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Riflessioni di un ex magistrato e un ergastolano

Posted by fidest press agency su martedì, 9 aprile 2019

Cella dieci/ Luogo buio di paura/ senza orizzonte/ luogo senza luogo/ mondo all’incontrario/ luogo di follia/ senza cielo/ senza Dio/ luogo senza dove/ luogo senza me.
Leggendo alcune dichiarazioni dell’ex magistrato di “Mani pulite” Gherardo Colombo nella rivista di “Ristretti Orizzonti” (anno 20, numero 6, novembre 2018) ho pensato che sta portando più frutti alla legalità, come privato cittadino, adesso, di quando sbatteva solo le persone in cella.
– Penso che tutte le volte che ci debba essere il carcere, il carcere debba essere completamente diverso da quello che è oggi.Molti pensano che il carcere sia la medicina. Ciò non è vero, perché il carcere rappresenta piuttosto una malattia della società, la gabbia dell’odio e della rimozione sociale. In luoghi come questi non si migliora, ma si peggiora. Continuando a sentirci ripetere che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che siamo cattivi, alla fine ce ne convinciamo e cerchiamo di esserlo davvero. Nella maggioranza dei casi l’istituzione penitenziaria opera ai margini del diritto, in assenza di ogni controllo democratico, nell’arbitrio amministrativo e nell’indifferenza generale. Ma, forse, la cosa peggiore del carcere è che la tua vita dipende da altri che, continuamente, ti dicono cosa devi fare e quando e come devi farlo. Spesso, questi “altri” sono peggiori di te, e tu devi per forza sottostare ai loro capricci.
– L’unico studio serio che è stato fatto sulla recidiva nel campo delle sanzioni alternative dice che per chi usufruisce dell’affidamento in prova ai servizi sociali il risultato è (nei successivi sette anni dopo la scarcerazione) il 19% di recidivi, mentre chi esce dal carcere a fine pena dopo aver scontato tutta la pena dentro, torna in carcere 68 volte su 100.Una volta un mio amico albanese che tutti consideravano un po’ matto mi disse: “Se in carcere ragioni razionalmente sei rovinato. Fai come me, fai lo scemo ed anche se non sarai felice non vai nei guai”. Da quella volta, mi sono convinto che a volte i matti ragionano meglio dei normodotati. Il politico e giurista tedesco Gustav Radbruch ha scritto: «La ricetta di rendere sociale il soggetto antisociale, mettendolo in una situazione asociale, insegnandogli cioè a nuotare fuori dell’acqua, è fallito. Solo nella società si può educare alla società».Io sono dall’idea, come cittadino, che l’ergastolo ostativo confligga con la Costituzione. (…) Uno può benissimo non collaborare, quello che conta è che smette di essere pericoloso. (…) ai tempi del terrorismo si era fatta una legge sulla dissociazione che non richiedeva la collaborazione, richiedeva però di allontanarsi dalle organizzazioni terroristiche, è stato uno strumento estremamente positivo perché il terrorismo è finito anche grazie a questa legge.
Il Prof. Giuseppe Ferraro, Docente di Filosofia Università Federico II, Napoli anni fa mi scrisse:” Ho fatto così bene a venire nel carcere di Spoleto, mi trovo a ripeterlo, perché ho conosciuto uno splendido Carmelo. Uno che lotta per l’abolizione dell’ergastolo ostativo. Uno che agli altri, che lo sorvegliano, sembra dire cose sovversive, uno che dice ciò che è a chi non vede ciò che c’è. E lo dice con l’innocenza. È questo, Carmelo. Solo nell’innocenza, con innocenza, si possono dire certe cose, senza vergogna e paura, ancora come è per il bambino. Non si può togliere la vita lasciando un’esistenza sola e senza senso né sentimento. Un Paese misura il grado di sviluppo della propria democrazia dalle scuole e dalle carceri, quando le carceri siano più scuole e le scuole meno carceri. La pena deve essere un diritto, se sia condanna deve poter essere la condanna a capire e capirsi. L’ergastolo ostativo è ripugnante e indegno per una democrazia del diritto ad essere persone giuste.” Bisognerebbe che i ragazzi, tutti i ragazzi, ad una certa età passassero dal carcere, sarebbe assolutamente necessario secondo me, così come sarebbe necessario che ci passassero e ci passassero in modo serio anche gli adulti, tutti quanti, che ci passassero i magistrati, i magistrati che dovrebbero vedere quali sono le conseguenze delle loro decisioni.Un proverbio indiano dice: «Quando stai male e ti senti solo getta il tuo cuore lontano e corri a prenderlo». Peccato, peccato davvero che in carcere ci siano troppi muri e sbarre che ci impediscono di correre. Il carcere è una fabbrica di stupidità. E non migliora certo l’uomo. Il più delle volte lo rende scemo. In questi luoghi è anche difficile andare d’accordo con tutti. E non è certo come fuori che puoi andare da un’altra parte. L’unico modo per un detenuto di non sentirsi schiacciato dal carcere è quello di sentirsi libero interiormente; ma ci sono dei giorni in cui è proprio impossibile riuscirci. E la sofferenza, allora, diventa insostenibile. Il sociologo canadese Erving Goffman scriveva: «è molto diffusa fra gli internati la sensazione che il tempo passato nell’istituzione sia sprecato, inutile o derubato alla propria vita». Infatti, il tempo trascorso in carcere non ha tempo e fa sentire vecchi o giovani secondo i giorni. (Carmelo Musumeci) http://www.lavocedegliergastolani.it

