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Accordi segreti tra Putin ed Erdogan?

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 marzo 2020

Circa due anni fa, diverse centinaia di migliaia di persone provenienti dalla regione di Afrin sono fuggite nella regione di Shahbah a nord di Aleppo, nella Siria settentrionale. Ora temono di nuovo per la loro vita, perché circolano voci su accordi segreti aggiuntivi al “Protocollo di Mosca” tra Putin ed Erdogan. Durante i loro colloqui a Mosca lo scorso 5 marzo 2020, i due capi di Stato avevano concordato un cessate il fuoco nella contesa provincia siriana di Idlib. “Ci sono ora speculazioni nei media di lingua araba, compresi i social media, su un possibile reinsediamento forzato di almeno 125.000 sfollati da Afrin alla provincia siriana centrale, principalmente araba di Raqqa”, riferisce l’esperto della GfbV per il Medio Oriente, il dottor Kamal Sido. Si dice che la Russia abbia fatto appello all’autogoverno curdo nella Siria settentrionale per il reinsediamento dei rifugiati curdi che vivono vicino ad Aleppo. I rappresentanti dell’autogoverno, tuttavia, hanno rigorosamente respinto l’ipotesi del reinsediamento. “L’autogoverno autonomo non può e non vuole reinsediare nessuno con la forza”, ha spiegato Sido dopo i colloqui con i rappresentanti curdi sul posto. “Tali piani di reinsediamento devono essere categoricamente respinti. I profughi di Afrin vogliono tornare alle loro case, non nel deserto vicino a Raqqa”. “In realtà, gli ufficiali russi continuano a dire ai manifestanti curdi davanti alle loro postazioni militari a nord di Aleppo che devono lasciare la regione”, ha detto Sido, che ha visitato per l’ultima volta la regione siriana settentrionale nell’aprile 2019. “La paura degli sfollati di Afrin non è quindi infondata”. Non sarebbe la prima volta che Putin ed Erdogan prendono accordi a spese della popolazione civile. I due capi di stato sembrano usare i profughi per ricattare gli altri paesi. L’attacco della Turchia alla regione siro-curda di Afrin è iniziato il 20 gennaio 2018. 300mila membri della minoranza curda, così come Yezidi, cristiani e altre comunità religiose sono stati sfollati o sono dovuti fuggire. Da allora, la regione soffre l’occupazione delle truppe turche e delle milizie islamiste in violazione del diritto internazionale.

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L’attacco militare della Turchia con l’obiettivo di sterminare i curdi è qualcosa di più di una sporca guerra

