san marinoSan Marino. La Segreteria di Stato per la Sanità e Sicurezza Sociale, in collaborazione all’Istituto Sicurezza Sociale, promuovono la Campagna di informazione “Una malattia con la C” realizzata da AbbVie, con il patrocinio dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) e di EpaC Associazione Onlus. L’obiettivo è aiutare la popolazione sammarinese a conoscere meglio questa malattia e come fare per prevenirla.
“L’iniziativa è espressione del mio costante impegno politico e sociale in collaborazione con l’Istituto per la Sicurezza Sociale a difesa della salute dei cittadini. È solo l’inizio di un percorso molto ambizioso che punta a fare di San Marino il primo Paese al mondo “epatite C free” entro i prossimi dieci anni. Nonostante la severità di questa patologia, sono ancora molte le persone che non sono adeguatamente informate sulla natura, l’evoluzione e i rischi di contagio dell’epatite C” afferma il Segretario di Stato Francesco Mussoni.A fronte di circa 150 persone a cui è stata diagnostica l’epatite C, anche nella Repubblica di San Marino si stima che circa il 2% della popolazione abbia contratto il virus e che, quindi, circa 150 cittadini sono portatori del virus senza saperlo. Si tratta infatti di una patologia subdola, i cui sintomi possono richiedere anche 30 anni per manifestarsi, tanto che circa l’80% delle persone infette non sa di esserlo, poiché non percepisce alcun segnale di allarme tale da suggerire una visita specialistica e i test necessari alla diagnosi. La prima arma per prevenire e contrastarne la diffusione e le sue conseguenze è dunque l’informazione.
medicina sociale 2016“San Marino libero dall’epatite C è un sogno e una speranza concreta che deve vedere coinvolti tutti gli operatori sanitari pubblici e privati e tutte le Agenzie del territorio a partire dalle scuole. Raggiungere questo obiettivo sarà un successo di tutta la comunità e dell’Istituto Sicurezza Sociale e consentirà di restituire alla serenità, alla famiglia e alla società decine, centinaia di persone che fino ad oggi hanno convissuto con una grave malattia aspettando solo il peggio” dichiara Dario Manzaroli, Direttore delle Attività Sanitarie e Socio Sanitarie dell’ISS e Responsabile del progetto. “La gente non si rende conto di quanto sia diffusa questa infezione cronica del fegato e non sa nemmeno quando sia avvenuto il contagio trattandosi di una malattia asintomatica per molti anni. Significativo è il dato, emerso da una recente ricerca realizzata da Doxa Pharma, che evidenzia come non conosca l’epatite C persino chi ha un parente o un conoscente malato, con tutto quanto consegue in termini di incapacità di proteggersi dal rischio di contagio” commenta Marco Marzioni, dell’Università delle Marche. “L’assenza di sintomi evidenti è la ragione alla base della forte diffusione e del ritardo diagnostico dell’epatite C, con tutte le conseguenze legate al peggioramento complessivo della qualità di vita e delle condizioni di salute di chi ne è colpito. Il dato che inquieta di più è la totale mancanza di percezione della gravità di questa patologia che nella sua naturale evoluzione può portare a complicanze anche molto gravi, tra cui danni al fegato, cirrosi, insufficienza epatica o epatocarcinoma, tumore del fegato, fino alla morte” precisa Massimo Andreoni, del Policlinico Tor Vergata di Roma.Oltre a compromettere significativamente la qualità di vita di chi ne è colpito, l’epatite C si lega spesso a barriere culturali, fonte di paura e stigma, alimentate dall’ignoranza di chi conosce poco o nulla questa patologia.
“La nostra Associazione è da sempre impegnata con i pazienti nella diffusione di informazioni corrette sulla patologia e su come affrontarla. E’ per questo che abbiamo deciso di sostenere con entusiasmo la Campagna di informazione e sensibilizzazione “Una malattia con la C” in grado di raggiungere, attraverso diversi canali, l’intera popolazione sanmarinese offrendo l’opportunità di una più capillare informazione” spiega Ivan Gardini, Presidente di EpaC Associazione Onlus che con altri volontari sarà al Gazebo allestito nel parcheggio dell’Ospedale di Stato il 29 e 30 aprile per fornire informazioni alla gente e distribuire materiale informativo.“La sostenibilità delle cure e dei sistemi sanitari sono temi in cui AbbVie è profondamente impegnata, anche attraverso programmi e partnership volti a individuare a tal fine soluzioni concrete. Mettere a disposizione delle Istituzioni di San Marino la nostra Campagna vuole essere una risposta concreta alla necessità di maggiori informazioni su questa malattia” afferma Umberto di Luzio Paparatti, Direttore Medico di AbbVie Italia. (n.r. La copertina di medicina sociale del 2016 di Riccardo Alfonso è interamente dedicato all’epatite C)

