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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Posts Tagged ‘epidemia’

Evitare la nuova “epidemia” da solitudine sociale

Posted by fidest press agency su sabato, 30 maggio 2020

L’obbligo di distanziamento porta con sé una “epidemia” da solitudine sociale con risvolti che possono essere anche drammatici, soprattutto per le persone più vulnerabili all’isolamento e alla solitudine: gli anziani, le persone con disabilità o con precarie condizioni di salute preesistenti.È proprio in questo momento di distanziamento sociale dovuto al COVID-19 che emerge come sempre più pressante il concetto di uguaglianza, in questo caso “digitale”. Mai come ora è chiaro che la mancanza di accesso alla rete non è solo un tema di esclusione dai vantaggi della società digitale, ma ha a che fare con una forma di esclusione sociale più profonda: ecco perché, anche passata l’emergenza, la priorità sarà la lotta al divario digitale, oltre che economico e culturale.
Grazie alla connessione digitale, possiamo oggi ri-costruire relazioni in ambienti digitali che consentono di simulare modalità quotidiane della vita cui eravamo abituati e che improvvisamente ci sono venute a mancare, ma rischiano di essere escluse, da questa indispensabile possibilità, le frange più deboli della popolazione, quelle che per condizione culturale, sociale e personale non possono trovare in rete, una soluzione al cambiamento cui si sono trovate esposte da un giorno all’altro.Colmare il divario digitale può aiutare i gruppi socialmente svantaggiati e questo obiettivo dovrebbe far parte della nostra “ricostruzione” post Covid-19.
Gli anziani sono la fetta di “non nativi digitali” della nostra comunità e in questa fase non hanno possibilità di comunicare, o solo in parte, mentre è importante per loro potersi raccontare. L’alfabetizzazione digitale degli over 65 dovrebbe essere affrontata dallo Stato italiano nel rispetto del principio di uguaglianza sostanziale, con azioni che vadano a sostenere il “pieno sviluppo della persona umana”.Se da un lato si è molto parlato di divario digitale in riferimento ai ragazzi e alle problematiche legate al passaggio obbligato, ma repentino, alla didattica a distanza, poco si è parlato del gap generazionale e delle difficoltà degli over 65 nell’utilizzo quotidiano di strumenti tecnologici.È su questo gap che lavora #EmerGemma, un progetto presentato da un partenariato di enti pubblici e privati (Comune di Montone, Anci Umbria, Comune di Spello, Comune di Giano dell’Umbria, Fondazione Golinelli, Ic Togiano-Bettona, Liceo Properzio Assisi e Giove In Formatica Srl) e finanziato dalla Regione Umbria con le risorse del POR-FSE 2014-2020 nell’ambito del programma #OpenUmbria.È possibile seguire le dirette facebook (ogni martedì e giovedì ore 16.00 https://www.facebook.com/gemmaprogetto) e ri-vedere tutti i contenuti nel canale YouTube del progetto (https://www.youtube.com/channel/UCD4fThSkBEcFFLKzO_9hNeQ) che sta divenendo un prezioso archivio di alfabetizzazione digitale, accessibile a tutti e sempre consultabile.#EmerGemma ha creato un calendario di appuntamenti digitali che hanno un programma diversificato che tocca molti argomenti che in questa fase di emergenza sanitaria sono divenuti indispensabili, come ad esempio: fare la spesa on line da produttori locali, fare videochiamate di gruppo con i propri cari, trovare informazioni certificate sul Covid-19 e sull’attualità più in generale, ordinare un pasto con la consegna a domicilio, visitare virtualmente musei, siti archeologici e città d’arte restando in casa, ma anche giocare a burraco on line, scaricare libri on line, quali App utilizzare per tenere sotto controllo le spese casalinghe.

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Il ruolo dei bambini nella diffusione dell’epidemia da coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 maggio 2020

In questo momento di ripresa delle attività spesso ci si chiede quando potranno riaprire le scuole, dati i disagi che la chiusura provoca nei bambini e anche nell’organizzazione quotidiana degli adulti. I bambini sembrano meno colpiti dal virus, ma gli esperti si stanno concentrando su quale ruolo essi possano avere nell’andamento della pandemia.
Due recenti studi offrono prove convincenti sul fatto che i bambini possano trasmettere il virus, anche se nessuno dei due ha dato una dimostrazione definitiva.Nel primo studio, pubblicato su Science, i ricercatori guidati da Marco Ajelli, della Fondazione Bruno Kessler a Trento, hanno analizzato i dati provenienti dalle due città cinesi di Wuhan e Shanghai. Gli esperti hanno creato una matrice di contatto di 636 persone a Wuhan e 557 persone a Shanghai, chiedendo loro di ricordare tutti quelli con cui avessero avuto contatti il giorno prima della chiamata e l’età di ciascun contatto, ripetendo la chiamata durante il lockdown e dopo la riapertura. Ebbene, gli autori hanno scoperto che i bambini erano sensibili all’infezione da coronavirus circa un terzo di quanto lo fossero gli adulti. Tuttavia, dopo l’apertura delle scuole, si sono resi conto che i bambini avevano circa tre volte più contatti degli adulti e quindi tre volte più opportunità di infettarsi, portando il rischio alla pari degli adulti stessi. Sulla base dei loro dati, i ricercatori hanno stimato che la chiusura delle scuole non è sufficiente di per sé a fermare un focolaio, ma può ridurre l’aumento di circa il 40-60% e rallentare il decorso dell’epidemia. «La nostra simulazione mostra che se si riaprono le scuole si avrà un grande aumento del numero di riproduzione, che è esattamente quello che non vogliamo» conclude Ajelli.Il secondo studio, condotto da un gruppo di ricercatori tedeschi capeggiato da Terry C. Jones, coordinato da Christian Drosten e pubblicato sul web prima della peer review, ha testato bambini e adulti e ha scoperto che i bambini positivi hanno almeno lo stesso livello di virus degli adulti, e quindi, presumibilmente, sono altrettanto contagiosi. Gli esperti hanno analizzato un gruppo di 47 bambini infetti di età compresa tra uno e 11 anni, dei quali solo 15 erano sintomatici, e hanno osservato che i bambini asintomatici presentavano cariche virali altrettanto alte o più alte rispetto ai pari o agli adulti sintomatici. «Sono un po’ riluttante a dire ai politici che ora possiamo riaprire le scuole e gli asili» conclude Drosten.Ci sono però anche pareri differenti, come quello a cui sono giunti i ricercatori del governo olandese, in uno studio pubblicato sul sito del National Institute for Public Health and the Environment, Ministry of Health, Welfare and Sport, dei Paesi Bassi. In questo caso la conclusione è stata che i pazienti sotto i 20 anni svolgono un ruolo molto più piccolo nella diffusione rispetto agli adulti e agli anziani, ma dubbi sulla validità dello studio sono stati sollevati da diverse parti del mondo scientifico. Un chiarimento potrebbe arrivare da un nuovo studio del National Institutes of Health, il progetto Heros, che seguirà 6.000 persone di 2.000 famiglie e raccoglierà informazioni su quali bambini vengono infettati dal virus e sull’eventuale trasmissione ad altri membri della famiglia.Tutti gli esperti, comunque, concordano sulla necessità di decidere al più presto nuovi modi di frequentare la scuola per prepararsi alla riapertura, basandosi sui principi del distanziamento sociale. (fonte Doctor33)

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Impatti dell’epidemia sull’economia italiana

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 maggio 2020

Le imprese italiane perderanno tra i 348 e i 475 miliardi di fatturato nel 2020 e tra i 161 e i 196 nel 2021 rispetto alle tendenze previste prima del Covid19, secondo due scenari elaborati dagli analisti di Cerved, uno dei principali operatori italiani nella gestione del rischio di credito. Questo corrisponde a una perdita compresa tra -12,7% e -18% tra 2020 e 2019; nel 2021 è previsto un rimbalzo dell’economia, che comunque non permetterebbe di tornare ai livelli pre-crisi, con i ricavi che rimarrebbero tra il 2,9% e il 4,3% al di sotto di quelli del 2019. Sono dunque peggiorative rispetto ai dati forniti a marzo le prospettive aggiornate elaborate da Cerved sull’impatto che l’emergenza Covid19 avrà sul tessuto produttivo italiano.
L’ipotesi “migliore” è passata da un calo del fatturato del 7,4% a -12,7% (348 miliardi in meno invece di 220). Il rimbalzo attualmente stimato nel 2021 non permette più di tornare oltre i livelli del 2019 (-2,9%, contro il +1,5% delle precedenti previsioni), mentre lo scenario più pessimistico è sostanzialmente in linea con le proiezioni di marzo (-18% contro -17,8%). Questi andamenti implicano cadute del Pil comprese tra -8,2% e -12% nel 2020.
Si tratta di un’analisi che Cerved ha sviluppato su modelli statistici di previsione dei bilanci applicati a circa 700 mila società di capitale e sull’expertise dei suoi analisti, pubblicata nella versione aggiornata del suo Industry Forecast. Il report è molto più granulare del precedente, passando da un’analisi di 230 settori dell’economia italiana a previsioni che arrivano a monitorare circa 1.600 microsettori e sotto-mercati (differenti per esposizione all’export, specializzazione produttiva dei territori, complessità delle filiere).La “forbice” tra le diverse percentuali deriva dallo scenario considerato: soft, in cui non saranno necessari nuovi periodi di lockdown grazie a efficaci azioni di contenimento del contagio, e dunque il 2021 si caratterizzerà per un recupero più forte; oppure hard, con una recessione più marcata dovuta anche a ulteriori chiusure, magari territoriali, e una ripresa più lenta.