Posted by fidest press agency su domenica, 20 ottobre 2019

Di Enrico Cisnetto. La scelta di Erdogan di aprire la sua bottega degli orrori, l’imbarazzante e imbarazzato agnosticismo di Trump e l’assordante silenzio dell’Europa verso un paese della Nato che se ne frega degli alleati, rappresentano una miscela esplosiva capace di far saltare in aria definitivamente quel (poco) che resta della solidarietà atlantica e del sistema occidentale così come si è configurato da dopo la seconda guerra mondiale in avanti. La mancanza degli Stati Uniti d’Europa è ogni giorno che passa sempre più drammaticamente evidente – e della dottrina Trump che fatto diventare “sovranista” il paese un tempo perno degli equilibri mondiali fino al punto da essere accusato di imperialismo, rischia di sbriciolare irrimediabilmente quanto era stato costruito con fatica politica e pazienza diplomatica.
D’altra parte “yankee go home” non è più lo slogan degli anti-imperialisti, ma la parola d’ordine di Trump, traducibile in “gli americani se ne stanno a casa loro” e, nello specifico, se ne impipano se i curdi siriani erano leali alleati nella lotta contro lo stato islamico e sterminarli significa rimettere in circolazione migliaia di tagliagole dell’Isis. Ma non c’è da meravigliarsi: quella nella vicenda turco-siriana è solo l’ultima delle posizioni assunte da Washington che rischiano di compromettere l’alleanza atlantica. Non meno grave, per esempio, è la decisione di trattare con i talebani afgani o la guerra doganale sui dazi che punisce più gli amici che i nemici. È il frutto velenoso di quella micragnosa idea denominata “America first”, che se non è all’origine certo ha contribuito in maniera decisiva al declino dell’egemonia Usa nel mondo, un fatto di cui soltanto gli stolti possono compiacersi. Come ha scritto Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, tutto questo comporta gravi conseguenze. Nell’ordine: mina la Nato, che non può tollerare oltre la presenza della Turchia senza metterne in discussione il comportamento – basti pensare che quella di Ankara è la quarta forza militare dell’alleanza – o in alternativa chiedendone l’espulsione; fa esplodere le contraddizioni europee più di quanto già non fossero evidenti; disarticola i già più che precari equilibri mondiali – a tutto favore della Russia e della Cina – dando un colpo mortale alle (finora sacrosante) ragioni dell’atlantismo. E, sia chiaro, in ballo non c’è il pacifismo, magari nella solita versione politicamente corretta, ma la nostra sicurezza, messa in pericolo dai foreign fighters che possono tornare a organizzare attentati, e i nostri equilibri sociali, che non reggerebbero ad un supplemento di pressione migratoria (vedi la minaccia di Erdogan di riversare in Europa milioni di profughi). Pericoli di fronte ai quali tanto Bruxelles quanto le singole cancellerie continentali non possono pensare di cavarsela con le condanne formali e le minacce (spuntate) degli embarghi delle forniture militari. Come si vede, si tratta di questioni politiche, non (solo) morali. E come tali richiedono risposte politiche, non mozioni degli affetti. E qui casca l’asino italiano. Perché se l’Europa è afona, l’Italia è muta. A parte le solite espressioni di biasimo accompagnate dai soliti auspici buonisti, comunque circoscritti alla situazione del Kurdistan, Roma non si è neppure posta il problema dei temi che solleva e delle conseguenze che comporta questa situazione. La verità è che manca la politica, e in questo vuoto la politica estera è un vero e proprio buco nero. I governanti che si susseguono rincorrono pateticamente una photo opportunity con questo o quel potente, senza neanche guardare troppo per il sottile, si compiacciono se vengono chiamati per nome (storpiato va bene lo stesso, anzi è un Gronchi rosa di maggior valore) e non fanno caso a quali politiche vengono accostati. Viceversa, questo o quel potente – Merkel e Macron in particolare – diventano bersagli della polemica politica interna, con una leggerezza altrettanto sconcertante dell’approccio ruffiano. Figuriamoci se c’è qualcuno che si pone il problema del ruolo della Nato, della tenuta dell’alleanza atlantica, della reinterpretazione della fedeltà agli amici americani in una chiave di dignità che consenta di tenere la schiena dritta (do you remember Sigonella?), dell’esercito europeo da costruire. Avete forse sentito far cenno a queste cose nello stucchevole faccia a faccia televisivo tra i due Matteo, ammesso che abbiate avuto la forza di arrivare in fondo? Noi che lo abbiamo fatto per dovere professionale, vi possiamo assicurare di no, si è parlato di tutt’altro. A proposito, giusto per soddisfare le numerose richieste di giudizio sull’esito del duello da Vespa, ci pare di poter dire che tecnicamente (cioè sul piano della pura abilità dialettica) abbia vinto Renzi, che poi ha però ceduto tutti i punti di vantaggio che aveva a Salvini sul piano della simpatia (nel senso che il leghista è risultato il meno antipatico dei due), e che sia stato un pareggio in quanto a povertà di argomenti (assoluta) e in quanto a visone politica (zero). Figuriamoci se tra una battuta sul Papete e l’altra ci poteva stare anche solo un riferimento alla politica estera, a meno che per tale non s’intendano le frecciate sul Russiagate o quelle sui rapporti con Obama. Mentre, al contrario, è ben visibile in controluce la possibilità e in qualche modo la voglia dei due di incontrarsi in un futuro neanche troppo lontano, consci che la loro predisposizione al populismo – seppur uno di grana grossa e l’altro un po’ più fine – li unisce e che l’uno può servire all’altro, specie nell’ottica della definitiva fine politica di Berlusconi. Tuttavia, la politica senza un’idea che una di come l’Italia si possa e si debba collocare nel contesto europeo e internazionale, è fatalmente destinata a non avere sbocco. Per fortuna un’azione di supplenza la svolge il presidente della Repubblica. Lo si è visto in questo suo viaggio a Washington, quando anche solo con la postura e un minimo di mimica – compostezza, distacco, rappresentazione di sé – Mattarella ha reso a Trump la pariglia in termini di dignità e autonomia senza minimamente venir meno alle ragioni del protocollo (che il pirotecnico Donald non sa neanche dove stia di casa). Non è la prima volta che il capo dello Stato ci mette una pezza. Per esempio, l’aveva fatto con Macron durante il Conte1, rimediando a strappi di Salvini ma anche di chi oggi è (sic!) ministro degli Esteri. Ma la sua supplenza ha un limite costituzionale e di opportunità, oltre il quale non si può spingere, ed è bene che sia così. Per questo, tra un eccesso di confidenza con Putin, un azzardo mal calibrato con i cinesi sulla Via della Seta e un “Giuseppi” di troppo, la voragine procurata dalla totale mancanza di una qualsiasi visione geopolitica da parte della nostra classe dirigente, ci deve preoccupare. Tanto più quando, come adesso, il mondo delle nostre antiche certezze va a farsi benedire. (fonte: http://www.terzarepubblica.it)