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Epatite C tra il dire e il fare

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 dicembre 2015

epatite C ospedale cardarelli“A un anno dalla stipula del contratto per la rimborsabilità delle nuove terapie contro l’Epatite C sono stati trattati solo la metà dei 50mila pazienti che la ministra della Salute Beatice Lorenzin aveva promesso di curare con il fondo per i nuovi farmaci”: lo denunciano i rappresentanti delle associazioni Arcigay, Anlaids, Lila, Nadir, Mario Mieli e Plus a margine del convegno “Stop coinfezione Hiv Hcv” supportato dall’azienda farmaceutica Gilead che si è tenuto questa mattina a Roma. “C’è un ragionevole rischio che il sistema italiano non riesca ad arruolare per tempo i 50.000 pazienti come previsto dal contratto (riservato) con l’azienda Gilead, compromettendo quindi gli sconti che il contratto prevede – sottolineano i rappresentanti delle associazioni – se questo si avverasse, sarebbe molto grave visto che i pazienti con coinfezione HIV/HCV sono già inseriti in percorsi di cura che potrebbero garantire non solo il rapido accesso al trattamento con i nuovi farmaci, ma anche un livello altissimo di aderenza al trattamento e alle cure”. “I dati presentati ad oggi hanno evidenziato con forza come i maggiori benefici in termini di salute pubblica e costo efficacia deriverebbero dall’immediato trattamento di tutte le persone con coinfezione Hiv/Hcv”. “L’Aifa, l’azienda farmaceutica Gilead e il Ministero della Salute sembrano fare il gioco delle tre carte, auspicando il trattamento del maggiore numero di pazienti ma negando ogni trasparenza sugli accordi presi ” afferma Massimo Oldrini, presidente della Lega Italiana per la Lotta all’AIDS (Lila) che durante il suo intervento ha esposto un manifesto di denuncia verso i tre soggetti che decidono sull’accesso ai nuovi farmaci. “Manca un piano concreto per garantire i farmaci alle circa 8000 persone con Hiv e Epatite C che rischiano la vita, a differenza di quanto stanno facendo altri paesi, come Spagna e Portogallo” sottolinea Simone Marcotullio vice presidente di Nadir Onlus. “Non solo è immorale non trattare pazienti che potrebbero guarire definitivamente con farmaci oggi altamente efficaci, ma è anche miope in termini di salute pubblica e un aggravio per il sistema sanitario nel lungo periodo – continua Michele Breveglieri, Responsabile Salute Arcigay – in Italia, infatti, le persone con Hiv che attendono di utilizzare i nuovi farmaci per l’epatite C sono circa 30.000″. Più volte le associazioni di pazienti e cittadini nonchè la comunità scientifica di riferimento e gli organismi consultivi del Ministero della Salute in Italia hanno fatto presente la problematica, ma Aifa ha sempre ignorato le richieste. “In Spagna, le persone con Hiv possono accedere al trattamento per epatite C, di fatto, senza grandi restrizioni perché è riconosciuto che l’infezione da Hiv è un fattore che influisce pesantemente sulla salute complessiva dell’individuo con Epatite C – ha evidenziato durante il convegno Diego Garcia, dell’associazione Feat spagnola – il farmaco costa circa 20.000 euro con un tetto di 750 milioni di euro per il 2015 e 52000 pazienti stimati per il trattamento, non come in Italia in cui il prezzo non è noto”.

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Epatite C: lo studio ALLY-3+ ha mostrato tassi di guarigione del 90%