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Caselli: epidemia non ha fermato la mafia

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 aprile 2020

“Il coronavirus non ha fermato la mafia che, anzi, è pronta ad approfittarne”, Così Giancarlo Caselli in un’intervista ad Articolo 21, in merito al rischio che le organizzazioni criminali possano puntare a mettere le mani sugli aiuti economici previsti per questa emergenza. “C’è la necessità assoluta di giocare d’anticipo -afferma l’ex procuratore, oggi Presidente onorario di Libera – sia realizzando al più presto aiuti massicci, i cosiddetti bazooka economici, sul piano nazionale ed europeo; sia pianificando per tempo forme efficaci di contrasto che incidano sul primo manifestarsi degli appetiti mafiosi”, ha detto conclude Caselli.

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Riflettendo brevemente sui criteri dei triages clinici al tempo dell’epidemia da COVID-19

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2020

In questo difficilissimo momento – in piena pandemia da COVID-19 – la restrizione delle risorse mediche, la cui disponibilità negli ultimi anni è stata progressivamente erosa in termini di strumentazione e personale, fa sentire il suo peso. E in alcune località si arriva a discutere anche di come e con quali criteri si dovrà scegliere un domani, qualora ciò divenisse inevitabile, se fornire terapia intensiva, con la necessità di mezzi e personale relativi, quando i malati saranno tanti e le risorse poche.
A questo ci spronano, ad esempio, le recenti linee guida statunitensi. Negli Stati Uniti, dove si sta affrontando la prima ondata della terribile e drammatica epidemia legata alla diffusione di Covid-19, si è già deciso chi avrà accesso alle cure intensive e chi no. Nel paese in cui coloro che non hanno un’assicurazione privata sono lasciati al loro destino, si è ora deciso chi scegliere di salvare dalle complicazioni del nuovo coronavirus. La prima potenza globale offre al mondo questa immagine di sé agghiacciante, passando in pochi giorni dalla negazione dell’emergenza globale, alla selezione della specie. Come racconta Elena Molinari su Avvenire, più di 10 Stati, infatti, hanno fornito ai medici criteri-guida per prendere la decisione più difficile, ovvero chi attaccare al respiratore e chi no, a chi dare un’aspettativa di vita e a chi negarla. Elenchi che si basano, nella maggior parte dei casi, su inquietanti discriminazioni. I criteri includono considerazioni intellettuali o discriminatorie nei confronti delle persone con disabilità. L’Alabama, senza alcuna esitazione o vergogna, dichiara che “le persone con disabilità mentali sono candidati improbabili per il supporto respiratorio”, mentre il Maryland o la Pennsylvania sostengono che coloro che soffrono di “gravi disturbi neurologici” hanno diritto solo dopo gli altri ad accedere al trattamento salvavita. In Tennessee le persone con SMA (Atrofia Muscolare Spinale) devono essere “escluse” dalla terapia intensiva. Ma l’elenco è lungo e spaventoso perché, in realtà, esclude le persone con disabilità dall’accesso al trattamento, considerandole meno importante delle altre. Vite minori. Vite sacrificabili in caso di emergenza e risorse scarse.Ma criteri analoghi sono applicati anche in Stati in cui l’assistenza sanitaria è erogata secondo altri modelli. Ad esempio in Inghilterra vengono inclusi nell’elenco delle persone da rianimare solo in seconda battuta, cioè preferendo ad essi altri pazienti, i soggetti con disabilità cognitiva e i pazienti con autismo. Mentre il Comitato Nazionale di Etica francese solleva il problema, senza però dare indicazioni per la scelta della rianimazione in casi di penose scelte dovute a carenza di mezzi rianimatori. Il Comitato di Bioetica spagnolo invece è più garantista: “Si bien en un contexto de recursos escasos se puede justificar la adopción de un criterio de asignación basado en la capacidad de recuperación del paciente, en todo caso se debe prevenir la extensión de una mentalidad utilitarista o, peor aún, de prejuicios contrarios hacia las personas mayores o con discapacidad. El término “utilidad social” que aparece en alguna de las recomendaciones publicadas recientemente nos parece extremadamente ambiguo y éticamente discutible, porque todo ser humano por el mero hecho de serlo es socialmente útil, en atención al propio valor ontológico de la dignidad humana”. In Olanda, invece, i medici di famiglia chiedono ai loro pazienti anziani di firmare preventivamente un documento che illustri cosa vorrebbero in caso fossero colpiti da coronavirus: una lunga intubazione o l’astensione dalle cure.Da noi, in Italia, la SIAARTI (Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva) ha pubblicato un documento intitolato “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili” in cui si spiega che “come estensione del principio di proporzionalità delle cure, l’allocazione in un contesto di grave carenza (shortage) delle risorse sanitarie deve puntare a garantire i trattamenti di carattere intensivo ai pazienti con maggiori possibilità di successo terapeutico: si tratta dunque di privilegiare la “maggior speranza di vita”. Il bisogno di cure intensive deve pertanto essere integrato con altri elementi di “idoneità clinica” alle cure intensive, comprendendo quindi: il tipo e la gravità della malattia, la presenza di comorbidità, la compromissione di altri organi e apparati e la loro reversibilità. Questo comporta di non dover necessariamente seguire un criterio di accesso alle cure intensive di tipo “first come, first served””. Tuttavia, aggiunge: “È implicito che l’applicazione di criteri di razionamento è giustificabile soltanto dopo che da parte di tutti i soggetti coinvolti (in particolare le “Unità di Crisi” e gli organi direttivi dei presidi ospedalieri) sono stati compiuti tutti gli sforzi possibili per aumentare la disponibilità di risorse erogabili (nella fattispecie, letti di terapia intensiva) e dopo che è stata valutata ogni possibilità di trasferimento dei pazienti verso centri con maggiore disponibilità di risorse”.Proprio da questo ultimo punto vogliamo partire per fare alcune osservazioni. Non siamo ingenui e sappiamo bene che ci sono momenti tragici della vita, come carestie, guerre, epidemie e attentati, in cui non si può pensare di salvare tutti, e questo è un cruccio generale. Tuttavia ci sono alcuni aspetti che riteniamo debbano essere tenuti saldi.Non si può far vivere o morire o dare differente trattamento intensivo sulla base della presenza di disabilità mentale o disabilità fisica. Certamente, in caso di emergenza – ad es. nel caso estremo di avere un solo ventilatore per due pazienti -, il medico sarà tenuto a operare una scelta. Ritornando all’esempio citato, la prima responsabilità del medico e dello staff dirigente sarà di verificare alcune cose: se è possibile reperire un altro ventilatore in tempi ragionevoli, se è possibile trasferire in sicurezza il paziente ad altro ospedale e se è possibile fornire uno dei due di un presidio ventilatorio diverso anche se meno efficace dal ventilatore standard. Questo primo approccio è fondamentale, perché sarebbe controproducente affidarsi ad un protocollo rigido oppure prendere decisioni senza aver cercato tutte le alternative. Nel caso di dover obbligatoriamente operare una scelta – cosa peraltro assai rara -, si dovrà agire preferendo fornire l’unico ventilatore disponibile a chi non ne risente svantaggio, o a chi è più ragionevole che ne riporterà un vantaggio in termini di sopravvivenza. In tutti gli altri casi, non si può valutare a priori che una vita umana sia più degna di essere vissuta di un’altra. Si potrà dire che è istintivamente più facile preferire un giovane ad un vecchio o un sano ad un malato cronico, ma l’istinto in questi casi è fuorviante. Dovrà essere il medico e lo staff dirigenziale a prendere la decisione ultima sulla base del colloquio col paziente o con i suoi tutori e del suo reale stato clinico. Anche in questo caso l’alleanza terapeutica sarà la strategia vincente. Ma la base della scelta che si può e si deve protocollare è unicamente quella che si riferisce a due punti inevitabili: evitare svantaggi al paziente (ovvero prolungare sofferenze non evitabili) e dare vantaggi (preferire chi è più verosimile che possa sopravvivere). Per essere chiari, con il primo punto (evitare sofferenze non evitabili) si intende che, se per qualche motivo l’intubazione e il sostegno ventilatorio dovessero aggravare lo stato di sofferenza del paziente, essi sarebbero da proscrivere. La cosa massimamente contraria all’esercizio della medicina è affidare tutta la gestione di un paziente o di un ospedale a dei protocolli rigidi; è vero che uno può sentirsi più garantito, ma è anche vero che si rischia di perdere di vista la peculiarità del singolo paziente, e – infine – di rendere “pigro” il curante che, di fronte a scelte già confezionate, può trovare semplice saltare il primo passaggio, quello fondamentale, cioè cercare le alternative per salvare la vita del paziente, di ciascun paziente.La scelta dunque dovrà passare non per freddi e rigidi protocolli scelti aprioristicamente, ma essere elaborata al letto di ciascun malato, ognuno diverso e unico, dove si dovranno realizzare scelte condivise. La drammaticità della situazione non può giustificare soluzioni semplificatorie, che possano far pensare, o aprire la strada, a comportamenti di selezione a priori tra categorie di malati. La vicenda del coronavirus non deve davvero essere utilizzata per dare una parvenza di eticità, anche per il futuro, a prospettive di questo genere. Del resto, i medici in prima linea hanno continuato a ripetere, in questi giorni, che le valutazioni di futilità o comunque di proporzionalità circa l’utilizzo delle risorse sanitarie disponibili sono riferite, caso per caso, all’insieme delle condizioni di salute di una data persona, e non ad un solo fattore (per esempio l’età) discriminante.Scienza & Vita, condividendo queste brevi riflessioni, intende ancora una volta contribuire ad un più approfondito dibattito pubblico su un tema così delicato e complesso, nell’auspicio che si possano sviluppare ampie convergenze etiche ed operative, incentrate sul riconoscimento e la tutela della dignità di ciascuna persona umana.