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Turchia: gli Aleviti non accettano la censura di Erdogan

Posted by fidest press agency su martedì, 19 dicembre 2017

ankaraAnkara. In occasione del procedimento legale relativo al ricorso contro il divieto di trasmissione del canale televisivo alevita Yol che inizia mercoledì 20 dicembre ad Ankara, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa il governo turco di voler mettere a tacere la voce indipendente di circa 15 milioni di Aleviti e chiede che possa riprendere la trasmissione di Yol-TV sul satellite Türksat. Yol-TV non può più essere trasmessa in Turchia fin dal 16 dicembre 2016, quando la società gestrice del satellite ha tolto a Yol-TV la frequenza per “aver offeso il presidente della Repubblica turca”.
Questo ennesimo atto di censura evidenzia chiaramente il carattere dittatoriale del governo di Recep Tayyip Erdogan e in quale pessimo stato versino in Turchia la libertà di stampa e i diritti civili. Yol-TV è associato alla comunità alevita in Germnia , ha la propria sede a Colonia ed attualmente è visibile solo attraverso internet. Poiché la maggior parte degli Aleviti parla anche il turco, il canale, che esiste fin dal 2007, trasmette principalmente in lingua turca ma aveva anche iniziato a trasmettere alcuni programmi nelle diverse lingue kurde e addirittura in tedesco. In Turchia l’Alevismo non è riconosciuto come religione e i fedeli, che appartengono a diversi gruppi etnici, sono vittime di discriminazione e persecuzione.Yol-TV non è l’unico canale televisivo proibito in Turchia ma fa parte di un nutrito gruppo di emittenti critiche sia nei confronti del partito di governo sia nei confronti della politica del presidente turco Erdogan. Negli scorsi due anni il governo turco ha fatto chiudere almeno 153 mezzi di informazione, tra cui quattro agenzie di notizie, 28 case editrici, 47 quotidiani, 16 riviste, 28 emittenti televisive e 30 stazioni radiofoniche. Molte di queste emittenti erano mezzi di comunicazione kurdi e/o aleviti. Sono almeno 146 i giornalisti in carcere per cosiddetti reati di opinione.Alcuni rappresentanti della comunità religiosa degli Aleviti in Germania hanno contattato l’APM poco dopo la revoca della licenza di trasmissione di Yol-TV, annunciando che si sarebbero battuti “con ogni forza” contro il divieto. Il prossimo 20 dicembre una cinquantina di rappresentanti aleviti viaggerà ad Ankara per assistere al processo di revisione. Tra gli osservatori del processo vi sarà anche Turgut Öker, presidente onorario dell’Unione Europea degli Aleviti e Mahmut Akgül, amministratore delegato di Yol-TV.

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Turchia, il premier Erdogan: “Con i palestinesi contro la giudaizzazione di Gerusalemme”