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 novembre 2015

bristolBristol-Myers Squibb ha annunciato i dati dello studio clinico ALLY-3+ di fase III che ha valutato a 12 e 16 settimane il regime terapeutico di daclatasvir (DCV) in combinazione con sofosbuvir (SOF) e ribavirina (RBV) in pazienti con epatite C (HCV), genotipo 3, con fibrosi avanzata o cirrosi. Questa popolazione di pazienti è una delle più difficili da trattare, poiché è complicato raggiungere tassi di risposta virologica sostenuta (SVR) o di guarigione.
I risultati dello studio mostrano che il 100% dei pazienti con fibrosi avanzata ottiene una risposta virologica sostenuta a 12 settimane dalla fine del trattamento (SVR12) in entrambi i bracci di trattamento di 12 e 16 settimane. Nei pazienti con cirrosi, i tassi di SVR12 sono stati rispettivamente pari all’83% e all’89% nei bracci di trattamento di 12 e 16 settimane.
I risultati saranno presentati oggi a San Francisco durante il The Liver Meeting® 2015, il congresso annuale dell’Associazione americana per lo studio delle malattie del fegato (American Association for the Study of the Liver Diseases, AASLD).
Daclatasvir è un inibitore del complesso di replicazione NS5A, approvato dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) in combinazione con sofosbuvir con o senza ribavirina nel trattamento dei pazienti adulti con HCV, genotipi 1, 3 e 4, e in combinazione con peg-interferone alfa e ribavirina nel trattamento dei pazienti adulti con HCV, genotipo 4.
“Fino a oggi non erano stati ottenuti elevati tassi di guarigione in pazienti con genotipo 3, con fibrosi avanzata o cirrosi, per questo i risultati sono incoraggianti”, ha affermato Alex Thompson, Professore al St. Vincent’s Hospital e all’Università di Melbourne, in Australia. “Il nostro scopo, con ALLY-3+, era di studiare questo regime sperimentale nei pazienti con genotipo 3, più difficili da trattare, e ottenere tassi di guarigione migliori in questa popolazione”.
Nello studio ALLY-3+, il regime di combinazione daclatasvir+sofosbuvir+ribavirina non ha subito interruzioni per eventi avversi o eventi avversi gravi correlati al trattamento. Gli eventi avversi più frequenti sono stati insonnia (30%), affaticamento (26%) e cefalea (24%). Inoltre, ricadute virologiche si sono verificate in 4 pazienti (due nel braccio di 12 settimane e due in quello di 16). Nello studio è stato registrato un decesso non correlato al trattamento (nel braccio di 12 settimane). Non sono stati riscontrati ‘breakthrough’ virologici.
“La nostra continua ricerca delle potenzialità di daclatasvir in combinazione con altri antivirali ad azione diretta nei pazienti con HCV ha portato a questi risultati incoraggianti”, ha affermato Douglas Manion, Head of Specialty Development, Bristol-Myers Squibb. “Siamo impegnati nell’offrire nuove opzioni terapeutiche ai pazienti con HCV con bisogni di salute insoddisfatti in tutto il mondo, compresi quelli che presentano una malattia più complessa e altri gruppi difficili da trattare, come i pazienti con genotipo 3 ed epatopatia più avanzata che ancora necessitano di aiuto per guarire”.
Lo studio ALLY-3+ In questo studio clinico di fase IIIb, in aperto, sono stati arruolati pazienti con HCV genotipo 3, naïve al trattamento o già trattati, che presentavano fibrosi avanzata o cirrosi compensata. Questi pazienti sono stati randomizzati (1:1) a ricevere per 12 vs 16 settimane daclatasvir (60 mg una volta al giorno) + sofosbuvir (400 mg una volta al giorno) + ribavirina (dosaggio calcolato sul peso), stratificati per stato di fibrosi avanzata o cirrosi.
In totale, sono stati trattati 50 pazienti (24 pazienti per 12 settimane e 26 per 16 settimane). La maggioranza era costituita da pazienti di sesso maschile (80%), bianchi (98%) e precedentemente trattati (74%, di questi il 10% aveva avuto, dopo terapia con SOF+RBV, una ricaduta virologica); il 72% aveva cirrosi e il 52% un dosaggio di RNA HCV ≥ 6 milioni UI/mL. Le caratteristiche basali erano comparabili nei due bracci. L’endpoint primario era la stima di SVR12 in pazienti naïve al trattamento o precedentemente trattati, con fibrosi avanzata/cirrosi compensata (F3-F4), trattati per 12 o per 16 settimane.
L’abstract della presentazione, contenente i dati relativi a SVR4, è disponibile sul sito web di The Liver Meeting.
Il genotipo 3 colpisce 54,3 milioni di persone ed è il secondo più diffuso al mondo. È oggi il genotipo potenzialmente più difficile da curare e la sua natura più aggressiva è legata a una più veloce progressione della fibrosi epatica, a un maggior aumento della steatosi e a un più alto rischio di carcinoma epato-cellulare.
Recenti studi hanno anche indicato che il rischio di cirrosi nei pazienti con HCV genotipo 3 è superiore del 31% rispetto a quelli con HCV genotipo 1. (nota informativa: Le notizie sull’epatite C sono state raccolte dalla Fidest nell’edizione annuale di “Medicina sociale 2016” in corso di pubblicazione e visibile su Amazon Libri a cura di Riccardo Alfonso)

