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Pianificare nell’era dell’incertezza

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 giugno 2020

I due concetti che hanno maggiormente influenzato le mie scelte professionali, nel settore della finanza, sono la pianificazione e l’incertezza. In questo articolo li combinerò insieme mostrando la necessità di una profonda rivisitazione del concetto di pianificazione finanziaria, allontanandosi dalla versione anglosassone – che nell’Europa continentale non ha mai veramente preso piede – per abbracciare una visione completamente coerente con la nuova realtà che accademicamente ha iniziato a trovare spazio da inizio secolo ed è ormai una realtà consolidata: l’era dell’incertezza.
Dopo la grande crisi finanziaria del 2008 il concetto tradizionale di pianificazione finanziaria è un po’ entrato in crisi poiché il vecchio modo di intendere la pianificazione finanziaria era legato a doppio filo con i vecchi concetti di costruzione dei portafogli finanziari basati sull’ottimizzazione del rapporto rischio/rendimento (già citata MPT).
Questa presunta ottimizzazione (la “famosa”, almeno nel settore, “frontiera efficiente”) presuppone una stima delle aspettative di rendimento (insieme alla varianza e covarianza, ma non desidero entrare nei dettagli tecnici). Il 2008 ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che tutti i calcoli che stavano alla base della pianificazione finanziaria tradizionale erano completamente sbagliati. L’ultimo ventennio, che va dallo scoppio della bolla tecnologica alla crisi in corso, passando per la grande crisi finanziaria, si può definire come l’inizio dell’era dell’incertezza. Il concetto di incertezza, a livello accademico, è diventato ormai un dato assolutamente acquisito, non solo in finanza, ma particolarmente in finanza. In Italia il noto psichiatra Vittorio Andreolli ha scritto per i tipi di Rizzoli “Homo Incertus”, nel quale mostra il concetto di incertezza nell’intera società, anche con qualche accenno agli aspetti economici e monetari. Paolo Sironi, Global Research Leader Banking and Finance presso l’IBM Institute for Business Value, teorico della trasparenza dei mercati finanziari, la chiama “incertezza fondamentale”, per ribadirne il carattere ontologico. Per prendere decisioni finanziarie in modo efficace e soddisfacente la caratteristica più importante che l’investitore deve possedere è la “consapevolezza finanziaria olistica”. Ciò significa aver interiorizzato i meccanismi basilari dei mercati finanziari in rapporto alle proprie necessità di vita collegate ad esigenze monetarie, ma anche alla propria psicologia. Conoscere non è avere consapevolezza. La funzione più importante di un piano finanziario (paradossalmente anche quella più trascurata) è quella di accrescere la propria consapevolezza finanziaria olistica. La consapevolezza si accresce solo attraverso l’esperienza diretta. Essere consapevoli non significa semplicemente conoscere, ma fare esperienza di un evento sul quale si è precedentemente ben riflettuto. Affinché questo percorso di consapevolezza interiore si realizzi è necessario
1. dotarsi di obiettivi “smart” (specifici, misurabili, ambiziosi ma raggiungibili e temporizzati)
2. realizzare un piano d’investimento con regole molto dettagliate, progettate sull’assunto che i mercati sono assolutamente incerti;
3. vivere le conseguenze delle scelte previste dal piano.
Man a mano che i mercati faranno il loro corso, l’investitore potrà prendere consapevolezza delle sue reazioni, delle sue aspettative e sulla base di queste nuove consapevolezze potrebbe maturare diversi obiettivi e potrebbe modificare o integrare il proprio piano. Come per tutte le cose, il “come” è sempre più importante del “cosa”. Affinché i piani finanziari siano efficaci devono essere progettati avendo aspettative realistiche, partendo – come detto – dal presupposto dell’incertezza dei mercati e non del semplice rischio-statistico. Uno dei modi di gestire l’incertezza è prevedere nel piano numerosi momenti di verifica ed adeguamento del piano stesso in base alle mutate condizioni. Tutti questi aspetti sono conseguenze dell’aver compreso pienamente ed accettato l’incertezza fondamentale dei mercati. Quando un investitore ha sviluppato un’elevata consapevolezza finanziaria olistica, comprende sempre di più che l’incertezza non costituisce un problema, se hai imparato a gestirla. Questo però richiede tempo, una certa dose di pazienza e disciplina e – possibilmente – una guida che non abbia interessi in conflitto con l’investitore. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio in abstract)