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 maggio 2017

erdoganIncontrando il primo ministro palestinese Rami Hamdallah in visita ad Ankara, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha promesso che il suo governo collaborerà con il popolo palestinese contro quella che ha definito la “giudaizzazione di Gerusalemme”.
Le parole di Erdogan, riprese dall’emittente israeliana “Channel 2”, sono giunte durante un incontro tra il presidente turco e il primo ministro dell’ANP, in visita ufficiale a Istanbul. Il presidente turco ha anche fatto appello ai “musulmani di tutto il mondo” a visitare la Moschea al Aqsa, situata sul monte del Tempio a Gerusalemme. “Come comunità musulmana, abbiamo l’obbligo di visitare al Aqsa più spesso. Ogni giorno dell’occupazione israeliana di Gerusalemme rappresenta per noi un insulto“, ha affermato Erdogan, che poche ore prima aveva anche accusato Israele di “uccidere bambini”.Il ministero degli Esteri israeliano ha reagito con una dura nota ufficiale: “Chi viola sistematicamente i diritti umani nel proprio paese non dovrebbe permettersi di impartire lezioni all’unica democrazia della regione. Israele garantisce la piena libertà di culto a ebrei, musulmani e cristiani, e continuerà a farlo a dispetto delle infondate diffamazioni rivolte contro“. Commentando le parole di Erdogan, il presidente della Knesset, Yuli Edelstein, ha dichiarato che il presidente turco “era e rimane un nemico di Israele”Dura anche la replica del sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, che ha così commentato: “È sorprendente che Erdogan, alla guida di uno stato che ha occupato Gerusalemme per 400 anni, voglia farci la predica su come gestire la nostra città. A differenza che sotto occupazione turca – ha proseguito Barkat – Gerusalemme sotto sovranità israeliana è una città fiorente, aperta e libera che garantisce la libertà di religione e di culto a tutti. Negli ultimi anni, un numero record di musulmani ha visitato e pregato sul Monte del Tempio esercitando assoluta libertà di religione sotto la sovranità israeliana. Il legame del popolo ebraico con Gerusalemme risale a più di 3.000 anni fa. Gerusalemme è e rimarrà sempre la nostra capitale. In ogni angolo della città vediamo radici ebraiche risalenti alle epoche del Primo e del Secondo Tempio, al periodo musulmano e alla conquista ottomana. Mentre celebriamo i 50 anni dalla riunificazione di Gerusalemme invito Erdogan a visitare la nostra città per stupirsi nel vedere di persona come è cambiata per il meglio rispetto a quando la governavano i turchi”. (Fonte: Agenzia Nova, Israele.net) (foto: erdogan)

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What is at stake in Turkey’s referendum

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 aprile 2017

eldoganTURKS go to the polls this Sunday, April 16th, to choose between the parliamentary system they have lived under for nearly a century and a new constitution that would concentrate all executive power in the hands of their president. A “yes” vote would overhaul the state in its present form, abolishing the post of prime minister, sidelining parliament, and formalising a system in which the president answers no one except voters. A “no” would mark a major setback for Recep Tayyip Erdogan, Turkey’s president, though far from a fatal one. Yet there is much more riding on the outcome than one man’s political fortunes. What is at stake? Turkey’s judiciary would be among those to suffer the most. In the 2000s Mr Erdogan’s government allowed the Gulen community, a secretive Islamic movement, to pack the justice system with its sympathisers. All hell broke loose when the two allies turned on each other. Prosecutors and police officials close to the Gulenists implicated Mr Erdogan and his allies in a cascading corruption scandal in 2013; thousands of them were purged in response. When army officers close to the movement were accused of spearheading a violent coup in the summer of 2016, the purge intensified. Over the past nine months, the government has sacked a quarter of all judges and prosecutors over suspected Gulen links. More than 2,500 of them are currently behind bars, leaving the judiciary depleted and terrified of rubbing Mr Erdogan the wrong way. The new constitution would make the justice system even more beholden to Mr Erdogan and his party. At the moment, the president appoints four of the 22 members of the country’s most influential judicial body, the high council of judges and prosecutors. The rest are elected by their peers. The new constitution would decrease the number of members and allow Mr Erdogan and his allies in parliament to appoint all of them. None of the appointments would be subject to hearings.
The new constitution would also place the legislative branch at the disposal of the executive. A key change would allow the president to retain links with his party, handing Mr Erdogan the power to keep his Justice and Development (AK) party in check by choosing parliamentary candidates. Parliament’s powers of scrutiny would also change. According to current rules, MPs can address oral questions to the prime minister and cabinet members. The proposed amendments would allow only for written questions, and only to ministers and vice presidents, instead of the president. In areas where parliament has not passed any laws the president would have the right to issue decrees. A new provision would widen the scope for Mr Erdogan’s impeachment by parliament, though it would set the bar for removing him from office exceptionally high. Proposing an investigation would require a simple majority in pariament, but opening one would require 60% of MPs to agree. The final decision would rest with the constitutional court, composed almost entirely of the president’s appointees. Parliamentary and presidential elections would be held simultaneously every five years. In theory, each institution could keep the other in check by keeping a finger on the eject button: the president and the parliament would be able to cut short each other’s mandates, as well as their own, by calling early elections.
Mr Erdogan has been in power for 14 years, longer than any Turkish leader since the founder of the republic, Kemal Ataturk. The constitution would allow him to serve a maximum of two five year terms, beginning with presidential elections in 2019. There is a catch: if parliament were to call early elections during his second term, Mr Erdogan would be eligible to run for a third. In theory, this would allow him to remain in power until as late as 2034. As large an impact as Sunday’s vote might have on his future, it will have an even bigger one on his country’s. (by The Economist)