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Epatite C: al Liver Meeting conferme su grazoprevir/elbasvir

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 novembre 2015

san franciscoSan Francisco. Al Meeting annuale AASLD di San Francisco presentati diversi studi clinici di fase 3 che confermano la robustezza dei dati di efficacia e sicurezza dell’associazione grazoprevir/elbasvir in popolazioni di pazienti trasversali, con genotipi diversi e con diverse necessità terapeutiche, compresi i pazienti con cirrosi, co-infezione HIV-HCV, insufficienza renale avanzata e precedenti fallimenti terapeutici.Nella quasi totalità dei pazienti è stata raggiunta la risposta virologica sostenuta (SVR) dopo 12 settimane di trattamento, con uno schema terapeutico ribavirin-free e una conseguente riduzione sensibile degli effetti collaterali.Presentato inoltre lo studio C-CREST con i primi dati di fase 2 sulla “tripletta”, con MK-3682 in combinazione con grazoprevir/elbasvir, che apre nuove prospettive di efficacia terapeutica per tutti i genotipi di HCV. (nota informativa: Le notizie sull’epatite C sono state raccolte dalla Fidest nell’edizione annuale di “Medicina sociale 2016” in corso di pubblicazione e visibile su Amazon Libri a cura di Riccardo Alfonso)

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Numero Verde nazionale per conoscere meglio l’epatite C

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 novembre 2015

epatite-CRicordiamo che fin dal giugno scorso è attivo il Numero Verde nazionale 800 129 030 per fare informazione sull’epatite C, fattori di rischio e prevenzione.
Cos’è l’epatite C, come si trasmette e cosa succede se si viene infettati dal virus HCV? Sono domande all’apparenza semplici cui il 69% degli italiani (dai 18 anni in su) non saprebbe rispondere in modo corretto, dichiarando una conoscenza scarsa e non adeguata dell’infezione.
La Campagna di informazione “Una Malattia con la C” promossa da AbbVie, con il patrocinio dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) e di EpaC Associazione Onlus, si propone di dare risposta a molti interrogativi per promuovere la conoscenza dell’epatite C e favorire la prevenzione di questa malattia silenziosa, i cui sintomi possono richiedere anche 30 anni per manifestarsi e le cui conseguenze possono essere gravi e addirittura fatali.
Dal 15 al 30 giugno, dal lunedì al venerdì dalle 16.00 alle 20.00, 60 medici tra infettivologi e gastroenterologi, specializzati nella cura delle malattie epatiche ed afferenti alle società scientifiche AISF e SIMIT, ed alcuni rappresentati di EpaC risponderanno al Numero Verde gratuito* 800 129 030 per ascoltare, informare e consigliare su tutto ciò che riguarda l’epatite C e la sua prevenzione.
Il servizio di consulto telefonico si aggiunge al servizio online attivo fino al 31 ottobre attraverso il sito dell’iniziativa http://www.unamalattiaconlac.it.Nonostante la dimensione importante del fenomeno (in Italia le stime parlano di oltre 1,2 milioni di persone con epatite C di cui circa 300.000 soggetti diagnosticati), sono pochi gli italiani che possono dire di conoscere davvero questa patologia, la sua diffusione, i fattori di rischio e le modalità di contagio. Informare e porre l’attenzione sulla prevenzione è l’unica arma a disposizione per combattere questo flagello silenzioso.
La mancanza di conoscenza, sorprendentemente, riguarda anche coloro che hanno un contatto diretto con le persone malate (il 43% di chi ha un parente con epatite C e il 60% di coloro che hanno un conoscente) e che, ancor più di altri, hanno un rischio potenziale elevato di entrare in contatto con il virus HCV. Solo il 12%, infatti, sa che chiunque, potenzialmente può essere esposto al rischio di infezione a partire da comportamenti domestici quotidiani non adeguati come la condivisione di oggetti per l’igiene personale con persone di cui non si ha certezza dello stato di salute, a maggior ragione in uno scenario in cui la malattia è asintomatica (lo sa solo il 9% degli italiani) e se ne ignora la diffusione (il 52% pensa che ne siano affetti meno di 1 milione di persone). Solo 2 italiani su 10 inoltre conoscono i comportamenti corretti per evitare il rischio di contagio (uso di aghi sterili, il non condividere oggetti igienici personali con persone di cui non si ha sicurezza delle condizioni di salute, l’uso di precauzioni in caso di esposizione a sangue potenzialmente infetto). (nota informativa: Il prossimo mese di dicembre uscirà, edito dalla fidest il libro “Medicina sociale 2016” dedicato all’epatite C e sarà possibile accedervi tramite Amazon libri. E’ a cura di Riccardo Alfonso)