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La propagazione dell’epidemia di coronavirus e la risposta dell’UE

Posted by fidest press agency su martedì, 24 marzo 2020

In risposta alla propagazione dell’epidemia di coronavirus, le istituzioni dell’UE, gli Stati membri e gli enti regionali e locali valutano quotidianamente la situazione e adottano sia azioni immediate che proposte a medio termine per controbilanciare gli effetti della crisi. Oltre alle misure per il contenimento e il trattamento della malattia, il 13 marzo la Commissione europea ha istituito una “team di risposta al coronavirus” e ha presentato una serie di proposte legislative volte ad attenuare l’impatto economico della crisi. Le proposte riguardano la protezione dei lavoratori e delle imprese dalle perdite di reddito, ad esempio mediante una semplificazione delle norme sugli aiuti di Stato e un’assistenza finanziaria a carico del bilancio dell’UE e del Fondo europeo per gli investimenti. La Commissione ha proposto, tra l’altro, una nuova “iniziativa d’investimento in risposta al COVID-19” dell’ordine di 37 miliardi di EUR, da reperire dai fondi strutturali inutilizzati e non ancora assegnati. Tutte le fonti d’informazioni sulla risposta dell’UE all’epidemia di coronavirus sono disponibili qui in tutte le lingue ufficiali dell’UE.

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Per il momento ciò che sappiamo compensa ciò che non sappiamo

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 marzo 2020

By Adrien Pichoud, Chief Economist SYZ Asset Management. Non ci resta che tentare di stimare l’impatto di questa epidemia sull’economia globale e sui mercati finanziari.Questo sviluppo inatteso desta una serie di interrogativi senza risposta: quanto ci vorrà per arginare la diffusione del virus in Cina, in Asia e nel resto del mondo? Per quanto tempo le misure precauzionali intralceranno l’attività economica? Quali saranno l’entità e la durata dell’impatto sull’attività economica, ad esempio in termini di consumi, investimenti e risultati societari? Le risposte a tali domande spaziano da “conseguenze relativamente rapide e benigne” fino a “effetti a lungo termine e significativi” e al momento riteniamo che sia impossibile avere qualunque certezza.Innanzitutto, prima della diffusione del virus l’economia globale era ancora in miglioramento, sulla scia del trend incoraggiante del quarto trimestre dello scorso anno. Vi era pertanto un momentum economico positivo allo scoppiare della crisi epidemica.In secondo luogo, la Cina utilizzerà tutti gli strumenti economici possibili per attenuare il colpo sulla propria economia.In misura minore, è ipotizzabile che nel 2020 tutte le banche centrali dei paesi sviluppati ed emergenti mantengano o addirittura rafforzino l’orientamento generalmente accomodante.Infine, i consumi delle famiglie, ovvero il primo motore di crescita del PIL nelle economie sviluppate, restano sostenuti dal calo della disoccupazione, già su livelli bassi, dall’aumento dei prezzi degli attivi e dal basso costo del credito. La combinazione di questi fattori positivi è destinata a contenere o mitigare l’impatto della diffusione del virus sull’attività economica globale.A questo si aggiunge una partenza confusa per le Primarie del Partito democratico statunitense, il che ha ridotto il rischio di vedere eletto un presidente “avverso al mercato”. Abbiamo quindi un contesto in cui le informazioni note e favorevoli controbilanciano i potenziali rischi di ribasso ignoti, almeno per quanto ne sappiamo.Pertanto, in questa fase manteniamo le nostre visioni favorevoli sugli attivi rischiosi, restiamo esposti alle azioni cinesi e rafforziamo l’allocazione a quelle statunitensi in ragione del vigore dell’economia a stelle e strisce nonché dell’implicito supporto della Fed. Aspettando di poter disporre di elementi e dati concreti sulla portata dell’impatto, osserviamo che:l’economia statunitense stava seguendo una traiettoria di espansione leggermente al di sopra del potenziale, sostenuta da solidi consumi e da una forte domanda interna, nonché dalla ripresa degli indicatori dell’attività industriale. L’indice ISM manifatturiero, il seguitissimo barometro dell’attività industriale, è rimbalzato da un minimo quadriennale a gennaio, segnalando una ripresa dell’espansione nel settore dopo 5 mesi di contrazione. L’economia continua a creare posti di lavoro (225.000 a gennaio) e la fiducia dei consumatori è prossima ai massimi ciclici. Poiché è facile che la Fed mantenga un approccio cauto/accomodante in ragione dell’inflazione contenuta e dei rischi di ribasso legati al coronavirus, la politica monetaria dovrebbe favorire l’espansione economica in quest’annata di elezioni, a patto che il dilagare del virus non comprometta le catene di approvvigionamento, i viaggi e l’attività troppo a lungo. L’eurozona è più vulnerabile in ragione della dipendenza dalla domanda cinese, ragion per cui il virus ha un impatto significativo. L’economia inglese si trova in una fase di ripresa post-Brexit. Il franco svizzero è destinato a rimanere forte. Il Regno Unito tira un sospiro di sollievo a seguito dello scemare delle incertezze politiche e di fronte alla prospettiva dell’annuncio di notevoli misure di stimolo fiscale in primavera. La BNS ha dovuto fare i conti con l’apprezzamento del CHF, pur dimostrandosi incapace di reagire realmente dopo essere diventata ufficialmente oggetto di osservazione da parte degli Stati Uniti per intervento sulla valuta. Nell’Asia sviluppata, le dinamiche di crescita sono apparse blande ma positive in Giappone e in Australia, ma la diffusione del virus avrà probabilmente un impatto negativo almeno temporaneo sull’attività economica nel primo trimestre.Tutti i paesi asiatici segneranno un rallentamento nel primo trimestre, poiché l’attività economica risulterà significativamente compromessa dall’epidemia di coronavirus e dalle conseguenti limitazioni ai viaggi, dalle perturbazioni della catena di approvvigionamento e dalle misure precauzionali.Tra le grandi economie emergenti, l’India spicca per la solida crescita economica. Essendo ampiamente orientata al mercato interno, potrebbe non risentire eccessivamente della diffusione del coronavirus e potrebbe continuare a prosperare nei mesi a venire, sostenuta da politiche economiche accomodanti. Dopo la diffusione iniziale del coronavirus, la correzione del mercato azionario è stata rapidamente compensata da una ripresa. In questo contesto, non abbiamo apportato modifiche all’allocazione geografica, con l’unica eccezione dell’upgrade degli Stati Uniti a “preferenza”, basato su:
(a) la resilienza della dinamica macroeconomica dell’economia statunitense,
(b) il sostegno della politica monetaria accomodante della Fed, rafforzato dall’epidemia di coronavirus
(c) la probabilità ormai alta della rielezione di Trump, che sarebbe accolta positivamente dai mercati.
Infine, abbiamo scelto di mantenere l’orientamento positivo verso i mercati azionari cinesi, che restano interessanti in termini di valutazioni.
Manteniamo un orientamento positivo su obbligazioni e credito.Assumiamo una posizione di “lieve avversione” per il debito dei mercati emergenti, nell’ambito di un portafoglio multi-asset.
Assegniamo una “lieve preferenza” a Russia, Indonesia, Messico e Polonia
In seguito alla Brexit, assumiamo una posizione di “lieve preferenza” per la sterlina. L’oro resta la prima scelta in un’ottica di diversificazione. Preferiamo il dollaro rispetto all’euro. Esprimiamo una “lieve preferenza” per lo yen.