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Recensione di un ergastolano del libro “Cattivi per sempre?”

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 maggio 2017

musumeci (2)Il carcere in Italia spesso, oltre a non rieducarti, ti ammazza la mente e il cuore e lo fa in silenzio senza che nessuno sappia nulla, perché ci vuole tanto coraggio a scendere all’inferno e parlare, confrontarsi con i maledetti, i cattivi e i colpevoli per sempre. La giornalista Ornella Favero l’ha fatto. E dall’esperienza di questo viaggio ha scritto un bellissimo libro dal titolo: “Cattivi per sempre? Voci dalle carceri: viaggio nei circuiti di Alta Sicurezza” (Editore: Edizioni Gruppo Abele).Se leggerete questo libro, con le testimonianze raccolte da Ornella, scoprirete che gli ergastolani senza scampo passano la loro esistenza ad osservare la loro vita senza farne parte, perché non hanno più giorni davanti che li aspettano. E al mattino si svegliano con le ossa rotte, il cuore a pezzi e l’anima in fondo al mare perché la pena dell’ergastolo ostativo è una condanna senza umanità, ti ruba l’amore, ti mangia il cuore e ti succhia la speranza.
Verrete a sapere che esiste una “pena nella pena”, perché i gironi infernali del regime del 41 bis e dell’Alta sicurezza dei cattivi per sempre sono spesso dei veri cimiteri che ti fanno sentire che non fai più parte di questo mondo. E con il passare degli anni molti di loro diventeranno dei veri vegetali: né morti né vivi. Forse molti di voi non sanno che non tutte le carceri sono uguali e, secondo il comportamento processuale o il tipo di reato, attraverso criteri molte volte arbitrari, rimessi a una specie di dispotismo delle autorità carcerarie, vengono sbattuti nel girone più basso delle nostre patrie galere.
Se leggerete questo non potrete più dire “io non sapevo” perché verrete a conoscere, da una seria giornalista, che i circuiti di Alta Sicurezza sono spesso dei veri luoghi di follia istituzionale, senza orizzonti e senza nessun Dio.
Leggendo questo libro scoprirete che nella maggioranza dei casi il carcere, così com’è oggi in Italia, produce solo tanta recidiva, perché una pena crudele e cattiva non fa riflettere sul male commesso. E una sofferenza inutile non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei reati. In fondo ai cattivi per sempre non serve poi molto per migliorarsi, se non un po’ di speranza e amore sociale. Sono convinto, come lo è l’autrice di questo libro, che senza speranza è difficile rimanere umani, perché è difficile migliorare quando capisci che non esisti più e non conti più nulla. Ogni essere umano per migliorare e riflettere sul male che ha commesso ha bisogno di sperare e di essere condannato ad amare ed essere amato, perché solo l’amore sociale ti fa uscire il senso di colpa.
Grazie, Ornella, di avere scritto questo libro e di avere dato voce e luce ai “cattivi per sempre” e grazie a chi lo leggerà perché, per migliorare le nostre infernali Patrie Galere, i lettori sono anche più importanti degli scrittori. (Carmelo Musumeci)