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Turchia: Le molte sfide di Erdoğan

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 marzo 2016

giornalistiturchiaMilano, 17 marzo 2016 ore 17,30 Sala Conferenze di Palazzo Reale Piazza del Duomo 14. Iniziativa promossa da CIPMO – Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente – in collaborazione con l’Ufficio di Informazione a Milano del Parlamento Europeo, con il Patronato di Regione Lombardia, il Patrocinio del Comune di Milano ed il sostegno di Fondazione Cariplo.Intervengono: Valeria Giannotta, Assistant professor presso la Business School della Türk Hava Kurum Üniversitesi /The University of the Turkish Aeronautical Association ad Ankara; Carlo Marsili, già Ambasciatore d’Italia ad Ankara; Alberto Negri, inviato speciale de Il Sole 24 Ore
All’interno del nuovo ciclo di incontri promossi da CIPMO “Cattedra del Mediterraneo 2016”, la Tavola Rotonda “Turchia. Le molte sfide di Erdoğan”, in programma a Milano domani 17 marzo, si inserisce, proprio a ridosso del recente accordo per la tregua in Siria sancito tra USA e Russia e dei terribili attentati di questi giorni, per dibattere sulle numerose e complesse partite che Erdoğan sta portando avanti su più fronti.In particolare queste le sfide aperte di Erdoğan:
– il controllo sul Paese diviene sempre più penetrante e più insistenti sono le proposte di modifica costituzionale, per la trasformazione del sistema in presidenziale
– la crisi con Mosca, post abbattimento dell’aereo russo, ha messo alla prova la solidità dell’ancoraggio alla NATO e la stessa alleanza con gli USA
– si sono riaperti i canali con Israele, considerato oramai un essenziale partner energetico e tecnologico, per porre fine alla pluriennale crisi dei rapporti diplomatici
– persiste la rottura con l’Egitto del Presidente al-Sisi – per la deposizione forzata del Presidente eletto Morsi e la messa fuori legge della Fratellanza musulmana – ma la necessità di gestire insieme le imponenti riserve di gas scoperte nell’Area potrebbe facilitare la riapertura di canali di contatto
– in Siria la situazione appare vicina ad una svolta, dopo l’accordo per la tregua sancito tra USA e Russia, che potrebbe dare avvio ad una transizione unitaria vista con sospetto dai turchi
– continua lo scontro con i curdi, all’interno del Paese e in Siria, dopo il blocco del tentativo di accordo con questa minoranza avviato negli anni scorsi
– il terrorismo di impronta curda e quello alimentato dall’ISIS conducono attacchi sempre più frequenti, generando tensione e paura nella popolazione
– sullo sfondo, la complessità dei rapporti con l’Iran, avversario nel conflitto siriano ma essenziale partner economico ed anche strategico a livello regionale
– Intanto la massa dei rifugiati accampati in Turchia e provenienti dalla Siria preme alle porte dell’Europa, consentendo al Premier turco l’avvio di un contrastato negoziato con l’Unione Europea per la concessione di un sostanzioso sostegno finanziario e la riapertura del negoziato per l’ingresso nella Unione Europea, da lungo tempo fermo.
Tutte queste importanti tematiche verranno affrontate e analizzate, sotto la moderazione di Janiki Cingoli, Direttore del CIPMO, da tre sommi esperti del Paese Turchia: Valeria Giannotta, assistant professor presso la Business School della Turk Hava Kurum Universitesi /The University of the Turkish Aeronautical Association di Ankara, Carlo Marsili, già Ambasciatore d’Italia ad Ankara e Alberto Negri, inviato speciale de Il Sole 24 Ore.“Con questa iniziativa – ha dichiarato Janiki Cingoli, Direttore CIPMO – inizia il nostro nuovo ciclo Cattedra del Mediterraneo 2016. L’autorevolezza dei relatori invitati non ha bisogno di commenti, sarà davvero un’occasione importante per comprendere in profondità e fuori dagli schemi cosa succede in questo centro nevralgico del Mediterraneo, la Turchia.”