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La ristorazione perderà 8 miliardi di euro per l’impatto dell’epidemia covid-19 sull’economia italiana

Posted by fidest press agency su domenica, 15 marzo 2020

Secondo il Centro Studi della Federazione Italiana Pubblici Esercizi nel primo trimestre del 2020, anche per gli effetti delle ultime misure che hanno imposto la chiusura totale delle attività di ristorazione, il settore perderà oltre 10 miliardi di euro a cui si aggiungerà un’ulteriore perdita nel secondo trimestre per avere poi un recupero, non affatto scontato, nel secondo semestre dell’anno che, tuttavia, chiuderà con un bilancio pesante di – 8 miliardi di euro di fatturato.

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Coronavirus: Fp Cgil, arginare epidemia investendo su servizi e operatori sanitari

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 marzo 2020

“L’epidemia da coronavirus Covid-19 è prima di tutto una grave emergenza sanitaria e per prevenire le conseguenze economiche e sociali che determina dobbiamo investire di più sui servizi sanitari e sugli operatori”. Ad affermarlo sono la Fp Cgil Nazionale e la Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn, aggiungendo che: “Gli operatori sanitari nelle aree isolate sono in affanno e hanno bisogno della massima attenzione. È necessario impegnare tutte le nostre risorse per sostenere i servizi e i professionisti sanitari che sono in prima linea per garantire la salute della cittadinanza”.Per il sindacato, “servono subito medici e infermieri e servono più posti letto, così come una maggiore distribuzione dei dispositivi di protezione individuale. Ma soprattutto serve una maggiore integrazione tra la medicina generale e quella ospedaliera e tra le strutture pubbliche e quelle private convenzionate per garantire una migliore presa in carico dei pazienti più fragili che necessitano di un’assistenza continua domiciliare e ospedaliera. Inoltre – prosegue -, secondo i dati che abbiamo oggi a disposizione, i malati che necessitano di un ricovero in terapia intensiva sono fra il 5 e l’8%; in Italia abbiamo oggi circa 5.100 posti letto in terapia intensiva, che in situazioni normali hanno un tasso di occupazione intorno al 70/80%”.Le notizie di queste ore, continua, “ci dicono che i reparti di terapia intensiva degli ospedali che sono in prima linea ad affrontare l’emergenza sono oltre il livello di saturazione, stiamo parlando di un’epidemia che senza un intervento straordinario sul personale e sui servizi metterebbe in ginocchio il servizio sanitario nazionale al di là della bassa mortalità dell’infezione. Servono maggiori tutele per gli operatori, senza i quali non saremmo più in grado di garantire la salute dei cittadini. Chiediamo un piano di assunzioni urgente e uno stanziamento ad hoc delle Regioni per rispondere allo straordinario impegno che tutti gli operatori coinvolti stanno oggi mettendo in campo per arginare l’emergenza coronavirus”, concludono la Fp Cgil Nazionale e la Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn.

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Epidemia di SARS-CoV-2 del 2019-2020

Posted by fidest press agency su martedì, 25 febbraio 2020

Al momento, non esiste né un vaccino né antivirali specifici per curare l’infezione. Il virus ha un’incubazione lunga e il portatore può essere anche asintomatico nonché non è da escludere l’ipotesi che il virus si «annidi» nell’organismo senza generare sintomi. Ciò equivale a dire che, al momento, anche una persona senza le manifestazioni dell’infezione potrebbe veicolarlo.
Prima hanno detto che il virus si trasmetteva solo da una persona infetta a un’altra attraverso la saliva, la tosse, lo starnuto, i contatti diretti personali oppure toccando con le mani contaminate bocca, naso o occhi. Poi, invece, in Cina, al personale medico e paramedico non sono bastate le mascherine, cappelli e guanti per evitare di essere infettati. Inoltre, nella nave da crociera Diamond Princess, messa in quarantena, nonostante i passeggeri fossero relegati nelle cabine con obbligo di non incontrarsi, gli infettati hanno superato i 600. Essendo ovvio che il virus si sposta nell’aria, depositandosi sui vestiti e/o sulla pelle è dovere delle autorità attivare il contenimento dove si accertano infettati e respingere e/o mettere in quarantena chi arriva da nazioni non in grado di monitorare come in Italia i decessi e la loro causa nonché non attivano azioni efficaci di contenimento nei loro territori dove rilevano degli infettati.
È inderogabile che il nostro Governo solleciti i membri della Unione Europea a predisporre rapidamente un Piano di Difesa Sanitaria Europeo che affronti il tema sanitario, l’organizzazione della sicurezza pubblica, il varo di nuove regole per le imposte e tasse a chi produce beni e servizi, lo sviluppo dell’inscatolamento delle derrate alimentari in modo che possano durare per anni e il loro stoccaggio strategico al fine di consentire l’alimentazione minima garantita ai cittadini che in quarantena non possono acquistare prodotti freschi. In attesa dell’attivazione del Piano di Difesa Sanitaria Europeo, è dovere del Governo di attivare tempestivamente un Piano di Difesa Sanitaria Nazionale, conferendo l’autorità di ordinare e coordinare a tutti i settori compresi quelli militari, il Dipartimento Protezione Civile e dotandolo di adeguate risorse finanziarie. Diritto-dovere di tutti e attivarsi e far attivare chi abbiamo eletto a governare il Paese, fornendo per primi tutta la propria disponibilità. (abstract by Pier Luigi Ciolli – Firenze vivere la città)

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L’epidemia del nuovo coronavirus