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Un uomo ombra semilibero

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 novembre 2016

musumeciOggi è uno dei giorni più belli della mia vita. Penso che più di credere a me stesso ho scelto di credere negli altri. E forse questa è stata la mia salvezza. Mi hanno notificato l’esito positivo della Camera di Consiglio sull’istanza della semilibertà. Uscirò dal carcere al mattino e rientrerò alla sera per svolgere, durante il giorno, un’attività di volontariato presso la Comunità Papa Giovanni XXIII.
Quando arrivo in cella con l’Ordinanza del Tribunale di Sorveglianza tra le mani mi gira la testa. Il mio cuore batte forte. Respiro a bocca aperta. Lontano da occhi indiscreti, appoggio la testa contro il muro e mi assale una triste felicità. In pochi istanti rivivo questi venticinque anni di carcere con i periodi d’isolamento, i trasferimenti punitivi, i ricoveri all’ospedale per i prolungati scioperi della fame, le celle di punizione senza libri né carta né penna per scrivere, né radio, né tv, ecc. In quei periodi non avevo niente. Passavo le giornate solo guardando il muro.
Poi ad un tratto scrollo la testa. Smetto di pensare al passato. Mi faccio il caffè. Mi accendo una sigaretta. E, dopo la prima tirata, medito che adesso dovrei smettere di fumare perché ora la mia unica via di fuga per acquistare la libertà non è più solo la morte. Alzo lo sguardo. Guardo tra le sbarre della finestra. Osservo il muro di cinta. Per un quarto di secolo ho sempre creduto che sarei morto nella cella di un carcere. Penso che una condanna cattiva e crudele come la pena dell’ergastolo, che Papa Francesco chiama “pena di morte mascherata”, difficilmente può far riflettere sul male che uno ha fatto fuori. Io credo di essere rimasto vivo solo per l’amore che davo e che ricevevo dai miei figli e dalla mia compagna.
Sono stati anni difficili perché non avevo scelto solo di sopravvivere, ma ho lottato anche per vivere. Proprio per questo ho sofferto così tanto. Non ho mai pensato realmente di farcela e forse, proprio per questo, ce l’ho fatta.
Adesso mi sembra tanto strano vedere un po’ di felicità nel mio futuro.
Mi commuovo di nuovo. E il mio cuore mi sussurra: “Per tanti anni hai pensato che l’unica cosa che ti restava da fare era aspettare l’anno 9.999; invece ce l’hai fatta! Sono felice per te … e anche per me”.
Quello che rimpiango maggiormente di questi 25 anni di carcere è che non ho ricordi dell’infanzia dei miei figli. Mi consolo pensando che adesso mi rifarò con i miei nipotini. Poi penso che senza l’aiuto di tante persone del mondo libero che mi hanno dato voce e luce, non ce l’avrei mai fatta.
Ho trascorso buona parte della mia vita godendo dell’unico privilegio di essere rimasto libero di pensare, di scrivere e di dire quello che pensavo: adesso che sono diventato un uomo ombra semilibero non smetterò certo la mia battaglia per l’abolizione dell’ergastolo. (Carmelo Musumeci)

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Preghiera degli ergastolani

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 ottobre 2016

giubileo-del-carceratoPer il Giubileo dei carcerati del 6 novembre 2016. Dal Luglio 2013 nel Codice penale del Vaticano non c’è più l’ergastolo. Papa Francesco ha definito l’ergastolo una pena di morte nascosta.
Dio, siamo i cattivi, i maledetti e i colpevoli per sempre: siamo gli ergastolani, quelli che devono vivere nel nulla e marcire in una cella per tutta la vita.
Dio, nelle carceri italiane ci sono uomini che sono solo ombre, che vedono scorrere il tempo senza di loro e che vivono aspettando di morire.
Dio, molti ergastolani, dopo tanti anni di carcere, camminano, respirano e sembrano vivi, ma in realtà sono già morti.
Dio, l’ergastolano non vive, pensa di sopravvivere e, in realtà, non fa neppure quello, perché l’ergastolo lo tiene solo in vita, ma non è vita.
Dio, nessun “umano” o “disumano” meriterebbe di vivere una punizione senza fine, tutti dovrebbero aver diritto di sapere quando finisce la propria pena.
Dio, nessun’altra specie vivente tiene un suo simile dentro una gabbia per tutta la vita; una pena che non finisce mai non ha nulla di umano e fa passare la voglia di vivere.
Dio, dillo tu agli “umani” che gli ergastolani non hanno paura della morte perché la loro vita non è poi così diversa dalla morte.
Dio, dillo tu agli “umani” che la pena dovrebbe essere buona e non cattiva, che dovrebbe risarcire e non vendicare.
Dio, dillo tu agli “umani” che una pena che ruba il futuro per sempre, leva anche il rimorso per qualsiasi male uno abbia commesso.
Dio, dillo tu agli “umani” che solo il perdono suscita nei cattivi il senso di colpa, mentre le punizioni crudeli e senza futuro fanno sentire innocenti anche i peggiori criminali.
Dio, dillo tu agli “umani” che dopo tanti anni di carcere non si punisce più la persona che ha commesso il crimine, ma si punisce un’altra persona che con quel crimine non c’entra più nulla.
Dio, come fa a rieducare una pena che non finisce mai? E poi che senso avrebbe morire in cella rieducati? Dio, pensiamo che a te importi più che si possa ritornare rieducati fra gli uomini, a portare buone parole, che un rieducato morto, che neanche tu forse sapresti cosa farne…
Dio, dillo tu agli “umani” che l’ergastolo è una vera e propria tortura, che umilia la vita e il suo creatore.
Dio, dillo tu agli “umani” che la miglior difesa contro l’odio è l’amore e la miglior vendetta è il perdono.
Dio, non so pregare, ma ti prego lo stesso: se proprio non puoi aiutarci, o se gli umani non ti danno retta, facci almeno morire presto. (Carmelo Musumeci)