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Epatite C: buone prospettive con i nuovi trattamenti

Posted by fidest press agency su domenica, 20 settembre 2015

Epatite_C. progressioneIntervista a Savino Bruno Professore Straordinario di Medicina Interna, Humanitas University Medicine, Rozzano (Milano).
D. Il virus HCV rappresenta, e rappresenterà nel prossimo futuro, una delle maggiori cause di malattia cronica di fegato nel nostro Paese, anche a causa degli aumentati flussi migratori; in questo scenario in costante cambiamento l’ampliamento delle terapie disponibili alimenta interessanti prospettive di trattamento. Questo è uno dei temi portanti del 6° “Expert Meeting on the management of patients with HCV infection”: qual è il futuro della lotta all’epatite C?
Nella lotta all’epatite C si prospetta certamente un futuro migliore con molecole più potenti, più efficaci e che necessiteranno di un minor numero di pasticche, di minore durata della terapia (da 12 settimane ad 8, fino ad arrivare a 6 settimane), con minori effetti collaterali e maggiore tollerabilità. Tali peculiarità miglioreranno ulteriormente le prospettive di guarigione e l’accesso alla terapia in confronto ai trattamenti già disponibili.
D. L’associazione grazoprevir/elbasvir è una delle nuove opportunità terapeutiche per il trattamento dell’epatite C, che ha dimostrato in diversi studi clinici efficacia e sicurezza anche per le popolazioni di pazienti cosiddetti “difficili” da trattare, tanto da ottenere la designazione di terapia innovativa dall’FDA e, recentemente, il via libera di EMA con procedura accelerata alla domanda di autorizzazione all’immissione in commercio. Quali sono i vantaggi e i punti di forza di grazoprevir/elbasvir?
R. L’utilizzo di grazoprevir ed elbasvir somministrati in una sola pillola rappresenta il punto di forza più importante di questa terapia semplificata. Altri vantaggi di un regime estremamente semplice come questo, sono rappresentati dalla breve durata (12 settimane), dalla possibilità di poterlo utilizzare in tutte le tipologie di pazienti inclusi quelli con cirrosi, quelli con valori di funzionalità renale gravemente compromessi e in dialisi, e infine dalla necessità di combinarla con la ribavirina solo in alcuni sottogruppi come i null responders con genotipo 1a.
D. Recentemente sono stati pubblicati i risultati relativi allo studio C-SALVAGE: quali sono le caratteristiche cliniche salienti della popolazione arruolata in questo studio?
R. Nello studio C-SALVAGE, che fa parte del più ampio corpus di studi clinici sull’infezione da HCV, sono stati arruolati 79 pazienti genotipo 1 non responsivi alla terapia con Antivirali Diretti (DAA) di prima generazione (Telaprevir, Boceprevir, Simeprevir) e ai farmaci tradizionali come l’interferone e la ribavirina, con cirrosi. Insomma la popolazione di pazienti finora più difficili da trattare. Ebbene i tassi di risposta virologica sostenuta (SVR) a 12 settimane sono stati del 96%.
D. La popolazione dei pazienti con insufficienza renale cronica rappresenta un aspetto problematico nella terapia dell’HCV: quali sono i dati di maggiore interesse che emergono dalla sperimentazione della combinazione grazoprevir/elbasvir sui pazienti con co-morbidità renale? (Studio C-SURFER)
R. I pazienti con insufficienza renale cronica e infezione da virus dell’epatite C rappresentano una categoria molto peculiare, sia perché l’infezione può contribuire al danno renale e rappresenta un limite all’accesso al trapianto, sia perché l’insufficienza renale limita la possibilità di curare l’infezione da HCV. La gestione del trattamento antivirale in questo gruppo di pazienti è dunque molto delicata. Tuttavia l’associazione grazoprevir/elbasvir ha dimostrato in questi pazienti un profilo farmacocinetico favorevole e un buon profilo di efficacia e sicurezza, tanto da essere al momento la migliore scelta strategica tra i regimi indirizzati all’eradicazione di HCV in questa categoria di pazienti.
D. Qual è il valore aggiunto di un regime terapeutico con i nuovi Antivirali ad Azione Diretta (DAA) che assicurano un’elevata efficacia terapeutica anche senza l’utilizzo di ribavirina? In quali tipologie di pazienti può essere utilizzata la combinazione grazoprevir/elbasvir senza l’aggiunta di ribavirina?
R. Gli elevati tassi di efficacia sono sicuramente l’aspetto più importante dei nuovi DAA che assicurano anche buon profilo di sicurezza e tollerabilità e, quindi, maggiore aderenza proprio nella categorie di pazienti più difficili come quelli sopra descritti.
D. La ricerca non si ferma e la combinazione grazoprevir/elbasvir non è il punto di arrivo: sono infatti allo studio anche altre molecole che potranno essere aggiunte a queste due in un regime a tre farmaci, senza interferone e senza ribavirina. Di cosa si tratta e quali ricadute potrà avere?
R. La ricerca non si ferma, il lavoro da fare è ancora tanto nonostante le ampie opzioni terapeutiche disponibili. Dobbiamo ottimizzare al meglio la terapia, ottenere tempi di trattamento più brevi e abbandonare del tutto interferone e ribavirina. Grazoprevir ed elbasvir presto saranno accompagnati da molecole di nuova generazione, attualmente in fase di sperimentazione, a formare la cosiddetta “tripletta”: grazoprevir combinato ad elbasvir o ad un inibitore potentissimo di NS5A, MK-8408, molto più potente dello stesso elbasvir più MK-3682, un potentissimo inibitore di nuova generazione della polimerasi di HCV. Queste molecole saranno combinate in una fixed dose a tre farmaci dotata di alcune importanti peculiarità: assunzione una sola volta al giorno senza necessità di ribavirina, azione pangenotipica, minore durata di trattamento, buon profilo di tollerabilità.