Posted by fidest press agency su sabato, 15 febbraio 2020

(SARS-CoV-2) ci ha svelato che il mondo è sempre più esposto all’insorgere di malattie infettive, siano esse nuove o riemergenti, che possono diffondersi più velocemente che in passato a causa del rapido movimento delle persone a livello globale. Quando appare una nuova malattia infettiva con potenziale pandemico si accende di solito un dibattito trasversale, politico, scientifico e mediatico, e gli eventi che hanno accompagnato l’epidemia del SARS-CoV-2 non fanno eccezione: così, nelle ultime 5 settimane, questo argomento ha catturato l’attenzione globale dei media, oltre che del mondo politico e scientifico. Il proliferare di attività scientifica attorno al SARS-CoV-2 ha portato – dati aggiornati al 10 febbraio – a oltre 103 pubblicazioni, che ne hanno definito varie caratteristiche epidemiologiche e cliniche, ivi compresa l’evidenza della trasmissione da uomo a uomo in comunità, nuclei familiari e strutture ospedaliere. Queste pubblicazioni hanno portato allo sviluppo di numerose linee guida da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e di altre agenzie sanitarie pubbliche per quanto riguarda la diagnosi, la prevenzione e il controllo dell’epidemia. In conseguenza della pubblicazione di queste linee guida, molte compagnie aeree, tra cui British Airways, Lufthansa, Swiss Air e Austrian Air, hanno rapidamente reagito all’epidemia, sospendendo i voli da e verso la Cina. Diversi paesi hanno anche organizzato l’evacuazione dei loro cittadini e familiari dall’area di Wuhan. Nella gestione di questa epidemia appare evidente che il mondo ha imparato le lezioni apprese in esperienze precedenti, quali la SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) nel 2003, la MERS (Middle East Respiratory Syndrome) nel 2012, ed Ebola, per le quali Cina, Arabia Saudita e l’OMS stessa erano state pesantemente criticate per aver agito con troppa lentezza. Per ogni nuova epidemia che si presenta, il livello di preparazione globale e la capacità di risposta alle malattie infettive emergenti e riemergenti possono essere costantemente migliorate. La rapida e ben coordinata risposta globale all’emergenza ed all’individuazione del SARS-CoV-2, e il livello di comunicazione tra scienziati, ricercatori ed epidemiologi, nonché tra le agenzie sanitarie e di finanziamento pubbliche, non hanno precedenti rispetto alle epidemie del passato. Ma è senza precedenti anche il clamore mediatico che ha generato questa epidemia, sin dalle prime notizie annuncio, sulla stampa e sui social media. Il percorso che le informazioni scientifiche e di sanità pubblica compiono dalla loro elaborazione sino all’utilizzo da parte dei media contiene diversi passaggi, ciascuno dei quali può portare a esagerazioni quando non a vera e propria disinformazione. La proliferazione di notizie sanitarie ricavate da Internet potrebbe incoraggiare la selezione di contenuti, sia giornalistici che scientifici, che sopravvalutano la forza dell’inferenza causale. Abbiamo così studiato l’impatto dell’inferenza causale sulla ricerca sanitaria nella fase finale del percorso, ovvero quando viene consumata sui social media. Il clamore mediatico deriva da una inefficace comunicazione del rischio al pubblico e ai media? L’individuazione proattiva dei casi da parte delle autorità cinesi, con la ricerca e lo screening dei contatti delle persone contagiate, ha portato a un aumento esponenziale del numero di casi segnalati, con un conseguente aumento dell’interesse dei media e il conseguente clamore. Le previsioni sul tasso di riproduzione dell’infezione (R0), l’evacuazione di cittadini europei e nordamericani dalla Cina, e in alcuni casi la detenzione di persone in quarantena (ad es. nel Regno Unito), hanno acquisito grande visibilità sulla stampa e contribuito ad aumentare l’isteria mediatica.
Il racconto della situazione in tempo reale da parte del pubblico sui social media potrebbe contribuire ad una maggiore precisione nella raccolta di informazioni da parte dei mezzi di informazione. E tuttavia la rapidità negli sviluppi della situazione, l’aumento del numero dei casi, insieme ad una crescente eterogeneità delle informazioni, rendono sempre più difficile per i media assimilare questo canale informativo e ricavarne interpretazioni che abbiano un significato. Inoltre, il volume delle informazioni che vengono trasmesse alle autorità sanitarie, e che da queste vengono comunicate al pubblico, supera la capacità dei media di collegarle ed analizzarle utilmente, verificandole con altri dati. Questa incapacità di validare le informazioni può alimentare le speculazioni, generando quindi preoccupazione nei media e nel pubblico. Trovare l’equilibrio tra fornire le informazioni necessarie per agire in maniera appropriata in risposta al rischio e fornire informazioni che alimentano azioni inappropriate è una operazione delicata. La risposta globale dei media a SARS-CoV-2 rimane sbilanciata, in gran parte a causa della continua evoluzione dello scenario; di conseguenza, la percezione pubblica del rischio rimane esagerata. I molti fattori tuttora sconosciuti che circondano il virus possono condurre ad ulteriore clamore mediatico ed a risposte esagerate da parte del pubblico. Ad esempio: quante persone hanno viaggiato da e verso Wuhan prima che venissero implementate le restrizioni di viaggio e la quarantena? Quanti di questi individui erano asintomatici o stavano incubando il virus? Quanto sono efficaci lo screening e le attuali misure di controllo?
Alla data del 10 febbraio sono stati confermati 37.558 casi, e sono stati segnalati all’OMS 812 decessi. Al di fuori di Cina, sono stati rilevati 307 casi in 24 paesi. Pertanto, anche se rimangono diverse centinaia di pazienti in terapia intensiva, nel complesso il tasso di mortalità in ospedale rimane intorno al 2%. È giunto quindi il momento di abbassare il clamore e l’isteria che circonda l’epidemia di SARS-CoV-2, e ridurre la sensazionalizzazione di nuove informazioni, in particolare sui social media, dove si cerca in questo modo di catturare l’attenzione da parte dei follower. Inoltre, la disparità tra la forza del linguaggio utilizzata da alcuni ricercatori ed uomini politici nel rapporto con i media e l’inferenza condivisa sui social media richiedono ulteriori ricerche per determinare in che modo i contenuti devono essere canalizzati sulle diversi piattaforme. Un modo efficace di mettere in prospettiva questa epidemia può essere quello di confrontarlo con altre infezioni del tratto respiratorio con potenziale epidemico. Il virus SARS-CoV-2 pare condividere lo stesso modello dell’influenza, con la maggior parte delle persone che guarisce e con un basso tasso di mortalità; le persone più a rischio di mortalità sono quelle più anziane, oltre i 65 anni, le persone con un sistema immunitario indebolito, o che presentano altre malattie.
Attualmente non vi sono evidenze scientifiche in base alle quali il virus SARS-CoV-2 si diffonda più rapidamente rispetto all’influenza o abbia un tasso di mortalità più elevato.
I media dovrebbero concentrarsi su obiettivi più altruistici, sviluppando il dialogo con le autorità competenti al fine di proteggere la sicurezza sanitaria globale attraverso una collaborazione amichevole. Dovrebbero evidenziare gli sforzi che vengono fatti per sviluppare il vaccino, nonché le misure educative e sanitarie che vengono messe in atto per prevenire la diffusione dell’infezione. Sebbene ci siano molte cose ancora da sapere su come rispondere al meglio ad infezioni di questo tipo, ci sono anche diversi aspetti positivi, come i test diagnostici che sono stati sviluppati in appena due settimane, o il supporto finanziario disponibile per lo sviluppo del vaccino: tutte notizie che forse dovrebbero apparire nei titoli dei giornali e dei notiziari, per alimentare la rassicurazione piuttosto che la paura.

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Risposta su più fronti all’epidemia del nuovo coronavirus

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 febbraio 2020

Johnson & Johnson ha annunciato oggi che sta mobilitando risorse presso le proprie Aziende farmaceutiche Janssen per lanciare una risposta su più fronti all’epidemia del nuovo coronavirus (noto anche come 2019-nCoV o coronavirus di Wuhan). Nello specifico, l’Azienda ha iniziato a sviluppare un vaccino contro il 2019-nCoV e a collaborare ampiamente con altri attori per sottoporre a screening una gamma di terapie antivirali. L’identificazione dei composti ad azione antivirale nei confronti del 2019-nCoV può contribuire a contrastare in tempi rapidi l’attuale epidemia.“J&J vanta un impegno di lunga data nella lotta contro le epidemie consolidate ed emergenti e supporta l’impegno globale laddove può contribuire concretamente e fare la differenza. Stiamo collaborando con le autorità regolatorie, le organizzazioni sanitarie, le istituzioni e le comunità in tutto il mondo per fare in modo di garantire che le nostre piattaforme di ricerca, la scienza e le competenze esistenti in materia di epidemie possano essere massimizzate al fine di arginare questa minaccia alla salute pubblica”, ha affermato Paul Stoffels, Vicepresidente del Comitato esecutivo e Direttore scientifico di Johnson & Johnson. “Quest’ultima epidemia di un nuovo agente patogeno ribadisce ancora una volta l’importanza di investire nella crescita delle conoscenze e degli strumenti di sorveglianza e intervento, per garantire che il mondo sia sempre un passo avanti rispetto alle potenziali minacce pandemiche.” Il programma vaccinale sfrutterà le tecnologie di Janssen Advac® e PER.C6®, che offrono la capacità di ottenere rapidamente una produzione di alto livello del vaccino candidato. Si tratta delle stesse tecnologie utilizzate nello sviluppo e nella produzione del vaccino sperimentale di Janssen contro l’Ebola, attualmente implementato nella Repubblica Democratica del Congo e in Ruanda. Sono state utilizzate anche per creare i candidati vaccini dell’Azienda contro i virus Zika, RSV e HIV. L’approccio su più fronti di Johnson & Johnson include anche una revisione dei pathway noti nella patofisiologia del coronavirus per determinare se i farmaci precedentemente testati possano essere utilizzati per aiutare i pazienti a sopravvivere a un’infezione da 2019-nCoV e a ridurre la gravità della malattia nei casi non letali. Inoltre, Janssen ha donato 300 confezioni di un suo farmaco contro l’HIV a base di darunavir/cobicistat al Centro clinico per la sanità pubblica di Shanghai e all’Ospedale Zhongnan dell’Università di Wuhan per l’utilizzo nella ricerca a sostegno dell’impegno per trovare una soluzione contro il 2019-nCoV. Inoltre, sono state fornite altre 50 confezioni al Centro Cinese per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie per le indagini di laboratorio (screening del farmaco per le proprietà antivirali contro 2019-nCoV). Tutte le spedizioni sono state consegnate e, in caso fossero necessarie ulteriori donazioni, l’Azienda è disponibile a collaborare con tutti gli istituti e le agenzie sanitarie impegnate a trovare una soluzione contro il 2019-nCoV.
Le richieste del Centro Clinico per la Sanità Pubblica di Shanghai e dell’Ospedale Zhongnan dell’Università di Wuhan seguono una raccomandazione dell’Istituto di Materia Medica di Shanghai, dell’Accademia Cinese di Scienze, per l’indagine su 30 composti potenzialmente efficaci, incluso darunavir – inibitore della proteasi di Janssen – contro il 2019-nCoV. In base a riscontri aneddotici, un inibitore della proteasi ha precedentemente dimostrato una potenziale risposta clinica favorevole contro il coronavirus associato alla sindrome respiratoria acuta grave (Severe Acute Respiratory Syndrome, SARS).1. Il programma di ricerca e sviluppo accelerato dell’Azienda è in risposta all’attuale epidemia di 2019-nCoV in Cina. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato casi di 2019-nCoV in tutta la Cina continentale; confermati casi anche in Paesi e territori in tutto il mondo, tra cui Australia, Cambogia, Canada, Francia, Germania, Hong Kong, Giappone, Macao, Malesia, Nepal, Repubblica di Corea, Singapore, Sri Lanka, Taiwan, Thailandia, Stati Uniti e Vietnam.2,3 Il 2019-nCoV proviene da un gruppo di virus chiamati coronavirus che attaccano il sistema respiratorio.