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La finanza nell’era dei cambiamenti climatici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 febbraio 2020

La Banca per i Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea ha pubblicato un rapporto intitolato “The Green Swan”, Il Cigno Verde. Le banche centrali e la stabilità finanziaria nell’era dei cambiamenti climatici. Lo studio analizza i legami tra gli effetti del cambiamento climatico e la finanza e afferma che le conseguenze del cosiddetto global warming potrebbero portare a una nuova forma di rischio finanziario sistemico. Oggi non si valuterebbero correttamente i valori degli asset, dei crediti e degli investimenti perché non si tengono in giusta considerazione i rischi insiti nei cambiamenti climatici. Vi sarebbero, per esempio, perdite non adeguatamente coperte dalle assicurazioni poiché i loro modelli attualmente ignorano la dimensione ecologica degli investimenti. Di conseguenza, se i governi dovessero applicare delle regole più stringenti sulle emissioni di CO2, i relativi valori degli asset “brown” rispetto a quelli “green” dovrebbero oggettivamente essere rivisti. Il clima può impattare sul rischio finanziario in tre modi: eventi meteorologici straordinari (inondazioni, terremoti, incendi, siccità, ecc), la transizione verso un’economia a bassa produzione di CO2, con effetti sui livelli di profitto e di sostenibilità economica, e i risarcimenti da pagare per eventi causati dal cambiamento climatico. In verità, già da molto tempo il settore delle assicurazioni analizza questi aspetti. Gli operatori vorrebbero integrarli nei modelli macroeconomici. Vi è poi la cosiddetta “finanza verde”, o presunta tale. Stanno crescendo gli strumenti finanziari green, come le obbligazioni, i green bond. Ne sono già in circolazione per circa 800 miliardi di dollari e potrebbero superare i 1.500 entro il 2024. Non sono molti. Rappresentano poco più dell’1,5% del totale delle obbligazioni. Sono titoli finalizzati alla raccolta di risparmi per investirli in progetti di varia natura ecologica. Sembra che si stia pensando di creare delle agenzie di rating mirate al rischio finanziario relativo al cambiamento climatico. Interessati sarebbero anzitutto le assicurazioni, gli analisti della qualità dei crediti, i fondi d’investimento, con un portafoglio differenziato di titoli, e i fondi pensione interessati in investimenti nel sociale e nel green. In merito, secondo la BRI, il ruolo delle banche centrali dovrebbe diventare molto importante, considerato che i governi saranno sempre più chiamati a formulare politiche pubbliche relative al clima e all’ambiente. Anche i sistemi fiscali dovranno presto adeguarsi a un’economia “de carbonizzata”.Molti ambienti della finanza e dei mass media hanno accolto molto positivamente il paper “Il Cigno Verde”. Il nome si rifà forse al film americano “Black Swan” del 2010, ispirato dal balletto “Il lago dei cigni” del compositore Pëtr Il’ič Čajkovskij, in cui emerge il lato oscuro autodistruttivo della doppia personalità del personaggio centrale, una danzatrice classica. In quest’ottica, alcuni già si preparerebbero a spiegare la possibile relazione di causa ed effetto tra il cambiamento climatico e un’eventuale futura crisi finanziaria. Non vorremmo che ciò possa fornire l’alibi per altri salvataggi con i soldi pubblici. Indubbiamente una maggiore attenzione all’ambiente naturale e umano è cosa necessaria e positiva. L’economia sostenibile, l’energia più pulita, la lotta all’inquinamento, soprattutto della plastica, sono sfide ineludibili per il futuro del nostro pianeta e dell’umanità. Né si può ignorare, del resto, lo stimolo che in merito viene dalla società. Ben venga, quindi, che tutti, anche la finanza, se ne vogliano far carico. Senza però essere ingenui e manipolabili.Non vorremmo che si sia intravisto nell’economia verde e nella finanza verde un nuovo strumento di speculazione e di profitto. Non possiamo dimenticare che sono state le grandi banche too big to fail e la finanza speculativa a provocare la crisi finanziaria ed economica globale più grave della storia. Queste non hanno certamente badato a evitare danni per i cittadini e per l’ambiente. Né sembra che nel frattempo abbiano dimostrato pentimento o un diverso orientamento. Certo fa effetto vedere che il recente Forum Economico di Davos sia stato quasi completamente dedicato all’ambientalismo. E che personaggi come Mark Calney, il governatore di quella Bank of England che è nel centro finanziario mondiale della City londinese, e l’amministratore delegato del maggior fondo americano, BlackRock, abbiano a Davos tessuto le lodi della green economy. Non li vediamo come tanti San Paolo, convertiti davanti alla Porta di Damasco.E’ opportuno ricordare che negli ultimi 20 anni abbiamo “vissuto”, tra gli altri, i crac della “bolla IT”, della bolla immobiliare con i mutui sub prime e di quella dei derivati otc. Non vorremmo che oggi la stessa finanza voglia costruire una “bolla verde”, questa volta direttamente con i soldi pubblici. Infatti, è noto che tutti i governi del mondo e le grandi istituzioni politiche internazionali vogliono mettere in campo migliaia di miliardi di dollari per investimenti verdi ed ecologici. Si pensi all’Unione europea. E, si sa, la finanza speculativa è famelica. E’ facile dichiararsi difensori dell’ambiente, è più difficile esserlo. (by Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Data Protection Day 2020: la gestione del rischio nell’era della trasparenza