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Epatite C, nuova combinazione riceve il via libera Ema

Posted by fidest press agency su martedì, 4 agosto 2015

epatite CLa combinazione a dose fissa di grazoprevir/elbasvir (100 mg/25 mg) svolge un’azione di inibizione sulle proteasi virali dell’HCV. Nello specifico, grazoprevir è un inibitore della proteasi NS3/4A, elbasvir del complesso di replicazione NS5A. Il farmaco è attivo con una singola somministrazione giornaliera.
Il trattamento è indicato ai pazienti affetti da infezione da virus dell’epatite C cronica con genotipo (GT) 1, 4 e 6, inclusi soggetti con cirrosi epatica, co-infezione da HIV, e insufficienza renale cronica stadio 4 e 5. il farmaco svolge un’azione antivirale diretta su alcune fasi del ciclo di replicazione di Hcv. Il virus dell’epatite C possiede un genoma a singolo filamento di Rna che codifica per una poiproteina inattiva che viene scissa in proteine strutturali (dove alloggerà l’Rna dei futuri virus) e proteine non strutturali (Ns) con attività di proteasi, elicasi e polimerasi necessarie alla replicazione. Le proteine strutturali vengono processate per via proteolitica dagli enzimi Ns. Nel gruppo di proteine Ns la serin proteasi NS3, target dell’azione inibitoria di grazoprevir, svolge una funzione essenziale nella replicazione del virus. Elbasvir inibisce invece la proteina Ns5a che modula l’attività della polimerasi e quindi svolge un ruolo nella replicazione virale.
Gli studi clinici ci dicono che l’efficacia e la sicurezza della combinazione antivirale grazoprevir/elbasvir (100mg/50mg) è stata sperimentata in pazienti con infezione cronica da Hcv e genotipi multipli (GT1, 3, 4 e 6), anche precedentemente trattati o in presenza di insufficienza renale cronica in stadio 4 e 5, cirrosi, co-infezione Hiv, con o senza ribavirina. Dagli studi clinici di fase 2 C-WORTHY, C-SCAPE, C-SALVAGE, C-SALT (pazienti con cirrosi scompensata), C-SWIFT e C-SURFER e C-EDGE, in cui sono stati confrontati diversi schemi terapeutici, è emerso che l’associazione è utile nella terapia breve di 12 settimane in quasi tutte le categorie di pazienti. Il 95 per cento con co-infezione HCV-HIV, con o senza cirrosi arruolati nel trial C-EDGE e il 99 per cento di quelli con insufficienza renale cronica inseriti nel trial C-SURFER hanno ottenuto una risposta virologica sostenuta dopo 3 mesi di trattamento. (fonte doctor33)

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