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Terza laurea fra le sbarre per un uomo ombra

Posted by fidest press agency su domenica, 26 giugno 2016

musumeciCi scrive Musumeci: “In prima elementare sono stato bocciato. La stessa cosa accade in seconda elementare. A nove anni per la mia famiglia ero già abbastanza grande per andare a lavorare. Sono entrato in carcere venticinque anni fa con licenza elementare. Durante le atroci esperienze dell’isolamento diurno e notturno nel carcere duro dell’Asinara, sottoposto al regime di tortura del 41 bis, inizio a studiare da autodidatta. Prima l’ho fatto per rimanere umano, dopo per sopravvivere, alla fine per vivere. Credetemi, studiare, mi è costato anni e anni di regimi duri, punitivi e d’isolamento. perché spesso per ritorsione mi impedivano persino di avere libri o una penna per scrivere. E in certi casi mi lasciavano la penna ma mi levavano la carta, perché non c’è cosa peggiore per l’Istituzione carceraria di un prigioniero che studia, pensa, scrive e lotta. Fra mille difficoltà prendo la terza media e mi diplomo. Nel 2005 mi laureo in “Scienze Giuridiche”, nel 2011 in Giurisprudenza e quest’anno in Filosofia con una tesi in “Sociologia della devianza”. Così, il 16 giugno per la terza volta mi sono laureato, stavolta con 110 e lode, da uomo libero grazie a un breve permesso premio giornaliero, nell’Università degli Studi Padova con la relatrice Professoressa Francesca Vianello, discutendo una tesi dal titolo “Biografie devianti”. Ed ho pensato di rendere pubblica questa breve parte personale dal titolo: “Bambino deviante”.
E qui parte un racconto della vita di questo ergastolano che non possiamo per ragioni di spazio riprodurre integralmente ma che cerchiamo di presentarlo in sintesi. Occorre, tuttavia, fare una doverosa premessa. Vanno, a nostro avviso, sfatati dei luoghi comuni e anche dei pregiudizi. E’ che non possiamo considerare la detenzione come un luogo di “redenzione” perchè manca la cultura sufficiente e anche i mezzi adeguati per porvi mano con successo. Vi è poi una colpa tutta umana legata alla presunzione che chi delinque è un soggetto irrecuperabile, rozzo e poco istruito. Musumeci ci dimostra l’esatto contrario. La società civile dovrebbe prenderne atto e comportarsi di conseguenza. Non si deve lasciare in carcere una persona che di fatto ha dimostrato, in mancanza dell’istituto della redenzione come pratica di vita nell’ambiente carcerario, d’essere doppiamente meritevole di stima se vi riesce da solo ed è in grado persino a fare del titolo di studio universitario un motivo di riscatto morale e civile. Musumeci nel tratteggiare la storia della sua vita si riconosce un ribelle alle regole imposte a prescindere: “comandava innanzi tutto mio nonno. Lo seguiva mio padre. Poi mio fratello maggiore. E così via. Dovevo fare tutto quello che dicevano loro. A me questo non andava e facevo tutto quello che mi pareva. I grandi non mi piacevano. Mi erano antipatici perché mi volevano comandare. E a me non piaceva ubbidire. E finivo per dire di no anche quando avrei voluto dire di sì.” Fu capito e fatto ragionare? No e da qui incominciò “a pensare che ero un bambino diverso dagli altri, perché preferivo stare spesso solo con me stesso. Così osservavo la mia vita con distacco. Immaginavo e vivevo una vita tutta mia dentro la mia mente”. E da questo osservatorio il bambino crescendo si convinceva che “I grandi mi intimidivano. Li vedevo diversi da com’ero io. Più insicuri di me. Mi accorsi subito che invece di tentare di fare del bene, preferivano fare del male. E persino nella mia famiglia non andavano d’accordo fra loro.” A questo punto pensiamo di offrire l’opportunità a chi vuole leggere o scaricare integralmente quest’ultima tesi e le due precedenti di collegarsi al sito: http://www.carmelomusumeci.com

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“L’isola dei famosi” vista da un ergastolano