Posted by fidest press agency su martedì, 28 gennaio 2020

La questione della protezione dei dati e della privacy era, fino a poco tempo fa, una conversazione che avveniva tra uno specifico gruppo di persone all’interno di un’organizzazione. Chi si occupava di rispetto della privacy erano figure come il consulente informatico o l’avvocato aziendale. Quindi, come siamo arrivati al punto in cui molte organizzazioni sono obbligate per legge ad assumere un responsabile della protezione dei dati (RPD)? Perché i CEO sono ora così interessati alle politiche di protezione dei dati e della privacy della loro azienda?Erroneamente si potrebbe pensare che l’interesse per la data privacy risalga al 2018, ma nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Da un punto di vista antropologico, gli esseri umani desiderano la privacy da oltre 3.000 anni. Lo dimostra l’uso di muri interni all’interno degli edifici che hanno iniziato ad essere di uso comune nel 1500 d.C.. Il concetto di “diritto alla privacy”, così come lo conosciamo oggi, è in realtà più giovane, ed è stato formalizzato come un diritto umano internazionale nel 1948. La Svezia è stato il primo paese a promulgare una legge nazionale sulla protezione dei dati nel 1973. Anche questo, il primo sforzo tangibile per regolamentare la privacy dei dati, è avvenuto in risposta alla preoccupazione dell’opinione pubblica nei confronti del sempre maggior uso dei computer per elaborare e memorizzare informazioni personali.Certo, non si può negare che il 2018 è stato il momento di svolta in tema di privacy dei dati. Il regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) ha ora meno di due anni, ma il suo impatto è stato senz’altro significativo. Oltre alla sua natura molto specifica che rende il regolamento applicabile, i regolatori del GDPR non hanno avuto paura di tenere una linea ferrea. Ad oggi, sono stati raccolti quasi 429 milioni di euro di multe – che servono a ricordare costantemente a qualsiasi impresa che elabora i dati dei cittadini europei che esistono sanzioni per il mancato rispetto dei requisiti di riservatezza dei dati.
La ricerca Veeam dimostra che tre quarti dei responsabili IT a livello globale guardano al Cloud Data Management come a un mezzo per rendere l’azienda più intelligente. Il Cloud Data Management riunisce discipline come il backup, la replica e il disaster recovery in tutto ciò che riguarda il cloud e la gestione dei dati all’interno di un’organizzazione. Garantisce che i dati siano sempre disponibili, recuperabili e protetti in ogni momento. Ma, come la privacy dei dati, anche l’IT è un settore fattor di persone. In un mondo in cui le aziende hanno più che mai bisogno di proteggere i loro dati, i CEO, i CIO e gli RPD sono alla ricerca di partner di fiducia che aiutino a ridurre i rischi nella gestione dei dati. Questo supporto può assumere la forma di configurazione dei sistemi di gestione dei dati, di formazione tecnica per gli amministratori o di formazione di base sulla privacy dei dati per gli utenti finali.