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Fermate Erdogan! Fermate il massacro!

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 febbraio 2016

mercatino bolzanoBolzano Sabato 27 febbraio, ore 15, Piazza Municipio. Associazione per i popoli minacciati e Associazione Diaco con la comunità kurda locale organizzano una manifestazione di protesta per l’interventismo della Turchia nel già intricato conflitto siriano.
Dopo i bombardamenti turchi dell’enclave kurdo-siriana di Afrin, la zona più occidentale del Rojava, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa il governo turco del presidente Erdogan di gravissime violazioni dei diritti umani. Non vi è stata alcuna provocazione da parte dell’amministrazione di Afrin ma ciononostante da ieri notte (18 febbraio) l’esercito turco bombarda diverse località e villaggi nel distretto di Afrin. In particolare sono stati bombardati i villaggi di Shaykh al Hadid (Shiye), Derbalout, Hammam, Freriye, Sanare e Qarmitlike. Le granate cadono anche nel centro di Afrin, regione che si è dichiarata autonoma, e si contano già i primi morti e feriti tra la popolazione civile rimasta sul posto.Il governo turco giustifica il proprio attacco sostenendo che milizie kurdo-siriane avrebbero attaccato postazioni militari turche, ma le milizie kurde, impegnate a difendere il territorio dai miliziani dell’IS e dalle truppe del regime siriano di Bashar al-Assad, negano con forza e parlano di un “vile attentato terroristico”.La popolazione civile di Afrin subisce dal 2012 gli attacchi militari e i blocchi delle strade che collegano l’enclave kurda di Afrin con la capitale provinciale di Aleppo da parte di diverse organizzazioni radical-islamiche come il Fronte Al Nusra, Ahrar Al Sham, Jaish Al Islam, Jaish Al Mujahidin e non ultimo il cosiddetto Stato Islamico IS. Il governo turco da parte sua ha sempre lasciato via libera alle milizie radical-islamiche mentre interviene ora contro la popolazione civile kurda. Nelle regioni di Afrin molti civili resistono nonostante il conflitto e vorrebbero restare ma gli ultimi attacchi rischiano di costringere chi è rimasto a fuggire e a cercare asilo e protezione altrove.E’ evidente che il governo turco mira a impedire la costituzione di una regione autonoma kurda in Siria, proprio lungo la frontiera con la Turchia, se necessario molto probabilmente anche invadendo la regione. La maggioranza dei Kurdi e delle altre minoranze presenti sul territorio come gli Assiro/Aramei, i Cristiani, gli Yezidi, gli Alawiti, i Drusi, gli Ismailiti o gli Sciiti si oppongono decisamente all’intervento turco in Siria. Il governo turco dal canto suo sostiene principalmente i gruppi radical-islamici e non l’opposizione laica che dopo la dittatura di Assad chiede una Siria democratica.

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L’Europa deve opporsi alla violenta politica di Erdogan contro la popolazione kurda

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 luglio 2015

erdoganL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si è appellata al governo tedesco e all’Europa affinché convinca il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan a porre fine alla sua violenta politica contro i Kurdi e affinché ritiri il divieto del PKK in Germania oltre che in Europa. Secondo l’APM è importante segnalare ai 15 milioni di Kurdi della Turchia e ai Kurdi degli altri paesi del Medioriente che la strada intrapresa nel cercare con mezzi pacifici il riconoscimento della loro lingua e cultura e di ottenere maggiore autodeterminazione è quella giusta. La maggior parte dei membri e simpatizzanti del PKK si impegnano da tempo per un processo di democratizzazione della Turchia. Ciò è emerso anche dai risultati delle ultime elezioni in Turchia di circa 2 mesi fa, nelle quali il partito pro-kurdo HDP ha ottenuto il 13% dei voti. E’ un risultato di cui l’Europa deve finalmente prendere atto. I governi europei devono infine impegnarsi per la liberazione degli oltre 1.000 Kurdi arrestati negli scorsi giorni.Per l’APM, l’attacco delle forze di sicurezza turche a presunti sostenitori del PKK in Turchia come nei vicini Siria e Iraq mira unicamente a discreditare i Kurdi nei confronti dell’opinione pubblica mondiale. Non dimentichiamo però che il PKK ha contribuito in modo determinante ad aiutare decine di migliaia di Yezidi e Cristiani in fuga dalle milizie dell’IS e a proteggere le enclave kurde dall’assalto dell’IS. Mentre il PKK contribuiva a salvare migliaia di vite umane, le autorità turche bloccavano le frontiere, rendendo oltremodo difficili le azioni di salvataggio delle persone e impedendo l’entrata nel paese anche ai feriti. Erdogan sembra fare un gioco molto pericoloso nel quale mette a rischio la pacificazione con la popolazione kurda dopo decenni di conflitti a favore del predominio di estremisti islamici in Siria e i Iraq. Di fatto, Erdogan sta giocando con la vita dei cittadini turchi.Se negli anni ’80 il PKK combatteva ancora per un proprio stato kurdo, negli ultimi anni la posizione del PKK si è molto ammorbidita. Ora l’organizzazione chiede la liberazione dei circa 8.000 prigionieri politici kurdi incarcerati in Turchia, il riconoscimento della lingua kurda nella costituzione turca, la libertà di culto per Cristiani, Yezidi e Aleviti e l’autonomia comunale nelle regioni a maggioranza kurda.