Posted by fidest press agency su martedì, 10 maggio 2016

isola famosiNon vedo molti programmi televisivi perché penso che di solito allo spettatore rimane solo la possibilità di guardare qualcosa che c’è già. Piuttosto preferisco leggere per ricevere e creare qualcosa che non vedo ancora. Sinceramente, leggere mi coinvolge molto più che guardare la televisione perché, mentre lo spettatore trova le immagini della vita e del mondo già confezionate, il lettore le trova dentro di sé. In poche parole penso che lo spettatore televisivo abbia un ruolo passivo mentre il prigioniero che legge ha più possibilità di partecipare e creare la vita e il mondo di cui non fa più parte.
Da un paio di mesi, però, sto seguendo il programma televisivo “L’isola dei famosi”. E qualche mio compagno mi sta prendendo pure in giro per questa strana passione, ma è più forte di me. E con tutta sincerità vi confido che vedendo i “naufraghi” su quest’isola fra tante difficoltà e che fanno la fame non posso non ricordare quando, nel lontano 1992, arrivai sull’Isola del Diavolo (così i prigionieri chiamavamo l’isola dell’Asinara in Sardegna). Le dichiarazioni dei partecipanti di questo programma che soffrono di solitudine, abbandono e nostalgia, mi stanno facendo tornare in mente quello che ho passato quando sono stato prigioniero in quella maledetta isola per ben cinque anni. Sì, è vero, i protagonisti di questo programma, a differenza di me, non hanno commesso nessun reato e sono andati lì di loro spontanea volontà. Ma le loro parole ed emozioni mi hanno suscitato ugualmente questi ricordi.
Era il luglio del 1992. Faceva un caldo torrido. Ero arrivato sull’isola con gli elicotteri dei carabinieri. Appena sceso, mi presero in consegna le guardie che mi scaraventarono in una gabbia allestita provvisoriamente al centro del capo sportivo davanti alla famigerata sezione Fornelli. Notai subito che non c’era muro di cinta. Non serviva. Eravamo in un’isola. Il mare era il muro di cinta. Tre elicotteri, per trasportare i detenuti sull’isola, facevano avanti e indietro da Porto Torres all’Asinara. Solo a tarda sera finirono di scaricare carne umana. La gabbia ormai era piena. Eravamo schiacciati come sardine. Avevamo una sete tremenda. Le guardie ci diedero solo una bottiglia d’acqua a testa. E ci urlarono: “Se la finite subito, peggio per voi… ve ne aspetta solo una al giorno”. Ad un tratto le guardie si schierarono a destra e a sinistra. Lasciarono libero un corridoio che portava dritto dentro il carcere. Le guardie avevano scudi in plexiglass e manganelli nelle mani. Ad un tratto aprirono il cancello. Lanciai un’occhiata al percorso che dovevano fare. E subito pensai che sarebbe stato difficile non prendere qualche manganellata in testa. Corsi come un forsennato. Chi cadeva era perduto. Eravamo presi anche a calci e pugni. Io correvo piegato in due con le braccia alzate per cercare di ripararmi dai colpi di manganello. Cercavo di proteggermi la testa, ma le manganellate arrivarono proprio lì. Ad un tratto sentii un colpo secco in testa accompagnato da una fitta tremenda di dolore. Sbandai come un ubriaco. Proprio mentre stavo per cadere, mi sentì afferrare per il collo dalla maglietta. E un compagno riuscì a trascinarmi con sé. Arrivammo dritti nel corridoio della sezione. Le celle erano già aperte. Man mano che le celle si riempivano le guardie, chiudevano il cancello. E sbattevano il blindato. Alla prima che vidi vuota, m’infilai dentro al volo. Una volta che mi chiusero il blindato alle spalle cercai di riprendere fiato. Era talmente arrabbiato che tremavo. Mi sentivo sfinito come se tutte le energie avessero abbandonato il mio corpo. Pian piano sentì i battiti del mio cuore rallentare. Mi guardai intorno. L’aria sapeva di chiuso. E di muffa. Mi accorsi subito che più che in una cella mi trovavo in una vera e propria tomba. Le celle dell’Assassino dei Sogni dell’Asinara erano allocate nella parte meno illuminata della prigione. Mancava l’aria. E la luce. Dalla finestra della cella si poteva vedere solo una fetta di cielo. La parte più alta. Nella finestra c’erano doppie file di sbarre. E poi, per completare l’opera, c’era una rete metallica fitta. Ad un tratto scoprii che sanguinavo dalla testa. Avevo tutta la maglietta imbrattata di sangue. Mi faceva male la testa e mi sembrava di averci dentro una vespa impazzita. Strinsi i denti. Cercai con gli occhi il lavandino. Era vicino al gabinetto. Aprii il rubinetto. L’acqua veniva giù marrone. Sapevo che non era potabile ma non mi avevano detto che fosse così sporca. Mi lavai la ferita. Dallo specchio sopra il lavandino vidi che avevo una profonda ferita in testa. Avevo pure una ferita al sopracciglio. Pensai che forse avevo bisogno di qualche punto di sutura, ma decisi che non fosse il caso di chiamare nessuno. Ero inzuppato di sudore, sangue e rabbia. Non sapevo cosa fare. Poi decisi che era meglio sdraiarsi sulla branda. Mi misi a pensare ai miei figli. Prima di addormentarmi lo facevo sempre ma, quel primo giorno nell’isola del Diavolo, mi addormentai dopo pochi secondi.