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“Una nuova era per le infrastrutture”

Posted by fidest press agency su sabato, 16 febbraio 2019

A cura di Ingrid Edmund, Gestore di portafoglio senior, investimenti in infrastrutture di Columbia Threadneedle Investments. Gli investitori si stanno buttando sugli attivi infrastrutturali con un entusiasmo mai visto in passato. Al momento della redazione del presente articolo, sembra che gli investimenti in infrastrutture non quotate siano in procinto di segnare un record per il 2018.1
Qual è il motivo? Gli attivi infrastrutturali sono in grado di offrire rendimenti relativamente elevati, che gli investitori con esigenze di reddito regolare, quali compagnie assicurative e fondi pensione, fanno fatica a ottenere nell’attuale contesto di tassi d’interesse persistentemente bassi.
Agli investitori si stanno presentando numerose opportunità, poiché il settore privato va a colmare la carenza di finanziamenti lasciata dai governi. Secondo la Commissione europea, in Europa, dove investiamo, occorrono 2.000 miliardi di euro di investimenti in infrastrutture entro il 2020 per mantenere la competitività. In un periodo di ristrettezze, si tratta di un conto che la maggior parte dei governi molto semplicemente non può permettersi di pagare.Le infrastrutture europee necessitano di rinnovamento, ma con modalità sostenibili nel lungo periodo. Ad esempio, i porti vengono ammodernati per migliorare la funzionalità delle catene produttive, così che le merci possano viaggiare nel mondo in maniera efficiente. Questi adeguamenti migliorano le capacità dei porti, garantendo ai clienti migliori servizi. All’opposto, l’imposizione di un nuovo e più rigido tetto sul tenore di zolfo nel carburante marittimo rischia di abbattere i ricavi per i porti, in quanto è possibile che gli spedizionieri si impuntino maggiormente sui prezzi. Uno scenario in continua evoluzione significa che gli investitori in infrastrutture devono valutare con attenzione le opportunità e le sfide.Sotto molti aspetti, questa crescente enfasi sulla sostenibilità e sulle nuove tecnologie apre la strada a una nuova era per l’investimento in infrastrutture. Gli investitori non sono mai stati così attenti alle questioni ambientali, sociali e di governance (ESG). A nostro parere gli aspetti ESG e l’investimento in infrastrutture sono un’accoppiata vincente. Gran parte del patrimonio infrastrutturale europeo necessita di ammodernamento per garantirne la sostenibilità.Quando investiamo nelle infrastrutture, crediamo che sia importante adottare un approccio lungimirante, intraprendendo progetti sostenibili e responsabili sotto il profilo ecologico, ed essere pronti ad apportare miglioramenti continui. In ultima analisi, ciò si tradurrà in rendimenti superiori e rischi ridotti, poiché l’intervento del mondo politico e delle autorità è molto meno probabile.
Il 2019 si prospetta come un altro anno di straordinaria crescita per le infrastrutture, all’alba di una nuova era trainata dalle innovazioni tecnologiche e dalla crescente importanza della sostenibilità.In un’ottica di investimento, riteniamo che sia fondamentale operare una selezione oculata di opportunità. Anziché unirci alla schiera di concorrenti impazienti di partecipare a mega collocamenti di alto profilo, siamo più interessati al mercato di fascia media, dove abbondano opportunità spesso più convenienti in termini di valore e concorrenza.Il tema della sostenibilità sta acquisendo sempre più importanza. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’enorme crescita nel campo delle infrastrutture per energie rinnovabili, specialmente parchi fotovoltaici ed eolici. Il cambiamento ha luogo a un ritmo talmente repentino che le reti elettriche non riescono necessariamente a tenere il passo, pertanto è facile che nascano sempre più opportunità in quest’area, di pari passo con l’evoluzione del settore. Circa il 30% degli investimenti in infrastrutture riguarda fonti energetiche rinnovabili.2 Si sente molto parlare di città intelligenti. Quando diventeranno una realtà, saranno alimentate da infrastrutture sofisticate e altamente tecnologiche.
In linea di massima la distribuzione dell’energia sta diventando più efficiente. Il teleriscaldamento, ad esempio, ha sempre fatto affidamento sull’alimentazione a gas o diesel, ma oggi si stanno diffondendo fonti alternative, come l’acqua e l’idrogeno, al pari del riscaldamento a biomassa. Il graduale ammodernamento di questi sistemi creerà nuove opportunità per gli investitori.Il ruolo delle tecnologie nell’aumento dell’efficienza infrastrutturale è anch’esso destinato a crescere nel 2019. Ad esempio, per le società idriche ora è sufficiente perlustrare un’area con un apposito scanner per individuare eventuali perdite, mentre in passato sarebbe stato necessario scavare per localizzare il problema.
Secondo un’opinione ampiamente diffusa, il settore delle infrastrutture sarebbe stabile e prevedibile. Tuttavia, ciò è vero solo a condizione di poter contare su una gestione impeccabile. Il mondo delle infrastrutture è sospinto da una miriade di fattori di rendimento e, analogamente, può risentire di svariati elementi di rischio.I potenziali rendimenti in questo campo possono risentire anche dei cambiamenti a livello politico e normativo. Ad esempio, l’Organizzazione marittima internazionale ha introdotto un tetto dello 0,5% sullo zolfo, che tutte le navi dovranno osservare entro il 2020. Questa novità avrà conseguenze radicali sulle modalità di alimentazione delle navi, ma anche sulle spedizioni e sul commercio in senso più ampio.Guardando al 2019, per gli investitori sarà più importante che mai adottare un approccio lungimirante ed essere pronti a seguire da vicino le evoluzioni politiche e normative. I proprietari di attivi a lunga scadenza impegnati nel campo della sostenibilità avranno molte più probabilità di avere voce in capitolo dinanzi alle autorità e ai governi rispetto a chi insegue unicamente il profitto immediato.