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Elezioni parlamentari in Turchia

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 giugno 2011

Dopo le elezioni parlamentari che si terranno in Turchia il prossimo 12 giugno, tutta l’Europa e gli stati della NATO si dovrebbero assumere la responsabilità di spingere per l’avvio di un dialogo serio e costruttivo tra il governo turco e i rappresentanti del popolo kurdo: ne va della credibilità degli stati che partecipano ai raid aerei in Libia in nome della democrazia. Mentre molti stati della NATO sono pronti a sostenere il movimento democratico in Libia persino facendo ricorso a bombardamenti aerei, non risultano essere così decisi e intransigenti con i propri alleati. Da decenni ormai gli stati della NATO permettono che a 14 milioni di Kurdi in Turchia vengano sistematicamente negati i diritti democratici. Le posizioni irremovibili del Primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan sulla questione kurda rischia di portare la Turchia sull’orlo di una sanguinosa guerra civile. Tra gli stati europei soprattutto la Germania, guardando agli 800.000 Kurdi che ormai vi vivono, dovrebbe impegnarsi per una nuova “politica kurda” della Turchia. Le ostilità tra Turchi e Kurdi sono cresciute enormemente in vista delle elezioni. Riesplodono regolarmente sempre nuovi scontri sanguinosi tra esercito e PKK, il Partito dei lavoratori kurdi. L’AKP di Erdogan e il partito ultranazionalista MHP hanno condotto la campagna elettorale con grande aggressività nei confronti della minoranza kurda, alimentando al tempo stesso anche l’odio religioso. Erdogan in questo modo ha pubblicamente messo in dubbio la stessa appartenenza dei Kurdi alla fede islamica con la motivazione che in epoca pre-islamica fossero di religione zoroastriana. Per questo motivo molti Kurdi hanno boicottato nelle scorse settimane le “moschee statali” ed hanno eseguito la loro preghiera del Venerdì in luoghi pubblici. Anche nella pubblicità elettorale trasmessa dalle televisioni di stato è stata strumentalizzata l’appartenenza religiosa di singole singoli gruppi etnici. A partire dai festeggiamenti del Newroz, il capodanno kurdo, il 21 marzo 2011, il governo turco ha colpito con una ondata di arresti politici kurdi, attivisti per i diritti umani, giornalisti, sacerdoti, insegnanti e altri. A metà aprile la Commissione elettorale di Stato ha cercato di escludere dalla possibilità di candidarsi dodici candidati di spicco, tra cui i Kurdi Leyla Zana, Hatip Dicle (si trova attualmente in stato di detenzione) e Serafetin Elçi, con il pretesto di precedenti sentenze di condanna. Proteste pacifiche sono state represse dalle forze di sicurezza e più di 2.500 Kurdi sono stati arrestati. 596 Kurdi sono stati processati nella seconda metà del 2010 per motivi politici: rischiano complessivamente fino a 1.219 anni di carcere. La stragrande maggioranza degli oltre 14 milioni di Kurdi, ma anche Assiro-Aramei, Armeni, Laz, Aleviti e Yezidi hanno perso la loro fiducia nella volontà di riforma di Erdogan. Queste minoranze vogliono una nuova Turchia pluralista con una nuova costituzione che garantisca i diritti linguistici, culturali e politici di tutte le comunità etniche e religiose.

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