Nel giro di poche settimane i detenuti si adattarono a qualsiasi angheria. Per le guardie diventammo come dei giocattoli. E le guardie iniziarono a trattarci come bestie. Ci umiliavano, ma noi non reagivamo. Alle guardie non erano mai capitati dei detenuti così docili. E ne approfittarono. Molti di noi piuttosto di reagire decisero di diventare pentiti. Alcuni mafiosi di spessore arrivavano nell’isola e dopo pochi giorni andavano via come collaboratori di giustizia. Molti di noi si sentivano morti. Io però mi sentivo ancora vivo.
La doccia era concessa solo una volta a settimana. Ogni detenuto aveva tre minuti per insaponarsi e sciacquarsi. A volte i tre minuti diventavano due.
Ricordo quella volta in cui mentre faceva la doccia un mio compagno, Tiziano, per provocazione i tre minuti erano diventati uno. Lui era ancora insaponato, non gli diedero il tempo di sciacquarsi che batterono le chiavi sul cancello.. Era il segnale per uscire dalla doccia. Tiziano non uscì. Gli chiusero l’acqua e si prepararono per andarlo a prendere con la forza.
Sentii la voce di Tiziano: “Figli di puttana… non mi fate paura… bastardi… venite uno per volta se avete coraggio.” Non potevo lasciarlo solo in balia di quei bastardi. La cosa più furba era di stare zitto ma non avevo mai lasciato un amico solo. E non lo feci neppure quella volta. Incominciai a battere il cancello. E a gridare: “Cornuti… cornuti…se lo toccate, vi ammazzo come cani.” Un brigadiere urlò: “Andate a prendere anche a lui…li picchieremo insieme…con una fava prenderemo due piccioni. Aprirono anche la mia cella. Pensavano di tirarmi fuori di forza invece mi scaraventai fuori dalla cella con lo sgabello in mano come una furia. E corsi verso la doccia. Le guardie non se lo aspettavano. E rimasero per alcuni istanti fermi. Solo una guardia tentò di bloccarmi nel mezzo del corridoio. Usai lo sgabello come una clava. E lo colpì in faccia. La guardia crollò per terra come un sacco di patate tenendosi le mani in faccia. Le guardie si ripresero subito dalla sorpresa. E mi circondarono. Mi scrutarono con la bava alla bocca. E gli occhi lucidi di odio. Stavano per saltarmi addosso, ma ad un tratto sentirono una voce sopra tutte le altre. Si fermarono. La voce veniva da dietro le loro spalle. Era quello del mio compagno “Fermi!” Si bloccarono. Era una voce autoritaria. Loro erano abituati a ubbidire inconsciamente. Si voltarono. E videro il mio compagno impassibile con un tubo di ferro nelle mani. Quell’energumene aveva tirato via il tubo dalla doccia facendone un’arma micidiale. Le guardie s’impaurirono. Da cacciatori all’improvviso diventarono prede. Fecero subito qualche passo indietro. Il mio compagno invece di fermarsi avanzò facendo girare il tubo nell’aria. E si mise a urlare. “Figli di puttane… che fate scappate?” E rideva. Non l’avevo mai visto così incazzato. Si era trasformato in un uomo delle caverne. La sua espressione era diversa, sembrava un folle. Pensai: “Ora ci ammazzeranno di botte.” Eravamo spacciati. Dall’altra parte del corridoio erano arrivate una decina di guardie con gli scudi di plexiglass e i manganelli nelle mani. Era la fine. Tiziano ormai era impazzito e andò incontro alle guardie con il tubo di ferro nelle mani. E lo vidi scaraventarsi in mezzo alle guardie. Vederlo era uno spettacolo, quel tubo di ferro se lo passava da una mano all’altra e poi piombava giù negli scudi in plexiglass che andavano a pezzi. Si scatenò l’inferno. Gli altri detenuti presero un po’ di coraggio e iniziarono a battere i blindati. Il mio compagno si esaltò e divenne una furia. Un paio di guardie più furbe delle altre preferirono circondare me perché sembravo meno pericoloso. Incrociai i loro sguardi. Fece un respiro profondo. Provai a colpire con un calcio la guardia di destra ma mi colpì con una manganellata al collo. Barcollai, ma non caddi. Mi appoggiai con la schiena alla parete. Pensai che se cadevo a terra ero perduto. Non feci in tempo a finire di pensarlo che le due guardie mi piombarono addosso. E mi schiacciarono con gli scudi di plexiglass nel muro. Poi mi ritrovai subito per terra bersagliato da una pioggia di manganellate. A un tratto mi arrivò una manganellata secca nella tempia. Sentii una fitta tremenda. Vidi tutte le stelle dell’universo. Intuii che stavo perdendo i sensi. Poi non sentii più nulla. Mi svegliai al buio. Cercai di intuire dove mi trovavo. Non mi trovavo nella mia cella. Sentivo male in tutte le parti del corpo, soprattutto in testa. Mi passai la mano nei capelli e trovai buchi e grumoli di sangue dappertutto. Battevo i denti dal freddo. E il cuore mi batteva al contrario. Sentivo la fronte zuppa di sangue. Sprofondai nell’angoscia. E nella tristezza. Poi mi misi faticosamente in piedi. Sentivo il sapore del mio sangue in gola. Ad un tratto tossii e un grumolo di sangue mi andò in gola. Provai a sputarlo. Mi uscì un rivolo di sangue. Poi cercai a tastoni l’interruttore della luce. Lo trovai e lo feci scattare. Si accese una lampadina al soffitto. Mi strizzai gli occhi, un paio di volte, per abituarli alla luce. Poi ebbi la forza di guardarmi intorno. Vide che c’era un grosso topo che strofinava il muso nel sangue che aveva sputato. Provai a dargli un calcio, ma il topo fu più veloce e scappò da un buco della rete della finestra. Poi sferrai diversi pugni nei muri da una parte all’altra della parete fin quando non mi sanguinarono le mani. Nessuno mi rispose. Ero solo, disperato e isolato. Sentivo male nel corpo e nell’anima. Sentivo male dappertutto. Rimasi nell’isola del Diavolo per cinque lunghi anni. (Carmelo Musumeci) (foto: isola famosi)