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Paris Agreement spells the end of the fossil fuel era

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 novembre 2016

Amsterdam. As the Paris agreement comes into force tomorrow, setting an irreversible trajectory towards the complete phase out of fossil fuels, Greenpeace International Executive Director, Jennifer Morgan, said:“By governments committing to the Paris agreement they have underscored the inevitable global transition away from fossil fuels. With renewable energy already winning markets from fossil fuels and coal heading into amsterdamterminal decline we have good reasons to be optimistic, but it will take even more innovation and civic support before we can uncork the champagne. We need to see governments’ national plans be much more ambitious in cutting emissions, because their current contributions to this agreement are nowhere near enough to achieve its goals.We expect that in the next couple of weeks, at the Marrakech climate talks, governments will start addressing this dangerous gap with the urgency our planet requires.”Commenting on the UNEP Emissions Gap report 2016, Morgan added:“We’re entering the crucial years in our fight against climate chaos when we can still tackle climate change with clean, safe and smart solutions that are proven, ready to roll out and come with absolute benefits to our health, jobs and to the environment. If we miss this window because we’re stuck with weak national targets, it will quickly close and we’ll be left with big costs, big risks and big question marks. The only choice is to act now.”

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Teatro: Incontri ai confini di un’era

Posted by fidest press agency su sabato, 24 ottobre 2015

alessandro haberRoma Lunedì 26 ottobre 2015 – ore 21,00 Teatro Parioli Peppino De Filippo – Via Giosuè Borsi, 20. Musica al Teatro Parioli Peppino De Filippo per una serata che chiama a rapporto alcuni significativi artisti dello spettacolo per accompagnare sul palco Alessio Bonomo, artista inafferrabile e innovativo dal percorso sorprendente, nella performance live tratta dal suo ultimo lavoro discografico “Tra i confini di un’era”. Lunedì 26 ottobre alle ore 21, Alessio proporrà infatti uno spettacolo di musica e parole che si allontana dal concerto tradizionale per approdare ad una messa in scena inedita, visionaria ed eclettica. Con il coinvolgimento di artisti quali Alessandro Haber, Neri Marcorè, Fausto Mesolella, Momo, Pilar e Ferruccio Spinetti, e altri compagni di viaggio del passato e del futuro, Bonomo vuole offrire la sua personalissima lettura dei tempi indecifrabili in cui stiamo vivendo, ponendosi e ponendoci degli interrogativi. E sarà proprio l’arte dell’incontro e del confronto umano e artistico, a rivelarsi, forse, la chiave che ci consentirà di scorgere qualche risposta all’orizzonte.
L’evento sarà quindi un viaggio ai confini della nostra era che permetterà allo spettatore di entrare in contatto con un artista che mette sempre l’emozione al centro della propria poetica.La serata è organizzata da Rapsodica, in collaborazione con Esordisco e Leavemusic. Media partner: Radio Città Futura. Biglietti in prevendita al botteghino del Teatro Parioli e su TicketOne (15€ + d.p.)
Alessio Bonomo esordisce al Festival di Sanremo nel 2000 con “La Croce”. L’anno successivo co-firma con Bob Dylan l’adattamento italiano del brano “Girl from the North Country”, è autore per Andrea Bocelli, Nastro d’Argento per la miglior canzone originale contenuta nel film “Se sei così ti dico di sì”. “Tra i confini di un’era” è il titolo del suo ultimo lavoro discografico che include il brano “L’impermeabile blu”, rilettura in italiano autorizzata di “Famous blue raincoat” di Leonard Cohen. (foto alessandro)