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L’Epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 agosto 2019

L’epidemia di di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo compie un anno ed entra nel suo secondo anno di vita ancora incontrollata. La settimana scorsa l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato lo stato di emergenza internazionale (PHEIC, Public-Health Emergency of International Concern) in merito all’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. In un anno questa epidemia ha già colpito 2.700 persone, con 1.800 decessi. La decisione dell’OMS è giunta però soltanto adesso, dopo che è stato registrato il primo caso a Goma, città di oltre un milione di abitanti con un aeroporto internazionale al confine con il Ruanda. Il paziente era un pastore che era arrivato da Butembo passando attraverso 3 posti di controllo sanitario senza che venisse fermato. La dichiarazione di PHEIC facilita la condivisione di informazioni per la valutazione del rischio, permette al comitato di emergenza dell’OMS di dare agli stati membri raccomandazioni temporanee e, soprattutto, facilita a livello internazionale le attività diplomatiche, di salute pubblica, di sicurezza e di logistica, oltre a permettere l’utilizzo di maggiori risorse finanziarie. Un secondo caso è stato identificato a Goma il 30 luglio in un cercatore d’oro che aveva percorso 70 chilometri nel Paese, ma non è collegato in nessun modo con il primo. Si tratta della quinta volta nella sua storia che l’OMS preme il tasto rosso dell’allarme globale: era già successo nel 2009 con l’influenza aviaria, nel 2014 con la polio, nel 2013-2016 con l’epidemia di Ebola in Africa Occidentale, nel 2016 con l’epidemia di Zika. Ognuna di queste emergenze ha mostrato varie criticità nei protocolli internazionali di risposta, evidenziando la necessità di migliorare le infrastrutture, la ricerca scientifica, e le procedure di diagnosi nelle aree più a rischio. L’attuale epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, la nazione dove il virus fu isolato per la prima volta nel 1976, ha già raggiunto per numero di persone infettate e di decessi il secondo posto tra le epidemie di Ebola, dietro quella che in Africa occidentale tra il 2014 e il 2016 colpì 28.000 persone, uccidendone oltre 11.000. Questa epidemia di Ebola si sta rivelando però di difficile gestione, nonostante i controlli clinici effettuati su più di 70 milioni di persone e le oltre 160.000 dosi di vaccino somministrate alle fasce di popolazione più a rischio ed agli operatori sanitari. A complicare la situazione il fatto che le province maggiormente colpite, North Kivu e Ituri, da anni sono interessate da conflitti armati: più di 70 sono stati sino ad oggi gli attacchi a ospedali, ambulatori ed operatori sanitari. È quindi probabile che il numero effettivo degli infettati e dei decessi sia superiore a quello ufficiale, proprio perché in molte aree del focolaio epidemico l’attività degli operatori sanitari è difficile e pericolosa.
Quali i potenziali rischi per il nostro paese? Al riguardo il prof. Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’INMI “Lazzaro Spallanzani” di Roma e coordinatore per l’Italia del GVN,Ippolito precisa che “L’epidemia di Ebola del 2014- 2016 ha visto in prima fila l’INMI, con la partecipazione dei nostri virologi e medici alle missioni internazionali nei paesi colpiti dall’epidemia come la Sierra Leone o la Guinea, e con la gestione dei due pazienti italiani che contrassero la malattia nelle aree di contagio e che furono curate con successo nel nostro ospedale a Roma. L’esperienza maturata dagli operatori dell’INMI nelle aree nelle quali si sono verificate negli ultimi anni le epidemie di Ebola e di altre malattie come Dengue, Chikungunya, Malaria, dimostra chiaramente come l’investimento in cooperazione internazionale in campo sanitario produca benefici concreti anche per i cittadini e i contribuenti italiani. Ciò che
abbiamo appreso in quella occasione costituisce infatti un prezioso patrimonio a disposizione della collettività oggi che Ebola torna ad affacciarsi sulla scena, per cui possiamo senz’altro dire che siamo pronti per affrontare questa emergenza nel caso in cui si dovessero verificare dei casi anche nel nostro paese”.

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Ebola: Save the Children

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 aprile 2019

Nella Repubblica Democratica del Congo, nelle ultime due settimane l’epidemia di ebola ha fatto registrare un record di nuovi casi. Sono stati, infatti, 57 nella prima e 72 nella seconda per un totale di 1.100 casi segnalati fino ad oggi. I bambini morti a causa malattia sono già 100. La scorsa settimana, più della metà delle morti di ebola si sono verificate al di fuori dei centri di trattamento, aumentando in modo rilevante la possibilità di contagio. A rendere ancora più drammatica la situazione, ci sono i crescenti conflitti che ostacolano la lotta alla diffusione della malattia. È l’allarme lanciato da Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, che sta cercando di combattere la disinformazione e le ostilità formando circa 1.200 operatori sanitari e 1.000 capi di comunità.“Le sfide che devono essere affrontate per debellare la malattia sono enormi. Sono stati fatti progressi, ma questo picco di casi mostra che qualsiasi passo avanti potrebbe essere vanificato. Con l’approccio sbagliato, la paura e il sospetto potrebbero ancora sopraffare la lotta contro l’Ebola” dichiara Heather Kerr, direttore di Save the Children nella Repubblica Democratica del Congo.“Save the Children lavora 24 ore su 24 all’interno e a fianco delle comunità per combattere la malattia, per garantire che le persone sappiano come proteggersi e per far sì che si sentano supportate nella terribile esperienza di aver contratto la terribile malattia in casa propria” prosegue Kerr che aggiunge che il conflitto che affligge da tempo l’area combinato con la diffusione dell’ebola getta i bambini in un costante stato di paura e di sconforto” prosegue Kerr.Il picco dei casi arriva poco dopo le segnalazioni di quattro attacchi in sole due settimane alle strutture di trattamento dell’ebola o a quelle di transito.“I bambini sono arrabbiati per ciò che gli sta accadendo. Per anni hanno dovuto assistere a vicini, persone care e amici uccisi brutalmente nel conflitto mentre lavoravano nei campi o camminavano per le strade. E ora l’ebola non si sta solo prendendo altre vite, ma sta anche distruggendo la relazione tanto necessaria per i bambini con le loro famiglie e con i loro amici, perché non possono toccarsi o confortarsi a vicenda. Vivono nella costante paura di contrarre la malattia ma anche di essere attaccati da gruppi armati” conclude Kerr.
Sono più di un milione le persone raggiunte da Save the Children che hanno ricevuto informazioni sulla malattia. Il lavoro dell’Organizzazione include la creazione di strutture di screening e l’individuazione delle persone che sono entrate in contatto con il virus per evitare una diffusione ulteriore. Il team dell’Organizzazione nel Nord Kivu sottolinea che la sfiducia diffusa nei confronti degli sforzi per arginare la malattia rende più difficile combattere l’epidemia e raggiungere i minori che hanno più bisogno di supporto.L’Organizzazione sta attualmente supportando 39 strutture sanitarie nel Nord Kivu e a Ituri e 44 strutture sanitarie a Petit North Kivu (Goma e aree limitrofe) per la prevenzione e il controllo delle infezioni, per la formazione degli operatori sanitari e per le aree di triage.