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Laurea di un ergastolano

Posted by fidest press agency su sabato, 21 maggio 2011

Dopo 20 anni ininterrotti di carcere, mercoledì 11 Maggio 2011, Carmelo Musumeci, ergastolano di Spoleto e simbolo della lotta per l’abolizione dell’ergastolo, ha ottenuto qualche ora di permesso di necessità per laurearsi all’Università di Perugia. Entrato in carcere con la licenza elementare, si è laureato nella Facoltà di Giurisprudenza di Perugia, con una Tesi di Laurea Magistrale in Diritto Penitenziario dal titolo: La “pena di morte viva”: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità. Accanto al Relatore, Prof. Carlo Fiorio, docente di Procedura Penale, c’era anche Stefano Anastasia, ricercatore di filosofia e sociologia del diritto, tra i fondatori dell’associazione Antigone, della quale è attualmente Presidente onorario e Difensore civico dei detenuti. Carmelo Musumeci ha potuto godere di 11 ore di libertà, senza scorta, grazie all’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che l’affidava ai volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII, potendo festeggiare dopo la laurea nella struttura di Bevagna (PG).E’ stato un permesso di necessità che viene concesso solo per eventi gravi, anche lieti, e irripetibili e quindi non cambia la posizione giuridica di fronte all’ostatività ad ottenere benefici penitenziari.