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Crisi nell’era post-democratica

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 novembre 2011

Gabriele Adinolfi

Image via Wikipedia

Bruxelles. ‘’Salvaguardiamo la partecipazione nell’epoca della post-democrazia. Assicuriamo un ruolo all’Europa all’altezza della sua civiltà”. Sono queste in sintesi le esortazioni di Gabriele Adinolfi al Parlamento Europeo durante la presentazione del think tank Polaris e dell’omonima rivista in una conferenza presieduta dall’eurodeputato ungherese Bela Kovacs e svoltasi nel ventiduesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Il segretario generale Aemn (Alliance Européenne des Mouvements Nationaux), Valerio Cignetti, ha sottolineato alcune delle affermazioni fatte da Adinolfi come, in particolare, la necessità di cambiare filosofia per raggiungere un’unità articolata e non standard che salvaguardi culture e tradizioni. “Non possiamo continuare a far pagare ai popoli e alle nazioni le cattive gestioni economiche e le decisioni dei tecnici. Atene ci dimostra chiaramente che servono una sovranità monetaria che sia comunitaria e non di casta e che non possiamo più subire i ricatti delle agenzie private di rating, oltretutto straniere”. Ricco il dibattito tra i numerosi presenti provenienti dal Belgio, dalla Francia, dall’Italia, dall’Ungheria, dalla Spagna, dalla Bielorussia e dalla Russia, cui è stato illustrato l’intero percorso del Centro Studi Polaris dal 2006 ad oggi. Tra i presenti l’eurodeputato Mario Borghezio che ha rivolto l’invito alla costituzione di un centro di documentazione e traduzione degli studi, delle analisi e delle proposte dell’intelligenza europea.

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Inizia l’era della Svezia

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 luglio 2009

E’ appena iniziata la nuova Presidenza di turno svedese della Ue che nei prossimi sei mesi avrà il non facile compito di guidare la nave dei 27 tra le perigliose acque della crisi economica passando dal rinnovo dei vertici delle Istituzioni e all’agognata entrata in vigore del nuovo Trattato sottoscritto a Lisbona. Come si evince dai discorsi del giovane primo ministro Fredrik Reinfeldt oltre alla crisi, la lotta al surriscaldamento sembra essere in cima alle preoccupazioni del paese scandinavo. All’inizio del dicembre 2009 si tiene a Copenaghen il vertice ONU per definire un nuovo accordo globale sulla riduzione delle emissioni per il dopo Kyoto. Portare i 27 verso negoziati complicati col resto del mondo riuscendo a preservare una qualche unità di posizione sembra davvero difficile anche per gli abili navigatori di stirpe vichinga; impresa resa, se possibile, ancora più ardua dalla crisi economica con recessione e perdita di posti di lavoro che spengono gli entusiasmi pro clima in alcuni Stati membri, sempre più riluttanti ai sacrifici che il taglio delle emissioni comporta almeno nel breve periodo. Anche se il fallimento dei negoziati è ritenuto da tutti improbabile, pochi scommettono sulla possibilità di un accordo preciso e dettagliato. Ci si aspetta uno schema simile a quello di Kyoto, con un accordo quadro che farà da cornice ad ulteriori negoziati probabilmente già nel successivo incontro in Messico. Quello che è certo è che nessuno si può permettere un fallimento di Copenaghen, specie dopo le aspettative che tale appuntamento sta creando. La sfida che si prospetta è davvero epocale: per i più “ottimisti” una riduzione del 50% delle emissioni entro il 2050 dovrebbe bastare a limitare il riscaldamento globale di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali; ma alcuni esperti arrivano a ritenere indispensabile un taglio di almeno l’80%. In particolare, alcune organizzazioni ambientaliste giudicano insufficiente l’obiettivo indicato finora dalla Commissione europea (taglio del 50% rispetto al 1990 entro il 2050). Tra queste il WWF che fonda i suoi timori su vari studi, tra cui quello dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e ritiene che per fare adeguatamente la sua parte, contribuendo ad un taglio medio a livello planetario di almeno l’80%, l’Europa dovrebbe puntare a uno zero emissioni entro il 2050. (Carlo Corazza Direttore della Rappresentanza a Milano)

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