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Epidemia di Ebola: Bambini a rischio nella Repubblica Democratica del Congo

Posted by fidest press agency su martedì, 21 agosto 2018

Secondo l’UNICEF i bambini rappresentano una percentuale insolitamente elevata di persone colpite dall’attuale epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) orientale.
Due bambini sono già morti a causa della malattia. I centri di cura per Ebola di Beni e Mangina stanno attualmente curando sei bambini colpiti dalla malattia o sospetti. L’UNICEF ha individuato 53 bambini orfani che hanno perso i genitori a causa di Ebola.”I bambini colpiti dall’epidemia in corso necessitano di particolare attenzione e cure”, ha dichiarato il Dottor Gianfranco Rotigliano, Rappresentante dell’UNICEF nella RDC. “Le donne sono spesso le prime a prendersi cura dei bambini, quindi se sono colpite dalla malattia, c’è un rischio maggiore che i bambini e le famiglie diventino vulnerabili”.L’UNICEF e i suoi partner hanno formato 88 operatori psicosociali per assistere e confortare i bambini nei centri e per sostenere i bambini che sono stati dimessi in quanto liberi da Ebola, ma che possono ancora essere a rischio di stigmatizzazione all’interno della comunità. Gli operatori psicosociali organizzano attività di sensibilizzazione per facilitare il ritorno di questi bambini nelle loro comunità.”L’impatto della malattia sui bambini non è limitato a coloro che sono stati colpiti o sospettati di esserlo”, ha dichiarato Rotigliano. “Molti bambini si trovano di fronte alla malattia o alla morte dei loro genitori e dei loro cari, mentre alcuni bambini hanno perso gran parte dei loro familiari e sono isolati. Questi bambini hanno urgente bisogno del nostro sostegno”. L’UNICEF supporta le famiglie affidatarie per questi bambini e fornisce loro assistenza psicosociale e alimentare.

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Ebola: nuova epidemia nella Repubblica Democratica del Congo

Posted by fidest press agency su martedì, 7 agosto 2018

A seguito dell’annuncio (lo scorso 1° agosto) del Governo della Repubblica Democratica del Congo (RDC) di una nuova epidemia di Ebola (EVD, Ebola Virus Disease) nel Nord Kivu, l’UNICEF ha mobilitato i suoi team per contribuire a contenere la diffusione della malattia e proteggere i bambini. “La risposta a quest’ultima epidemia di Ebola potrebbe essere complicata dai conflitti armati e dall’insicurezza nella zona colpita”, ha dichiarato il dottor Gianfranco Rotigliano, Rappresentante dell’UNICEF nella R.D. del Congo.Questa è la decima epidemia nella R.D. del Congo dal 1976 e arriva pochi giorni dopo la dichiarazione della fine dell’epidemia di Ebola nella provincia occidentale dell’Equatore, iniziata a metà maggio. Allo stato attuale, non vi sono indicazioni che i focolai di Equatore e del Nord Kivu siano collegati.Il governo congolese ha attivato il suo piano di risposta e ha invitato i suoi partner, tra cui l’UNICEF, a prenderne parte. Un team UNICEF con il Vice rappresentante dell’UNICEF in R.D. del Congo e il Responsabille dell’ufficio sul campo per l’UNICEF a Goma, ha effettuato una missione lo scorso 2 agosto con il Ministro della Salute, il rappresentante dell’OMS e altri partner nell’epicentro dell’epidemia per analizzare la situazione e organizzare la risposta.
“Il contributo dell’UNICEF alla risposta si concentrerà sulle attività di sensibilizzazione per informare e proteggere la comunità locale, promuovendo l’accesso all’acqua potabile, adeguati servizi igienici e corrette pratiche igieniche per aiutare a prevenire l’ulteriore diffusione della malattia, e fornendo supporto psicosociale ai bambini e alle famiglie colpite dalla malattia”, ha detto Rotigliano.L’UNICEF ha inviato un team di cinque membri dello staff a Beni per la risposta, tra cui due specialisti sanitari, due per la sensibilizzazione e uno per acqua e servizi igienico-sanitari dal team di risposta a Ebola nella Provincia di Equatore. Sono previsti ulteriori interventi dalla sede centrale di Kinshasa e dagli uffici sul campo di Goma, Bunia e altre località.
Salute, acqua, kit igienici-sanitari e di sensibilizzazione saranno inviati alla zona colpita nei prossimi giorni, tra cui: 300 termometri laser per monitorare le condizioni di salute delle persone nella regione colpita e 2.000 kg di cloro per il trattamento dell’acqua per contribuire a contenere la diffusione della malattia. The information contained in this e-mail message is confidential and intended only for the use of the individual or entity named above. If you are not the intended recipient, please notify us immediately by telephone or e-mail and destroy this communication. Due to the channel of transmission, we are not liable with respect to the confidentiality of the information contained in this e-mail message. Please, think of the environment before printing this message.

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Epidemia di Salmonella in Europa, oltre 450 casi

Posted by fidest press agency su sabato, 2 giugno 2018

Focolaio di salmonellosi in Europa. Nel mese di maggio un Paese europeo ha segnalato casi – 453 confermati e 2 probabili – di Salmonella enteritidis in alcuni bambini di 44 scuole. I casi sono stati riferiti dal Belgio. La contaminazione da Salmonella è stata rilevata nelle Fiandre occidentali e orientali. Il sequenziamento dell’intero genoma, indagini su cibi e ambiente, nonché indagini sulla tracciabilità a monte non hanno stabilito ancora un legame tra il focolaio e le scuole interessate che sono tutte fornite da un singolo addetto al catering di Harelbeke. Nello specifico l’Agenzia federale per la sicurezza della catena alimentare (Afsca) ha prelevato 79 campioni da questo servizio di catering. Sessantacinque sono risultati conformi. La società è in attesa dei risultati più recenti. Per contenere l’epidemia e individuare tempestivamente eventuali nuovi casi, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e l’Efsa raccomandano che gli Stati membri dell’Ue intensifichino le proprie attività di monitoraggio”. Il Paese colpito, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, dovrebbe condividere informazioni sulle indagini epidemiologiche, microbiologiche e ambientali, compresa l’emanazione di notifiche del caso, utilizzando il sistema di allarme rapido per alimenti e mangimi (Rasff) e il sistema di allarme precoce e risposta (Arr). Quest’ultimo rappresenta il canale ufficiale di notifica per le gravi minacce transfrontaliere alla salute. Per monitorare l’entità e la gravità di questo evento, i nuovi casi dovranno essere segnalati anche all’Epidemic Intelligence Information System for food- and waterborne diseases”. La situazione sarebbe comunque sotto controllo.

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L’epidemia di Chikungunya e quanto accade a Roma

Posted by fidest press agency su domenica, 17 settembre 2017

zanzara tigreIl progressivo aumento di casi di chikungunya nel Lazio ed in altre regioni lascia facilmente presagire il carattere epidemico che sta assumendo l’infezione. La differenza tra questa epidemia e quella che colpì alcune aree del ravennate nell’estate 2007 è l’estensione geografica che sta interessando quella in corso. Essa ha come cause il ritardo nella diagnosi dei primi casi dovuto alle carenze nel sistema di sorveglianza epidemiogica del Lazio e l’inadeguata disinfestazione della zanzara tigre nel Comune di Roma. Man mano che aumentano i casi di chikungunya, aumenta il serbatoio di infezione del virus e quindi la possibilità di trasmissione attraverso la puntura della zanzara Aedes albopictus, ormai stabilmente insediatasi nel nostro Paese. Il virus della chikungunya ha dimostrato, a livello mondiale, di poter causare epidemie di vaste dimensioni. Il serbatoio del virus può essere ampio se si si considera che dal 3 al 30% delle persone affette da chikungunya non manifesta sintomi. E’ quindi prevedibile che il numero di casi di chikungunya nelle prossime settimane possa salire a parecchie migliaia. A livello mondiale l’infezione è presente in Africa, in Asia, nelle Americhe. Nelle Americhe, dalla fine del 2014, sono stati riportati più di 1,1 milioni di casi. Le epidemie avvengono prevalentemente durante la stagione delle piogge, ma in Africa possono avvenire anche durante periodi di siccità. I viaggiatori internazionali sono quindi categorie a rischio d’infezione. Essi possono facilmente causare la trasmissione del virus al ritorno in Italia, se si trovino nella fase viremica (solitamente i primi 2-6 giorni della malattia). La prevenzione e controllo della chikungunya in Italia si realizza attraverso:
1) l’eradicazione della zanzara tigre, obiettivo finora sempre fallito,
2) il miglioramento della sorveglianza epidemiologica,
3) la formazione del medico nel campo della sanità internazionale.
Se i programmi di disinfestazione falliranno, è probabile che l’Italia possa avere epidemie di dengue, malattia virale trasmessa sempre dalla zanzara tigre, ma clinicamente più severa della chikungunya. (Walter Pasini Direttore Centro di Travel Medicine and Global Health)
Per il caso Roma l’Assessora alla Sostenibilità di Roma Capitale, Pinuccia Montanari ci informa: “Ci lasciano sconcertati le parole di Benvenuti, ex presidente AMA nominato da Alemanno, intervistato da TG5 sul caso chikungunya. A Roma disinfestazioni e derattizzazioni sono state effettuate con grande impegno. Dire o lasciar intendere il contrario è un gesto irresponsabile nei confronti dei cittadini.
Il focolaio non è a Roma ma ad Anzio. Roma è stata danneggiata dalle disinfestazioni inefficaci di altri comuni laziali. Per noi, parlano i numeri.
Roma, con 2.875.364 abitanti ha subito 6 casi di contagio. Anzio, con 54.211 abitanti ha riscontrato 19 casi di contagio. Una parte dei cittadini romani che è risultata positiva alla chikungunya era stata in vacanza ad Anzio.
Mentre i nostri trattamenti preventivi a bassa tossicità hanno funzionato molto meglio degli altri, ci chiediamo cosa hanno fatto le altre Amministrazioni per garantire la salute dei cittadini.
La nuova ordinanza Raggi è servita per permettere gli interventi anche sul suolo privato. Nessun passo indietro e nessun ritardo da parte nostra. I trattamenti adulticidi erano già previsti.
Su questo caso andremo fino in fondo, per ristabilire la verità e valuteremo tutte le azioni possibili, anche legali, denunciando il procurato allarme e la diffusione di notizie false, per tutelare l’operato dell’Amministrazione Capitolina”.