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L’uomo ombra

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 aprile 2010

Lettera al direttore. Scrive Carmelo Musumeci ergastolano ostativo detenuto nel carcere di Spoleto (Via Maiano, 10 – 06049 Spoleto  – PG ): Ho ricevuto questa domanda nella rubrica della “Posta Diretta” che tengo nel sito di http://www.informacarcere.it  Voi ergastolani vi definite “Uomini ombra” ma non pensate alle persone che sono morti per causa vostra che non hanno neppure più la loro ombra? Sono d’accordo con lei solo di una cosa “Chi vuole giustizia in realtà desidera vendetta.” Io lo ammetto, voglio vendetta. Spero che lei non esca mai e che muoia in carcere.  Ho risposto in questo modo Chi violenta, uccide, mangia bambini o ammazza persone inermi e innocenti difficilmente è condannato all’ergastolo. Molti di loro scelgono riti alternativi, altri collaborano o scelgono di usare la giustizia per avere sconti di pena. E anche se alcuni di essi sono condannati all’ergastolo, non è mai quello ostativo a qualsiasi beneficio ma quello normale che dopo dieci anni puoi uscire in permesso, a venti in semilibertà e a venticinque in condizionale. Lei non sa, o fa finta di non sapere,  che su 1400 ergastolani saranno una trentina quelli che hanno sulla coscienza morti innocenti. Tutti gli altri sono stati condannati all’ergastolo perché sono riusciti a sopravvivere a guerre interne alla malavita organizzata. E fra gli ergastolani ostativi sono pochissimi quelli condannati per omicidi di persone innocenti, forze dell’ordine o altro. Tutti parlano bene dei morti e male dei vivi, se fossi morto nei numerosi attentati che ho subito, forse parlerebbero bene anche di me. L’ho detto molte volte: nella malavita organizzata sia i vivi, sia i morti, sono colpevoli. Non ci sono vivi cattivi e morti buoni,  come non ci sono vivi buoni e morti cattivi. Infatti, molti anni fa era difficile che omicidi maturati nella malavita fossero condannati alla pena dell’ergastolo. Molto tempo fa l’ergastolo ostativo non esisteva. Solo esigenze politiche hanno portato a condannare ragazzi di 18-19 anni alla pena dell’ergastolo ostativo e imprenditori, finanzieri e politici corrotti a pochi mesi di carcere. In guerra non ci sono soldati buoni e soldati cattivi,  ci sono solo soldati che si ammazzano fra loro.  Lo Stato, che li ha condannati e  dopo la condanna li ha usati come trofei politici, è responsabile del fatto che questi ragazzi sono cresciuti nell’illegalità amministrativa e culturale, frutto dell’abbandono più totale da parte delle stesse Istituzioni che avrebbero dovuto tutelarli. Questa è la verità storica, oggettiva e sociologica che i mass media nascondono. Io non credo che la Giustizia/vendetta si ottenga con il carcere a vita  perché se lo Stato agisce come i criminali,  dove sta la differenza fra noi e loro? Un uomo per essere giusto dovrebbe avere pietà e perdonare anche a rischio di farsi ingannare. Io una volta avevo perdonato un mio nemico e dopo un po’ di tempo sono stato ringraziato da lui con sei pallottole ma non ho mai rimpianto di averlo perdonato. Per il resto preferisco non uscire mai e morire in carcere che diventare “criminale” come lei. Buona vendetta.

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Non toglietegli anche la speranza

Posted by fidest press agency su martedì, 23 febbraio 2010

Un uomo ci ha scritto dal carcere. E’ stato condannato all’ergastolo. Le sue colpe sono passate in giudicato ed ora espia. Nonostante ciò nutre una speranza: quella di ritornare libero. E’ cattivo, si dice. E’ pericoloso per la società. Potrebbe reiterare il delitto commesso, fare ancora del male e la società si deve difendere. E’ proprio così? E’ proprio giusto chiudere la cella e gettare la chiave in un pozzo profondo e impenetrabile? E’ proprio giusto relegarlo alla morte civile? Questo è il punto. Un ergastolano non solo deve restare recluso a vita ma non può parlare, contattare all’esterno del carcere altri se non una cerchia limitata di persone. Tra costoro i giornalisti sono esclusi. Perché? Che male farebbe alla società se ne parlassimo, se dessimo spazio ad uno sfogo, ad una esternazione che fosse in grado di restituire alla verità un suo primo attore e di capire come il “dopo” l’ha maturato, l’ha intristito o gli ha fatto intendere la strada sbagliata percorsa? Forse in questo modo si sentirà più vivo, forse capirà l’errore commesso, forse si sentirà meno solo con il suo dramma, ma potrebbe anche dirci qualcosa di più sulla tragedia che si matura all’interno di un carcere. “La prigione – ha scritto  – è un mondo ignoto per tutti quelli che sono liberi: far conoscere ai cittadini l’inferno che i politici hanno creato e mal governato sarebbe vitale per portare la legalità in carcere.  Sarebbe di grande interesse che i cittadini sapessero che la galera, in questi ultimi anni, è diventata uno spazio solo per “allontanare, emarginare, isolare e controllare” il disagio sociale. Sarebbe importante che i cittadini sapessero che in carcere  ci sono sempre meno delinquenti e sempre più emarginati, tossicodipendenti, barboni, extracomunitari e “avanzi sociali”. “In questi anni – scrive l’ergastolano – alcuni giornalisti, anche qualcuno della stampa estera, hanno cercato d’intervistarmi per il mio attivismo per l’abolizione dell’ergastolo e, anni fa, per essere stato uno dei promotori di una lettera al precedente Presidente della Repubblica, firmata di 310 ergastolani, per tramutare l’ergastolo ostativo in pena di morte. Il Dipartimento Amministrativo Penitenziario ha sempre negato l’autorizzazione affinché qualsiasi giornalista mi potesse intervistare, come se non solo il mio corpo ma anche i miei pensieri fossero prigionieri dell’Assassino dei Sogni (come io chiamo il carcere). Le uniche interviste che ho potuto rilasciare, finora, sono state solo per iscritto. Mi viene spontanea una domanda: -Perché  l’Assassino dei Sogni ha paura che si sappia com’è fatto, cosa fa e cosa pensa?” Ebbene questo “sogno” è una speranza. Chi siamo noi per togliere oltre la libertà, che potrebbe anche essere nel giusto, anche la speranza? (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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