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In Yemen la peggiore epidemia di colera al mondo

Posted by fidest press agency su sabato, 29 luglio 2017

YemenDichiarazioni di Anthony Lake, Direttore generale UNICEF, David Beasley, Direttore esecutivo WFP e Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore generale OMS su missione congiunta in Yemen: ““In quanto responsabili delle tre Agenzie delle Nazioni Unite – UNICEF, WFP e OMS – abbiamo realizzato una missione congiunta in Yemen per vedere con i nostri occhi la portata di questa crisi umanitaria e pianificare un impegno congiunto per aiutare le persone dello Yemen.”
“Il paese è sull’orlo della carestia, oltre il 60% della popolazione non sa dove reperire il prossimo pasto. Circa 2 milioni di bambini dello Yemen sono colpiti da malnutrizione acuta. La malnutrizione rende questi bambini ancora più vulnerabili al colera, le malattie creano più malnutrizione. Una combinazione terribile.In un ospedale, abbiamo visto bambini che a malapena avevano la forza di respirare. Abbiamo parlato con famiglie sopraffatte dal dolore per i propri cari malati e che lottano per garantire cibo ai familiari.Mentre attraversavamo la città, abbiamo visto le infrastrutture vitali, come strutture sanitarie e idriche, danneggiate o distrutte.In mezzo a questo caos, circa 16.000 volontari delle comunità si muovono casa per casa per condividere con le famiglie informazioni su come proteggersi dalla diarrea e dal colera. Medici, infermieri e altri operatori sanitari stanno lavorando senza sosta per salvare vite.Oltre 30.000 operatori sanitari non ricevono lo stipendio da più di 10 mesi, molti lavorano ancora per dovere. Abbiamo chiesto alle autorità dello Yemen di pagare urgentemente gli operatori sanitari perché, senza di loro, temiamo che le persone che hanno possibilità di sopravvivere potrebbero morire. Le nostre agenzie faranno il possibile per supportare con incentivi e stipendi questi operatori sanitari estremamente dediti al loro lavoro.Conosciamo anche il lavoro fondamentale svolto dalle autorità locali e dalle ONG, supportate dalle agenzie umanitarie internazionali, comprese le nostre. Abbiamo aperto oltre 1.000 centri per la cura della diarrea e punti per la reidratazione orale. Sono in corso anche la distribuzione di integratori alimentari, fluidi per terapie endovenose e altre forniture mediche, comprese le ambulanze, e la riparazione di infrastrutture fondamentali, come ospedali, centri sanitari distrettuali e reti idriche e igienico-sanitarie. Stiamo lavorando con la Banca Mondiale ad un’innovativa collaborazione per rispondere ai bisogni sul campo e aiutare a sostenere le istituzioni sanitarie locali.
Ma una speranza c’è ancora: oltre il 99% delle persone malate sospette di colera e che possono avere accesso ai servizi sanitari, stanno sopravvivendo. Per quest’anno, il numero totale stimato di bambini che saranno colpiti da malnutrizione acuta grave è di 385.000.
Tuttavia la situazione rimane disperata. Migliaia di persone si ammalano ogni giorno. È necessario un impegno duraturo per fermare la diffusione della malattia. Circa l’80% dei bambini dello Yemen ha immediato bisogno di assistenza umanitaria.Quando abbiamo incontrato i leader dello Yemen, ad Aden e a Sana’a, abbiamo chiesto loro di garantire agli operatori umanitari accesso alle aree colpite dal conflitto e abbiamo sollecitato – più di ogni altra cosa – che venga trovata una soluzione politica pacifica al conflitto. La crisi dello Yemen richiede una risposta senza precedenti. Le tre agenzie che rappresentiamo collaborano con le autorità dello Yemen e altri partner per coordinare le attività in nuovi piani di lavoro per salvare le vite e prepararsi a emergenze future.
Chiediamo adesso alla comunità internazionale di moltiplicare il suo supporto per le persone dello Yemen. Se non faremo nulla adesso, la catastrofe che abbiamo visto espandersi davanti ai nostri occhi non solo continuerà a mietere vite, ma comprometterà il futuro delle prossime generazioni e del paese per gli anni a venire.”

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Malattia di Alzheimer: è una “epidemia sociale”

Posted by fidest press agency su sabato, 28 maggio 2016

alzheimer-cervelloUna vera e propria “epidemia” sanitaria e sociale, con oltre 600.000 mila pazienti, destinati rapidamente ad aumentare, e un impatto crescente sul sistema sociale ed economico dell’Italia, Paese più longevo d’Europa, con 13,4 milioni di ultrasessantenni, pari al 22% della popolazione.
È lo scenario della malattia di Alzheimer, una delle grandi patologie cronico-degenerative delle società contemporanee, che non compromette solo la memoria e altre facoltà cognitive dei pazienti, ma assorbe risorse, sottrae tempo, intacca salute e prospettive di lavoro dei caregiver.
Lo confermano anche i dati della terza ricerca realizzata di recente dal Censis con l’AIMA (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer): i costi diretti dell’assistenza in Italia ammontano a oltre 11 miliardi di euro, di cui il 73% a carico delle famiglie. Il costo medio annuo per paziente è pari a 70.587 euro e comprende i costi a carico del Servizio sanitario nazionale, quelli sostenuti direttamente sulle famiglie i costi indiretti come gli oneri di assistenza, i mancati redditi da lavoro dei pazienti, etc. Le famiglie si fanno carico sempre più spesso delle attività di cura e sorveglianza, sacrificando salute e lavoro: solo il 56,6% dei pazienti è seguito da una struttura pubblica, mentre il 38% delle famiglie deve ricorrere a una badante, attingendo per lo più a risorse proprie. Di fronte a un impatto sempre meno sostenibile, sicuramente è l’intero modello assistenziale che andrebbe ripensato, potenziando la rete dei servizi e prevedendo interventi a sostegno del malato e dei caregiver. Accanto a questo approccio sinergico, un ruolo cruciale lo potrebbe avere la ricerca scientifica, poiché la scoperta di un farmaco, capace di ritardare di soli 5 anni lo stato di perdita dell’autosufficienza del paziente, avrebbe un impatto significativo sui costi sociali e sanitari.
È l’indicazione su cui concordano decisori istituzionali, specialisti e rappresentanti di pazienti e famiglie che si sono confrontati a Roma in occasione del Corso di Formazione Professionale “Malattia di Alzheimer, cronaca di un’epidemia sociale. Tra terapie e assistenza, oltre i luoghi comuni” promosso dal Master della Sapienza Università di Roma ‘La Scienza nella Pratica Giornalistica’, con il supporto di Lilly.
«Il livello di civiltà di un Paese si misura anche dall’attenzione nei confronti dei pazienti affetti da disturbi che riguardano il cervello, che necessitano di un livello di assistenza molto più complesso rispetto ai pazienti affetti da altre patologie – afferma Mario Melazzini, Presidente AIFA – intervenire precocemente, diagnosticare la malattia nelle fasi iniziali rallentando il processo neurodegenerativo è di fondamentale importanza. Si stima infatti che, se non ci saranno investimenti in prevenzione e trattamento, solo per la malattia di Alzheimer si passerà dai 36 milioni di casi attuali nel mondo ai 115 milioni del 2050, con un aumento vertiginoso dei relativi costi sanitari.

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